Una Stella Che Brilla Con “Grazia” Nel Panorama Jazz, Soul & Gospel. Lizz Wright – Grace

lizz wright grace

Lizz Wright – Grace – Concord/Universal Records

Nel corso degli anni in questo blog abbiamo parlato e recensito bravissime cantanti donne: penso a Dana Fuchs, Grace Potter, Beth Hart, Susan Marshall, Ashley Cleveland (rock), Mary Black, Maura O’Connell, Pura Fè, Buffy Sainte-Marie (folk), Bettye Lavette, Candi Staton, Ruthie Foster, Kelly Hunt (soul), Rory Block (blues), Barb Jungr (jazz), senza dimenticare la compianta Eva Cassidy e tantissime altre che meriterebbero di essere citate, ma stranamente (e forse colpevolmente) non ci siamo mai occupati di Lizz Wright, eccellente vocalist di colore che spazia fra jazz, soul, rock e gospel. Originaria della Georgia, Lizz (guarda caso, ma forse no, figlia di un Pastore) si è rivelata nel 2003 grazie ad uno dei tanti tributi a Billie Holiday, incantando gli addetti ai lavori con una voce che non si dimentica tanto facilmente. Il suo primo album da solista Salt,proprio di quel anno, fu subito un successo, bissato poi con Dreaming Wide Awake (05), dove rileggeva in chiave “jazzy” anche classici rock come Old Man e Get Together, per poi arrivare ad un disco di gospel e soul strepitoso come The Orchard (08), con i componenti dei Calexico coinvolti. Arrivata ad un certo successo, la Wright proseguiva la sua carriera con un disco ambizioso Fellowship (10), che rileggeva pagine di Jimi Hendrix, Eric Clapton, Gladys Knight, con la presenza di ospiti del valore tra cui Angelique Kidjo e Me’Shell Ndegèocello, sino ad arrivare all’ultimo lavoro in studio Freedom & Surrender (15), dove spiccava una notevole versione di Right Where You Are (del duo rap Jack & Jack) in duetto con il cantante jazz Gregory Porter.

Per questo nuovo lavoro Grace, Lizz Wright alza ulteriormente l’asticella affidando la produzione all’ottimo Joe Henry, di cui consiglio sempre di ascoltare Shuffletown (90), disco che al sottoscritto piace parecchio; per l’occasione Joe negli studi United Recording di Hollywood porta i suoi soliti musicisti di fiducia, a partire da Jay Bellerose alla batteria e percussioni, David Piltch al basso, Marvin Sewell alle chitarra elettrice e acustica, Marc Ribot chitarra e voce, Patrick Warren alle tastiere, Kenny Banks al piano, e con il supporto vocale di Angela e Ted Jenifer, Cathy Rollins, Artia Lockett, Valorie Mack, tutti impegnati ad accompagnare la bellissima voce della WrightGrace parte con il blues acustico Barley, che evoca immagini di territori densi di piantagioni di cotone, a cui fanno seguito il classico di Cortez Franklin Seems I’m Never Tired Lovin’ You (splendida la versione di Nina Simone che trovate su Nina Simone And Piano), interpretata da Lizz al meglio e che non sfigura con l’originale; viene riproposto anche uno dei più celebri cavalli di battaglia di Sister Rosetta Tharpe Singing In My Soul, in una chiave veramente “soulful”, e viene rivoltata come un calzino Southern Nights diel grande Allen Toussaint, trasformata in una sofisticata ballata quasi da “piano bar”di lusso.

Con What Would I Do Without You,  la Wright rende omaggio pure a Ray Charles con una rilettura sublime da ascoltare a tarda notte, mentre la title track Grace, scritta dalla cantautrice canadese Rose Cousins e da Mark Erelli, è cantata da Lizz in maniera sofferta e commovente, che poi prosegue sullo stesso standard qualitativo con le note raffinate di Stars Fell On Alabama (dove si apprezza  la bravura di Marc Ribot), eccellente anche il Bob Dylan di Shot Of Love, con una Every Grain Of Sand interpretata in una versione “spirituale” da premio Nobel. La personalità di Lizz emerge ancora nella parte finale del disco, con una bella versione di una ballata di K.D. Lang Wash Me Clean (la trovate su Ingènue), trasformata in una sorta lamento ansioso sulle note di un organo e con un brillante lavoro di chitarra, e le note finali di un brano autobiografico All The Way Here, scritto con la cantautrice Maia Sharp, e cantato in uno stile quasi sussurrato Il filo comune che lega le dieci canzoni di Grace è sicuramente rappresentato dall’estrema eleganza della voce della Wright, ma anche dalla bravura di Joe Henry nel trovare il modo e il tempo giusto di assecondarla, ed è inutile cercare di nasconderlo, ci sono voci diverse dalle altre, non solo per essere uniche e incompatibili, ma soprattutto per la loro capacità di arrivare direttamente al cuore e all’orecchio, e sicuramente Lizz Wright è una icona perfetta della cantante jazz, gospel e soul raccolta in una unica figura (per certi versi vicina allo stile di Cassandra Wilson), una sicura protagonista della musica di qualità, capace di elevare una qualsiasi canzone ad un livello superiore, e quindi di far parte a pieno titolo della pattuglia di voci femminili citate all’inizio. Deliziosamente ammaliante!

Tino Montanari

Comunque Lo Si Giri Un Gran Bel Disco! Samantha Fish – Chills & Fever

samantha fish chills & fever

Samantha Fish – Chills And Fever – Ruf Records

All’incirca ogni paio di anni la giovane chitarrista e cantante di Kansas City si presenta con un nuovo album e ogni volta cerca di stupire il proprio pubblico con proposte sempre fresche, varie ed accattivanti. Dopo i primi due album prodotti da Mike Zito (ma c’era stato anche un disco dal vivo autoprodotto Live Bait, che l’aveva fatta conoscere ai tipi della Ruf), inframezzati da un paio di album della serie Girls With Guitars, nel 2015 Samantha Fish si era trasferita in quel di Memphis, Tennesse (ma non solo, anche Louisiana e Mississippi) per registrare sotto la produzione di Luther Dickinson l’eccellente Wild Heart, un disco che univa lo stile più rock ed immediato dei primi due dischi, con le radici roots e blues del nuovo album, dove accanto alle notevoli doti di chitarrista metteva in mostra anche un costante miglioramento dal lato vocale, con influssi soul nel suo cantato http://discoclub.myblog.it/2015/06/10/giovani-talenti-si-affermano-samantha-fish-wild-heart/ .

Passano altri due anni e per questo nuovo Chills And Fever la troviamo in quel di Detroit, Michigan, sede ai tempi della gloriosa Tamla Motown, ma anche di una florida scena rock, e poi, in tempi più recenti, di una nuova ondata di talenti in ambito garage-rock e neo-soul: con la produzione di Bobby Harlow, vecchio sodale di Jack White agli inizi della loro carriera a Detroit, nei Go,  impegnato anche con altre band del circuito alternativo locale, tra cui i Detroit Cobras, gruppo etichettato come “Garage Rock Revival, e che, anche se non pubblicano nuovi album da una decina di anni, sono tuttora in attività, come testimonia la loro presenza nel nuovo disco della Fish: ben quattro di loro, Joe Mazzola alla chitarra ritmica, Steve Nawara al basso, Kenny Tudrick alla batteria e Bob Mervak, al piano elettrico e organo, innervati da un paio di fiati ingaggiati in quel di New Orleans, Mark Levron alla tromba e Travis Blotsky al sax. Lei si è infilata in un corpetto sexy, un paio di pantaloni leopardati e armata della sua chitarra elettrica ci regala un ennesimo disco di valore, dove tutti gli elementi citati ci sono, ma il risultato è un album dove il suono si nutre di soul, R&R, qualche deriva garage e punk, ma solo nell’attitudine, visto che il CD ha un sound molto raffinato e ricco di elementi vintage, attraverso una nutrita serie di cover che pescano nel passato, con la voce della brava Samantha sempre più autorevole e ricca di mille nuances.

L’apertura è affidata ad una scintillante He Did It, un vecchio brano delle Ronettes che era anche nel repertorio dei Detroit Cobras, con i vorticosi interventi della chitarra, un ritmo incalzante, i fiati sincopati, la voce pimpante della Fish, veramente splendida, e un’aria di festa e good time music che mettono subito l’ascoltatore in una gioiosa condizione d’animo. La title track, anche se forse non provoca “brividi e febbre”, è una vera delizia nu-soul, più che alla versione di Tom Jones di inizio anni ’60,  si ispira allo stile sexy e felpato della Amy Winehouse del periodo in cui era accompagnata dai Daptones, con piano elettrico e fiati che affiancano la voce felina della brava Samantha, che inchioda anche un breve e misurato solo della sua solista in modalità wah-wah; e pure Hello Stranger, con un organo alla Timmy Thomas, ed uno splendido e raffinatissimo arrangiamento soul, rimanda all’originale di Barbara Lewis, un’altra musicista nativa di quell’area, con la voce della nostra amica sempre accattivante e un intervento della solista di gran classe. It’s Your Voodoo Working, è stata una hit minore per tale Charles Sheffield, cantante R&B misconosciuto della Louisiana, una ulteriore piccola perla di questo Chills And Fever, musica che fa muovere mani e piedi, senza dimenticare il lavoro sempre di fino della chitarra.

Hurt’s All Gone, scritta da Jerry Ragovoy, la faceva Irma Thomas, ed è uno splendido midtempo di stampo soul, con fiati e chitarra sempre incisivi, mentre ignoro di chi fosse You Can’t Go, ma è un altro vorticoso errebi dove tutto fila a meraviglia, soprattutto la chitarra di Samantha. Either Way I Lose era nel repertorio di Nina Simone, e questa versione cerca di mantenere, riuscendoci, lo stile raffinato della grande cantante nera, Never Gonna Cry è un’altra oscura rarità di tale Ronnie Dove (?!?), una malinconica love ballad di stampo sixties, che fa il paio con Little Baby, un brano che ha il ritmo e la stamina della famosa Shout degli Isley Brothers, incalzante e irresistibile, con il lavoro della solista sempre perfetto. Che altro aggiungere? Crow Jane è il vecchio pezzo di Skip James, con la Fish alla cigar box guitar, per l’unica concessione al blues puro, ma anche le restanti Nearer To You, You’ll Never Change, la lunga Somebody’s Always Trying, con un assolo di chitarra micidiale, e la cover del vecchio successo di Lulu I’ll Come Running Over, quasi alla Blues Brothers, sono altri ottimi esempi di soul e R&B suonati e cantati con piglio e convinzione, Non si sa se apprezzare di più il lavoro della voce, della chitarra o la produzione di Harlow. Comunque lo si giri un gran bel disco.

Bruno Conti

Ancora Una Volta L’Unione Fa La Forza? Ina Forsman Tasha Taylor Layla Zoe – Blues Caravan 2016: Blue Sisters In Concert

blues caravan 2016 Blue sisters in concert

Ina Forsman Tasha Taylor Layla Zoe – Blues Caravan 2016: Blue Sisters In Concert – Ruf CD+DVD

All’inizio dello scorso anno vi avevo parlato in termini più che lusinghieri dell’esordio discografico su etichetta Ruf (ma non era il suo primo disco) della cantante finlandese Ina Forsman, un piccolo gioiellino che frullava rock, blues, soul music, il tutto cantato con una voce seducente, duttile e potente, forse senza essere ai livelli delle grandi del passato o anche di realtà attuali come Beth Hart, Dana Fuchs o Janiva Magness e Susan Tedeschi, ma comunque interessante nella sua capacità di fondere certe sonorità “moderne” care a Amy Winehouse per intenderci ,con un suono classico R&B, sicuramente anche grazie al fatto che il disco era stato registrato in quel di Austin, Texas, con musicisti locali in grado di creare una atmosfera sonora ricca di classe e raffinatezza http://discoclub.myblog.it/2016/02/06/sorpresa-dalla-finlandia-ecco-grande-nuova-voce-blues-ina-forsman/ . Nel corso della scorsa annata poi la Ruf ha pubblicato anche gli album di Tasha Taylor (se il nome, anzi il cognome, vi dice qualcosa, non vi state sbagliando, è proprio la figlia minore di Johnnie Taylor, una delle stelle assolute della soul music targata Stax) e Layla Zoe (giovane cantante canadese, ma già con una consistente discografia di cinque album indipendenti alle spalle), entrambe in possesso di una propria specificità, più vicina alla soul music classica, e non poteva essere diversamente, la Taylor, più orientata verso il blues, e il rock, la canadese Zoe, con i soliti ed inevitabili paragoni con Janis Joplin.

La Ruf Records, nella sua lungimiranza, le ha unite per la propria classica Revue annuale, http://discoclub.myblog.it/2015/03/11/lunione-fa-la-forza-laurence-joneschristina-skjolbergalbert-castiglia-blues-caravan-2014-live/ che tutti gli anni porta in tour gli artisti del momento della etichetta tedesca (quest’anno tocca a Si Cranstoun, Big Daddy Wilson e Vanessa Collier) https://www.youtube.com/watch?v=–qPK4lhe4Q : quindi già all’inizio dello scorso anno, in concomitanza con l’uscita del disco della Forsman, ma assai prima delle pubblicazioni dei dischi delle altre due, le ha spedite On The Road, come Blue Sisters, accompagnate da un trio finlandese ( e qui sta il piccolo inghippo, sto ancora decidendo se il disco mi convince del tutto, ma comincia ad acchiapparmi dopo ascolti ripetuti), dove alla chitarra troviamo Davide Floreno! Chi, scusate? Eppure succede, nato a Roma, da anni vive a Helsinki, ha una propria casa di produzione lassù, una etichetta e si è sposato pure la brava axewoman locale Erja Lyytinen (a proposito le tre donzelle del disco di cui stiamo parlando non suonano nulla, a parte la Taylor, che strimpella la chitarra raramente, ma non nell’occasione). Dove eravamo rimasti? Ah sì, gli altri finlandesi: Walter Latupeirissa al basso e Marrku Reinikainen alla batteria, entrambi competenti e validi musicisti in azione nel circuito blues tedesco e nordico. Sedici brani sul CD e ventisei sul DVD, ma sono nella stessa confezione per cui niente paura: prima me li sono ascoltati e poi me li sono visti, le tre ragazze fanno la loro figura, tre figurine sexy e aggressive, con mini abiti e spacchi vertiginosi, ma comunque il talento è inversamente proporzionale alla quantità di tessuto indossato, insomma l’occhio vuole la sua parte, ma anche l’orecchio vi giuro rimane più che soddisfatto.

I due appunti che mi sento di fare sono, oltre al suono fin troppo scarno di un trio virato al blues-rock, anche se valido, la non eccessiva interazione delle tre sul palco, ossia i brani dove le tre appaiono insieme non sono poi molti: l’iniziale Chain Of Fools, il mega classico di Aretha, e poi la lunga, eccellente, parte conclusiva, da una gagliarda Honky Tonk Woman, passando per Tell Mama e In The Basement, entrambe nel repertorio  di Etta James, Come Together e infine un super blues come Rock Me Baby del grande BB King, dove si apprezza Davide Floreno, chitarrista dal tocco classico, ottimo in tutto il concerto. Nelle varie parti soliste delle esibizioni singole si apprezzano la raffinata Devil May Dance Tonight, molto alla Winehouse, la notturna e jazzata Bubbly Kisses e le cover del pezzo di Nina Simone I Want A Little Sugar In My Bowl e di Queen Bee (entrambe solo sul DVD) nel segmento dedicato a Ina Forsman, il funky-soul di What Difference Does It Make, l’omaggio al babbo Johnnie, con una pimpante Who’s Making Love, dove però la mancanza dei fiati è quasi criminale (mentre da quello che ho visto e sentito saranno protagonisti assoluti del Blues Caravan 2017), oltre a Valerie degi Zutons (solo sul DVD), anche questa legata alla Winehouse, nella parte dedicata a Tasha Taylor. Con Layla Zoe eccellente nella ritmatissima Work Horse, dove ricorda molto Beth Hart, ma anche nella bella ballata Don’t Wanna Hurt Nobody e nel lungo blues Never Met A Man Like You, dove si apprezza anche la solista di Floreno. In conclusione un disco (e un video) complessivamente più che soddisfacenti, con tre cantanti di assoluto valore e dal futuro luminoso. Quindi pollice all’insù per questo Blues Caravan 2016.

Bruno Conti

Vecchio Ma Nuovo: Un Debutto Da “Bollino Blu”! Marlon Williams – Marlon Williams

marlon williams

Marlon Williams – Marlon Williams – Dead Oceans Records

Come detto in altre occasioni non sempre è facile accostarsi ai nomi “minori” e nuovi, la tentazione (ed il desiderio insieme), è quello di scoprire a tutti i costi la nuova speranza, e sottoporla al pubblico degli appassionati per farne l’ennesimo oggetto di “culto”, oltretutto, spesso, la difficile reperibilità degli autori di volta in volta scoperti (ma con le piattaforme in Internet la situazione è migliorata), fa aumentare la curiosità ed il gioco di complicità che ne scaturisce. Fatta dunque questa onesta e doverosa precisazione, vorrei caldamente consigliare l’ascolto di tale Marlon Williams, nato nel 1990 in un incantevole paesino portuale della Nuova Zelanda (si chiama Lyttelton per la precisione, vicino a Christchurch) con una chiara influenza “Maori” da parte del padre musicista (e si vede). I primi passi musicali Marlon li muove come frontman degli Unfaithful Ways, e in seguito collaborando con il cantautore country neozelandese Delaney Davidson nella triade Sad But True Vol. 1-2-3 (costituita da bellissime cover), poi si è trasferito a Melbourne in cerca di quella visibilità che gli permettesse di esordire in proprio con questo lavoro omonimo, prodotto in coppia con il tastierista Ben Edwards, reclutando un cast di musicisti e amici tra i quali Ben Woolley al basso, AJ Park alla batteria, John Egenes alla pedal steel, Anita Clarke al violino, l’amico Delaney Davidson alle chitarre, con il contributo della sua anima gemella Aldous Harding (emergente cantautrice neozelandese, *NDB Bellissimo anche il suo esordio https://www.youtube.com/watch?v=B3Wds4gDGRc ) alle armonie vocali, tutti riuniti  negli studi Sitting Room della natia Lyttelton.

La partenza è folgorante con Hello Miss Lonesome, una galoppata musicale che rimanda ai film western epici di John Ford (Furore, Ombre Rosse, Sentieri Selvaggi), a cui fa seguito il moderno country di After All, per poi passare alla lenta e bellissima ballata “noir” Dark Child (la prenoto come canzone dell’anno), e ancora una cover di una canzone portata al successo da Billy Fury I’m Lost Without You, rifatta in chiave “sixties” con un importante arrangiamento di archi, e il folk inglese di una dolce e delicata Lonely Side Of Her. Si prosgue con la melodia “assassina” di Silent Passage, pescata dal repertorio del canadese Bob Carpenter (unico album, ma in seguito a lungo collaboratore della Nitty Gritty Dirt Band), il gioioso country un po’ “retrò” di Strange Things, una superba e drammatica versione del tradizionale When I Was A Young Girl (una triste storia di passione e desiderio), uno dei cavalli di battaglia della grande Nina Simone https://www.youtube.com/watch?v=UfSopHrT-m4 , andando a chiudere con la straziante bellezza (solo chitarra e voce) di Everyone’s Got Something To Say, con il coro finale (una magia) che la tramuta in una preghiera.

Comincio a pensare che il cognome Williams nell’ambito musicale sia sinonimo di qualità (come le banane Chiquita), a partire dai titolari del “logo” Hank Williams e Lucinda Williams, e altri tra cui Victoria Williams (ex moglie di Mark Olson dei Jayhawks e prima di Peter Case), o i più giovani Holly Williams (nipote di Hank Williams, sorella di Hank III e figlia di Hank jr.), e Hayward Williams. Nominato a ben cinque New Zealand Music Awards, con questo brillante esordio Marlon Williams dimostra di saper scrivere canzoni che spaziano dal rock al folk al country, valorizzate da una voce notevole, che lo accomuna a tratti ad artisti del calibro di Johnny Cash, Roy Orbison e il buon Elvis, ma anche a Tim Buckley https://www.youtube.com/watch?v=TB_jcFax5kM .

Marlon è giovane, bello, ma quello che più conta ha un talento speciale, e mi sembra difficile che a breve non possa diventare un artista di “prima fascia”, per saperlo non resta che attendere il seguito di questo esordio da “bollino blu”. Il disco esce il 19 febbraio in Europa e negli States per la Dead Oceans (la stessa di Ryley Walker), ma in Nuova Zelanda era già disponibile dalla primavera dello scorso anno. Da qui il titolo del Post!

NDT: A certificare il talento di Marlon Williams, girano su YouTube molti video che lo vedono eseguire cover impegnative tra cui The First Time Ever I Saw Your Face di Roberta Flack (scritta da Ewan MacColl), Bird On A Wire di Leonard Cohen, e una superba Portrait Of A Man di Screamin’ Jay Hawkins.

Tino Montanari

A Sorpresa, Dalla Finlandia, Ecco Una Nuova Grande Voce Blues! Ina Forsman.

ina forsman

Ina Forsman – Ina Forsman – Ruf Records/Ird 

Il rock finlandese ha regalato al mondo gli Hanoi Rocks, un gruppo glam rock rispettato da tutti, se vogliamo i Leningrad Cowboys, sulla scia dei film di Aki Kaurismaki, molte band metal, su tutte Nightwish e Stratovarius tra le tante, in ambito blues citerei Erja Lyytinen di cui mi sono occupato in passato (ricordo sempre che il termine non ha connotati mafiosi, sono tutti ancora vivi quelli di cui mi sono “occupato, per il Buscadero nel caso, ma non sul Blog), nel folk aggiungerei Mirel Wagner, comunque cantanti soul e blues mancavano all’appello. Ora la lacuna viene colmata da Ina Forsman, giovane vocalist emergente, che a giudicare dalla foto di copertina uno potrebbe scambiare per una sorta di Rhianna bianca, ma vi assicuro è molto più brava: ha già alle spalle un album con la Helge Tallqvist Band,  CD inciso quando aveva circa 18 anni e distribuito a livello indipendente in Finlandia, disco dove affrontava classici del soul e del blues con piglio gagliardo, pezzi di Etta James, Koko Taylor, Ruth Brown, Muddy Waters e via andare https://www.youtube.com/watch?v=CNI5y-d93z8 .

Per questo esordio omonimo, su Ruf Records, la Forsman si è scritta tutti i brani, con vari collaboratori finlandesi, unica eccezione la cover di I Want A Little Sugar In My Bowl di Nina Simone, ma poi saggiamente è andata a Austin, Texas a registrare il disco: prodotto da Mark “Kaz” Kazanoff, che suona anche il sax e arrangia e guida la sezione fiati, l’album si avvale pure di due ottimi chitarristi come Derek O’Brien e Laura Chavez (che suona la solista nei dischi di Candye Kane ed è considerata uno dei migliori talenti delle ultime generazioni), oltre ad una pattuglia di eccellenti musicisti locali. L’unica concessione al recente passato è la presenza del suo mentore Helge Tallqvist all’armonica. E la ragazza canta, capperi se canta! Una voce sulla falsariga delle varie Beth Hart, Dana Fuchs, Susan Tedeschi, oltre alle grandissime citate poc’anzi, magari più come tipo di approccio che per la potenza vocale, anzi, se proprio dovessi scegliere una voce a cui accostarla forse sarebbe quella di Amy Winehouse (anche nell’aspetto esteriore, con tatuaggi a volontà), un timbro appassionato ma con una certa indolenza voluta, si lascia guidare dai vecchi marpioni che la accompagnano e il risultato fa ben sperare per la prosecuzione della stirpe delle Soul/Blues singers. Vedremo se poi non si perderà per strada ma per ora ci siamo.

I titoli ovviamente ai più (me compreso che li leggo sul libretto) non diranno nulla, visto che sono tutte nuove composizioni, ma Hanging Loose, con il suo giro di basso grasso e funky, la batteria sincopata, i fiati che pompano di gusto, non ha nulla da invidiare ai piccoli classici minori del passato, la chitarra pungente di Laura Chavez e il piano insinuante di Nick Connolly sono il valore aggiunto di un brano che predispone subito bene l’ascoltatore. Pretty Messed Up è un deep south mid-tempo soul interpretato alla grande dalla Forsman che ha un notevole feeling con le proprie canzoni, con echi addirittura del grande Van Morrison, il tocco dell’assolo di flauto nella parte centrale è una piccola chicca. Bubbly Kisses ha una atmosfera jazzy e notturna, tra contrabbasso, piano e batteria “spazzolata”, oltre ad una tromba con la sordina che fa molto New Orleans anni ’20, e lei canta veramente bene, con classe e grande padronanza vocale. Farewell ricorda quel soul 2.0 in cui Amy Winehouse era maestra, rispetto per le tradizioni ma quel piccolo tocco di irriverenza che fa tendenza, leggeri tocchi reggae nella ritmica e latini nei fiati che avvolgono il tutto e l’armonica di Tallqvist che aggiunge una piccola quota blues.

Che si ampia nel bellissimo lento che risponde al nome di Don’t Hurt Me Now, uno slow blues percorso nuovamente dall’eccellente lavoro della solista della Chavez e dell’organo di Connolly. Anche il blues texano più ortodosso viene affrontato con piglio sbarazzino nella eccellente Talk To Me, ma secondo me è nelle ballate appassionate come Now You Want Me Back dove si apprezza maggiormente il talento già formato di questa giovane cantante, che se la cava alla grande anche nei ritmi più mossi di una Devil May Dance Tonight dove la somiglianza con la Winehouse anche a livello di risultati è impressionante. E pure in Before You Go Home il parallelo regge, sembra quasi di ascoltare una Valerie Part 2, ma senza timori di plagi o copiature, siamo solo sulla stessa lunghezza d’onda. Poi c’è anche il tempo per scatenarsi in una mossa e divertente No Room For Love, a tutto fiati e poi di raccogliersi di nuovo in una versione intensa e sentita, solo voce e piano, del classico di Nina Simone I Want A Little Sugar In My Bowl, con tanto di assolo di sax di Mark Kazanoff. La ragazza ha la voce, il talento https://www.youtube.com/watch?v=CH4FYfmI9Zc, il fisico e pure le canzoni e il disco è veramente bello. Ve lo consiglio caldamente! Fra poco sarà anche nella nuova edizione della Blues Caravan della Ruf con Tasha Taylor Layla Zoe https://www.youtube.com/watch?v=3-yMNdsS1d0

Bruno Conti     

Promesse Mantenute, Sempre Più Brava! Ruthie Foster – Promise Of A Brand New Day

ruthie foster promises of a brand new day

Ruthie Foster – Promise Of A Brand New Day – Blue Corn

Ruthie Foster è una delle più brave artiste afro-americane apparse sulla scena musicale americana nelle ultime due decadi, come già ci era capitato di affermare in un Post su questo Blog http://discoclub.myblog.it/2012/02/22/una-grande-soul-singer-ruthie-foster-let-it-burn/, a cui vi rimando per ulteriori dettagli. In possesso di una voce calda e suadente, ma anche potente e vibrante, la Foster viene dal gospel, dalla musica religiosa americana, come questo album ribadisce, ma ha anche stretti legami con la musica nera classica, sia esso R&B o soul, ma anche spruzzate di folk, blues e persino rock, in questo forse la cantante a cui si può affiancare il suo percorso artistico è Mavis Staples, prima gospel singer, nel gruppo del babbo Pop, e poi grande cantante tout court. Ovviamente ci sono legami stilistici e vocali anche con l’amata Aretha Franklin, con Etta James e Nina Simone, ma come già detto ve lo potete leggere nel Post di Tino Montanari.

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Questo nuovo album, sin dal titolo, promette un’aria di ottimismo che in questi tempi bui non guasta, sia negli “inni religiosi”, quanto nei brani blues, nelle poche cover questa volta contenute nel disco, comunque cinque. Sicuramente contribuisce la produzione di Meshell Ndegeocello, che nel disco suona anche il basso, e che ha scelto personalmente gli altri musicisti utilizzati nel disco, con l’eccezione degli ospiti, voluti da Ruthie, Doyle Bramhall II alla chitarra in Let Me Know e la straripante voce della cantante gospel Toshi Reagon nella conclusiva Believe.

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Si va dal delizioso pop-soul dell’iniziale Singing The Blues, con tanto di citazione per Bobby “Blue” Bland nel testo, che ricorda musicalmente la Bonnie Raitt del periodo di maggiore successo https://www.youtube.com/watch?v=UV20k3v0C-Y , cantata con voce vellutata dalla Foster, all’elettrizzante electric blues-gospel della vigorosa Let Me Know, con annesso ottimo assolo del citato Bramhall, passando per il soul puro di una My Kinda Lover che tanto ricorda il soul puro ed non adulterato delle ballate mid-tempo della Stax, ancora con un breve chitarristico che rinverdisce i fasti delle canzoni dove operava gente come Steve Cropper, Duane Allman e anche Clapton. A proposito di Clapton, la sua “amica” Bonnie Bramlett è una delle autrici delle bellissima The Ghetto che fu un grande successo per gli Staple Singers (ma la facevano anche Delaney & Bonnie), cantata peraltro in modo divino da Ruthie Foster che si conferma vocalist di categoria superiore. Outlaw è un altro brano soul dei primi anni ’70, scritta e cantata da Eugene McDaniels, magari non tra i più noti praticanti del genere, ma comunque valido, intriso di gospel e di blues il brano è interessante anche per la solita chitarrina insinuante e le evoluzioni scat nel finale.

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Second Coming è la cover di un vecchio brano di protesta degli anni ’60 di Willie King, un brano che nel suo dipanarsi tra chitarre acustiche incalzanti, battito di mani sincopato e un organo maestoso può ricordare certe cose di Richie Havens, oltre al classico suono del più profondo gospel. It May Not Be Right è un altro bellissimo brano di stampo soul https://www.youtube.com/watch?v=rOW71arRoQQ , scritto dalla stessa Foster e dal grande William Bell (uno degli autori originali dell’epopea Stax), che tratta argomenti inconsueti per il gospel e il soul come il matrimonio gay, mentre Learning To Fly (non quella di Tom Petty) è una bellissima ballata che ricorda le cose migliori di Joan Armatrading, anche a livello vocale (e pure a livello estetico le due si assomigliano parecchio), con entrambe che hanno sempre attinto anche dallo stile di Nina Simone. Di nuovo blues, soul e rock a braccetto in una ottima Believe, sempre caratterizzata dalla solista molto trattata e dalle tastiere incombenti, che unite al sound incisivo del basso e della batteria sembrano farina del sacco della Meshell Ndegeocello, non male comunque. Brand New Day è l’unica concessione alla tradizione del gospel più puro, cantata a cappella dalla Foster, solo con l’accompagnamento di un tamburello e di un coro di supporto https://www.youtube.com/watch?v=8oDcPOYIWQ8 . Complicated Love è un’altra delicata ballata di stampo acustico, che al sottoscritto ricorda sempre le migliori cose della Armatrading (che negli anni ’70, ma anche oggi, era una cantautrice formidabile). E in chiusura un altro brano di questo filone intimista, scritta dall’ottima cantante gospel Toshi Reagon, che duetta con la stessa Ruthie in un ambito folk molto accattivante. Il disco non sarà forse un capolavoro assoluto, ma parafrasando una vecchia pubblicità, “con quella voce può cantare quello che vuole”!

Bruno Conti

Una Pioggia Di “Covers D’Autore” – Barb Jungr – Hard Rain

barb jungr hard rain

Barb Jungr – Hard Rain – The Songs Of Bob Dylan & Leonard Cohen – Kristalyn Records

Di questa signora aveva già parlato (come sempre puntualmente) il titolare di questo blog, in occasione dei festeggiamenti del 70° compleanno di Bob Dylan http://discoclub.myblog.it/2011/05/27/bob-dylan-at-70-piccole-aggiunte/ . Barb Jungr nativa di Rochdale in Inghilterra, figlia di genitori immigrati (padre ceco e madre tedesca), ha lavorato con molti dei migliori musicisti e compositori inglesi, ha girato il mondo in svariati tour, raccogliendo sempre il tutto esaurito, e a New York, da diverse stagioni, si esibisce regolarmente nei locali più importanti e prestigiosi (al Metropolitan Hall e al Cafè Carlyle)https://www.youtube.com/watch?v=GHjMZHuKtcY Nella sua sterminata discografia (oltre 20 album e varie  collaborazioni), questo è il terzo progetto dedicato alle canzoni di Dylan, dopo Every Grain Of Sand: Barb Jungr Sings Bob Dylan (02) https://www.youtube.com/watch?v=pabKsJf1raE  e Man In The Long Black Coat: Barb Jungr Sings Bob Dylan (11), e il primo inerente alle canzoni di Cohen; prodotto dal pianista Simon Wallace, con l’apporto di musicisti di valore come Neville Malcolm e Steve Watts al basso, Gary Hammond e Richard Olatude Baker alle percussioni, Clive Bell al flauto giapponese, e soprattutto con la magica voce di Barb Jungr https://www.youtube.com/watch?v=Tssuy8Y5YrE . Data la bellezza del lavoro, almeno per il vostro fedele recensore, mi sembra giusto sviluppare i brani “track by track”:

Blowin’ In The WindSi inizia con l’inno “pacifista” per eccellenza, con un flauto e un ritmo da bossanova ad accompagnare lo sviluppo della canzone, cantata da Barb in modo solenne.

Everybody Knows Questo è il primo brano dell’accoppiata Cohen/Robinson (il più famoso) che nel trattamento Jungr viene rivisitato in forma swing-jazz, con pianoforte e leggere percussioni.

Who By Fire – Altro brano “immortale”, ballata tranquilla per pianoforte e voce che prende il cuore e fa scendere qualche lacrimuccia, con un’interpretazione da brividi https://www.youtube.com/watch?v=8o4-PzHds7g .

Hard Rain – L’unica versione dell’album (stranamente) molto simile all’originale, cantata in modo impetuoso, su un tessuto di percussioni tambureggianti.

First We Take Manhattan – Un’altra ballata soffusa per pianoforte e voce, molto teatrale, una jazz-song che mi ricorda lo stile di Joni Mitchell nel suo periodo jazz. Splendida.

Masters Of War – Altro inno contro la guerra, che si apre con il Shakahachi (flauto giapponese), e  un  pianoforte minimale, declamato dalla Jungr nella sua lunga durata (oltre sette minuti).

It’s Alright Ma – Il brano più upbeat della raccolta, arrangiato con organo, percussioni e pianoforte, con una interpretazione gioiosa e divertente di Barb.

1000 Kisses Deep – Splendido brano (tratto da Ten New Songs), firmato da Cohen sempre con la brava Sharon Robinson e rifatto sempre per pianoforte e voce, perfetto da ascoltare in un fumoso piano-bar di Casablanca. Emozionante.

Gotta Serve Somebody – Probabilmente è la canzone dell’album più lontana dall’originale, quasi irriconoscibile per chi non ha dimestichezza con le sfumature jazz, ma che mette in evidenza la bravura vocale della Jungr. Rivoltata come un calzino!

Land Of Plenty –  Altro saccheggio da Ten New Songs, che inizia ancora con il “famoso” flauto, poi entrano in modo discreto piano e percussioni, per una ballata dallo stile solenne.

Chimes Of Freedom –  Chiude un disco meraviglioso il brano più lungo della raccolta (oltre nove minuti), un altro inno “politico”, con una solida interpretazione da canzone “classica”.

E’ sempre un progetto coraggioso fare album di cover (di qualsiasi genere), e questa signora dopo aver omaggiato, nel corso degli anni, Jacques Brel, Nina Simone, Dylan più volte, pure Springsteen (sentire prego https://www.youtube.com/watch?v=jIFW5aMYgm0) e ora anche il grande Cohen, devo dire che, ancora una volta, la sfida è stata vinta. Avviso ai naviganti, questo Hard Rain non è un disco per deboli di cuore, in quanto ascoltando queste “cover d’autore”, l’emozione che trasmette la voce di questa splendida cantante inglese è dirompente, sicuramente una delle artiste più importanti nel mondo delle interpreti di canzoni altrui.

Tino Montanari

Due “Fanciulle” Che Meritano Attenzione! Basia Bulat E Star Anna

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Basia Bulat – Tall Tall Shadow – Secret City Records 2013

Star Anna – Go To Hell – Spark & Shine Records – 2013

Nativa di Etobicoke, Ontario, nell’area metropolitana di Toronto, Basia Bulat è arrivata al terzo album, dopo l’esordio con Oh, My Darling (2007) e Heart Of My Own (2010), con ampi e meritati riconoscimenti critici (anche su questo Blog piccoli-talenti-crescono-basia-bulat-heart-of-my-own.html), merito senz’altro di una voce e una visione artistica di primaria qualità. Ad aiutarla in questo lavoro Tall Tall Shadow, Tim Kinsbury e Mark Lawson (rispettivamente bassista e ingegnere del suono dei connazionali Arcade Fire), per dieci brani che rapiscono per il loro ritmo fluido e orchestrale.

L’iniziale ballata folk Tall Tall Shadow, dialoga così con il pop di Five, Four e Promise Not To Think About Love, seguita dalla splendida (solo voce e autoharp) It Can’t Be You, la scanzonata Wires, le dolci armonie di The City With No Rivers, la moderna tecnologia pop di Someone, per poi passare alla filastrocca folk di Paris Or Amsterdam, la quasi recitativa e tambureggiante Never Let Me Go, e chiudere con la pianistica From Now On (con echi della grande Joni Mitchell). Il folk dei dischi precedenti, in Tall Tall Shadow è inserito in un contesto più robusto, con canzoni in bilico tra le ultime opere di Feist e Laura Marling (spero che il Bruno me lo consenta), forse il primo passo per la Bulat di intraprendere una nuova direzione. Dolcissimo disco per le prossime cupe giornate invernali.

Di Star Anna, mi ero già occupato circa due anni fa recensendo il suo terzo lavoro Alone in This Together (star+anna+and+the+laughing+dogs) e a differenza della Bulat stenta a decollare, continua a rimanere quella che si dice in questi casi “una bella promessa”, causa forse di una distribuzione difficoltosa dei suoi dischi e una notorietà circoscritta nei “punk-rock” e “coffee houses”, della scena West Coast.

Go To Hell (prodotto con il polistrumentista Ty Bailie) è in tal senso il proseguimento del percorso dei lavori precedenti, contrassegnato dalle interpretazioni vocali di Star Anna e da una qualità sonora “dura e sporca” (senza i fedeli Laughing Dogs), ma con veterani sessionmen, a partire oltre che da Ty Bailie, da Jeff Fielder alle chitarre, Julian MacDonough alla batteria, Will Moore al basso e altri bravi musicisti “di area”.

La partenza è affidata alla “rokkeggiante” For Anyone, seguita dalla title track Go To Hell (un brano dal repertorio di Nina Simone), la rootsy Electric Lights e da un altro brano rock Let Me Be, cantato con voce potente. Si riparte con gli arpeggi “roots” di Mean Kind Of Love, la batteria sincopata di Younger Then e il blues rurale di Power Of My Love. La chiusura è affidata splendidamente alla ballata pianistica Everything You Know (con un crescendo imperioso) e ad una cover d’autore, Come On Up To The House di Tom Waits (brano conclusivo di Mule Variations), che sembra eseguita dai bassifondi di una metro.

Il viaggio di Star Anna continua, una tipa che ha imparato la lezione da artisti della grandezza di Lucinda Williams o di Brandi Carlile e Grace Potter (la mia preferita con Dana Fuchs), pronta al grande salto, più di altre blasonate colleghe.

Tino Montanari

E Anche Questa “Canta”! Ursula Ricks – My Street

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Ursula Ricks – My Street – Severn Records

Il suo nome è Ricks, Ursula Ricks, viene da Baltimora, Baltimore per gli americani, una importante città fluviale del Maryland, nel nord-est degli States, una delle più “antiche”, sede di una importante Università, la John Hopkins, musicalmente è la patria di gente come Frank Zappa, Philip Glass, Billie Holiday (ma solo come città adottiva, negli anni dell’infanzia, è nata a Filadelfia), quindi non una scena musicale attivissima. Perché vi dico tutto questo, se non c’entra con il resto? Perché un incipit è importante, attira il lettore verso quello che è il contenuto successivo. In effetti, a ben guardare, un ulteriore nesso con Ursula Ricks c’è, Annapolis, dove è stato registrato il disco per la Severn (che è anche il nome del fiume della città, fine della lezione di geografia), è la capitale del Maryland.

Proprio la Severn, ultimamente, si sta segnalando come una delle etichette più attive ed interessanti della scena indipendente blues & soul americana: tra i loro progetti recenti, l’ottimo ultimo album di Bryan Lee, di cui vi ho parlato nei mesi scorsi, l’ultima fatica dei Fabulous Thunderbirds, la doppia antologia di Alan Wilson ed ora questo My Street che segna l’esordio di Ursula Ricks. Dopo oltre venti anni di attività nei locali con il suo Ursula Ricks Project, un gruppo dedito all’interpretazione di cover soul, R&B e blues, la nostra amica, non più giovanissima, pubblica il suo primo album di materiale originale (con solo un paio di cover), un po’ come era successo per Charles Bradley (visto dal vivo di recente, è veramente bravo) pochi anni orsono. Magari la Ricks è un poco più giovane, ma lei e i suoi amici “paciarotti” del progetto, come potete vedere da molti video che si trovano in rete, è una notevole interprete di musica nera: presenza scenica, gran voce, bassa, risonante e potente, feeling a tonnellate.

Quelli della Severn le hanno messo intorno la loro house band, più alcuni ospiti di spicco e voilà, ecco questo piacevole e trascinante My Street, un disco di funky blues, se così vogliamo definirlo. Producono Kevin Anker, anche alle tastiere, Steve Gomes, pure al basso e il boss, David Earl, gli arrangiamenti di fiati ed archi sono del grande musicista di Chicago Willie Henderson, lo stesso team di Bryan Lee, ed i risultati sono eccellenti. Dal vigoroso blues iniziale, Tobacco Road (non quella famosa, un caso di omonimia), con Kim Wilson ospite all’armonica e Johnny Moeller alla chitarra, peraltro presente in tutto il disco, che con l’aggiunta del veterano Rob Stupka alla batteria garantiscono un sound bluesy alle procedure, che però spesso e volentieri virano verso motivi soul ed errebì veramente sanguigni. Come ad esempio nella ballata soul Sweet Tenderness dove la vociona espressiva della Ricks (che, modestamente, ringrazia l’Universo (!) per i suoi talenti, nelle note) assume quasi delle tonalità alla Nina Simone (una che ha fatto un disco intitolato Baltimore, per i corsi e ricorsi della vita), carezzata dagli archi e dai fiati di Henderson e dalle deliziose armonie vocali di Christal Rheams e Caleb Green, sembra un brano di Al Green o di Isaac Hayes del primo periodo. Mary Jane non sembra, è proprio una cover di una canzone di Bobby Rush, funky e ritmata il giusto, con un basso sinuoso, la chitarra di Moeller che fa lo Steve Cropper della situazione e tutto il gruppo che gira alla grande.

Sempre il giusto ritmo anche nella title-track My Street che ci permette di gustare appieno la vocalità della Ricks. Che è ancora più avvolgente in Due, un altro dei brani dove archi e fiati, più l’organo di Anker contribuiscono a creare quel mood raffinato à la Stax anni d’oro, Mike Welch, un altro degli ospiti nell’album, ci piazza un assolo dei suoi. E si ripete nella decisamente più bluesata Right Now dove lui e Moeller si scambiano licks chitarristici di gran classe intorno alle evoluzioni vocali della brava Ursula. The NewTrend ha di nuovo quell’afflato soul Staxiano se mi passate il termine, ma quello degli anni ’70, meno ruspante e più raffinato. Make Me Blue, di nuovo con le raffinate traiettorie orchestrali di Henderson, ha un qualcosa del miglior Barry White, quello “soffice” pre-disco, con chitarrine e fiati che colorano la performance vocale di gran qualità della Ricks. Che si ripete ancora alla grande in un brano come Just A Little Bit Of Love, che ti fa esclamare Curtis Mayfield ancora prima di avere letto l’autore del brano, bellissima e con una nota di merito ancora per Johnny Moeller che con la sua chitarra wah-wah pennella un sound vecchio stile di gran classe. Di nuovo Moeller sugli scudi nella ondeggiante What You Judge, ma tutto il gruppo suona come un orologio di marca, preciso e puntuale intorno alla vocalità corposa di Ursula Ricks, una veramente brava e meritevole di essere scoperta, se ne avete voglia segnatevi il nome!                                              

 Bruno Conti

Un Musicista Dallo Sri Lanka, Questo Mancava! Bhi Bhiman – Bhiman

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Bhi Bhiman – Bhiman – Boocoo Music 2012

Devo ammettere che un musicista dello Sri Lanka mancava dai miei ascolti, e se Steven Georgiu e Farrokh Bulsara hanno preferito trasformarsi in Cat Stevens e Freddie Mercury, lui è rimasto orgogliosamente Bhi Bhiman, senza assumere nomi d’arte più facili da ricordare. Ma la musica è quella che ti potresti aspettare da un cantautore che viene dalla Bay Area, anche se l’aspetto esteriore è tipicamente asiatico: ricca di spunti, complessa, con arrangiamenti spesso elaborati ma nell’ambito di uno stile decisamente acustico, basato sul picking spesso intricato di Bhiman che è un eccellente chitarrista.

La produzione è affidata a Sam Kassirer che ha lavorato anche con Josh Ritter e ha svolto il suo impegno andando alla ricerca di strumenti  percussivi inconsueti come il cajon e il vibrafono per una musica decisamente folk, ma ha lasciato molto spazio alla chitarra del protagonista che si arricchisce di piano, organo, contrabbasso, anche suonato con l’archetto, come nella criptica The Cookbook, titolo del suo primo album del 2007, dove però per quel perverso gioco degli autori non appariva un brano con quel titolo. San Francisco Chronicle, Washington Post e New York Times, nonché il decano Robert Christgau (uno dei pochi critici musicali americani che scrive ancora cose sagge) gli hanno dedicato spazi entusiastici e meritati, ormai il disco è uscito da parecchi mesi. Cosa altro si potrebbe dire? La voce, per esempio, è uno strumento anche questo, dal timbro acuto, molto evocativa, si spinge a volte fino ad un falsetto quasi alla Tim Buckley o una Nina Simone virata al maschile. Lui stilisticamente dice di ispirarsi anche a Richie Havens, con quello stile chitarristico dalla pennata veemente e quasi percussiva ma è stato inevitabilmente avvicinato a Dylan, Springsteen e Woody Guthrie (per il tema del viaggio, guardate il video), d’altronde parliamo di un uomo con una chitarra acustica, capace di scrivere testi profondi, immersi sia nel sociale come nel raccontare la quotidianità, sulla falsariga dei grandi folksingers.

Ogni tanto affiorano anche elementi etnici, o così mi pare, ad esempio nell’urgenza di un brano come Time Heals dove un vibrafono, così accreditato nelle note del libretto, ma che sembra più una marimba, regala sfumature orientali alla canzone, con la musica che accelera di continuo per poi rallentare in un intenso finale dove la voce di Bhiman incanta l’ascoltatore con le sue evoluzioni e poi accelera di nuovo con delle sonorità che possono ricordare il Cat Stevens che inseriva elementi greci nella sua musica. Nello spazio di un attimo si vira alla perfetta folk song, con tanto di accompagnamento di 12 corde, nella visionaria Crime Of Passion, dove il testo va per la tangente. Non ho ancora citato il brano di apertura, la bellissima Guttersnipe, che è un po’ il suo biglietto da visita, quasi sette minuti di “stream of consciousness”, che musicalmente ricordano il Van Morrison di Astral Weeks (c’è anche un brano che si chiama Ballerina, non quella) o se preferite termini di paragone più recenti, il primo David Gray o il Ray Lamontagne più complesso, ma sempre da Van vengono, se mi passate il calambour, con una base acustica segnata da contrabbasso e percussioni varie che tengono il tempo, mentre piano, organo, vibrafono e chitarre acustiche avvolgono la voce di Bhiman che raggiunge vette interpretative notevoli.

Non tutto brilla sempre di luce propria, ad esempio Take What I’m Given che peraltro è una dolcissima ballata ricorda molto nella costruzione, almeno a me, I Shall Be Released di sapete chi, ma la musica è lì, nell’aria, basta sapere coglierla. Mexican Wine è un breve brano strumentale che illustra la sua destrezza alla chitarra mentre Kimchee Line è una di quelle filastrocche acustiche che lo avvicinano al citato Guthrie e anche questa mi ricorda qualcosa che non sono ancora riuscito ad afferrare, per il gioco delle citazioni, ce l’ho lì sulla punta della lingua, come pure Atlatl, con una voce volutamente mascherata per dargli una patina di “antichità” come un vecchio 78 giri. Eye On You è l’altro tour de force vocale e strumentale di questo album, più di 6 minuti che ci consentono di godere ancora una volta la bella voce di Bhiman che si libra sicura su un tappeto musicale dove il vibrafono (questa volta sì) gli fa da contrappunto. Che dire, questo signore è veramente bravo, potrà sicuramente migliorare (forse), ma già ora merita un ascolto attento.

La ricerca continua.

Bruno Conti