Altre Buone Notizie Da Nashville! David Rawlings – Poor David’s Almanack

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David Rawlings – Poor David’s Almanack – Acony Records CD

Un altro dei dischi migliori uscito in questo scorcio di estate, ricco di uscite discografiche di qualità, è sicuramente il nuovo album di David Rawlings Poor David’s Almanack. Anche questo viene dal “lato buono” di Nashville, che di per sé non è una città tra la più grandi degli States, ma se aggiungiamo l’area metropolitana intorno alla capitale del Tennessee, lo diventa. E ovviamente, nella Music City, c’è spazio sia per l’attuale e orribile country pop commerciale che ci propina l’industria discografica, quanto per una innumerevole serie di solisti e gruppi che sono in grado di regalarci ottima musica. Tra i portabandiera del filone country-bluegrass-folk- Appalachian- roots, per cercare di sintetizzare in un termine la musica che fanno, c’è sicuramente la coppia “artistica” formata da Gillian Welch David Rawlings, del tutto interscambiabili come titolari dei loro dischi, anche se negli ultimi anni escono più di frequente quelli a nome Rawlings: dopo i due come David Rawlings Machine, Friend Of A Friend del 2009 e Nashville Obsolete del 2015, inframmezzati dallo splendido The Harrow & The Harvest del 2011, a nome Gillian Welch (con l’appendice del disco di archivio Boots No.1: The Official Revival Bootleg, uscito nel 2016, ma con materiale inedito anni ’90), esce ora il terzo disco solista di David, Poor David’s Almanack, che a livello qualitativo si avvicina, e forse pareggia, quelli pubblicati a nome Welch, Ovviamente, niente paura, perché Gillian è più che presente nel disco, oltre ad averne designato la copertina, ha firmato cinque dei dieci brani contenuti nel CD assieme al suo pard, e e la sua voce si occupa, con altri amici presenti nelle registrazioni, delle armonie vocali dell’album.

Come evidenziato sin dall’inizio, il disco è molto bello, Rawlings migliora leggermente anche come cantante, disco dopo disco, pur non raggiungendo lo stile inarrivabile della compagna di avventure, la voce si è fatta più sicura ed espressiva a tratti, sempre laconica e piana, ma in grado di convogliare con classe i contenuti delle proprie canzoni: che in questo CD sono rese con un approccio che ricorda sicuramente quello dei dischi dell Welch, quindi con spunti folk e roots come di consueto, ma nello stesso tempo utilizza un approccio più “rock” (forse una parola un po’ grossa), diciamo da band, grazie all’utilizzo di diversi musicisti, che ampliano il consueto spettro sonoro voce e chitarre e poco altro dei loro dischi in coppia, aggiungendo il violino di Brittany Haas, il basso di Paul Kowert dei Punch Brothers, l’organo e la batteria dei fratelli Taylor Griffin Goldsmith dei Dawes, il violino e il banjo e la chitarra di Ketch Secor Willie Watson, degli Old Crow Medicine Show, impegnati anche alle armonie vocali, mentre la stessa Gillian è impegnata anche a basso, batteria e percussioni, oltre al vitale utilizzo della voce di supporto; alla batteria c’è anche Billy Thomas, uno dei migliori sessionmen della zona “country”, mentre David Rawlings, oltre a cantare, suona le chitarre, acustiche ed elettriche, l’harmonium, cura gli arrangiamenti (parchi) di archi e produce, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Ken Scott (quello leggendario dei dischi di Bowie, Supertramp, Elton John, Lou Reed, America, George Harrison e una miriade di altri).

L’apertura è affidata a Midnght Train, un pezzo che oscilla tra country-folk e country-gospel con un delicato picking acustico di Rawlings, mentre la voce di David è sostenuta da quella di Watson e poi anche dalla Welch, mentre il violino di Britanny Haas disegna le sue traiettorie “campagnole” e il brano si sviluppa in un crescendo lento ma sicuro https://www.youtube.com/watch?v=AFwrF57ZW9A . Money Is The Meat In The Coconut è più allegra e scanzonata, un bluegrass divertente dove il banjo di Watson e il violino della Haas conferiscono quell’aria appunto tra bluegrass e mountain music, quasi come nei vecchi dischi anni ’70 di revivalisti come Peter Rowan, Norman Blake e compagnia cantante (e suonante), semplice ma godibile. Cumberland Gap, il pezzo dedicato al fiume che circonda Nashville, è il primo momento Neil Young del disco, un country-rock che si rifà al sound del canadese, di dischi come After The Gold Rush Harvest, con le voci di Rawlings e della Welch che si alternano alla guida e si intrecciano con organo, violino, la chitarra elettrica, la sezione ritmica con un bel basso pulsante, per un brano di stampo quasi rock, molto coinvolgente. Airplane, come la canzone precedente, è firmata a quattro mani dal duo, ed è una sorta di ballata, tersa e delicata, incorniciata da una misurata sezione d’archi, che sottolinea la splendida melodia di questa bellissima canzone da vero cantautore classico, porta da Rawlings con garbo, mentre la Haas folleggia sullo sfondo con il suo violino e tutti i musicisti sono ispiratissimi in questo pezzo che è uno dei piccoli gioielli di questo album. Lindsey Button parte come una specie di delicata ninna-nanna, poi diventa una folk tune corale, con il ritornello reiterato alla fine di ogni verso, mentre gli strumenti acustici (ancora con il violino in evidenza) e gli impasti vocali rimandano alla musica popolare americana tradizionale come è d’uso nei dischi a nome Gillian Welch, che non a caso è ancora co-autrice anche di questo brano.

Come On Over My House è un’altra piacevole country-bluegrass song acustica e corale, molto trascinante e sempre di stampo tradizionale. nel suo dipanarsi tra voci e strumenti che si intrecciano con il brio e l’estro dei vari protagonisti, mentre Guitar Man è il secondo momento Neil Young del disco, un altro pezzo elettrico ispirato dal songbook del canadese, con il bel intervento della solista di Rawlings a sottolineare lo spirito rock di questo pezzo, bucolico ma pervaso dalla giusta grinta, pigra e ciondolante, ma pure nella migliore tradizione del country-southern-rock classico, peccato che venga sfumata quando una bella jam finale non ci sarebbe stata male. Yup è un altro di quei brani umoristici e spiritosi che abbondano nella tradizione folk popolare, con il diavolo che si becca una sgridata all’inferno, il tutto a tempo di folk-blues, con gli strumenti e le voci per quanto sempre ben utilizzati, con minor brio e qualità di altri episodi; in questa parte conclusiva del CD dove Rawlings è l’unico autore il disco mi sembra meno brillante. Meglio il country-gospel di Good God A Woman, dove aldilà del sound corale sempre ben centrato ed eseguito, forse una voce solista più incisiva avrebbe avuto un miglior effetto nell’insieme del brano. Put’em Up Solid è decisamente meglio disegnata a livello sonoro  e rientra in quel filone di country-folk-rock blues gotico dei dischi della Welch, in cui la parte musicale è comunque sempre a cura di David Rawlings, un brano decisamente più riuscito che alza nuovamente il livello qualitativo di un disco  e che se non porta ancora al pareggio tra Welch e Rawlings ne evidenzia ancora una volta lo spirito affine e la visione musicale comune. Consigliato!

Bruno Conti

Cover Stories, La Recensione: Ovvero Rivisitando “The Story” Di Brandi Carlile Per Una Giusta Causa. Anche Cantato Da Altri Sempre Un Ottimo Disco!

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Various Artists – Cover Stories – Sony Legacy

Ne abbiamo già parlato un paio di volte; prima in occasione della presentazione e poi all’uscita del 5 maggio, ma visto che si tratta di una operazione a sfondo benefico http://discoclub.myblog.it/2017/05/05/esce-il-5-maggio-ma-visto-che-il-fine-e-nobile-cover-stories-ovvero-rivisitando-the-story-di-brandi-carlile-per-una-giusta-causa/  torniamoci per un’ultima volta. Al link leggete tutta la storia, questa volta parliamo solo dei contenuti, ossia delle singole canzoni, di quello che giustamente viene ancora oggi considerato il migliore album di Brandi Carlile, cantautrice di cui spesso e volentieri avete letto su questo Blog http://discoclub.myblog.it/2015/03/18/folk-rock-il-nuovo-millennio-delle-migliori-brandi-carlile-the-firewatchers-daughter/ :

1. Late Morning Lullaby – Shovels & Rope

Il duo americano agli inizi mi piaceva molto, poi mi pare che si siano persi per strada, con una svolta commerciale verso il “modernismo” a tutti i costi, che mi sembra li accomuni a gente come Mumford And Sons, Arcade Fire, Low Anthem, Needtobreathe (con cui hanno collaborato, nel pessimo Hard Love) e vari altri. Per l’occasione i due fanno le cose per benino, forse ispirati da questa dolce ninna nanna che apriva anche l’album originale, con l’intreccio delizioso delle due voci, Michael Trent e Cary Ann Hearst  una chitarra acustica e poco più, bella partenza.

2. The Story – Dolly Parton

La title track dell’album è anche una delle più belle canzoni del disco, Dolly Parton, una delle “eroine” musicali della Carlile, rimane molto fedele allo spirito del brano, un folk-rock accorato, cantato con grande pathos e passione.

3. Turpentine – Kris Kristofferson

Splendida anche la rivisitazione del grande Kris, la voce è sempre più “vissuta” e scarna, ma la classe non manca, e pure questa, un’altra delle canzoni migliori di The Story, rifulge di nuova gloria in una versione splendida, caratterizzata da una pedal steel avvolgente, dalla chitarra di Chris Stapleton e dalle armonie vocali della figlia di Kristofferson, Kelly.

4. My Song – Old Crow Medicine Show

Per gli Old Crow Medicine Show mi pare che valga la regola aurea dei tempi di “E Intanto Dustin Hoffman Non Sbaglia Un Film”, loro non sbagliano non dico un album ma neppure una canzone: My Song diventa una splendida bluegrass song dei Monti Appalachi, con armonie vocali impeccabili, picking di chitarre, banjo e mandolino e svolazzi di violino, bellissima. Tra l’altro, se cercate in rete, visto che sono stati in tour assieme, si scambiano di continuo versioni dei loro brani.

5. Wasted – Jim James

Ultimamente il leader dei My Morning Jacket, da solo o con il suo gruppo, non sempre centra l’obiettivo, e anche questa versione psichedelica alla Tomorrow Never Knows di Wasted, non mi pare il massimo.

6. Have You Ever – The Avett Brothers

Questa canzone era già bella di suo, ma la versione dei fratelli Avett, rallentata rispetto all’originale, intima e delicata, quasi alla Simon & Garfunkel, è un altro dei pezzi migliori contenuti in questo tributo. Dando il via ad un trittico di cover nella parte centrale dell’album che sfiora la perfezione.

7. Josephine – Anderson East

Per esempio, nel caso di Anderson East, che sia una delle più belle voci in circolazione delle ultime generazioni non lo scopriamo certo oggi: la sua sua voce rauca e vissuta, a dispetto dei suoi 29 anni ancora da compiere (ma Otis Redding ne aveva 26, quando morì nel 1967), è perfetta per questa versione gospel-soul di Josephine, arricchita anche dalle armonie vocali della fidanzata Miranda Lambert.

8. Losing Heart – The Secret Sisters

A proposito di armonie vocali, due che non scherzano nel campo sono le Secret Sisters, di cui ai primi di giugno, il 9 per la precisione, è in uscita il terzo album You Don’t Own Me Anymore, prodotto, toh che caso, da Brandi Carlile. Se ne parla molto bene, recensione già prenotata da Marco, quando verrà pubblicato. Per il momento gustiamoci questa Losing Heart, pure questa rallentata rispetto all’originale, ma sempre una piccola perla, con la stessa Brandi al banjo e Tim Hanseroth al piano e mellotron, una ballata molto anni ’70, affascinante.

9. Cannonball – Indigo Girls

Le Indigo Girls erano presenti anche nell’album originale, quindi sembrava quasi doverosa la loro presenza per un altro dei pezzi “forti” del CD, con il classico sound del duo americano, a cui molto si è ispirata la Carlile ad inizio di carriera, anche se l’uso dei fiati e del violino è inconsueto, quasi pop barocco, comunque interessante, e gli intrecci vocali sono sempre magnifici.

10. Until I Die – TORRES

Torres condivide con Brandi le passioni per Kate Bush, Johnny Cash e Kurt Cobain, una sorta di spirito affine sul lato alternative-indie, e questa versione lo-fi sembra ispirata proprio dalla cantante inglese, e poi la voce è decisamente bella.

11. Downpour – Margo Price

Questa era una delle canzoni che più mi piacevano dell’album originale, e la versione dell’emergente Margo Price, cantata con voce dolce e vulnerabile, quasi “infantile”, ben si accoppia con il sound alternative-country della Carlile, con intrecci di chitarre  e pedal steel che disegnano la deliziosa melodia della canzone.

12. Shadow On The Wall – Ruby Amanfu

Ecco uno dei due brani che erano già stati pubblicati in precedenza e non incisi appositamente per questo progetto. Ruby Amanfu è una cantante nata in Ghana, ma che vive ed opera musicalmente negli Stati Uniti, tra Nashville e Los Angeles. In possesso di una voce potente ed espressiva è in circolazione già dal 1998, ma Standing Still, il disco del 2015, è stato il primo con una produzione “importante”, e una delle cose migliori dell’album era proprio la sua versione della canzone di Brandi.

13. Again Today – Pearl Jam

Non potevano mancare naturalmente i suoi amici Pearl Jam (Mike McCready è apparso nei suoi dischi e Eddie Vedder è sempre disponibile per degli eventi di carattere benefico come questo): la versione di Again Today, che in origine era una malinconica ballata, per l’occasione diventa una potente canzone rock nello stile tipico della band di Seattle (quindi anche quasi concittadini) con la stessa Brandi Carlile alle armonie vocali per uno dei brani più importanti della raccolta

.14. Hiding My Heart – Adele

Questo pezzo era la “traccia nascosta” nella versione originale di The Story e poi era presente come bonus track nella versione limitata dell’album 21 di Adele, il disco che ha venduto svariati “fantastilioni” di copie in giro per il mondo.

Quindi, ribadisco, non solo un album per una giusta causa, ma anche, a parte un paio di eccezioni, un gran bel disco!

Bruno Conti

Un’Altra Nuova Band Dal Grande Futuro (Si Spera). The Show Ponies – How It All Goes Down

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The Show Ponies – How It All Goes Down – Freeman CD

Non solo, almeno a parere del sottoscritto, gli Old Crow Medicine Show sono la miglior band americana del nuovo millennio (superiori di poco anche ad Avett Brothers e più nettamente anche ai Mumford And Sons), ma negli ultimi anni si può dire che i ragazzi della Virginia abbiano creato un vero e proprio suono e sono stati presi come riferimento da una lunga serie di gruppi nati dopo di loro. Il rielaborare la tradizione folk e country aggiungendo robuste dosi di rock lo si faceva già negli anni novanta (basti pensare ad Uncle Tupelo ed ai primi Jaykawks), ma gli OCMS hanno avuto il grande merito di rivitalizzare un genere, quello roots-rock-Americana, che forse cominciava a mostrare un po’ la corda, tra l’altro con l’ausilio quasi totalmente di strumenti acustici, ma suonati con la forza di una vera rock band. Nei gruppi che seguono questo filone farei senz’altro ricadere gli Show Ponies, un quintetto di Los Angeles con già un disco al proprio attivo ((We’re Not Lost, 2013), e il cui nuovo lavoro How It All Goes Down mi è piaciuto a tal punto che non ho difficoltà ad inserirli tra i migliori nuovi gruppi degli ultimi tempi. I cinque si sono conosciuti circa otto anni fa al college, e quindi di membri originari della Città degli Angeli non c’è nessuno: i due leader sono Clayton Chaney (dall’Arkansas, voce solista e basso) ed Andi Carder (texana di Houston, voce solista e banjo), i quali hanno formato il primo nucleo assieme a Jason Harris (chitarra e piano, anch’egli di Houston), per poi completare il quintetto in un secondo momento con Kevin Brown (batteria) e Philip Glenn (violino). I cinque hanno presto scoperto di avere gli stessi interessi musicali e hanno cominciato a scrivere e suonare insieme: non conosco il loro debut album, ma vi assicuro che questo secondo lavoro è davvero notevole.

Rispetto agli OCMS (che, va detto,  comunque restano nettamente superiori) gli Show Ponies sono decisamente più rock, le chitarre elettriche sono spesso presenti all’interno delle canzoni, ma la base di partenza è sempre folk, ed in più i cinque suonano con grande forza e feeling: tra ballate, pezzi più rock o canzoni di stampo puramente folk, i nostri mostrano di essere decisamente creativi e di avere un grande senso del ritmo e della melodia, consegnandoci con How It All Goes Down (uscito il 20 gennaio) una delle sorprese più piacevoli di questo 2017, con almeno tre-quattro canzoni di caratura superiore. Folk, country, rock e bluegrass fusi insieme in un cocktail molto stimolante ed in grado anche di entusiasmare a tratti, come nel brano che apre il disco, The Time It Takes, stupendo folk-rock dalla melodia cristallina, incroci chitarristici di prim’ordine ed uno splendido pianoforte: l’alternanza tra le due voci soliste, maschile e femminile, è poi uno dei punti di forza del gruppo. Un inizio perfetto, una delle più belle canzoni che ho ascoltato ultimamente. This World Is Not My Home ha un approccio più tradizionale, banjo e violino sono gli strumenti principali (e Glenn è un fiddler coi controfiocchi), anche se né la chitarra elettrica né la sezione ritmica fanno mancare il loro apporto: dopo la prima strofa il ritmo cresce vorticosamente e, complice anche un refrain di presa immediata, il brano diventa irresistibile; la voce gentile della Carder introduce Kalamazoo, un folk tune elettrificato ma di stampo rurale, con grande uso di violino e tempo sempre mosso anche se più leggero, mentre con Someone To Stay si torna prepotentemente in ambito rock, anzi qui la componente folk sarebbe quasi assente se non fosse per il violino, ed il pezzo è uno scintillante ed orecchiabile esempio della bravura dei nostri nel confezionare canzoni fresche, dirette e creative al tempo stesso.

Should Showed Him è una filastrocca un po’ sghemba e dall’arrangiamento ancora più rock (anche il violino viene suonato come fosse una chitarra elettrica), per un brano forse meno immediato ma comunque grintoso e stimolante; Folks Back Home è invece puro folk, limpido, cristallino, solare e delizioso, mentre Only Lie è più introversa, spezzettata e decisamente meno immediata, non tra le migliori. Something Good e Sweetly sono due tenui slow ballads, tra folk d’altri tempi e cantautorato puro (leggermente meglio la seconda, cantata da Andi) ed anche If You Could Break That Chain prolunga il momento intimista del CD, con un altro lento di stampo acustico, dal bel ritornello corale e con una chitarra elettrica che si affaccia sullo sfondo. Il disco si chiude in crescendo con la pimpante Don’t Call On Me, un country-rock gustoso e suonato con la solita forza, l’intensa (e breve) Bravery Be Written, folk purissimo con un chiaro accento irlandese, e con la title track, melodia di stampo tradizionale su base elettrica, altro fulgido esempio di come si possano scrivere ottime canzoni giusto a metà tra folk e rock, da parte di un gruppo che, ne sono certo, ha cominciato solo adesso a far parlare di sé.

Marco Verdi

Come Rinfrescare Degnamente Un Capolavoro Assoluto! Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde

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Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde – Columbia/Sony CD

Gli Old Crow Medicine Show, forse il miglior gruppo in circolazione in ambito country-roots-Americana, ha sempre avuto un rapporto privilegiato con la figura di Bob Dylan, a partire da quella Wagon Wheel presente sul loro debut album e che ancora oggi è il loro brano più noto, una canzone appena abbozzata da Bob ai tempi di Pat Garrett & Billy The Kid e che la band di Nashville ha completato in maniera mirabile. Ma anche il brano portante dello splendido Remedy (ad oggi l’ultimo lavoro di studio del gruppo di Keith Secor e Critter Fuqua, e forse il migliore http://discoclub.myblog.it/2014/06/30/la-cura-sempre-eccellente-old-crow-medicine-show-remedy/ ), cioè la bellissima Sweet Amarillo, è una collaborazione a distanza tra i nostri ed il novello Premio Nobel. Lo scorso anno però gli OCMS hanno alzato decisamente l’asticella, riproponendo in due serate al CMA Theatre di Nashville, e giusto cinquant’anni dopo la sua pubblicazione originale, il fenomenale album Blonde On Blonde, cioè quello che da molti viene definito il più bel disco di Dylan (c’è, come me, chi gli preferisce Highway 61 Revisited, altri Blood On The Tracks, ma insomma nella peggiore delle ipotesi sotto il terzo posto non si va) ed in generale uno degli album cardine della storia della musica, un titolo che solo a nominarlo c’è da farsi venire la tremarella.

Ma gli OCMS non sono un gruppo che ha paura, forse grazie anche ad un briciolo di incoscienza, e hanno quindi affrontato quel disco canzone dopo canzone risuonandolo a modo loro, spogliando i brani del “sottile e selvaggio sound al mercurio” e rivestendoli con la loro irresistibile miscela di country, bluegrass, folk e rock, e dando spazio a tutte le qualità che li hanno resi uno degli acts più richiesti in America (e non solo): creatività, forza, feeling, ritmo e voglia di divertirsi ma anche di fare grande musica (e portando comunque grande rispetto alle composizioni originali). 50 Years Of Blonde On Blonde è quindi un live strepitoso, nel quale i nostri (oltre a Fuqua e Secor abbiamo i fedeli Kevin Hayes, Chance McCoy, Morgan Jahnig, Cory Younts e, come membro aggiunto, il polistrumentista Joe Andrews) danno sfogo a tutta la loro abilità vocale e strumentale, suonando con il solito incredibile vigore, una caratteristica già risaputa ma che ogni volta lasca a bocca aperta: e non pensate che solo per il fatto che Blonde On Blonde sia un grandissimo disco il compito dei ragazzi fosse facile, anzi il rischio di strafare e rovinare tutto con interpretazioni non adeguate era dietro l’angolo (non penso infatti che se al posto loro ci fossero stati i Backstreet Boys il risultato sarebbe stato proprio lo stesso). Il disco dura 65 minuti, ed è quindi più corto del Blonde On Blonde originale, anche perché molti pezzi sono suonati ad un ritmo talmente vorticoso da risultare decisamente più sintetici: la strumentazione è al solito acustica al 90%, ma i ragazzi fanno talmente casino (in senso buono) che dopo un po’ non ce ne accorgiamo neppure.

Rainy Day Women # 12 & 35 era già allegra e festosa nella versione di Dylan, e qui si trasforma in una vera orgia di suoni e colori, con un arrangiamento al quale la fisarmonica dona un sapore zydeco, mentre Pledging My Time, in origine un blues lento e strascicato, diventa un bluegrass suonato a velocità supersonica e vertiginosa, un genere nel quale oggi i nostri hanno pochi eguali (è incredibile, sembra che qualcuno abbia accelerato il nastro della performance). Visions Of Johanna è uno dei brani più belli del songbook dylaniano, e qui è nobilitata da una versione strepitosa, con grande rispetto ma anche con il tocco personale degli OCMS, una veste roots che la valorizza ancora di più (il ritmo è accelerato rispetto a quella di Bob), già fin da ora una delle cover dell’anno; anche One Of Us Must Know (Sooner Or Later) è sempre stata contraddistinta da una melodia stupenda, ed i ragazzi la trattano coi guanti, limitando al minimo la strumentazione e facendo risaltare la parte vocale: il risultato è un altro momento imperdibile.

I Want You non è molto diversa, solo più acustica e countryeggiante, ma rimane tutta da godere dalla prima all’ultima nota, Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again è sempre stato il brano di Blonde On Blonde a piacermi meno, un po’ ripetitivo e con una durata di almeno tre minuti di troppo, anche se in questa scintillante rilettura country-rock la apprezzo maggiormente (e che ritmo); Leopard-Skin Pill-Box Hat diventa un delizioso pezzo in puro stile dixieland, mentre Just Like A Woman, uno dei capolavori assoluti di Dylan, si trasforma in una languida country ballad, che non avvicina l’originale (che è, appunto, inavvicinabile) ma si propone come una delle sue migliori versioni. Most Likely You Go Your Way (And I’ll Go Mine), che apriva il secondo LP del Blonde On Blonde originale, ha un arrangiamento frenetico ed una performance urlata che ricorda molto la versione live che Bob immortalò su Before The Flood; Temporary Like Achilles diventa uno splendido e vibrante honky-tonk pieno di ritmo, praticamente un’altra canzone, Absolutely Sweet Marie, già irresistibile in origine, è un country’n’roll spedito come un treno, impossibile stare fermi, mentre 4th Time Around resta abbastanza simile a quella conosciuta, anche se steel e banjo le donano un sapore decisamente roots. La breve Obviously Five Believers, altro bluegrass dalla velocità incredibile, precede il gran finale di Sad Eyed Lady Of The Lowlands, una delle canzoni più personali di Bob (era dedicata all’allora moglie Sara), che qui diventa una sontuosa roots ballad, degna chiusura di un disco strepitoso ed imperdibile.

Non pensate che solo perché Blonde On Blonde è uno dei più grandi dischi mai incisi rifarlo da capo a piedi sia facile: gli Old Crow Medicine Show ci hanno provato aggiungendo il loro tocco magico, ed il risultato finale li conferma come uno dei migliori gruppi attualmente in attività.

Marco Verdi

Esce Il 5 Maggio, Ma Visto Che Il Fine E’ Nobile… Aggiorniamo! Cover Stories, Ovvero Rivisitando “The Story” Di Brandi Carlile Per Una Giusta Causa: Pearl Jam, Adele, Avett Brothers, Anderson East, Eccetera

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Aggiornamento del Post scritto il 2 marzo, visto che il disco esce oggi 5 maggio, e si conferma come un progetto importante sia a livello umanitario, come molto interessante in ambito musicale: vi ribadisco quindi l’uscita di questo CD Cover Stories, la riproposizione completa dell’album del 2007 di Brandi Carlile The Story, disco che molti considerano il migliore della cantautrice di Ravensdale, Washington e che fu anche il suo maggior successo commerciale, vendendo oltre 500.000 copie all’epoca. Il 100% dei proventi della vendita dell’album verranno devoluti alla fondazione War Child UK (ma c’è anche in Olanda e Canada), l’associazione che si occupa di offrire assistenza ai bambini nelle aree di guerra, spesso con l’aiuto di artisti internazionali che hanno donato la loro musica per creare delle compilations musicali, di cui la prima fu Help, uscita nel 1995, poi replicata con Help! A Day In The Life, nel decimo anniversario dell’uscita del primo album, nel 2005, e con altre uscite discografiche, fino al 2009. Nel primo disco c’erano soprattutto musicisti inglesi, tra cui Oasis, Radiohead, Stone Roses, Blur, Sinead O’Connor, ma anche Paul McCartney, Paul Weller, Noel Gallagher e molti altri.

Per il nuovo progetto sono stati coinvolti molti “amici” della Carlile per reinterpretare tutte le 14 canzoni dell’album, e la lista dei partecipanti è veramente impressionante, tutti, più o meno, musicisti di qualità e “amici” del Blog.

“Late Morning Lullaby” – Shovels & Rope

“The Story” – Dolly Parton

“Turpentine” – Kris Kristofferson

“My Song” – Old Crow Medicine Show

“Wasted” – Jim James

“Have You Ever” – The Avett Brothers

“Josephine” – Anderson East

“Losing Heart” – The Secret Sisters

“Cannonball” – The Indigo Girls

“UntiI I Die” – Torres

“Downpour” – Margo Price

“Shadow On The Wall” – Ruby Amanfu

“Again Today” – Pearl Jam

“Hiding My Heart” – Adele

La gran parte delle canzoni sono state registrate appositamente per l’occasione, altre, tipo quella di Adele Hiding My Heart, già apparsa come bonus nell’album 21 e Shadown On The Wall di Ruby Amanfu, non sono inedite. Tra i musicisti coinvolti, anche Chris Stapleton che suona la chitarra nel brano di Kris Kristofferson e Miranda Lambert che canta nel brano del “moroso” Anderson East.

Se volete saperne di più sulle attività dei beneficiari di questa operazione andate qui https://www.warchild.org.uk/. Progetto meritevole e anche buona musica, mi sembrala combinazione perfetta. Qui si può già prenotare https://brandicarlile.merchtable.com/.

Ho aggiunto due o tre video, rispetto all’articolo originale:alla prossima.

Bruno Conti

Tempo Di Antologie: Ottime, Anche Se Con Poche Sorprese! Nitty Gritty Dirt Band – Fishin’ In The Dark/Old Crow Medicine Show – Best Of/Harry Belafonte – When Colors Come Together

nitty gritty fishin' in the dark

Nitty Gritty Dirt Band – Fishin’ In The Dark: The Best Of The NGDB – Rhino CD

Old Crow Medicine Show – Best Of Old CrowMedicine Show – Nettwerk CD

Harry Belafonte – When Colors Come Together: The Legacy Of Harry Belafonte – Legacy/Sony CD

Solitamente il momento migliore per immettere sul mercato discografico un greatest hits è quello natalizio, ma talvolta le etichette scelgono altri periodi, forse proprio per non venire risucchiate nel vortice delle pubblicazioni stagionali: oggi vi parlo di tre antologie uscite da poco, diverse tra loro (ma tra le prime due c’è più di un’affinità), con il comune denominatore della buona musica.

Non credo che chi legge questo blog non conosca la Nitty Gritty Dirt Band, storico gruppo country-rock californiano in giro da ben cinquant’anni (è uscito solo pochi mesi il bellissimo Circlin’ Back, album live commemorativo di cui ho parlato proprio su queste pagine virtuali), una band che ha sempre coniugato ottima musica e vendite cospicue, e pubblicando un capolavoro assoluto nel 1971 con il triplo Will The Circle Be Unbroken, un magnifico album di country e bluegrass con diversi padri del genere come ospiti ed un’operazione anche culturale di altissimo livello. Questa nuova antologia intitolata Fishin’ In The Dark ha però qualche problema: da un lato, con le sue 21 canzoni su un singolo CD offre una panoramica abbastanza esauriente della carriera del gruppo guidato da Jeff Hanna (pur con qualche mancanza, mi viene in mente per esempio House At Pooh Corner), ed è indispensabile per chi non li conosce e volesse avere un’infarinatura, dall’altro potrebbe però ricadere addirittura nella categoria “fregature” di cui ci occupiamo ultimamente, in quanto il disco altro non è che la fusione di due vecchie e famose antologie del gruppo, Twenty Years Of Dirt e More Great Dirt, prese pari pari ed unite con estrema nonchalance.

Un’operazione in sé discutibile (ed è strano perché la Rhino di solito si comporta in modo serio), che ha anche il difetto di fermare la carriera del gruppo al 1988 e di ignorarne il seguito, oltre a non comprendere alcunché dai tre volumi di Will The Circle Be Unbroken (ma per quelli forse ci vorrebbe un’antologia a parte). Dal punto di vista musicale comunque niente da dire, anche se vengono ignorati album fondamentali del gruppo come All The Good Times e Stars & Stripes Forever, e dagli anni settanta vengono presi solo tre pezzi: la splendida Mr. Bojangles, grande classico di Jerry Jeff Walker ed anche la loro incisione più nota, la lunga Ripplin’ Waters, da sempre al centro delle loro esibizioni live, e la solare e caraibica An American Dream. Il resto è tutto anni ottanta, con sonorità più radiofoniche ma sempre piacevoli e coinvolgenti, con sonorità molto californiane e talvolta vicine al sound degli Eagles (Make A Little Magic, I’ve Been’ Lookin’), o pezzi come Cadillac Ranch (proprio quella del Boss, in una scintillante versione country-rock), Workin’ Man, Baby’s Got A Hold On Me, le deliziose Partners, Brothers And Friends e Face On The Cutting Room Floor, le splendide Fishin’ In The Dark e Long Hard Road. Consigliato solo a chi non ha niente del gruppo, o a chi vuole un bel dischetto di country-rock da tenere in macchina.

old crow medicine show best of

Gli Old Crow Medicine Show sono il miglior gruppo del recente revival old-time country & bluegrass (o come lo vogliate chiamare), meglio di pochissimo a mio parere rispetto agli Avett Brothers (che sono più rock), e più nettamente dei comunque bravi Trampled By Turtles (mentre i Mumford & Sons, un tempo fantastici, credo che li stiamo perdendo…): anzi, per il sottoscritto gli OCMS sono addirittura la migliore band in assoluto tra quelle venute fuori nel nuovo millennio, un quintetto che rielabora la tradizione con grande grinta, inventiva, creatività e tecnica, alternando sapientemente brani originali a cover, e suggellando il tutto con un feeling mostruoso che viene fuori soprattutto nelle esibizioni dal vivo. Questo Best Of potrebbe però risultare un po’ prematuro, anche perché, essendo pubblicato dalla loro vecchia etichetta (la Nettwerk), prende in esame solo i primi tre CD (ed un EP), ignorando gli ultimi due lavori, gli splendidi Carry Me Back e Remedy.

Ma, a monte di tutto, è comunque un grande piacere riascoltare canzoni come la strepitosa Wagon Wheel (un testo inedito di Bob Dylan musicato da Keith Secor), un capolavoro, una delle più belle canzoni degli ultimi quindici anni; ma gli OCMS sono anche altro, come lo scintillante folk Down Home Girl, il trascinante country’n’roll Alabama High-Test, il limpido bluegrass Big Time In The Jungle, la deliziosa Take ‘Em Away, la coinvolgente Fall On My Knees, suonata a velocità forsennata, o la stupenda I Hear Them All. Ci sono anche due inediti molto belli: Black-Haired Québécoise, cantata parzialmente in francese, uno squisito brano di stampo zydeco (anche se manca la fisarmonica) e dal ritornello vincente, e Heart Up In The Sky, un folk-grass cristallino e suonato alla grande. Fra meno di due mesi gli OCMS daranno alle stampe 50 Years Of Blonde On Blonde, fedele cronaca di un concerto dello scorso anno in cui hanno riproposto nota per nota (ovviamente alla loro maniera) il classico album di Dylan: un lavoro attesissimo e che figurerà certamente tra i dischi dell’anno.

harry belafonte when colors come together

Oggi di lui si parla molto poco, ma Harry Belafonte è stato uno dei più grandi cantanti americani di sempre; è ancora vivo e vegeto (ha da poco compiuto 90 anni), ma ho parlato di lui al passato in quanto è discograficamente fermo al 1988 per quanto riguarda i dischi in studio, mentre il suo ultimo lavoro in assoluto è l’ottimo An Evening With Harry Belafonte And Friends del 1997. Originario di Harlem ma di origini giamaicane da parte di madre e martinicane di padre, è noto per aver portato il calypso, musica tipica delle isole caraibiche, nelle case di milioni di americani, con una serie di canzoni indimenticabili, piene di suoni e colori, ma anche arrangiate in maniera sopraffina ed eseguite con la sua grande voce (una di quelle voci che sarebbero in grado di cantare qualsiasi cosa), diventando uno degli artisti più influenti del suo tempo: uno come Jimmy Buffett secondo me gli deve la vita, ma anche autori più distanti dal suo genere lo hanno sempre tenuto in grande considerazione (non ultimo Bob Dylan, che ebbe la prima esperienza discografica professionale proprio su una canzone di Harry, suonando l’armonica su Midnight Special nel 1962, qualche mese prima di incidere il suo album di debutto).

Ma Harry è stato anche un apprezzato attore ed un paladino dei diritti civili, una figura decisamente carismatica che oggi viene omaggiata proprio per i suoi novanta anni con questa bellissima antologia intitolata When Colors Come Together, 19 canzoni rimasterizzate in maniera spettacolare (alcune non sembrano affatto vecchie di 60 anni) che offrono una panoramica completa ai molti che oggi non hanno mai sentito parlare di lui. La migliore antologia di Harry sul mercato è certamente il Greatest Hits triplo uscito nel 2000, ma questa viene sicuramente subito dopo; c’è anche una incisione nuova, alla quale però Belafonte non ha partecipato: si tratta della title track, che in realtà è una versione di Island In The Sun affidata ad un coro di bambini, una cosa di cui avrei sinceramente fatto a meno. Ma il resto, che prende in esame materiale di tre decadi (’50, ’60 e ’70) è splendido, a partire dalla celeberrima Banana Boat Song (Day-O), una canzone che conoscono tutti, anche chi non ha mai comprato neppure un disco in vita sua, ci sono anche Matilda e Jamaica Farewell, due pezzi famosissimi. Poi ci sono imperdibili versioni di noti traditionals (All My Trials, On Top Of Old Smokey), o di standard contemporanei (Abraham, Martin And John), o ancora classici folk come Those Three Are On My Mind di Pete Seeger e Pastures Of Plenty di Woody Guthrie. Grande musica, un coinvolgente caleidoscopio di suoni e colori (Jump In The Line e la versione originale di Island In The Sun sono una goduria), alternate a ballate da pelle d’oca come Scarlet Ribbons o la natalizia Mary’s Boy Child.

Un grandissimo, che è giunto il momento di riscoprire.

Marco Verdi

Il Nome Fa Abbastanza Schifo, Ma La Musica No! The Brothers Comatose – City Painted Gold

brothers comatose city painted gold

The Brothers Comatose – City Painted Gold – Swamp Jam CD

La storia del rock è piena di gruppi dai nomi strani, particolari o addirittura poco invitanti: in questa terza categoria farei ricadere i Brothers Comatose, anche se gli elementi funerei si limitano al nome. Due fratelli a capo della band ci sono, ma si chiamano Morrison (Ben alla voce e chitarre, Alex alla voce, banjo e mandolino), e sono aiutati dal bassista Gio Benedetti, dal violinista Philip Brezina (bravissimo, una forza della natura) e da Ryan Avellone alle chitarre e mandolino. I cinque, che hanno già due album alle spalle (Songs From The Stoop del 2010 e Respect The Van del 2012) vengono da San Francisco, ma come avrete intuito dagli strumenti non fanno né rock psichedelico, né pop californiano, e neppure musica cosmica influenzata dal Laurel Canyon Sound, bensì si possono far ricadere in quel filone dei nuovi tradizionalisti dominato da band come Old Crow Medicine Show, Avett Brothers (che però sono molto più rock) e Trampled By Turtles.

I Comatose sono però ancora più legati ad un suono old time, non usano strumenti elettrici e neppure la batteria, anche se le loro canzoni sono comunque intense e piene di ritmo, grazie agli ottimi impasti sia vocali che strumentali. Una struttura profondamente tradizionale quindi, con elementi country, bluegrass e folk: City Painted Gold raggruppa mirabilmente tutte queste caratteristiche, coniugandole con una scrittura invece più attuale e meno legata a stilemi tipici delle canzoni popolari di sessanta/settanta anni fa. Un buon disco, coinvolgente, ritmato ed ottimamente cantato, forse non al livello dei gruppi che ho citato prima ma neppure lontano anni luce. Brothers apre l’album, un country-folk dall’accompagnamento classico ma con una melodia dal sapore moderno: domina il violino di Brezina, suonato splendidamente, vero strumento solista; Angeline è un bluegrass dal ritmo velocissimo, un refrain decisamente orecchiabile ed altra prestazione maiuscola del fiddle (ma tutta la band è un treno in corsa, altro che comatosi). La title track, dedicata a San Francisco, è una delicata ballata con un suggestivo coro femminile in sottofondo, ed un ritmo che cresce man mano, Tops Of The Trees è una canzone dalla struttura moderna, ma suonata con strumenti tradizionali https://www.youtube.com/watch?v=N7Im9kFGUug , mentre Knoxville Foxhole ha un sapore più antico, una bella armonica, intrecci chitarristici di valore ed una coinvolgente melodia corale.

She’s A Hurricane è puro country, The Way The West Was Won, ancora dal ritmo frenetico, è un altro bluegrass di chiara ispirazione western (come da titolo), con le chitarre che incalzano ed il violino scatenato: una delle più riuscite del CD; la gradevole Black Lightmoon è un blues acustico vivace e suonato alla grande, che piace nonostante la voce leggermente filtrata del leader, mentre Dance Upon Your Grave torna al folk d’altri tempi, una bella canzone, limpida e dallo script molto solido, anche questa la metterei tra le migliori (e gli stop & go strumentali sono da applausi). Chiudono l’album, un’iniezione di freschezza da parte di un gruppo di cui sentiremo ancora parlare, la fluida e rilassata Valerie e Yohio, caratterizzata da una melodia scintillante ed anche toccante, grazie anche ad un bel coro: un finale decisamente positivo per un bel dischetto.

Comatosi a chi?

Marco Verdi

Country-Bluegrass Di Vecchio Stampo, Ma Con Nuova Freschezza. National Park Radio – The Great Divide

national park radio the great divide

National Park Radio – The Great Divide – Mri Associated

Sono in cinque, vengono dalla zona delle Ozark Mountains, e il loro stile si ispira (forse inconsciamente), o cosi sostiene il loro leader Stefan Szabo, a quello di gruppi come i primi Mumford And Sons, gli Avett Brothers, gli Old Crow Medicine e a tutto quel movimento che fa riferimento a bluegrass, country, folk, old mountain music, Americana e roots. Insomma una vecchia storia che si ripete, pensate anche a gruppi dei tempi che furono, Ozark Mountain Daredevils, Dillards, Country Gazette, certe cose più bluegrass della Nitty Gritty Dirt Band, tutti gruppi, gli ultimi quanto i primi, che Szabo dichiara di non avere mai sentito ai tempi o oggi, se non dopo essere entrato nel mondo della musica. Il nostro amico, che dichiara di essere un “vecchio tipo” di 30 anni che va per i 60, ha iniziato tardi a fare musica: sposato a 18 anni, a 21 aveva già due figli, e fino a 27 anni non ha iniziato a scrivere canzoni, accompagnandosi con una Fender Statocaster, poi venduta per passare ad un banjo a 6 corde accordato come una chitarra. Dal 2012 ha cominciato a cercare anime gemelle per proporre quella che era la sua musica (diversa da i successi da top 40 e dall’alternative Christian rock che ascoltava alla radio quando era un ragazzo), quindi una musica prettamente acustica che nasce dalla zona dell’Arkansas nei pressi delle Ozark Mountain, a Harrison, nelle vicinanze del Parco Nazionale del Buffalo National River, da cui ha preso il nome il gruppo.

Dicevamo che sono un quintetto, oltre a Szabo, voce solista, chitarra acustica, banjo e autore delle canzoni, Heath Shatwell, banjo e voce, Mike Womack, basso, Ed Barrett, batteria e il violinista Jon Westover, polistrumentista che suona anche altri strumenti a corda e le tastiere. Il suono che scaturisce dal loro album di esordio, questo Great Divide, ispirato dalla linea che divide in due longitudinalmente il continente americano, è, come si diceva, una miscela di country e bluegrass, principalmente acustico, ma con la grinta e l’attitudine di una band rock, infatti qualcuno con termine felice ha parlato di “Rock And Roll Americana”. In effetti sembra proprio di ascoltare molte delle band citate poc’anzi, tra folate poderose di banjo, chitarre acustiche, una ritmica quasi sempre impegnata sui ritmi del bluegrass ma con l’approccio di una band rock, un violino guizzante e la bella voce di Szabo che ricorda quelle dei vari Richie Furay, John Dillon e Steve Cash ( i due degli Ozarks), Doug Dillard, Jeff Hanna, fino ad arrivare agli attuali Seth e Scott Avett e Ketch Secor degli Old Crow Medicine Show. Le undici canzoni sono tutte piuttosto belle, ma come in tutti gli album d’esordio confluisce il materiale preparato da tutta una vita e quindi poi sarà difficile ripetersi (a giudicare da altri brani che si trovano in rete non è detto però https://www.youtube.com/watch?v=C9hFOvLJ-e4  ), ma per il momento accontentiamoci.

I testi sono ispirati dallo spirito esplorativo dei pionieri, dalla sana provincia americana che non si accontenta di vivere secondo le regole del consumo, andare al college, trovare un lavoro, magari per la stessa società per 30 anni e passa e poi ritirarsi: Szabo predica la vita all’aria aperta, l’andare in canoa, fare camping, crescere la propria famiglia secondo sani principi, anche religiosi, preservare la natura (e quindi anche i Parchi Nazionali), seguire le proprie passioni e i propri amori, tutte bellissime cose sulla carta, nella tradizione del grande sogno americano, poi non sempre si riesce a realizzarli. Musicalmente si diceva che prevale questo country-bluegrass veloce e frizzante, esemplificato per esempio dall’iniziale title track The Great Divide, dove un banjo detta il ritmo frenetico che poi viene arricchito da vari altri strumenti a corda, acustiche, mandolini, e da una ritmica incalzante, begli intrecci vocali, soprattutto la voce pimpante di Stefan Szabo e una melodia ariosa che ti rimane in testa

Nella successiva There’s A Fire entra nell’insieme anche il violino guizzante di Jon Westover, sullo sfondo si agitano pure piccoli tocchi di tastiere, per un suono che è tutt’altro che monocorde, degno degli migliori canzoni degli Old Crow Medicine Show o degli Avett Brothers più roots, veramente coinvolgente. In Steady, che rallenta leggermente i tempi, entrano piccoli elementi vaudeville, con piano e organo e le deliziose armonie vocali che assumono un’aria un poco demodé ma non pacchiana, cosa di cui erano maestri quelli della Nitty Gritty https://www.youtube.com/watch?v=9te90CQ5N7E ; I Will Go On, una canzone incentrata sulla sopravvivenza nei difficili tempi che stiamo vivendo, riparte di grande lena, di nuovo con banjo e violino sugli scudi, oltre alle immancabili chitarre acustiche e a quel sound senza tempo della migliore tradizionale musicale americana, con l’appassionata voce di Szabo ad incorniciare il tutto, e qui l’energia almeno ricorda quella dei primi Mumford And Sons https://www.youtube.com/watch?v=1cXihlp5OAY .

Monochrome è una delle migliori canzoni dell’album, una ballata mid-tempo degna dei migliori brani del country-rock di inizio anni ’70, con le tastiere, piano e organo, che conferiscono un tocco di “modernita” (si fa per dire) degno della Band più rurale e genuina, con le canzoni di tutto il disco che hanno spesso questo spirito quasi antemico nel loro dipanarsi; Ghost, altro brano più intimo e raccolto, ma sempre con il picking vorticoso degli strumenti a corda e le evoluzioni del violino ben presenti, insomma si rallenta appena, ha uno svolgimento tra lo spirituale ed il religioso, pur sempre con quella leggera vena irriverente e scanzonata che scorre comunque nei pezzi di Szabo, peraltro assai godibili. Once Upon A Time, ancora per merito della voce brillante di Stefan Szabo, sembra un brano di quelli più belli degli Avett Brothers, con intrecci vocali e strumentali di grande fascino. Rise Above è bluegrass allo stato puro, al limite con qualche elemento gospel, una canzone dallo spirito positivo e ottimista, con chitarre, mandolino, banjo e sezione ritmica sempre impegnati nelle evoluzioni tipiche dello stile, e qui mi gioco di nuovo Old Crow Medicine Show e Nitty Gritty, e pure i Dillards, ma è solo per tracciare dei parallelismi con il meglio del genere. The Walking Song, per quanto piacevole, tra voce come filtrata da un megafono e l’uso del kazoo, è forse la traccia meno brillante del disco, mentre The Ground And The Knee, di nuovo una brillante folk-country song, un filo meno frenetica e con un coretto coinvolgente da memorizzare, e soprattutto la splendida ballata conclusiva, una Virginia che illustra anche il lato più melodico e raccolto del songbook di Szabo, con un violino struggnete, sono di nuovo ottimi esempi del talento compositivo del leader di questi National Park Radio. Promossi con pieno merito,

Bruno Conti

Questa Sì Che E’ “Americana”! The Turnpike Troubadours

the turnpike troubadours

The Turnpike Troubadours – The Turnpike Troubadours – Bossier City/Thirty Tigers CD

Lo dico subito: questo è uno dei CD più belli che ho ascoltato quest’anno. I Turnpike Troubadours sono una band proveniente dall’Oklahoma, e gravitante intorno all’ormai noto movimento Red Dirt: il loro leader e compositore principale è Evan Felker, coadiuvato dall’ottimo violinista Kyke Nix (uno dei punti di forza del gruppo), da Ryan Engleman alla chitarra solista e steel, R.C. Edwards al basso e Gabriel Pearson alla batteria; particolare interessante, John Fullbright, uno dei più brillanti cantautori venuti fuori negli ultimi anni, è un loro ex membro (e devono essere rimasti in buoni rapporti visto che lo troviamo tra gli ospiti di questo ultimo disco). I Troubadours, attivi dal 2007, hanno tre album alle loro spalle, tre lavori all’insegna di un country-rock molto elettrico e vigoroso, con decise intromissioni di folk di stampo tradizionale (ma tutti i brani sono originali) e con l’uso di vari strumenti a corda, il tutto suonato con una forza ed un feeling non comune: un paragone può essere fatto con gli Old Crow Medicine Show, anche se nel caso dei Troubadours la componente elettrica è molto maggiore. La carriera del combo guidato da Felker è stata fino ad oggi un continuo crescendo, sia in termini di vendite (non stratosferiche comunque) che di qualità, ma con tutto l’ottimismo possibile non avrei creduto che il nuovo album potesse raggiungere livelli così alti.

The Turnpike Troubadours (averlo intitolato col nome della band non è secondo me casuale, significa un nuovo inizio) è infatti un disco a mio parere splendido, con una serie di canzoni che sono una più bella dell’altra, tutte scritte dai membri del gruppo (principalmente Felker), una miscela a tratti entusiasmante di country, folk e rock, il tutto suonato e cantato in maniera sublime, e con una produzione scintillante (ad opera di Engleman e Matt Wright). Un disco che, non scherzo, mi ha lasciato a bocca aperta fin dal primo brano, The Bird Hunters, uno splendido folk-rock, denso e pieno di pathos, a partire dall’intro a base di violino (nel disco suona anche il fiddler extraordinaire Byron Berline, mica l’ultimo arrivato), subito doppiato dalle chitarre, fino alla turgida melodia vagamente irish: se Mike Scott fosse nato in America probabilmente i suoi Waterboys non suonerebbero tanto diversi da così https://www.youtube.com/watch?v=hFBDxLYNNVQ . Non esagero, una delle canzoni più belle da me ascoltate nel 2015, almeno in ambito roots. Ma il resto non è da meno: The Mercury è completamente diversa, elettrica e roccata, dal ritmo alto e con le chitarre che ruggiscono, mentre la voce potente di Felker e la melodia diretta fanno il resto; Down Here è puro country-rock, molto classico, del genere che andava alla grande negli anni settanta, il suono è cristallino ed il refrain è una goduria; Time Of Day, ancora rockin’ country deciso e solido, è un altro esempio della capacità del gruppo di coniugare sonorità classiche a melodie sempre intriganti.

Ringing In The Year è tersa, limpida, fresca, un esempio di vero country-rock d’autore (è una delle più belle del CD), ed il ritornello corale è da applausi, mentre A Little Song è un delizioso intermezzo per voce e chitarra, però sempre con le giuste vibrazioni; Long Drive Home, ancora introdotta dal violino, è un godibilissimo uptempo chitarristico, con l’ennesimo motivo centrale notevole. Una languida steel introduce Easton & Main, e ditemi se non vi vengono in mente i Byrds di Sweetheart Of The Rodeo: questa è musica con la M maiuscola, ed i nostri si meriterebbero ben altro che un pur rispettabile culto https://www.youtube.com/watch?v=9ZOgzXJQ8EY ; la spedita 7 Oaks ha un ritmo molto sostenuto e può ricordare certe cose di Johnny Cash, mentre Doreen, molto elettrica, è in pieno territorio cowpunk, quasi i nostri fossero degli emuli di Jason & The Scorchers https://www.youtube.com/watch?v=tu4z_VRimeg . Chiudono l’album la lenta Fall Out Of Love, un gradito momento di relax dal motivo malinconico e toccante, e Bossier City (rifacimento del brano che intitolava il loro primo disco), una coloratissima e vivace country tune al quale la fisarmonica (suonata da Fullbright) dona un sapore cajun. Un disco delizioso: per quanto mi riguarda una delle sorprese dell’anno in ambito “Americana” music.

Marco Verdi

La “Cura” E’ Sempre Eccellente! Old Crow Medicine Show – Remedy

old crow remedy

Old Crow Medicine Show – Remedy – ATO Records

A meno di due anni da Carry Me Back di cui vi avevo puntualmente riferito sul Blog http://discoclub.myblog.it/2012/08/22/nostalgici-del-futuro-nel-passato-old-crow-medicine-show-car/, e da cui potete recuperare eventuali altre notizie sulla band, tornano gli Old Crow Medicine Show, con il nuovo album Remedy, che vede il ritorno in pianta stabile nel gruppo di Critter Fuqua, che peraltro aveva partecipato da “esterno” anche ai due precedenti, riportando la formazione al classico sestetto (o forse settetto?). In copertina la bandiera del Tennessee, quasi a significare un atto di amore per la loro nuova residenza (i sei/sette vengono un po’ da tutti gli Stati Uniti e si erano incontrati in quel di New York, dove grazie all’aiuto di Doc Watson era partita la loro carriera, a cavallo del nuovo secolo). Un altro personaggio importante si affaccia sulle loro traiettorie periodicamente: un certo Bob Dylan, che già sull’omonimo album di debutto aveva regalato alla band un brano inedito, Wagon Wheel, che li aveva fatti conoscere al grande pubblico e che, a tutt’oggi, è una delle canzoni migliori del repertorio degli OCMS.

Ma il buon Bob evidentemente ha sviluppato una passione irresitibile per il gruppo: infatti anche per il disco di quest’anno ha spedito il testo di una nuova canzone, Sweet Amarillo, completo di istruzioni su quali strumenti utilizzare, meno armonica e più violini, il ritornello dopo la 16a battuta, mi raccomando. Inutile dire che il brano, completato da Ketch Secor e Critter Fuqua, è uno dei migliori, probabilmente il migliore del disco, un pezzo che accoppia gli abituali bluegrass e otm dei “Crow” con sfumature cajun e la classifica andatura del miglior Bob Dylan campagnolo, i violini ci sono, quelli di Chance McCoy e Ketch Secor, un “friccico” di fisarmonica a cura di Fuqua, banjo, mandolino, chitarre, contrabbasso e anche una inconsueta batteria, raramente presente nella strumentazione, per segnare il tempo da valzerone della canzone, che più la ascolti più ti piace, magari meno orecchiabile di Wagon Wheel ma di piacevole impatto https://www.youtube.com/watch?v=PMNUCD9US5I . Un’altra caratteristica tipica di questa formazione è sempre stata quella dell’utilizzo di produttori di provata qualità: David Rawlings per i primi due, poi Don Was e, per gli ultimi due dischi, Ted Hutt. E anche se qualcuno sembra non gradire una certa patina, minima, di “contemporaneità” fornita da Hutt, al sottoscritto il sound, anche di questo nuovo album piace, un poco quello che è stato fatto, con le dovute differenze, da Rick Rubin con gli Avett Brothers.

Diciamo che il fatto che i componenti vadano e vengano, a compensare il rientro di Fuqua Willie Watson ha iniziato una carriera solista con Folk Singer Vol.1 https://www.youtube.com/watch?v=b5ukmBguMzYrende i lavori degli OCMS più vari e meno prevedibili. Anche Brushy Mountain Conjugal Trail, dal testo salace e divertente ha un approccio musicale ed un tipo di suono che sembra uscire dai solchi del Dylan nashvilliano di Blonde On Blonde, tra armonica e piano che si fanno largo nel consueto tappeto di mandolini,chitarre acustiche e dobro, tipico del gruppo, e pure il cantato è decisamente “ispirato” dal vecchio Bob https://www.youtube.com/watch?v=PiBXPWZnOyE . I vecchi fans non si preccupino, i frenetici breakdowns a ritmi frenetici, con violini, banjo e tutti gli ingredienti del bluegrass vecchio e nuovo che ti arrivano addosso come treni, non mancano, a partire da una 8 Dogs 8 Banjos che è un programma fin dal titolo. E non mancano neppure quelle ballate struggenti, tipiche del loro repertorio, come la meravigliosa e malinconica Dearly Departed Friend, una piccola meraviglia di strumentazioni parche e armonie vocali stupende (che sono presenti comunque in tutto il disco, un marchio di fabbrica), un esempio di country ballad perfetta, con pedal steel e batteria discreta che si integrano nel suono acustico tipico dei nostri amici. Mean Enough World,  viceversa, è un’altra sarabanda a tutta velocità, con armonica, voci, banjo e contrabbasso che si intrecciano in acrobatiche combinazioni.

Firewater è una ulteriore dimostrazione della loro dimestichezza con le canzoni country, anche quelle che prevedono una bella costruzione armonica, non solo velocità frenetiche e virtuosismi a pié sospinto, ma anche gusto per la melodia e delicate nuances sonore. Però li puoi tenere fermi giusto  per quei tre minuti, poi le mani riprendono a viaggiare sugli strumenti come se le loro vite e quelle degli ascoltatori dipendessero dal divertimento che riescono a generare, come nelle evoluzioni di Brave Boys. Doc’s Day è un sentito omaggio al loro vecchio mentore, Doc Watson, un brano che ha mille profumi, bluegrass, folk, old time, blues, hillbilly e tutti gli ingredienti di quella che viene comunemente definita country music, divertente e coinvolgente, suonata con gran classe, non puoi fare di muovere il piedino a tempo con la musica. O Cumberland ci porta dalle parti degli Appalachi e del folk old time, tra violini, banjo, dobro, l’immancabile armonica e sonorità acustiche che confermano la loro adesione alla tradizione della musica popolare americana. Ribadite in una Tennessee Bound che è un peana e un’ode allo stato che li ospita e da cui gran parte della musica che si ascolta in questo Remedy ha avuto le sue origini e la sua consacrazione.

Notevole anche Shit Creek, ancora un esempio della bravura degli Old Crow Medicine nel calarsi fino in fondo nei meandri della musica country ed uscirne sempre con qualcosa di originale e ricco di spunti, qui sono le derive folk del cantato corale e gli indiavolati interscambi tra i violini, il banjo e tutto il restanti elementi sonori della band. Anche un pizzico di western swing in Sweet Home per ulteriormente movimentare e differenziare i contenuti dell’album, prima di accomiatarsi con una intensa The Warden che li accomuna con i loro amici di oltreoceano, Mumford and Sons, con cui hanno condiviso un tour, in giro per l’America in treno, sul Big Express. quei brani maestosi ma semplici al tempo stesso, che si riappropriano della grande tradizione musicale, in questo caso americana, e, senza stravolgerla troppo, la fanno conoscere alle nuove generazioni, senza dimenticarsi delle “vecchie”, che approvano incondizionatamente (sto annuendo(. Niente di nuovo sotto il sole, però anche stare lì e prenderlo richiede quantomeno una certa classe! Esce domani, se volete fare un ascolto nel frattempo http://www.npr.org/2014/06/22/322596225/first-listen-old-crow-medicine-show-remedy

Bruno Conti