Una Geniale E Moderna Opera Folk ! Micah P. Hinson Presents The Holy Strangers

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Micah P. Hinson – Present The Holy Strangers – Full Time Hobby CD

Prendere o lasciare, secondo molti Micah P. Hinson o lo si ama oppure lo si detesta, se volete il mio parere non dovete fare altro che andare a rileggere su questo blog la recensione di Micah P.Hinson And The Nothing, il precedente album di studio http://discoclub.myblog.it/2014/03/18/sfigato-professione-micah-p-hinson-micah-p-hinson-and-the-nothing/ . Con questo nuovo lavoro, The Holy Strangers, il “genietto”, texano di Abilene (ma nato a Memphis), racconta le traversie di una famiglia in tempo di guerra, partendo fin dalla nascita per poi sviluppare la “saga” tra amori, matrimoni, tradimenti, che si finalizzano in omicidio e suicidio, un progetto ambizioso che ha richiesto ben due anni di produzione, con la particolarità di avvalersi di una originale strumentazione e registrazione “vintage”, che ha partorito 14 brani (inclusi 5 brani strumentali, che uniscono come un fil rouge tutta la storia), con le consuete ballate scarne e come sempre fondamentalmente acustiche (e chi lo segue le conosce benissimo), con l’apporto dell’ennesima nuova “backing band” composta da Andrea Ruggerio e Ambra Chiara Michelangeli a violino e viola, Jaime Romain al cello, Nicholas Phelps alla lap-steel, John Plumlee alle percussioni elettroniche, i fratelli Pablo e Manuel Moreno Sanchez al cello e violino, quasi tutti impiegati solo in un brano o due, a parte il pianista e tastierista Kormac  e le ragazze agli archi o due, nonché con una partecipazione familiare che vede la moglie Ashley e il figlio Wiley ai cori (per la verità il figlio al “pianto”), un insieme che dà all’album uno sviluppo musicale classico e decadente. Tutti gli altri strumenti e le “manipolazioni sonore” sono dello stesso Hinson.

L’intrigante “romanzo americano” di Micah P.Hinson si apre con il lento e dolente strumentale The Temptation, subito seguito dalle bellissime note “dark” di The Great Void, per poi rispolverare con Lover’s Lane lo spirito del grande Johnny Cash, intervallato da un altro strumentale The Years Tire On, che si distingue per un crescendo orchestrale ripetuto. La narrazione riparte con una ninna nanna lenta e dolente come Oh Spaceman (appunta dedicata al figlio, che però non pare apprezzare https://www.youtube.com/watch?v=5z2f78fmMQY), il breve ma intenso orchestrale The Holy Strangers (con i meravigliosi violini delle musiciste italiane Ruggerio e Michelangeli), il lungo parlato recitativo di Micah Book One, una suggestiva parabola “biblica” che ripercorre in toto l’infanzia di Hinson, seguita dal maestoso incedere di archi e violini di The War. Con la spettrale e triste The Darling, si torna ai valzer crepuscolari dei primi lavori di Micah, ci adagiamo sulle note dei violini di The Awakening, per poi commuoverci con le poetiche parole di una meravigliosa The Last Song, un brano che non stonerebbe nel repertorio di Nick Cave. La parte finale della narrazione prosegue con un ulteriore strumentale The Memorial Day Massacre (il punto musicale forse più interessante del disco), mentre si racconta della “morte” nell’arioso folk-country di The Lady From Abilene, e dell “suicidio” nella  dolente cantilena texana di una Come By Here a dir poco commovente.

Senza ombra di dubbio questo “concept-album” The Holy Strangers è il disco più ambizioso della carriera dell’ex “sfigato” Micah P.Hinson, un grande romanzo americano che, se ipoteticamente si togliesse la musica, potrebbe forse essere stato scritto, usando una iperbole, da grandi scrittori quali sono stati William Faulkner e John Steinbeck. Per chi scrive, fin dal lontano esordio Micah P.Hinson è parso un talento di assoluta purezza, in quanto sa scrivere canzoni con un senso perfetto della melodia, ed è dotato di una voce perfettamente riconoscibile (quasi da “crooner” anni cinquanta), e, ritornando all’affermazione iniziale, chi lo ama sa già cosa aspettarsi (e di conseguenza apprezzerà anche questo nuovo lavoro), agli altri porgo l’umile consiglio di approfondire gli album precedenti senza alcun pregiudizio.   

Tino Montanari

Un Ottimo “Esordio” Per Due Promettenti Ragazze! Shelby Lynne & Allison Moorer – Not Dark Yet

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Shelby Lynne & Allison Moorer – Not Dark Yet – Silver Cross/Thirty Tigers CD – 18-08-2017

Non tutti sanno che Shelby Lynne ed Allison Moorer, oltre ad essere due belle ragazze (anzi donne, dato che vanno entrambe per la cinquantina) e due brave cantautrici, sono anche sorelle: infatti il nome completo della Lynne è Shelby Lynn Moorer http://discoclub.myblog.it/2010/05/19/un-disco-di-gran-classe-shelby-lynne-tears-lies-and-alibis/ . A parte queste considerazioni di parentela, le due musiciste hanno sempre condotto due carriere parallele, con alterne soddisfazioni e senza mai neppure rischiare di diventare delle superstars al livello, per esempio, di una Trisha Yearwood o di una Reba McEntire: troppa qualità nella loro musica, e troppo poche concessioni al pop che a Nashville spacciano per country, anche se la Lynne qualcosa negli anni, ad inizio carriera, ha concesso (ed infatti ha venduto più della sorella, che ha sempre mantenuto la barra dritta, proponendo un country di stampo cantautorale di ottimo livello http://discoclub.myblog.it/2015/04/02/pene-damor-perduto-ritorno-alle-origini-del-suono-allison-moorer-down-to-believing/ ). Un disco insieme però non lo avevano mai fatto, almeno fino ad ora: Not Dark Yet è infatti il primo album di duetti delle due sorelle, che hanno deciso per questo loro “esordio” di riporre le rispettive penne (tranne in un caso) e di omaggiare una serie di autori da loro amati, scegliendo nove brani molto eterogenei, canzoni di provenienza non solo country, ma anche rock, folk e addirittura grunge (e privilegiando titoli tutt’altro che scontati), arrangiando il tutto in maniera raffinata e con sonorità pacate, gentili e meditate, a volte quasi notturne, con le due voci al centro di tutto ed un accompagnamento sempre di pochi strumenti.

E per quanto riguarda la scelta dei musicisti sono state fatte le cose in grande: la produzione è infatti nelle mani del bravo Teddy Thompson (figlio di Richard e Linda), che ha riunito una superband formata da Doug Pettibone e Val McCallum alle chitarre (entrambi a lungo con Lucinda Williams), Don Heffington e Michael Jerome alla batteria, Taras Prodaniuk al basso e soprattutto il formidabile Benmont Tench (degli Heartbreakers di Tom Petty, ma che ve lo dico a fare?) protagonista in quasi tutti i brani con il suo splendido pianoforte, essenziale per il suono di questo disco, a volte quasi al livello delle voci delle due leader. Il resto lo fanno le canzoni e la bravura di Shelby ed Allison nell’interpretarle, a partire dall’iniziale My List, un brano della rock band di Las Vegas The Killers: non conosco l’originale, ma qui siamo di fronte ad una intensa ballata, intima e toccante, con le due voci che si alternano fino all’ingresso della band, momento in cui il suono si fa pieno e con il predominio di piano, chitarre ed organo, davvero una bellissima canzone. Every Time You Leave è un brano dei Louvin Brothers, affrontato in modo classico, voci all’unisono ed arrangiamento di puro ed incontaminato stampo country, sullo stile del trio formato da Emmylou Harris, Dolly Parton e Linda Ronstadt, ancora con uno splendido pianoforte; Not Dark Yet è una delle più grandi canzoni degli ultimi vent’anni di Bob Dylan, ed è materia dunque pericolosa: le due ragazze scelgono intelligentemente di non variare più di tanto l’arrangiamento, lasciando il mood malinconico dell’originale ma rendendo l’atmosfera meno cupa ed accelerando leggermente il ritmo.

E poi una grande canzone, se sei bravo, resta sempre una grande canzone. I’m Looking For Blue Eyes è un’altra intensa slow ballad scritta da Jessi Colter, ancora con piano, chitarra e le due voci in gran spolvero; splendida Lungs, di Townes Van Zandt, una western tune perfetta per le due sorelle, con lo spirito del grande texano presente in ogni nota, un uso geniale del piano e l’atmosfera tesa e drammatica tipica del suo autore, mentre The Color Of A Cloudy Day è il brano più recente della raccolta, essendo del duo marito e moglie Jason Isbell/Amanda Shires, ed è l’ennesima bellissima canzone del CD, anzi direi una delle più belle, con una melodia di cristallina purezza: complimenti per la scelta. Silver Wings di Merle Haggard è forse la più nota tra le cover presenti, e le Moorer Sisters la trattano coi guanti di velluto, mantenendo arrangiamento e melodia originali ma aggiungendo il loro tocco femminile, mentre Into My Arms è una sontuosa ballata di Nick Cave (apriva il bellissimo The Boatman’s Call), riproposta con grande classe e finezza, e con una dose di dolcezza e sensualità che obiettivamente al songwriter australiano mancano. Il CD, che è quindi tra le cose migliori delle due protagoniste, si chiude con una sorprendente Lithium dei Nirvana, che è il brano più elettrico della raccolta anche se siamo distanti anni luce dal suono di Cobain e soci (ed è comunque la scelta che mi convince meno), e con Is ItToo Much, unico brano nuovo scritto dalle due, un pezzo notturno e suggestivo il cui suono a base di chitarra sullo sfondo e pianoforte cupo fa venire in mente le atmosfere di Daniel Lanois: un finale che, oltre a confermare la bontà del disco, dimostra che se volessero le due sorelle potrebbero bissare con un intero album di brani autografi dello stesso livello.

Esce il 18 Agosto.

Marco Verdi

The Best Of 2016, Il Meglio Delle Riviste Internazionali: Mojo E Uncut

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Ed eccoci come di consueto alla panoramica sulle classifiche di fine anno espresse da riviste cartacee, mensili e quotidiani,  più alcuni siti scelti tra quelli che reputo, secondo un giudizio insindacabile (scherzo!) i più interessanti, ma anche qualcuna di cui non condivido praticamente nulla, prossimamente. Quest’anno mi sembra, seguendo i gusti del Blog, che la qualità delle scelte sia migliorata, ovvero meno rap, hip-hop, musica elettronica ed altre delizie del genere, ma poi rimangono alcuni irriducibili che indicano solo quei tipi di album “irricevibili”, secondo chi scrive (meno degli anni scorsi, ripeto). Partiamo con le scelte di Mojo Uncut, nel caso in cui ne abbiamo parlato sul blog, trovate anche il link del Post relativo al disco in questione, e a seguire anche i link di alcuni video degli album in classifica.

MOJO – Best LPs of 2016
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01 David Bowie – Blackstar
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02 Michael Kiwanuka – Love & Hate
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03 Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
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04 Lambchop – Flotus
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05 Leonard Cohen – You Want It Darker
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06 Iggy Pop – Post Pop Depression
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07 Frank Ocean – Blonde
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08 Paul Simon – Stranger To Stranger
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09 PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project
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10 Heron Oblivion – Heron Oblivion
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11 Radiohead – A Moon Shaped Pool
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12 Beyonce – Lemonade
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13 Teenage Fanclub – Here
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14 Charles Bradley – Changes
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15 The Cult – Hidden City
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Uncut‘s Top 15 Albums of 2016
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01 David Bowie – Blackstar
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02 Radiohead – A Moon Shaped Pool
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03 Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
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04 Leonard Cohen – You Want It Darker
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05 Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung
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07 Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide To Earth
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08 Anohni – Hopelessness
09 Teenage Fanclub – Here
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11 Thee Oh Sees – A Weird Exits
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12 Brian Eno – The Ship
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13 Drive-By Truckers – American Band
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14 Bon Iver – 22, A Million
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15 Wilco – Schmilco
Per oggi è tutto, alla prossima,

Un’Altra Splendida (Quasi) Settantenne! Marianne Faithfull – No Exit

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Marianne Faithfull – No Exit – EarMusic DVD – BluRay – DVD + CD – BluRay + CD

Ormai quasi tutti i musicisti per i quali vibriamo stanno celebrando, o hanno già celebrato da qualche anno, i cinquanta anni di carriera. Anche Marianne Faithfull, cantante londinese musa nei sixties di Mick Jagger e Keith Richards (con Mick ha avuto anche una lunga e burrascosa relazione), oggi sessantanovenne (ne fa settanta a Dicembre), ha tagliato il traguardo due anni orsono, e ha festeggiato l’evento con una tournée che sulla carta doveva promuovere il suo ultimo disco di studio, l’ottimo Give My Love To London (uno dei suoi migliori, ma è già da diversi anni che la bionda Marianne fa solo dischi belli), ma in pratica è diventata un pretesto per rileggere pagine più o meno note del suo percorso d’artista. Molto famosa negli anni sessanta, anche per la sua maliziosa bellezza, Marianne ha avuto un crollo di popolarità nei seventies, anche in conseguenza di uno stile di vita non proprio da monaca: è arrivata fino a conoscere l’inferno, ma ha saputo risalire e reinventarsi, più o meno dall’album Broken English del 1979, come raffinata chanteuse ed interprete sopraffina (ma continua anche oggi a scrivere diverse canzoni di suo pugno), complice anche una metamorfosi vocale, causata da sigarette e stravizi, che ha aggiunto ancora più fascino alle sue canzoni, una voce quasi “brechtiana”; d’altronde la Faithfull ha origini mitteleuropee, essendo discendente da parte di madre della nobile dinastia dei Von Sacher – Masoch (un nome che solo a sentirlo fa venire in mente giarrettiere, guepières e frustini di pelle nera).

Oggi Marianne è una signora invecchiata e con qualche problema fisico (nel BluRay di cui mi accingo a parlare cammina accompagnata da un bastone e ha chiari problemi di movimento), ma il viso reca ancora tracce di quando faceva girare la testa a mezza Londra, e quando apre bocca, sia per introdurre in maniera pacata le canzoni sia per cantarle, rivela una classe immensa ed immutata, ad un livello che recentemente ho riscontrato solamente in Joan Baez e, parlando di uomini, in Leonard Cohen. No Exit è il suo nuovo DVD dal vivo (o BluRay, filmato in una splendida definizione), registrato a Budapest (quindi non lontano da dove discende), che mette in fila in un’ora e mezza precisa sedici brani scelti tra più o meno famosi con, nella versione doppia, una selezione di dieci pezzi dallo stesso concerto (due-tre in più ci stavano, se proprio non si voleva fare un CD doppio). Marianne sopperisce la scarsa forma fisica con una capacità interpretativa formidabile, con la sua voce figlia di mille battaglie che si staglia carismatica e fragile nello stesso tempo, una voce che è uno strumento in più aggiunto a quelli presenti sul palco: la band è ridotta, solo quattro elementi, ma suonano in maniera davvero sopraffina, specialmente lo straordinario pianista Ed Harcourt (che è anche un artista in proprio avendo già pubblicato sette album), dotato di un tocco e di una liquidità scintillante (e comunque gli altri tre non sono di molto inferiori: Rob McVey, chitarrista misurato e sempre funzionale alla canzone, mai una nota fuori posto, e la superba sezione ritmica formata da Jonny Bridgewood al basso e Rob Ellis alla batteria).

Il concerto si apre con la saltellante title track del disco di due anni fa, scritta insieme a Steve Earle, un brano dalla melodia immediata anche se ripetitiva, alla quale la voce di Marianne dona profondità; Falling Back (scritta con la cantautrice Anna Calvi) ha una splendida introduzione full band, con un suggestivo riff di pianoforte, ed il brano fa venire la pelle d’oca tanto è bello, grazie anche all’interpretazione da brividi di Marianne e la formidabile performance di Harcourt. Broken English non ha bisogno di presentazioni, è uno dei classici della Faithfull, e questa versione decisamente elettrica e pulsante le rende giustizia, una rinfrescata ad un brano che ha dato una svolta alla sua carriera; Witches Song, che Marianne dice di aver composto dopo aver visto Il Sabba Delle Streghe di Goya al Prado di Madrid, è un pezzo ritmato, vivace e più solare dei precedenti, con una chitarra acustica a scandire il ritmo ed il solito bel piano liquido, mentre Price Of  Love, una cover di un brano degli Everly Brothers, ha un arrangiamento “cattivo” e dai toni rock-blues. Marathon Kiss è invece stata scritta da Daniel Lanois (che aveva prodotto per Marianne il bellissimo Vagabond Ways), e presenta le tipiche sonorità rarefatte del musicista canadese, un gran bel pezzo che la Faithfull ci propone con un feeling enorme: si sente la fragilità della voce, ma proprio per questo il tutto risulta più vero e spontaneo. L’acustica ed intensa Love More Or Less (se non vi emozionate all’ascolto di brani come questo non siete umani) precede la classica As Tears Go By, il noto brano dei Rolling Stones che all’epoca Marianne fece sua, la canzone non perde un’oncia della sua bellezza, e la voce matura e profonda della leader ne offre la versione forse definitiva: brividi lungo la schiena.

Splendida anche la mossa Come And Stay With Me , un pezzo scritto per lei nel 1965 da Jackie DeShannon, caratterizzata da una melodia pop diretta e godibile; Mother Wolf ha invece una ritmica cupa e minacciosa, ed è meno immediata delle precedenti, ma poi è la volta della celeberrima Sister Morphine, il pezzo scritto dagli Stones pensando a lei (che è anche co-autrice), un brano ancora oggi drammatico e di una potenza emotiva incredibile, punteggiata dai lancinanti riff di chitarra di McVey (nell’originale degli Stones la suonava Ry Cooder). Bella ed intensa anche Late Victorian Holocaust di Nick Cave, un autore molto amato da Marianne; Sparrows Will Sing è invece stata donata alla Faithfull da Roger Waters, e ha una melodia tipica del suo autore, con un arrangiamento forte e molto rock ed una sezione ritmica pulsante, mentre The Ballad Of Lucy Jordan, del noto autore Shel Silverstein, è una grande canzone, una delle migliori del concerto, che dà il meglio di sé in questa resa acustica ma full band ed è ulteriormente valorizzata dalla voce incredibile di Marianne: una meraviglia. Il concerto si chiude con la rara Who Will Take My Dreams Away, ancora drammatica (ma che intensità!), e con Last Song, scritta con Damon Albarn dei Blur (una sera, dice Marianne, nella quale erano tutti e due ubriachi fradici), bellissima anche questa: applausi scroscianti e sipario. Come bonus, quattro pezzi tratti dalla performance alla Roundhouse di Londra, tre dei quali in comune con la serata di Budapest (Give My Love To London, Late Victorian Holocaust e Sister Morphine) ed una intima rilettura di It’s All Over Now, Baby Blue di Bob Dylan.

Assieme al settantacinquesimo di Joan Baez ed al Live In San Diego di Eric Clapton (ma di interessanti ne devono ancora uscire), questo No Exit è uno dei dischi dal vivo dell’anno.

Marco Verdi

Rispetto Per Il Dolore Di Quest’Uomo! Nick Cave And The Bad Seeds – Skeleton Tree

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Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree – Bad Seed Ltd. CD

Nick Cave, noto cantautore australiano (ma anche scrittore, sceneggiatore, compositore di colonne sonore e financo attore) non è mai stato un allegrone, la sua musica è sempre stata cupa, oscura, spesso ostica, ed i suoi testi hanno sovente trattato di morte e violenza (non a caso uno dei suoi dischi migliori di sempre si intitolava Murder Ballads), ma quando lasciava perdere certe sonorità poco digeribili (album come Dig, Lazarus, Dig!!! o i due dischi usciti a nome Grinderman)  e si sedeva al pianoforte era sempre capace di far vibrare l’ascoltatore con le sue ballate dense di poesia e melodia. Push The Sky Away, il suo ultimo lavoro uscito tre anni orsono, era pieno di questo tipo di canzoni, ed è stato eletto quasi all’unanimità uno dei suoi album migliori di sempre (anche se io preferisco ancora il già citato Murder Ballads, ma anche The Good Son, The Boatman’s Call ed il doppio Abattoir Blues/The Lyre Of Orpheus), oltre a diventare il suo best seller all-time. Ma il destino, si sa, non guarda in faccia a nessuno, e lo scorso anno Nick ha tragicamente perso uno dei suoi quattro figli (Arthur, 15 anni) in un incidente di montagna: la morte di un figlio cambia la vita di qualsiasi persona normale, figuriamoci quella di uno come Cave, che già di suo non è che sprizzasse ottimismo.

Il risultato di tale tragedia è questo Skeleton Tree, nuovo album di otto pezzi inciso insieme ai fedeli Bad Seeds (Warren Ellis, Martyn Casey, Thomas Wydler, Jim Sclavunos e George Vjestica), un disco se possibile ancora più scuro e triste dei precedenti, con un Nick che canta spesso con voce provata dalle ultime peripezie, e testi adeguati al momento difficile che sta vivendo, risultando sicuramente l’album più personale da lui mai pubblicato. Anche i suoni sono scarni, cupi, spesso dissonanti rispetto alle melodie, con un uso pronunciato di sintetizzatori, loops e drum machines, un suono moderno ma usato con misura ed intelligenza, un po’ come aveva fatto David Bowie con l’ultimo Blackstar (guarda caso anch’esso un disco pesantemente influenzato dalla morte). La band sta quasi in secondo piano, se non ci fossero i nomi dei musicisti indicati all’interno della copertina (nera anch’essa) si potrebbe quasi pensare ad un disco solista: eppure mentre scrivo queste righe Skeleton Tree sembra destinato a superare come vendite anche Push The Sky Away, chiara conseguenza del successo di quel disco, in quanto le canzoni qua contenute sono tutto meno che immediate e radio friendly.

Jesus Alone ha un inizio poco rassicurante ed alquanto inquietante, tra synth e dissonanze, con la voce cupa del nostro che narra più che cantare: un brano ipnotico, non privo di un certo fascino, ma non di certo qualcosa che mettereste su ad una festa tra amici. Rings Of Saturn vede ancora Cave parlare, ma la base musicale è decisamente più fluida e rilassata, con un uso intelligente della modernità, ed un pianoforte che rende il tutto più fruibile, anche se la voce è sofferta come mai prima d’ora. Ancora dolore con Girl In Amber: Nick canta con il cuore in mano sopra un sottofondo scarno e notturno, doppiato nel ritornello da un coro gelido come il ghiaccio. E’ chiaro che bisogna essere psicologicamente preparati all’ascolto di questo disco, ma qui c’è musica di una spontaneità quasi sconcertante. Magneto inizia con un pianoforte nel buio (e qualche loop sparso) e la solita voce del nostro tra il disperato ed il rassegnato, con l’unico raggio di luce di una chitarra acustica arpeggiata (e, nel testo, la frase “one more time with feeling”, che è anche il titolo del film documentario appena uscito, e che narra la storia di questo CD partendo proprio dalla tragedia dello scorso anno https://www.youtube.com/watch?v=Hdl5sox2G6g ).

Anthrocene è un’altra ballata cruda e scarnificata, con volute dissonanze sia sonore che ritmiche, ma con una linea melodica chiara e precisa, mentre I Need You, nonostante l’uso massiccio del sintetizzatore, è il brano più lineare e “classico” finora, con una melodia di fondo toccante ed il solito modo sofferente di porgere il brano da parte di Cave (la canzone è quella più direttamente ispirata dal figlio scomparso, diciamo che è la Tears In Heaven di Nick): affascinante, intensa e commovente. Distant Sky è ancora lenta, cupa, amara, ma dal pathos incredibile, merito anche della seconda voce femminile di Else Torp; il CD si chiude con la title track, in assoluto il pezzo più accessibile, una splendida ballata pianistica, suonata in maniera classica e dal motivo intenso e struggente, che ci fa ritrovare il Nick Cave che amiamo di più.

Skeleton Tree non è certamente un disco per tutti, ma ha il merito di metterci davanti un uomo a nudo, con i suoi demoni ed i suoi fantasmi: un album di una sincerità disarmante.

Marco Verdi

In Memoria Di William Shakespeare, Succedeva 400 Anni Fa! Paul Kelly – Seven Sonnets & A Song

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Paul Kelly – Seven Sonnets & A Song – Cooking Vinyl Records

Dopo una trentina d’anni di carriera, avere registrato una ventina di album in studio, due album live, e diverse colonne sonore da film (i più noti Lantana e Jindabyne) Paul Kelly cantautore australiano, per chi scrive, non ha raccolto fuori dalla sua isola natia nemmeno la metà di quello che ha seminato; in compenso nel tempo ha raggiunto una maturità che gli permette di narrare eventi. anche antichi (come in questo caso) e moderni, con una forte personalità e senza scendere a compromessi. Questo mini-cd Seven Sonnets & A Song è uscito volutamente, prima in Australia, poi, in questi giorni (il 23 Aprile 2016 per la precisione), per celebrare il 400° anniversario della morte di uno dei più grandi (se non il più grande) drammaturgo e poeta di tutti i tempi, William Shakespeare, di cui il buon Paul è un grande estimatore.

rufus wainwright take all my loves

 

*NDT.: La stessa operazione per dovere di cronaca è stata fatta anche da Rufus Wainwright con Take All My Loves: 9 Shakespeare Sonnets, ma con un risultato, è un parere personale, a tratti, sinceramente imbarazzante (*NDB. Non mi sembra così orribile, ma rispetto il parere).

I sette sonetti sono stati registrati negli ultimi diciotto mesi in vari studi di registrazione, dove Paul Kelly, come al solito, si è avvalso dei membri della sua band, Peter Luscombe, Bill McDonald, Ash Nylor, Cameron Bruce, e le sue “storiche” coriste le sorelle Vika e Linda Bull, e come ospiti Lucky Oceans e Alice Keath.

Data la particolarità del lavoro, mi sembra giusto sviluppare i brani “track by track”:

Sonnet 138 – La prima traccia sorprendentemente è un interpretazione “jazzy”, con una batteria spazzolata, cantata da Paul come se si trovasse a tarda notte in un Piano Bar.

Sonnet 73 –  Contrariamente al brano precedente, qui si respira un suono “anni sessanta” che sembra uscire dai primi vinili di Donovan, impreziosito da una slide guitar.

Sonnet 18 –  Chiaramente la traccia migliore del mini CD, un pezzo affascinante che parte come un madrigale, per poi trasformarsi in un motivo dei monti Appalachi, e un cantato da “crooner”.

My True Love Hath My Heart – L’unico pezzo non “shakesperiano” scritto dal suo contemporaneo Sir Philip Sidney, con una “performance”delicata e commovente della signora Vika Bull.

Sonnet 44 and 45 – Ballata pianistica dove la bravura di Kelly come vocalist viene messa in risalto, con un’armonica finale che strappa lacrime.

Sonnet 60 – Inizio acustico, poi la canzone si apre e una melodia avvolgente disegna una “murder ballad” alla Nick Cave, valorizzata ai cori dalle sorelle Bull.

O Mistress Mine (Clown’s Song From Twelfth Night – E’ la canzone che chiude questa splendida breve raccolta, la “Canzone Del Clown” tratta dalla commedia La Dodicesima Notte, una filastrocca tenue suonata in punta di dita, cantata con cuore e sentimento da un grande artista.

Di questo signore ho già parlato più volte su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/tag/paul-kelly/ , anche se ci vorrebbe molto più spazio per raccontare la storia di questo cantautore, un vero mito down under (per esempio come è Bruce Cockburn per il Canada), che riesce di nuovo a sorprenderci con questo breve ma intenso Seven Sonnets & A Song, dove dimostra ancora una volta di essere un grande “tessitore” di canzoni, che aggiunte a tutte le altre tratte dal suo immenso “songbook”, sono la colonna sonora di una intera Nazione.!

Tino Montanari

Dispacci Dalla Scandinavia! Sivert Hoyem – Lioness & Ane Brun – When I’m Free

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Sivert Hoyem – Lioness – Hektor Grammofon Records

Ane Brun – When I’m Free – Genepool Records – Deluxe Edition

Domanda delle “cento pistole”: chi fra i numerosi lettori di questo blog conosce Sivert Hoyem e Ane Brun? Pochini presumo, anche se questi due personaggi si portano dietro un “background” di tutto rispetto. Sivert Hoyem con gli amici Frode Jacobsoen e Robert Buras è stato il frontman e leader indiscusso dei Madrugada, un gruppo che si è formato nel ’95 in Norvegia e con i primi tre album ha venduto 400.000 copie, facendo da apripista ad altri gruppi conterranei che sarebbero venuti dopo, come i Midnight Choir (di Paal Flata e Al DeLoner) e i  Kings Of Convenience. *NDB Comunque di artisti norvegesi si è già parlato nel Blog, oltre a un paio di quelli appena citati, http://discoclub.myblog.it/tag/paal-flaata/ anche Ingrid Olava http://discoclub.myblog.it/2010/05/07/la-ricerca-prosegue-dalla-norvegia-ingrid-olava-the-guest/) Nella prima parte di carriera pubblicano i notevoli Industrial Silence (99), The Nightly Disease (01), Grit (02), e proseguono con The Deep End (05), l’immancabile disco dal vivo Live At Tralfamadore (06) per chiudere una più che dignitosa carriera con l’omonimo Madrugada (07).

 

Prima dello scioglimento del gruppo,  il buon Sivert aveva dato alle stampe un lavoro solista passato pressoché inosservato, Ladies And Gentlemen Of The Opposition (04), mentre di tutt’altro spessore gli album seguenti, a partire dall’ottimo Moon Landing (09) (che nella versione Deluxe conteneva una intrigante cover in cui si cimentava con The House Of The Rising Sun,in una meravigliosa versione countrynorvegese), e ancora Long Slow Distance (11), Endless Love (14), fino ad arrivare a questo nuovo Lioness, dove nelle dieci tracce contenute nell’album si sposano il pop con l’alt-rock, il tutto con un approccio vocale nuovo.

Lioness è stato registrato a Oslo negli studi Klang, dove Hoyem ha utilizzato musicisti di area locale, tra i quali Inga Byrkjerland e Margrethe Falkenberg al cello, Oysten Frantzvag alle chitarre e basso, Morten Engebretsen al clarinetto, Borge Fjordmen alla batteria e percussioni, Andre Orvik e Bjarne Magnus Jensen al violino, e come ospite la brava (e bella) Marie Munroe, il tutto con la produzione di Christer Knutsen (chitarrista di lunga pezza e membro dei Tumbleweed).

Chi ha ascoltato almeno una volta la musica dei Madrugada, difficilmente avrà dimenticato la voce calda e maestosa di Hoyem, e la partenza di Lioness è in perfetto stile Leonard Cohen, con l’ariosa e pianistica Sleepwalking, a cui fanno seguito la solare Fool To Your Crown, la potente title-track dal timbro scuro Lioness, la minimalista e triste It Belongs To Me, e poi chiudere la prima parte con la poetica My Thieving Heart cantata in duetto con la citata Marie Munroe. Si riparte con i brani più estremi del lavoro una indie-song come V-O-I-D e una intrigante The Boss Bossa Nova (forse un omaggio postumo a David Bowie) dal ritmo nervoso, seguita da una Oh, Spider cantata in falsetto, le chitarre acustiche di una delicata e recitativa The Riviera Of Hades, e chiudere al meglio con una tenera canzone di un amore straziante, la meravigliosa Silences.

Come sempre Sivert Hoyem nelle sue canzoni fa riferimento, oltre al citato Leonard Cohen alle influenze di artisti quali Dylan, il compianto Lou Reed e il lato più oscuro di Nick Cave, e questo Lioness lo certifica ancora di più (come fu, prima con i Madrugada e poi con una solida carriera solista), come una sorta di “istituzione” del rock alternativo locale e norvegese!

ane brun when i'm free

Lo stesso dicasi per Ane Brun, che è una stella nella sua patria d’adozione (nata in Norvegia, vive a Stoccolma in Svezia) e che arriva al settimo disco in studio con questo When I’m Free (senza dimenticare due album live e due raccolte), in un arco temporale di una quindicina d’anni. Questa signora (il suo vero nome è Ane Brunvoll, è figlia del cantante di jazz e pianista Inger Johanne Brunvoll), esordisce con Spending Time With Morgan (03), a cui fa seguire A Temporary Dive (05), Duets (06) una raccolta di duetti con artisti locali e non (tra cui i Madrugada e Ron Sexsmith), e dopo due anni in tour pubblica il primo e splendido Live In Scandinavia (07).

Il terzo disco in studio arriva con Changing Of The Season (08) che arriva ai primi posti delle classifiche in Svezia e Norvegia, fatto che attira l’attenzione di Peter Gabriel e Ani DiFranco (che se la portano in tour), dandole quella visibilità che merita e che la porta ad incidere altro buoni lavori come Sketches (08), It All Starts With One (11), e una raccolta di cover e outtakes dal titolo Rarities (13).

Questo ultimo lavoro When I’m Free (con una copertina inguardabile) non ha avuto molte recnsioni fuori dalla Scandinavia (dove era uscito già a Settembre dello scorso anno), ma Mojo e Uncut gli avevano dato entrambi 4 stellette o 8 se preferite, e devo riconoscere che ad un primo e pure  ad un secondo ascolto non mi aveva particolarmente entusiasmato, ma poi sentendolo più attentamente mi sembra che pur non essendo il più bello, forse è il più completo della sua discografia. Ad aiutare la Brun in sala di registrazione si sono presentati musicisti altri di area locale, tra cui il bassista Dan Berglund, il batterista Andreas Werliin, Lars Skoglund e John Erikson, tenendo comunque ben presente che il perno dell’album, dall’inizio alla fine, rimane la voce cristallina di Ane, che spazia dal pop al soul con qualche sfumatura jazz.

L’iniziale Hanging attrae con sofisticati accordi melodici, per poi passare alle sonorità alla Moby con Black Notebook e Directions, all’inno femminista “soulful” You Lit My Fire interpretato come una novella Kate Bush, le sorprendenti percussioni mediorientali di Shape Of A Heart, per poi ritornare alla ballate Miss You More e All We Want Is Love (dove è sufficiente una chitarra arpeggiata), e ancora una meravigliosa Still Waters, che ricorda la bravissima Liz Frazer dei Cocteau Twins https://www.youtube.com/watch?v=7UT-uQuAVmA , andando poi a chiudere con il mid-tempo di Better Than This e il canto distintivo di Ane nella dolce Singing Off. Le bonus tracks della versione Deluxe  sono la sussurrata e pianistica Let In Your Love, e la tenera bellezza nordica di Hunting Hight And Low, che chiudono il cerchio di un piacevole album di “pop orchestrale”.

Tirando le somme, se volete approfondire: per Sivert Hoyem dove si pesca si pesca bene, per la signora Brun vi consiglio lo splendido Live At Stockholm Concert Hall (09), e la raccolta Songs 2003-2013.!

Tino Montanari  

Tra Le Ultime Voci Originali Della Soul Music, Ovvero La Classe Non E’ Acqua! Mavis Staples – Livin’ On A High Note

mavis staples livin' on a high note

Mavis Staples – Livin’ On A High Note – Epitaph/Anti

Mavis Staples (con Bettye LaVette) è rimasta, tra le grandi voci della soul music ancora in attività, quella in grado di regalarci emozioni e bei dischi: in teoria ce ne sarebbero altre, ma Aretha Franklin non fa più un disco decente da oltre trent’anni, Diana Ross pure, Tina Turner pare essersi ritirata, ma anche lei campava a furia di duetti con Ramazzotti, Gladys Knight Dionne Warwick continuano a fare album di onesto crossover tra pop e blanda musica soul, ma non erano mai state tra le vessillifere del R&B più sanguigno. Quindi torniamo a Mavis Staples, 76 anni compiuti, in attività con gli Staple Singers dal lontanissimo 1950, e come solista. in diverse fasi della sua carriera, nel 1969, poi negli anni ’80 e ’90 (anche un paio di album prodotti da Prince), ma, a parte l’attività nel gruppo di famiglia che le ha dato fama e gloria imperitura, ha iniziato a produrre musica di qualità solo negli anni 2000. Prima con Have A Little Faith, bellissimo disco pubblicato dalla Alligator nel 2004, e poi con una serie di quattro album (compreso questo Livin’ On A High Note), più un LIve ed un EP, tutti usciti per Anti Records tra il 2007 e il 2016. Leggendario il primo We’ll Never Turn Back, prodotto da Ry Cooder, ma eccellenti anche i due registrati con l’aiuto di Jeff Tweedy dei Wilco; dischi di pura e non adulterata soul music, mista a gospel, R&B e blues, cantati ancora con voce forte e decisa e zeppi di belle canzoni, sia nuove che cover, dove il lato emozionale ed impegnato della sua musica era uno dei tratti distintivi di queste pubblicazioni.

Per questa nuova prova discografica, come dice il titolo, Livin’ On A High Note, Mavis ha chiesto al suo nuovo produttore Matthew Ward, che tutti conosciamo come M. Ward, di rivolgersi ad una serie di autori contemporanei, tra i quali lo stesso Ward, per avere una serie di brani nuovi, scritti per l’occasione, che avessero la caratteristica di essere gioiosi e trascinanti, diciamo che la scintilla che ha fatto scattare questa richiesta è stato l’ascolto di Happy, il brano di Pharrell Williams, una canzone ispirata agli anni d’oro della soul music, rivista con sonorità e temi musicali più moderni. Visti i nomi impegnati come autori, il risultato a tratti è più vicino al pop-soul di casa Motown che a quello di casa Stax (ma non è un’offesa), dove la Staples ha passato gli anni migliori della sua carriera, ma è comunque un album di ottima qualità e piacevolissimo, anche se, secondo me, forse, ma forse, non è un capolavoro assoluto o un disco fondamentale, lo dirà il tempo. Intanto diciamo che M. Ward è un tipo di musicista completamente diverso da Ry Cooder e Jeff Tweedy, per non dire del vecchio Pop Staples, autore di un indie rock o folk alternativo, da solo o con i Monsters Of Folk, ma anche fan di sonorità sixties e seventies nel duo She & Him, con Zooey Deschanel, comunque un artista completo, in grado di spaziare in differenti generi, appassionato pure di gospel e country, ed  in ogni caso circondato dai soliti bravissimi musicisti che hanno suonato negli ultimi dischi della Staples. A partire dall’ottimo Rick Holmstrom, che affianca alla chitarra Ward, al basso Jeff Turmes, spesso anche alla slide con Janiva Magness, Stephen Hodges, alla batteria (tutti e tre anche nei dischi di Holmstrom http://discoclub.myblog.it/tag/rick-holmstrom/), una sezione fiati di quattro elementi, con Trombone Shorty ospite come solista, completa la formazione.

Poi ci sono le canzoni: come si diceva si spazia verso autori inconsueti per Mavis, per lo più provenienti anche dall’indie e dall’alternative, che però hanno fatto i compiti a casa per questo album. L’apertura è affidata a Benjamin Booker, probabilmente uno dei più vicini allo stile musicale soul e blues, la sua Take Us Back è uno degli highlights del disco, un poderoso funky-blues che ci riporta ai tempi d’oro del gospel-soul degli Staple Singers, Mavis ha ancora una voce della Madonna, i musicisti e i coristi ci danno di dentro di gusto e il risultato è veramente notevole, una nota di merito per il basso di Turmes, veramente prodigioso. Bello anche il testo che ci riporta ai tempi delle marce di protesta, delle canzoni impegnate per la parità razziale in quel di Chicago, con i coristi che cantano ad libitum “Mavis, take us back”! Molto bella anche Love And Trust, scritta da Ben Harper, altro artista sulla stessa lunghezza d’onda della nostra amica, un bel gospel-rock gioioso e coinvolgente. Charity Rose Tielen, come nome non mi diceva nulla, ma poi sono andato a fare un ripasso, è ho visto che è la violinista degli Head And The Heart, band autrice di un paio di ottimi album agli inizi di questa decade, in ogni caso If It’s A Light è una ballata mid-tempo degna della migliore soul music dei primi anni ’70. Merrill Garbus sarebbe Tune-Yards, one-woman band dell’indie lo-fi pop, ma la sua Action è una delle canzoni più vicine allo spirito di quella Happy citata come fonte di ispirazione per questo album, allegra e gioiosa, con uno spirito di errebì contemporaneo ma anche vicino agli stilemi di quello classico. Valerie June è uno dei nomi più interessanti della nuova musica nera, quella di qualità però, ed è lei che firma High Note, quasi la title track, altro brano dallo spirito positivo e giubilante https://www.youtube.com/watch?v=qJuMX2uTGYQ , come pure la successiva Don’t Cry, scritta da M. Ward e come per la quasi totalità del disco una nota di merito va alle voci di supporto, Vicky Randle Donny Gerrard, che donano uno spirito gospel alle canzoni, come pure l’uso dei fiati https://www.youtube.com/watch?v=oJBiG0pZQjw .

Jon Batiste viene dalla Lousiana e come il suo amico e sodale Troy “Trombone Shorty” Andrews, porta un soffio di New Orleans music con la sua Tomorrow, dove fa bella mostra di sé, manco a dirlo, un bel assolo di trombone. Se non vedessi la firma M. Ward/Justin Vernon (Bon Iver), potrei pensare che Dedicated, il brano firmato dai due, sia un pezzo di Ry Cooder, una ballata struggente degna delle cose migliori del chitarrista californiano, impreziosita da un fine lavoro di Holmstron alla solista. History Now è la canzone più corta del disco, ma anche una delle più belle, scritta da Neko Case (insieme a Laura Veirs e Gerrard), ci pone molte domande, “What do we do with all of this history now?”, attraverso la voce della Staples che duetta divinamente con lo stesso Donny Gerrard in questo brano, che purtroppo finisce troppo presto, ma basta schiacciare il tasto repeat e la magia è di nuovo lì con noi https://www.youtube.com/watch?v=CeEM52rdn0s . Altro nome che dice poco è quello di Aaron Livingston, vero nome di Son Little, altra speranza della nuova musica nera, con cui Mavis aveva collaborato nell’EP dello scorso anno, Your Good Fortune, il brano che Little porta al disco è una scarna One Love, solo una chitarra elettrica, voci di supporto e tanta classe nella voce di Mavis Staples, che poi ci regala meraviglie nel brano firmato da Nick Cave, una Jesus Lay Down Beside Me che è una sorta di gospel contemporaneo, degna del miglior repertorio del passato della grande cantante, che estrae ogni stilla di emozione da questa canzone che spezza il clima gioioso del disco, ma lo fa a ragione. Stesso discorso che si può applicare alla conclusiva MLK Song, una canzone in cui M. Ward ha adattato dei versi di Martin Luther King e poi li ha affidati alla voce della Staples, che accompagnata solo da una chitarra acustica ci dimostra ancora una volta che la classe non è acqua. Frase forse scontata ma che ben illustra anche tutto l’album nella sua interezza.

Bruno Conti 

“Inconsueto” Ma Ricco Di Talento. Dal Canada Ben Caplan – Birds With Broken Wings

ben caplan birds with broken wings

Ben Caplan – Birds With Broken Wings – Coalition Music/Warner

Ben Caplan viene da Halifax, Canada, compirà 30 anni a giugno, ma la sua voce, che sembra quella di un fumatore e bevitore di whisky incallito  e il suo aspetto fisico, capello e barba lunghi e incolti, farebbero pensare ad un uomo di mezza età che ha vissuto una vita ” alla Tom Waits”! In effetti il nostro amico, più che ad alcol e sigarette, si è sempre dedicato alla musica, partecipando a vari programmi per artisti emergenti locali, lanciati dalla sua etichetta, la Coalition Music, facendo il lavoro di musicista on the road già dal 2006, incidendo il suo primo disco nel 2009 e dando vita alla sua band, i Casual Smokers, che nel 2011 pubblicano il loro primo album, In The Time Of The Great Remembering, che contiene già in nuce i temi che poi verranno elaborati alla perfezione in questo nuovo Birds With Broken Wings. Il disco in Canada è già uscito da alcuni mesi, ma ora la Warner si prepara a lanciarlo anche in Europa, dopo gli Stati Uniti, non so se in grande stile.

Si tratta di un disco affascinante, dalle sonorità inconsuete, ma non uniche, uno stile che mescola ballate pianistiche, brani da crooner, incursioni nella musica klezmer e in quella tzigana, arrangiamenti tra jazz, pop e musica d’autore, che si avvalgono dell’utilizzo di oltre trenta musicisti, raramente contemporaneamente, per un risultato che a chi scrive ha ricordato, a seconda dei momenti, il Tom Waits degli anni Asylum, quando la voce non era ancora “rovinata”, o il Nick Cave balladeer, romantico e melodico dei suoi brani meno rock, ma anche una sorta di fratello, sull’altra sponda dell’Oceano, del nostro Vinicio Capossela, con cui condivide una passione per la musica popolare, per le escursioni bandistiche, ma anche per il pop e il rock meno convenzionali..Ben Caplan si divide tra piano, chitarra e banjo, ma anche vibrafono e armonica, con gli altri musicisti alle prese anche con cymbalon, pedal steel, toy piano, darbouka, oltre ad una miriade di fiati, violini, viole e cello, strumenti a percussione, e molte voci di supporto, per lo più femminili. Anche il rapper So-Called, che è buon musicista peraltro, porta il suo contributo con piano, vibrafono e quella che nel libretto del CD viene definita “madness”!

Il risultato finale si può sentire in brani come la corale e vivace title-track che ha un po’ tutti gli elementi della musica di Caplan in evidenza (e un video bellissimo), tra mandolino, clarinetto, banjo e piano si insinuano i violini, i fiati, con quello che ha tutta l’aria di un bassotuba ma è un cello, inserti vocali tipo i coretti alla Leonard Cohen, su arie ora tzigane, ora quasi country, a ritmi frenetici, con Ben che declama con la sua voce maschia ma dal grande fascino, il risultato è quasi irresistibile. I Got Me A Woman accentua l’aspetto zingaresco, ma sempre con quel contrappunto vocale femminile che la rende affascinante e unica, trascinante nel suo dipanarsi, con mille particolari strumentali e la voce potente di Ben Caplan che è l’elemento trainante di un ensemble particolare ma efficacissimo, divertente pure. Ma Caplan è capace di regalarci anche ballate pianistiche dal grande afflato melodico, malinconiche ed evocative, come la bellissima Belly Of The Worn, dove la pedal steel conferisce un aspetto non dissimile dalle prime prove discografiche di Tom Waits e l’impianto vocale la avvicina anche a certe cose del Nick Cave citato, e forse anche di Cohen, che è maestro un po’ di tutti. Ride On, più incalzante ma sempre ricca di melodia, ha un impianto forse più bluesato, con fiati, anche il flauto, violini, armonica, tastiere e una avvolgente pedal steel che sottolineano il canto appassionato del nostro, che ha veramente una voce tutta da gustare https://www.youtube.com/watch?v=XVgpgNxwVxg .

Under Control addirittura è quasi klezmer puro, con piano e cymbalon a guidare le danze, una sorta di valzerone cadenzato che ricorda molto, grazie al vocione, sia Waits come Capossela, tra violini. percussioni e coristi impegnati in uno stile definito da cocktail party. Deliver Me è una sorta di jazz ballad, notturna ed intrigante, sempre con questa aura musicale arcana che a tratti ricorda brani come 16 Tons e simili, con un sound più raccolto grazie alla formazione meno ampia impiegata in questo brano, che ci permette di gustare anche ardite divagazioni vocali di Caplan che a tratti ricordano addirittura Stratos, se si fosse cimentato con questo stile, almeno al sottoscritto. 40 Days And 40 Nights è un’altra bellissima canzone, dalla costruzione più tradizionale, sembra quasi un pezzo alla Tom Jones, ma quello più ricercato degli ultimi anni, cantato a piena voce da Caplan, che si conferma cantante di tutto rispetto, dalla voce potente che si appoggia sulle armonie vocali delle eccellenti vocalists che lo accompagnano, con effetti devastanti, in senso positivo. E’ veramente difficile inquadrare quale musica si ascolta in questo Birds With Broken Wings, l’intro di Dusk, con sax e trombe, ci catapulta in qualche fumoso locale mitteleuropeo anni ’20 o ’30, per poi avvolgerci nella calda e poderosa vocalità di Caplan che a tratti ricorda anche le acrobazie vocali di uno Shawn Phillips, che penso pochi ricorderanno.

Mancano le ultime tracce, tre palesi e una “nascosta”: Night Like Tonight, con Ben Impegnato nella ricerca della sua amata, illustra un ulteriore lato della musica del nostro, quella del crooner puro, se mai decidesse di dedicarsi al genere, tra sprazzi orchestrali che potrebbero provocare una crisi di gelosia nel super sopravvalutato compatriota canadese Michael Bublé, Caplan affronta la canzone nel suo aspetto migliore, quello melodico, per poi rituffarsi in una Devil Town, dove vibrafono, contrabbasso, violini pizzicati e piano appena accennato, potrebbero far pensare a qualche ballata del maestro Cohen o del discepolo Cave, ma grazie a sonorità esotiche hanno sempre questo appeal da world music, o musica etnica, se preferite, sempre con uno sfondo jazz che non può mancare in questo mélange complesso. A concludere una stupenda ballata, solo voce e piano, come Lover’s Waltz, scritta da A.A. Bondy, https://www.youtube.com/watch?v=JUYj-s_oCFs ancora una volta di grande impatto emozionale, come tutti i brani contenuti in questo eccellente album. Come “hidden track” uno strano brano strumentale intitolato Canary, dove il flauto, suonato da Eric Hove, che è anche il sassofonista del disco, rievoca scenari  quasi alla Herbie Mann periodo CTI, della serie non solo jazz.

Bruno Conti  

Un Caldo Abbraccio Di Dolce Malinconia! Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy

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Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy – Atlantic Records

Diciamo subito che Damien Rice non è un cantautore molto prolifico: questo nuovo lavoro, My Favourite Faded Fantasy, è il terzo disco in 12 anni, e contiene solo 8 brani, anche se ad un primo ascolto pare un piccolo gioiello, e conferma quindi il suo talento. L’attesa per questo album del cantautore irlandese era tanta, dopo il folgorante esordio di 0 del lontano 2002 (un disco che vendette due milioni di copie nel mondo), e da subito il nome del “dublinese”, abbastanza discreto come personaggio, si trovò catapultato nell’universo del “music business”, e la cosa, anche se appagava il suo commercialista, non lo riempiva, pare, di gioia. Deciso così a prendersi un periodo sabbatico e di staccare la spina, per comprendere se poteva stare lontano dalle luci del palcoscenico. Damien Rice si accorse presto che in fondo poteva fare a meno di quel mondo, e quando in molti erano già pronti a darlo per finito (nel cimitero degli artisti scomparsi), il “nostro” ritorna sulla scena del delitto incidendo il secondo album 9 nel 2006, un piccolo capolavoro (dove si sprecarono i paragoni con Leonard Cohen e Nick Cave), e dopo un altro ancora più lungo periodo di latitanza (l’esilio volontario in Islanda e la rottura personale e musicale con la brava Lisa Hannigan) vola a Los Angeles dal “santone” Rick Rubin (l’uomo che ha allungato la carriera del grande Johnny Cash) e gli affida la produzione del nuovo disco, e tornato in sala d’incisione con l’apporto della attuale band, composta da Shane Fitzsimons al basso, Brendan Buckley alla batteria, Joe Shearer alla chitarra e la brava musicista irlandese Vyvienne Long al violoncello e pianoforte, ha dato vita a questo notevole My Favourite Faded Fantasy https://www.youtube.com/watch?v=wJinIIFExT4 .

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La title-track My Favourite Faded Fantasy inizia con il tipico cantato in falsetto di Damien https://www.youtube.com/watch?v=Rh1C8qpODZs , poi entrano a poco a poco chitarre, tamburi, violino, un violoncello e un pianoforte con un crescendo importante, a seguire troviamo It Takes A Lot To Know A Man, quasi dieci minuti di musica che partono con vibrafono e tromboni, e terminano in una danza morbosa con pianoforte e archi https://www.youtube.com/watch?v=CkdjaxYSMZ4 . Pochi accordi di chitarra sono sufficienti a Rice per sussurrare una sorta di  romanza,The Greatest Bastard https://www.youtube.com/watch?v=hoIFYXOC9tU , per poi passare alla struggente e meravigliosa I Don’t Want To Change You  https://www.youtube.com/watch?v=FnzHOsiaJns (una canzone perfetta da ascoltare davanti ad un bel caminetto, in quello che sarà forse un freddo inverno), e alle note in crescendo di una malinconica Colour Me In, nonché al canto quasi declamato di una The Box, che nel finale orchestrale divampa in tutta la sua bellezza. Si chiude con gli otto minuti di una ballata commovente come Trusty And True, e con i vocalizzi ancora in falsetto di una straziante Long Long Way, una maestosa melodia dal finale sinfonico https://www.youtube.com/watch?v=K5yRKJ-gU48 .

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Damien Rice è un personaggio abbastanza atipico nel panorama musicale internazionale, la sua è una musica di un altro tempo, i suoi riferimenti sono facilmente individuabili nei Buckley (soprattutto il padre), e per certi aspetti nelle sonorità di David Gray, ma anche nella malinconia “classica” di Nick Drake, tutti elementi che puntualmente si ripropongono in questo My Favourite Faded Fantasy, distribuiti in otto brani per circa cinquanta minuti di musica e di parole (dove si sente dannatamente la mano di Rick Rubin), che chiudono in un certo senso il cerchio con i lavori precedenti, in attesa del prossimo, probabile, ennesimo piccolo capolavoro. Poco importa se Rice pubblica album a distanza di otto anni uno dall’altro, se sono così belli e intensi come questo lavoro, per i veri appassionati della buona musica e (per chi scrive), si può prendere tutto il tempo che gli compete. Consigliato!

Tino Montanari