Ecco Un Altro Di Cui Sentiremo Ancora Parlare! Parker McCollum – Probably Wrong

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Parker McCollum – Probably Wrong – PYM CD

Per la serie Giovani Texani Crescono, Parker McCollum è un country-rocker nato 25 anni fa a Conroe, una cittadina appena fuori da Houston, e che vive da diversi anni ad Austin: nel 2015 ha pubblicato il suo primo album, The Limestone Kid, che ha fatto drizzare le antenne a molti all’interno del Lone Star State, al punto che il suo secondo lavoro, Probably Wrong, del quale mi accingo a parlare (risultato di due EP usciti nel 2017 messi insieme, con l’aggiunta di due pezzi nuovi), è stato prodotto dal grande Lloyd Maines, ovvero il miglior producer texano in circolazione. E Probably Wrong è un signor disco di pura Texas country music: Maines si è limitato a fornire il suo apporto in consolle, sempre lucido e pulito, ed a mettere a disposizione una serie di sessionmen di valore (tra cui Dustin Schaefer, ex chitarrista di Micky And The Motorcars, Jason Newberry al basso, Beau Johnson alla batteria e Charlie Magnone alle tastiere, oltre allo stesso Lloyd a varie chitarre, dobro e steel), ma il resto è tutta farina del sacco di Parker.

Ed è farina di prima qualità, brani di puro country-rock elettrico e vibrante, con le ballate al minimo sindacale, gran ritmo e feeling a profusione, oltre ad una facilità di scrittura che non è da tutti in età così giovane. Un disco quindi da godere dal primo all’ultimo brano, senza cedimenti di sorta, perfetto se vi piace il vero country fatto come si deve. Che l’album sia di quelli giusti lo si capisce dall’iniziale Memphis Rain, un country-rock pimpante e dalla melodia fluida e diretta, con una strumentazione scintillante: intravedo qualcosa del miglior Robert Earl Keen, un altro dei grandi texani. La limpida South Of The City Lights è una splendida canzone in puro stile country & western, e con un altro refrain di presa immediata, Lonesome Ten Miles è quasi più rock che country, organo e chitarre in testa, tempo cadenzato ed un motivo trascinante, un brano che coniuga brillantemente ottima musica e fruibilità: solo tre canzoni e sono già dentro al disco al 100%. I Can’t Breathe è una ballata cantata con grande trasporto, punteggiata inizialmente solo da piano e chitarra, ma poi entra il resto del gruppo (e l’accompagnamento è elettrico), per un brano che ha il sapore degli anni settanta.

Una slide introduce la grintosa The Truth, un rock’n’roll texano davvero irresistibile, è un’impresa tenere fermo il piede, mentre Misunderstood è una country ballad tersa e solare, decisamente gradevole e che mi ricorda un po’ il Jimmy Buffett dei primi album, prima che prendesse del tutto la via dei Caraibi. Things Are Looking Up è puro Texas country, con un delizioso assolo chitarristico e la bella steel di Maines alle spalle, Blue Eyed Sally è un bellissimo pezzo elettroacustico tra country e bluegrass, ancora caratterizzato da una melodia cristallina; il CD si chiude con la squisita Learn To Fly, altro brano limpido che cattura al primo ascolto, e con la tenue Hell Of A Year, una rara ballata lenta del nostro, ma anch’essa pienamente riuscita. Parker McCollum è un giovane di indubbio talento, e Probably Wrong lo testimonia alla grande: da non sottovalutare.

Marco Verdi

Dal Vivo E Dal Texas! 1: Robert Earl Keen – Robert Earl Keen – Live Dinner Reunion

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Robert Earl Keen – Live Dinner Reunion – Dualtone 2CD

Robert Earl Keen, texano doc, è uno dei migliori countrymen venuti fuori dal Lone Star State (e non solo) negli ultimi trent’anni. Diretto discendente della scuola cantautorale di Townes Van Zandt e di Guy Clark, Robert ha sempre affiancato alle sue ballate tipicamente texane brani dal piglio più elettrico, diventando in breve tempo un autore tra i più considerati e più coverizzati: le sue canzoni sono state infatti interpretate negli anni da un largo range di artisti di primo piano, come Joe Ely, The Highwaymen, Dixie Chicks, Lyle Lovett, George Strait e Nanci Griffith. Keen è sempre stato uno che ha pensato a lungo i propri album, ed infatti ne ha pubblicati soltanto 12 in 32 anni di carriera, ma con risultati qualitativi sempre ottimi, dall’esordio di No Kinda Dancer, allo splendido A Bigger Piece Of Sky (ancora oggi il mio preferito), passando per i notevoli Gringo Honeymoon, Picnic, Gravitational Forces ed arrivando ai più recenti The Rose Hotel e Ready For Confetti. Ad una discografia di studio numericamente parsimoniosa Robert ha sempre affiancato un’attività live molto densa, ed il numero di dischi dal vivo pubblicati negli anni, ben sei escluso quello di cui sto per scrivere, è sintomatico.

Live Dinner Reunion, il suo nuovo doppio CD (che, come dicevo, è il settimo registrato on stage), è però un album particolare, in quanto è il seguito, esattamente vent’anni dopo, di N. 2 Live Dinner, il suo lavoro live più famoso e di successo, una sorta di greatest hits dal vivo dell’epoca: questo nuovo lavoro è la versione 2.0 di quell’album, e come allora è stato registrato al mitico Floore’s, un country store & restaurant aperto da ben 70 anni nel piccolo centro di Helotes, appena fuori San Antonio, e dal quale sono passate tutte le massime leggende della musica texana. Live Dinner Reunion è il disco dal vivo definitivo per Keen, vuoi per il fatto che prende in esame i pezzi più noti di tutta la sua carriera, vuoi per il fatto che è inciso e prodotto con tutti i crismi (da Lloyd Maines, il miglior produttore texano in circolazione), ma anche per il nutrito numero di ospiti di prestigio presenti per duettare con Robert. E poi, naturalmente, c’è proprio Keen, a suo agio come non mai sul palco (ed il pubblico è caldissimo e conosce tutti i brani a menadito), intrattiene alla grande durante tutte le 17 canzoni presenti (le tracce indicate sulla confezione del CD sono 26, ma nove sono dialoghi e presentazioni), accompagnato da una solidissima band di sei elementi guidata dal chitarrista Rich Brotherton, con la steel guitar ed il dobro di Marty Muse, il mandolino di Kym Warner, il violino indiavolato di Brian Beken, e l’ottima sezione ritmica formata da Bill Whitbeck al basso e Tom Van Schaik alla batteria.

Non mancano le tipiche ballate polverose ed arse dal sole del nostro, come la fluida e distesa Feelin’ Good Again, che apre la serata, la western oriented I Gotta Go e l’honky-tonk Merry Christmas From The Fam-O-Lee, amatissima dal pubblico; è rappresentato molto bene anche il lato rockin’ country di Keen, con l’epica Gringo Honeymoon, texana al 100%, il divertente rock-grass Hot Corn, Cold Corn, la strepitosa Shade Of Gray, un racconto western dal pathos enorme, ed una sfavillante versione tutta ritmo della splendida Amarillo Highway, uno dei classici di Terry Allen (che avrei voluto vedere sul palco con lui, ma non si può avere tutto). E poi ci sono gli ospiti, nomi che danno lustro alla serata ed al songbook di Keen, a partire dal grande Lyle Lovett con la languida This Old Porch (scritta proprio con Robert) e con il classico di Jimmie Rodgers T For Texas, proposta in una deliziosa versione elettroacustica, seguito dal bravo Cory Morrow con l’intensa I’ll Go On Downtown, una delle più belle ballate dello show, e da Bruce Robison con la splendida No Kinda Dancer, una delle più conosciute del nostro. Tre ospiti nel primo CD e tre anche nel secondo: Cody Braun (Reckless Kelly) nella saltellante Wild Wind, puro country, Cody Canada nella lunga Lonely Feelin’, un brano folkeggiante di grande impatto, con una parte centrale chitarristica da urlo, ma soprattutto il grande Joe Ely nello splendido finale di serata, con la formidabile The Road Goes On Forever, la signature song di Keen, valorizzata dalla carismatica voce di Joe che non ha perso un’oncia della sua bellezza (e non è un duetto, canta solo Ely).

Non c’era bisogno di questo Live Dinner Reunion per confermare che Robert Earl Keen è uno dei più validi songwriters texani in circolazione, ma se amate il genere il suo acquisto diventa quasi d’obbligo.

Marco Verdi

Altri Ripassi Per L’Estate: Dal Texas L’Ultimo “Troubadour”? Matt Harlan – Raven Hotel

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Matt Harlan – Raven Hotel – Berkalin Records

Con questo nuovo lavoro Raven Hotel (uscito la scorsa primavera), ritorna uno dei migliori e, purtroppo, più sconosciuti talenti della nuova canzone d’autore texana, quel Matt Harlan che con l’esordio con Tips & Compliments (10) è stato in lizza una prima volta per la vittoria finale ai “famosi” Texas Music Awards (premio poi ricevuto nel 2013 come miglior songwriter), un disco prodotto da quella vecchia volpe di Rich Brotherton (Robert Earl Keen), successo di critica bissato dal successivo Bow And Be Simple (12) registrato con il gruppo danese dei Sentimentals, sempre di ottima fattura. Matt Harlan è un interessante personaggio, proveniente da Houston, che sfoggia la capacità di coniugare testi piuttosto personali con una costruzione melodica di tutto rilievo, scrivendo belle canzoni che lasciano il segno https://www.youtube.com/watch?v=tzf1-5P9vzc . La band che accompagna Matt negli studi di Austin, Tx, dove è stato registrato il CD, comprende, oltre al fidato produttore e polistrumentista Rich Brotherton alle chitarre, lap steel, dobro, banjo e sinth, il grande Bukka Allen all’organo, fisarmonica e piano, Mickey Raphael all’armonica (compagno d’avventura fisso nei dischi di Willie Nelson), Glenn Fukunaga al basso (visto e sentito spesso con Joe Ely), John Green alla batteria, Floyd Domino anche lui alle tastiere, John Mills al sassofono, la brava Maddy Brotherton al violino (una delle figlie di Rich), e l’indispensabile contributo come “vocalist” di supporto della moglie Rachel Jones, per un viaggio nel tempo nelle dodici stanze del Raven Hotel.

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La prima stanza è quella caratterizzata dal violino e dal banjo della delicata Old Spanish Moss https://www.youtube.com/watch?v=iYffTyrdkvk , poi ci sono le atmosfere country bluegrass di Half Developed Song, i toni caldi di una ballata tipicamente texana come Second Gear https://www.youtube.com/watch?v=tpwsbp_HscE , mentre il piano e la splendida voce di Rachel Jones disegnano una melodia cristallina in Riding With The Wind. Salendo al secondo piano dell’hotel, troviamo il sentimentalismo nostalgico di We Never Met (Time Machine) https://www.youtube.com/watch?v=CmjzAGkv7sk , le chitarre elettriche spianate di una Rock & Roll (qui in versione acustica https://www.youtube.com/watch?v=D7BuXsjKuZw )molto alla Mellencamp , le soffuse percussioni della title track Raven Hotel, passando per la dolce fisarmonica di Bukka Allen nella splendida Old Allen Road (da cantare sotto un cielo di stelle del Texas). Salendo ancora le scale si arriva alle suite, con le note ovattate di Burgundy & Blue, una malinconica canzone d’amore fatta come una ballata jazz, sostenuta dal sax fumoso di John Mills, alla quale si aggiunge Slow Moving Train, cantata in duetto dai coniugi Harlan, con l’armonica di Mickey Raphael ad illuminare la scena, mentre The Optimist si sviluppa su lap-steel e chitarre elettriche, andando a chiudere il portone del Raven Hotel con il folk delizioso e acustico di Rearview Display https://www.youtube.com/watch?v=lDSlg_ViS5Q .

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Matt Harlan, per chi scrive, possiede la liricità che soltanto gli “storytellers” di razza hanno avuto in passato (maestri quali Guy Clark e Robert Earl Keen, per citarne un paio), e pare inseguire la stessa lezione di quella generazione di “songwriters” che hanno raccontato e cantato l’altra faccia dell’America in chiave elettro-acustica (Chris Knight, Chris Smither e Slaid Cleaves, per citarne altri), e un disco come questo Raven Hotel è uno di quelli (ne sono certo) che finirà per piacere a tutti gli innamorati di un certo “songwriting” made in Texas, perché Harlan è un narratore, i racconti di Matt sono vere storie di vita reale, come i personaggi che occupano le dodici stanze del Raven. Matt Harlan è uno dei regali più belli, e meno conosciuti, usciti negli ultimi anni nel panorama del cantautorato americano.

Tino Montanari

Un Vero Costruttore…Di Musica! Kevin Deal – There Goes The Neighborood

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Kevin Deal – There Goes The Neighborhood – Blindfellow Records

Ottavo album, a ben quattro (* sarebbero tre) di distanza dal precedente Seven, per il texano Kevin Deal, uno che abbiamo sempre seguito con piacere fin dal suo esordio nel 2000 con Honky Tonk’n’Churches. Deal è un texano di quelli giusti, in tredici anni non si è mai piegato alle leggi del marketing, ha sempre fatto la sua musica nei tempi che ha voluto: un rockin’country decisamente diretto e godibile, ma nello stesso tempo di spessore e ben lontano da certa paccottiglia che viene prodotta a Nashville. Particolare da non sottovalutare (e che si collega al titolo del post): Kevin ha ancora meno problemi a fare una musica che vende poco, solo per il piacere di farla, dato che la sua principale fonte di guadagno è l’azienda Deal Masonry, fondata dal padre e della quale è titolare, una ditta edile che si occupa della costruzione di ville e chiese in pietra (e quindi il titolo del suo primo CD non era casuale), un’attività a quanto pare molto ben avviata.

There Goes The Neighborhood, la sua nuova fatica, prosegue il discorso avviato con i precedenti lavori, stavolta però con una maggiore attenzione verso la musica bluegrass e gospel: non è però un disco a tema, la base di partenza è sì la musica d’altri tempi, ma filtrata ed elaborata secondo i canoni di Kevin, ed il risultato è uno dei lavori più riusciti del nostro. Intanto sono tutti brani originali (tranne uno), è poi il trattamento di Deal e della sua band (Bob Penhall, Miles Penhall, Jim Bownds e Rick Hood) è tipicamente texano, quella miscela di country e rock piena di ritmo e feeling, nobilitata oltremodo dalla produzione (e partecipazione come membro aggiunto della band) del grande Lloyd Maines, che come tutti sapete è il miglior produttore del Lone Star State ed in dischi come questo ci sguazza.

La title track apre l’album, un bluegrass tune che più classico non si può, vivace e godibile, con banjo e dobro protagonisti e la voce di Kevin perfettamente in parte. Cosmic Accident è invece un puro honky-tonk texano, con un bel motivo di fondo ed un train sonoro diretto ed evocativo al tempo stesso. La mossa e godibile I Need Revival è country d’altri tempi, ancora con elementi bluegrass e Kevin calato alla perfezione nel suo elemento; l’annerita Big Prayer è invece un gospel-blues a forti tinte swamp, una canzone che non t’aspetti. Le sorprese continuano con un’intrigante versione del superclassico gospel Amazing Grace, arrangiata però come una rock ballad alla Joe Ely, con il passo tipico del grande texano di Amarillo ed uno splendido assolo di armonica: una versione spiazzante, ma di grande bellezza.

Gideon riprende il discorso country-grass, con il Texas che esce ad ogni nota: gran bella canzone, suonata e cantata alla grande (e la presenza di Maines si sente, eccome); Finish Well è una cowboy ballad coi controfiocchi, dove non mancano echi di Robert Earl Keen (sempre in Texas siamo), mentre la ritmata When Your Name Is Called è puro country di una volta, ricorda quasi certe sonorità dei primi anni settanta della Nitty Gritty Dirt Band. La bucolica A Long Time Ago anticipa l’intensa (più di sei minuti) Just Another Poet, un racconto western che potrebbe essere uscito dalla penna di Guy Clark (NDB. In uscita fra una decina di giorni con il nuovo album, My Favorite Picture Of You). Chiudono un ottimo album la bella King Jesus, un country-rock molto piacevole, ancora con Ely tra le note, e la lunga This Old Cross Around My Neck, elettrica, sfiorata dal blues, con un suggestivo crescendo che ce la fa gustare per tutti i suoi sette minuti abbondanti. Bravo Kevin, ancora un bel disco.

Marco Verdi

*NDB Anche questo, come i Field Report recensito ieri, in effetti è uscito all’incirca un annetto fa, luglio 2012, comunque rimane bello!

Tra Moglie E Marito…Il Disco E’ Servito! Kelly Willis & Bruce Robison – Cheater’s Game

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Kelly Willis & Bruce Robison – Cheater’s Game – Preminum Records

Come infatti tutti saprete (beh, forse non proprio tutti) Bruce Robison e Kelly Willis, oltre ad essere due ottimi musicisti e songwriters, sono anche felicemente sposati da anni. Entrambi inattivi a livello discografico da diversi anni (Bruce dal 2008, Kelly dal 2007), si sono presi cura dei loro quattro figli durante questo periodo, ed oggi si ripresentano a noi con un disco nuovo di zecca, intitolato Cheater’s Game che, escluso un album a carattere natalizio inciso nel 2006, è il primo vero lavoro in coppia dei due. I due vengono presentati come la prima coppia uomo-donna della musica texana, anche se a memoria mi viene in mente anche quella formata da Waylon Jennings e Jessi Colter (anche se non avevano mai inciso un intero album insieme, solo qualche canzone sparsa, e poi Jessi  è dell’Arizona…ma neppure Kelly è texana, e quindi?), ma tutto ciò è per le statistiche: quello che veramente interessa è il livello del disco, che è decisamente buono.

Che i due fossero bravi lo sapevamo (anche se a Bruce ho sempre preferito di un’attaccatura il fratello Charlie, parere personale), ma che tornassero dopo cinque-sei anni con un lavoro di questo livello non me l’aspettavo (e ve lo dice uno che non ha mai amato i dischi di duetti, specie maschio-femmina, anche se ad onor del vero c’è da dire che di duetti veri e propri ce ne sono pochi, per la maggior parte del disco i due si dividono i brani da cantare, armonizzando di volta in volta sulla voce solista dell’altro). Ben prodotto da Brad Jones e registrato a Nashville con pochi ma fidati sessionmen, Cheater’s Game è un concentrato di pura Americana made in Texas, una miscela vincente di country, honky-tonk, bluegrass, roots e qualche puntatina nel rock, con circa metà dei brani scritti da Robison da solo o in compagnia (la Willis non partecipa al songwriting in questo disco), ed una scelta di covers decisamente azzeccata.

Si parte con la title track, una country song molto classica, dal passo lento, con fiddle e violini d’ordinanza e Kelly subito in parte (Bruce qui si limita a qualche backing vocals). Border Radio è proprio il classico dei Blasters, ma il brano non è né rock come l’originale dei fratelli Alvin, né lento come la versione solista di Dave, bensì ha un accompagnamento elettroacustico più rootsy, anche se un po’ sottotono: una versione discreta ma si poteva fare meglio; We’re All The Way, di Don Williams, è arrangiata in modo asciutto ed essenziale, ma la melodia gradevole ed un certo retrogusto mexican la rendono degna di nota. Long Way Home (Hayes Carll) è un brano dalla scrittura superiore: Carll è uno dei talenti più fulgidi venuti fuori negli ultimi anni in territorio Americana, e quindi i coniugi Robison non devono fare altro che cucire addosso al brano una strumentazione misurata ed il gioco è fatto; 9.999.999 Tears è un successo anni settanta di Razzy Bailey, un artista oggi dimenticato, un brano proposto con uno squisito gusto retro, tra country e pop d’altri tempi. La polverosa Leavin’ ha il sapore del Texas nelle note, But I Do è invece una sorta di bluegrass, tra antico e moderno, con tanto di tuba a farsi largo tra violini e banjo.

No Kinda Dancer è un noto brano di Robert Earl Keen, una versione forse meno incisiva di quella del suo autore, ma che fa comunque emergere la bellezza della melodia; Lifeline, mischia bluegrass e rock, un cocktail riuscito, Ordinary Fool è la tipica ballata texana, intensa e profonda. L’album si chiude con il country’n’roll di Born To Roll, la tenue e bucolica Waterfall e con la vibrante Dreamin’, melodica, diretta e vivace, una delle migliori del disco.In definitiva, si può dire che se la coppia Kelly Willis/Bruce Robison funziona alla grande a livello famigliare (quattro figli sono lì a dimostrarlo), non delude neppure discograficamente parlando. Il tempo dirà se Cheater’s Game è solo una collaborazione estemporanea o l’inizio di una vera e propria carriera parallela per i due.

Marco Verdi