Un Altro Supergruppo? Senza Parole! The Word – Soul Food

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The Word – Soul Food – Vanguard/Caroline/Universal

Quando nel 2001 i cinque componenti dei Word unirono per la prima volta le forze per formare un gruppo destinato ad incidere un disco nessuno probabilmente immaginava che 14 anni dopo ci sarebbe stato un seguito e neppure che i vari componenti della band sarebbero diventati più o meno famosi.

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Il disco in questione, quello qui sopra, copertina abbastanza anonima con la scritta The Word, univa i tre componenti dei North Mississippi Allstars, Luther e Cody Dickinson e il bassista Chris Chew, allora agli inizi del loro percorso artistico, avendo appena pubblicato i primi due dischi (forse il secondo non era ancora uscito), con il tastierista John Medeski del trio jazz-funky-rock-groove Medeski, Martin & Wood, che era quello interessato a lavorare con il giovane Robert Randolph, virtuoso della pedal steel guitar, allora sconosciuto ai più, avendo partecipato solo a un paio di brani (forse uno) della compilation Sacred Steel vol. 2 Live pubblicata dalla Arhoolie. Affascinato dal viruosismo di questo giovane musicista (che all’epoca faceva l’impiegato in uno studio di avvocati), Medeski voleva unire lo stile Sacred Steel, che era già una fusione di generi, tra gospel, funky, soul, un pizzico di country, blues naturalmente, con l’improvvisazione del jazz, l’energia del rock e gli schemi liberi delle jam band. Il tutto chiamando disco e gruppo The Word, “la parola”, per un album che era completamente strumentale. Il CD, all’epoca pubblicato dalla Atalantic, fu un buon successo, sia di di critica che di pubblico, lanciando la carriera di Robert Randolph, che oggi con i suoi Family Band raduna folle non dico oceaniche, ma comunque consistenti, partecipando a Festival vari (uno per tutti, il Crossroads Guitar Festival di Eric Clapton, che è un altro dei suoi tanti estimatori https://www.youtube.com/watch?v=hRCyTzXRJBw ) e dischi degli artisti più disparati (non ultimo proprio Heavy Blues di Bachman, recensito giusto ieri). Guadagnandosi lungo il cammino l’attributo di “Jimi Hendrix dalla pedal steel”, per il suo estremo virtuosismo e per la capacità di esplorare le capacità tecniche dello strumento, apportando anche molto migliorie tecniche che lo rendono in grado di creare spesso sonorità quasi impossibili da credere, allontandolo dal classico sound del country e dei gruppi country-rock, che pure hanno avuto i loro virtuosi, da Sneaky Pete Kleinow a Buddy Cage, passando per Rusty Young, Al Perkins, lo stesso Jerry Garcia, senza dimenticare il suono più mellifluo di gente come Santo & Johnny o gli “antenati” hawaiiani.

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Dimenticate tutto, perché nel caso di The Word possiamo parlare di una sorta di fusione tra il soul ricco di groove di Booker T. & The Mg’s, innervato dallo stile jam delle band southern, per non fare nomi gli Allman Brothers, l’improvvisazione jazz-rock già citata di Medeski, Martin & Wood e lo stile tra gospel, R&B e spiritual delle chiese episcopali degli Staples Singers. Il tutto ben esemplificato in questo Soul Food, registrato tra New York, e soprattutto ai leggendari Royal Studios di Memphis, dove il grande Willie Mitchell produceva i dischi di Al Green, Ann Peebles, Otis Clay e moltissimi altri, per la sua Hi Records (di recente anche Paul Rodgers ci ha inciso il suo disco dedicato al soul http://discoclub.myblog.it/2014/01/25/incontro-nobili-quel-memphis-paul-rodgers-the-royal-sessions/). Deep soul arricchito da mille sfumature di musica dal sud degli States. Naturalmente tutto nasce dal gusto per l’improvvisazione e da lunghe jam in assoluta libertà, che mentre nel primo album prendevano lo spunto soprattutto dai brani della tradizione gospel e religiosa, con un paio di pezzi scritti da Luther Dickinson, nel nuovo album sono firmati per la più parte dai componenti del gruppo, ma sono solo un canovaccio per permettere ai vari solisti, soprattutto a Robert Randolph, che è sempre il vero protagonista, di improvvisare in piena libertà.

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Ed ecco quindi scorrere il puro Booker T Sound  in trasferta a New Orleans di New Word Order, dove la pedal steel di Randolph assume tonalità quasi da tastiera, una sorta di synth dal suono “umano” ed analogico, mentre l’organo di Medeski dà  pennellate di colore e la slide di Dickinson duetta da par suo con la chitarra del buon Robert  https://www.youtube.com/watch?v=4m_jSBbiplw . In Come By Here, le sonorità della pedal steel si fanno ancora più ardite, e il brano è anche cantato (una primizia, poi ripetuta nel CD), solo il titolo del pezzo reiterato più volte, con un effetto d’insieme quasi alla Neville Brothers, mentre Dickinson e Randolph lanciano strali quasi hendrixiani con le loro soliste infuocate su una base ritmica tipo Experience . https://www.youtube.com/watch?v=DZ5cJfePE8k  In When I See Blood, un bellissimo gospel soul, appare pure Ruthie Foster con la sua voce espressiva e partecipe, una variazione anche gradita sullo spirito strumentale dell’album, è sempre un piacere ascoltare una delle migliori cantanti dell’attuale scena musicale americana, e in questo caso l’organo di Medeski, molto tradizionale, assurge a co-protagonista del brano, con la solita folleggiante steel di Randolph. Anche Play All Day è un vorticoso funky-rock-blues con i tre solisti che danno sfogo a tutta la loro grinta, per passare poi a Soul Food 1 e Soul Food 2 due parti estratte da una lunga jam improvvisata nei Royal Studios di Memphis, dopo avere mangiato il cibo sopraffino preparato dalle figlie di Willie Mitchell, parte come un brano di Santo & Johnny e poi va nella stratosfera dell’improvvisazione.

You Brought The Sunshine è considerata una delle canzoni più famosi di Gospel nero (perché c’è anche quello bianco, come ricordano i fratelli Dickinson, ricercatori, come il babbo, della tradizione musicale americana), il brano delle Clark Sisters parte come un reggae, poi diventa un ibrido tra blues, rock e soul quasi alla Little Feat, con Medeski al piano e i due chitarristi sempre liberi di improvvisare. Early In The Moanin’ Time, gioca sul titolo di brani blues famosi e il termine Moanin’ appropriato per definire le sonorità della pedal steel guitar di Robert Randolph che con i suoi “gemiti” sembra veramente un Moog Synthesizer dei primi anni ’70, quelli più genuini e piacevoli delle origini del rock. Swamp Road ha quell’aria dei duetti organo/chitarra di Wes Montgomery e Jimmy Smith se fossero vissuti ai giorni nostri e l’organo di Medeski avesse dovuto misurarsi con due piccoli geni della chitarra rock, ma tiene botta alla grande. Chocolate Cowboy introduce anche l’elemento country, con tutti i musicisti che improvvisano a velocità supersoniche come se fossero in un gruppo bluegrass di virtuosi, mentre The Highest è un maestoso lento di puro sacred steel style, un inno quasi religioso di grande fascino, prima di tuffarci in Speaking In Tongues dove John Medeski sfoggia tutte le sue tastiere, piano elettrico, organo e synth e ci mostra la sua classe e bravura. La conclusione è affidata a Glory Glory, il famoso traditonal reso come un folk-blues acustico, con tanto di acoustic slide e con la brava Amy Helm che la canta in coppia con Randolph, e come verrebbe da dire, tutti i salmi finiscono in gloria. Alla fine, dopo averne spese tante, rimaniano senza parole per la bravura dei protagonisti, musica che è veramente cibo per l’anima di chi ascolta! Esce martedì prossimo.

Bruno Conti

 

Disco Bellissimo, Peccato In Teoria Non “Esista”! NMO/ Anders Osborne + North Mississippi AllStars – Freedom And Dreams

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NMO – Anderson Osborne & North Mississippi Allstars – Freedom And Dreams solo download

Come sapete chi scrive (e gli altri collaboratori del Blog), sono fedeli seguaci del disco fisico e contrari per principio al download digitale degli album, ma quando i dischi sono così belli come questo Freedom And Dreams dei North Mississippi Osborne, NMO per abbreviare, l’eccezione conferma la regola, e quindi mi sono affrettato a scaricare questa collaborazione tra alcuni dei migliori musicisti che attualmente graziano il panorama americano della buona musica: vogliamo definirlo un disco roots and blues, con la voce splendida di Anders Osborne, grande vocalist (e chitarrista) di origine svedese, ma da anni cittadino di New Orleans, Lousiana, dove ai Dockside Studios, nel cuore dello stato del Sud, e sotto la produzione di Mark Howard, è stato registrato questo meraviglioso disco. Un disco dove si respira grande musica, sembra a tratti un disco di quelli belli del Ry Cooder degli anni ’70, a momenti sembra di ascoltare la Band (tanto per volare bassi), ma perlopiù si tratta di questa riuscitissima fusione tra il soul-blues di Osborne e il groove e la musica folk-rock-blues dei NMA, ovvero i fratelli Luther e Cody Dickinson. Non so dirvi se ci siano altri musicisti coinvolti (si sentono qui e là piccoli interventi di tastiere, fisarmonica e qualche strumento acustico) e anche se dalla foto qui sotto pare esserci un quarto elemento nella line-up, non avendo trovato note nel download non posso confermarlo.

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Comunque la musica parla da sola, dai primi ripetuti ascolti mi sembra una delle cose migliori mai fatte dai musicisti coinvolti (e dischi belli sia Anders Osborne, quanto i fratelli Dickinson, nelle loro varie personificazioni, ne hanno fatti parecchi in passato): ma in questo caso deve essere scattato quel quid che si accende quando si incontrano spiriti eletti. Registrato in quattro giorni di sessions non-stop ai citati Dockside Studios l’album (mi suona strano definirlo così, ma il futuro, speriamo lontano, sembra essere questo) nasce da una serie di brani di Osborne costruiti con questo spirito collaborativo, da jam session, dove l’improvvisazione ha ovviamente una sua parte, ma le canzoni hanno pure una loro solida costruzione ed una notevole varietà di temi sonori. Il disco si apre con il blues puro di Away Way Too Long che sembra quasi un brano di Blues Jam At Chess dei Fleetwood Mac, dove maestri stregoni delle 12 battute ed apprendisti si scambiano impressioni a colpi di slide e voce, ma in modo molto rispettoso della tradizione. Back Together è la prima di una serie di blues soul ballads, marinate nell’aria della Lousiana e caratterizzate dalla bellissima voce di Osborne, con le chitarre che pigramente intessono un finissimo lavoro di cesello ed interscambio degno dei “sudisti” più raffinati degli anni ’70, un piccolo gioiello di equilibri sonori, grazie anche all’eccellente groove impostato dall’inconsueto drumming di Cody Dickinson, e Lonely Love con le soliste di Luther e Anders che navigano a vista di conserva https://www.youtube.com/watch?v=wLdE0TUHlBc , potrebbe essere una traccia perduta di qualche vecchio vinile dei Free di Paul Kossoff (magari, come atmosfera, Molten Gold, tratta dal suo primo disco solista https://www.youtube.com/watch?v=WmKPNaV2HX0), tra improvvisazione e leggera psichedelia.

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Molto bella anche Dyin’ Days, altro pregevole esempio della grande capacità di Osborne di riappropriarsi della tradizione sonora del Sud degli States, grazie ancora una volta al preciso lavoro, molto minimale, ma direi essenziale dei fratelli Dickinson raramente così ispirati https://www.youtube.com/watch?v=tXMvz24WU0Y ; Shining (Spacedust), viceversa, altra ballata sontuosa, potrebbe avvicinarsi al Ry Cooder legato alle radici blues e soul dei suoi dischi migliori della decade fine anni ’70, primi anni anni ’80,  addirittura con qualche retrogusto dylaniano e messicano che avevano canzoni di frontiera come Across The Borderline (che porta anche la firma di Jim Dickinson, il babbo) https://www.youtube.com/watch?v=wzWuTxNfLQI . Brush Up Against You è il brano più lungo del disco e qui la slide viaggia, perentoria e minacciosa, appaiata alla voce distorta e incattivita di Anders, per creare un groove che viene dalle colline del Mississippi, da quei juke joints dove si praticava un blues elettrico primevo e malandrino, egregio nuovamente il lavoro delle chitarre, sempre in grande spolvero e libere di improvvisare, come il gruppo nel suo insieme https://www.youtube.com/watch?v=OAwhFBC7EbI . Annabel è pura southern music della più bell’acqua, una bella voce, una melodia delicata, un liquido piano elettrico che si aggiunge alle chitarre https://www.youtube.com/watch?v=MwChOeTUVes  e il risultato ricorda la Band più legata al sound del Sud, che qui viene replicato in un brano che vuole essere un ricordo di un avvenimento mai dimenticato dagli abitanti di New Orleans, Katrina, una delicata ballata pianistica cantata con grande trasporto e partecipazione da Osborne, che si conferma vocalist dal feeling innato, prima di lasciare spazio all’essenziale lavoro della solista slide che imbastisce un lavoro di breve ma intenso raccordo con il piano.

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Kings And Peasants si incentra su un elegante groove ritmico, un brano quasi cantautorale, dove le chitarre lavorano ancora una volta di fino, in un sottile lavoro dove toni e volumi sono impiegati con precisione e classe squisita https://www.youtube.com/watch?v=iDweTJxIeLw . Ancora due brani prima della conclusione, Many Wise Men ricorda le migliori ballate mainstream scritte da Anders Osborne per i suoi dischi solisti https://www.youtube.com/watch?v=RptHWExz2Oo , quelle canzoni dove lo spirito di Jackson Browne sembra aleggiare benevolo su queste morbide ed aggraziate atmosfere, tra folk e canzone d’autore, mentre Junco Parda è un’ultima scarica di blues cooderiano, semplice, raffinato ed estremamente coinvolgente, come peraltro tutto il disco. Veramente niente male per un disco che “non esiste”.

Bruno Conti

Fin Troppo “Primitivo”! Per Quanto…Lonesome Shack – More Primitive

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Lonesome Shack – More Primitive – Alive Natural Sound Records

Chi scrive, genericamente parlando, non solo nel caso specifico, è sua volta un lettore di altri: la curiosità e l’impossibilità di poter ascoltare tutto quello che esce ogni giorno, a livello musicale, sull’orbe terracqueo, ti spinge a leggere avidamente le notizie relative a questo o a quell’artista che ogni giorno vengono pubblicate in rete o sulla carta stampata. Quello che avevo letto sui Lonesome Shack mi aveva già spinto a voler approfondire la conoscenza di questo terzetto di Seattle https://www.youtube.com/watch?v=xcRgBawj4LA  (almeno come loro base attuale, in origine vengono dal New Mexico), dipinti come prosecutori di quella tradizione country-boogie-blues che nasce intorno alle colline del Mississippi, quell’Hill Country Blues, “inventato” da gente come Junior Kimbrough, R.L. Burnside e di cui sono stati vessilliferi in tempi recenti anche la la famiglia Dickinson e i North Mississippi Allstars più “campagnoli”. Allo stesso tempo però, l’etichetta per cui incidono attualmente (hanno già pubblicato degli album in passato https://www.youtube.com/watch?v=Z5LdCQdpmdQ , non sono dei giovanotti all’esordio, ma dei signori avviati alla mezza età), la Alive Natural Sound Records, è specializzata, in senso lato, in un suono più da power trio, Mount Carmel http://discoclub.myblog.it/2014/05/17/nuovo-batterista-vecchio-rock-blues-mount-carmel-get-pure/ , rock, Lee Bains III, John The Conqueror http://discoclub.myblog.it/2014/04/17/rock-blues-bianco-nero-john-the-conqueror-the-good-life/ , Left Lane Cruiser, Hollis Brown e in passato, sono stati la prima casa discografica a mettere sotto contratto i Black Keys con The Big Come Up (prima di approdare alla Fat Possum, etichetta dei bluesmen neri appena citati), quando il duo di Akron, Ohio, proponeva un blues misto a rock, grezzo e deragliante, meno artefatto dell’attuale rock.

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Quindi, letti tutti questi nomi, indicati come punto di riferimento, scatta l’operazione San Tommaso, ossia l’ascolto del CD. Le foto di copertina di More Primitive, con quelle ossa inquietanti e un tipo barbuto che si crogiola in una vecchia vasca da bagno, sarebbero già indicative di cosa ci aspetta ascoltando la musica della band di Ben Todd, chitarrista, cantante, autore del materiale ed eminenza grigia del gruppo, ma poi per avere la conferma basta schiacciare il tasto play e parte una Wrecks, che, già al primo ascolto, conferma molte cose di quanto detto: un boogie-blues ipnotico e ripetitivo, cantato con una voce acuta e “trattata” da Todd https://www.youtube.com/watch?v=T5cfd_FBM2k , che oltre ai nomi ricordati potrebbe rimandare ai blues meno selvaggi e tirati dei primi Canned Heat, quelli dove cantava Alan Wilson, chitarra elettrica suonata in finger picking, scarne note ma ben piazzate, ritmica poco mossa ma ricca di groove, con il basso inesorabile di Luke Bergman e la batteria agile di Kristian Garrard. Alcune riviste e siti americani hanno parlato di musica su cui puoi ballare, ma se proprio vuoi, visti i ritmi è più un dondolio o un ondeggiare che una danza, molto reiterata, come conferma la successiva Head Holes, meno mossa e ritmata della precedente o addirittura Old Dreams, dove Ben Todd si fa tentare da qualche giro di solista più acido ma sempre di brevissima durata, quasi istantaneo, il virtuosismo non parrebbe la loro priorità.

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I ritmi quasi monotoni, in un certo senso, testano la pazienza dell’ascoltatore, anche se dopo alcuni ascolti, magari a volumi “allegri” tendono a entrare in circolo. Nella title-track Todd canta, “I want to live, I want to live more primitive”, su un ossessivo e, indovinato, primitivo e molto scandito giro di basso, la voce sempre filtrata che galleggia sul ritmo boogie dai suoi soci di avventura, mentre la chitarra viene utilizzata sempre in questa modalità che ricorda quella dei vecchi marpioni della Fat Possum. Una musica “ottimista e vivace”, direbbe Tonino Guerra, “primitivo”, ma mai come nell’opera ultima di Neil Young, come conferma la successiva Die Alone, dove però si affaccia una variazione sul tema, quando Ben aggiunge alla tavolozza scarna dei colori sonori una slide minacciosa, per quanto sempre assai rarefatta nei suoi interventi. Medicine, sempre con questa chitarra elettrica suonata in finger picking, ricorda comunque quel country blues arcano che probabilmente scendeva dalle colline e dai juke joints del Mississippi nel secolo scorso. Potrei dirvi i nomi di tutti i brani ma, bene o male ci siamo intesi, sempre da quelle parti si ritorna, qui si accelera, Big Ditch, un boogie più veloce, ma più spesso si rallenta, la minacciosa Evil (con un giro di basso che ricorda Dazed and confused degli Zeppelin, il resto del pezzo no), che conclude il CD o l’unico brano acustico, Trying To Forget, per chitarra e cucchiai. Magari più interessante che eccitante, a parte qualche momento, però dal vivo, come potete verificare nel primo video linkato ci danno dentro: si può sopravvivere anche senza, se però siete in vena di “esperimenti”  oppure, siete fans accaniti degli stili descritti sopra, avrete di che gioire!

Bruno Conti

Opinioni E Punti Di Vista “Differenti”! Turchi – Can’t Bury Your Past

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Questa recensione era stata preparata più di un mese fa, come anteprima dell’album dei Turchi, poi per vari motivi non è stata utilizzata, ma visto che, come per il maiale, delle recensioni non si butta via nulla, la pubblico oggi. Come leggerete all’interno della stessa i pareri su questo nuovo album, che ha una data di uscita presunta intorno a metà aprile, ma già circola sul nostro territorio da un mesetto, sono contrastanti, per esempio, per onestà, sul Buscadero ne hanno parlato benissimo ma altri meno, il mio parere lo leggete qui sotto!

Turchi – Can’t Bury Your Past – Devil Down Records

Terzo album per la band di Asheville, North Carolina, i Turchi, dopo l’ottima accoglienza avuta per il Live In Lafayette, uscito lo scorso anno e distribuito, come il precedente Road Ends In Water e questo nuovo Can’t Bury Your Past, dalla etichetta Devil Down Records https://www.youtube.com/watch?v=UclitQ9wJAc  che pubblica anche altri dischi di artisti del cosiddetto filone “Hill Country Blues” . In effetti loro definiscono il genere che suonano “Kudzu Boogie”, un incrocio tra un rock-blues piuttosto grezzo ed ipnotico e la musica southern tipica della zona da cui provengono: si chiama Carolina del Nord ma è nel sud negli Stati Uniti. Fondamentalmente sono un trio, Reed Turchi, la voce solista, leader, chitarrista, anche slide e autore dei brani, Andrew Hamlet al basso e Cameron Weeks alla batteria. Nel disco dal vivo la formazione si ampliava a quintetto con l’aggiunta di John Troutman alla pedal steel e Brian Martin all’armonica, questa volta i musicisti aggiunti sono Art Edmaiston, da Memphis, al sax tenore e baritono e Anthony Farrell, di Austin, Texas alle tastiere e organo.

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Dieci nuovi brani registrati in studio, con due canzoni che erano già apparse nel disco dal vivo (evidentemente il nuovo album era pronto fa tempo). Due precisazioni: i Turchi, come ho verificato sentendo un po’ di “colleghi recensori” non sono amati proprio da tutti, la benevolenza degli addetti ai lavori non è unanime, per dirla francamente varie persone mi hanno espresso non dico un disgusto verso la band, ma non un particolare amore, per usare un eufemismo. Altrettanto onestamente, altri avranno letto la recensione più che favorevole scritta da Paolo Carù per il Buscadero (con relativa copertina della rivista), in relazione al CD dal vivo. Diciamo che il sottoscritto si situa nel mezzo, il Live In Lafayette mi era piaciuto, la famosa frase, “ah, ma dovresti sentirli dal vivo”, era più che giustificata https://www.youtube.com/watch?v=-b2vc2rAks4 , e l’oretta di musica contenuta in quel dischetto era più che soddisfacente https://www.youtube.com/watch?v=xMxGqhtslVQ . Immagino che a questo punto vi aspettiate un ma…che ora vado ad esplicarvi.

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In studio, o almeno in questo Can’t Bury Your Past mi sembra che il gruppo perda un po’ della potenza delle esibizioni in pubblico, in favore, a tratti, di un sound più “lavorato”, anche per la presenza di sax e tastiere, con le dovute eccezioni. Per esempio il brano posto in apertura dell’album, che esplica una delle anime sonore del disco, Take Me Back Home, ha il solito groove lento ed ipnotico tipico dei loro pezzi, la voce rauca di ReedTurchi forse non uno strumento formidabile (uno dei difetti che vengono loro imputati), ma la chitarra slide è libera di improvvisare come usa nel gruppo e il sax e la tastiere ampliano lo spettro sonoro del pezzo https://www.youtube.com/watch?v=pW2rYx24GFA , inconsuete anche le sonorità di Burning In Your Eyes e Each Other’s Alibi, dove il sax ha moltissimo spazio, nel primo con un approccio che mi ha ricordato quello di una vecchia band inglese dei primi anni ’70, i Backdoor (qualcuno li ricorda?), un trio basso-sax e batteria che aveva un approccio inconsueto al blues, aggressivo e particolare, formula applicata anche in questo caso, con risultati che però non mi convincono fino in fondo, atmosfere più sospese ma la chitarra passa in secondo piano, soprattutto in Each Other’s Lullaby a favore delle improvvisazioni del sax e del basso fin troppo saturo.

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In Sawzall torna il kudzu boogie della band con la chitarra in bella evidenza e le tastiere usate in supporto della solista e anche in Lightning Skies la slide di Reed Turchi è protagonista assoluta in un brano che però ha sempre questo sound che ogni tanto si incarta verso derive quasi funky, forse non consone alla loro anima. Brother’s Blood era uno dei due brani già presenti nel Live In Lafayette, un blues di impianto sudista con qualche similitudine con il boogie dei vecchi Canned Heat o il suono dei vari bluesmen delle colline da cui i Turchi traggono ispirazione, oltre che degli “amici” Luther Dickinson North Mississippi Allstars, la slide cerca sempre strade inconsuete con il supporto del sax. Bring On Fire, Bring On Rain, se devo essere sincero, è uno dei brani che ho apprezzato maggiormente, un brano che parte acustico e poi aggiunge l’organo, la solista di Turchi e crea un tipo di sound più sospeso, meno ossessivo e ripetitivo, nei suoi quasi cinque minuti, uno dei più lunghi ma anche più vari del disco. Ancora un approccio parzialmente acustico per lo slideggiare più tradizionale di 450 Miles mentre la cover di Big Mama’s Door di Alvin Youngblood Hart, l’altro pezzo già presente nel live, conferma la sua validità da boogie sudista e sudato. Non tutto mi convince in questo nuovo disco, anche se avendolo sentito solo in uno streaming “faticoso” mi riservo il giudizio definitivo.

Bruno Conti

P.s. Nel frattempo è uscito, in anticipo sul previsto, l’ho risentito e confermo il mio giudizio.

Novità Di Settembre Parte Ia. Neko Case, North Mississippi Allstars, Volcano Choir, Reckless Kelly, Sweet Relief III

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E siamo arrivati anche a settembre: consueta lista delle uscite previste per domani, martedì 3 settembre (le date che leggete abitualmente sul Blog, sono indicative e sono quelle segnalate da case discografiche, etichette e siti degli artisti, per cui può capitare che i CD siano in circolazione anche prima di quella data, ma in modo diciamo non ufficiale). Questa settimana escono anche le due ristampe di Mike Oldfield, Crises e Five Miles Out in vari formati, di cui cui vi avevo parlato già nel lontano giugno, dell’ottimo Okkervil River avete letto ieri, esce pure un CD+DVD, DVD o Blu-Ray di Bryan Adams, Live At Sydney Opera House, il nuovo Over The Rhine, Meet Me At The Edge Of The World, di cui vi ha parlato chi scrive, il doppio Rarities di Rod Stewart e altri dischi, tipo Nine Inch Nails e John Legend, che non rientrano nel target del Blog. Più parecchie altre novità interessanti che trovate divise in due parti, come sta diventando abitudine consolidata.

Neko Case era all’incirca da quattro anni, dai tempi di Middle Cyclone, che l’aveva portata nei Top 5 delle classifiche di Billboard, che non pubblicava un nuovo album. Anni che sono stati ricchi di problemi, tra cui una leggera forma di depressione, anche causata dal ricordo macerato per le perdite dei genitori e dell’amata nonna che erano state accantonate e in questo disco vengono affrontate di nuovo con forza. Già il titolo, lunghissimo, è indicativo, The Worse Things Get, The Harder I Fight, The Harder I Fight, The More I Love You. Perchè vedete due diverse copertine? Perché anche la Anti non si è tirata indietro da questa “sciagurata” abitudine della doppia versione, normale e Deluxe, ma in un disco singolo, una con tre brani in più dell’altra, molto più costosa e anche, in questo caso, con copertine e confezioni diverse. Per il resto il disco mi sembra molto bello, con la partecipazione di membri assortiti di Los Lobos, Calexico, My Morning Jacket, Camera Oscura e componenti  vari del suo “secondo gruppo”, i New Pornographers, con cui ha cantato in cinque album, oltre ai sei da solista, un paio di Live e molte collaborazioni, e la Case si conferma una delle cantautrici più brave ed eclettiche in circolazione.

Dopo l’ottimo Keys To The Kingdom del 2011 temp-086ee697a949edee280239fe48ea96b8.html, e “decine” di progetti collaterali, tornano i North Mississippi Allstars con un nuovo album di studio, World Boogie Is Coming, sempre per la loro etichetta Song Of The South e con la partecipazione, come è consuetudine nei loro dischi, di molti ospiti, da Lightnin’ Malcolm, Duwayne e Garry Burnside, Kenny Brown, Alvin Youngblood Hart, Sharde Thomas, Chris Chew, Sid e Steve Selvidge, financo Robert Plant, ma all’armonica, nei due brani iniziali. Consueto, ma sembre benvenuto, album di southern rock blues elettrico.

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Seconda “terzina” di uscite.

I Volcano Choir sono l’ennesimo gruppo di Bon Iver (o meglio di Justin Vernon), oltre agli Shouting Matches, di cui qualche mese fa era uscito il debutto Grownass Man. Repave è il secondo disco per questa sigla, dopo Unmap del 2009, che vede insieme Vernon con alcuni componenti di The Collections Colonies Of Bees, per un sound più “rude” e sperimentale rispetto al suo moniker da solista, differente anche dal semi rock-blues diretto, in trio, degli Shouting Matches. L’etichetta è la Jagjaguwar, file under alternative indie-rock-

E i Reckless Kelly dei fratelli Braun sotto cosa li cataloghiamo? Alternative country-rock. Ah, va bene. Oppure anche come “bravi”, semplicemente. Long Night Moon. che esce per la loro No Big Deal Records. dovrebbe essere l’undicesimo disco, compresi i Live, e li conferma tra i migliori eredi della grande tradizione del country-rock classico misto al southern rock del loro Texas natio, con tante chitarre e belle canzoni dalle armonie irresistibili.

Quella dei dischi della serie Sweet Relief, per la raccolta di fondi per la ricerca sulla sclerosi multipla, giunge al terzo capitolo, dopo il disco dedicato a Victoria Williams, affetta dalla malattia e il secondo, con le canzoni dello scomparso Vic Chesnutt. Questa volta, per Sweet Relief III: Pennies From Heaven il tema del disco ruota intorno alle canzoni sull’aiuto e l’assistenza a chi ha bisogno e c’è la solita pattuglia di ottimi cantanti sul CD distribuito dalla Vanguard:

Ron Sexsmith                  Pennies From Heaven

Shelby Lynne                  Brother Where Are You

Sam Phillips                     Big Spender

k.d. lang                           How Did You Find Me Here

Ben Harper                      Crazy Love

Genevieve Toupin            Heart Of Gold

Joseph Arthur                   If I Needed You

Rickie Lee Jones              Surfer Girl

Tina Schlieske                  With A Little Help From My Friends

Victoria Williams               Change Is Gonna Come

She & Him                         King Of The Road

Eleni Mandell                    I’ll Be Home

Jackson Browne               Don’t Let Us Get Sick

Per una buona causa e l’occasione per i fans di alcuni cantanti presenti di arricchire la loro collezione.

Domani il seguito delle uscite del 3 settembre.

Bruno Conti

Un Inglese Alle Radici Del Blues, Di Nuovo! Ian Siegal & The Mississippi Mudbloods – Candy Store Kid

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Ian Siegal & The Mississippi Mudbloods – Candy Store Kid – Nugene Records

Ormai Ian Siegal sembra avere preso gusto per queste trasferte americane, alle radici della musica blues, nel Nord Mississippi e dintorni. Quella dello scorso anno, per l’album The Skinny, in compagnia dei Youngest Son, gli ha fruttato la nomination come Miglior Disco di Blues Contemporaneo ai premi annuali della Blues Foundation del 2012, la prima volta di sempre per un musicista inglese. Ma non è la sola “prima” per Siegal, anche il premio assegnatogli dalla rivista Mojo per il disco Broadside come Blues Album Of the Year, accadeva per la prima volta con un artista non americano (anche se per onestà, all’epoca d’oro dei Bluesmen britannici Mojo non esisteva). Visto il successo del disco dello scorso anno, il buon Ian ha deciso di ripetere il “trucco” di registrare l’album sulle colline del Mississippi, e questa volta non si è portato dietro neppure la sua abituale sezione ritmica. Candy Store Kid è stato realizzato con musicisti locali, amici importanti, qualche “figlio di…” come nel disco precedente e alcune new entry.

Quindi troviamo Cody Dickinson, alla batteria, tastiere e chitarra anche, nella traccia iniziale, la poderosa Bayou Country, il fratello Luther, chitarre, sitar, mandocello e basso in parecchi brani. Il basso, in effetti, viene democraticamente affidato a diversi musicisti a seconda dei brani, Garry Burnside e Alvin Youngblood Hart lo suonano in parecchie tracce, anche se, soprattutto il secondo, è alla chitarra in molte canzoni. Lightnin’ Malcom, altro musicista del giro North Mississippi, compone un brano, So Much Trouble, nel quale è pure la seconda voce. E a proposito di voci, purtroppo solo in tre brani, perché sono strepitose, appare un terzetto di voci femminili Stephanie Bolton, Sharisse Norman e Shantelle Norman, che aggiungono una patina soul e R&B che scalderà le vostre fredde serate invernali, oltre a ricreare in parte quel tipo di sound che Luther Dickinson frequenta nel suo “altro” gruppo, i Black Crowes (uno degli altri gruppi, diciamo)!

 Naturalmente per Ian Siegal suonare questa musica e con siffatti musicisti è un po’ come entrare in un “Negozio di canditi”: quelli particolarmente gustosi e succulenti, come nell’iniziale Bayou Country, scritta da un paio di musicisti minori nativi della Lousiana, Bardwell e Veitch, che una quarantina di anni fa lavoravano con Tom Rush. Il brano, oltre al bayou, ha il ritmo e la consistenza delle canzoni di Joe Cocker con i Mad Dogs o dei Delaney & Bonnie con Clapton, nelle linee sinuose della solista, mentre le tre ragazze in sottofondo caricano il brano con la loro esuberanza vocale, per un inizio esaltante. Loose Cannon è un rock-blues sporco e cattivo da juke joint, come quelli frequentati dai babbi di alcuni dei musicisti presenti, con le chitarre e le voci, spesso distorte, che aggiungono intensità ad un brano gagliardo. I Am The Train ha ritmi incalzanti da soul revue sudista, con un slide che si insinua nel groove  del tessuto della canzone e la miriade di altre chitarre che imprimono anche il loro marchio di qualità. So Much Trouble, con il sitar di Luther Dickinson in evidenza, è quella che più ricorda il sound ipnotico e ripetitivo dei vecchi maestri della Fat Possum, ma è impreziosita da piccole (o grandi) coloriture sonore, oltre al sitar, la slide, un organo in sottofondo e, Lightnin’ Malcolm e le tre ragazze che ogni tanto si fanno sentire nel reparto voci.

Kingfish è una collaborazione tra Luther e Ian Siegal, con la voce paludosa e profonda di quest’ultimo che si spinge in territori più chiaramente Blues, fiancheggiata dalla solita miriade di strumenti a corda, sia elettrici che acustici. In The Fear la voce di Siegal va in cantina a raggiungere quelle di Cohen e Waits, anche se il brano è talmente attendista che quando finisce siamo ancora lì ad aspettare che si apra in qualche modo. Earlie Grace Jr. sembra un brano perduto dei Creedence cantato dal fratello minore del Waits giovane e con Harrison alla chitarra. La Green Power l’hanno usata per nutrire un wah-wah tostissimo che propelle una cover super-funky di un brano di Little Richard scritto da tale H.B. Barnum che non penso sia l’inventore del circo ma di sicuro del funky era tra i contribuenti, inutile dire che le tre vocalist di colore sono nel loro “ambiente”. Strong Woman è una breve e poderosa iniezione rock-blues firmata con Burnside che svergogna quasi tutto il repertorio di Lenny Kravitz. The Rodeo è una bella ballata campagnola che evidenzia la “parentela” di intenti con il Tom Waits di Jersey Girl. Hard Pressed (what da Fuzz?) è un altro funkaccio cattivo e il “fuzz” ovviamente è nella chitarra, cattiva quanto basta. Bravo e bello (scusate, guardo la foto): direi bravo e basta!           

Bruno Conti

Father And Sons. James Luther Dickinson And North Mississippi Allstars – I’M Not Dead I’M Just Gone

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James Luther Dickinson and North Mississippi Allstars – I’m Just Dead I’m Not Gone – Memphis Int. Rec.

Questo raro incontro discografico (“unico” nella discografia di Jim Dickinson), tra padre e figli, vede la musica, senza voler essere blasfemi, nella parte dello “Spirito Santo”. Registrato il 2 giugno del 2006 al New Daisy Theater di Memphis, Tennessee, in Beale Street, la via del Blues per antonomasia, questo concerto viene pubblicato solo oggi, a tre anni di distanza dalla scomparsa di Mudboy.

Si tratta di un concerto gagliardo, esuberante, dove non solo il Blues, ma tutte le “radici” della musica della famiglia Dickinson vengono rivisitate: registrato in Mono, ma con un ottimo suono, il concerto, per rimanere in tema religioso, è preceduto da un breve sermone anti Bush (era l’epoca) del Rev. Dickinson, ma poi si dipana con un sound che ricorda i suoi vecchi datori di lavoro, gli Stones dell’epoca Exile, quelli più “caattivi” (doppia a) e pericolosi. Dall’apertura tosta di Money Talks, un vecchio brano di Sir Mack Rice, con le sue sonorità viziose, attraversate dalle sciabolate della slide di Luther “Keith’n’Mick” Dickinson, si viaggia subito sulle traiettorie del miglior rock ad alta gradazione blues, quello più genuino e ruspante. Uno che introduce il brano successivo, Ax Sweet Mama come, “scritto dal mio vecchio amico Sleepy John Estes”, come lo definisci se non leggendario – Morto ma non andato! – la sua musica vive in questo suono “paludoso” e volutamente grezzo e in questo brano che cita anche Leaving Trunk e Sloppy Drunk, rivive il mito del blues e del rock più sapido, suonato dal pianino di Jim e dalla chitarra di Luther e cantato con una voce, non bella, ma che, a chi scrive, sembra quella di un John Mayall più incazzato, se mi permettete l’analogia, un altro però che ha fatto di questa musica una religione.

Pure nella successiva cover di Codine, un grande brano di Buffy Sainte-Marie, la voce è rotta, quasi spezzata, ma percorsa da una grinta che sfiora la missione: i North Mississippi Allstars, Luther, Cody alla batteria e il bassista Chris Chew, suonano con un fervore incredibile, degni alunni della lezione di vita e di musica insegnata loro dal grande musicista di Memphis, che si cimenta da par suo al piano. Dopo una breve presentazione dei suoi tre figli, due veri e uno spirituale, ci si rituffa nella musica con una Red Neck, Blue Collar di Bob Frank, che è puro Outlaw Country, le armonie vocali sono di Jimmy Davis. Il concerto è composto solo da nove brani, dura poco più di 42 minuti, ma ha una intensità incredibile, non c’è grasso che cola, solo musica di qualità, non è questa la casa del virtuosismo, anche se i musicisti sono di gran spessore, niente lunghi assolo, solo il minimo indispensabile, con i due Luther che si dividono i brevi spazi solisti e la band che segue con vigore, come nella cover di Kassie Jones, Pt.1 di Furry Lewis, un altro che ha fatto la storia di questa musica, Jim declama Blues e Luther lo segue con la sua slide.

Anche quando fa rollare il suo pianino a tutta birra, come nella cover scatenata a tempo di R&R di Rooster Blues, un vecchio brano scritto da Jerry West, che era uno dei cavalli di battaglia di Lightnin’ Slim, senti che c’è tanta passione e competenza nella musica, e questa versione accelerata è presa dal repertorio di Ronnie Hawkins che viene ringraziato nel finale con un “Dio Benedica Ronnie Hawkins!” molto sentito. Quando i musicisti rendono omaggio al B.B. King D.O.C. di Never Make Your Move Too Soon si percepisce un piacere, una gioia irrefrenabile nel suonare questa musica, essere sul palco e divertirti e suonare la musica che ami, cosa puoi volere di più?  Se poi il tutto è suonato con questa classe e nonchalance l’ascoltatore percepisce quel quid indefinibile che divide i grandi musicisti (di culto) dalle mezze calzette. Di nuovo il country scalcagnato ma irresistibile di Truck Drivin’ Man con la seconda voce di Davis e il pianino di Jim Dickinson in overdrive prima del finale sontuoso con una Down In Mississippi quasi solenne che omaggia la loro terra e la loro musica e permette, per una volta, a Luther Dickinson di lasciarsi andare a una improvvisazione chitarristica leggermente più estesa, sotto l’occhio benevolo e benedicente del babbo che ha lasciato il testimone in mani esperte. Se questo deve essere l’ultimo commiato, il vecchio Mudboy ci lascia alla grande!

Bruno Conti   

Novità Di Luglio Parte I. James Dickinson & North Mississippi Allstars, Rick Estrin, Jimmie Van Zant, Keller Williams, Wyland Blues Planet Band, Chris Smither

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Riprendiamo i nostri appuntamenti con le uscite discografiche, anche se questa prima settimana di luglio non ci riserva grandi nomi e nemmeno molte uscite, mentre sembra più interessante la prossima con le ristampe di Hendrix (Berkeley, per l’ennesima volta), il nuovo Zac Brown, il box di Woody Guthrie, Hank Williams Jr. e qualche altra pubblicazione interessante. Questa settimana escono anche Blasters e Little Feat di cui si è già detto in altre pagine virtuali del Blog. Vediamo comunque le uscite del 3 luglio.

Prima di tutto, pubblicato dalla Memphis Int’l, un ulteriore capitolo delle vicende della famiglia Dickinson. Questa volta si tratta di un disco postumo attribuito a James Luther Dickinson and North Mississippi Allstars, I’m Just Dead I’m Not Gone, registrato dal vivo al New Daisy Theater di Memphis, Tennessee nel 2006, contiene 9 brani scelti tra classici e brani oscuri della musica americana, blues e non. Sul sito della band dice che è il miglior live mai registrato da Jim Dickinson, non so se è umorismo macabro, ma essendo anche l’unico disco dal vivo mai registrato sarebbe difficile credere il contrario. Comunque da quello che ho sentito mi sembra gagliardo, compresa la surreale intro parlata all’iniziale Money Rice di Sir Mack Rice e quando fa viaggiare il pianino indiavolato come nella poderosa Rooster Blues. Dalla copertina deve essere anche in mono, ma il suono è molto buono.

Da quando si sono persi per strada Little Charlie mi sembra che quelli che ora si chiamano Rick Estrin & The Nightcats, giunti al secondo album con la nuova formazione, One Wrong Turn, oltre al chitarrista hanno perso anche un po’ della grinta del passato. Comunque ascolterò meglio e poi vi riferirò, l’etichetta è sempre la Alligator. E il nuovo chitarrista “Kid” Andersen è comunque molto bravo.

Jimmie Vant Zant è il cugino di Ronnie, Donnie e Johnny, ma mi sembra che sia sempre stato il meno dotato della famiglia. Questo Feels Like Freedom, pubblicato dalla MRI, anche se contiene un brano che si intitola Southern Rock mi sembra più che altro rock Americano, AOR non particolarmente brillante, tipo i 38 Special nei loro album più commerciali. D’altronde quando leggi nelle note di presentazione che trattasi di album caratterizzato da un “innovativo suono crossover”, sai già cosa aspettarti. Nulla di buono (nemmemo di tragico per la verità), a meno che non ami il genere, niente in contrario ma come sono uso dire in questi casi “It’s not my cup of tea”! Il singolino del video è uno dei brami migliori del disco, quindi occhio al resto!

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Keller Williams è uno dei musicisti più interessanti che si muovono in quell’area che sta fra Bluegrass e Jam Grass acustico: cantante e polistrumentista, con una quindicina di album pubblicati per la Sci-Fidelity Records, per questo Pick si accompagna alla famiglia bluegrass dei Travelin’ McCourys, che poi sarebbero la Del McCoury Band senza il babbo. Se vi piace il genere assolutamente consigliato.

Dopo il primo capitolo di qualche mese fa, torna la Wyland Blues Planet Band con questo Blues Planet II, su etichetta Rocket Science. Le facce in copertina mi sembrano più o meno le stesse del primo album e visto che si tratta di una trilogia, tutto mi fa pensare che sia stato registrato in un’unica occasione in quel fatidico Maggio 2011 a New Orleans nei famosi Piety Street Recordings Studios e il materiale viene poi pubblicato di volta in volta. Rod Piazza, Taj Mahal, Honey Alexander, Jon Cleary, Johnny Lee Schell, Rusty Zinn e molti altri gli artisti coinvolti in questo progetto ecologico dall’artista Wyland per una buona causa con della buona musica, il Blues. E se vi siete persi il primo.

Per finire, il nuovo album di Chris Smither, Hundred Dollar Valentine, Crs/Signature records. Dovremmo essere a una quindicina di album di studio più 6 o 7 dal vivo per questo veterano della scena blues-folk in attività da una quarantina di anni, con qualche pausa discografica. Negli anni ’90 quando ha pubblicato i suoi dischi migliori mi piaceva moltissimo e anche a Bonnie Raitt che lo ha sempre considerato una specie di controparte maschile e pure a Emmylou Harris, John Mayall, Diana Krall e molti altri che hanno inciso i suoi brani. Negli ultimi dischi soprattutto acustici e in solitaria ha accentuato sempre più la quota Blues a scapito di quella cantautorale ma, come dimostra questo album, la voce è sempre bella, lo stile chitarristico rimane notevole e sono presenti anche, il violino in molti brani e la slide di David Goodrich che è il produttore del disco. C’è pure un batterista in quasi tutti i brani (ma niente basso), il cello di Kris Delmhorst e la seconda voce femminile di Anita Suhanin. Così vi ho fatto una spece di mini-recensione se non avrò il tempo di tornarci più dettagliatamente. 10 brani + la classica hidden track Rosalie, annunciata nel libretto. Non ho mai capito se la traccia deve essere “nascosta” perché l’annunciano sui CD. Mistero!

Alla prossima!

Bruno Conti

I Migliori Dischi Del 2011! Un Anno Di Musica, Bis

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La prima lista dei migliori del 2011, quella “ufficiale” dei canonici 10 che poi apparirà anche sul Buscadero l’ho pubblicata i-migliori-dischi-del-2011-un-anno-di-musica.html, ma come promesso o minacciato mi ero riservato di ampliarla con tutto il resto che mi è piaciuto musicalmente in questo anno che sta per finire. Dopo aver partorito quella lista in seguito a lunghe “agonie” subito me ne sono venuti in mente a decine altri che avrebbero meritato (aiutato dal mio “collega” che vedete ad inizio Post) e in qualità di “duce unico”, amministratore e compilatore del Blog ve le sparo giù, magari a rate, tenendo a parte le categorie Box, Ristampe e Outsiders, e senza dimenticarmi della promessa di pubblicare il meglio delle varie riviste di settore. L’avvertenza è anche quella di non fare dei Post troppo lunghi (per quanto graditi da chi legge) e di non caricare troppi video e immagini che rendono la pagina “pesante” per chi non ha una buona connesione Internet, quindi cerco di dividere il “Best Of the Rest” magari in ordine cronologico come si è presentato durante l’anno, partiamo. Ah, dimenticavo, ringrazio e apprezzo complimenti ma anche eventuali critiche che appaiono nei Commenti, leggo tutto anche se non sempre rispondo e vi rinnovo l’offerta se volete pubblicare i vostri “migliori dell’anno” nell’ambito musicale.

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Il primo disco molto bello dell’anno, e che avrei inserito tra i Top 10, è stato quello degli Over The Rhine The Long Surrender… 

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Gregg Allman – Low Country Blues

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Sean Rowe – Magic

 

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North Mississippi Allstars – Keys To Kingdom

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Amos Lee – Mission Bell

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Brandi Carlile – Live At Benaroya Hall

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Paul Simon – So Beautiful Or So What (Collector’s Edition), così ne approfitto per ricordarvi questa ulteriore versione doppia, dopo la normale e la Deluxe uscite ad Aprile, a metà Novembre è uscita un ulteriore versione con un DVD con 5 brani registrati dal vivo alla Webster Hall di New York con So Beautiful or So What,” “Dazzing Blue,” “The Afterlife,” “Mother and Child Reunion,” e “Slip Slidin’ Away.” E che caspita!, non si può comprare 18 volte lo stesso disco! O sì?

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David Bromberg – Use Me

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Dave Alvin – Eleven Eleven

 

Questo però nei migliori dieci lo dovevo mettere! Se volete potete considerare questo Post anche come un “consiglio per gli acquisti natalizi” o come quelle compilations che una volta si facevano in cassetta e poi in CD e ora sull’Ipod, il piacere di consigliare agli amici!

Fine della prima rata, a seguire…

Bruno Conti

Un Gradito Ritorno. North Mississippi Allstars – Keys To The Kingdom

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North Mississippi Allstars – Keys To The Kingdom – Songs of The South Records

Non è che fossero lontani poi da molto, l’ultimo disco a loro nome, Hernando, era del 2008 e con una svolta dal suono più “metallico” non mi aveva soddisfatto a fondo (ma era sempre un buon album). Nel frattempo non è che i due fratelli Luther e Cody Dickinson e il bassista Chris Chew se ne siano stati con le mani in mano, tutt’altro, le produzioni collaterali se possibile si sono addirittura intensificate. Cody e Chris hanno fondato il gruppo parallelo degli Hill Country Revue che ha già pubblicato due ottimi album, Luther Dickinson era entrato a far parte in pianta stabile dei Black Crowes (che, come forse saprete, sono purtroppo in “pausa di riflessione” a tempo indeterminato) e ha trovato il tempo per pubblicare Home Sweet Home con il side project dei South Memphis String Band, nominato per i Grammy Awards. Pure nominato per i Grammy è il disco Onward & Upward a nome Luther Dickinson & The Sons of Mudboy pubblicato nell’immediatezza della scomparsa di loro padre il geniale musicista e produttore, Jim “Mudboy” Dickinson.

Proprio da tutto questo coacervo di elementi prende spunto questo nuovo Keys To The Kingdom, tutti questi elementi sono convenuti nella realizzazione di questo album che secondo il mio parere è il loro migliore (in studio) dai tempi dell’esordio Shake Hands With Shorty. Prodotto, in excelsis Deo, da Jim Dickinson, o così riporta il disco si tratta di un album che in dodici brani ripercorre il meglio della musica rock americana (e non solo).

Dall’iniziale, ruvido, rustico, rurale e ribaldo (avevo esaurito le “ru) This Away che sempra provenire diritto dai solchi di qualche disco degli Stones di inizio anni ’70 passando per il downhome blues-rock di Jumpercable Blues con una slide malandrina e un ritmo finto campagnolo (nel senso di country) si arriva al blues tinto di gospel di The Meeting dove i fratelli duettano con una Mavis Staples in grande spolvero. Non bastasse questo inizio da paura, nell’ottavo brano arriva anche un vecchio pard del babbo, quel Ry Cooder che due o tre cose sull’uso della slide le può insegnare al pur ottimo Luther e in Ain’t No Grave impartisce una lesson #1 da antologia, in una canzone che già di suo è un sentito omaggio a chi non c’è piu: “I Would Hope To be As brave As he was/On Judgement day/Ain’t No Grave Can Hold His Body Down…”.

Ma prima di arrivare lì passiamo anche per la bella ballata mid-tempo How I Wish My Train Would Come e per Hear The Hills un lungo brano (quasi 7 minuti) dalle sonorità e dall’attitudine anni ’70 (qualche reminiscenza Black Crowes), due chitarre, un piano in sottofondo (Spooner Oldham) e un paio di falsi finali, quando tutto sembra finito parte una bella coda strumentale, con tanto di fiati, veramente goduriosa. L’unica cover è veramente strepitosa, una rilettura quasi irriconoscibile di Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again, con i tempi e l’arrangiamento del brano completamente stravolto ma resa, se possibile, ancora più affascinante, questo sì che si chiama “rivisitare” il lavoro di un autore, sono (quasi) sicuro che Dylan apprezzerrebbe. Let it roll è uno slow blues con uso di slide e piano, molto canonico e ancora carico di retrogusti gospel. Di Ain’t No grave abbiamo detto, Ol’ Cannonball è un blues acustico e strascicato con Alvin “Youngblood” Hart ospite all’armonica e alla seconda voce e non manca neppure un mandolino quasi d’obbligo.

Ci avviamo alla conclusione ma c’è ancora tempo per una New Orleans Walkin’ Dead, a ritmo di voodoo, che sarebbe piaciuta al babbo Jim, per Ain’t None Of Mine che profuma di Led Zeppelin via Black Crowes, l’unico brano in cui Cody picchia sulla sua batteria e il rock-blues chitarristico sale alla ribalta e ancora per la conclusiva Jellyrollin’ All Over Heaven, gioiosa e vagamente old time con slide, piano e il basso sincopato in evidenza.

Bel disco. Facciamo disco del mese per febbraio, visto che gennaio l’abbiamo dato ai Cowboy Junkies e Over The Rhine e marzo è già prenotato per il nuovo Lucinda Williams (ce l’ho, ce l’ho, ma mi hanno detto di aspettare ancora un po’ prima di parlarne), salvo sorprese.

Alla prossima.

Bruno Conti