Anticipazioni Cofanetti Autunnali 2: Pentangle -The Albums: 1968-1972 7CD box set

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Pentangle – The Albums 1968-1972 – Box 7 CD Cherry Red Uk – 29-09-2017

Nel corso degli anni ai Pentangle sono state dedicate diverse ristampe, compreso un bellissimo box da 4 CD The Time Has Come, pubblicato nel 2007 dalla Castle Music, che negli anni 2000 aveva pubblicato anche tutte le ristampe, rimasterizzate e potenziate da bonus tracks, dei 6 album registrati dalla band nel periodo classico 1968-1972, gli anni della formazione originale: Bert Jansch, John Renbourn, Jacqui McShee, Danny Thompson Terry Cox. Di recente, a seguito della scomparsa prima di Jansch e poi di Renbourn c’è stato un grande ritorno di interesse per questo formidabile quintetto, una delle band seminali del revival del “British Folk”, ma anche una delle più grandi ed eclettiche della scena musicale inglese. Proprio sul finire dello scorso anno vi avevo parlato di uno splendido doppio CD http://discoclub.myblog.it/2016/11/06/supplemento-della-domenica-lultimo-atto-straordinaria-carriera-pentangle-finale/  che raccoglieva le registrazioni dell’ultimo tour di reunion e di commiato della band nella formazione classica, e comunque le celebrazioni proseguono, con le (ri)pubblicazioni degli ultimi album solisti di Bert Jansch in cofanetti arricchiti sempre da qualche chicca, nonché di un album inedito di John Renbourn Joint Control, registrato poco prima della morte insieme a Wizz Jones. Ora la Cherry Red pubblica questo cofanetto da 7 CD che raccoglie i 6 album del gruppo incisi per la Transatlantic (e uno per la Reprise) in quei “magici” 5 anni, in occasione del 50° anniversario della nascita della band, avvenuta appunto nel 1967.

Ecco i contenuti completi del box:

CD1: The Pentangle]
1. Let No Man Steal Your Thyme
2. Bells
3. Hear My Call
4. Pentangling
5. Mirage
6. Way Behind The Sun
7. Bruton Town
8. Waltz
Bonus Tracks:
9. Koan (Take 2)
10. The Wheel
11. The Casbah
12. Bruton Town (Take 3)
13. Hear My Call (Alternate Version)
14. Way Behind The Sun (Alternate Version)
15. Way Behind The Sun (Instrumental)
16. Bruton Town (Take 5) *
17. Koan (Take 1)
18. Travelling Song (Non-LP Single Version With Strings)
19. Poison
20. I Got A Feeling *
21. Market Song *

[CD2: Sweet Child – Disc 1 (Live At The Festival Hall)]
1. Market Song
2. No More My Lord
3. Turn Your Money Green
4. Haitian Fight Song
5. A Woman Like You
6. Goodbye Pork-Pie Hat
7. Three Dances (Brentzel Gay/La Rotta/The Earl Of Salisbury)
8. Watch The Stars
9. So Early In The Spring
10. No Exit
11. The Time Has Come
12. Bruton Town
Bonus Tracks:
13. Hear My Call
14. Let No Man Steal Your Thyme
15. Bells
16. Travelling Song
17. Waltz
18. Way Behind The Sun
19. John Donne Song

[CD3: Sweet Child – Disc 2 (Studio)]
1. Sweet Child
2. I Loved A Lass
3. Three Part Thing
4. Sovay
5. In Time
6. In Your Mind
7. I’ve Got A Feeling
8. The Trees They Do Grow High
9. Moon Dog
10. Hole In The Coal
Bonus Tracks:
11. Hole In The Coal (Alternative Version)
12. The Trees They Do Grow High (Alternative Version)
13. Haitian Fight Song (Studio Version)
14. In Time (Alt. Version)
15. A Woman Like You (Unabridged Trio Version) *
16. I’ve Got A Woman (Trio Mix) *
17. I Am Lonely (Jansch Solo Mix) *
18. Poison
19. Blues
20. Sally Go Round The Roses (Alt. Version 2)
21. Moondog (Full Band Vsn) *

[CD4: Basket Of Light]
1. Light Flight (Theme From “Take Three Girls”)
2. Once I Had A Sweetheart
3. Springtime Promises
4. Lyke Wake Dirge
5. Train Song
6. Hunting Song
7. Sally Go Round The Roses
8. The Cuckoo
9. House Carpenter
Bonus Tracks:
10. Sally Go Round The Roses (Alternative Version)
11. Cold Mountain (B-Side)
12. I Saw An Angel (B-Side)
13. House Carpenter * (Live In Aberdeen)
14. Light Flight (Live In Aberdeen) *
15. Pentangling (Live In Aberdeen)

[CD5: Cruel Sister]
1. A Maid That’s Deep In Love
2. When I Was In My Prime
3. Lord Franklin
4. Cruel Sister
5. Jack Orion
Bonus Tracks:
6. Will The Circle Be Unbroken (Take 1, No Harmonica) *
7. Rain & Snow (Take 2) *
8. Omie Wise (Take 2, Live Vox) *
9. John’s Song (Take 7) *
10. Reflection (Olympic Studios Take 1) *
11. When I Get Home (Alternative Vocal) *

[CD6: Reflection]
1. Wedding Dress
2. Omie Wise
3. Will The Circle Be Unbroken?
4. When I Get Home
5. Rain And Snow
6. Helping Hand
7. So Clear
8. Reflection
Bonus Tracks:
9. Shake Shake Mama
10. Kokomo Blues
11. Faro Annie
12. Back On The Road Again
13. Will The Circle Be Unbroken (Take 3, Live Vox) *
14. Reflection (Command Studios, Take 1, Wordless Vox) *
15. John’s Song (Take 5, Fuzz Guitar) *
16. Wondrous Love *

[CD7: Solomon’s Seal]
1. Sally Free And Easy
2. The Cherry Tree Carol
3. The Snows
4. High Germany
5. People On The Highway
6. Willy O’ Winsbury
7. No Love Is Sorrow
8. Jump, Baby, Jump
9. Lady Of Carlisle
Bonus Tracks:
10. When I Get Home (Live At Guildford Civic Hall 11/72) *
11. She Moved Through The Fair (Live At Guildford Civic Hall 11/72) *
12. Train Song (Live At Guildford Civic Hall 11/72) *

* Previously Unissued

Sono gli stessi contenuti dei singoli album che erano già usciti? Direi di no, sono stati inseriti anche brani tratti dai dischi solisti di Jansch e Renbourn, oltre ad outtakes e brani dal vivo, mentre i compilatori del cofanetto annunciano che ci sono 22 brani comunque inediti. Non ho avuto tempo di verificare se non erano stati già inseriti nel box quadruplo o in altre compilations varie uscite nel corso degli anni, ma diamogli fiducia. Quando sarà il momento, ovvero dopo l’uscita prevista per il 29 settembre, verificheremo nella recensione ad uopo dedicata a questo Pentangle The Albums 1968-1972, che fa il paio come importanza con il cofanetto dei Fairport Convention Come All Ye The First Ten Years, di cui leggerete sul Blog la recensione completa nel supplemento della domenica.

Alla prossima.

Bruno Conti

Tra Folk E Rock, Una Storica Band Britannica Sempre In Gran Forma! Steeleye Span – Dodgy Bastards

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Steeleye Span – Dodgy Bastards – Park CD

Il vulcanico bassista Ashley Hutchings, una delle figure più carismatiche del folk britannico degli ultimi cinquanta anni, detiene l’imbattibile record di essere stato membro fondatore di ben tre delle quattro band cardine del genere folk-rock inglese (l’unica con la quale non c’entrava niente erano i Pentangle), per poi abbandonarle tutte quante: i Fairport Convention sono di sicuro la più celebre tra queste, un vero e proprio dream team (con gente come Richard Thompson, Sandy Denny e Dave Swarbrick al suo interno non mi viene un altro termine per definirla) che però abbandonò dopo il capolavoro Liege & Lief per creare gli Steeleye Span, che lasciò a loro volta nei primi anni settanta per fondare la Albion Band. Parlando nel dettaglio di quanto successo con gli Span, Hutchings non era d’accordo di dare al gruppo, dopo i primi tre bellissimi album a carattere tradizionale, una svolta più commerciale, e se ne andò trascinando con sé anche Martin Carthy (altro storico folksinger inglese), sostituito da Rick Kemp, che in breve tempo si legò sentimentalmente con la cantante Maddy Prior e insieme diedero vita a diversi ottimi album di piacevole folk-rock, il più di successo dei quali è senz’altro All Around My Hat del 1975 (i primi sei lavori del nuovo corso sono stati riuniti qualche anno fa nell’imperdibile triplo CD A Parcel Of Steeleye Span).

Gli Span sono ancora oggi attivissimi, pur con diversi cambi di formazione tipici di questo tipo di band, anche se sia la Prior (unica tra i membri fondatori ancora in sella) sia Kemp sono sempre al bastone di comando, pur non essendo più sposati da tempo. Gli altri membri del gruppo attualmente sono Julian Littman alle chitarre, mandolino e pianoforte, la bravissima Jessie May Smart al violino (strumento indispensabile nell’economia della band), Liam Genockey alla batteria ed il nuovo chitarrista Andrew Sinclair, che sostituisce Pete Zorn purtroppo scomparso lo scorso anno. Dodgy Bastards è il nuovo album del sestetto (il loro ventitreesimo in totale), e giunge a tre anni dall’apprezzato Wintersmith, che era stato il loro disco più venduto degli ultimi 37 anni: Dodgy Bastards è un lavoro particolare, che prende spunto da alcune tra le più di trecento ballate popolari inglesi e scozzesi antologizzate nel diciannovesimo secolo dallo studioso americano Francis James Child (note al mondo come “Child Ballads”), ma le ripropone in versioni rivedute e corrette, sia nei testi che nelle musiche, con arrangiamenti che partono dalla base originale folk per arrivare ad assumere tonalità decisamente rock, in alcuni momenti anche piuttosto sostenuto. Il gruppo suona con la foga e la grinta di una band di giovani virgulti, e la Prior ha ancora una bellissima voce nonostante quest’anno per lei scattino le settanta primavere. C’è anche più di un brano con tendenza alla jam, con durate che superano i sette, otto ed in un caso anche i dieci minuti: basti pensare che tutto il disco (che comprende dodici canzoni) va ben oltre i settanta minuti, senza però risultare noioso o ripetitivo, ma al contrario conferma che gli Steeleye Span sono più vivi che mai, ed al contrario dei Fairport che da anni fanno dischi sì molto piacevoli ma decisamente sovrapponibili tra loro (e senza assumersi alcun rischio), non hanno perso la voglia di sperimentare e di rielaborare la tradizione.

Cruel Brother apre il CD con una bella introduzione corale a cappella, poi entrano all’unisono gli strumenti per un brano folk-rock davvero trascinante, guidato dalla splendida voce di Maddy, con un gustoso mix tra chitarre elettriche e violino ed un motivo di presa immediata, ed in più diversi cambi di ritmo e melodia che, uniti ad una durata che si avvicina agli otto minuti, fa del brano quasi una mini-suite. All Things Are Quite Silent è un’intensa e struggente ballata tutta basata sulla chitarra acustica, il violino e la voce cristallina della Prior, Johnnie Armstrong è un folk elettrificato dal carattere tradizionale, suonato però con grande forza e cantato con pathos da Kemp, mentre Boys Of Bedlam, già presente con un arrangiamento più tradizionale nel loro secondo album Please To See The King (1971), qui diventa una potente rock song elettrica, con il violino quasi stridente ed un’atmosfera al limite del minaccioso, il tutto mescolato mirabilmente con una melodia di stampo antico (si può parlare di folk-punk?). Anche la tosta Brown Robyn’s Confession (in cui canta la Smart) fonde in maniera egregia suoni moderni con un motivo chiaramente folk, con le chitarre ancora in primo piano ed un refrain scorrevole; Two Sisters è la rielaborazione di un noto standard folk conosciuto anche come Cruel Sister (brano che dava anche il titolo all’album dei Pentangle preferito dal sottoscritto), in una versione ancora tosta, diretta e potente, anche se le chitarre elettriche si mantengono nelle retrovie.

La fluida Cromwell’s Skull è un’oasi elettroacustica (canta Kemp) con una melodia molto bella ed emozionante, unita ad uno sviluppo strumentale vibrante che si dipana lungo otto minuti, con il violino grande protagonista ed uno strepitoso finale chitarristico: una delle più riuscite del lavoro. La title track è uno strumentale di “soli” tre minuti, una saltellante giga rock guidata ancora dallo splendido violino della Smart e da una chitarra che ne imita il timbro, Gulliver Gentle And Rosemary è di nuovo un folk-rock scintillante, dalla squisita melodia corale e decisamente coinvolgente, mentre The Gardener è puro rock, con le chitarre quasi hard, un’altra iniezione di energia appena smorzata dal violino. La nervosa ed ancora roccata Bad Bones prelude al gran finale, che è appannaggio del medley The Lofty Tall Ship/Shallow Brown, più di dieci minuti all’insegna di deliziose melodie tradizionali, cambi di ritmo ed interventi mai fuori posto da parte del violino, con momenti di pura poesia folk (Shallow Brown è splendida), per finire con una lunga ed affascinante coda strumentale.

Anche gli Steeleye Span si stanno avvicinando ai cinquanta anni di carriera, ma l’energia che esce da un disco come Dodgy Bastards indica chiaramente che non è ancora tempo per loro di appendere gli strumenti al chiodo.

Marco Verdi

Gli Anni Novanta Di Un Grandissimo Musicista! Bert Jansch – Living In The Shadows

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Bert Jansch – Living In The Shadows – Earth 4CD (4LP) Box Set

Bert Jansch, leggendario cantautore e chitarrista scozzese scomparso nel 2011, è stato ultimamente soggetto di una rinnovata attenzione da parte delle case discografiche, che hanno ristampato alcuni dei suoi lavori da solista, oltre che, pochi mesi fa, lo splendido Finale, cronaca in due CD dell’ultima reunion della formazione originale dei Pentangle (lo storico gruppo folk inglese che gli ha dato la fama), avvenuta nel 2008 http://discoclub.myblog.it/2016/11/06/supplemento-della-domenica-lultimo-atto-straordinaria-carriera-pentangle-finale/ . Da pochi giorni è uscito questo bellissimo box di quattro CD (ma esiste anche in quadruplo vinile) intitolato Living In The Shadows, che prende in esame quasi tutto ciò che fu inciso da Bert negli anni novanta, aggiungendo un ghiotto dischetto completamente inedito. (NDM: la benemerita Earth, responsabile del cofanetto, ha in uscita anche Live In Australia, ristampa di un eccellente concerto già uscito qualche anno fa con il titolo di Downunder, mentre circolano voci insistenti che più avanti nel 2017 dovrebbe uscire un box con tutti gli album del periodo “classico” dei Pentangle, con più di due ore di musica inedita, staremo a vedere).

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Gli anni novanta videro un ritorno di interesse verso la figura di Jansch, dopo che gli ottanta erano stati parecchio difficili (Bert, oltre a soffrire del disinteresse tipico di quella decade nei confronti dei musicisti che avevano fatto la storia, ebbe anche vari e serissimi problemi di salute), non certo sottoforma di vendite milionarie, in quanto il nostro è sempre stato un artista di culto, ma un parziale riscatto questo sì, ed anche i suoi album venivano promossi e distribuiti in maniera più professionale. Lui, per contro, non cambiò una virgola del suo suono, continuando a proporre le sue canzoni folk acustiche e raffinate, contraddistinte da una capacità chitarristica fuori dal comune (è stato uno dei virtuosi dello strumento tra i più influenti) ed una ritrovata ispirazione. I tre dischi inclusi in questo box, The Ornament Tree (1990), When The Circus Comes To Town (1995) e Toy Balloon (1998), non sono tutto ciò che il nostro ha prodotto nella decade (manca stranamente un altro album del 1990, Sketches, inciso in Germania con musicisti locali e prodotto dall’ex compagno nei Pentangle Danny Thompson, oltre a tre album, due studio e un live, con una versione riformata della sua vecchia band nella quale però gli unici membri originali erano lui e Jacqui McShee), ma direi che è più che sufficiente per lasciarsi deliziare dalla sua musica.

Il box, curato in collaborazione con il figlio di Bert, Adam, è elegante, in forma di libro (sullo stile delle ristampe dei Jethro Tull), con una sorta di cronistoria del periodo trattato a cura del noto giornalista irlandese Colin Harper, anche se mancano completamente, e questa è una pecca, informazioni su musicisti, sessions di registrazione, testi, e perfino foto del nostro: riguardo a chi suonava, posso dire che troviamo gente magari non famosissima, ma di sicura capacità, come il bassista Nigel Portman Smith, la compianta cantante e flautista Maggie Boyle, il di lei marito songwriter e anche lui chitarrista Steve Tilston e, unici un po’ più noti, il sassofonista Pee Wee Ellis, già al servizio di James Brown e Van Morrison, e l’ex batterista dei Dire Straits, Pick Withers, oltre a Liam Genockey, ex degli Steeleye Span, sempre alla batteria. The Ornament Tree, se si esclude la deliziosa ballata Three Dreamers, è esclusivamente composto da brani tradizionali irlandesi e scozzesi, un disco puro e raffinato che parte con la title track, che vede solo Bert in compagnia della sua splendida chitarra e della sua voce particolare, seguita a ruota da The Banks O’Sicily, con un drumming quasi marziale ed un bellissimo flauto. L’album ha punte di eccellenza assoluta, come la delicata The Rambling Boys Of Pleasure, una folk song purissima suonata con classe eccelsa, la popolare The Rocky Road To Dublin, eseguita in maniera strepitosa, un piccolo capolavoro, la notevole Ladyfair, una goduria per le orecchie, grazie alla fusione di chitarra, violino e whistle, per finire con la stupenda (siamo al primo CD e sono già a corto di aggettivi) Tramps & Hawkers, altro brano folk in purezza.

When The Circus Comes To Town, che invece vede quasi solo pezzi originali (ma Jansch aveva la capacità di scrivere una canzone e farla sembrare un traditional vecchio di secoli), è ancora meglio del suo predecessore, con lo stile del nostro che non cambia di una virgola ma che lo vede ispirato quasi ai livelli degli anni sessanta. Un album formidabile, difficile citare un brano piuttosto che un altro, ma come non menzionare la splendida Open Road, con una performance chitarristica da urlo ed un’atmosfera di grande pathos, o la cristallina Back Home, pura poesia folk (qui con l’aiuto di una sezione ritmica discreta), o ancora la guizzante Summer Heat, dove Bert è l’unico chitarrista ma sembrano in tre. E troviamo perfino un blues elettrico intitolato Steal The Night Away, una meraviglia, quasi come se lo scozzese fosse in realtà un bluesman del Delta in incognito.

Anche Toy Balloon è un gran bel disco, quasi ai livelli del precedente, e con alcune soluzioni ritmiche diverse dal solito e qualche brano più arrangiato. Tutti i pezzi sono di Bert, a parte una magistrale rilettura del noto traditional She Moved Through The Fair: Carnival ha un pathos eccezionale pur nella sua essenzialità, All I Got è un folk-blues strepitoso, con la sezione ritmica che fa addirittura muovere il piedino, mentre Bett’s Dance è un formidabile strumentale per sola chitarra (forse solo John Fahey era a questi livelli, e forse anche Leo Kottke). E poi la raffinata Hey Doc, ancora sfiorata dal blues, la sorprendente ed elettrica Sweet Talking Lady, quanto di più vicino al rock’n’roll il nostro abbia inciso (e con Ellis protagonista al sax), subito bilanciata dalla pura e tersa Paper House.

E veniamo al quarto CD, quello di inediti, sotto intitolato Picking Up The Leaves: ci sono diversi demos ed alternate takes dai tre dischi precedenti (soprattutto dal secondo), non di certo inferiori ai brani effettivamente pubblicati, ma anche canzoni mai sentite prima, come la complessa (con qualche falsa partenza) Another Star, la fluida Little Max, l’intima Merry Priest (decisamente bella) e l’intensissima Lily Of The West, un traditional molto popolare (l’ha fatta anche Dylan). Ma l’highlight assoluto del CD, e forse del cofanetto, sono i due strumentali senza titolo posti in chiusura, nei quali Bert ritrova l’antico compagno di chitarra John Renbourn, per un duetto straordinario nel quale i due pickers (termine riduttivo) danno il meglio di loro stessi, in un’atmosfera rilassata e distesa: non dico che questi due pezzi da soli valgono la spesa del box, ma una buona percentuale forse sì.

A meno che non abbiate già i tre dischi usciti all’epoca, un cofanetto imperdibile, disponibile tra l’altro ad un prezzo “umano”.

Marco Verdi

Esce In Questi Giorni: Forse L’Ultimo Cofanetto. Bert Jansch – Living In The Shadows

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Nel corso del 2016 sono uscite varie ristampe relative alla produzione di Bert Jansch: il più recente il bellissimo http://discoclub.myblog.it/2016/11/06/supplemento-della-domenica-lultimo-atto-straordinaria-carriera-pentangle-finale/, ma prima sempre durante lo stesso anno era uscito anche il sorprendente box dedicato alla compagna di Jansch, Loren Auerbach Colours Are Fading Fast. Sempre durante erano uscite, pubblicate sempre dalla Earth, le riedizioni di Avocet e From The Outside. In questi giorni l’etichetta inglese pubblica anche questo box Living In The Shadows, un cofanetto che raccoglie i tre dischi degli anni ’90 di Jansch The Ornament Tree, When The Circus Comes To Town e Toy Balloon, più un quarto CD di materiale inedito, con brani strumentali, versioni alternative, demo e perfino un duetto con John Renbourn, presente in due versioni, sempre registrato in quel periodo. Il tutto corredato da un bellissimo libretto, con note firmate dal giornalista Colin Harper, che tracciano l’intera carriera del grande musicista folk britannico. Il cofanetto esce anche in versione limitata in vinile.

Ecco la lista completa dei contenuti del box.

[CD1]
1. The Ornament Tree
2. The Banks O’Sicily
3. The Rambling Boys of Pleasure
4. The Rocky Road to Dublin
5. Three Dreamers
6. The Mountain Streams
7. The Blackbirds of Mullamore
8. Ladyfair
9. The Road Tae Dundee
10. Tramps and Hawkers
11. The January Man
12. Dobbin’s Flowery Vale
[CD2]
1. Walk Quietly By
2. Open Road
3. Back Home
4. On One Around
5. Step Around
6. Step Back
7. When the Circus Comes to Town
8. Summer Heat
9. Just a Dream
10. Lady Doctor from Ashington
11. Steal the Night Away
12. Honey Don’t You Understand
13. Born With the Blues
14. Morning Brings Peace of Mind
15. Living in the Shadows

[CD3]
1. Carnival
2. She Moved Through the Fair
3. All I Got
4. Bett’s Dance
5. Toy Balloon
6. Waitin’ & Wonderin’
7. Hey Doc
8. Sweet Talking Lady
9. Paper House
10. Born and Bred in Old Ireland
11. How It All Came Down
12. Just a Simple Soul

[CD4]
1. Morning Brings Sweet Peace of Mind
2. Back Home
3. Just a Dream
4. Untitled Instrumental
5. When the Circus Comes to Town
6. No-one Around
7. Lily of the West
8. Fool’s Mate
9. Paper Houses
10. Another Star
11. Little Max
12. Merry Priest
13. Untitled Instrumental 2 (Early Attempt With John Renbourn)
14. Untitled Instrumental 2 (With John Renbourn)

Forse l’ultima perla di una carriera inarrivabile.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: L’Ultimo Atto Di Una Straordinaria Carriera! Pentangle – Finale

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Pentangle – Finale An Evening With Pentangle – 2 CD Topic Records

Credo sia noto a tutti (e a quelli che non ne sono edotti, per ragioni varie, immagino per lo più anagrafiche, lo stiamo dicendo adesso) che i Pentangle siano stati una delle formazioni chiave del filone del cosiddetto folk-rock britannico, insieme a Fairport Convention, Steeleye Span, e per certi versi anche Albion Band e Incredible String Band, oltre a molte altre definite minori, ma non per questo meno importanti. Il revival del folk nelle isole britanniche nasce, più o meno, all’inizio degli anni ’60 – e qui certo non ne tracceremo la lunga storia – grazie alla spinta di personaggi come Davy Graham, Ewan MacColl, Martin Carthy, Shirley Collins, i Watersons, oltre a moltissimi altri, tra cui spiccano certamente Bert Jansch e John Renbourn. Proprio questi ultimi due, unendosi ad altri musicisti, dopo alcune prove come solisti ed in coppia, diedero vita nel 1967 ai Pentangle, che furono gli iniziatori di una sorta di sotto filone unico, il folk jazz, dove oltre al folk della tradizione, rappresentato dalla splendida e cristallina voce di Jacqui McShee, anziché il rock, confluivano elementi jazz rappresentati da Terry Cox alla batteria e dallo straordinario Danny Thompson al contrabbasso. Poi naturalmente nel corso degli anni e dei dischi, sarebbero entrate anche le infiltrazioni etniche, portate dal sitar di John Renbourn, e gli elementi blues che si univano al folk, nel lavoro di entrambi i chitarristi, Bert Jansch, anche voce solista insieme alla McShee e il citato Renbourn.

Non tracciavano forse la storia completa neppure dei Pentangle, ma i sei album pubblicati dalla formazione originale tra il 1967 e il 1973 sono essenziali per ogni appassionato della buona musica, a prescindere dal genere. In alternativa (o in aggiunta) potreste anche rivolgervi allo splendido cofanetto The Time Has Come, un box di 4 CD, pubblicato nel 2007 in occasione del 40° anniversario, e che raccoglie il meglio del repertorio della formazione originale, arricchito da materiale vario, raro ed inedito. Poi esistono molti dischi anche delle varie formazioni che si sono susseguite nel corso degli anni e tuttora circola una formazione definita Jacqui McShee’s Pentangle, che la vede unica sopravvissuta del quintetto iniziale. Ma nel 2007, prima per ricevere il BBC Radio 2 Lifetime Achievement Award, eseguendo per l’evento anche due brani, per la prima volta insieme dopo 25 anni, e soprattutto l’anno successivo, con un tour di 12 date, preceduto da due apparizioni al programma televisivo di Jools Holland, il gruppo fu ancora una volta in grado di riproporre quella magica miscela musicale definita “folk-jazz”, ma che in fondo non era categorizzabile, diciamo Musica con la M maiuscola.

Il risultato di quei concerti ha avuto una lunga gestazione: Bert Jansch che stava seguendo il mixaggio e la messa in sequenza dei brani, scompare nel 2011, mentre John Renbourn che aveva preparato i masters originali ci ha lasciato a sua volta nel 2015. Ma alla fine la Topic, l’etichetta degli album originali, ce l’ha fatta, e abbiamo tra le mani questo Finale, un doppio CD splendido, con 21 brani estratti da otto dei dodici concerti, ma che all’ascolto non palesano differenze, dando l’impressione di ascoltare il risultato di “Una Serata Con i Pentangle”. Il suono è splendido, e le canzoni ancora di più, la chimica tra i vari componenti della formazione è rimasta inalterata, e Jansch e Renbourn, anche se non più giovani e malandati in salute, sono in grado di mandare più di un brivido nella schiena degli ascoltatori, e pure gli altri non scherzano, soprattutto la McShee, ancora in possesso di una voce splendida. Diciamo che questo doppio è un documento pressoché perfetto del loro repertorio Live, sfiorato nella parte dal vivo di Sweet Child e nel Live 1994 dove c’erano solo Jansch e McShee. Il concerto, nella ricostruzione discografica, si apre con Let No Man Steal Your Thyme, che era proprio il brano che apriva la prima facciata del debutto The Pentangle, subito con la splendida fusione delle chitarre di Renbourn e Jansch, svolazzanti ed imprendibili, sostenute dal finissimo lavoro della sezione ritmica, dove giganteggia Thompson e con Jacqui McShee splendida.

Il primo classico è Light Fight, tratta da Basket Of Light,  con complessi intrecci strumentali e vocali, per una versione ai limiti della perfezione. Mirage, di nuovo dal primo album, si avvale di alcune improvvisazioni dell’elettrica di Renbourn ed è di nuovo magnifica. Da Basket…viene Hunting Song una composizione corale, uno dei brani più lunghi del concerto (pezzi che raramente superano i sette minuti, optando per versioni concise ma di rara efficacia, quindi, purtroppo, come potete intuire, niente Jack Orion), con Cox che si esibisce al classico glockenspiel, per un brano dove il lato folk della band è più in evidenza, sognante ed etereo, come la voce di Jacqui, qui doppiata per la prima volta da quella di Jansch. Come nella dolcissima Once I Had A Sweetheart, sempre dal terzo album, uno dei più saccheggiati, mentre Market Song, la prima dove la voce solista è quella di Jansch, segnata dal tempo, ma ancora inconfondibile, viene dalla parte Live del seminale Sweet Child, altra versione deliziosa. E ancora da quel disco, la parte di studio, viene il magnifico (sono a corto di aggettivi) strumentale In Time, dove il brano viene propulso dal contrabbasso di Thompson e Danny Cox si concede un breve assolo di batteria; People On The Highway era sull’ultimo album Solomon’s Seal (a dimostrazione che tutto il repertorio viene rivisitato), una delle canzoni più “americane” tra quelle scritte da Bert Jansch per il gruppo. Jansch che imbraccia il banjo per la successiva House Carpenter (di nuovo da Basket Of Light), mentre Renbourn passa al sitar, e Bert divide la parte vocale con Jacqui, mentre la musica, come si può immaginare assume derive orientaleggianti.

Cruel Sister come la vogliamo definire? Incantevole, superba, mirabile, fate voi: una delle loro canzoni più belle, era sull’album omonimo e il sitar di Renbourn aggiunge un tocco magico alla splendida interpretazione vocale della McShee. The Time Has Come (un brano di Annie Briggs, un’altra delle “eroine” del folk revival inglese) era nella parte dal vivo di Sweet Child, e permette ancora una volta di gustare la squisita vocalità della McShee. Bruton Town era sia nel live come nel primo disco, un traditional corale, arrangiato da tutta band, A Maid That’s Deep In Love, di nuovo da Cruel Sister, con Jansch al dulcimer,  ancora più apprezzabile nei particolari grazie al perfetto sound dell’album, è seguita da I’ve Got A Feeling, la loro interpretazione blues di un brano di Miles Davis. The Snows, di nuovo da Solomon’s Seal, è un altro brano immerso nella tradizione folk più profonda, cantato da Bert, nel suo stile conciso e scarno, ma efficace. Non poteva mancare un altro omaggio al grande jazz, con la loro versione unica di Goodbye Pork Pie Hat di Charles Mingus, dove Danny Thompson fa i numeri al contrabbasso, ma anche tutti gli altri non scherzano, soprattutto Renbourn. Di nuovo un traditional da Sweet Child, No More My Lord, prima di un’altra perla da Solomon’s Seal, Sally Free And Easy, anche questa dalla tradizione del folk britannico. Wedding Dress è una delle due proposte estratte da Reflection, insieme alla traccia conclusiva che vediamo tra un attimo, in mezzo c’è una versione stupenda e scintillante della incredibile Pentangling, uno dei loro cavalli di battaglia assoluti. E a suggellare questo concerto rimane la loro versione, dal lato Atlantico della Manica, di Will The Circle Be Unbroken, che però purtroppo chiude il cerchio della loro carriera in modo definitivo ed inequivocabile, anche se nel 2011 si esibirono ancora in alcune date dal vivo e si dice abbiamo registrato del materiale inedito in studio, quindi mai dire mai. Lo devo dire, mi dispiace: imperdibile!

Bruno Conti     

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung. Affascinante Folk-Jazz-Rock Sospeso Tra Passato E Presente!

ryan walker golden sings

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung (Deep Cuts Edition) – 2 CD Dead Oceans – 19-08-2016

Di questo disco si parla ormai da diverso tempo, anzi, molti siti e riviste specializzate lo hanno già recensito, quasi tutti in modo positivo e spesso entusiastico, in netto anticipo sulla uscita ufficiale che sarà questo venerdì 19 agosto. Io ho preferito aspettare l’imminenza della data di pubblicazione, visto che spesso quando se ne parla troppo presto quando poi il disco esce effettivamente è giù vecchio o ce ne siamo dimenticati. E in questo caso sarebbe un peccato, perché l’album è veramente bello. Questo signore, Ryley Walker, viene da Rockford, Illinois, una piccola cittadina nei dintorni di Chicago, ha iniziato con alcuni EP pubblicati a livello indipendente nel 2011 ed ora approda al terzo album di studio con questo Golden Sings That Have Been Sung. Walker è pure un abile chitarrista, e infatti nel 2015 ha pubblicato un album strumentale in coppia con Bill MacKay, ma nel corso degli anni ha sempre più curato anche il lato vocale della propria musica, diventando sempre più un cantante interessante e dalle molteplici influenze: sul lato chitarristico vengono citati Davey Graham, Sandy Bull, John Fahey, Bert Jansch e da quello vocale gente come Tim Buckey, Van Morrison, Tim Hardin John Martyn e i Pentangle, presenti in entrambi i campi, senza dimenticare, aggiungerei, l’Incredible String Band, e tra i musicisti contemporanei Jack Rose, Daniel Bachman, Steve Gunn, James Blackshaw, gruppi come Tortoise e Gastr Del Sol, e altri spiriti affini, legati a questa rinascita di un folk complesso, ricco di influenze jazz, psichedeliche, blues e rock, dove la melodia è importante ma anche il tessuto sonoro, l’improvvisazione, la ricerca di arrangiamenti sofisticati che guardano ai grandi del passato, cercando di riproporre questa musica che già negli anni ’70, più avventurosi a livello musicale, era comunque una musica di nicchia, pur se apprezzata dalla critica e dal pubblico più “curioso” ed attento. Quindi in teoria nulla di nuovo, ma se questa musica viene realizzata con passione e perizia è comunque in grado di costruire un ponte tra le diverse generazioni, continuando ad esplorare un filone che affascina sia l’ascoltatore più smaliziato e di vecchia militanza (quelli che hanno già sentito tutto, ma gradiscono in ogni caso l’arrivo di forze fresche) quanto gli ahimé non più numerosi adepti di una musica che richiede una soglia di attenzione più complessa di quella quasi istantanea delle generazioni digitali.

Per sgombrare i dubbi, anche il sottoscritto conferma che questo Golden Sings That Have Been Sung è un disco riuscito, otto brani di notevole valore (più una traccia dal vivo, nel secondo CD della cosiddetta Deep Cuts Edition): le influenze ed i rimandi ai vari nomi citati, pur essendo certamente presenti, non sono così evidenti e facilmente rintracciabili, in entrambi i sensi, ovvero, nell’insieme la musica ricorda e si riallaccia a questo tipo di musicisti e sonorità, ma non lo fa riferendosi a brani od album del passato specifici, quanto ad un comune intendere, ad una visione che dal passato si allunga sulla musica di Ryley Walker, che poi la rimodella secondo la propria sensibilità. Il nostro amico si è addirittura spinto quasi a prendere le distanze dal precedente, e ottimo album, Primrose Green, ma si sa che, per vari motivi, gli artisti sono sempre legati di più alla loro ultima prova discografica in ordine di tempo, magari poi rivalutando nel tempo il proprio lavoro, in un’ottica di lunga distanza. Il nuovo lavoro è prodotto dal polistrumentista LeRoy Bach, anche lui di Chicago, per il periodo 1997-2004 nella formazione dei Wilco, dove suonava chitarre e tastiere, che ha saputo unire lo spirito più avventuroso della musica di Walker con brani dal respiro più semplice e di attitudine folk, legati ai suoni del passato ma con lo sguardo al futuro, come è sempre più regola nella musica dei giorni nostri. I musicisti sono più o meno quelli utilizzati nel disco precedente, provenienti dalla attuale scena jazz contemporanea di Chicago: Brian Sulpizio alla chitarra elettrica, Ben Boye alle tastiere, Anton Hatwich al basso, Frank Rosaly Quin Kirchner alla batteria, Whitney Johnson alla viola e un altro multistrumentista Ryan Jewell, niente nomi altisonanti ma validi ed adatti alla bisogna.

Ed ecco quindi scorrere Halfwit In Me che fonde gli spiriti della West Coast più ruspante con le atmosfere raffinate di John Martyn o dei Pentangle più solari, soprattutto nell’approccio ritmico e jazzato, attraverso sognanti ma incisive derive strumentali dove la chitarra acustica di Ryley guida le danze, ma tutti gli strumenti sono importanti e la voce denota una ulteriore crescita a livello di personalità e di maturità. Anche A Choir Apart è legata al drive ritmico tra folk, jazz e blues dei Pentangle più sperimentali, quando Renbourn imbracciava l’elettrica, ma ricorda anche il Tim Buckley “liquido” di Starsailor Blue Afternoon, con inserti sonori tra raga e rock e una costruzione quasi circolare del brano che si avvolge su sé stesso in spire larghe ed affascinanti, con contrabbasso e batteria a dettare tempi jazzistici e il testo che contiene il titolo dell’album. Pure Funny Thing She Siad ha questo spirito pigro e quasi strascicato, intenso e notturno, con un cantato sommesso e quasi confidenziale, leggeri tratti blues, ma anche una bella melodia che entra sottopelle, con la chitarra elettrica che lascia ampi spazi a pianoforte e violoncello (o è una viola, o entrambi?) nella parte strumentale. Sullen Mind, che appare anche in una versione allungata, oltre 40 minuti (!?!) e dal vivo nel CD bonus, è una ulteriore fusione tra folk, derive psichedeliche e influenze orientali, un magma sonoro dove chitarre acustiche ed elettriche, tastiere e una ritmica agile e complessa, prima accarezzano la voce intensa di Ryley Walker e poi vengono scatenate in crescendi improvvisi ed acidi di pura improvvisazione, fino ad una affascinante accelerazione finale.

Musica forse non di facile approccio, che si stempera comunque nel leggero acquerello folk della breve e delicata I Will Ask You Twice, dove si agitano gli spiriti inquieti ma affascinanti di Tim Hardin o di Nick Drake, e anche le atmosfere pastorali di The Roundabout fanno rivivere le sonorità del folk-rock più raffinato ed ispirato degli anni d’oro della musica dei cantautori britannici più originali e visionari, sempre con gli arpeggi della chitarra di Ryley in bella evidenza.Torna la West Coast meno acida e sulfurea nelle serene e delicate note di una The Great And Undecided che sparge raffinate cascate di dolcezza nel suo incedere, per poi lasciare spazio nel finale del disco, nella lunga Age Old Tale, alle improvvisazioni di una sorta di “free-folk”  onirico ed improvvisato, dove gli strumenti e la voce sono di nuovo liberi da vincoli sonori e da melodie più definite e immerse in un dipanarsi sonoro quasi stordito e stralunato, che lentamente avvolge l’ascoltatore nella sua bruma fuori stagione (ma il disco è stato registrato lo scorso inverno).

Una conferma per Ryley Walker, un musicista per tutte le stagioni, forse non un genio assoluto ma un artigiano tra i più raffinati ed interessanti in circolazione.

Bruno Conti

Qualcuno Ha Detto “Arabicana”? No Blues – Oh Yeah Habibi

no blues oh yeah habibi

No Blues – Oh Yeah Habibi – Continental Song City/Ird 

Ammetto di non essere mai stato un grandissimo fan delle contaminazioni tra vari generi, o meglio, ho sempre apprezzato la fusione tra musiche diverse: folk, blues, jazz, country e altri stili, con il rock, ma seguo con più difficoltà quando è coinvolta la world music, la musica etnica, l’afro e il reggae, anche se gente come Incredible String Band, Oregon o i chitarristi di scuola Takoma con influenze modali, formazioni miste dal catalogo ECM e molto altro si affiancano a generi più comuni nei mie ascolti. Ma ho sempre capito poco le cosiddette “mode” del momento, tipo il new flamenco sia dei Gipsy Kings, quanto dei più patinati Otmar Liebert e Strunz & Farah, o il nuovo tango dei Gotan Project, tanto per non fare esempi, li ho sempre trovati artefatti e destinati ad un pubblico poco incline a tutti i generi “classici”, ma vogliosi del “nuovo” a tutti i costi. Anche gli stili che coinvolgono musica africana, asiatica, o comunque in generale dell’Est Lontano non sono in cima alla mie priorità, però ascolto e mi documento: quindi quando mi sono capitati tra le mani questi No Blues, paladini della cosiddetta fusione tra Ovest ed Est in un genere definito “Arabicana” e presentato come un incrocio tra folk americano (ma anche il blues, presente nel nome del gruppo, o assente, visto il prefisso) e musica araba, oltre a tutto fatto da una formazione per tre quinti olandesi, mi sono detto, ascoltiamo senza pregiudizi.

Questo Oh Yeah Habibi è il loro sesto album in dieci anni di carriera e fonde il suono di chitarre, piano, contrabbasso e batteria con quello di u’d (o oud che dir si voglia) e percussioni varie di provenienza della zona araba, oltre all’uso, a rotazione, delle voci di tutti i cinque componenti della band: dirvi che sono stato completamente convertito sarebbe falso, però, con quelli che considero i loro limiti, cioè una certa ripetitività e il fatto che, bene o male, tutti i brani iniziano al’incirca allo stesso modo, nel complesso l’album non mi dispiace. Introduzione di chitarre acustiche, u’d, percussioni, i primi trenta secondi di ogni brano mi sembrano molto simili, poi subentra una maggiore varietà strumentale, anche una ritmica vagamente jazzata, le parti vocali spesso in lingua inglese e una sorta di allure raffinata che potrebbe attrrarre gli amanti degli esperimenti alla moda. Lo strumentale Into The Caravan, Imta, nonostante il titolo cantata in inglese, la riflessiva Doubt, la più bluesata Two Trains, uno dei pezzi più riusciti, quasi al limite delle dodici battute più classiche https://www.youtube.com/watch?v=B4AyfibT6Eg , Eshas, con quello che sembra un dobro, ma è un ‘u’d (o, ripeto, oud se preferite, quella sorta di chitarra o liuto con il manico storto) e una più decisa impronta africo-arabeggiante dove si apprezza il virtuosismo di Haytham Safia, colui che lo suona https://www.youtube.com/watch?v=1Sk1PIDs638 .

Pure Exodus, come la citata Two Trains a tratti potrebbe ricordare anche certi esperimenti dei Pentangle quando John Renbourn imbracciava il sitar, east meets west, ma nel quintetto inglese però mi pare che la quota di classe fosse su ben altri livelli. Comunque globalmente i No Blues si lasciano apprezzare, tanto nel folk-blues-rock di The World Keeps Turning quanto nel lato etnico più marcato di Sudani o nell’ondeggiante title-track Oh Yeah Habibi, una di quelle che meglio fonde il blues con tutto il resto; interessante anche The Moment, una ballata malinconica quasi alla Leonard Cohen, che di tanto in tanto ha inserito elementi tzigani e “altri” nella propria musica https://www.youtube.com/watch?v=9Qe2kBv-DH8 , mentre Osama Blues, fin dal titolo, è più sul lato etnico, sia pure contaminato dalla musica occidentale, presente nel controcanto delle voci femminili in lingua inglese e la conclusiva Gods Move ricorda di nuovo i Pentangle con quel misto di folk e ritmi arabi https://www.youtube.com/watch?v=Db1Tk7ScFSM .

Bruno Conti  

Si E’ Ricostituita In Cielo La Coppia Bert & John. A 70 Anni Muore Anche John Renbourn!

john renbourn 1 john-renbourn

Come forse avrete letto, questa settimana, purtroppo, è scomparso anche John Renbourn, morto improvvisamente per un probabile attacco cardiaco nella notte tra mercoledì 25 e giovedì 26 marzo, mentre avrebbe dovuto recarsi ad un concerto a Glasgow in compagnia di un altro leggendario chitarrista Wizz Jones. Visto che Renbourn non si era presentato nel luogo della esibizione, la polizia, il giorno seguente, si è recata nella sua abitazione di Hawick, sempre in Scozia, dove è stato rinvenuto il suo cadavere. Il grande musicista britannico da molti era considerato scozzese, ma era in effetti nato nel quartiere di Marleybone a Londra l’8 agosto del 1944, e aveva quindi compiuto 70 anni, ed è l’ultimo di una serie di grandi personaggi della scena musicale inglese che sono scomparsi in questo breve periodo: a dicembre era successo a Joe Cocker, mentre ad ottobre se ne era andato Jack Bruce. Quindi è il terzo grande J., forse una coincidenza, che muore in questo breve scorcio di tempo.

john renbourn 2015

Considerato giustamente uno dei “maestri” del filone del cosiddetto british folk, Renbourn aveva iniziato a masticare musica sul finire degli anni ’50, quando nel Regno Unito iniziava a diffondersi la passione per lo skiffle, che anche per lui, in breve tempo, sarebbe diventata una esplorazione verso i musicisti blues, Leadbelly, Josh White e Big Bill Broonzy tra i primi, poi perfezionata con l’arrivo sulla scena locale di Davy Graham, il primo vero grande chitarrista acustico inglese. Nei primi anni ’60 John incrocia la sua strada anche con Bert Jansch, Jacqui McShee e Dorris Henderson, una cantante nera di blues e gospel di cui fu l’accompagnatore per un breve periodo, e con la quale incise un paio di album. Proprio con lei iniziamo questo omaggio alla musica di Renbourn attraverso i suoi dischi più importanti, preferendo ricostruire, brevemente, ma non troppo, la sua carriera, attraverso le immagini delle copertine dei dischi della sua discografia ed alcuni video che segnano tappe importanti dell’excursus musicale di questo grande musicista.

dorris henderson john renbourn there you go dorris henderson john renbourn watch the stars

There You Go è il primo disco del 1965, un album dove la guizzante chitarra di John è al servizio della potente voce della Henderson https://www.youtube.com/watch?v=w1OXJGQO8UI, per una musica che fonde i tratti della musica nera con le prime folate di quel folk acustico che poi avrebbe caratterizzato la sua intera carriera. Anche il successivo Watch The Stars, pubblicato nel 1967, ripropone questo stile, ma con un suono più rifinito e spostato verso l’approccio folklorico e con altri strumenti e la seconda voce di Renbourn che entrano nello spetto sonoro https://www.youtube.com/watch?v=3BlecK3M8KQ. Ovviamente se siete interessati ad esplorare la musica di questo grande personaggio dovrete fare la tara con il fatto che molti dei dischi segnalati non saranno di facile reperibilità, ad esempio in questo caso, il primo CD è disponibile su etichetta Big Beat mentre il secondo della Fledg’ling è più difficile da trovare.

john renbourn john renbournbert and john

Nel 1966 esce il primo album omonimo John Renbourn e la prima collaborazione con Jansch, Bert And John, entrambi per la Transatlantic, la gloriosa etichetta inglese specializzata dove verranno pubblicati anche i dischi dei Pentangle.

bert and john after the dance

Proprio questo seminale disco della coppia di chitarristi al momento non è disponibile in CD nella sua versione originale, ma si trova con il titolo After The Dance (è lo stesso disco con un’altra copertina) su etichetta Shanachie. Nel disco appare una versione di Goodbye Pork Pie Hat di Mingus https://www.youtube.com/watch?v=WfeXvvQ98y8  che indica già la futura fusione folk- jazz- blues che sarà la stella polare della musica dei Pentangle, da lì ad un paio di anni quando ai due si uniranno la splendida e cristallina voce di Jacqui McShee, il prodigioso contrabbassista Danny Thompson e il batterista Danny Cox, per creare un gruppo che con i Fairport Convention, più vicini al rock e gli Steeleye Span, più vicini alla tradizione, avrebbe costituito una sorta di trimurti del nuovo folk della terra di Albione.

john renbourn another monday john renbourn sir john alot

Ma prima di arrivare all’avventura con i Pentangle, John Renbourn pubblica altri due dischi solisti formidabili, Another Monday e Sir John Alot of Merrie Englandes Musyk Thyng and ye Grene Knyghte, per dargli il titolo che gli compete, disco dove il musicista comincia ad esplorare anche quel lato della musica medievale e rinascimentale che sarà sempre presente nella sua musica https://www.youtube.com/watch?v=20D2meCq3K4, spesso sfociando anche in avventure musicali più complesse e bizzarre, dove la musica orientale (da cui, di tanto in tanto, anche l’uso del sitar e della chitarra elettrica) è spesso una componente neppure troppo nascosta, ancora più in evidenza nei dischi di gruppo con i Pentangle, dove l’improvvisazione strumentale è imprescindibile.

pentangle pentangle pentangle sweet child

pentangle basket of light pentangle cruel sister

pentangle reflection pentangle solomon's seal

Tra il 1968 e il 1973 i Pentangle pubblicano i 6 fantastici album di cui sopra, che rimangono tra le pagine più fulgide della musica inglese tout court, a prescindere dal genere musicale, dischi che sentiti ancora oggi hanno spesso l’aura del capolavoro e che sarebbero da avere in toto. Se non li trovate o la spesa vi sembra eccessiva potete ripiegare su questo bellissimo cofanetto The Time Has Come 1967-1973, uscito nel 2007 per la Sanctuary, con il meglio degli album, ma ricco anche di outtakes, singoli e brani della BBC nei primi due dischetti (quindi interessante anche per chi aveva già tutto di loro), con il terzo disco che è una diversa presentazione del famoso concerto alla Royal Festival Hall del giugno 1968 che costituiva la parte dal vivo del bellissimo doppio Sweet Child, qui però in una diversa sequenza, con altri brani aggiunti e un mixaggio differente che ha diviso i fans. Il quarto disco è totalmente inedito.

john renbourn the lady and the unicorn john renbourn faro annie

Nello stesso periodo di vita del gruppo John Renbourn pubblica anche altri due album solisti, dei quali The Lady And The Unicorn rimane un altro dei suoi migliori in assoluto , quello più medievale del lotto ma sempre con il suo inimitabile stile chitarristico che fondeva mille sonorità in unico affascinante e a tratti magico https://www.youtube.com/watch?v=IzSQDuMI7WE.

john renbourn 1974

Adesso, dopo i primi dieci anni fondamentali della sua carriera, andiamo un po’ saltando alla ricerca di comunque tanta altra buona musica che verrà nelle decadi successive, dove il nostro amico non cesserà comunque di esplorare le possibilità del suo strumento attraverso la musica.

john renbourn the hermitjohn renbourn a maid in bedlam

Nel 1976 esce The Hermit, mentre nel 1977 il primo capitolo del John Renbourn Group, A Maid In Bedlam, di nuovo con l’amica Jacqui McShee in formazione e a seguire The Black Balloon del 1979, che qui sotto vedete sia nella versione in CD sia con la copertina originale dell’album.

john renbourn black balloonjohn renbourn black balloon real cover

Nel 1978 inizia anche la collaborazione con il grande chitarrista americano Stefan Grossman, che portò alla pubblicazione di quattro album e che illustra un lato leggermente più blues della musica di Renbourn e che senza rivaleggiare con i duetti dell’epoca con Jansch lo mette a confronto con un altro virtuoso della chitarra e comunque sono altri quattro dischi fantastici.

stefan grossman and john renbourn renbourn and grossman live in concertstefan grossman and john renbourn under the volcanostefan grossman and john renbourn the three kingdoms

Che altro? Nel 1986 esce l’ottimo Nine Maidens, John Renbourn’s Ship Of Fools del 1988 è l’unico capitolo del gruppo con lo stesso nome, e Traveller’s Prayer del 1998 è forse l’ultima grande prova discografica del barbuto musicista inglese, che però nel 2011 ci regala un ultimo colpo di coda con l’eccellente Palermo Snow, uscito ancora una volta per la sua etichetta americana, la Shanachie.

john renbourn palermo snow

Nel frattempo. nel 2008, la formazione originale dei Pentangle si era riunita apparendo anche alla trasmissione Later With Jools https://www.youtube.com/watch?v=HzcbYJ95Mpk e infine, un’ultima volta, per alcuni festival nell’estate del 2011 (con Renbourn al sitar https://www.youtube.com/watch?v=zvXE8dynDBQ) , e con Bert Jansch già alle prese con il suo ricorrente tumore alla gola che lo avrebbe portato via il 5 di ottobre dello stesso anno.

john renbourn wizz jones

Dal 2012 ai giorni nostri, John Renbourn aveva l’abitudine di esibirsi in concerto con il vecchio amico e socio di mille battaglie Wizz Jones, ma quel fatidico mercoledì non si è presentato all’appuntamento. E così speriamo che Riposi In Pace!

Spero di non avervi tediato con questo lungo Post, ma se uno non sfrutta le possibilità della rete per parlare di buona musica, sia visivamente che con la parola, anche in queste circostanze dolorose, internet cosa ci sta a fare?

Bruno Conti

I “Veterani” Del Folk Rock Britannico! Oysterband – Diamonds On The Water

oysterband diamonds on the water

Oysterband – Diamonds On The Water – Navigator Records/IRD

Tra I tanti gruppi che hanno provato a mischiare le sonorità moderne con elementi della tradizione la Oysterband è quella che ha avuto un percorso artistico piuttosto lineare, con un’evoluzione lenta ma pressoché costante. La loro storia inizia con il nome di Fiddler’s Dram, e il primo cambio di nome porta alla Oyster Ceilidh Band e poi alla Oyster Band, che esordisce con English Rock ‘n’ Roll. The Early Years 1800-1850 nel lontano ’82. A questo punto la cantante Kathy LeSurf lascia per unirsi alla Albion Band e la tradizione nel gruppo è rappresentata dal melodeon di John Jones, mentre Ian Telfer non disdegna l’elettrificazione del suo violino.

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Con l’ingresso in pianta stabile del batterista Russell Lax a partire da Step Outside (86) il suono diventa più rock ed elettrico di prima, e tutti i lavori successivi sono legati a cadenze grintose e appassionate (nonostante il grande successo commerciale non arrivi). Nel corso degli anni ’90 pubblicano notevoli album come Holy Bandits (93), The Shouting End Of Life (95) Deep Dark Ocean (97) Here I Stand (99), fino ad arrivare all’ultima decade con Eise Above (02), Meet You There (07), The Oxford Girl And Other Stories (08), senza dimenticare le due  collaborazioni con la leggendaria June Tabor Freedom And Rain (90) e il pluripremiato Ragged Kingdom (11), recensito puntualmente su queste pagine virtuali dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2011/09/30/che-disco-june-tabor-oyster-band-ragged-kingdom/ .

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La base da cui parte la Oysterband è un suono pop-rock a volte energico, altre volte più morbido ed orecchiabile su cui si intreccia la contaminazione folk sempre presente fin dagli esordi http://www.youtube.com/watch?v=-U4_iQKKRNc . La musica del gruppo è dunque diretta, senza inutili fronzoli, ben interpretata dalla voce del leader John Jones e colpisce immediatamente, coinvolgendo sin dal primo ascolto. I brani sono tutti composti dalla band, e come sempre un po’ tutti i componenti partecipano alla stesura dei testi e delle musiche, a dimostrazione che il gruppo e molto affiatato, omogeneo, senza diversità di ruoli (e cosa molto importante) senza che nessuno si senta un semplice comprimario.

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Questo ultimo lavoro Diamonds On The Water, è il primo dopo l’uscita dalla line-up dello storico componente Ray “Chopper” Cooper, sostituito da Al Scott al basso, e la conferma del cantante John Jones anche all’organetto, Alan Prosser alle chitarre e viola, Dil Davies alla batteria, Ian Telfer al violino e la partecipazione come ospiti di Adrian Oxaal  al cello, Peter Davison alla tromba, Eira Owen al corno francese e come vocalist Rowan Godel e Lee Partis.

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A partire dalla bellissima copertina del disco, i diamanti cominciano a spuntare dall’acqua con l’iniziale A Clown’s Heart, un brano ritmato con un accattivante uso delle armonie vocali, a cui fa seguito uno dei punti di forza dell’album A River Runs,  aperta dal violino, una perfetta canzone folk-pop con la seconda voce della Godel, mentre Spirit Of Dust è una semplice melodia celtica suonata con gli strumenti tradizionali http://www.youtube.com/watch?v=YanRxqW0neg . Altri diamanti galleggiano sull’acqua a partire dalla dolce e sognante Lay Your Dreams Down Gently, accompagnata nuovamente dal violino e dalle ricche armonie vocali, proseguendo con la title track Diamonds On The Water, altro brano vivace ed incisivo, sottolineato dalla fisarmonica, per poi pescare un diamante grezzo ma stupendo come The Wilderness, che unisce la dolcezza e la melodia di violino e fisarmonica, ad accompagnare il cantato di Jones http://www.youtube.com/watch?v=4ZAlVzcJwRI .

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Il viaggio riparte con una ballata di ampio respiro come Palace Of Memory, preludio all’unico brano tradizionale dell’album Once I Had A Sweetheart (mi ricordo una bella versione dei Pentangle), qui rifatta in una versione “neo-psichedelica”, mentre con No Ordinary Girl il piedino non riesce a stare fermo. La pesca si avvia alla conclusione con il folk accelerato di Call You Friend, un’altra magnifica ballata di altri tempi come Steal Away (marchio di fabbrica del gruppo), e una bella nuotata nell’oceano Like A Swimmer In The Ocean , una perfetta canzone folk acustica, è il modo migliore per terminare la raccolta di “diamanti che spuntano sull’acqua”.

Diamonds On The Water è un disco valido, senz’altro una delle pagine più belle di questo inizio di stagione, se vi piace il genere non sono certo soldi buttati via, per tutti gli altri un’occasione d’oro, per chi non ha niente di loro (con rima finale).

Tino Montanari   

Un Doppio Omaggio (Sia Pure Tardivo) – Bert (Herbert) Jansch – Chitarrista – 3-11-1943/5-10-2011

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In questi giorni facendo delle ricerche per il breve spazio dedicato a John Fahey nelle anticipazioni ero capitato anche nel sito ufficiale di Bert Jansch e l’ultima notizia che riportava era che un concerto del 20 agosto che si sarebbe dovuto tenere a Edinburgo veniva cancellato perché il musicista scozzese non stava troppo bene. E’ ancora così, lo potete vedere http://www.bertjansch.com/

Purtroppo la situazione è drasticamente peggiorata e il cancro al polmone di cui Jansch soffriva da alcuni anni e per cui era stato anche operato nel 2009 alla fine ha avuto la meglio e la scorsa settimana se lo è portato via. Nel 2010 aveva anche fatto un tour degli Stati Uniti come supporto di Neil Young e la sua attività è proseguita fino all’ultimo. Il comunicato stampa con cui il musicista si rammarica di non poter fare quel concerto ad Edinburgo è addirittura commovente per la considerazione che Bert Jansch dedicava ai suoi fans.

Altri scriveranno più e meglio del sottoscritto sulla impronta importantissima che questo “chitarrista” ha lasciato sulla musica: Jimmy Page lo ha definito ” L’innovatore del tempo…tanto più avanti di quanto chiunque altro stesse facendo” e Johnny Marr “Imponente…uno dei più importanti e intriganti musicisti mai uscito dalla scena musicale inglese”.

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Il suo ultimo disco è stato “il Cigno nero”, The Black Swan, chissà se già nel 2006 sentiva il suo tempo che se ne andava (l’anno prima aveva subito anche una operazione al cuore) eppure questo disco, con la partecipazione di alcuni giovani leve, rappresentate da Devendra Banhart e Beth Orton, era ancora bellissimo e la sua partecipazione al Crossroads Guitar Festival di Clapton, nell’edizione di Chicago del 2010, ancora emozionante. Un uomo solo sul palco con la sua chitarra acustica in mezzo ai “giganti” della chitarra elettrica.

Ma prendiamo la macchina del tempo e ritorniamo al 1969. Questo è quello che scrisse Lillian Roxon nella sua Rock Encyclopedia sul musicista inglese (così faccio anche ammenda per non avere più parlato della scrittrice australiana, forse la prima grande giornalista rock donna della storia).

Bert Jansch” è apparso per la prima volta negli Stati Uniti nel 1966 con un album Lucky Thirteen costruito con il meglio dei suoi due primi album inglesi. In Inghilterra è stato a lungo considerato uno dei migliori chitarristi folk e ha suonato la chitarra solista in parecchi pezzi del primo album di Donovan. Bert’s Blues in Sunshine Superman e The House Of Jansch su Mellow Yellow fanno riferimento entrambi all’uomo che così tanto ha influenzato Donovan. Il suo stile viene dal Blues e dalla chitarra classica. I suoi assoli sono leggiadri e pieni di grazia. Hanno provato a dargli una grossa spinta promozionale per farlo diventare “il nuovo Donovan” ma lo cosa non è mai decollata. La sua fama in America è principalmente underground , anche se ha registrato parecchi album per il mercato inglese, dove è tenuto in grandissima considerazione. Nel 1968 ha messo insieme un gruppo chiamato Pentangle.” Rock Encyclopedia 1969-1971 ristampato 1976.

Era vero nel 1969 e si può sottoscrivere parola per parola ancora oggi.

Bert Jansch e John Renbourn (che è in tour in Italia in questo periodo) in una delle loro ultime apparizioni insieme al Festival di Cambridge del 2011.

Bert Jansch è morto ad Hampstead il 5 ottobre scorso all’età di 67 anni.

Riposa in Pace.

Bruno Conti