25 Anni Dopo E’ Ancora Un Capolavoro! R.E.M. – Automatic For The People 25th Anniversary

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R.E.M. – Automatic For The People – Craft/Concord/Universal 2CD Deluxe – 3CD/BluRay Super Deluxe

Se non ricordo male questo blog non si è mai occupato prima d’ora nel dettaglio delle ristampe dei R.E.M., nonostante siano già uscite le riedizioni di diversi album considerati dei classici del quartetto di Athens, principalmente Murmur, Lifes Rich Pageant, Green e, perché no, Out Of Time che oltre ad essere il loro album più famoso è comunque un gran bel dischetto. Ho però ritenuto doveroso fare un’eccezione per Automatic For The People, album del 1992 del gruppo, quasi all’unanimità ritenuto il loro capolavoro ed uno dei dischi di riferimento degli anni novanta, uno dei quei lavori da cinque stellette: siccome album meritevoli di un giudizio simile da almeno tre decadi sono merce rarissima, mi è sembrato giusto dedicare un post a questa edizione per i 25 anni, che esce in doppio CD ed in versione super deluxe con un terzo CD ed un BluRay, il tutto in un lussuoso formato LP con un bel libro allegato pieno zeppo di foto, note e con i testi dei brani (a differenza delle ultime uscite che erano in formato libro, tipo quelle dei Jethro Tull). Nel 1992 i R.E.M. erano reduci dallo strepitoso successo dell’album Out Of Time e soprattutto del singolo Losing My Religion, un brano che li strappò letteralmente dallo status di cult band e li fece conoscere in ogni lato del pianeta. Ma il gruppo formato da Michael Stipe, Peter Buck, Bill Berry e Mike Mills è sempre stato un combo formato da quattro persone normali, addirittura quasi schive, ed il successo esploso nelle loro mani li prese decisamente alla sprovvista, in quanto nessuno di loro aveva l’attitudine della superstar: basti pensare che a seguito di Out Of Time non fu intrapreso nessun tour (decisione suicida dal punto di vista del marketing, e nonostante tutto il disco vendette più di 18 milioni di copie), ma i quattro si misero subito al lavoro su quello che sarebbe appunto diventato Automatic For The People, facendolo uscire solo un anno e sette mesi dopo Out Of Time.

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E Automatic For The People arrivò praticamente ad eguagliare i dati di vendita del suo predecessore, un exploit eccezionale da imputare esclusivamente alla bellezza del disco, in quanto anche questa volta non ci fu nessuna tournée (ci sarà invece per il successivo Monster, 1994, forse anche a causa del fatto che fino a quel momento probabilmente si trattava del loro lavoro più debole) e neppure un singolo ammazza-classifiche come Losing My Religion. Sarebbe stato facilissimo per i quattro ragazzi sfornare un disco-clone di Out Of Time, ma invece fu presa la direzione diametralmente opposta: Automatic For The People è infatti un disco dalle atmosfere cupe e malinconiche, decisamente introverso e con testi che parlano spesso della morte, ma è anche un album pieno di canzoni splendide, sintomo di un momento di ispirazione irripetibile, il tutto nobilitato dalla produzione perfetta del solito Scott Litt, uno che è giusto considerare, almeno all’epoca, il quinto R.E.M. Il disco ebbe una gestazione un po’ problematica, in quanto venne inciso in cinque città diverse (Athens, New York, Miami, Atlanta e New Orleans), e ad un certo punto a Stipe venne anche il blocco dello scrittore: tutto fu però brillantemente superato, ed oggi posso affermare senza tema di smentita che Automatic For The People è ancora bello, fresco ed intenso come quando uscì 25 anni fa. Ci sono al suo interno almeno tre grandissime canzoni, a partire dallo straordinario primo singolo Drive, un pezzo che è tutto tranne che commerciale: una splendida ballata acustica ricca di pathos, con un bellissimo crescendo e, nei pressi del bridge, un lancinante intervento di chitarra elettrica doppiato dagli archi arrangiati dall’ex Led Zeppelin John Paul Jones.

Allo stesso livello sono anche la lenta Everybody Hurts, con un grande Stipe ed una melodia da pelle d’oca, e la deliziosa Man On The Moon, dedicata allo showman Andy Kaufman e che in seguito darà il titolo al biopic sul controverso attore americano, diventando uno dei brani più famosi del quartetto. Quasi allo stesso livello abbiamo The Sidewinder Sleeps Tonite, scintillante folk-rock che prende spunto inizialmente dal classico dei Tokens The Lion Sleeps Tonight per poi svilupparsi in maniera differente, e Nightswimming, pianistica, poetica e toccante. Altri brani che mi piacciono molto sono altre due ballate, la suggestiva Try Not To Breathe, di chiara ispirazione folk, e la malinconica ed intensa Find The River, che non so perché ma mi ha sempre fatto venire in mente il miglior John Denver; bella anche la mossa Monty Got A Raw Deal, con il bouzouki protagonista ed un’atmosfera da est europeo, ma dallo squisito ed immediato refrain. Sweetness Follows, Ignoreland e Star Me Kitten sono le uniche tre canzoni “normali”: forse l’unico che si può definire un riempitivo è il breve New Orleans Instrumental No. 1, un po’ fine a sé stesso.

Il secondo dischetto, presente sia nella versione doppia che in quella tripla, è una piccola chicca, in quanto riporta l’unico concerto che il gruppo tenne a supporto dell’album, una performance registrata nel Novembre del 1992 al 40 Watt Club di Athens (quindi a casa loro): ho detto “piccola” chicca perché ben dodici dei tredici pezzi totali erano già usciti come bonus su quattro CD singoli tratti da Monster, ma ovviamente risentire tutto il concerto intero (tra l’altro completamente rimasterizzato) è ben diverso, anche perché possedere tutti i CD singoli è roba da collezionisti accaniti. Lo show, patrocinato da Greenpeace, è intimo ma decisamente riuscito ed accattivante, con i nostri che smentiscono il luogo comune che li considera principalmente una studio band. Aiutati da John Keane al basso e steel guitar, Stipe e soci iniziano con le uniche quattro canzoni prese dal nuovo album, messe una di fila all’altra e tra le più belle: Drive, in una versione potente, elettrica e roccata, completamente diversa da quella del disco (e forse meno efficace), Monty Got A Raw Deal, Everybody Hurts e Man On The Moon. Si prosegue poi con una panoramica della carriera dei quattro, a partire da una applauditissima Losing My Religion, seguita dalla suggestiva ed emozionante Country Feedback (con una splendida steel), dalla tignosa e chitarristica Begin The Begin e dalla byrdsiana Fall On Me, un tripudio di coretti e jingle-jangle sound.

Dopo l’incalzante Me In Honey e la vigorosa Finest Worksong, nella quale viene fuori tutta l’urgenza rocknrollistica del gruppo, il concerto termina con una scintillante cover di Love Is All Around dei Troggs (cantata da Mills), unico vero inedito del CD, ed un medley travolgente tra Funtime degli Stooges e la loro Radio Free Europe. Il terzo dischetto, esclusivo per il box, propone invece venti demo tratti dalle sessions dell’album, a quanto pare mai circolati neppure nel circuito dei bootlegs: alcuni pezzi sono versioni differenti di brani del disco (Drive è già splendida anche in questa veste non rifinita), dei quali qualcuno con titoli diversi (Wake Her Up è The Sidewinder Sleeps Tonite, e naturalmente Bouzouki Song è Monty Got A Raw Deal), altri veri e propri works in progress con titoli improbabili (C To D Slide 13, che è una Man On The Moon embrionale alla quale mancano ancora le parole, 10k Minimal, Eastern 93111, Pakiderm, 6-8 Passion & Voc), mentre molti sono strumentali o semplicemente idee abbozzate. C’è anche qualche brano inedito, eliminato in quanto troppo simile allo stile di Out Of Time, come la solare Mike’s Pop Song, cantata dal Mills, o il folk-rock strumentale di Peter’s New Song, oltre ad una prima versione di Photograph, che nella sua veste definitiva (e con Natalie Merchant alla seconda voce *NDB E quando erano insieme facevano delle cose splendide https://www.youtube.com/watch?v=mBidZgnWw-w ) è offerta come bonus audio nel BluRay (che contiene il disco originale in due diverse risoluzioni e tutti i videoclips tratti dall’album).

Un terzo CD forse non strettamente indispensabile, ma interessante se volete conoscere la genesi di un grande disco. In seguito i R.E.M. non raggiungeranno più questi livelli di eccellenza (ci si avvicineranno con l’ottimo New Adventures In Hi-Fi, ma a me piace molto anche Reveal), ed è anche per questo che Automatic For The People è uno di quei casi nei quali la ristampa deluxe è pienamente giustificata, anzi direi doverosa.

Marco Verdi

Anche Senza Marc Olson Sono Sempre Loro, Quasi! Jayhawks – Paging Mr. Proust

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Jayhawks – Paging Mr. Proust – Sham Records

Dopo la reunion tra Gary Louris Marc Olson, sfociata nell’ottimo Mockingbird Time del 2011, sembrava che tutto fosse ritornato “pappa e ciccia” tra i due, ma durante il tour del 2011-2012 le vecchie tensioni che avevano portato alla prima divisione del 1995 https://www.youtube.com/watch?v=xAjOfDm-_mw  si sono presentate di nuovo e sembrava, stando alle parole di Olson, che i Jayhawks, in base ad un accordo tra entrambi, non avrebbero più dovuto andare in tour senza di lui, e Louris non avrebbe più dovuto cantare le canzoni scritte da Olson (quali, visto che le firmavano insieme?) https://www.youtube.com/watch?v=JFoDJowVtlQ . In effetti, quando mi era capitato di vedere Marc in una serata a Milano un paio di anni fa, con la compagna norvegese Ingunn Ringvold e con Michael McDermott James Maddock (non memorabile peraltro, la dimensione acustica non giovava a nessuno dei tre), aveva detto peste e corna della sua vecchia band, ricordando che il gruppo lo aveva “inventato” lui e le canzoni erano sue e “quell’altro” non si doveva permettere di cantarle. Cosa che puntualmente non è accaduta: i Jayhawks, perché di loro stiamo parlando, hanno continuato a fare tournée regolarmente https://www.youtube.com/watch?v=6iIPogL69hw , ed ora, a cinque anni dall’ultimo album e dopo il disco di Louris con gli Au Pair, pubblicano questo nuovo Paging Mr. Proust, l’ottavo album in studio della band (nono se contiamo anche il Bunkhouse Album), antologie, Live e dischi di rarità esclusi. Diciamo subito che senza Marc Olson, nonostante il titolo del post, non è del tutto la stessa cosa, quelle armonie vocali splendide, l’intreccio e l’alternarsi delle due voci che hanno influenzato decine di gruppi, negli anni ’90  del boom dell’alt-countty, un po’ ci mancano, ma il disco, come altri registrati senza Olson, per esempio gli ottimi Sound Of Lies Rainy Day Music in particolare, è sempre una perfetta fusione di country-rock classico, giri di accordi beatlesiani e morbido rock di eccellente qualità.

Anche loro hanno dovuto piegarsi alle nuove esigenze del mercato, per la prima volta il CD non esce per una major (o per una etichetta distribuita da una major, che è la stessa cosa) ma viene pubblicato dalla fantomatica Sham Records. Con Louris ci sono però tutti gli altri Jayhawks storici: da Marc Pearlman al basso a Tim O’Reagan alla batteria e alle armonie vocali, come pure Karen Grotberg alle tastiere e alle voci di supporto, in più, come co-produttori troviamo Tucker Martine (uno dei migliori al momento negli Stati Uniti, di recente all’opera con Decemberists, Edward Sharpe, M Ward, Sam Beam & Jesca Hoop Mavis Staples) e anche Peter Buck, presente pure come musicista, uno che di jingle jangle se ne intende. E nel disco suonano altri del giro R.E.M., come Mike Mills Scott McCaughey. A completare la formazione dei Jayhawks troviamo il secondo chitarrista Kraig Johnson, già con il gruppo una ventina di anni fa e anche nel giro Golden Smog Soul Asylum, oltre ad essere un vecchio componente dei Run Westy Run, che credo pochi ricordino, altra band storica di Minneapolis, come gli Husker Du, Replacements, e gli stessi Jayhawks. Come dicevo poc’anzi il disco è sempre immerso nel classico sound del gruppo, non tutti i brani sono memorabili, ma ad esempio l’iniziale Quiet Corners And Empty Stages è splendida, armonie vocali celestiali, la voce inconfondibile di Gary Louris, che era spesso la voce solista anche in passato, un ritornello da memorizzare e quelle chitarre sognanti ed aggressive al tempo stesso, sentito molte volte, ma è il loro marchio di fabbrica.

Lost The Summer è più grintosa e psichedelica, con chitarre acide e tocchi beatlesiani e porta la firma collettiva della band, mentre Lovers Of The Sun, del solo Louris, è più sognante ed elettroacustica, con il controcanto delizioso della Grotberg e la splendida voce di Gary che si libra su un tappeto sonoro raffinato. Pretty Roses In Your Hair ha qualcosa della costruzione sonora di un brano alla Neil Young vecchia scuola, forse troppo zuccherosa a momenti, anche se le chitarre, quasi ai limiti del feedback ( e il piano) ci sono e si sentono; con Leaving The Monsters Behind che è un bel pezzo rock, di nuovo a firma collettiva, di quelli che viaggiano tirati e spediti, vagamente alla Rem, le solite belle armonie, anche se il risultato finale non è  particolarmente memorabile. Isabel’s Daughter è ancora un brano tipico del songbook di Louris, quel misto di country-rock, west-coast, Beatles e melodie avvolgenti che da sempre si trova nel DNA di questo autore, il mandolino potrebbe essere Mike Berry?

Ace, la canzone più lunga, di nuovo psichedelica e oscura, non mi sembra un granché, forse l’unica, al di là delle chitarre trattate, mi pare ci sia parecchia aria fritta, meglio The Devil In Her Eyes, dove l’armonica di Louris ci porta ancora a quel sound younghiano e country-rock dei loro brani migliori, arricchito dalle solite piacevoli armonie vocali e da un paio di break chitarristici spigolosi e cattivi. Comeback Kids ha quel suono alternative-rock dei primi R.e.m. e qui c’è forse lo zampino di Buck, però non è tra i brani migliori, anche se è tutt’altro che brutta, forse un po’ irrisolta. The Dust Of Long-Dead Stars è il pezzo più rock di questo album, un ritmo galoppante, chitarre in evidenza e una “cattiveria” inconsueta nel sound della band, bel pezzo. E niente male anche Lies In Black And White, altro pezzo complesso e raffinato di puro Jayhawks sound, manca forse la voce di Olson, ma non si può avere tutto dalla vita, Louris cerca di sostituirla con la sua armonica, secondo me riuscendoci. Conclude il tutto I’ll Be Yout Key, un pezzo acustico, cantato in falsetto da Gary, “moolto” Neil Young.

Quindi nell’insieme direi più luci che ombre, il nome non viene “profanato”, come sembrava temere Marc Olson, anzi i Jayhawks, dopo trenta anni in pista, sono sempre vivi e pimpanti. Esce il 29 aprile.

Bruno Conti

Più Che Terribile, Bellissimo, Il Disco ! Decemberists – What A Terrible World, What A Beautiful World

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Decemberists – What A Terrible World, What A Beautiful World – Rough Trade/Self

La storia dei Decemberists inizia nel 2000 in quel di Portland, quando un ragazzo nativo del Montana Colin Meloy, insieme al bassista Nate Query e alla organista Jenny Conlee, con la collaborazione del chitarrista Chris Funk e del batterista Ezra Holbrook, pubblicano in maniera artigianale il primo EP 5 Songs (01), dischetto che li lancerà verso la produzione musicale professionale, poi avviata con il primo album ufficiale Castaways And Cutouts (02), dove la band svaria tra dolci melodie, arrangiamenti ariosi e anche una lieve forma di psichedelia. Il secondo lavoro dei Decemberists vede l’entrata in formazione di Rachel Blumberg (alla batteria e seconda voce), Her Majestic (03) è  un disco che coniuga sonorità rurali con l’aggiunta di archi e fiati, una sorta di “concept-album” dedicato ad un tema specifico, formula che si ripropone con Picaresque (05), un lavoro più folk con sprazzi pure di sonorità vicine al pop più “raffinato”, a cui fanno seguire The Crane Wife (06), una “miscellanea” di suoni che vanno da richiami seventies, alla psichedelia, e persino intriganti danze gitane.

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Il grande salto arriva con The Hazard Of Love (09), una vera e propria opera-rock dove danno il loro contributo una serie di ospiti (tra i quali Robyn Hitchcock), con una prima parte composta da ballate e madrigali, e una seconda che si affida ad un rock classico, caratterizzato da un suono progressivo e psichedelico e che prende in parte le distanze dal folk degli esordi, per poi arrivare alla maturità con lo splendido The King Is Dead (11), con una fisionomia quasi “indie-rock” (certificata in tre brani del disco) con la presenza del chitarrista dei R.E.M. Peter Buck e di Gillian Welch, seguito da un EP di inediti Love Live The King (11) http://discoclub.myblog.it/2011/11/06/la-band-dell-anno-the-decemberists-long-live-the-king/ , arrivando poi al primo live ufficiale del gruppo, We All Raise Our Voices To The Air (12), dove si evidenzia ancora una volta la bravura della formazione (che nel corso degli anni, ha annoverato tra i suoi componenti anche Petra Haden, e turnisti di valore come la brava Lisa Molinaro, Jesse Emerson e David Langenes), sempre capitanata dal quarantenne Colin Meloy.

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Questo nuovo lavoro prodotto come di consueto da Tucker Martine (My Morning Jaket, Neko Case e la moglie Laura Veirs tra i suoi clienti ), vede la line-up del gruppo composta oltre che dal cantante, chitarrista  e compositore Meloy, da Jenny Conlee alle tastiere, piano e fisarmonica, Nate Query al basso e contrabbasso, il “nuovo” John Moen alla batteria e percussioni e il multi strumentista Chris Funk ,(che nel frattempo hanno avviato anche una carriera parallela con i Black Prairie) per quattordici brani pervasi da un senso cristallino della melodia, su un consueto impianto folk-rock. Si parte con The Singer Addresses His Audience una ballata acustica, dove spicca la coralità delle voci, seguita dalla baldanzosa Cavalry Captain, una gioiosa sinfonia come Philomena, che ricorda i favolosi anni ’60,  passando per il pomposo pop del singolo apripista Make You Better https://www.youtube.com/watch?v=Xq76aQRmbQA ,  e la trama sonora pianistica e chitarristica di Lake Song https://www.youtube.com/watch?v=_cErckfwG_8 . Con Till The Water’s All Long Gone si ritorna alla ballata elettroacustica, mentre The Wrong Year è ariosa e frizzante, di tutt’altro tenore la sofferta The Wrong Year con arpeggi di chitarra alla Bruce Cockburn https://www.youtube.com/watch?v=98XFrVREkm8 , per poi volare in Irlanda con Carolina Low e Anti-Summersong  in compagnia di violini, bouzouki e fisarmoniche. Ci si avvia al finale con la western-song Easy Come, Easy Go, un altro brano di spessore come Mistral, andando a chiudere con una ballata romantica come 12/17/12 (con una bella armonica che accompagna la melodia), e una meravigliosa A Beginning Song che inizia dentro una cornice acustica, per poi svilupparsi attraverso un crescendo alla Mumford & Sons https://www.youtube.com/watch?v=Cm6xtkX_Dvs .

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Passano gli anni, ma Colin Meloy non perde occasione di confermarsi un grandissimo cantastorie (dentro e fuori dai Decemberists), con un gruppo che rimane sempre fedele a sé stesso, e che negli anni, con merito e coerenza, ha consolidato la propria posizione di riferimento nel grande panorama della musica indipendente americana, e non solo. Le illustrazioni del CD, sono curate, com’è consuetudine, dalla moglie di Meloy, Carson Ellis!

Tino Montanari

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*NDB Per i più “ricchi” tra voi esistono anche delle versioni Deluxe dell’album, che trovate qui http://www.myplaydirect.com/the-decemberists/features/33948334

Novità Di Agosto Parte IIa. John Mayer, Tedeschi Trucks Band, Justin Currie, Travis, Mark Kozelek & Desertshore, Tired Pony

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Siamo alla seconda decade di agosto, fra poco, e le novità disografiche continuano ad uscire a raffica, oltre alle ristampe di Then Play On dei Fleetwood Mac e al box set quadruplo dei Jimi Hendrix Experience sono in uscita, martedì 20 agosto, parecchi altri titoli interessanti, che vi propongo divisi in due parti, tra oggi e domani. Partiamo con un terzetto interessante.

John Mayer, per il momento, pare avere optato per questo nuovo sound West-coast californiano come nel precedente Born And Raised. La produzione di Don Was e lo stile alla Jackson Browne di questo Paradise Valley in uscita per la Columbia vanno benissimo, ma i duetti con Katy Perry e Frank Ocean erano indispensabili? Probabilmente per vendere sì. Comunque è meglio di quanto sembra sulla carta, le sue due anime, quella Claptoniana e quella alla James Taylor convivono molto bene, le pedal steel dell’iniziale Wildife si alternano ai “fuochi d’artificio” del duetto Who You Love, assai morbido, con la Perry, che si adegua allo stile di Mayer. Che comunque non rinuncia a una bella cover di Call Me The Breeze di JJ Cale. Le armonie vocali sono a cura di Lisa Fischer e Bernard Fowler, in “vacanza” dagli Stones, la citata pedal steel la suona Paul Franklin, le tastiere Chuck Leavell anche lui della touring band degli Stones, e se serve, Mayer ogni tanto scalda la sua solista. Ascoltato velocemente non mi sembra male.

Un altro che la chitarra la suona alla grande è Derek Trucks, anche lui spesso ospite ai Crossroads Festival di Eric Clapton, e con la moglie Susan Tedeschi, da qualche anno a questa parte ha dato vita alla Tedeschi Trucks Band. Dopo l’ottimo doppio Live, Everybody’s Talkin’ dello scorso anno, con cadenza annuale esce, sempre per la Sony Masterworks, il secondo album di studio, Made Up Mind, che sembra anche migliore dell’ottimo Revelator del 2011. Sono già in metà di mille, Ok diciamo undici, ma per questo disco non hanno rinunciato ad utilizzare una serie di ospiti notevole: Doyle Bramhall II, che è anche il co-produttore, John Leventhal, Gary Louris dei Jayhawks, Eric Krasno che era nei Lettuce e nei Soulive, oltre alla bravissima cantautrice Sonya Kitchell. Non mancano George Reiff e Pino Palladino come bassisti aggiunti. Il sound è sempre quello classico alla Delaney & Bonnie, tra blues, rock, soul, con l’aggiunta dell’anima jazz e jam improvvisativa di Derek. Non manca il boogie-rock come nell’iniziale tirata title track ed i vari ospiti contribuiscono anche come autori in vari brani dell’album che contiene tutto materiale originale scritto appositamente per l’occasione. Le due ballate, It’s So Heavy e Sweet and Low sono cantate divinamente da Susan Tedeschi. Il resto ve lo dico nei prossimi giorni in un Post apposito, appena ho finito di ascoltare il CD per bene. Ottimo comunque.

Il nome Justin Currie dirà sicuramente qualcosa ai fedeli lettori di questo Blog: in effetti si tratta proprio dell’ex Del Amitri, giunto con questo Lower Reaches al suo terzo album da solista. L’etichetta non è più la Rykodisc ma anche lui è dovuto diventare “indipendente” su Ignition Records. Quest’anno si festeggerebbero i trent’anni della sua vecchia band scozzese (erano di Glasgow) e anche se il suono è sempre più americano, il disco, ad un ascolto veloce, mi pare bello, con la voce evocativa di Currie al servizio di una bella serie di ballate. Se non lo conoscete varrebbe la pena di esplorare questo disco e anche qualche uscita del vecchio gruppo, i primi quattro, Del Amitri, Waking Hours, Change Everything e Twisted sono uno più bello dell’altro.

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Un altro terzetto di valide uscite.

Sembra quasi che le metta in fila volutamente (ma forse sì?). Anche i Travis di Fran Healy vengono da Glasgow e giungono all’ottavo album con questo Where You Stand, disponibile pure in versione doppia Deluxe con alcune tracce video. Etichetta nuova anche per loro, la Red Telephone Records, che fino allo scorso album era distribuita dalla Fontana del gruppo Universal. Ma ormai è dura per tutti. Il gruppo continua a proporre il classico pop sofisticato dei vecchi album ma gli hits faticano ad arrivare e infatti il precedente Ode To J. Smith del 2008 era stato il primo a non entrare nei Top 10 delle classifiche britanniche arrivando “solo” al 20° posto. Nel frattempo Fran Healy ha pubblicato anche un disco come solista nel 2010 Wreckorder, che non era male, ma non se lo erano filato in molti, pur avendo tra gli ospiti il cantante dei Noah and The Whale, Neko Case e Paul McCartney. Magari se lo trovate in offerta fateci un pensierino. Questo nuovo l’ho sentito poco, non mi esprimo, magari trovo un volontario per recensirlo sul Blog.

Mark Kozelek continua impeterrito a fare uscire nuovi album, questo Mark Kozelek and Desertshore è il quarto che esce nel 2013. D’altronde lui, da parecchi anni, ha la propria etichetta, la Caldo Verde per distribuirsi i suoi album. Il nuovo CD mi sembra uno dei migliori da qualche anno a questa parte, intanto è il primo con un gruppo da illo tempore e i musicisti sono quelli che avevano suonato con lui nei Sun Kil Moon e nei Red House Painters. Se avete amato questi gruppi il CD potrebbe essere una piacevole sorpresa.

Oggi finiamo con un altro mini supergruppo, i Tired Pony. Magari il nome non dice molto, ma The Ghost and The Mountain è già il secondo disco che pubblicano, questa volta per la Polydor/Universal, dopo uno edito a livello indipendente per la Mom and Pop Music nel 2010. Chi sono costoro? Due degli Snow Patrol, il cantante Gary Lightbody che è il leader del gruppo e Iain Archer, con la moglie Miriam Kaufmann al seguito, il produttore Jacknife Lee, Richard Colburn dei Belle and Sebastian e gli ex-Rem, Scott McCaughey e Peter Buck, con Minnie Driver aggiunta alle armonie vocali. Non l’ho sentito quindi non vi so dire. Il primo era un buon disco di rock alternativo americano, lato morbido e a giudicare dal singolo siamo da quelle bande!

Domani il seguito.

Bruno Conti

“Potere E Gloria” Di Un Songwriter! Bill Mallonee

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Bill Mallonee – The Power & The Glory Self-released– 2012

A distanza di sette anni dall’ultimo lavoro Friendly Fire (2005) (ma ne ha pubblicati altri 3 di difficile reperibilità, come quest’ultimo), torna Bill Mallonee, ex-leader dei Vigilantes of Love, che sono stati una delle più fertili e ignorate formazioni del circuito roots-rock, attivi dalla fine degli anni ’80 e veri precursori del suono “americana”. Purtroppo il talento di Bill non è mai stato troppo valorizzato, nonostante amicizie importanti (per esempio Peter Buck dei R.E.M.) e alcuni album davvero notevoli per sostanza, qualcuno inciso anche per la prestigiosa Capricorn Records (su tutti per chi scrive Blister Soul  del 1995). Per inquadrare meglio il personaggio di cui stiamo parlando, questo “longevo” songwriter di Athens in Georgia (una carriera che dura da più di 20 anni), è stato inserito dalla prestigiosa rivista musicale Paste, fra i 100 autori viventi più importanti (per gli amanti delle statistiche al 65° posto).

L’amore profondo per la musica di artisti quali Dylan e Neil Young, ha lasciato un segno indelebile nella sua scrittura, che spazia da un folk-rock lirico a energiche ballate che ricordano lo Young appena citato, fino a brani che riportano ai tempi del “college rock” americano dei primi R.E.M.. In questo The Power & The Glory, Bill Mallonee (voce, chitarre e armonica), si affida ad una sezione ritmica collaudata formata da Bert Shoaff al basso e Kevin Heuer alla batteria e percussioni, mentre la novità è rappresentata dalla presenza della graziosa moglie Muriah Rose al piano, organo e voce, che si dimostra ideale contrappunto alle varie tematiche musicali del marito.

Le iniziali Carolina, Carolina e The Shakers & Movers sono puro rock’n’roll con riff di chitarra e feedback, mentre la seguente Just to feel the Heat sembra uscita dai solchi del grande Tom Petty. From the Beats Down to the Buddha è una ballata aperta dall’accompagnamento classico, chitarra, organo e basso, con una melodia memorizzabile, mentre Go To Sleep With the Angels è forse il brano più normale del disco. The Ghost That I Run With è un country rock cadenzato dal refrain orecchiabile, cui segue un’ariosa Stop Breaking’ Down che piacerebbe di sicuro a Willie Nile.

Bring You Around ha una base puramente rock ed un ritornello vincente, mentre Spring in Your Spirit è una ballatona affascinante, dallo script solido come una roccia ed un accompagnamento tenue ma di grande impatto, con la Muriah Rose al controcanto. Grande brano. Si alza il tiro con Keep The Home Fires Burning che sembra suonata dai mai dimenticati Crazy Horse, seguita dalla folkeggiante Ever Born Into This World, inizio attendista, ma poi si sviluppa in un “sound” aperto e ruspante. Chiude il disco la lunga Wide Awake With Orphan Eyes dal ritmo sostenuto e chitarre in spolvero nella parte centrale, un brano generoso con tanto “feeling”.

Bill Mallonee è un autore coi fiocchi (anche per quanto riguarda le liriche), scrive canzoni corpose, classiche, piene di sostanza, suonate in maniera impeccabile e senza sbavature, accompagnate da una voce molto espressiva con influenze talvolta “dylaniane”.  In definitiva una qualità medio alta (sarebbe un peccato non ascoltare queste incisioni), che segna in ogni caso un ritorno positivodopo una lunga pausa di Mr. Mallonee. Bentornato!

Tino Montanari