Cofanetti Per L’Autunno 3. Ecco Il Consueto Box Natalizio Mastodontico Per I King Crimson – Sailors’ Tales (1970-1972)

king crimson - sailors tales box

King Crimson – Sailors’ Tales (1970-1972) – 21 CD – 2 DVD – 4 Blu-Ray Audio- DGM – 03-11-2017

Ormai è diventato quasi un classico, quando arriva l’autunno e ci si avvicina al Natale i King Crimson ci propongono qualche bel cofanetto di materiale di archivio, perlopiù inedito, ma anche con gli album originali inseriti nelle confezioni. Dopo il cofanetto del 2009 dedicato al solo In The Court Of The Crimson King (“appena” 5 CD e 1 DVD), l’album del 1969, nel 2014 era uscito Starless un megabox da 27 dischetti ( + 1 CD bonus), con materiale dal vivo registrato tra il 1973 e il 1974, più l’album Starless And Bible Black. Ma prima, nel 2014, ne era uscito uno da 15 dedicato a Larks’ Tongues In Aspic e nel 2013 The Road To Red, con 24 tra CD; DVD e Blu-Ray. E infine nel 2016 On (And Off) The Road, altro cofanetto contenente 19 dischi con materiale dal vivo inciso tra il 1981 e il 1984, più gli album Discipline, Beat eThree of a Perfect Pair. Quindi da esaminare rimaneva il periodo 1970-1972, uno dei migliori della band a mio modesto parere, quello di In The Wake Of Poseidon, Lizard Islands.

Tutti e tre gli album sono naturalmente contenuti nel cofanetto, nei primi 3 dischetti, in nuovi mix stereo di Steven Wilson Robert Fripp, con aggiunte una serie di bonus tracks che però non sono ancora state comunicate. Poi ci sono 6 CD di concerti registrati nel 1971 dalla formazione di Islands, alcuni in Germania altri nel Regno Unito. 9 CD con materiale registrato nel corso del tour del 1972, compresa una nuova edizione dell’album Earthbound, che uscirà anche a parte come doppio CD. E ancora, altri 3 compact con le audizioni della band per Islands e altri 2 concerti non ancora identificati sempre del 1972.

3 Blu-Ray Audio in 5.1 Surround Sound con i 3 album suddetti, e materiale vario dal vivo selezionato dai concerti dell’epoca e le audizioni contenute nei CD 19 e 20. Il Blu-Ray di Islands Earthbound, con vario materiale extra in Stereo Hi-res, più tutti i concerti esistenti registrati dal soundboard.

2 DVD sempre Audio, che contengono varie chicche già riportate anche nei Blu-ray, per esempio il remaster di Earthbound e una sequenza definita The Schizoid Men, con svariate versioni di 21st Century Schizoid Man, tratte dall’album Ladies Of The Road.

Il manufatto sarà nel solito box formato LP, con incluso libro, memorabilia varia, un ulteriore concerto da scaricare in download digitale e nuovi saggi e note scritti da Sid Smith, Jakko Jakszyk & David Singleton.  E il tutto, molto indicativamente, dovrebbe costare “solo” intorno ai 200 euro. Come scritto all’inizio del post esce il 3 novembre.

Bruno Conti

 

E Purtroppo Ci Ha Lasciato Anche Maggie Roche, La “Piccola” Grande Cantante Newyorkese, Aveva 65 Anni (E Anche Altri Due Lutti)

maggie roche the roches

Sabato 21 gennaio 2017 se ne è andata anche Maggie Roche, brillante cantante newyorkese, a lungo con le Roches, il trio della Grande Mela “famoso” per le loro armonie vocali che lasciavano senza respiro. La cantante era nata appunto a New York il 26 ottobre del 1951 ed era la maggiore di tre sorelle, le altre due erano Terre, e la più giovane Suzzy. Nel 1973 Maggie e Terre avevano cominciato la loro attività nel campo musicale cantando come background vocalist in There Goes Rhymin’ Simon, il disco di Paul Simon che le aveva fatte conoscere al grande pubblico.

Poi nel 1975 hanno pubblicato per la Columbia l’unico album come duo a nome Maggie & Terre Roche Seductive Reasoning, e in seguito è entrata nel gruppo anche Suzzy Roche, portando all’esordio come The Roches del 1979, pubblicato dalla Warner e prodotto da Robert Fripp, un piccolo gioiellino di equilibri sonori, tra lo splendido contralto di Maggie, il soprano di Terre e Suzzy che stava nel mezzo a fare da collante per le loro celestiali armonie vocali https://www.youtube.com/watch?v=6-LJX9IXiio, un disco che ancora oggi non risente del trascorrere del tempo, e che spero venga in futuro ristampato in CD, come ha fatto la Real Gone nel 2012 per il disco del 1975.

maggie and terre roche seductive reasoning the roches the roches

Poi le tre sorelle hanno pubblicato una serie di album, nove in tutto, compreso uno natalizio (tra i più belli nello specifico argomento) fino al 1995 in cui è uscito Can We Go Home Now l’ultimo album come trio della prima fase, visto che nel 1997 hanno messo la loro carriera come gruppo in pausa a tempo indeterminato. Anche se nel 2003 la Warner/Rhino ha pubblicato una eccellente antologia The Collected Works Of The Roches, e le sorelle, da sole o in duo, hanno continuato a pubblicare dischi, magari solo per la gioia dei fans più accaniti e degli appassionati della bella musica! Poi nel 2007, a sorpresa, è uscito un disco Moonswept, ancora a nome Roches, che ha rinnovato la magia di questo splendido gruppo familiare.

Ma a parte un breve tour l’avventura è finita quasi subito. Nel corso degli ultimi anni le tre sorelle hanno spesso collaborato con Amos Lee, le Indigo Girls e tutta la famiglia allargata McGarrigle/Wainwright, visto che Suzzy è stata la seconda moglie di Loudon Wainwright III e mamma di Lucy Wainwright Roche, altra promettente cantautrice.

E sabato, dopo una lunga lotta con il cancro, si è spenta la stella di Maggie Roche. Nell’augurio che anche lei Riposi In Pace, colgo l’occasione per rimarcare che anche se questi tributi postumi sono forse le uniche occasioni in cui si parla di artisti ed artiste che meriterebbero ben altro spazio, comunque su questo Blog i nomi che avete letto in questo Post non fanno la loro apparizione per la prima volta, visto che cerchiamo sempre di parlare anche dei nomi cosiddetti “minori”, magari non sempre riuscendoci.

A questo proposito, purtroppo ancora, vi segnalo che ieri, a seguito delle complicazioni di una polmonite, è morto anche Jaki Liebezeit, il batterista dei mitici Can. aveva 78 anni. 

Bruno Conti

P.s. Per la serie le disgrazie non vengono mai da sole, soprattutto ultimamente, e in tutti i campi, apprendo solo ora che ieri, domenica 22 gennaio, all’età di 69 anni è deceduto anche Overend Watts, lo storico bassista dei Mott The Hoople (e British Lions), anche lui affetto da qualche tempo da una grave forma di tumore alla gola, e a cui qualche tempo la band americana dei Mambo Suns aveva dedicato una canzone.

Sperando che per oggi non succeda altro!

Dopo Keith Emerson Purtroppo Ci Lascia Anche Greg Lake, Scomparso Ieri 7 Dicembre A 69 Anni! Si Deve Forse Preoccupare Carl Palmer?

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Il comunicato ufficiale emesso dal suo manager Stewart Young annuncia come data della scomparsa il 7 dicembre, ma la sostanza è che purtroppo anche Greg Lake non c’è più. Ci ha lasciato dopo una breve (?) battaglia con il cancro, a 9 mesi dalla scomparsa del suo vecchio compagno di avventure musicali negli EL&P, Keith Emerson http://discoclub.myblog.it/2016/03/12/se-ne-andato-anche-keith-emerson-il-re-delle-tastiere-prog-aveva-71-anni/. E’ l’ennesimo lutto che colpisce il mondo della musica in questo calamitoso 2016.

Greg Lake era nato il 10 novembre del 1947 a Poole, nella contea del Dorset, sud dell’Inghilterra, e aveva iniziato la sua ascesa verso la fama entrando nei King Crimson, la band formata dal suo vecchio compagno di scuola nell’adolescenza Robert Fripp,  nata dalle ceneri del trio Giles, Giles & Fripp, mantenendo chitarrista e batterista, e invitando, oltre a Lake anche il multistrumentista Ian McDonald. Greg era fondamentalmente un chitarrista ma acconsentì a passare al basso (e al canto) per quello che giustamente viene considerato ancora oggi uno dei capolavori assoluti del rock progressivo, quel  In The Court Of The Crimson King che è tuttora uno dei dischi più interessanti ed innovativi della storia del rock. Lake decise di lasciare la band già alla fine del 1969, anche se apparve ancora come vocalist in tutto il successivo In The Wake Of Poseidon (a parte il brano Cadence And Cascade).

Nel 1970 nasce uno dei primi supergruppi della storia del rock, Emerson, Lake & Palmer: il primo veniva dai Nice, Lake, come detto, dai King Crimson, Carl Palmer (cui consigliamo riti apotropaici per scongiurare la sfortuna) era il batterista degli Atomic Rooster. Se non è la nascita del rock sinfonico (che probabilmente spetta proprio ai Nice) ne è senza dubbio la consacrazione, con una storia che partita appunto nel 1970, in diversi capitoli arriverà fino al 2010 (1970-1979, 1991-1998 e 2010 per una breve rimpatriata di Emerson e Lake per un tour acustico, con un’unica data insieme a Carl Palmer nel concerto del 25 luglio, tenuto al Victoria Park di Londra, che festeggiava i 40 anni di attività).

In mezzo Greg Lake ha svolto anche una lunga carriera solista che però non hai mai toccato i vertici dei suoi due gruppi principali, e neppure ne ha sfiorato il successo, a parte il singolo I Believe In Father Christmas, al n° 2 delle classifiche nel 1975 nel periodo natalizio, quindi sempre di moda in questo giorni, oggi come ieri.

In fondo poi di quel periodo rimangono tre album solisti, due con Gary Moore e uno con Geoff Downes, diciamo non memorabili, neppure l’ultimo Ride The Tiger del 2015. Qualche comparsata con gli Asia, in sostituzione di John Wetton, che a sua svolta lo aveva sostituito nei Crimson, più alcuni album Live dove rivisitava il suo vecchio glorioso catalogo e poco altro.

Ricordiamolo per la splendida voce messa a frutto in modo completo e soddisfacente soprattutto, secondo chi scrive, non me ne vogliano i fans, fino a Trilogy, il quarto album degli E L & P, e poi, in modo sporadico, nel resto della sua carriera. Ci lascia a 69 anni e, un po’ retoricamente, gli auguriamo di trovare la pace alla Corte Del Re Cremisi.

Spero sia l’ultimo “tributo” dell’anno a chi non c’è più, ma non sono molto ottimista.

Bruno Conti

Forse Un Po’ Estrema Come Strategia Di Marketing! – Se Ne E’ Andato Anche David Bowie 1947-2016!

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E’ passata meno di una settimana dalla mia recensione per questo blog dell’ultimo disco di David Bowie, Blackstar http://discoclub.myblog.it/tag/david-bowie/ , che devo tornare ad occuparmi del “Duca Bianco”, ma stavolta ne avrei fatto volentieri a meno: è infatti giunta stamattina la notizia, come il classico fulmine a ciel sereno, della sua scomparsa, in pace come scrive il suo entourage su Facebook, dopo una battaglia di 18 mesi contro il cancro, una malattia tenuta nascosta fino all’ultimo (ma David, specie ultimamente, aveva fatto della privacy quasi una seconda arte), all’età di 69 anni compiuti da tre giorni.

Bowie (nato David Robert Jones) ha avuto, specie negli anni settanta, una grande importanza sia a livello musicale che soprattutto di immagine, reinventandosi in continuazione e spiazzando più volte pubblico e critica: dopo gli esordi folk-rock londinesi, nei quali palesava l’influenza di Bob Dylan (da lui definito “come una mamma” ed omaggiato nell’album Hunky Dory con Song For Bob Dylan), divenne uno degli artisti di punta del movimento glam con la creazione del suo alter ego Ziggy Stardust e l’album The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, iniziando una serie di trasformazioni a livello di look che lo affermarono come uno degli artisti più avanti nella gestione della propria immagine (ben prima dei Kiss, tanto per fare un esempio), oltre a rivelare al mondo un interprete dallo spiccato gusto per la teatralità, che lo porteranno in seguito a diventare anche un apprezzato attore cinematografico.

Nel prosieguo della decade, Bowie lascerà presto il mondo del glam, passando con disinvoltura dal pop-soul e funk (gli album Diamond Dogs e Young Americans), sfiorando il krautrock con Station To Station (dove creerà l’algido personaggio del Thin White Duke) e soprattutto con la trilogia berlinese di Low, Heroes e Lodger, realizzata in collaborazione con Brian Eno e Robert Fripp e che gli diede l’immortalità con la title track del secondo dei tre album.

Gli anni ottanta saranno contraddistinti soprattutto dal successo di Let’s Dance (album e singolo), dove alla chitarra troviamo nientemeno che Stevie Ray Vaughan, diversi duetti che voleranno alto nelle hit parade (tra cui Under Pressure coi Queen e la cover di Dancing In The Streets con Mick Jagger, eseguita al Live Aid in versione video), oltre che la bellissima Absolute Beginners (più dylaniana che mai), colonna sonora del film omonimo.

Negli anni novanta, dopo la parentesi hard rock con i Tin Machine (che personalmente ho sempre trovato un po’ indigesta), Bowie sperimenterà sonorità elettroniche, hip-hop e drum’n’bass con l’elegante Black Tie White Noise ed i terribili (per me, ma per qualcuno sono capolavori) Outside e Earthling, tornando finalmente ad un sound più classico e rassicurante nel nuovo millennio con Hours (del 1999), Heathen (2002) e Reality (2003), fino ai dieci anni di silenzio totale  interrotti nel 2013 dal più che buono The Next Day.

Personaggio di grande carisma e dalla personalità decisamente sfaccettata, è sempre stato restio alle classificazioni ed alle banalità, Bowie ha passato tutta la carriera a sperimentare diversi stili, dando molto raramente al suo pubblico quello che si aspettava (e Blackstar è solo l’ultimo esempio in tal senso): per il sottoscritto una discografia bowiana consigliata per neofiti potrebbe essere composta dai seguenti album: Space Oddity, Hunky Dory, Ziggy Stardust, Young Americans, Heroes, Let’s Dance e The Next Day (ma anche Aladdin Sane, Scary Monsters e Tonight andrebbero considerati). Oppure il bellissimo box Five Years 1969-1973 (pubblicato pochi mesi fa), che comprende tutti i dischi di David del primo periodo, compresi live, colonne sonore, singoli e rarità, che però ha il difetto di non costare poco (anche l’antologia tripla del 2014 Nothing Has Changed è perfetta per chi non dovesse conoscere il nostro).

david bowie five years

Voglio chiudere ricordando Bowie con le sue due canzoni che forse preferisco, appartenenti entrambe al periodo “spaziale”.

 

Riposa in Pace, vecchio Ziggy, e scusa per il titolo del post (ma da ironico english man quale eri, so che non ti sei offeso).

Marco Verdi

*NDB Visto che il buon David amava molto sia le stelle che lo spazio, direi che come omaggio non poteva mancare anche la canzone che lo ha lanciato negli spazi profondi, dove sta per ritornare.

Il Primo Disco “Importante” del 2016…Ma Non E’ Per Tutti! – David Bowie – Blackstar

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David Bowie – Blackstar – ISO/RCA CD – LP – 08-01-2016

Quando poco meno di tre anni or sono David Bowie tornò a sorpresa dopo dieci anni di silenzio assoluto con l’album The Next Day http://discoclub.myblog.it/2013/03/12/ancora-tu-ma-non-dovevamo-vederci-piu-david-bowie-the-next-t/ , fece quello che non molto spesso ha fatto nella sua carriera, ovvero dare al suo pubblico esattamente ciò che si aspettava, cioè un disco di puro e classico Bowie-sound, mossa abbastanza comprensibile in quanto, dopo un periodo di assenza così prolungato, era vitale per lui affermare al mondo di essere ancora in perfetta forma ed in grado di intrattenere come, con alti e bassi, aveva sempre fatto.

Con Blackstar (che esce, altrettanto a sorpresa, l’8 di questo mese, in coincidenza del suo sessantanovesimo compleanno) il discorso è diverso, in quanto David, essendo tornato tra noi in tutto e per tutto (anche se di concerti non se ne parla), si sente in pieno diritto di fare la musica che vuole e con chi vuole. E, nel caso di Blackstar, in una maniera che non accontenterà proprio tutti. Le prime recensioni online, tutte ugualmente entusiastiche (ma ormai Bowie è entrato a far parte della categoria degli intoccabili), parlano di un disco sperimentale e modernista, senza strizzate d’occhio pop al grande pubblico: tutto vero, anche se il musicista inglese ci ha spesso abituato a mosse spiazzanti (la trilogia berlinese degli anni settanta, le distorsioni hard dei Tin Machine, l’hip-hop presente su alcuni brani di Black Tie, White Noise, per non parlare dei due famigerati dischi di musica industrial e drum’n’bass Outside e Earthling), ma siccome io sono come San Tommaso volevo sapere se, a monte di tutto, il disco è bello o no.

Beh, sicuramente strano lo è, ed in certi punti anche parecchio, ma devo dire che al primo ascolto, benché piuttosto ostico in molti momenti, non mi è dispiaciuto affatto, anche se confido in futuri ascolti per migliorare ulteriormente il giudizio: certamente Blackstar non è un disco per tutti (e forse nemmeno per tutti i fan di Bowie), non è musica da mettere in sottofondo o da ascoltare in macchina, ma è prodotto benissimo (da David col fedele Tony Visconti), suonato alla grande ed il tanto temuto modernismo è quasi sempre tenuto a bada e dosato con gusto e misura. L’album (che non ha versioni deluxe particolari, ma non si sa mai dato che The Next Day era uscito di nuovo dopo pochi mesi con un intero CD in più, per la gioia di chi se lo era comprato subito) vede la presenza, insieme a Bowie che suona la chitarra acustica, di una sezione ritmica composta da Tim Lefebvre al basso e Mark Guiliana alla batteria, e di vari musicisti di estrazione jazz, un genere dal quale David ha sempre amato essere contaminato (l’ottimo Donny McCaslin, grande protagonista del disco con il suo sassofono, Ben Monder alla chitarra, con uno stile decisamente à la Robert Fripp, Jason Lindner alle tastiere), oltre al tanto temuto (da me) James Murphy, ovvero il DJ dietro il progetto elettronico LCD Soundsystem, che per fortuna limita il suo intervento alle percussioni in un paio di pezzi.

Blackstar, solo sette canzoni, si apre con la lunga title track (quasi dieci minuti), una mini-suite preceduta in rete da un video che definire inquietante è dir poco: una partenza obliqua, con una melodia ipnotica, le tanto temute sonorità “moderne”, una ritmica complessa ed il sax che è l’unica cosa suonata in maniera normale, anche se il tutto non fa certo pensare ad un singolo radiofonico. Poi al quarto minuto l’atmosfera si fa tetra, il ritmo cessa, arriva un coro che sembra provenire dall’aldilà, mentre David intona un motivo quasi normale (almeno per i suoi standard), anche se le stranezze non mancano, ed un finale straniante in cui spunta anche un flauto (anch’esso suonato da McCaslin). Un brano tutto sommato affascinante, anche se di difficile assimilazione. ‘Tis A Pity She Was A Whore non è del tutto sconosciuta (era sul lato B del singolo Sue (Or In A Season Or Crime uscito nel 2014), anche se per Blackstar è stata reincisa da capo a piedi: inizia con una batteria secca ed un sax che sembra cercare l’accordo giusto, poi Bowie comincia a cantare una melodia tipica delle sue (cioè non convenzionale), il ritmo si fa pressante ed il brano, nonostante qualche voluta dissonanza, non risulta affatto spiacevole, anche se non è esattamente la canzone da mettere ad un appuntamento galante.

Lazarus è il singolo corrente in radio in questi giorni (* NDB. Ed è anche la title-track del nuovo musical di Broadway scritto da Bowie https://www.youtube.com/watch?v=B_3mEWx2e_8): introdotta da basso e batteria, è più lenta della precedente brano, l’uso dei fiati e la melodia abbastanza lineare la rendono la canzone più fruibile finora, anche se i riff quasi distorti di chitarra tendono volutamente a rompere gli equilibri. Molto bello l’assolo di sax ed il lungo finale strumentale (ripeto, piaccia o non piaccia il genere, qui ci sono dei musicisti con le contropalle). Ed ecco proprio Sue (Or In A Season Of Crime), anch’essa in versione diversa da quella apparsa sull’antologia Nothing Has Changed: quella di due anni fa mi piaceva poco, e anche se questa rilettura più elettrica e “rock” (termine da prendere con le molle in questo disco) migliora le cose, io continuo a considerarlo un brano minore; Girl Loves Me inizia come una filastrocca allucinata, con la ritmica sghemba ed un synth sullo sfondo, siamo di nuovo sul versante “strano”, ma se finora tutto è stato abbastanza coeso e con un’idea di progetto, questo mi sembra fra tutti il pezzo più fine a sé stesso. Dollar Days è invece una sorprendente ballata pianistica dall’andamento canonico, con un sax soffuso, la chitarra acustica che finalmente si sente e la voce che tesse una melodia decisamente classica (e pure riuscita), finalmente il Bowie meno ostico, che ci regala una boccata d’aria fresca; I Can’t Give Everything Away, che chiude l’album a 41 minuti, torna solo parzialmente alle atmosfere del resto del disco, nel senso che la base è moderna (pur senza esagerare), ma il motivo risulta abbastanza orecchiabile, seppur nei canoni bowiani.

Quindi un lavoro volutamente spiazzante, nel quale però Bowie non arriva a punte di modernismo esasperato stile Earthling: non mi sento comunque di consigliarlo a chiunque, anche se, come ho già detto, ripetuti ascolti potrebbero far aprire qualche porta in più.

Marco Verdi

Il Cofanetto Dei “Record”! King Crimson – The Road To Red

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King Crimson – The Road To Red – Panegyric Records – 21 CD + 1 DVD + 2 Blu-ray 14/10/2013

Credo che un intero cofanetto, con 24 dischetti, dedicato ad un solo album, o meglio a come si è arrivati a quell’album, sia un record difficilmente superabile, anche per gente come Grateful Dead, Zappa, Phish ed altri che hanno fatto della capacità di archiviare i propri concerti una piccola arte.

Ma i King Crimson con questo The Road To Red si sono superati. Il 14 ottobre per una modica cifra (e non scherzo, perché per un box da 24 dovrebbe costare tra i 150 e i 180 euro circa, indicativo) vi potrete portare a casa un Box, in tiratura unica limitata mondiale, che contiene una valanga di materiale inedito o assai raro, e qualcosa anche di già edito, registrato nel famoso tour americano del 1974, quello che sarebbe stato immortalato nel disco USA, più l’album Red, in un nuovo mix stereo, a cura come al solito di Steven Wilson e Robert Fripp.

La formazione è quella classica a quartetto, oltre a Fripp, Bill Bruford, John Wetton e David Cross. Vediamo cosa contiene il box a grandi linee.

10 concerti con materiale registrato su cassette prese direttamente dal mixer, con l’audio restaurato nel 2013.

5 concerti di materiale registrato in modo professionale su nastri multitraccia, parti dei quali, come detto sopra, erano già usciti in Usa e nel cofanetto The Great Deceiver, ma molti concerti vedono la luce nella loro totalità per la prima volta. Il tutto per un totale di 19 CD.

Il 20° è la registrazione tratta da un bootleg, anche questa con audio restaurato, relativa all’ultima data del tour registrata in quel di New York, prima disponibile solo per mail order.

Il 21° è la nuova versione di Red.

Il DVD, compatibile con tutti i tipi di lettore, contiene materiale audio, ovvero nuove versioni ad alta risoluzione 24 bit/48khz del concerto di Asbury Park (ma Bruce c’era?).

il 1° Blu-Ray contiene 4 concerti in dolby surround 5.1 trasferiti dalle matrici originali analogiche.

Il 2° Blu-Ray contiene versioni di qualità sonora superiore del suddetto concerto di Asbury ParK e un paio di ulteriori mix di Red sempre fatti dalla coppia Wilson-Fripp.

Tutto l’ambaradan è in una confezione formato LP, a sua volta divisa in 3 digipack formato grande, ognuna con otto dischetti.

Per malati (ops!), per grandi appassionati e per completare l’opera omnia dei King Crimson che prosegue: scherzi a parte, questa era una formazione formidabile, a pieno regime suonavano come delle schegge o delle lippe, se preferite!

E anche di questo abbiamo parlato, continuate a farvi i vostri budget per l’autunno.

Bruno Conti