Un Disco Maturo, Tra Folk E Psichedelia! Kurt Vile – B’lieve I’m Goin’ Down

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Kurt Vile – B’lieve I’m Goin’ Down  – Matador CD

Fino a qualche anno fa ero convinto che Kurt Vile, musicista originario della Pennsylvania, fosse un bluesman, non so in base a cosa, forse l’aspetto fisico. Poi ho approfondito, e ho scoperto un cantautore raffinato, autore di una miscela intrigante di folk, rock e psichedelia, con influenze che vanno dalla musica che si faceva nei primi anni settanta nel Laurel Canyon a Syd Barrett, passando per Nick Drake. Recentemente ho ascoltato l’ultimo album di Israel Nash, Silver Season http://discoclub.myblog.it/2015/10/14/altro-figlio-del-laurel-canyon-israel-nash-israel-nashs-silver-season/ , e devo dire che tra i due ci sono diverse similitudini, anche se l’approccio di Vile è meno bucolico e più rock, mentre Gripka è maggiormente influenzato da Neil Young ed in generale le sue sonorità sono più eteree.

B’lieve I’m Goin’ Down è il suo sesto lavoro, e giunge a due anni da Wakin’ On A Pretty Daze, che aveva ottenuto un ottimo successo di critica ed aveva anche venduto discretamente: Kurt è accompagnato dalla sua abituale band, The Violators (Rob Laakso, Kyle Spence e Jesse Trbovich), e tutti collaborano alla produzione insieme a Rob Schnapf (già alla consolle con Elliott Smith e Beck). Dodici brani (sedici nell’immancabile edizione deluxe), tutti, tranne uno, con una discreta lunghezza che va dai quattro minuti ai sette: canzoni fluide, meditate, talvolta sognanti e altre volte più rock e dirette, accenni psichedelici qua e là ed una vena intimista piuttosto accentuata, dovuta anche al timbro vocale particolare del nostro (molti hanno definito questo disco il più personale di Kurt: io non avendo ascoltato tutti i suoi CD non posso né confermate né smentire, e quindi mi limito a godermi le canzoni).

B’lieve I’m Goin’ Down fa chiaramente parte del percorso di crescita di Vile, percorso che non è ancora concluso, ed è un’evoluzione ed una maturazione rispetto al già pur valido album precedente: l’iniziale Pretty Pimpin’ dimostra il buon livello sia della sua scrittura che della tecnica strumentale, un rock abbastanza diretto e chitarristico, contraddistinto dalla voce pacata del nostro ed una ritmica vivace, un pezzo che può avere persino qualche velleità radiofonica. In I’m An Outlaw fa capolino un banjo, ed il brano è un’intrigante miscela di western e psichedelia, in quanto l’andamento ha un non so che di ipnotico, anche se nell’insieme ci troviamo davanti ad una canzone molto gradevole e per nulla ostica; Dust Bunnies inizia con un bel riff di chitarra (le parti chitarristiche in questo disco mi piacciono molto), subito doppiato da un piano elettrico, per un brano saltellante e decisamente piacevole, in cui Kurt canta un po’ alla maniera di Lou Reed; That’s Life, Tho (Almost Hate To Say) è più acustica ed intima, la chitarra arpeggiata, la melodia discorsiva, quasi parlata ed un’atmosfera agreste formano un insieme di grande fascino.Wheelhouse è ancora lenta, ma si apre a poco a poco, in coincidenza con l’ingresso dei vari strumenti: Kurt ha anche qui un modo di cantare un po’ monotono, ma funzionale all’esito del brano (in ogni caso sei minuti sono un po’ tanti), Life Like This vede il piano in evidenza, mentre le voci che si incrociano e l’uso delle tastiere danno un sapore barrettiano al tutto, un pezzo indubbiamente creativo anche se in questo caso meno immediato.

La folk song All In A Daze Work mi piace di più, anche se il mood malinconico ed interiore rimane, ma il fatto che ci sia solo Kurt con la sua chitarra la rende degna di nota; Lost My Head There è la più lunga del CD, ma è anche una delle più riuscite: piano in primo piano (scusate il bisticcio), voce un po’ distante, ritmo mosso e soluzioni sonore in sottofondo che la rendono un po’ bizzarra ma intrigante, ed il crescendo finale decisamente psichedelico completa l’opera. Stand Inside è folk-rock con qualche sensazione onirica, e ha una melodia circolare, mentre Bad Omens è la più breve del disco (meno di tre minuti), ed è uno strumentale guidato dal piano e con una chitarra distorta sullo sfondo, senza una vera e propria melodia, quasi fosse una lunga introduzione per una canzone che non c’è; l’album “normale” (non sono in possesso della versione deluxe) volge al termine con l’intensa Kidding Around, ancora tra folk e psichedelia, forse il brano in assoluto più simile allo stile di Gripka, e con Wild Imagination, ancora piano e chitarra acustica in evidenza per una delle canzoni più dirette, che chiude in maniera positiva un disco piuttosto buono e che non deluderà chi già ha apprezzato i lavori precedenti di Kurt Vile.

Marco Verdi

Il Miglior Disco Di Un Altro Tom? Tom McRae – Did I Sleep And Miss The Border

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Tom McRae & The Standing Band – Did I Sleep And Miss The Border – Buzzard Tree Records – Deluxe Edition

Spesso la stampa inglese si entusiasma per poco, facendo apparire la nuova band o il giovane cantautore di turno come la rivelazione assoluta del panorama “pop-rock”, ma non mi sembra questo il  caso: se importanti e famose riviste di settore come Mojo, Uncut, “Q”, e giornali di tradizione come il Sunday Times e Evening Standard, sono tutti concordi nel promuovere a pieni voti il nuovo disco di Tom McRae Did I Sleep And Miss The Border  (musicista di cui sono un estimatore fin dall’esordio), un motivo valido ci sarà. A ventisei anni Tom, cresciuto in un paesino di 250 persone, Chelmsford, dove non c’erano Pub ma ben due chiese (infatti è figlio di due vicari), ha cambiato il suo destino, imbracciando la chitarra e partendo alla volta di Londra alla ricerca di sé stesso e del proprio futuro. Tom McRae è sbucato dal nulla nel 2000 con un bell’album d’esordio omonimo (che anche in quel caso ha fatto gridare al miracolo), seguito dal convincente Just Like Blood (03), per poi venire etichettato come discepolo di Nick Drake, non a livello vocale (in compagnia di David Gray, Damien Rice, Devendra Banhart, Badly Drawn Boy e molti altri), confermandosi comunque con due fortunati album registrati negli Stati Uniti All Maps Welcome (05) e King Of Cards (07), e ribadendo il suo status di cantautore di “culto” con l’ottimo The Alphabet Of Hurricanes (10) http://discoclub.myblog.it/2010/02/03/morbide-piacevolezze-americano-latine-e-asprezze-indie-folk/  e il seguente, complementare, From The Lowlands (12), CD di difficile reperibilità https://www.youtube.com/watch?v=2HpDyE1Dyfg .

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Prodotto come di  consuetudine da Sean Genockey (Suede) Did I Sleep And Miss The Border suona come potrebbe suonare il capolavoro che Tom McRae è stato sempre ad un passo da confezionare, con il decisivo supporto della Standing Band composta da Olli Cunningham, Richard Hammond, Oli Kraus, David Walsh e Brian Wright, riesce a creare un “sound” composto da chitarre, basso, tastiere, fisarmonica, lap steel, banjo, fiati, violoncello, batteria e percussioni varie, che si integra alla perfezione con i testi “artificiosi” delle canzoni di Tom.

La forte presenza delle percussioni in questo lavoro la si nota fin dalle iniziali The High Life e The Dogs Never Sleep cantate da Tom con voce penetrante, a cui fa seguito una delicata Christmas Eve 1943 (la storia di un paracadutista nella seconda guerra mondiale), il valzer danzante e circense di Expecting The Rain, passando poi per la bellissima Let Me Grow Old With You, che inizia solo con il sussurro della voce di McRae e si dipana poi su pochi accordi di chitarra e pianoforte. Si riparte con la tambureggiante We Are The Mark, con un importante sottofondo di archi, la melodia folk di My Desert Bride imperniata su un tappeto di lap steel e banjo che si rincorrono, mentre Lover Still You e Hoping Against Hope sono perfette per la sua voce dalla timbrica alta e carezzevole, e i suoi racconti sul filo dell’emozione. La Deluxe Edition, disponibile solo suo sito http://thestandingband.com/product/did-i-sleep-and-miss-the-border-deluxe-uk-edition-cd-the-buzzard-tree-sessions-download-code/  , e alquanto costosa, comprende un EP di sei brani, The Buzzard Tree Sessions, che sembra un ulteriore ponte ideale tra passato e presente, con l’intrigante arrangiamento alla Peter Gabriel di Only Losers Fight Clean, la dolente armonia di una Out Of A Clear Blue Sky, il moderno country di The Breeze Blows Cold, per poi farci catturare da piccole ballate intime e notturne come Happy New Year, una ariosa e particolare pop-song sotto forma di marcetta, come What A Way To Win A War, andando a chiudere con le note sorprendenti di Hey Tim, Hey Arnie, dove viene evidenziato il “nuovo” corso.

Tom McRae appartiene a quella schiera di cantautori che credono fermamente nel potere delle canzoni, e da musicista preparato riesce a combinare con eleganza musica e testi, giocando con le diverse possibilità di arrangiamento, certificato da questo Did I Sleep And Miss The Border (dal titolo magnifico) https://www.youtube.com/watch?v=pblBF_BPJFU , un disco che eviterei di confrontare con i lavori precedenti di Tom (in quanto in tutto l’album è evidente il tentativo di percorrere nuove strade), e probabilmente questo disco è l’apice del compromesso a cui l’artista inglese ha deciso di piegarsi. Per chi ancora non lo conosce un personaggio assolutamente da scoprire, per chi lo segue la conferma di un cantautore dal talento non comune.

Tino Montanari

Dal Profondo Nord, Grande Musica. Basko Believes – Idiot’s Hill & Johan Orjansson – Melancholic Melodies For Broken Times

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Basko Believes – Idiot’s Hill – Rootsy/Ird

Johan Orjansson – Melancholic Melodies For Broken Times – Rootsy/Ird

Il protagonista dei due dischi è sempre lo stesso, lo svedese Johan Orjansson, che quando decide la mossa di confrontarsi con il mercato americano assume il nome d’arte di Basko Believes, più facile da memorizzare rispetto al suo cognome, ma i tratti distintivi della musica, benissimo inquadrati dal titolo dell’album pubblicato con il proprio vero nome (peraltro già il quarto uscito nella sua nativa Svezia, dove con una certa dose di ironia, forse humor svedese, dice la sua biografia essere il nostro amico una star nella cittadina della costa occidentale, Falkenberg https://www.youtube.com/watch?v=BXVaxqn1cXM ) sono proprio, per coniare un neologismo composito, quelli di una sorta di neo folk-rock-nordic-soul, malinconico, ma ricco nelle melodie. Pensate al Ryan Adams più raccolto, come hanno detto molti in relazione a Melancholic…, ma anche a brani come la stupenda Rain Song in Idiot’s Hill https://www.youtube.com/watch?v=X4tLA6V8gjQ , dove però aleggia pure lo spirito di Ray LaMontagne e del suo “padre putativo” Van Morrison, altrove la voce assume un timbro vocale che ricorda in modo impressionante quello del miglior David Gray o del Damien Rice più intenso, in un vorticare intimo di organo, tastiere, fiati, archi e chitarre che accompagnano il canto partecipe ed acceso.

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Vado un poco a caso, saltando tra i due album, che sono uno la conseguenza dell’altro. Con il più vecchio dei due (anzi da prima ancora) Johansson si fa conoscere da musicisti americani come Israel Nash Gripka, che duetta con lui nella dolcissima If I Were To Love You https://www.youtube.com/watch?v=_NhjFRjLR3I , un brano dove, nella mia opinione, a fianco delle evidenti influenze del suono roots-Americana (d’altronde per chi incide per la Rootsy è quasi un destino) https://www.youtube.com/watch?v=JoylMPYhcSk , possiamo trovare, anche grazie alle tonalità vocali, il Bono (ebbene sì, almeno come timbro basso) più ispirato delle ballate del “periodo americano” degli U2, che, detto per inciso, una volta facevano ottima musica, non dimentichiamolo! Tra i colleghi ammiratori anche Will Kimbrough e i Deadman, e, soprattutto i Midlake, nei cui studi di Denton, Texas, Orjansson, dopo il cambio di nome in Basko Believes, si reca ad incidere il nuovo CD Idiot’s Hill, un album dove la voce ricca di soul di Johan si fonde a meraviglia con i ricchi arrangiamenti pensati dal chitarrista Joey McClennan e dal batterista McKenzie Smith (i due Midlake). Aggiungete il basso di Aaron McClennan (parente?) in prestito dalla band di Gripka e tutto un florilegio di musicisti vari, altri Midlake passati e presenti, come Evan Jacobs alle tastiere e Jesse Chandler al flauto, e ancora Buffi Jacobs al cello e Daniel Hart, ex dei Polyphonic Spree, al violino, le armonie vocali sognanti di Kaela Sinclair ed i fiati di Pete Clagett e David Monsch, tutti utilizzati alla perfezione nella lunga Going Home https://www.youtube.com/watch?v=vts5kBmJsGU, una ardente ballata ricca di picchi e vallate sonore, con la musica che sale e scende seguendo l’umorale cantato di Orjansson, punteggiato dallo struggente violino di Hart e dal flauto di Chandler, quasi a ricreare atmosfere care ai Caravan più pastorali e meno progressivi.

Basko BlackWhite press portrait

La scelta di Orjansson di abbandonare i vecchi amici musicisti svedesi con i quali aveva condiviso i primi album non deve essere stata facile, anche alla luce delle ottime musiche che scaturiscono dall’eccellente Melancholic Melodies For Broken Times, che al di là degli opulenti arrangiamenti e di un suono più professionale, a livello di intensità non ha nulla da invidiare al nuovo album: Down The Avenue ha già quella epica rock & soul, dove LaMontagne e David Gray (per la voce, somigliante in modo incredibile, in entrambi gli album) si incontrano per interpretare una melodia alla Ryan Adams o alla Jayhawks, per non parlare del grande Van. Il delicato intreccio di chitarre acustiche nel country-rock dell’iniziale Honey Pie, dove si evidenzia anche un insinuante tocco di armonica confluisce in un’altra ballatona ariosa come Papercuts, caratterizzata da un felice uso delle armonie vocali atte a creare dei piccoli ganci sonori che evidenziano la melodia del brano, caratteristica che ricorre spesso nelle canzoni dello svedese. The Yellow Fields con l’uso di una slide pungente ha le caratteristiche di un suono più di matrice “Americana” e grintoso, a tratti, pur se l’arte della ballata, “melanconica” mi raccomando, è pur sempre la caratteristica più evidente https://www.youtube.com/watch?v=1fGbVzu4AuQ , come dimostra vieppiù Houses, una delizia semiacustica nell’incipit e che poi si affida ad un leggero ma sicuro crescendo di chiariscuri sonori, che ribadiscono la classe e l’ecletticità di questo signore delle terre del nord che non teme di affrontare neppure il country honky-tonkeggiante di Pointless Alleys, ove i sospiri di una pedal steel e della lead guitar si fanno largo nelle pieghe della melodia accattivante, per poi concludere il suo percorso nella batteria spazzolata, nella seconda voce femminile e nelle atmosfere jazzate della dolcissima Rather Be With You, che saranno una sorta di preludio alle atmosfere del nuovo album.

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Continuando a vagare tra i due dischi e tornando definitivamente, per concludere, a Idiot’s Hill, come non ricordare i due brani strumentali, In A Glade e Out Of A Glade, che aprono e chiudono l’album e che possono ricordare gli sketches sonori dei dischi di Nick Drake, altro musicista che occorre ricordare tra i punti di riferimento della musica dei/di Basko Believes: Wolves, con i lupi che iniziano ad uscire metaforicamente dalla radura è più scura ed autunnale https://www.youtube.com/watch?v=AfEdVZb3Dmc , anche se la musica si fa più elettrica e vicina agli U2 meno pomposi (l’ho detto e lo ripeto, sarà quella chitarrina tremolante), o se preferite i Midlake meno prog, persino Mumford and Sons quando abbandonano le tematiche folk; The Waiting, con un ritornello cantabile, fiati, archi e tastiere avvolgenti https://www.youtube.com/watch?v=8hoCLW3uamA , è un altro magistrale esempio di questo soul nordico, grazie anche ai vocalizzi ripetuti di un Orjansson quasi ingrifato. Lift Me Up con la sua elettrica riverberata potrebbe ricordare le atmosfere felpate delle creature sonore di Mark Kozelek https://www.youtube.com/watch?v=vdz4BQvhpM8 , mentre The Entertainer, con un leggero falsetto, è intensa e mirabile come le migliori canzoni dei Gray e Rice ricordati prima. Detto di Rain Song e Going Home rimangono la cameristica e sofisticata Archipelago Winds https://www.youtube.com/watch?v=SwUbtHF8Vq8  e il folk-rock quasi jingle-jangle della delicata Leap Of Faith a completare questa opera che si presenta come un piccolo gioiello di equilibri sonori e che fa il paio con il disco precedente, per una quasi imprescindibile accoppiata destinata agli amanti delle belle sorprese e dei talenti sicuri e certi. Prendete nota, dopo Richard Lindgren, dalla Svezia, Basko Believes o Johan Orjansson, comunque non potete sbagliare!

Bruno Conti

Un Caldo Abbraccio Di Dolce Malinconia! Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy

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Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy – Atlantic Records

Diciamo subito che Damien Rice non è un cantautore molto prolifico: questo nuovo lavoro, My Favourite Faded Fantasy, è il terzo disco in 12 anni, e contiene solo 8 brani, anche se ad un primo ascolto pare un piccolo gioiello, e conferma quindi il suo talento. L’attesa per questo album del cantautore irlandese era tanta, dopo il folgorante esordio di 0 del lontano 2002 (un disco che vendette due milioni di copie nel mondo), e da subito il nome del “dublinese”, abbastanza discreto come personaggio, si trovò catapultato nell’universo del “music business”, e la cosa, anche se appagava il suo commercialista, non lo riempiva, pare, di gioia. Deciso così a prendersi un periodo sabbatico e di staccare la spina, per comprendere se poteva stare lontano dalle luci del palcoscenico. Damien Rice si accorse presto che in fondo poteva fare a meno di quel mondo, e quando in molti erano già pronti a darlo per finito (nel cimitero degli artisti scomparsi), il “nostro” ritorna sulla scena del delitto incidendo il secondo album 9 nel 2006, un piccolo capolavoro (dove si sprecarono i paragoni con Leonard Cohen e Nick Cave), e dopo un altro ancora più lungo periodo di latitanza (l’esilio volontario in Islanda e la rottura personale e musicale con la brava Lisa Hannigan) vola a Los Angeles dal “santone” Rick Rubin (l’uomo che ha allungato la carriera del grande Johnny Cash) e gli affida la produzione del nuovo disco, e tornato in sala d’incisione con l’apporto della attuale band, composta da Shane Fitzsimons al basso, Brendan Buckley alla batteria, Joe Shearer alla chitarra e la brava musicista irlandese Vyvienne Long al violoncello e pianoforte, ha dato vita a questo notevole My Favourite Faded Fantasy https://www.youtube.com/watch?v=wJinIIFExT4 .

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La title-track My Favourite Faded Fantasy inizia con il tipico cantato in falsetto di Damien https://www.youtube.com/watch?v=Rh1C8qpODZs , poi entrano a poco a poco chitarre, tamburi, violino, un violoncello e un pianoforte con un crescendo importante, a seguire troviamo It Takes A Lot To Know A Man, quasi dieci minuti di musica che partono con vibrafono e tromboni, e terminano in una danza morbosa con pianoforte e archi https://www.youtube.com/watch?v=CkdjaxYSMZ4 . Pochi accordi di chitarra sono sufficienti a Rice per sussurrare una sorta di  romanza,The Greatest Bastard https://www.youtube.com/watch?v=hoIFYXOC9tU , per poi passare alla struggente e meravigliosa I Don’t Want To Change You  https://www.youtube.com/watch?v=FnzHOsiaJns (una canzone perfetta da ascoltare davanti ad un bel caminetto, in quello che sarà forse un freddo inverno), e alle note in crescendo di una malinconica Colour Me In, nonché al canto quasi declamato di una The Box, che nel finale orchestrale divampa in tutta la sua bellezza. Si chiude con gli otto minuti di una ballata commovente come Trusty And True, e con i vocalizzi ancora in falsetto di una straziante Long Long Way, una maestosa melodia dal finale sinfonico https://www.youtube.com/watch?v=K5yRKJ-gU48 .

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Damien Rice è un personaggio abbastanza atipico nel panorama musicale internazionale, la sua è una musica di un altro tempo, i suoi riferimenti sono facilmente individuabili nei Buckley (soprattutto il padre), e per certi aspetti nelle sonorità di David Gray, ma anche nella malinconia “classica” di Nick Drake, tutti elementi che puntualmente si ripropongono in questo My Favourite Faded Fantasy, distribuiti in otto brani per circa cinquanta minuti di musica e di parole (dove si sente dannatamente la mano di Rick Rubin), che chiudono in un certo senso il cerchio con i lavori precedenti, in attesa del prossimo, probabile, ennesimo piccolo capolavoro. Poco importa se Rice pubblica album a distanza di otto anni uno dall’altro, se sono così belli e intensi come questo lavoro, per i veri appassionati della buona musica e (per chi scrive), si può prendere tutto il tempo che gli compete. Consigliato!

Tino Montanari

Dalla Scozia Un “Indipendente” Narratore Di Emozioni! James Yorkston – The Cellardyke Recordings…

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James Yorkston – The Cellardyke Recordings And Wassailing Society – Domino/Self

Di questo signore, James Yorkston, mi ero già occupato su queste pagine virtuali in occasione del precedente lavoro I Was A Cat From A Book (12) http://discoclub.myblog.it/2012/08/31/le-raffinate-evoluzioni-di-un-nuovo-menestrello-scozzese-jam/ , quindi non sto a ripetervi l’ammirazione che ho per questo personaggio, con sette album alle spalle (e vari EP) e un rapporto più che decennale con la nota etichetta indipendente londinese Domino Records, che pubblica anche questa sua ultima fatica in studio (dal titolo breve e conciso?!), The Cellardyke Recordings And Wassailing Society.

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Yorkston è stato tra i fondatori del Fence Collective (nelle cui fila sono transitati tra gli altri, King Creosote e la più nota KT Tunstall) un collettivo di area folk dislocato nella regione del Fife, ed è qui che il buon James, nel piccolo villaggio di pescatori di Cellardyke (un dolce angolo della Scozia, forse prossima all’indipendenza?)ha trovato lo spunto per raccontare, lungo un percorso di ben 16 brani, una raccolta di storie, piccoli drammi e stranezze assortite, che ogni giorno in una piccola comunità si possono verificare.

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Registrato a Londra e prodotto da Alexis Taylor degli Hot Chip (strano connubio), questo nuovo lavoro vede ancora la partecipazione di Jon Thorne al basso e Emma Smith al violino e clarinetto (da tempo suoi fedeli collaboratori), oltre che di Rob Smoughton alle percussioni, Fimber Bravo allle steeldrums (tutti noti musicisti prettamente di ambito folk), il veterano Johnny Lynch, e come ospite alle armonie vocali e controcanto, la rediviva e sempre brava KT Tunstall, per un ritorno ai suoni più intimi degli esordi https://www.youtube.com/watch?v=OfnP_1wkf0U .

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The Cellardyke Recording… non è un “concept album” come può sembrare, ma i testi e i temi che legano il disco toccano la melanconia del villaggio costiero e delle persone che vi abitano, a partire dall’iniziale Fellow Man https://www.youtube.com/watch?v=AxwSXxO7dPA , le trame del violino folk di The Blues You Sang, o il quasi parlato di Guy Fawkes’ Signature, passando per la struggente ballata Broken Wave (A Blues For Doogie), un alto, bellissimo ,elogio funebre per un ex-membro della band, le dolci avvolgenti Thinking About Kat e Feathers Are Falling, la narrazione romantica di una Red Fox;  l’angelica voce della Tunstall lo accompagna in Great Ghost https://www.youtube.com/watch?v=xUpy521NTGM  e Honey On Thigh, fino ad arrivare alle delicatezze piano e voce di una inconsueta cover di Chris Bell, dei mai dimenticati Big Star, You & Your Sister “, rivoltata come un calzino” da James https://www.youtube.com/watch?v=KRC06j2-_pY .

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Dalla penna di James Yorkston escono canzoni intimiste e dolci, fatte spesso di lievi accordi acustici, il tutto si regge sulla chitarra e sulla voce (qualcosa di John Martyn, un tocco di Bert Jansch e del grande Nick Drake, e un pizzico, perché no, di Robyn Hitchcock e Donovan) di un cantautore che ha assimilato il meglio della tradizione scozzese, ed anche se i suoi dischi vengono recepiti magari al quinto o sesto ascolto, armatevi di pazienza e sedetevi sulla poltrona di casa, sorseggiate del buon whisky scozzese (consiglio il Glenmorangie), e scoprirete un musicista onesto, nonché narratore tenero e meraviglioso.

Tino Montanari

Il Nebraska Di Michael C. Taylor? Hiss Golden Messenger – Bad Debt

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Hiss Golden Messenger – Bad Debt – Paradise Of Bachelors (Deluxe edition) 2014

Il primo (?) disco uscito con la sigla Hiss Golden Messenger, Poor Moon del 2012 (anche in questo caso la data è abbastanza aleatoria, perché come in quasi tutte le pubblicazioni con questa sigla, ne era uscita, sul finire del 2011, una versione limitata a 500 copie in vinile), era rientrato in ogni caso tra i miei preferiti di fine anno http://discoclub.myblog.it/2012/05/17/piccoli-dischi-di-culto-hiss-golden-messenger-poor-moon/  e anche il successivo Haw, per quanto un filo inferiore, si era posizionato tra gli outsiders più interessanti del 2013. Come si sarà intuito, Michael C.Taylor, che usa da alcuni anni la sigla Hiss Golden Messenger per le sue uscite discografiche, è un tipo prolifico, forse anche un tantino pignolo, e ogni disco prima di vedere la luce ha una serie di “predecessori”, chiamiamoli così.

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La genesi di Poor Moon, e alcune delle prima stesure acustiche di molti brani poi arrangiati e rivisti in modo più complesso in quel disco (e anche in Haw), origina proprio dalle versioni lo-fi realizzate per Bad Debt, un album di registrazioni effettuate su cassetta, nella sua cucina, nell’inverno del 2009, nella freddissima Carolina del Nord, mentre il figlio appena nato di Michael dormiva nella stanza accanto, brani quasi sussurrati per non disturbare il pargolo, ma proprio per questo affascinanti per la spiritualità semplice e gentile che li caratterizza. Come tutti gli album di “culto” che si rispettano anche questo ha una storia particolare: pubblicato nel 2010, in una edizione limitata in CD e poi vinile (nel 2011 tre tirature da 100 copie ciascuna, è nromale?), le copie circolanti vennero distrutte in un incendio nel magazzino della casa discografica dove erano stoccate, durante un incendio per i disordini di Londra di quell’anno. Sei dei nove brani compresi in quella prima edizione sono poi stati registrati nuovamente per i due album successivi, ma evidentemente queste versioni bucoliche e spartane, à la Springsteen di Nebraska per intenderci, anche come qualità sonora, secondo il loro autore meritavano di essere conosciute dal pubblico che aveva apprezzato le sue opere successive, così complesse e cangianti, nel loro “country got soul”, per dargli una etichetta, assai personalizzato.

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La nuova versione, con autoironia definita “Deluxe”, aggiunge altre tre tracce alle nove originali, ma non cambia il mood sonoro, molto raccolto ed affascinante, dell’intera operazione. Se devo essere sincero, preferisco il suono più “espansivo” dei dischi successivi, e quindi non condivido del tutto l’entusiasmo, persino eccessivo, soprattutto della stampa inglese, per questa operazione minimale, ma non posso neppure negare il fascino che emana da queste registrazioni, solo voce e chitarra, l’ambiente della stanza, una piccola eco di tanto in tanto, il soffio (Hiss) del nastro, la voce calda e partecipe di M.C., le belle melodie dei brani, che già si apprezzano anche in queste prime stesure. La voce mi ricorda sempre un incrocio tra il Johnny Rivers “morrisoniano” dei primi ’70, Jim Croce e un James Taylor dalle tonalità più basse: Balthazar’s Song è bella quasi come la sua controparte elettrica http://www.youtube.com/watch?v=91Vm2239uao , No Lord Is Free con la sua lunga introduzione a base di vocalizzi, ha qualche lontana parentela con le litanie acustiche di un Crosby o di un Nick Drake meno rassegnato e malinconico, con alcuni tocchi blues, Bad Debt, la title-track http://www.youtube.com/watch?v=NNNNPGCAT_Y , nella costruzione sonora, anche grazie all’eco naturale dell’ambiente in cui è stata creata, può ricordare i suoni dei cantautori west-coastiani, di cui Taylor è diretto discendente, vista la sua provenienza dalla Southern California, e il fatto che il primo gruppo con l’amico Scott Hirsch si chiamasse The Court And The Spark.

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Anche la “spirituale” O Little light (pure lei presente in versione rivisitata su Poor Moon), con un lavoro leggermente più intricato della chitarra acustica, ricorda le sonorità più scarne dei primi Bonnie Prince Billy e Bill Callahan o del Neil Young in veste acustica. Insomma, per dirla francamente, non è poi che succeda molto in questi brani, buoni sentimenti, religiosità, ecologia e amore per la famiglia, vanno di pari passo con un suono che prende spunto tanto dal folk quanto dai cantautori seventies, quando in Straw Men Red Sun River Gold l’eco nella voce di Michael Taylor si fa più marcata è quasi un piccolo evento. L’amara The Serpent Is Kind (Compared To Man) http://www.youtube.com/watch?v=mMRPzZQhtNo , ripresa poi su Haw, ha una andatura “leggermente” più mossa. Senza stare a citarle tutte, Call Him Daylight ha un suono country-blues più sospeso e minaccioso rispetto agli altri brani, mentre le “nuove” Far Bright Star, mai apparsa prima, la biblica Roll River Roll e la già citata Call Him Daylight, si inseriscono senza problemi nel tessuto sonoro dell’album. Soprattutto ideale per giornate uggiose e “scure” come quella in cui lo sto recensendo, ma comunque affascinante nello svelare il percorso iniziale di un musicista che potrebbe riservarci altre soddisfazioni in futuro: l’essenza della musica folk in attesa di ulteriori sviluppi.

Bruno Conti  

Cofanetti Pre (Quasi Tutti) E Post Natalizi III Parte. Fleetwood Mac, Leo Sayer, Yes, Nick Drake, Creedence Clearwater Revival

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Proseguiamo  la disamina dei cofanetti già usciti o di prossima pubblicazione in questa fine anno 2013, vi annuncio fin d’ora che ci sarà una quarta parte, visto che il materiale è molto!

Questo box dei Creedence Clearwater Revival senza nome, in 6 CD, non è altro che la ristampa, pari pari, a parte la veste grafica di quest’altro cofanetto:

ccr box 2005

uscito nel 2001 quando la Fantasy records era distribuito dal gruppo Warner, ora fa parte della Concord e quindi della Universal, quale occasione migliore del periodo natalizio per rendere nuovamente disponibile questo, peraltro bellissimo, cofanetto? Magari dicendo agli aquirenti che si stanno ricomprando non una versione riveduta e corretta dello stesso (visto che nel frattempo tutti i singoli album sono usciti rimasterizzati e potenziati da varie bonus tracks) ma lo stesso identico pubblicato nella prima parte degli anni 2000. Ripeto, ottimo, in 6 CD praticamente contiene tutta la discografia completa dei Creedence in ordine cronologico, a partire dai singoli incisi come Tommy Fogerty & The Blue Velvets e dai brani èubblicati come Golliwogs e poi a seguire tutta la discografia:

Creedence Clearwater Revival, Bayou Country, Green River, Willy & The Poor Boys, Cosmo’s Factory, Pendulum, Mardi Gras, The Concert e Live In Concert, ovviamente, come detto, senza tutte le bonus inserite nei vari album ufficiali. Ma a poco più di 50 euro mi sento comunque di consigliarlo a tutti, se già non lo avete, assolutamente indispensabile (meno Mardi Gras, forse, se volete acquistarli sciolti)! Esce il 3 dicembre.

fleetwood mac boston

Anche questo è la ristampa di un cofanetto già uscito in precedenza (si trovavano anche i tre CD divisi), la copertina originale era questa:

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il titolo da The Boston Box è diventato semplicemente Boston, ma sempre lui è, uno splendido triplo album che raccoglie i concerti tenuti dai Fleetwood Mac di Peter Green (e Danny Kirwan, Jeremy Spencer, John McVie, Mick Fleetwood) al Boston Tea Party il 5, 6 e 7 luglio del 1970. E come ho detto più volte in passato (questo pubblicato in occasione della ristampa di Then Play On lo trovate qui http://discoclub.myblog.it/2013/08/10/torna-uno-dei-dischi-storici-del-rock-anni-70-fleetwood-mac/. Se ve lo siete lasciato sfuggire al primo giro non commettete di nuovo questo errore, il gruppo in quell’anno non aveva nulla da invidiare agli Allman Brothers o a Jimi Hendrix o a Derek The Dominos o a chiunque vi venga in mente, una formazione formidabile e un album dal vivo incredibile.E’ già disponibile su etichetta Madfish dal 29 ottobre, ad un prezzo tra i 25 e i 30 euro. Provare per credere!

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Anche per gli Yes trattamento opera omnia, almeno per gli album di studio del periodo Atlantic/Warner. Il cofanetto si chiama The Studio Albums 1969-1987 ed in 12 CD raccoglie il meglio della formazione di Jon Anderson, Steve Howe, Chris Squire, Rick Wakeman, Bill Bruford, Alan White, Tony Kaye, Peter Banks (recentemente scomparso) e tutti gli altri che hanno fatto parte del gruppo in questo periodo. Il sottoscritto li ha visti dal vivo all’epoca d’oro http://www.youtube.com/watch?v=Vd4jeeu90Rk e vi posso assicurare che erano un grandissimo gruppo. Comunque soprattutto la prima parte della discografia contiene alcuni albums di grande spessore che smentiscono tutte le critiche che sono state fatte al loro progressive rock nel corso degli anni: Yes Album, Fragile e Close To The Edge non possono mancare in nessuna discoteca che si rispetti, checché vi possano dire critici puristi e nemici delle lunghe improvvisazioni (ogni tanto prolisse, ma tanto piacevoli, lo ammetto, e poi suonavano! Ve lo dice uno che ama Van Morrison, Springsteen, Hendrix, Beatles, Stones e Co., ma non solo!). Il Box che costerà pochissimo come tutti gli altri di questa serie uscirà il 3 dicembre per la Rhino/Warner e conterrà questi dischi: ‘Yes’, ‘Time and a Word’, ‘The Yes Album’, ‘Fragile’, ‘Close to the Edge’, ‘Tale from Topographic Oceans’, ‘Relayer’, ‘Going for the One’, ‘Tormato’, ‘Drama’, ‘90125’ and ‘Big Generator’.Tutti nelle versoni rimasterizzate e con 66 bonus tracks rispetto agli albums originali, take a look  http://www.youtube.com/watch?v=Xql99I1VSdI:

YES
1. Beyond And Before
2. I See You
3. Yesterday And Today
4. Looking Around
5. Harold Land
6. Every Little Thing
7. Sweetness
8. Survival

BONUS TRACKS
9. Everydays (Single version)
10. Dear Father (Early version #2)
11. Something’s Coming
12. Everydays (Early version)
13. Dear Father (Early version #1)
14. Something’s Coming (Early version)

TIME AND A WORD
1. No Opportunity Necessary, No Experience Needed
2. Then
3. Everydays
4. Sweet Dreams
5. The Prophet
6. Clear Days
7. Astral Traveller
8. Time And A Word

BONUS TRACKS
9. Dear Father
10. No Opportunity Necessary, No Experience Needed (Original mix)
11. Sweet Dreams (Original mix)
12. The Prophet (Single version)

THE YES ALBUM
1. Yours Is No Disgrace
2. Clap
3. Starship Trooper
4. I’ve Seen All Good People
5. A Venture
6. Perpetual Change

BONUS TRACKS
7. I’ve Seen All Good People: Your Move (Single Version)
8. Starship Trooper: Life Seeker (Single Version)
9. Clap (Studio Version)

FRAGILE
1. Roundabout
2. Cans And Brahms
3. We Have Heaven
4. South Side Of The Sky
5. Five Per Cent For Nothing
6. Long Distance Runaround
7. The Fish(Schindleria Praematurus)
8. Mood For A Day
9. Heart Of The Sunrise

BONUS TRACKS
10. America
11. Roundabout (Early rough mix)
yes close to the edge cd-dvda

Questo è uscito anche nella version CD+DVDA curata da Steven Wilson dei Porcupine Tree, senza tutte le bonus, a parte un paio, ma con un suono stratosferico per gli amanti dell’hi-tech!

CLOSE TO THE EDGE
1. Close To The Edge
i. The Solid Time Of Change
ii. Total Mass Retain
iii. I Get Up I Get Down
iv. Seasons Of Man
2. And You And I
i. Cord Of Life
ii. Eclipse
iii. The Preacher The Teacher
iv. Apocalypse
3. Siberian Khatru

BONUS TRACKS
4. America (single version)
5. Total Mass Retain (single version)
6. And You and I (alternate version)
7. Siberia (studio run-through of “Siberian Khatru”)

TALES FROM TOPOGRAPHIC OCEANS
1. The Revealing Science Of God / Dance Of The Dawn
2. The Remembering / High The Memory
3. The Ancient / Giants Under The Sun
4. Ritual / Nous Sommes Du Soleil

BONUS TRACKS
5. The Revealing Science of God (Dance of the Dawn) (With original introduction restored)
6. The Remembering (High the Memory)
7. The Ancient (Giants Under the Sun)
8. Ritual (Nous sommes du soleil)
9. Dance of the Dawn (Studio run-through)
10. Giants Under the Sun (Studio run-through)

RELAYER
1. The Gates Of Delirium
2. Sound Chaser
3. To Be Over

BONUS TRACKS
4. Soon (Single edit)
5. Sound Chaser (Single edit)
6. The Gates of Delirium (Studio run-through)

GOING FOR THE ONE
1. Going For The One
2. Turn Of The Century
3. Parallels
4. Wonderous Stories
5. Awaken

BONUS TRACKS
6. Montreux’s Theme
7. Vevey (Revisited)
8. Amazing Grace
9. Going for the One (Rehearsal)
10. Parallels (Rehearsal)
11. Turn of the Century (Rehearsal)
12. Eastern Number (Early version of Awaken)

TORMATO
1. Future Times / Rejoice
2. Don’t Kill The Whale
3. Madrigal
4. Release, Release
5. Arriving UFO
6. Circus Of Heaven
7. Onward
8. On The Silent Wings Of Freedom

BONUS TRACKS
9. Abilene (B-side to “Don’t Kill the Whale”)
10. Money
11. Picasso
12. Some Are Born
13. You Can Be Saved
14. High
15. Days
16. Countryside
17. Everybody’s Song
18. Onward (Orchestral version)

DRAMA
1. Machine Messiah
2. White Car
3. Does It Really Happen?
4. Into The Lens
5. Run Through The Light
6. Tempus Fugit

BONUS TRACKS
7. Into the Lens (Single release)
8. Run Through the Light (Single release)
9. Have We Really Got to Go Through This
10. Song No. 4 (Satellite)
11. Tempus Fugit (Tracking session)
12. White Car (Tracking session)
13. Dancing Through the Light (Paris Sessions)
14. Golden Age” (Paris Sessions)
15. In the Tower (Paris Sessions)
16. Friend of a Friend

90125
1. Owner Of A Lonely Heart
2. Hold On
3. It Can Happen
4. Changes
5. Cinema
6. Leave It
7. Our Song
8. City Of Love
9. Hearts

BONUS TRACKS
10. Leave It (Single Remix Version)
11. Make It Easy
12. It Can Happen (Cinema Version)
13. It’s Over (Previously Unissued)
14. Owner Of A Lonely Heart (Extended Remix)
15. Leave It (A Capella Version)

BIG GENERATOR
1. Rhythm Of Love
2. Big Generator
3. Shoot High Aim Low
4. Almost Like Love
5. Love Will Find A Way
6. Final Eyes
7. I’m Running
8. Holy Lamb (Song for Harmonic Convergence)

BONUS TRACKS
9. Love Will Find a Way (Edited Version)
10. Love Will Find a Way (Extended Version)
11. Rhythm of Love (Dance to the Rhythm Mix)
12. Rhythm of Love (Move to the Rhythm Mix)
13. Rhythm of Love (The Rhythm of Dub)

leo sayer complete

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Vedo già dei sorrisini e delle risatine di scherno. Leo Sayer? Ma per favore, e invece, per il sottoscritto, almeno una parte dei suoi album, i primi, e poi molte canzoni qui e là evidenziano la presenza di un notevole talento sia a livello vocale che compositivo, nonchè visivo. Non per nulla, Roger Daltrey (proprio quello!), quando ha iniziato la sua carriera solista, per il primo album, l’eccellente ed omonimo Daltrey del 1973 si è affidato alla coppia Sayer-Courtney che gli ha scritto tutti i brani per quel disco, tra cui le bellissime One man band e Giving It All away http://www.youtube.com/watch?v=bhhOmFwp7tc. Ma questa è una storia collaterale, ora la Edsel racconta la vera storia con questo box da 12 CD, pubblicato il 29 ottobre, Just A Box, raccoglie gli album originali di Sayer, con due dischetti di rarità e demos posti in conclusione del box, che, nei suoi contenuti, è questo:

CD1 – SILVERBIRD

CD2 – JUST A BOY

CD3 – ANOTHER YEAR

  • Bedsitter Land 4.05
  • Unlucky In Love 3.25
  • The Last Gig of Johnny B. Goode 3.47
  • On The Old Dirt Road 4.00
  • I Will Not Stop Fighting 4.57
  • Moonlighting 4.11
  • Streets Of Your Town 2.58
  • The Kid’s Grown Up 2.48
  • Only Dreaming 5.14
  • Another Year 3.09

CD4 – ENDLESS FLIGHT

  • Hold On To My Love 3.09
  • You Make Me Feel Like Dancing 3.41
  • Reflections 3.08
  • When I Need You 4.12
  • No Business Like Love Business 3.51
  • I Hear The Laughter 3.13
  • Magdalena 4.20
  • How Much Love 3.35
  • I Think We Fell In Love Too Fast 3.05
  • Endless Flight 4.38

CD5 – THUNDER IN MY HEART

  • Thunder In My Heart 3.38
  • Easy To Love 3.44
  • Leave Well Enough Alone 3.16
  • I Want You Back 4.29
  • It’s Over 3.49
  • Fool For Your Love 3.27
  • World Keeps On Turning 3.25
  • There Isn’t Anything I Wouldn’t Do 3.14
  • Everything I’ve Got 2.40
  • We Can Start All Over Again 3.38

CD6 – LEO SAYER

  • Stormy Weather 4.14
  • Dancing The Night Away 4.20
  • I Can’t Stop Loving You (Though I Try) 3.32
  • La Booga Rooga 3.40
  • Raining In My Heart 3.16
  • Something Fine 3.53
  • Running To My Freedom 3.20
  • Frankie Lee 4.07
  • Don’t Look Away 3.31
  • No Looking Back 2.58

CD7 – HERE

  • The World Has Changed 3.54
  • When The Money Runs Out 4.02
  • The End 3.52
  • Lost Control 4.30
  • An Englishman In The USA 4.40
  • Who Will The Next Fool Be 4.15
  • Work 3.31
  • Oh Girl 3.48
  • Ghosts 4.30
  • Takin’ The Easy Way Out 4.48

CD8 – LIVING IN A FANTASY

  • Time Ran Out On You 3.50
  • Where Did We Go Wrong 3.55
  • You Win, I Lose 3.43
  • More Than I Can Say 3.42
  • Millionaire 4.22
  • Once In A While 3.30
  • Living In A Fantasy 4.25
  • She’s Not Coming Back 3.50
  • Let Me Know 4.25
  • Only Foolin’ 3.40

CD9 – WORLD RADIO

  • Heart (Stop Beating in Time) 4.35
  • Paris Dies In The Morning 3.54
  • Have You Ever Been In Love 3.48
  • Rumours 3.57
  • Heroes 4.21
  • ’Til You Let Your Heart Win 4.40
  • The End of the Game 3.28
  • Wondering Where The Lions Are 3.28
  • We’ve Got Ourselves In Love 3.54
  • World Radio 5.27

CD10 – HAVE YOU EVER BEEN IN LOVE

  • ’Til You Come Back To Me 4.09
  • Sea Of Heartbreak 3.48
  • More Than I Can Say 3.42
  • Darlin’ 5.02
  • Don’t Wait Until Tomorrow 3.49
  • How Beautiful You Are 3.58
  • Orchard Road 4.30
  • Aviation 4.20
  • Heart (Stop Beating in Time) 4.35
  • Your Love Still Brings Me To My Knees 3.18
  • Have You Ever Been In Love 3.48
  • Wounded Heart 4.15
  • Love Games 3.53
  • Never Had A Dream Come True 4.48

CD11 – COOL TOUCH

  • Cool Touch 4:18
  • Rely On Me 3:53
  • Young And In Love 3:33
  • Paper Back Town 4:24
  • Going Home 4:28
  • My Favourite 3:21
  • I Can’t Stop 4:17
  • Heaven Knows 4:12
  • Agents Of The Heart 3:09
  • Suki’s Missing 3:49

CD12 – VOICE IN MY HEAD

  • Everyone 4:53
  • Pop Life 3:57
  • Saturday Girl 4:28
  • You Thrill Me 4:14
  • We Got Away With It 4:30
  • I Never Knew 2:57
  • Please Don`t Walk Away 4:05
  • Don`t Look Back 4:47
  • Voice In My Head 4:31
  • Candygram 5:36
  • Almost Blue 3:15
  • Running Man 4:42
  • There And Back Again 4:45
  • Becalmed 4:00
  • Maybe 4:30

CD13 – BONUS TRACKS 1

  • 1. Living In America (1972) 2.57
  • 2. Praise The Land (1971 session recording) 3.45
  • 3. Reasons (1971 session outtake) 4.32
  • 4. Quicksand 2.52
  • 5. The Show Must Go On (7″ Single) 2.54
  • 6. Let It Be 3.46
  • 7. Standing In The Rain (1975 session recording) 2.37
  • 8. Tears Of A Clown (session recording) 3.33
  • 9. Milky White Way (session recording) 3.26
  • 10. King’s Avenue (1977 studio out-take) 3.26
  • 11. Tell Me Just One More Time (session recording) 2.41
  • 12. Thunder In My Heart (Disco version) 6.24
  • 13. I’ve Been Lonely For So Long (1978 session recording) 3.43
  • 14. New Orleans (1978 session recording) 3.21
  • 15. When The Money Runs Out (1979 demo) 4.04
  • 16. Work Work Work (1979 demo) 3.03
  • 17. Train 3.44
  • 18. I Don’t Need Dreaming Anymore 3.36

CD14 – BONUS TRACKS 2

  • 1. Bye Bye Now My Sweet Love 3.20
  • 2. Unchained Melody (1982 demo) 5.22
  • 3. Gone Solo 3.56
  • 4. The Girl Is With Me 4.10
  • 5. Easy To Love (1984 recording) 3.50
  • 6. Passion 4.38
  • 7. Real Life 3.53
  • 8. Solo 3.40
  • 9. Unchained Melody 4.32
  • 10. Love Hurts 3.46
  • 11. Heart For Sale 4.01
  • 12. Haunting Me 4.49
  • 13. The Moth And The Flame 4.39
  • 14. The Only One 4.39
  • 15. Too Many Hearts 3.40
  • 16. Blame It On The Night 4.07
  • 17. Gun 4.45
  • 18. The Loading Zone 5.19

In un mondo ideale quelli da avere sarebbero i primi 4 album, ma visto che il tutto dovrebbe costare una cinquantina di euro fateci un pensierino, nei primi dischi alla batteria c’era Mike Giles (King Crimson), James Litherland (Colosseum) e Russ Ballard (Argent) alla chitarra, Dave Markee (Centipede, Alan Price, poi con Joan Armatrading) al basso, tanto per citare alcuni musicisti che suonavano nei primi dischi. Di fianco ad alcuni brani, tra i migliori e più noti trovate il link del video, dateci un ascolto, potreste rimanere sorpresi in modo piacevole, non aspettatevi Tim Buckley o Van Morrison, ovviamente!

nick drake tuck box

Per concludere il post di oggi, un altro bel cofanetto dedicato a Nick Drake, Tuckbox, 5 CD, esce il 10 dicembre per la Island/Universal e comprende tutti i dischi di Drake (quello “giusto”, speriamo che non leggano i fans di quello canadese, se no mi martellano subito): i 3 ufficiali e i due postumi in mini replica Lp sleeves. Se non li avessi già comprati 18 volte ci farei un pensierino. Comunque per i poliglotti lettori di questo Blog (non scherzo, ho visto nelle statistiche che arrivano visitatori anche da Stati Uniti, Inghilterra, Canada, Giappone e all over the world), questi i contenuti:

  • • Five Leaves Left: Nick’s debut album of 1969
  • • Bryter Layter: the second album released in 1970
  • • Pink Moon: Nick’s final release from 1972
  • • Made To Love Magic: the collection of Island-period recordings, out-takes, off cuts, cast-offs, orphans and the last 5 songs Nick recorded for his proposed 4th album. Originally released in 2004 to add to and replace the ‘Time Of No Reply’ compilation
  • • Family Tree: A collection of recordings made before the Island Records period, from a 9 year old Nick playing Mozart through to spoken word pieces, early songs, cover versions and demos recorded to secure his contract, as well as two recordings by his mother Molly Drake perhaps written in response to her son (Originally released in 2007).

E questa è una delle dieci mie canzoni preferite di tutti i tempi http://www.youtube.com/watch?v=S3jCFeCtSjk. John Cale: celeste, piano e organo, Dave Pegg: basso, Mike Kowalski: batteria, Nick Drake: voce e chitarra. Perfetto!

Mi sono dilungato anche oggi e non c’è stato tutto quello che era previsto per oggi. Pazienza! Alla prossima.

Bruno Conti

 

Le Raffinate Evoluzioni Di Un “Nuovo” Menestrello Scozzese. James Yorkston – I Was A Cat From A Book

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James Yorkston – I Was a Cat from a Book – Domino Recording 2012

Confesso di avere un debole per James Yorkston, cantautore scozzese di talento, dal curioso curriculum musicale. Trasferitosi adolescente ad Edimburgo (nativo di Kingsbarns, contea di Fife), James comincia come bassista per gli Huckleberry, una band di garage rock e punk, ma si stanca presto del genere e cambia rotta dedicandosi anima e corpo al folk, sua grande passione. Dopo l’uscita del primo singolo nel gennaio del 2001 per la Bad Jazz Records, Yorkston inizia un lungo cammino che culmina con la pubblicazione del suo primo album Moving Up Country (2002), che diviene addirittura disco dell’anno per la catena Rough Trade: il cast che condivide con James lo sviluppo del disco sono gli Athletes, musicisti originari di Edimburgo, ai quali viene affidata sia la sezione ritmica (basso e percussioni soft), che un grande dispiego di violino, tastiere, fisarmonica, flauto e armonica. Gli stessi Athletes lo accompagneranno anche nello splendido Just Beyond To River (2004), poi, rotto il sodalizio, seguiranno negli anni piccoli capolavori come Hoopoe (2005) un EP con sei “gioielli” inediti, The Year Of The Leopard (2006), Roaring The Gospel (2007) una raccolta di b-sides e singoli (editi solo in vinile) e il capolavoro When The Haar Rolls In (2008) (nel 2009 è uscito anche un disco di cover, Folk Songs).

Questo nuovo lavoro I Was a Cat from a Book, arriva dopo una pausa dovuta a gravi problemi personali (una rara malattia della figlia), e Yorkston si presenta con una nuova line-up di musicisti che comprende membri dei Lamb (Jon Thorne al basso), The Cinematic Orchestra (Luke Flowers alla batteria), Emma Smith al violino e vibrafono, John Ellis al pianoforte, e da illustri ospiti come Kathryn Williams e Jill O’ Sullivan, la bravissima cantante della band Sparrow & The Workshop.

Si parte con una ballata di disarmante bellezza come la dolce Catch, sfumata da un soffuso suono del pianoforte e dal leggero mormorio del violino, e a seguire Kath With Rhodes, splendido brano cantato in duetto con la cantautrice Kathryn Williams. Border Song, a mia memoria penso sia la cosa più “frenetica” che Yorkston abbia mai registrato, per tornare però subito alle sue atmosfere con This Line Says, una love-song minimale. Arriva, con Just As Scared il secondo duetto del lavoro, con la brava Jill O’Sullivan, un perfetto brano in area “swing-jazz”, dove primeggiano il piano di Ellis e il clarinetto di Sarah Scutt, mentre la melodiosa Sometimes The Act Of Giving Love si colora di tenui sfumature vocali e strumentali.

The Fire & The Flames è il brano più toccante del disco, una ballata straziante e intima, dove James racconta la malattia della figlia, un lamento con pizzicate di chitarra che ricordano il compianto collega scozzese Bert Jansch, le stesse coordinate che si riscontrano con la pastorale A Short Blues (la morte di un vecchio amico). Dopo queste meraviglie, il ritmo torna ad alzarsi con Spanish Ants, una filastrocca in crescendo suonata con la concertina da James, e punteggiata dal violino di Emma Smith, per poi chiudere con la placida Two e una sorprendente I Can Take All This, una sorta di folk-punk dove gli strumenti girano a mille e i musicisti danno sfogo alla loro versatilità (per rimanere in tema, la seconda cosa più frenetica che Yorkston abbia mai registrato!).

Quella di James Yorkston è una musica introspettiva che accompagna la voce malinconica ed intensa dell’autore, scivola lenta e meditativa su un soffice e meraviglioso tappeto acustico: ballate di una bellezza da togliere il fiato seguono le cadenze del canto di James, accompagnato da nitidi accordi di chitarra, da soavi fraseggi di violino, dal dolce fruscio delle spazzole della batteria, e dal morbido tocco di un pianoforte. Nell’intensità dei brani che compongono I Was A Cat From A Book, sembra di scorgere la magia del primo John Martyn o le trame strumentali e vocali del Nick Drake di Bryter Layter, soprattutto nell’esposizione sofferta delle liriche o nel trasporto emotivo del canto, che James riesce sempre e comunque ad emozionare in maniera profonda. Non è certamente musica per ascolti superficiali quella di questo artista schivo e dalla vita appartata (vive, beato lui, nelle highlands scozzesi), ma sarebbe un delitto che questo gioiello di cantautorato folk e un personaggio dalla classe davvero unica, passino inosservati.

Tino Montanari

Il Ritorno di Un “Genio”? Bill Fay – Life Is People

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Bill Fay – Life Is People – Dead Oceans 21.08.2012

La settimana prossima esce il primo album di materiale “nuovo” inciso da Bill Fay, un geniale musicista inglese che ha operato (e pubblicato i suoi due dischi) tra il 1970 e il 1971. Poi è scomparso, i dischi sono diventati oggetti di culto come quelli di Nick Drake, ma lui non era morto, ovviamente. Con cadenza periodica delle coraggiose etichette indipendenti facevano uscire del materiale inedito d’archivio o delle ristampe dei suoi album, l’omonimo Bill Fay del 1970 (più orchestrale) e Time Of The Last Persecution (con una strumentazione più rock), entrambi editi, con bonus tracks, dalla Esoteric Records nel 2008, e in origine pubblicati dalla Deram, ma ora esce un album nuovo che, peraltro, non ho ancora avuto modo di sentire.

Per ora i “riscontri”, in ogni caso, sono i seguenti:

Mojo Album Del Mese 5 stellette – “Il primo Album di Bill Fay in 41 anni è sbalorditivo!”

Uncut 9/10 – “Meravigliosamente misurato ritorno per questo modesto maestro della canzone inglese”

Q 4 stellette – “Il sorprendente ritorno di un grande “perduto” artista di culto…una esperienza che incute timore.”

E si sprecano i paragoni (oltre che con Drake) con Ray Davies, John Lennon, il primo David Bowie e Gary Brooker. Per il momento mi limito a proporvi alcuni video con brani del suo repertorio e consigliarvi vivamente l’acquisto dei due album degli anni ’70, che direi è quasi d’obbligo, se già non ne siete felici possessori. Jeff Tweedy e Nick Cave sono grandi fans e i Wilco hanno eseguito un paio di volte dal vivo Be Not So Fearful, anche con la presenza sul palco dell’autore. Sul disco nuovo mi esprimerò non appena avrò occasione di ascoltarlo, ma con queste premesse dovrebbe essere un “trionfo”, sia pure per “Carbonari” veri. Il termine “genio” nel titolo del Post è volutamente provocatorio e anche tutte le virgolettature!

Uscita il 21 agosto.

Bruno Conti

Tutti A Bordo Del Jeb Loy Nichols Special!

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Jeb Loy Nichols – The Jeb Loy Nichols Special – City Country City/Universal

Ci sono, di tanto in tanto, quei dischi che pigramente si insinuano nel tuo inconscio di ascoltatore e lo catturano, questo The Jeb Loy Nichols Special fa parte della categoria. Si tratta del nono album di questo signore americano del Missouri, ma che da undici anni vive in una piccola città del Galles, che lui stesso definisce molto simile come attitudine, panorama e modo di vivere alla provincia americana da cui proviene.

Quando la Decca attraverso la City Country City gli ha fatto questa “proposta che non si poteva rifiutare” (suona un po’ mafioso ma ovviamente non lo è), Jeb Loy Nichols aveva già tentato la strada della fortuna con una major, la Capitol, nel 1997, con un album Lovers Knot che era quietamente scivolato nell’oblio: ma già prima, con la moglie, in un gruppo chiamato Fellow Travellers ad inzio anni ’90 e poi in seguito con un consistente numero di altri dischetti pubblicati per etichette come la Rough Trade, la Rykodisc e ultimamente la Tuition, Nichols aveva imperterrito continuato a pubblicare buona musica senza mai creare quel piccolo capolavoro che è questo …Special. (c’è anche un suo brano nella colonna sonora di Good Will Hunting).

Si tratta del classico album che gli americani (e JJ Cale) definirebbero laid-back, ovvero leggendo la traduzione: calmo, rilassato, tranquillo, tutti aggettivi che si adattano a meraviglia a questo CD. In effetti il genere a cui lo si puo accostare è quel famoso Country Got Soul di cui tra l’altro proprio Jeb Loy Nichols è uno degli “inventori”. Se leggete i credits delle due compilation con lo stesso nome pubblicate dalla Normal Records nella scorsa decade, noterete che il nome del curatore di quelle due antologie prodotte da Dan Penn era proprio Nichols.

Ma i 37 minuti di questo disco, strutturato attraverso 12 brani e una breve intro nella quale Jeb Loy vi invita a bordo per questo viaggio musicale, toccano un po’ tutti i generi. Accompagnato dai Nostalgia ’77, un gruppo di musicisti jazz assolutamente sconosciuti ma bravissimi e con la produzione di tale Benedic Lamdin, alttrettanto ignoto a chi scrive, l’album è stato registrato negli studi analogici di Dollis Hill come se fossimo in pieni anni ’70, gli anni in cui si potevano fondere country, soul, jazz, perfino la disco senza preoccuparsi delle conseguenze sulla critica perché il mercato discografico era nei suoi anni più “gloriosi”. Ora che la crisi si è fatta nera le etichette discografiche sono alla disperata ricerca di musica buona e quindi accettano, anzi cercano, dischi come questo, difficilmente catalogabili.

Nichols è uno che si guarda anche intorno, su quello che succede nel mondo che lo circonda e i testi dei suoi brani sono sintomatici di questo suo sguardo verso una società che non gli piace:

“I Wanna talk less, drive less / spend less and waste less /Go to town less, hang around less / I wanna watch less TV /Say yes less, wanna eat less / want less and use less / Consume less, throw away less / buy less and own less” . Così recita Different Ways For Different Days la prima canzone di questo viaggio, il tutto con una musica che potrebbe provenire da un disco registrato ai Muscle Shoals da Bill Withers o da un, appunto, laidback Marvin Gaye, accompagnati dall’organo sibilante di Spooner Oldham e dal piano jazzy di Ben Sidran con una sezione ritmica raffinata e operosa e impegnata a far finta di nulla nello stesso tempo. Something about the rain è una ballata costruita su pochi elementi, un loop di batteria, un piano in sottofondo, un contrabbasso e la voce sorniona di Nichols che più che alle atmosfere del Tennessee ti fa pensare alle giornate piovose in Galles. Nothing and no-one, solo voce e chitarra acustica, oltre che Nichols avrebbero potuto scriverla solo Nick Drake o John Martyn, due minuti di malinconia perfetta.

Going Where The Lonely Go è il primo piccolo capolavoro di questo album (non che quelle che la precedono e la seguono, siano brutte, tutt’altro): scritta da Merle Haggard e arrangiata in pefetto stile country got soul con organo, piano e una chitarrina insinuante che si dividono la scena con una piccola sezione fiati idealmente arrangiata come un ideale crocevia tra Willie Mitchell e Burt Bacharach. Ain’t It Funny scritta da George Jackson, che non è il Black Panther cantato da Dylan ma un sublime autore “minore” americano, per noi “rockers” nostalgici basterebbe ricordare che è quello che ha scritto Old Time Rock And Roll e Tryin’ To Live My Life Without per Bob Seger, è un altro brano di quelli magici, con i musicisti impegnati a creare atmosfere deliziose su cui Jeb Loy Nichols deposita la sua voce nasale e vagamente Tayloriana (proprio nel senso di James), un altro che conosce bene l’articolo trattato, senza dimenticare le atmosfere del grande Van Morrison dei primi anni ’70, un’altra influenza neppure troppo nascosta o gente come Johnny Rivers e Tony Joe White.

Countrymusicdisco45, tutto attaccato, è proprio la perfetta realizzazione di quello che il titolo recita: prendete un “grasso” giro di basso, tipo quello di Lowdown di Boz Scaggs – un signore che negli anni ’70 si è trasformato in un rappresentante del blue eyed soul più funky-pre disco, partendo dall’essere cantante nella Steve Miller Band e poi autore di un disco omonimo che conteneva Loan Me A Dime, un brano blues dove Duane Allman ha realizzato forse l’assolo più bello della sua pur luminosa carriera, fine della digressione – per i “puristi” del rock era difficile accettare questi “piaceri proibiti”, disco music, orrore! Ma Nichols rende perfetta questa fusione tra i generi, con tanto di sezione archi, piano fender rhodes, chitarra con wah-wah, armonica e la recitazione dei nomi dei grandi del country in una sorta di litania ipnotica, il groove è veramente irresistibile. People Like Me è un bellissimo valzerone country che tanto mi ha ricordato ancora quel James Taylor ricordato prima magari con un pizzico dell’Elton John del periodo americano, il suono della doppia tastiera piano-organo è sempre perfetto e fa tanto Band e l’effetto country got soul non manca mai.

Hard Times all’origine era un brano reggae di un artista inglese, tale Pablo Gad, ma diventa una ballata acustica di stampo soul à la Bill Withers oppure il Bob Marley delle origini acustiche, una vera delizia sonora. Disappointment è un fantastico brano di taglio jazz che potrebbe provenire indifferentemente dal repertorio del Marvin Gaye più raffinato oppure dai suoi figliocci inglesi dei primi anni ’80 come i Working Week o dai brani meno commerciali di Sade con un fluido piano che guida i ritmi alla Dave Brubeck della sezione ritmica. Larry Jon Wilson è un “piccolo grande” cantautore americano degli anni ’70 (e poi tornato per un ultimo album del 2008) che è il perfetto prototipo dell’artista di culto, la sua Things Ain’t What They Used To be si inserisce perfettamente nella filosofia di questo album come pure la bellissima Waiting Round To Die scritta da Townes Van Zandt l’esemplificazione perfetta del Beautiful Loser e pure un grande autore di canzoni, ancora una volta interpretato e arrangiato con un “meno e meglio”, scarno ed accorato. Si chiude con The Quiet Life, il manifesto di vita e musica di questo signore, che si chiama Jeb Loy Nichols e ha realizzato un disco degno di tutti questi altri “signori Cantanti” (maiuscolo) che sono stati nominati nel corso della recensione. Una vera sorpresa e se vi riconoscete in quanto detto potreste ricevere una delle più belle sorprese positive dell’anno, in ambito musicale, naturalmente. Per la serie i piccoli piaceri della vita!

Bruno Conti