Dopo Chuck Berry Se Ne E’ Andato Anche The “Fat Man”, Uno Degli Ultimi Grandi Del Rock And Roll! E’ Morto Ieri A 89 Anni Fats Domino

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Ormai a difendere il fortino del R&R è rimasto solo Jerry Lee Lewis, visto che ieri, dopo una lunga malattia, ci ha lasciato anche Antoine “Fats” Domino”, nella sua casa, in quel di Harvey, Louisiana, una cittadina non lontana dall’area metropolitana della sua amata New Orleans, di cui è stato uno dei rappresentanti e cantori più importanti. Fats Domino, nato proprio a New Orleans, il 26 febbraio del 1928 (quindi con lui condivido il giorno del compleanno), un musicista che ha saputo riunire nel suo stile prima il rhythm and blues e poi il rock’n’roll, pianista formidabile, cantante dalla voce particolare e unica, dolce, vellutata ed insinuante, grande autore di canzoni, in coppia soprattutto con il suo produttore Dave Bartholomew, ha influenzato intere generazioni di musicisti, uno dei primi neri a saper sfondare nel mercato della musica dei bianchi (cosa che qualche anno dopo sarebbe riuscita anche a Chuck Berry), già nel 1953 la sua The Fat Man, incisa nel 1949, arrivò a vendere fino ad oltre un milione di copie.

Poi il suo stile e le sue canzoni si sono riverberate su tutta la musica, arrivando ad influenzare Paul McCartney che scrisse Lady Madonna come una sorta di risposta alla sua Blue Monday, uno dei tantissimi splendidi brani che ne hanno caratterizzato la carriera: come non ricordare anche Ain’t That A Shame (che fu usata nella colonna sonora di American Graffiti), I’m In Love Again, Blueberry Hill, I’m Walkin’ (pure questa era in American Graffiti https://www.youtube.com/watch?v=oqs5gkyH930), My Girl Josephine e decine di altre canzoni splendide, raccolte in un consistente numero di album, che negli anni ’50, il suo periodo di maggior fama, uscivano al ritmo di due o tre all’anno, e che almeno fino alla fine degli anni ’60 hanno continuato a essere pubblicati a getto continuo, per diradarsi negli anni ’70 e ’80, ma ogni tanto il buon Fats piazzava ancora la zampata del leone, in una discografia che tra album originali, ristampe, antologie, dischi dal vivo, è arrivata a superare i 100 dischi (non tutti fantastici a dire il vero, ogni tanto si raschiava il fondo del barile).

Forse l’ultimo importante ad uscire fu un Live From Austin, Texas, della fortunata serie registrata negli studi televisivi della città texana, che però sebbene fu pubblicato dalla New West nel 2006, sia in CD come in DVD, era stato registrato nel 1986.

Non va dimenticato che Fats Domino, come detto, era anche un formidabile pianista, uno che ha influenzato, oltre al McCartney citato prima, anche altri musicisti di New Orleans, da Allen Toussaint Dr. John, oltre ad altri grandi pianisti R&R che sarebbero venuti dopo di lui, come Jerry Lee Lewis e Little Richard e fu influenzato a sua volta da Smiley Lewis (ma anche un musicista onorario di New Orleans come Randy Newman gli deve moltissimo). E Elvis anche se non suonava nulla, non vogliamo citarlo? https://www.youtube.com/watch?v=54sVT4CtmEM. Una delle ultime apparizioni pubbliche (anzi probabilmente l’ultima) di Domino fu in un episodio della serie Treme, dedicata appunto a New Orleans, nel 2012

Ma le sue sorti sono sempre state legate alla città della Louisiana: nel corso del famoso Uragano Katrina Fats Domino ad un certo punto fu tra le persone dichiarate morte a causa degli allegamenti seguiti alle piogge torrenziali, salvo essere ritrovato dalla Guardia Costiera qualche giorno dopo i tragici eventi. Dopo l’Uragano il nostro pubblicò un album Alive And Kickin’ per raccogliere fondi per le popolazioni stremate dalle conseguenze dell’Uragano.

Credo che l’ultima sua esibizione dal vivo sia stata al famoso locale Tipitina nel maggio del 2007 e suonava ancora, ragazzi e non,  se suonava.

Negli ultimi anni a causa della malattia (a parte l’apparizione a Treme) non lo si era visto più spesso in giro, anche se alcuni filmati suoi giravano ancora in rete, tipo quello di un incontro con Dave Barholomew, che di anni oggi ne ha 98, avvenuto nel 2011 https://www.youtube.com/watch?v=JAxjEWjbuXI, con i due che si scambiavano ricordi sui vecchi tempi e su una canzone in particolare. La vedete qui sotto, forse, ma forse, la sua più bella.

Ma il tempo di lasciarci purtroppo è arrivato anche per lui e quindi gli auguriamo che lo Spirito del R&R, e del R&B, suo fratello, lo accompagnino anche in questo ultimo viaggio, bye bye Fats!

Bruno Conti

Di Padri In Figli. AJ Croce – Just Like Medicine

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AJ Croce – Just Like Medicine – Compass Records CD

Il plurale nel titolo è voluto: diciamo che i “padri” sono quello vero, genetico, Jim Croce, uno dei cantautori più validi (e anche di successo) dei primi anni ’70, tra gli inventori di quello stile che poi è stato definito soft-rock, scomparso in un incidente aereo nel settembre del 1973, e Dan Penn, uno dei padri della soul music, autore, cantante e produttore tra i più prolifici nella diffusione della musica nera di qualità, scritta e suonata anche dai bianchi. E tra gli ospiti di questo Just Like Medicine, alla chitarra troviamo anche Steve Cropper, un altro che dell’argomento se ne intende. Penn negli ultimi anni ha ripreso ad apparire, di tanto in tanto, sia come ospite, ad esempio nello splendido Soul Searchin’ di Jimmy Barnes http://discoclub.myblog.it/2016/07/10/supplemento-della-domenica-favoloso-vero-soul-australiano-jimmy-barnes-soul-searchin/  o in Dedicated il tributo del 2011 ai Five Royales proprio di Cropper, sia come produttore, penso ad alcuni dischi degli Hacienda Brothers negli anni 2000, a uno di Julian Dawson nel 2008 e al bellissimo Make It Through This World, il disco del 2005 del compianto Greg Trooper. Per cui ogni sua apparizione è preziosa, e quando avevo letto che avrebbe prodotto il nuovo album di Aj Croce ero curioso di sentire quali sarebbero stati i risultati.

Il figlio di Jim (e Ingrid) Croce forse non ha il talento dei genitori, ma nel corso della sua carriera, iniziata nel 1993 con il disco omonimo, ogni tanto ha saputo proporre dei dischi di buona qualità, dove accanto alle sue indubbie qualità di pianista e organista si potevano gustare anche canzoni raffinate dove il blues, il rock, un pop raffinato con qualche venatura country e degli elementi New Orleans, venivano veicolati attraverso una voce duttile e con qualche similitudine con quella del babbo, nonché quella di altri praticanti di quello stile che fonde musica nera e rock bianco: uno di questi firma, in una delle sue ultime apparizioni, come co-autore, una delle canzoni migliori di questo album, parlo di Leon Russell, che firma appunto con Croce The Heart That Makes Me Whole, il brano dove compare anche Steve Cropper come chitarrista aggiunto; un pezzo che pare uscire dai solchi di qualcuno dei vecchi dischi Stax che Penn produceva ai tempi d’oro, e non guasta certo la presenza degli attuali Muscle Shoals Horns, Charles Rose, Doug Moffet Steve Herrmann, oltre che delle McCrary Sisters alle armonie vocali, di David Hood al basso, Bryan Owings alla batteria e del chitarrista Colin Linden, un canadese prestato alla scena musicale della Nashville più ruspante. Con tutti questi luminari in azione non solo il brano in oggetto, ma tutto il disco profuma di soul e R&B, la canzone in particolare è ruspante e fiatistica, ma si apprezzano anche momenti più ricercati e sonicamente diversi, come l’atmosferica e swampy Gotta Get Outta My Head, dove i ritmi salgono e scendono a comando in una bel ambiente sonoro persino leggermente futuribile, o il recupero di un brano inedito di Jim Croce, la godibilissima The Name Of The Game, dove il country-blues-pop del musicista della Pennsylvania rivive nell’ugola del figlio, pezzo che vede anche la presenza della chitarra acustica di Vince Gill, altro ospite di pregio del disco.

Cures Just Like Medicine è una bella e tersa ballata sudista, che si spinge fino al profondo Sud, anche delle Louisiana, ma attinge pure dal roots-rock e dall’Americana sound della Band e dal gospel-soul impersonificato dalle splendide voci delle sorelle MCCrary. Il disco, dieci brani, dura solo poco più di 31 minuti, ma nella sua compattezza risiede anche gran parte della qualità globale dell’album stesso: Move On rimanda alle ballate rock’n’soul di Russell o Joe Cockertre minuti quasi perfetti, replicati nella deliziosa The Other Side, la canzone scritta insieme a Dan Penn. Full Up, con un Aj Croce magistrale al piano, potrebbe uscire da qualche album di Dr. John, puro New Orleans sound. Forse se un appunto si può fare è alla voce di AJ, che pur essendo un buon cantante non è un fuoriclasse come quelli frequentati da Penn in passato. godibile ed intenso ma non memorabile, per esempio nella romantica I Couldn’t Stop, dove fa capolino anche la fisarmonica di Jeff Taylor, una grande voce avrebbe potuto fare sfracelli. Hold You è un altro mid-tempo fiatistico di classe cristallina, degno confratello dei brani che Penn componeva a getto continuo negli anni gloriosi del Muscle Shoals Sound, nuovamente breve e conciso, senza un oncia di “grasso” da scartare. E pure il pop alla Box Tops della conclusiva The Roads non delude l’ascoltatore innamorato delle vecchie sonorità classiche. Che come si è capito abbondano in questo Just Like Medicine, forse non arte pura ma artigianato vintage di onesta fattura, che però può bastare per gli amanti della buona musica.

Bruno Conti

Prima Che Sia Troppo Tardi! Un Bel Cofanetto A Settembre Per Dr. John – The Atco Albums Collection

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Dr. John – The Atco Albums Collection – 7 CD Atco/Rhino – 15-09-2017

Giusto ieri mentre preparavo il Post per questo Box di Dr. John, girando per la rete per vedere se fosse morto qualche altro artista importante, ho letto della dipartita di Glenn Campbell, di cui leggete in un altro Post a parte, e come conseguenza mi è venuto in mente di intitolare questo articolo “Prima che sia troppo tardi”, che tra l’altro sarebbe sempre una rubrica che mi ronza per la testa da un po’ di tempo, e in cui si vorrebbe parlare di artisti di “culto”, gente che ha fatto la storia del rock (e dei generi collegati), ma che spesso viene ricordata solo al momento della morte. Mi rendo conto che ha connotati “iettatori” per cui mi trattengo sempre, ma di tanto in tanto almeno una segnalazione per le uscite interessanti è d’uopo.

drò john original album series

Come nel caso di questo nuovo cofanetto dedicato a Mac Rebennack, alias Dr. John, uno dei musicisti più importanti della scena musicale della Louisiana, mai troppo lodato per la sua musica, il vero New Orleans Funk: anche se lo scorso anno è uscito un bellissimo tributo a lui dedicato http://discoclub.myblog.it/2016/08/26/altro-tributo-formidabile-the-musical-mojo-of-dr-john-celebrating-mac-and-his-music/, e, volendo, la sua discografia era comunque ben rappresentata anche dal cofanetto effigiato qui sopra, Dr. John Original Album Series , che in 5 CD a prezzo speciale raccoglieva alcuni degli album incisi da Rebennack negli anni ’70: non tutti, appunto solo 5 dei 7 incisi per la Atco tra il 1968 e il 1974. Ora questo nuova remastered edizione, sempre a prezzo speciale, corregge la piccola pecca e in unico box raccoglie tutta la sua produzione per l’etichetta del gruppo Warner, almeno quelli del primo periodo classico.

Ecco la tracklist completa, brano per brano:

[CD1: Gris-Gris]
1. Gris-Gris Gumbo Ya Ya
2. Danse Kalinda Ba Doom
3. Mama Roux
4. Danse Fambeaux
5. Croker Courtbullion
6. Jump Sturdy
7. I Walk On Guilded Splinters

[CD2: Babylon]
1. Babylon
2. Glowin’
3. Black Widow Spider
4. Barefoot Lady (Single)
5. Twilight Zone
6. The Patriotic Flag-Waver
7. The Lonesome Guitar Stangler

[CD3: Remedies]
1. Loop Garoo
2. What Comes Around Goes Around
3. Wash, Mama, Wash
4. Chippy, Chippy
5. Mardi Gras Day
6. Angola Anthem

[CD4: The Sun, Moon & Herbs]
1. Black John The Conqueror
2. Where Ya At Mule
3. Craney Crow
4. Familiar Reality – Opening
5. Pots on Fiyo (File Gumbo)/Who I Got To Fall On (If The Pot Get Heavy)
6. Zu Zu Manou
7. Familiar Reality – Reprise

[CD5: Dr. John’s Gumbo]
1. Iko Iko
2. Blow Wind Blow
3. Big Chief
4. Somebody Changed The Lock
5. Mess Around
6. Let The Good Times Roll
7. Junko Partner
8. Stack-A-Lee
9. Tipitina
10. Those Lonely Lonely Nights
11. Huey “Piano” Smith Medley
12. Little Liza Jane

[CD6: In The Right Place]
1. Right Place Wrong Time
2. Same Old Same Old
3. Just The Same
4. Qualified
5. Traveling Mood
6. Peace Brother Peace
7. Life
8. Such A Night
9. Shoo Fly Marches On
10. I Been Hoodood
11. Cold Cold Cold (Single)

[CD7: Desitively Bonnaroo]
1. Quitters Never Win
2. Stealin’
3. What Comes Around (Goes Around)
4. Me Minus You Equals Loneliness
5. Mos’ Scocious
6. (Everybody Wanna Get Rich) Rite Away
7. Let’s Make A Better World
8. R U 4 Real
9. Sing Along Song
10. Can’t Get Enuff
11. Go Tell The People
12. Desitively Bonnaroo

Augurando lunga vita a Dr. John che, nonostante le condizioni di salute diciamo non splendide, quest’anno è stato uno dei protagonisti del tour che ha girato gli States per festeggiare i 40 anni di Last Waltz, direi che questo box, previsto per il 15 settembre, è l’ideale per colmare eventuali lacune nelle vostre discoteche alla lettera D. Senza dimenticare che in quegli album, oltre alla crema dei musicisti della Crescent Music, si trovano come ospiti, sparsi nei vari dischi, musicisti come Eric Clapton, Graham Bond, Mick Jagger, Bobby Keys, Jim Price, gli altri Derek And The Dominos, Meters, Allen Toussaint e così via. Prima che sia troppo tardi!

Bruno Conti

Da New Orleans Con Ritmo “Galattico”, Per Allen Toussaint. Stanton Moore – With You In Mind

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Stanton Moore – With You In Mind: The Songs Of Allen Toussaint – Mascot/Provogue

Stanton Moore, chi è costui? Direi che il quesito manzoniano ci è sempre utile, e quindi rispondiamo. Trattasi di batterista, nello specifico dei Galactic, noto combo di New Orleans, specializzato in jazz, funky, rock, blues, anche heavy metal (con i Corrosion Of Confomity): parliamo ovviamente solo di lui, Stanton, bianco, 45 anni quando uscirà questo With You In MInd il 21  luglio, eclettico pare di capire, ma per l’occasione impegnato in un disco (già il settimo nella sua carriera solista, più una decina con i Galactic, e svariate altre collaborazioni e progetti alternativi) il cui sottotitolo The Songs Of Allen Toussaint, aiuta a capire a cosa ci troviamo di fronte. L’album, in origine, doveva essere una prova in trio, con James Singleton al basso e il “grande” David “Tork” Torkanowsky alle tastiere, tre luminari della musica della Crescent City, in quello che avrebbe dovuto essere un album strumentale di jazz. Ma poi mentre stavano per entrare in studio di registrazione li ha raggiunti la notizia della morte improvvisa in Spagna di Allen Toussaint, e quindi hanno deciso di intraprendere la strada di un tributo al grande musicista di NOLA, coinvolgendo anche un nutrito gruppo di altri musicisti, compresi pure diversi cantanti. E il risultato è ottimo. D’altronde non poteva essere diversamente, il materiale di base, ossia le canzoni di Toussaint, di per sé è già stupendo, se poi nel disco suonano e cantano, in ordine sparso, Nicholas Payton e Donald Harrison Jr., Trombone Shorty, Cyril Neville, Wendell Pierce, Maceo Parker, una cantante poco nota ma bravissima di New Orleans (che lo stesso Moore confessa di non avere conosciuto, prima della registrazione di questo album) Jolynda Kiki Chapman, il risultato è un eccitante “gumbo” di suoni che non esiteremmo a catalogare nella categoria “altri suoni”, anche se il funky/soul e il jazz classico sono i principali elementi.

Ad aprire le danze è Here Come The Girls un vecchio funky del 1970, inciso in origine da Ernie K. Doe, qui cantato da Neville e Trombone Shorty, in una orgia danzereccia di fiati sincopati ma anche solisti, voci femminili di supporto e ritmi scatenati (*NDB quelle dei video qui sopra non sono ovviamente le versioni dal disco di Stanton Moore, ma in rete non c’è; per cui “accontentatevi”). Life è un altro dei brani più noti di “Tousan” (come era affettuosamente chiamato il nostro), cantata di nuovo da Cyril, e con il ritmo mutato in un intricato 7/8, con il sassofonista Skerik e Payton a dividersi il proscenio nella jazzata parte centrale, poi è il turno delle coriste, mentre Stanton Moore imperversa con la sua maestria percussiva; in Java uno dei primi cavalli di battaglia di Toussaint, uno strumentale del 1958 si gusta la classe del trio Harrison, Payton e Trombone Shorty, in un brano che mischia gli stili e si trovava in un disco intitolato The Wild Sounds Of New Orleans, inutile dire che i solisti e tutta la band sono meravigliosi. All These Things è cantata da Kiki Chapman, una ballata notturna di struggente bellezza, cantata con grande pathos e voce spiegata da questa cantante che mi era ignota prima d’ora, ma è veramente bravissima, nell’originale cantava Art Neville, ma che voce anche lei ragazzi e Torkanowsky illumina la canzone con il suo pianoforte, che anche nei brani precedenti è comunque spesso al proscenio; per Night People arriva uno dei “concorrenti” principali nel funky americano, quel Maceo Parker che per anni ha suonato con James Brown, ma di certo non si tira indietro anche se c’è da soffiare nel suo sax sui ritmi tipici del funk made in New Orleans, con Neville di nuovo voce solista e  il gruppo di musicisti ancora a tutto groove.

E anche The Beat, fin dal titolo, è tutto un programma, ancora Cyril alla voce solista, che doveva cantare un solo brano, ma poi è rimasto coinvolto, alla grande, in quattro brani, nello specifico si tratta di un poemetto inedito di Allen Toussaint, su cui Neville declama i versi, mentre il liquido piano elettrico di Tork si muove sullo sfondo; Riverboat vira di nuovo verso notturni lidi jazzistici, uno strumentale raffinato che gira attorno agli assolo di Nicholas Payton e Donald Harrison jr., mentre Moore, Singleton e Moore lavorano di fino ai rispettivi strumenti. Everything I Do Gonh Be Funky (From Now On), di nuovo un titolo, un programma, era cantata in origine da uno dei preferiti di Toussaint, quel Lee Dorsey che non sempre viene ricordato tra i grandi del soul e del R&B (ma lo è), per l’occasione i musicisti, che si sono molto divertiti a registrare il disco, hanno cambiato il tempo del pezzo in un più complesso 5/4, assolo ancora di Maceo Parker; With You In My Mind è un’altra splendida ballata dove si apprezzano ancora il tocco vellutato del piano di David Torkanowsky e del basso di Singleton. A chiudere Southern Nights, un brano che fu un insospettato n°1 nelle classifiche per Glen Campbell, qui con Payton alla tromba e Tork all’organo e l’attore Wendell Pierce a recitarne i versi, strana ma “magica”, come tutto il disco. Esce oggi.

Bruno Conti

Il “Ritorno” Della Band Di New Orleans: Sempre In Forma Smagliante! Subdudes – 4 On The Floor

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Subdudes – 4 On The Floor – Subdudes.com

Tra i tanti ritorni che abbiamo documentato negli ultimi anni, quello dei Subdudes, a parere del sottoscritto non può che far piacere a tutti gli appassionati: un gruppo che nel corso della sua lunga carriera ha sempre prodotto album di grande spessore, certificato da un cocktail unico del genere “americana”, sottogenere Louisiana Music. La band si è formata alla fine degli anni ottanta, quando Tommy Malone, John Magnie, Johnny Rae Allen e Steve Amedée si sono messi insieme: la loro produzione discografica che si estende su quasi quattro decenni, parte nel lontano ’89 con il disco omonimo The Subdudes, a cui fanno seguire un trittico da “urlo” con Lucky (91), Annunciaton (94), e Primitive Streak (96), per poi inaspettatamente decidere di sciogliersi (causa l’uscita dal gruppo del bassista Johnny Ray Allen) e fare alcuni concerti di addio, evento che li porterà comunque a pubblicare l’anno seguente il loro “testamento” dal vivo, il bellissimo Live At Last (97).

Dopo un lungo periodo “sabbatico” di ben otto anni, durante il quale alcuni componenti della band intraprendono una importante carriera solista (soprattutto Tommy Malone http://discoclub.myblog.it/2013/07/01/da-new-orleans-tommy-malone-natural-born-days/ ma anche http://discoclub.myblog.it/2014/05/31/delle-glorie-della-big-easy-tommy-malone-poor-boy/), parte il secondo capitolo della loro storia che, oltre ai tre membri originali Malone, Amedée e Magnie, vede l’ingresso in formazione di validi musicisti come Tim Cook e Jimmy Messa,  e una nuova fase che li porta ad incidere lavori di grande qualità come Miracle Mule (04), Behind The Levee (06), dedicato alla tragedia di Katrina, Street Symphony (07), per poi celebrare il ventennale con il superbo doppio dal vivo Live At The Rams Head (ne esiste anche una versione DVD, che contiene anche un concerto acustico Unplugged At Pleasant Plains), e chiudere anche la seconda fase con il meno riuscito Flower Petals (09). Adesso un po’ a sorpresa, girando in rete, è “apparso” questo nuovo lavoro 4 On The Floor (precisiamo subito di difficile reperibilità e dal costo molto elevato), un CD  rivisita con un suono in forma “unplugged parecchi brani degli anni 2000, e che vede in azione l’attuale line-up guidata dal “frontman” cantante e chitarrista Tommy Malone, dal fisarmonicista John Magnie, da Steve Amedée alle percussioni, e al basso Tim Cook, per undici brani che come al solito prendono la decisa ispirazione dai suoni della nativa New Orleans.

Il loro caratteristico sound spicca subito fin dall’iniziale Someday, Somehow, che in origine era su Lucky, dove si evidenzia un strepitoso insieme di voci, chitarre e fisarmonica, che si ripete anche nella seguente Oh Baby, da Miracle Mule, mentre Wishn’ è una bella ballata venata di soul, per poi passare ad un meraviglioso lento dai toni “gospel” come Known To Touch Me, ancora da Miracle Mule. suonato e cantato in modo spettacolare. Si continua con una gustosa Poorman’s Paradise, che era su Street Symphiony, dal suono cadenzato, sempre in perfetto “New Orleans style”, per poi tornare ai primi anni sessanta con la bella melodia di Wedding Rites (I Already Knew You), da Flower Petals, innaffiata da coretti “soul Stax”, riproporre in versione più “unplugged” la cantautorale Brightest Star (recuperata ancora dallo splendido Miracle Mule), e tentare la strada di  atmosfere vocali quasi alla Blind Boys Alabama per  una piacevole One Word (Peace), già in Behind The Levee. Ci si avvia alla fine con un lento di grande impatto come la corale The Rain, ennesimo brano da Miracle Mule, l’omaggio al grande Hank Williams con il country got soul di una intrigante I Saw The Light (eseguita tra gli altri in passato da Jerry Lee Lewis, Johnny Cash e Carl Perkins), e andare a chiudere in allegria con la breve e scanzonata Rockabilly Rain, il tutto a certificare che nei Subdudes come sempre scorre ancora tantissima musica di qualità.

Devo confessare che sono di parte in quanto sono sempre stato un estimatore del gruppo di New Orleans, e questo 4 On The Floor è uno dei più riusciti e maturi della loro discografia, un tributo a sé stessi sotto forma di un condensato della musica della Louisiana, un “Gumbo” misto di rock, blues, soul, country e gospel, il tutto al servizio di canzoni di valore, cantate e suonate come Dio comanda, meritoriamente in forma “unplugged”. In conclusione, un ennesimo bel ritorno dei Subdudes, con uno di quei dischi fatto con amore, e che vanno diritti al cuore degli appassionati della buona musica.  Cercatelo, gente, cercatelo, (oppure, sigh, scaricatelo in forma digitale), ne vale la pena.!

Tino Montanari

Non Sempre Si Debbono Soffrire Le Pene D’Amor Perduto, Ma Se Il Risultato E’ Questo… Luke Winslow-King – I’m Glad Trouble Don’t Last Always

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Luke Winslow-King – I’m Glad Trouble Don’t Last Always – Bloodshot Records/Ird

La tradizione dei cosiddetti “divorce album” ha ormai una lunga lista di dischi che vertono sulle pene d’amore di coppie che giungono al capolinea delle loro storie: i più fini poi la suddividono ulteriormente tra le “semplici” rotture e separazioni e i divorzi veri e propri. Alcuni esempi eclatanti, andando indietro nel tempo, ci parlano di dischi come D-I-V-O-R-C-E di Tammy Wynette e Memories Of Us di George Jones, usciti a distanza di parecchi anni uno dall’altro, in tempi più recente Rosanne Cash con Interiors e The Wheel e la “risposta” di Rodney Crowell con Life Is Messy. L’album più celebre ed importante (non a caso uno dei suoi più belli) è Blood On The Tracks di Bob Dylan, ma anche Here My Dear di Marvin Gaye, i cui proventi sarebbero dovuti andare alla ex moglie Anna Gordy, Tunnel Of Love di Springsteen, Blood And Chocolate di Costello, nella categoria dei break-up album, addirittura incrociati, con più coppie coinvolte, Rumours dei Fleetwood Mac. E quello più eclatante, in quanto inciso e portato in giro in tour quando erano ancora insieme, lo splendido Shoot Out The Lights di Richard e Linda Thompson. Ce ne sono molti altri, insieme anche a singole canzoni, ma era per rendere il concetto: come ci ha insegnato anche il blues l’artista deve soffrire per arricchire la sua ispirazione.

L’ultimo in ordine di tempo è Luke Winslow-King con questo I’m Glad Trouble Don’t Last Always (titolo quanto mai esplicativo) che narra in queste canzoni della sua separazione, e conseguente divorzio, verso la fine del 2015, con la compagna Esther Rose, che era, ad aggravare la situazione, anche stretta collaboratrice a livello musicale. Il musicista di Cadillac nel Michigan, ma da lunghi anni residente in quel di New Orleans, spesso collegato a quel cosiddetto movimento di neo-tradizionalisti (che poi non esiste) a cui vengono ascritti anche Pokey LaLarge, Meschiya Lake, gli Old Crow Medicine Show, i Carolina Chocolate Drops, ma, ripeto, un filone non mi pare ci sia e questi musicisti sono accomunati solo dal fatto che amano molto le sonorità e gli stili del passato cercando di modernizzarli, ma rimanendo all’interno della tradizione. Winslow-King ha già registrato quattro album (questo è il quinto), gli ultimi due, molto belli, per la Bloodshot, accolti con ottime recensioni, anche sul Buscadero, e che man mano spostano l’asse del sound verso un suono più elettrico. In effetti, al primo ascolto, ma anche a quelli successivi, mi sono chiesto: chi è stato a togliermi il CD dal lettore e infilarne uno di Ry Cooder degli anni ’70? Ma poi non avendo il dischetto (lo stavo ascoltando in streaming) mi sono detto, non può essere lui, la voce in effetti è diversa, ma il sound, l’approccio e anche la qualità è quella dei dischi dell’artista californiano. Entrambi sono virtuosi della slide, Winslow-King soprattutto all’acustica con il corpo di acciaio ma se la cava egregiamente pure all’elettrica, e quando non ci arriva lui c’è un fantastico musicista italiano, ebbene sì, Roberto Luti,  livornese trapiantato a New Orleans (la cui storia meriterebbe un capitolo a parte, fino alla sua “deportazione” dagli Stati Uniti, sarebbe espulsione), considerato una piccola leggenda dagli artisti locali, chiamato “il maestro Italian” della slide, che suona nel disco, insieme agli ottimi Benji Bohannon, batterista, al bassista Brennan Andes, e al tastierista Mike Lynch, tutti tesi alla creazione di quello che risulta essere un piccolo gioiellino, questo I’m Glad Trouble Don’t Last Always, album eclettico e di notevole spessore.

Luke Winslow-King non ha una voce straordinaria (neppure Ry l’aveva) ma molto espressiva, scrive belle storie che diventano splendide canzoni sulla sua recente vicenda: dall’iniziale On My Way, che anche se posta all’inizio, è un brano che racconta della conclusione della vicenda amorosa, “I’m on my way/ Across the golden valley”,  a tempo di gospel-rock, con un grandioso lavoro della slide e della band al completo, un brano sereno ed avvolgente, mentre la successiva title-track è una sorta di furiosa rilettura “bianca” della Voodoo Chile Hendrixiana, un brano che risente anche dell’influenza dei brani di Anders Osborne, altro “oriundo” trapiantato a New Orleans, che Luke conosce ed ammira, con una selvaggia chiusura a tempo di rock-blues dove Luti e Winslow-King scatenano le loro slide, per un finale sulfureo, bellissima, se mai Jimi si fosse dato con impegno al bottleneck style, e pure con un testo amaro: “When I had you/ I thought that you’d always be true/ Now look here, pretty baby/ Look what you made me do.”.

Change Your Mind è un bel mid-tempo arioso con uso di armonica, quasi pettyano nel suo sviluppo, un disperato grido di amore e sofferenza come la successiva Heartsick Blues, un folk blues rurale con il violino di Matt Rhody aggiunto, che nel testo cita pezzi di autori celebri “She’s singing ‘Please Release Me’ ( Ray Price), and ‘I’m So Lonesome I Could Cry’ [Hank Williams]/ It’s thinking about her ‘Cold, Cold Heart (ancora Hank)/ That makes me want to die”, e diventa addirittura personale in Esther Please, una disperata richiesta all’amata a tempo di blues, sempre con slide in azione.

Ma anche rassegnata in Watch Me Go, altro brano bellissimo, una sorta di Memphis sound meets The Band, ballata sopraffina. O indignato come in Act Like You Love Me, una sorta di R&R bluesato, furioso e scatenato, quasi incazzato. Louisiana Blues si aggiunge alla lunga lista di canzoni sullo stato al Sud degli States, un poderoso rock-blues, tra Little Feat e Radiators, con la slide sinistra e sinuosa di Winslow-King (o è Luti? O tutti e due)  che ci dà dentro alla grande, manco ci fosse Ry Cooder o Lowell George. A concludere la vicenda arriva No More Crying Today, una sorta di accettazione della fine della storia, altra splendida ballata avvolgente che conclude su una nota lieta, la slide raddoppiata, questa volta sognante e incalzante; un disco veramente bello, che conferma il talento di questo musicista a cui auguriamo di non dover soffrire in futuro di nuovo per fare un altro album così bello!

Bruno Conti

Sarà Solo Blues Ma Ci Piace! Kenny Neal – Bloodline

kenny neal bloodline

Kenny Neal – Bloodline – Cleopatra Records

Kenny Neal è uno dei migliori musicisti delle ultime generazioni del Blues (per quanto veleggi verso i 60, da compiersi il prossimo anno, i bluesmen per definizione, sono sempre “giovani” comunque, sino circa agli 80 anni): nativo di New Orleans, facente parte di una famiglia che fa capo a Raful Neal, altro ottimo praticante delle 12 battute, con otto dei nove fratelli impegnati anche loro nella musica, la migliore dei quali era Jackie Neal, tragicamente scomparsa nel 2005, assassinata dall’ex compagno. Kenny è probabilmente il più bravo della dinastia, chitarrista sopraffino, armonicista ed in possesso di una voce ora calda, felpata e suadente, ora potente ed imperiosa, ha al suo attivo una quindicina di album, incisi per Alligator, Telarc e Blind Pig, l’ultimo, dopo una pausa di qualche anno, un disco natalizio I’ll Be Home For Christmas, pubblicato dai “miei amici” della Cleopatra, che francamente mi ero perso. Ed ora questo Bloodline, ancora una volta molto buono, con la solita miscela di blues, soul classico dal profondo Sud, con fiati e pure screziature di New Orleans sound, aiutato da un gruppetto di eccellenti musicisti dove spiccano Tom Hambridge alla batteria (che è anche il produttore, sempre sinonimo di qualità) Tommy MacDonald al basso, Kevin McKendree e Lucky Peterson a piano e organo, oltre alle McCrary Sisters alle armonie vocali, e pure i restanti sette, dicasi sette, fratelli e sorelle di Neal, per la serie i nomi non saranno importanti, ma quando sono bravi la differenza si sente, e in questo caso la regola viene confermata.

Apertura alla grande con Ain’t Goin’ Let The Blues Die, uno di quei classici brani in cui in tre minuti o poco più si citano alcuni dei grandi del genere in una sorta di celebrazione profana, con fiati sincopati, organo e voci di supporto in grande spolvero che danno un tocco gospel, con Kenny Neal maestro di cerimonie con la sua voce rauca e potente, oltre ad una slide sinuosa che caratterizza la canzone. Non tutto il resto del disco è di questo livello, ma ci si difende alla grande, Bloodline potremmo definirlo uno swamp blues d’amosfera, direttamente dalle paludi della Louisiana, con Neal che si sdoppia all’armonica, mentre Plain Old Common Sense, un ciondolante shuffle, è solo del buon vecchio classico blues, sempre con uso di fiati, svisate di organo e piano saltellante, su cui il buon Kenny innesta la sua solista dalle linee fluide, nitide e ricche di inventiva. Molto bella anche la cover del super classico di Willie Nelson Funny How Time Slips Away, cantata alla grande da Neal e che diventa una sorta di ballata R&B/counrty di grande fascino, grazie al lavoro di cesello di McKendree al piano e con lo stesso Kenny che accarezza la sua chitarra, mentre archi, organo e le coriste accrescono questa aria à la Ray Charles Modern Sounds In Country & Western Music, un gioiellino. Keep On Moving, più mossa, tra funky e R&B, gode sempre dell’ottimo lavoro della sezione fiati di Ware, Huber, Summers e Robbins, citiamoli tutti perché sono veramente bravi, l’organo di Lucky Peterson e la chitarra di Neal sono le ciliegine sulla torta.

I Go By Feel è uno slow blues in area B.B. King The Thrill Is Gone, linee classiche della solista, fiati sincopati e la voce struggente del nostro amico per celebrare il “rito” delle dodici battute per una ennesima volta; più leggerina, ma molto gradevole, I’m So Happy, come quelle vecchie canzoni Stax che andavano alla radio nei tempi che furono. In Blues Mobile, uno shuffle molto mosso, Kenny sfodera di nuovo l’armonica, che se non incide come la sua chitarra, poco ci manca, mentre tutta la band, piano, fiati, voci di supporto e sezione ritmica lo segue come un tutt’uno, ottimo; I Can’t Wait è un momento più intimo e raccolto, Steve Dawson alla Weissenborn, Bob Britt (marito di Etta) all achitarra acustica, John Lancaster al piano e Hambridge alle percussioni, tutti in “missione” acustica per sostenere l’armonica e la voce di Neal. Poi ci si rituffa nel deep soul modello Stax/Atlantic, Sam & Dave, Wilson Pickett, c’avete presente, quella “robetta” lì che ci porta in quel di Memphis, grazie a ottimi soli di tromba e sax, oltre all’immancabile chitarra del nostro, la canzone si chiama Real Friend. Prima di lasciarci Kenny Neal ci regala un altro omaggio, ancora più esplicito del precedente, con la sontuosa Thank You BB King si celebra uno dei più grandi del Blues, sia con le parole che con la musica e se non c’è Lucille in azione poco ci manca. Per parafrasare i Glimmer Twins, “sarà solo blues ma ci piace”!

Bruno Conti

Il “Ritorno” Di Una Leggenda: Anche Lui 75 Anni Portati Benissimo! Aaron Neville – Apache

aaron neville apache

Aaron Neville – Apache – Tell It Records

A volere ben vedere non è che Aaron Neville se ne fosse mai andato, continua a fare dischi con regolarità, ogni tre o quattro anni: l’ultimo era stato My True Story, un disco di cover uscito nel 2013 per la Blue Note, prodotto da Don Was, e dedicato al doo-wop (ma non solo, c’erano anche brani di Curtis Mayfield, delle Ronettes, persino di R&R). Però è stato l’unico per la prestigiosa etichetta distribuita dalla Universal, come era stato nel 2006 per Bring It On Home…Tho Soul Classics, altro disco di cover uscito per la Burgundy distribuita dalla Sony/Bmg, e prima ancora per Nature Boy: The Standards Album, un disco sui grandi classici del songbook americano pubblicato dalla Verve. Quando le varie etichette delle majors non gli rinnovano il contratto lui ritorna alla propria etichetta, la Tell It Records, e ci regala un nuovo album. Questa volta, dopo molti anni, i brani contenuti nel disco portano quasi tutti la sua firma, da solo o in compagnia di Eric Krasno (dei Soulive) Dave Gutter (Rustic Overtones), che producono il CD, e Krasno ci suona pure. Quindi tutto materiale originale, e anche, in  molti brani, un ritorno all’energia e alla carica, se non proprio allo stile, dei vecchi dischi dei Neville Brothers. Ma non solo, oltre a Krasno, che suona basso, chitarra e tastiere, c’è anche la sezione fiati della Daptone, quella dei dischi di Sharon Jones per intenderci, oltre a musicisti del giro Soulive Lettuce (altra band di Krasno), e persino tale Eric Bloom, che però non è quello dei Blue Oyster Cult come è stato scritto, ma l’omonimo trombettista di New Orleans che suona nei Lettuce.

E il risultato, molto buono, è un disco, dove a fianco delle consuete ballate, poche, cantate nello splendido languido falsetto che da sempre è il marchio di fabbrica di Aaron Neville, ci sono anche brani decisamente più mossi che attingono al classico sou/R&B di New Orleans ed in generale al funky e alla musica nera più genuina. Insomma anche questo signore, che pure lui quest’anno compie 75 anni, dimostra di avere ancora molte frecce al suo arco. Prendiamo l’apertura affidata a Be Your Man, un brano scritto dall’accoppiata Krasno Gutter, che sembra uscire da una colonna sonora Blaxploitation dell’amato Curtis Mayfield o di Isaac Hayes, con fiati, percussioni, chitarre con wah-wah che ondeggiano gagliardi sotto la voce sempre inconfondibile e in gran spolvero di Neville, se non sono i Neville Brothers, poco ci manca https://www.youtube.com/watch?v=9MamxVm9jmY , o All Of The Above, uno splendido mid-tempo soul, con inserti di doo-wop nei coretti dei vocalist aggiunti e i fiati sincopati in stile quasi jazz, che ci regalano una bella foto della migliore musica nera made in Louisiana, anche se è stata registrata a New York. Orchid In The Storm con il falsetto che comincia ad entrare in azione è un’altro bellissimo esempio di come il vecchio R&B non abbia al momento rivali in quello cosiddetto “nuovo”, quando ci sono musicisti di grande valore in azione, come in questo disco, e i fiati liberi di improvvisare su una melodia irresistibile lo testimoniano.

Stompin’ In The Ground, è un omaggio alla città di New Orleans, nel testo e nella musica, un piccolo capolavoro di gumbo music che presenta il meglio dei ritmi e dei saporti di quella città, funky alla Dr. John, Professor Longhair, Allen Toussaint (e tanti altri che vengono sciorinati come in una litania da Aaron), senza dimenticare ovviamente Meters Neville Brothers,  il tutto eseguito con classe e grande perizia, un gioiellino. La prima ballata, Heaven, ti spedisce veramente in paradiso, con quella voce ancora meravigliosa ed intatta, inconsueta in questo “omone”, che intona un omaggio tra gospel e deep soul alle glorie del Signore https://www.youtube.com/watch?v=626iEiklGqM . Cambio di ritmo per Hard To Believe, con un groove circolare di basso che sorregge il ritmo funky e danzereccio, nel senso più nobile del termine, della canzone, con fiati, piano elettrico, chitarra e sezione ritmica tutti sul pezzo; con la successiva Ain’t Gonna Judge You che alza ulteriormente l’asticella del funky, in un tripudio di ritmi e sapori sonori, anche l’organo in questo caso, e mastro Neville che guida le operazioni da par suo. La seconda ballata, più mossa di Heaven, con un ritmo leggermente reggae, ma anche inserti di puro soul alla Marvin Gaye, si chiama I Wanna Love You ed è l’occasione per ricordare i vecchi errori del passato. Mentre Sarah Ann, dedicata alla moglie, è un limpido esempio di doo-wop alla Drifters, con quella voce splendida sempre in grado di emozionare quando vola verso il suo falsetto irraggiungibile e perfetto (ho fatto la rima) https://www.youtube.com/watch?v=Q1JGkpW_82M .

Mancano gli ultimi due brani, Make Your Momma Cry, forse ancora reminiscenze del giovane Aaron sulla sua infanzia ed adolescenza, è una costruzione ipnotica e spaziale, degna di nuovo dei migliori Neville Brothers, con i musicisti che quasi “scivolano” su un mood sonoro avvolgente e magico, con fiati, tastiere e chitarra sempre impeccabili. E per concludere, anche una dichiarazione “politica” e sociale universale come Fragile World, un brano che ruba quasi i ritmi jazz in 5/4 di Time Out, arricchiti da elementi di New Orleans music, il tutto in uno spoken word di Neville che però forse spezza l’atmosfera complessiva dell’album, ma è un piccolo appunto per un disco globalmente di grande qualità che sancisce il “ritorno” di un grande artista. Speriamo che non sia l’ultimo degli Apache!

Bruno Conti   

“Reale Fratellanza Sudista”, Versione II Capitolo Secondo. Royal Southern Brotherhood – The Royal Gospel

royal southern brotherhood - royal gospel

Royal Southern Brotherhood – The Royal Gospel – Ruf Records                   

Questo è il secondo capitolo in studio della versione Mark II della “Reale Fratellanza Sudista”: rispetto al disco precedente Don’t Look Back, uscito lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2015/05/14/cambia-la-fratellanza-parrebbe-meglio-royal-southern-brotherhood-dont-look-back/ , c’è stato un ennesimo cambiamento nella formazione, Darrell Phillips ha sostituito al basso il membro originale Charlie Wooten, dopo gli avvicendamenti avvenuti tra il 2014 e il 2015, quando Bart Walker e Tyrone Vaughan erano subentrati a Devon Allman e Mike Zito, lasciando solo Cyril Neville e Yonrico Scott dei musicisti presenti nel primo album. Diciamo che anche questo album di studio (pur segnalando ulteriori passi avanti, già evidenziati nel precedente CD) è comunque inferiore alla dirompente potenza che i Royal Southern Brotherhood sono in grado di esprimere nei loro concerti dal vivo, come evidenziato dallo splendido CD/DVD della serie Songs From The Road. Come si usa dire, The Royal Gospel cresce dopo ripetuti ascolti, e anche se la produzione di David Z (come del suo predecessore Jim Gaines) continua a non soddisfarmi del tutto, ci sono parecchi brani sopra la media in questo quarto album della band sudista. Intanto il disco è stato registrato in presa diretta, in sette giorni, a New Orleans ai Dockside Studios nel febbraio di quest’anno e si sente (sia come locations che come freschezza nell’approccio); come si sente la presenza del membro aggiunto Norman Caesar, alle tastiere e in particolare all’organo Hammond B3, che aggiunge profondità e tocchi gospel soul al suono del gruppo, e poi anche le canzoni, spesso firmate collettivamente, hanno una maggiore compattezza e spessore, pur puntando comunque più sui grooves e le soluzioni ritmico-soliste che sulla melodia, ma a lungo andare, devo dire, piacciono.

Peraltro lo spirito delle “famiglie del Sud” vive sempre nella band, se Cyril Neville rappresenta appunto il lato gumbo soul dei Neville Brothers, Tyrone Vaughan (figlio di Jimmie e quindi nipote di Stevie Ray) rimpiazza lo spirito rock della famiglia Allman, che era detenuto da Devon. Probabilmente Vaughan e Walker, pur essendo fior di strumentisti, sono inferiori a Walker e Zito, ma si amalgamano meglio nel tessuto sonoro d’insieme, e i loro strumenti sono spesso e volentieri in primo piano. Come si evince dalla prorompente scarica di energia rock della iniziale Where There’s Smoke There’s Fire, un pezzo firmato da Neville e Vaughan che brilla per il lavoro delle due chitarre, sia solistico che di tessitura, quanto per gli intrecci vocali, anche se la produzione di David Z al solito è fin troppo carica, comunque partenza eccellente https://www.youtube.com/watch?v=dxN5D8_Adr0 . I’ve Seen Enough To Know ha dei tratti sonori decisamente più gospel-soul, reminiscenti del sound dei Neville Brothers, anche se un filo troppo “leccati”, ma il tocco dell’organo, le percussioni di Cyril e il lavoro ritmico sono decisamente raffinati https://www.youtube.com/watch?v=Hh6iblzzmdA , ma è in Blood Is Thicker Than Water che i due mondi si fondono alla perfezione, il tocco santaneggiante delle chitarre, il groove figlio della Louisiana dei migliori Neville, tra soul, R&B e funky, qualche inserto caraibico, con Walker e Neville che sono le due guide vocali, e gli inserti blues-rock delle due soliste sono fulminanti.

I Wonder Why accentua gli elementi blues, ma anche quelli gospel, con il classico call and response che si inserisce in un crescendo di intensità, e anche I’m Coming Home mantiene questo spirito grintoso, tra il ritmo marziale della batteria, i soliti interventi mirati delle due chitarre, sempre pronte alla bisogna e l’organo che scivola languido sullo sfondo. Everybody’s Pays Some Dues è ancora più sbilanciata sul lato blues, sempre però con quello spirito funky presente nel brano, e le chitarre fanno sempre la differenza, come nei concerti dal vivo; Face Of Love è la prima ballata dell’album, introdotta da un bel arpeggio di acustica, poi si sviluppa in un notevole crescendo, cantato con voce melliflua da un ispirato Cyril Neville, che si conferma vocalist di tutto rispetto. Land Of Broken Hearts torna al southern rock del brano iniziale, con poderose folate chitarristiche, con Spirit Man che privilegia di nuovo il lato più blues ed autentico della band, grintoso e classico al tempo stesso, assolo di slide incluso. Hooked On The Plastic è di nuovo puro funky Neville syle, come pure Can’t Waste Time, mentre la conclusiva Stand Up è una coinvolgente esplosione di tipo rock’n’soul.

Bruno Conti

“Solo” Un Altro Gruppo Da New Orleans: Bayou Americana, Per Gradire! Honey Island Swamp Band – Demolition Day

honey island swamp band demolition day

Honey Island Swamp Band – Demolition Day – Ruf Records

L’ultima uscita della Ruf, il CD di Andy Frasco & The U.N., non mi aveva entusiasmato http://discoclub.myblog.it/2016/04/16/mi-aspettavo-piu-andy-frasco-and-the-u-n-happy-bastards/ . Ma l’etichetta tedesca si riprende subito con questa ottima proposta di un’altra band americana, anzi di New Orleans per la precisione. La Honey Island Swamp Band, gruppo della Louisiana che aveva raccolto positive recensioni anche sul Blog per il precedente Cane Sugar http://discoclub.myblog.it/2013/09/20/good-news-from-louisiana-honey-island-swamp-band-cane-sugar/ . Ma il quartetto (ora ampliato a quintetto) ha già una decina di anni di attività sulle spalle, con tre album di studio e un EP pubblicati, oltre ad un paio di titoli dal vivo della serie Live At Jazz Fest. Lo stile della band è una riuscita fusione di rock, soul, funky, blues, swamp music, con spruzzate anche di country e folk, che loro stessi, con felice espressione, hanno definito “Bayou Americana” https://www.youtube.com/watch?v=6rZ35Dy8RwY . Quindi a grandi linee siamo dalle parti di altre grandi band della Crescent City tipo Subdudes e Radiators, oltre agli inevitabili paragoni con Little Feat e Band, ma diciamo che le componenti “nere” sono meno accentuate che negli altri gruppi citati. Nella formazione i due leader sono il cantante, chitarrista, mandolinista, all’occorrenza anche armonicista Aaron Wilkinson, che è puree l’autore principale delle canzoni, e il chitarrista, virtuoso della slide, Chris Mulé, anche lui autore prolifico https://www.youtube.com/watch?v=IXeV90lcop0 . L’ottima sezione ritmica è composta da Sam Price al basso e Garland Paul alla batteria: con tutti e quattro i musicisti che apportano le loro eccellenti armonie vocali al suono complessivo del gruppo. Che aggiunge l’ultimo arrivato, il tastierista Trevor Brooks, a completare un sound già ricco,

Il disco precedente era stato prodotto dallo specialista di New Orleans John Porter con ottimi risultati, questa volta in città, al Parlor Studio, si è calato Luther Dickinson. Se l’anno scorso vi era piaciuto, come al sottoscritto, molto,  il disco dei Wood Brothers, qui troverete un altro dischetto più che soddisfacente http://discoclub.myblog.it/2015/12/27/recuperi-sorprese-fine-anno-2-peccato-conoscerli-the-wood-brothers-paradise/ . L’apertura è affidata a How Do You Feel, un pezzo che sembra provenire da una riuscita fusione degli Stones americani a tutto riff e degli intrecci vocali di gruppi come la Band e i Little Feat, con Mulé, l’autore del brano, che intreccia la sua slide con le fluide cascate di note del piano di Brooks, che ricorda molto il tocco del vecchio Nicky Hopkins, con tanto di gran finale di sax che ci ricorda appunto i Rolling di Sticky Fingers. grande inizio. Head High Water Blues, racconta i fatti conseguenti all’uragano Katrina, un evento che ha segnato tutti i musicisti della band, costretti a emigrare a San Francisco per un periodo di tempo, e lo fa a tempo di funky-blues, con la consueta slide tagliente di Mulé, ma anche interventi di Wilkinson con la seconda solista, tastiere “scure” e molto Gumbo nel suo dipanarsi, la voce caratteristica di Wilkinson, ottimo vocalist, qui autore del brano; No Easy Way parte lenta e solenne, quasi funerea, poi innesta un ritmo in crescendo, sulle ali della agile sezione ritmica, interventi mirati dei fiati, e quella slide incombente sullo sfondo del tessuto sonoro del pezzo, che sottolinea l’ottima performance vocale di Wilkinson, mentre un organo vintage dà il tocco in più, per un effetto che a tratti ricorda anche i Neville Brothers, con le percussioni ad aggiungere un feel quasi latino. Medicated, dell’accoppiata Wilkinson/Mulé, ha un’aria più spigliata e sbarazzina, quasi sixties, mi ricorda certe cose della prima J.Geils Band,  anche nell’approccio vocale, ritmo ed energia per un pezzo coinvolgente.

Watch And Chain, con un bel piano elettrico, poi ricorrente, ad aprire le procedure, si avvicina a quel sound Subdudes/Radiators di cui si diceva, sempre il bottleneck di Mulé che incombe sul tutto e ritmi spezzati tra blues e rock di sostanza, con i fiati che sottolineano la voce di Aaron, con improvvisi stacchi funky https://www.youtube.com/watch?v=7Kvml9a5Mok . Katie scritta da Mulé, è una canzone quasi folk, solo chitarra acustica, armonica ed una ritmica discreta, deliziosa nella sua semplicità, il tocco di organo è geniale https://www.youtube.com/watch?v=d8LBRTgxrE0 , mentre Ain’t No Fun è un southern-blues-rock, con la slide potente di Mulé di nuovo in azione, e quel groove che ricorda i vecchi Little Feat ma anche le twin guitars degli Allman Brothers, grande brano, con il basso di Sam Price che è una vera potenza. She Goes Crazy, di nuovo di Mulé, ha  un groove elettroacustico che tanto ricorda i vecchi Subdudes, ma è meno efficace di altri brani; Through Another Day è uno dei brani più potenti della raccolta, introdotto dal suono dell’armonica, poi si sviluppa su intricate atmosfere southern che ricordano il sound dei primi Widespread Panic, con eccellenti intrecci chitarristici. Say It Isn’t True è una bellissima ballata con armonica, piano e una delicata chitarra wah-wah ad incorniciare una splendida performance vocale di Aaron Wilkinson. Il mandolino e l’acustica slide che aprono la conclusiva Devil’s Den, scritta insieme a John Mooney, potrebbero far pensare ad un brano tranquillo, ma poi il pezzo si sviluppa in un notevole crescendo e diventa quasi epico, pur rimanendo nei suoi tratti di “Bayou Americana”. Consigliato di cuore!

Bruno Conti