Gli Piace Vincere Facile! Cat Stevens – The Laughing Apple

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Cat Stevens/Yusuf – The Laughing Apple – Cat-O-Log/Decca/Universal CD

So a cosa state pensando: che questo disco in realtà è accreditato a Yusuf, cioè lo pseudonimo che il cantautore inglese nato Steven Demetre Georgiou si scelse nel 1978 quando si convertì alla religione musulmana (il “cognome” Islam non viene mai menzionato per chiare ragioni di marketing), ma sfido chiunque a trovare anche un solo fan del nostro che non si riferisca a lui con il nome con il quale è diventato celebre, cioè Cat Stevens. Da quando il “Gatto” ha riposto il Corano e ripreso in mano la chitarra ha pubblicato tre album, nessuno dei quali va detto è all’altezza dei suoi capolavori degli anni settanta (ma forse meglio di Izitso sì), cioè il buon An Other Cup del 2006 ed i discreti Roadsinger (2009) e Tell’Em I’m Gone (2014); quest’anno cadono i cinquant’anni dal suo debutto (nel 1967 uscirono i suoi primi due lavori, Matthew & Son e New Masters), e Cat decide di celebrarli con The Laughing Apple. Il disco è infatti un omaggio sia ai suoi esordi, dai quali vengono riprese quattro canzoni (Blackness Of The Night, The Laughing Apple, Northern Wind e I’m So Sleepy, tutte tratte da New Masters), sia al suo periodo più classico, richiamato fin dalla copertina (che ricorda volutamente quelle dei celebri Tea For The Tillerman e Teaser And The Firecat), ma anche dagli arrangiamenti semplici e folk, in contrasto con il suono dei suoi primi due album che erano di genere pop con orchestrazioni un po’ ridondanti, anche se contenevano classici assoluti come Matthew And Son, Here Comes My Baby e The First Cut Is The Deepest.

E per completare il richiamo al passato, Cat ha richiamato il produttore dei suoi dischi migliori, cioè Paul Samwell-Smith (già membro fondatore degli Yardbirds) ed anche il suo chitarrista preferito, Alun Davies (completano il ristretto gruppo di musicisti l’ex bassista dei Fairport Convention, Maartin Allcock, ed il batterista ghanese Kwame Yeboah). The Laughing Apple è quindi un disco volutamente nostalgico, autocitazionista, al limite del ruffiano (da qui il titolo del post), ma anche il miglior album di Cat/Yusuf da quando ha ripreso a fare musica, ispirato e suonato con forza: se non fosse per la voce leggermente invecchiata (ma non più di tanto), sembrerebbe quasi di avere tra le mani un disco inedito dell’epoca, risalente magari al periodo tra Catch Bull At Four e Foreigner: Il CD si apre con la nuova versione di Blackness Of The Night, la più nota tra le quattro canzoni riprese: sempre splendida, più lenta e con un arrangiamento leggero e sobrio, che mette in primo piano la melodia, accompagnata solo dalla chitarra, la sezione ritmica ed una spolverata di organo. Forse meglio dell’originale. See What Love Did To Me è vivace e solare, la chitarra è suonata con molta forza ed a metà canzone spunta un intermezzo orientaleggiante; la title track ha un’atmosfera quasi rinascimentale, un motivo decisamente evocativo ed anche qui un’interessante fusione con la musica araba, mentre la delicata Olive Hill è una filastrocca dal sapore folk, chiudete gli occhi e vi sembrerà di tornare indietro di più di quarant’anni (anche se il brano è nuovo).

Forse nei seventies Stevens non avrebbe intitolato una canzone Grandsons, ma l’unica cosa che la distingue da quel periodo sono giusto il titolo ed il testo, dato che il resto mantiene lo stesso sapore, con in più un leggero quanto suggestivo intervento orchestrale. Mighty Peace è un brano scritto all’epoca della colonna sonora di Harold & Maude ma mai inciso, ed è la quintessenza del classico suono del nostro, un piano, due chitarre, un basso e la voce profonda del Gatto; con Mary And The Little Lamb Stevens prende spunto dalla nota canzone popolare per scrivere un bellissimo pezzo nel quale per l’occasione Davies imbraccia una chitarra elettrica dal suono jingle-jangle e l’orchestra commenta ancora con estrema finezza: una delle più riuscite del lavoro. La saltellante e parzialmente elettrica You Can Do (Whatever), ancora molto gradevole, precede Northern Wind, più cupa delle altre, anche se di una cupezza all’acqua di rose. Il CD termina con le tenui Don’t Blame Them e I’m So Sleepy, la prima nuova e l’altra antica, ma legate insieme dal suono classico e folkeggiante. Ho qualche dubbio che Cat Stevens abbia ancora nelle sue corde un grande disco sui livelli della prima metà degli anni settanta, ma è indubbio che The Laughing Apple è finora il miglior lavoro della sua “seconda” carriera di cantautore.

Marco Verdi

Anche Per Loro Son 50 (O Quasi)! Yarbirds – Making Tracks Live On Tour 2010-2011

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Yardbirds – Making Tracks On Tour 2010-2011 – Wienerworld

Quando il gruppo inglese iniziò a muovere i primi passi nella scena musicale londinese correva la primavera del 1963, quindi anche per gli Yardbirds quest’anno si festeggia il 50° Anniversario (con varie interruzioni nel corso degli anni)! Della formazione originale facevano parte il cantante ed armonicista Keith Relf (che poi con la sorella Jane avrebbe fondato i Renaissance e in seguitol’ottima hard rock band degli Armageddon), il bassista Paul Samwell-Smith (che negli anni ‘70 avrebbe prodotto i dischi più belli di Cat Stevens), il chitarrista ritmico e bassista Chris Dreja e il batterista Jim McCarty. Questi ultimi sono presenti nella registrazione live di questo CD (che esiste anche come doppio DVD, con un dischetto aggiunto in forma di documentario http://www.youtube.com/watch?v=hw2yNS1SKFU): nel frattempo, per motivi di salute, Dreja è stato rimpiazzato dal chitarrista originale Top Topham.

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Già i chitarristi degli Yardbirds! Nell’ottobre del 1963 arriva Eric Clapton, quando se ne va arriva Jeff Beck  http://www.youtube.com/watch?v=aZELHPTIIiE, per un breve periodo suonano insieme Beck e Jimmy Page (amici e nemici), che poi porterà la band da New Yardbirds a trasformarsi in Led Zeppelin. Quindi i tre più grandi chitarristi di rock e blues inglesi sono passati per questo gruppo, e pertanto se non avete nulla della band vi consiglierei di rimediare con alcuni degli album fondamentali di quegli anni, Five Live, l’unico con Clapton, i tre con Jeff Beck,  Having A Rave Up, Yardbirds conosciuto anche Roger the Engineer e Over Under Sideways Down, rigorosamente nelle versioni americane che contenevano anche i singoli, per finire con Little Games, l’unico con Page. Aggiungendo anche For Your Love, il primo disco uscito per la Epic Usa che conteneva anche Five Live, oltre ai singoli dell’epoca, per non parlare del mitico disco dal vivo Yardbirds Live, che ha circolato agli inizi come bootleg o counterfeit dopo essere stato ritirato dalla vendita quasi immediatamente e il disco registrato in coppia con Sonny Boy Williamson durante il suo tour inglese del 1963.

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A parte quello del vivo, che circola sempre in edizioni più o meno ufficiali, gli altri li trovate in CD su Repertoire, in edizioni rimasterizzate e con bonus aggiunte. Oppure anche il favoloso box Glimpses. Come dite, li avete già tutti? Ah, perbacco, allora posso consigliarvi tranquillamente questo Making Tracks, che non è per nulla malaccio, per gli altri meglio partire dalle origini. Il gruppo è stato una delle formazioni più influenti sulla scena musicale americana rock degli anni a venire, il (rock)blues, la psichedelia, la chitarra distorta e lavorata dei seguaci di Beck, gli Aerosmith degli inizi (che facevano una The Train Kept A-Rollin’ strepitosa) http://www.youtube.com/watch?v=_hhnv2qb-i0 vengono tutti da qui, per non parlare dei Led Zeppelin, dei quali Dazed and Confused nasceva come brano nei concerti del 1968. E in questo Making Tracks c’è tutto, non lasciatevi ingannare da altre operazioni nostalgia (anche degli Yardbirds stessi in precedenza), qui siamo di fronte ad un disco dal vivo grintoso e brillante, ben suonato, Andy Mitchell è un cantante di tutto rispetto e un buon armonicista, nella migliore tradizione del British Blues, Ben King è un chitarrista di ottimo valore (anche se quei tre…), in grado di spaziare anche alla slide e al wah-wah, fornendo soli tecnicamente ineccepibili, bene anche la ritmica di Dave Smale con il “vecchio” Jim McCarty (da non confondere con l’omonimo chitarrista americano di Cactus e Detroit Wheels) che quei brani li conosce a memoria.

Eh sì perché le canzoni sono formidabili: Tinker Tailor Soldier Sailor, Lost Woman, uno dei cavalli di battaglia di Beck ( e della James Gang di Joe Walsh che ne faceva una versione formidabile nel disco In Concert), Heart Full Of Soul, Shapes Of Things, The Nazz Are Blue, il bluesone Five Long Years http://www.youtube.com/watch?v=4L2h4bam3-w e poi, nella parte finale del concerto, Over Under Sideways Down, Smokestack Lightning, For Your Love, Happenings Ten Years Time Ago. Fortunamente non sono quei concerti dove il gruppo annuncia “e ora i nostri nuovi brani!”, ma ci sono tutti i classici (oltre a qualche rarità di pregio), quasi fossero una cover band di sé stessi, e lo fanno molto bene. Si finisce con due strepitose tracce, una Dazed and Confused dove Mitchell e King danno il meglio e una poderosa I’m A Man dall’incedere irresistibile http://www.youtube.com/watch?v=a7MaV60K_xY. Non saranno gli “originali” (adesso ci sono anche gli Strypes),  ma neppure una delle moltissime”fregature” in circolazione: se amate il genere, acquistate con fiducia.

Bruno Conti