29/12/2012

L'Ultimo Bel Disco Del 2012 O Il Primo Del 2013? Willy Mason - Carry On

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Willy Mason - Carry On - Fiction/Universal

Questo disco è uscito nella prima decade di Dicembre sul mercato inglese e verrà pubblicato in Italia il 15 gennaio del nuovo anno, quindi incarna le caratteristiche del titolo del Post: "un bel disco", non straordinario, anche se in Inghilterra ha raccolto 4 stellette su Mojo ed è stato designato disco del mese, un 8/10 da Uncut, e ottime recensioni su Q, NME, Indipendent On Sunday, Sunday Times e The Fly. Ovviamente non leggo tutte queste riviste (ma un paio, le prime due, sì) e quindi questa sorta di plebiscito mi ha incuriosito. Conoscevo Willy Mason per avere già ascoltato i suoi due primi dischi: Where The Humans Eat, uscito per la Team Love Records/Virgin (l'etichetta fondata da Conor Oberst) nel 2004, un disco quieto ed acustico dove Mason suonava quasi tutti gli strumenti con l'aiuto del fratello Sam alla batteria, e tra i brani spiccava Oxygen, una canzone ripresa anche dalla soprano preferita da Costello, Renée Fleming, in un suo disco del 2010. Gia per quel disco erano stati scomodati paragoni con nomi illustri ed era entrato a far parte, più o meno a ragione, dei "Nuovi Dylan", termine che di solito ammazza più di un talento (ed erano stati citati anche Cash, Cohen e Dylan).

Nel 2007 esce il suo secondo album, If The Ocean Gets Rough, che conferma quelle sue sonorità roots unite ad un indubbio talento compositivo e ad una voce molto vissuta per appartenere ad un 22enne. Poi qualcosa si inceppa e il nostro amico decide di tornare a casa per vedere cosa fare della sua vita, si reinventa speaker di una radio locale in quel di Martha's Vineyard, Massachussets, ma per parlare di pesca e notizie sulle fattorie della zona non di musica e altri lavori "comuni" che ricreano le sue radici con i luoghi della sua adolescenza. Senza comunque smettere del tutto di fare tours e partecipando in due brani dell'ottimo album Hawk di Isobel Campbell e Mark Lanegan.

Il filone musicale è quel "new folk" a cui appartengono Mumford And Sons, Edward Sharpe, Ben Kweller, Beth Orton, ma anche gruppi più pop come i Bat For Lashes, tutta gente con cui ha diviso i palchi di tutto il mondo. Proprio da questi ultimi ha preso il produttore, il londinese Dan Carey, noto anche per avere lavorato con Kylie, MIA, Hot Chip, nomi non particolarmente vicini all'apparenza con le sue idee musicali. Ma la collaborazione, anticipata da un duetto registrato per l'album della brava cantante Lianne Le Havas, stranamente funziona. Carey aggiunge una patina di elettronica "moderna" ma non fastidiosa (e sapete quanto poco ami queste sonorità il sottoscritto), la batteria programmata a fianco di quella "naturale" dell'immancabile fratello Sam Mason e il basso e le chitarre acustiche ed elettriche di Willy Mason che rendono molto piacevole e variegato l'ascolto di questo Carry On, disco che forse non è così straordinario come vuole farci credere la stampa inglese ma ha i suoi meriti. Come spesso mi accade, dopo aver letto la lunga recensione di Victoria Segal su Mojo devo dire di non avere capito bene di che razza di album si tratta, ma questa è un po' la caratteristica del recensore "ritroso" e protagonista che vuole far vedere quanto è bravo ma in conclusione non capisci di che tipo di disco ci sta parlando (peraltro "merito" condiviso con molti altri praticanti dell'arte recensoria, mai fare capire con facilità al lettore di cosa si sta trattando, cioè musica, ma esaminare vita ed opere del soggetto attraverso testi e sensazioni).

Una sensazione che mi sento di condividere è quella che la voce di Mason più che quella di una persona di 27 anni (all'epoca della registrazione del disco) sembra quella di uno di 72 anni, "giovanile" però, ancorché vissuto e ricercato. Il sound, nell'iniziale What Is This, convive tra le percussioni elettroniche e le tastiere di Oly Bayston, che si intrecciano senza problemi con le chitarre acustiche e la batteria, in un clima malinconico ed avvolgente che si accende in un finale chitarristico, dove l'elettrica di Willy Mason si inventa un solo breve ed acidissimo degno delle improvvise accelerazioni di Michael Timmins nei Cowboy Junkies. Un ritmo programmato più saltellante, sempre unito alle derive leggermente acide della chitarra, potrebbe ricordare in Pickup Truck, vagamente, un Donovan più futurista e con una voce più profonda, ma che lega il country-folk dell'autore ad un pop raffinato ma non banale con qualche tocco delle tastiere che si potrebbe far risalire addirittura ai Beach Boys ed un finale dove la voce si "rompe" in un falsetto vagamente alla Chris Martin. Falsetto che viene mantenuto per la successiva Talk Me Down dove le percussioni di fratello Sam si intrecciano con quelle sintetiche del produttore mentre l'acustica di Willy cerca di sbucare dal tappeto sonoro con risultati piacevoli non lontanissimi da quelli del signore citato poc'anzi (Coldplay, orrore!, se vendi non sei più nessuno per certa critica).

Le percussioni afro di Restless Fugitive su cui si innesta una chitarra elettrica carica di effetti vari potrebbero fare pensare addirittura al Peter Green sperimentale di The End Of The Game, poi lungo gli oltre sei minuti il brano, pur mantenendo una certa ipnotica varietà, diventa, forse, troppo ripetitivo. La malinconica Show Me The Way To Go Home, solo chitarra acustica e spruzzate di synth si barcamena tra Young e Cohen con qualche tocco alla Townes Van Zandt, un altro che a quella età era già "vecchio" da giovane. Mentre Into Tomorrow, per usare una felice metafora della Segal citata prima, sembra un brano dei R.E.M. di Fables Of Reconstruction cantato da Leonard Cohen (quando è valido si usa, sempre citando la fonte). I Got Gold ha un'aria stranamente "allegra", una sorta di Timmy Thomas se avesse cantato del country, ma sempre con quella voce da cantautore che tante ne ha viste e ora ve le ricanta (quindi country got soul). Painted Glass ritorna a quella psichedelia gentile e mordbida mista al solito alt-country ed al folk prediletti dall'autore, mentre la voce sdoppiata di Mason aggiunge profondità ad un suono volutamente statico.

Anche Shadows In The Dark frequenta sempre queste coordinate sonore, ma ha una melodia più ricca ed ariosa, quasi maestosa, quello che sembra un ritornello che ritorna ciclicamente e la solita alternanza tra voce profonda e falsetto, sullo sfondo elettroacustico della musica. Gli arpeggi della chitarra acustica di Willy Mason, arricchiti da un sottofondo di mellotron (ma esiste ancora?) del produttore Carey rendono affascinante un brano come la title-track Carry On, altro ottimo esempio della "vecchia scuola" cantautorale classica, molto bella e raccolta, una di quelle storie senza tempo che erano tipiche del Van Zandt citato prima. Anche If It's The End ha quel fascino old-time degli autori di belle canzoni, semplici ma che ti lasciano delle emozioni magari non eccitanti ma sottili e durature. Poco più di 37 minuti di buona musica, ripeto, magari non un capolavoro ma un disco che si può riascoltare più volte sempre scoprendo nuove sfumature (non solo di grigio)!

Bruno Conti

12/09/2012

Due Grandi Chitarristi Al Prezzo Di Uno! Gary Moore - Blues For Jimi

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Gary Moore – Blues For Jimi – CD DVD o Blu-Ray – Eagle Rock 25-09-2012

E’ passato circa un anno e mezzo dalla scomparsa di Gary Moore, avvenuta nel febbraio 2011, e proseguono le pubblicazioni di materiale inedito dal vivo da parte della Eagle Rock (in attesa di un eventuale album di studio postumo che pare fosse quasi pronto al momento della morte). Dopo il Live At Montreux 2010 esce ora questo Blues For Jimi che è la registrazione di un concerto tenuto al London Hippodrome (che è un famoso locale e non l’ippodromo di Londra, come mi è capitato di leggere) il 25 ottobre del 2007 in occasione delle manifestazioni per la ripubblicazione di Live At Monterey di Jimi Hendrix nel quarantennale della nascita degli Experience. In quella serata Gary Moore e il suo gruppo, con Darrin Mooney (ex Primal Scream) alla batteria e Dave Bronze al basso (già con Robin Trower, Procol Harum, Dr.Feelgood e il Clapton anni ’90 di From The Cradle) eseguono solo materiale hendrixiano e per tre brani, nella fase finale del concerto, si riunisce per l’ultima volta, la seconda versione degli Experience, quella con Billy Cox al basso e Mitch Mitchell alla batteria, che morirà poi nel 2008 proprio alla fine dell’Experience Hendrix Tour di quell’anno.

Gary Moore non è abitualmente considerato un epigono di Hendrix quanto piuttosto di Albert King per il Blues (ma ha suonato anche con l’altro King, B.B.) e soprattutto di Peter Green, il suo grande mentore, oltre naturalmente al suo lungo sodalizio con il grande amico Phil Lynott, leader dei Thin Lizzy dei quali ha fatto periodicamente parte. Ma nella sua carriera, iniziata nell’Irlanda di fine anni ’60, con il blues-rock psichedelico degli Skid Row e poi proseguita con il proto hard-rock di Grinding Stone, primo album solista del 1973, dove alla seconda chitarra c’era anche Philip Donnelly, grande chitarrista che ha suonato con Donovan, Townes Van Zandt e soprattutto nei bellissimi dischi di Lee Clayton, dove, se siete amanti della chitarra potreste avere delle belle sorprese, fine della digressione, dicevo che dopo Grinding Stone ha suonato del jazz-rock con i Colosseum II e poi si è dato ad un rock “duretto” che gli ha dato la fama ma non lo soddisfaceva completamente, tanto da tornare al Blues negli anni ’90 soprattutto nella formula del power-rock trio. Questa serata è l’occasione per tornare a Hendrix, musicista visto nella Belfast della sua adolescenza e che evidentemente deve avere lasciato delle tracce indelebili nella formazione musicale del giovane Gary, che una quarantina di anni dopo ha l’occasione per rendere omaggio al grande chitarrista di Seattle.

Premetto che sto recensendo Blues For Jimi qualche settimana prima dell’uscita e quindi non ho avuto l’occasione di vedere la versione video ma il CD audio basta e avanza e molti lettori so che sono ancora fedeli a questo formato e non amano DVD e Blu-Ray per ascoltare la musica. La qualità del suono è eccellente e la scelta del repertorio ha privilegiato i brani più celebri del repertorio di Jimi, come è giusto che sia per una serata celebrativa, i brani più “oscuri” si possono riservare per altri occasioni: e quindi, con il pedale del wah-wah quasi sempre innestato, si parte con una tripletta da sogno, Purple Haze, Manic Depression e Foxy Lady. Per una volta non è necessario illustrare la eccelsa qualità di queste canzoni, Gary Moore è in ottima serata a livello vocale e non sarò certo io a dovervi magnificare le sua qualità di chitarrista, assolutamente in grado di rendere onore a colui che tuttora viene considerato, a ragione, il più grande chitarrista della storia della musica rock, un uomo venuto da un altro universo. La serata scorre con The Wind Cries Mary, I Don’t Live Today, una non meglio identificata My Angel, Angel, una tiratissima Fire introdotta brevemente da Moore con i suoi modi spicci da irlandese e poi il trio di brani registrati con Cox e Mitchell, una lunga versione di Red House, dove il blues hendrixiano raggiunge il suo apice, Stone Free e Hey Joe, da dove tutto cominciò. Per il gran finale il gruppo ritorna per l’immancabile Voodoo Chile (Slight return). Tutto molto bello, solo un piccolo appunto, niente Little Wing?

Bruno Conti

P.s. Il video di YouTube viene dal Giappone perché laggiù Blues For Jimi esce una settimana prima per la Watd Records e anche in versioni CD+DVD e CD+ Blu-Ray, son forti 'sti giapponesi!

04/09/2012

Un Disco "Minore E Perduto" Di Uno Dei Grandi Della Chitarra! Peter Green Splinter Group - Blues Don't Change

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Peter Green Splinter Group -  Blues Don’t Change – Eagle Rock/Edel

Se vi capita di scorrere le classifiche sui 100 più grandi chitarristi rock di tutti i tempi che, periodicamente, sia Rolling Stone che Guitar Player pubblicano, Peter Green è sempre presente, addirittura in quella pubblicata da Mojo nel 1996 era al terzo posto. Nell’ultima di Rolling Stone del 2011 era comunque ancora ad un rispettabile 58° posto. Ovviamente (e giustamente) al 1° posto c’è sempre Jimi Hendrix e così sarà, presumo e spero, per l’eternità, anche se leggendo i commenti di lettori e fans (pirla) qualcuno si lamenta sempre. Forse perché nelle classifiche non appaiono Madonna o il chitarrista, se esiste, degli One Direction? Tornando a bomba, chi vi scrive ha sempre considerato Green uno dei grandissimi dello strumento e per il periodo 1967-1970 sarei propenso ad essere d’accordo con la rivista Mojo.

Ma come me la pensavano anche Gary Moore, BB King, Jimmy Page e Eric Clapton (suo predecessore nei Bluesbreakers di Mayall) che ne hanno sempre lodato il tono vellutato e dolce con quel magico vibrato. Tra i suoi fan ci sono anche Joe Perry, Steve Hackett e Andy Powell dei Wishbone Ash. Per proprietà transitiva, attraverso le storie di Page, anche Rich Robinson dei Black Crowes lo considera tra i grandi chitarristi. E, casualmente, mentre facevo delle ricerche per la recensione di Alvin Lee, mi sono imbattuto in una intervista dove anche Lee esprimeva la sua incondizionata ammirazione dicendo che Green era uno dei pochi chitarristi che quando faceva un assolo addirittura abbassava il volume della chitarra. E che dire di Santana che ha costruito parte dell’inizio della sua carriera su Black Magic Woman? Se vi capita di mettere le mani sul triplo CD Live At Boston Tea Party dei Fleetwood Mac, registrato nel febbraio del 1970, non lasciatevelo sfuggire perché in quel breve periodo Peter Green a livello creativo, secondo me, era addirittura superiore a Hendrix, poi omaggiato nell’orgia wah-wah di The End Of The Game dello stesso anno. Purtroppo quella fase della sua carriera, per le noti vicissitudini legate alla sua salute mentale, ha avuto un brusco stop e non si è mai ripetuta.

Ci sono stati vari tentativi di “ritorni”, un primo tra il 1979 e il 1984, ed un secondo, più riuscito, tra il 1997 e il 2003, con lo Splinter Group. Qui, coadiuvato da Nigel Watson, anche lui alla chitarra e seconda voce e agli inizi con Cozy Powell alla batteria, Green ha vissuto una fase della sua carriera dedicata al Blues primo amore: la chitarra raramente rilasciava “soli” degni della sua reputazione, la voce ormai era quello di un “vecchio” bluesman, un po’ spenta ma vissuta come quella dei musicisti neri da lui tanto ammirati. Questo Blues Don’t Change fa parte di quel periodo, pubblicato in origine nel 2001, veniva venduto solo sul suo sito e ai concerti (ma ha circolato), ora la Eagle Rock lo rende disponibile regolarmente ad un prezzo speciale.

Non è un disco da emozioni forti ma si lascia ascoltare in modo piacevole, sono quasi tutti classici del blues: da una ripresa del suo cavallo di battaglia, I Believe My Time Ain’t Long, un brano di Elmore James che era stato il primo singolo dei Fletwood Mac nel 1967, passando per Take Out Some Insurance dove Green si cimenta anche all’armonica, e ancora Honey Bee con una bella slide acustica, una energica Litte Red Rooster cantata da Watson.

Ogni tanto la voce si spezza e si riprende, come all’inizio di Don’t Start Me Talking. In Nobody Knows You When You’re Down And Out, cantata da Watson ma che potrebbe essere una sorta di metafora sulla vita di Peter Green, c’è un ottimo lavoro delle tastiere di Roger Cotton e in Help Me Through The Day la solista di Green si libra liricamente in ricordo dei vecchi tempi. Notevole anche una acustica e intensa Crawling King Snake. Per chi ama il blues e soprattutto quello che molti (a partire dal suo bassista John McVie) considerano il più grande chitarrista blues bianco, ovvero Peter Green, un disco non memorabile ma onesto e un po’ malinconico ricordando quello che fu!

Bruno Conti       

04/11/2011

Un Nome Bizzarro Per Un Grande Gruppo Anni '70! Be-Bop DeLuxe - Futurist Manifesto 1974-1978 The Harvest Years

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Be-Bop DeLuxe - Futurist Manifesto 1974-1978 The Harvest Years - 5CD - EMI Catalogue/Harvest

Nella stessa benemerita serie di cofanetti di ristampe della EMI Inglese dove sono usciti i Box di Frankie Miller, Hawkwind, Barclay James Harvest e  molti altri di cui vi ho parlato in queste pagine virtuali, è stato pubblicato di recente (un mesetto fa) anche questo Futurist Manifesto dedicato ai Be-Bop DeLuxe, la creatura di Bill Nelson, uno dei gruppi più sottovalutati del rock inglese anni '70 e questa raccolta potrebbe essere l'occasione per colmare una lacuna nelle vostre discoteche e nei vostri ascolti (la categoria della recensione è "carbonari" non a caso)!

Nati nel 1972 sono stati inseriti nel filone glam rock, ma quello del miglior Bowie se proprio vogliamo paragonarli al Duca Bianco, anche se Nelson ha sempre respinto questo accostamento, poi sono stati citati Roxy Music, King Crimson, Van Der Graaf, Pink Floyd, Frank Zappa e un po' di tutti questi elementi effettivamente confluiscono nella musica del gruppo. Ma se dovessi indicare un genere direi rock, puro e semplice, con tutte quelle influenze ma è proprio rock, anzi rock chitarristico, perchè Bill Nelson è uno dei grandi "guitar heroes"  misconosciuti della musica degli anni '70, un solista dalla tecnica notevole e con un gusto quasi unico per le sonorità più ricercate e raffinate. E sono stati anche un gruppo di successo in Inghilterra, i loro dischi navigavano spesso nei top 20 delle classiche britanniche di quegli anni e addirittura Live In The Air Age, che vedete indicato a parte perché purtroppo non è contenuto nel box in questione, è salito fino al 10° posto delle British Charts. Non male per un doppio disco dal vivo con il meglio dei loro concerti di quegli anni e pubblicato nel 1978 a termine carriera.

E si tratta di un disco fantastico (il CD uscito rimasterizzato nel 2004 è singolo) che s'ha da avere: una serie di brani dove lo stile "futurista" del gruppo viene sublimato in una serie di assoli di chitarra meravigliosi di Bill Nelson che culminano in una versione di Adventures In A Yorkshire Landscape che si colloca tra le pietre miliari del solismo rock di quegli anni, immaginate una via di mezzo tra un Gilmour meno "psych"ma con qualche spunto Blues che anche il chitarrista dei Pink Floyd ha nei suoi gusti e nel suo DNA, il Santana più melodico e il Peter Green più ricercato ed avrete una vaga idea di cosa aspettarvi. Questo disco non lo trovate nel quintuplo ma si trova a parte a prezzi comunque molto contenuti, per non dire economici.

Anche l'antologia, come le altre della serie, si trova a poco più (o poco meno) di 20 euro ed è una vera cornucopia di sorprese: si parte con il rock più tradizionale di Axe Victim e Futurama per approdare al sound influenzato dalla new wave e ancora dal Bowie berlinese (quello con Fripp & Eno) degli ultimi album Modern Music e Drastic Plastic e della postilla del 1979 Sound On Sound già a nome Bill Nelson's Red Noise che annuncia la svolta più elettronica della carriera successiva e che non trovate in questo disco.

Rimanendo a questo Futurist Manifesto, oltre a una serie di belle canzoni di grande spessore cantate con voce chiara, vibrante e "gentile, tipicamente inglese, troverete anche molti esempi dello stile chitarristico di Nelson una sorta di Tom Verlaine ante-litteram su questo lato dell'Oceano. Oltre ai cinque album di studio completi nel quinto CD c'è una serie di inediti in studio e soprattutto dal vivo veramente interessanti. E il suono ricavato dalla rimasterizzazione fatta negli Abbey Road Studios nel 2011 è veramente notevole, con qualche eccezione tratta dai remasters effettuati nel 2004 per i singoli album. Sinceramente io (oltre al Live) avevo un Best Of pubblicato una ventina di anni fa, Raiding The Divine Archive, e la differenza nel suono è veramente abissale.

Non male per un gruppo di cui non si ricorda neppure l'esatta grafia del nome, Be Bop o Be-Bop con la lineetta? Dovrebbe essere giusta la seconda grafica ma spesso sulle copertine dei CD si trova senza. Ma sono dettagli, l'importante è la musica che se seguirete il mio "consiglio d'acquisto" vi sorprenderà e anche per già li conosce c'è in ogni caso "trippa per gatti" in questo cofanetto!

E il jazz, nonostante il nome, non c'entra per nulla, forse qualcosa del jazz-rock di quegli anni.

Bruno Conti

22/10/2011

Un Ultimo Saluto? Gary Moore - Live At Montreux 2010

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Gary Moore – Live At Montreux 2010 – Eagle/Edel CD o DVD

La storia di Gary Moore al Festival di Montreux è lunga e risale fino agli inizi degli anni ’90 come è stato documentato dall’eccellente cofanetto di 5 CD Essential Montreux o dai vari DVD che si sono succeduti negli anni con le registrazioni delle sue partecipazioni alle serate del Festival svizzero ma la gran parte erano dedicate al suo repertorio diciamo “più Blues,” anche se nel corso della sua carriera il rock, prima con Skid Row, Thin Lizzy e gli album degli anni ’80 ha sempre avuto una notevole importanza. Anche la breve militanza nei Colosseum II ha evidenziato le sue grandi attitudini di guitar hero L’irlandese era forse un rocker prestato al Blues (e quindi un blues-rocker) o quella prima chitarra data da Peter Green al connazionale ha avuto un effetto indelebile sulle sue scelte di gran parte degli ultimi anni della sua carriera quando aveva deciso di dedicarsi con più regolarità a questo stile musicale.

Sarà un caso ma gli album migliori dopo Still Got The Blues che ha segnato una svolta nella sua carriera sono stati, a mio parere, quelli più bluesati: da After Hours all’eccellente Blues For Greeny, omaggio al suo mentore per arrivare fino a Old New Ballads Blues del 2006 quando erano le 12 misure del blues a guidare le sue scelte certi suoi “eccessi metallurgici” venivano meglio tenuti a freno. Indubbiamente Gary Moore è stato un grande chitarrista, forse non uno dei numeri uno ma sicuramente uno di quelli in grado di far confluire le varie influenze della sua musica in uno stile fluido e vario che incorporava le derive celtiche della sua terra con il rock muscolare e di gran classe dei Thin Lizzy (uno dei gruppi più sottovalutati della storia dell’hard rock dove però il vero protagonista era il suo grande amico Phil Lynott, autore e cantante dalle sopraffine qualità). Perché dobbiamo ammettere che la parte vocale è sempre stata il lato più debole della sua musica, sulla chitarra nulla da dire, la voce diciamo che non era il suo forte.

Anche questo concerto registrato al Festival di Montreux del 2010, che rimarrà la sua ultima partecipazione vista l’inattesa morte avvenuta quest’anno il 6 febbraio in Spagna per un attacco cardiaco, conferma luci e ombre dei suoi ultimi anni. Intanto segnala un ritorno al rock anche in attesa di un nuovo album che doveva essere registrato e del quale tre brani inediti fanno parte di questo album: Days Of heroes, un brano lizzyano che reitera con grande vigore quel connubio tra rock e arie celtiche già ben evidenziato da Over The Hills and Far Away (non quella dei Led Zeppelin) che apre il concerto, una rock ballad melodica e in crescendo come Where Are You Now  e nuovamente lo stile “irlandese” di Oh Wild One. Tre brani interessanti anche se non memorabili che fanno la loro bella figura nell’ambito del concerto, arricchiti come di consueto da una bella serie di assoli di chitarra. Nel mezzo ci sono Military Man un brano anni ’80 a firma Phil Lynott con una bella costruzione sonora, la prima parte sparatissima e poi una seconda parte più ricercata e raffinata come era tipico del bassista dei Thin Lizzy.

Il lungo Medley tra So far away e Empty Rooms è uno dei momenti topici del concerto con il classico lavoro di toni e coloriture sonore utilizzato nelle  parti strumentali con quelle note lunghe e lancinanti tipiche del suo solismo. Blood Of Emeralds che appariva in After The War era il suo tributo al grande amico Phil, colorato di Irlanda nella musica e nei testi, una delle sue canzoni più belle del periodo rock. Anche Out In The Fields era una collaborazione con Lynott, l’ultimo brano registrato dal colored irlandese ed apparso in Run For Cover l’album più saccheggiato per questo concerto dal vivo. Naturalmente non manca il blues, in un angolino ma sempre presente, molto tirata la versione di Walking By Myself, il trio di musicisti che suona con Moore non è il massimo della finezza ma ci danno dentro di gusto, anche troppo in certi momenti. Per Johnny Boy sfodera anche la chitarra acustica per un brano un po’ ruffiano che non è mai stato tra i miei preferiti, prima del gran finale con il cavallo di battaglia Parisienne Walkways uno dei suoi più grandi successi sempre scritto con Lynott e che è l’occasione per ascoltare per l’ultima volta il suo grande virtuosismo alla chitarra. Forse non il miglior live della sua carriera ma un onesto commiato per il rocker irlandese. Riposa in pace, se le case discografiche vorranno!

Il DVD ha due brani in più, Thunder Rising e Still Got The Blues.

Bruno Conti  

08/02/2011

Un Altro Che Non C'è Più! Gary Moore 1952-2011

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Robert William Gary Moore Belfast 4 aprile 1952 - Estepona 6 febbraio 2011

Arrivo in ritardo ma mi sembrava giusto ricordarlo in un Blog che si occupa di musica. Come ormai saprete Gary Moore se ne è andato nella notte del 6 febbraio in un hotel di lusso di Estepona in Spagna dove era in vacanza, per quello che pare essere stato un infarto.

In un'altra occasione, passata la buriana, magari gli dedicherò un ricordo più approndito: non sarà stato uno dei grandi della musica ma sicuramente un chitarrista di grande valore, quelli che si definiscono un po' pomposamente Guitar heroes.

In ogni caso grazie per tutto quello che ci ha regalato e RIP.

Questo è stato il suo maestro e mentore, Peter Green.

Bruno Conti