Reckless Kelly, E Sai Cosa Aspettarti! Il Nuovo Album Sunset Motel

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Reckless Kelly – Sunset Motel – No Big Deal Records/Thirty Tigers

Se qualcuno si chiede il perché del titolo, lo spiego subito. Ultimamente sta capitando abbastanza di frequente che gruppi e solisti che avevano ricevuto buone critiche e di conseguenza acquisito una certa credibilità in un determinato ambito o genere musicale, poi, con improvvisi voltafaccia, hanno mutato il loro approccio stilistico anche in modo drastico. E fin qui non ci sarebbe nulla di male, se il cambiamento è orientato verso un miglioramento della propria musica, ma se è solo, almeno a parere di chi scrive, per meri fini commerciali (anche se vengono quasi sempre addotte ragioni di ricerca ed evoluzione del suono verso nuove frontiere sonore e stilistiche), si possono segnalare a fans e potenziali seguaci queste deviazioni sostanziali dal percorso originale, che non sempre corrispondono ad una evoluzione ma, in alcuni casi, di nuovo parere personale, sono una involuzione. Mi vengono in mente, in tempi recenti, i dischi degli Head And The The Heart, di Bon Iver, dei Needtobreathe, e andando a ritroso, Arcade Fire, Kings Of Leon, Mumford And Sons e molti altri. Si aggiunge un sintetizzatore qui (anche più di uno), un campionamento là, una batteria elettronica, dei coretti spesso insulsi, dei ritmi dance o anche semplicemente del pop molto “lavorato”, che rende gran parte dell’attuale produzione omologata ad un suono standard: tradotto, i dischi sono uguali fra loro, è difficile capire chi sia Tizio e chi Caio, tanto suonano tutti allo stesso modo, e tutti sono felici, più o meno.

Quindi di quei gruppi camaleontici (e nel caso non è inteso come un complimento), su questo Blog leggerete solo a livello di ammonimento, poi ognuno è libero di scegliere cosa ascoltare, ci mancherebbe. E veniamo dunque ai Reckless Kelly: non aspettatevi un capolavoro assoluto e neppure grandi novità, appunto, ma dal quintetto dell’Idaho (dove ritornano solo per l’annuale rimpatriata con i fratelli nella Braun Brothers Reunion, mentre i loro primi passi li hanno mossi a Bend nell’Oregon), basato in Texas da  parecchi anni e che quest’anno festeggia il ventesimo anniversario di carriera, possiamo attenderci del classico Texas Country Rock, della Red Dirt Music, ma anche del roots rock, per quanto il tutto sia irrobustito da ampie iniezioni di classico rock americano chitarristico, energico e volendo, perché no, anche commerciale e forse a tratti scontato, ma genuino e di sani principi. I dischi dei fratelli Willy e Cody Braun probabilmente non brillano per originalità, ma gli elementi citati poc’anzi, magari miscelati in modo diverso, ci sono. Nel precedente album http://discoclub.myblog.it/2013/09/16/rockin-in-texas-sotto-la-luna-reckless-kelly-long-night-moon/, qualcuno aveva letto spostamenti verso un suono più levigato (ma non Tino, estensore delle note di cui sopra), mentre in questo nuovo Sunset Motel ci sono alcuni brani dove il rock si fa più ruggente e chitarristico.

Partiamo proprio da questi: Radio, dove la manopola dell’apparecchio, dopo qualche giro, si ferma su un brano rock e tirato, a tutte chitarre, quella solista di David Abeyta, che è anche il produttore e ingegnere del disco, la ritmica di Willy Braun e in aggiunta, la chitarra di Micky Braun (il fratello minore, leader di Micky And The Motorcars), e pure il bassista Joe Miller aggiunge la sua 6 corde, per cui il suono viaggia con poderosi power chords tra Stones, Black Crowes e il classico rock americano anni ’70, con l’organo dell’ospite Bukka Allen ad aumentare il poderoso muro di suono del brano. E nei vari brani del disco ci sono spesso due chitarristi, Chris Masterson Dusty Schafer, oltre alla pedal steel di Marty Muse: prendiamo un pezzo come Buckaroo, di impostazione chiaramente più country, una energica ballata mid-tempo, con la bella voce di Willy Braun, sempre in piacevole evidenza in tutto il CD, ben sostenuta dalle eccellenti armonie vocali dei vari componenti la band, ma sia la solista in modalità slide, quanto la lap steel e le altre chitarre donano una patina di grinta e vigore, sempre bene accette. Volcano è un altro esempio di classico country-rock di buona fattura, mentre Give It Up è un ulteriore pezzo dove il rock e le chitarre si fanno largo tra le belle melodie del gruppo, con Moment In The Sun che ha addirittura afflati springsteeniani dalla propria parte.

Il resto dell’album è appannaggio di ballate e pezzi country spesso di buon livello: dal Red Dirt country dell’iniziale, eccellente, How Can You Love Him (You Don’t Even Like Him), dove il suono della pimpante armonica di Cody Braun, si insinua tra i fraseggi delle chitarre e dell’organo, ben supportati dalle immancabili armonie vocali. Willy Braun, che scrive tutte le tredici canzoni dell’album, come detto, ha una voce duttile e in grado di padroneggiare sia i momenti più grintosi come le ballate più intime tipo la title-track, dove le chitarre acustiche, il piano e il violino prendono il sopravvento, ma una slide malandrina si insinua comunque tra le pieghe della canzone. Molto piacevole anche The Champ, ancora classico country-rock di marca texana, con una batteria dal suono comunque sempre “umano” , una melodia sentita mille volte (probabilmente, volendolo cercare, il limite maggiore dell’album) ma che si ascolta con piacere. Ancora l’armonica a fornire un’impronta tra delizioso country texano e certe ballate del primo Neil Young, per la lenta e cadenzata One More One Last Time. Anche Forever Today rimane su queste coordinate sonore, forse un pizzico di zucchero di troppo, ma l’aria malinconica giova alla canzone. La pedal steel è la protagonista dell’avvolgente Who’s Gonna Be Your Baby Now, con l’aggiunta di un bel break chitarristico che ne vivacizza la parte centrale. Sad Song About You , con le chitarre elettriche e il violino in bella evidenza, potrebbe ricordare certe ballate squisite degli Avett Brothers.

Chiude un album onesto e di buona qualità l’acquarello elettroacustico di Under Lucky Stars.

Bruno Conti