Molto Più Che Un “Altro” Disco Di Jerry Garcia! Hart Valley Drifters – Folk Time

hart valley drifters folk time

Hart Valley Drifters – Folk Time – ATO CD

Sappiamo benissimo che le radici di Jerry Garcia sono da ricercare nella tradizione folk, blues e bluegrass, influenze palesate saltuariamente con i Grateful Dead ed in maniera più netta prima negli anni settanta con gli Old & In The Way e con i New Riders Of The Purple Sage, e poi negli anni ottanta ed i primi novanta con gli splendidi dischi acustici in duo con David Grisman, ma anche con i live della Jerry Garcia Acoustic Band. Si pensava che queste influenze fossero tutte da ricercare nel disco inciso nel 1964 e pubblicato solo nel 1999 con i Mother McCree’s Uptown Jug Champions, band giovanile nella quale militavano anche i futuri compagni nei Dead Bob Weir e Ron “Pigpen” McKernan, un combo votato al recupero di brani della tradizione folk e blues, che ebbe un’importanza fondamentale nella formazione musicale del nostro. Si sapeva altresì che quella non era la prima esperienza di Jerry, dato che due anni prima era stato brevemente il leader di un quintetto denominato Hart Valley Drifters, dei quali però non si conosceva nulla, e neppure tra i più avidi fans dei Dead erano mai circolati nastri o bootleg riconducibili al fantomatico gruppo. Nel 2008, però, tale Brian Miksis (un tecnico del suono cinematografico conosciuto perlopiù in ambienti indipendenti) si imbatté in un nastro che riproduceva una session del 1962 degli HVD (registrata in mono presso la stazione radio KZSU  della Stanford University), con diciassette brani mai ascoltati prima: un ritrovamento eccezionale, del quale adesso abbiamo finalmente la possibilità di godere anche noi, grazie a questo splendido dischetto intitolato Folk Time e pubblicato dalla ATO Records sotto l’egida della Jerry Garcia Estate, un prodotto ufficiale quindi (e con le liner notes scritte proprio da Miksis).

Ma non è solo la scoperta in sé ad essere straordinaria (dopotutto, siamo di fronte alle prime incisioni in assoluto di uno dei musicisti più importanti del secolo scorso), ma anche la qualità del contenuto: Jerry, ad appena vent’anni, era già uno strumentista eccellente (qui canta, suona la chitarra acustica ed il banjo), ed il fatto di vederlo direttamente alle prese con il materiale che formerà il suo background musicale non ha prezzo. In più, troviamo tra i suoi compagni di viaggio due personaggi che in futuro incrocerà di nuovo, come Robert Hunter (qui al basso), che sarà il suo paroliere per tutta la carriera, ed il secondo chitarrista David Nelson, che fonderà nei seventies i già citati New Riders Of The Purple Sage (gli altri due membri del gruppo, il banjoista e violinista Ken Frankel ed il dobroista Norm Van Maastricht, pur continuando a suonare anche in seguito, hanno fatto perdere velocemente le proprie tracce). Folk Time è quindi una vera miniera d’oro per i fans di Garcia, ma anche per gli amanti del folk più puro, quarantadue minuti di musica sublime ed eseguita con una forza ed un feeling che sembra impossibile trovare in musicisti ventenni: i brani ( traditionals o cover di classici del folk, country o blues) sono tutti abbastanza brevi e diretti, niente a che vedere con le lunghe jam che Jerry affronterà in seguito con i Dead, ma proprio per questo ancora più godibili. E ho tenuto per ultima la cosa forse più impressionante di tutte: la qualità dell’incisione, davvero incredibile per pulizia, purezza e brillantezza, quasi fossero registrazioni di qualche mese fa, merito sicuramente del produttore e curatore del progetto Marc Allan (mentre le sessions originali erano state prodotte da Ted Claire), che ha dato a queste canzoni un suono veramente splendido, roba da non credere.

Dopo una breve e scherzosa auto-presentazione dei membri della band, si parte con una stupenda versione del traditional Roving Gambler, dominato dal banjo ma anche con tutti gli altri strumenti in grande spolvero, e Garcia vocalmente già maturo: gran ritmo, pur senza batteria, e performance cristallina. E, ripeto, incisione spettacolare, sembra incredibile che queste registrazioni siano rimaste sconosciute per decenni. Ground Speed è un breve e ficcante bluegrass (scritto da Earl Scruggs), un minuto e mezzo di musica suonata a velocità vorticosa, mentre Pig In A Pen, che rimane in territori bluegrass, offre una melodia corale classica, ed è eseguita anch’essa con forza straordinaria. Ed il livello rimane questo per tutta la durata del CD, con punte di eccellenza assoluta per il bellissimo folk-gospel Standing In The Need Of A Prayer, lo strumentale Flint Hill Special, con Jerry strepitoso al banjo e Nelson che non è da meno alla chitarra, il noto traditional Nine Pound Hammer, in una rilettura decisamente vigorosa, o ancora Handsome Molly, proposta in modo puro e delizioso. C’è spazio anche per un omaggio a Ralph Stanley, con la breve ma intensa Clinch Mountain Backstep, e per il fratello Carter, con una formidabile Think Of What You’ve Done, ancora con Garcia grandissimo al banjo; All The Good Times Have Past And Gone è un’altra folk song purissima, dal motivo scintillante ed eseguita alla grande, così come la saltellante Billy Grimes, The Rover, dal sapore irish, o la malinconica Sugar Baby, con il violino di Frankel sugli scudi. Il CD si chiude con la nota Sitting On Top Of The World (l’hanno fatta anche i Dead), in una versione folk-blues strepitosa, alla Mississippi John Hurt, davvero da brividi lungo la schiena, che rivela (ma non ce n’era bisogno) che Garcia era già un musicista straordinario.

Tecnicamente Folk Time non è una ristampa, essendo composto interamente da brani inediti, e quindi non ho nessuna remora a definirlo, anche per la sua importanza storica, il disco folk dell’anno.

Marco Verdi

*NDB Ora attendiamo qualche bella jam di Jerry all’asilo!

Non Ci Posso Credere! Parte La Campagna Delle Ristampe Per il 50° Anniversario Dei Dischi Dei Grateful Dead: Lunga Vita A Loro, Ma Anche A Noi.

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Il 20 gennaio, con la ripubblicazione del primo album del 1967 The Grateful Dead parte la campagna della ristampe dell’intera discografia del gruppo californiano, ogni album ripubblicato allo scoccare del 50° Anniversario, o così ci dicono. Visto che l’ultimo album ufficiale della band Without A Net è uscito nel 1990, dobbiamo quindi aspettarci che tutta questa operazione si concluderà nel 2040. Ma esisteranno ancora le case discografiche? E, soprattutto, esisteremo ancora noi? Chi ne ha parlato fino ad ora secondo me non si è posto il problema, ma non credo sarà una questione secondaria.

Comunque, ognuna delle ristampe del catalogo dei Grateful Dead sarà doppia, con un CD di materiale inedito, unito al disco originale (e per il Live e i doppi come faranno?). Diciamo allora che, da quello che si sa, almeno il primo della serie sarà così. pubblicato dalla Rhino/Grateful Dead a cura di uno dei loro archivisti principali, David Glasser, la serie vivrà anche una operazione parallela dedicata alla ristampa dei singoli in vinile del gruppo, sempre allo scoccare del 50°, ma con una cadenza di uscite più ravvicinate: la prima sarà il 1° marzo con il primo 45 giri “Stealin'” b/w “Don’t Ease Me In.”. In tutto saranno 27 singoli ripubblicati in vinile colorato. ciascuno con tiratura limitata di 10.000 copie, le prime 4 uscite saranno disponibili ogni trimestre del primo anno sotto forma di un abbonamento a 44.98 dollari sul sito del gruppo http://www.dead.net/, per le altre 23 uscite si dice genericamente che saranno disponibili nei prossimi anni.

Tornando alla ristampa del primo album ecco la tracklist completa del doppio CD:

Grateful Dead, The Grateful Dead: 50th Anniversary Deluxe Edition (Rhino, 2017)

Disc One: Original Album (Originally released as Warner Bros. LP WS 1689, 1967)

  1. The Golden Road (To Unlimited Devotion)
  2. Beat It On Down The Line
  3. Good Morning Little School Girl”
  4. Cold Rain & Snow
  5. Sitting On Top Of The World
  6. Cream Puff War
  7. Morning Dew
  8. New, New Minglewood Blues
  9. Viola Lee Blues

Disc 2: P.N.E. Garden Auditorium, Vancouver, BC, Canada 7/29/66

  1. Standing On The Corner
  2. Know You Rider
  3. Next Time You See Me
  4. Sitting On Top of The World
  5. You Don’t Have To Ask
  6. Big Boss Man
  7. Stealin’
  8. Cardboard Cowboy
  9. Baby Blue
  10. Cream Puff Wars
  11. Viola Lee Blues
  12. It On Down The Line
  13. Good Morning Little Schoolgirl”

7/30/66

    1. Cold, Rain and Snow 15.  One Kind Favor 16.  Hey Little One 17.  New Minglewood Blues

Tra l’altro i Deadheads più esperti già ci dicono che tre dei brani, contenuti nel concerto del 1966, sono molto rari (come peraltro tutto il repertorio dei primi due anni): Standing On The Corner, You Don’t Have To Ask Me e Cardboard Cowboy, poi non appariranno più in successive registrazioni ufficiali dei Grateful Dead. E, tac, ti hanno fregato un’altra volta!

hart valley drifters folk time

 

Naturalmente nel corso dell’anno prossimo usciranno altri volumi della serie Dave’s Picks e in questi giorni è uscito anche Folk Time il disco degli Hart Valley Drifters, la prima band ufficiale di Jerry Garcia nel 1962, quando aveva 20 anni e si esibiva insieme a Robert Hunter David Nelson, pubblicata dalla Ato Records, e su cui poi torneremo con calma.

Bruno Conti

Non Solo Cowboys, Tantissime Belle Canzoni! Tom Russell – The Western Years

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Tom Russell – The Western Years – Rockbeat Records 2 CD

Tom Russell è uno dei migliori cantautori americani! Partiamo da questo assunto, e lo accantoniamo momentaneamente. L’arte della raccolta (di successi, ma qui non ne vedo), della compilation, se preferite, è un mestiere difficile da praticare. O ti lanci sui Greatest Hits, ma come detto in questo caso neanche l’ombra (per quanto, tra le cover qualcosa c’è), oppure sui Best Of, ma si può provare anche con la raccolta a tema. E questo The Western Years mi sembra rientri di diritto nella categoria. Compilati dallo stesso Russell, con l’aiuto di James Austin (o viceversa) i 2 CD non seguono la sequenza cronologica, che di solito è il modus operandi preferito per questi progetti, ma pescano qui e là nella copiosa discografia del nostro: 8 brani vengono da Indians Cowboys Horses Dogs (già i titoli dei dischi di Tom sono uno spettacolo in sé), 6 da Borderland, 5 da The Man From God Knows Where, uno ciascuno da The Rose Of San Joaquin e Hot Walker, 5 da un’altra antologia, Song Of The West – The Cowboy Collection, uno da Love And Fear e 2 da Blood and Candle Smoke, quello più recente, del 2009, più tre brani registrati dal vivo a Columbus, Ohio il 9/11/97, che sono la quota di inediti di questa antologia.

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Quindi sono raccolti gli anni che vanno dal 1995 al 2009: mancano le “origini”, quelle con Patricia Hardin, in un’altra vita, prima che il nostro amico, californiano di nascita, si trasferisse a New York, per sbarcare il lunario, per un breve periodo, facendo il tassista, come racconta lui stesso in un sapido aneddoto nelle note, che coinvolge il grande paroliere Robert Hunter, a cui uno sfiduciato ma sempre combattivo Russell fece sentire una canzone, che poi si rivelò essere Gallo Del Cielo https://www.youtube.com/watch?v=w2PUuTdei7k . Inutile dire che Hunter lo incoraggiò a riprendere la carriera di cantautore, ma ci voleva un sordo o un rappresentante di qualche casa discografica per non accorgersi del talento di questo signore. Ma questa è un’altra storia, lontana nel tempo, anche se parte tutto da lì, quella che dal 1984 al 1994 lo vide pubblicare una decina di album per la Philo Records, prima di approdare alla Hightone che gli pubblicò tutti gli album da cui attinge questa antologia. Il West è la “scusa” per questa raccolta, ma, diciamocelo francamente, Tom Russell è un grande narratore per canzoni, storie di vita e di eventi, piccoli e grandi, bozzetti che sono come racconti, dove ogni canzone è in sé una piccola poesia in musica (e che musica), il tutto cantato con una passione e una partecipazione che ha pochi riscontri nell’attuale canzone “popolare” americana (al sottoscritto la sua voce ricorda moltissimo quella di Guthrie Thomas, altro “grande”, ingiustamente dimenticato).

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Giustamente lo si accosta al filone texano, Joe Ely, Guy Clark, Terry Allen, Butch Hancock, Robert Earl Keen, Lyle Lovett, e se ne potrebbero aggiungere a decine, sono spiriti affini, ma Russell ha collaborato anche con Dave Alvin e Ian Tyson che certo texani non sono, e il suo autore preferito, spesso eseguito (in questa antologia ci sono due brani) è il sommo Bob Dylan. Però come ricordano alcune interviste riportate nell’interessante libretto che correda questo doppio, Tom si considera una persona del sud ovest, un Southwestern man, nel Texas ormai risiede il suo cuore, e probabilmente anche se vivesse in Groenlandia lo spirito dei suoi brani sarebbe sempre pervaso da questa idea di “West”. Poi le storie possono raccontare di galli da combattimento con un occhio solo, Gallo del Cielo, qui in versione live, ma secondo chi scrive, insuperabile nella versione donata agli annali della musica da Joe Ely in Letter To Laredo, ma anche canzoni tra fiction e realtà, come la bellissima Sitting Bull In Venice, che narra dell’incontro di Toro Seduto con la calli veneziane, quando venne in Europa insieme al circo di Buffalo Bill, https://www.youtube.com/watch?v=fIZlmjfwW4Y  o ancora i piccoli noir alla Raymond Chandler di The Man From God Knows Where che ci raccontano storie ambientate nella Los Angeles anni ’50, nell’infanzia di Russell. Ma anche semplicemente belle canzoni sentimentali e malinconiche come Bucking Horse Moon https://www.youtube.com/watch?v=1yTB0lVQHY0 , per non dire di un brano stupendo come California Snow, scritta con Dave Alvin, che non sentivo da anni e mi è parsa nuovamente bellissima https://www.youtube.com/watch?v=GzJNDxmAuFE . In fondo lo scopo di questa antologia è anche questo: riscoprire vecchie canzoni che magari non si ascoltavano da anni e, sentite tutte insieme fanno proprio un bel effetto.

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Certo comprarsi un doppio per tre inediti live (ovviamente chi ha già tutto, e chi legge questo spazio temo appartenga alla categoria) è una follia, in questi tempi duri di spending review; gli altri due dal vivo sono Navajo Rug https://www.youtube.com/watch?v=5JW_kl-2d78 , cantata con Katy Moffatt e The Sky Above, The Mud Below http://discoclub.myblog.it/2011/09/06/ma-allora-escono-ancora-dischi-belli-tom-russell-mesabi/ . Però so non lo conoscete, o nell’inevitabile “celo/manca”, il secondo prevale sul primo, direi che l’acquisto è imprescindibile! Almeno una hit (non nella versione di Russell) nel CD c’è, El Paso, un n°1 per il suo autore Marty Robbins, anche se nel libretto, unico errore, peraltro veniale, viene attribuita a Woody Guthrie. Ci sono due brani di Dylan, come ricordato, Seven Curses e Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts https://www.youtube.com/watch?v=uonjSyOku5Q  (ma sul recente Mesabi http://discoclub.myblog.it/2011/09/06/ma-allora-escono-ancora-dischi-belli-tom-russell-mesabi/  fa anche una stupenda A Hard Rain’s A Gonna Fall, che qui sarebbe fuori argomento), a dimostrazione della totale sintonia con le canzoni che vengono sempre reinterpretate in modo stupendo. Comunque le giriamo sono 34 canzoni di notevole spessore, tra cui ricorderei anche le cover di Prairie In The Sky di Mary McCaslin, Gulf Coast Highway di Nancii Griffith e The Ballad Of Sally Rose, una delle rare canzoni firmate da Emmylou Harris, con l’allora marito Paul Kennerly, nel primo periodo di carriera. Una curiosità statistica, El Paso, il brano di cui sopra, è stato eseguito ben 359 volte dal vivo dai Grateful Dead, il gruppo per cui proprio Robert Hunter ha firmato alcune delle sue più belle liriche e di cui Tom Russell, sempre nell’ottimo libretto, ricorda la mail che gli inviò in occasione della pubblicazione di Blood And Candle Smoke: “Grande musica. Grandi Testi. Ce l’hai fatta”, che mi sembra possa fotografare alla perfezione il contenuto di questa doppia compilation:

CD 1

  1. Tonight We Ride
  2. East Texas Red
  3. El Paso
  4. Little Blue Horse
  5. Hills Of Old Juarez
  6. Old Blue
  7. California Snow
  8. Sitting Bull In Venice
  9. Bucking Horse Moon
  10. Seven Curses
  11. Chickasaw County Jail
  12. Tramps & Hawkers
  13. Grapevine
  14. Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts
  15. Claude Dallas
  16. The Ballad Of William Sycamore

CD 2

  1. Dance Hall Girls
  2. El Llano Estacado
  3. Part 1 – The Man From God Knows Where
  4. Patrick Russell
  5. Down The Rio Grande (Aka Rio Grande)
  6. Prairie In The Sky
  7. Casey Jones
  8. Stealing Electricity
  9. Racehorse Haynes
  10. Gulf Coast Highway
  11. Bacon Rind, Chief Seattle, The Ballad Of Ira Hayes
  12. The Santa Fe At Midnight
  13. The Ballad Of Sally Rose
  14. American Rivers
  15. Santa Ana Wind
  16. Navajo Rug (Live)
  17. The Gallo Del Cielo (Live)
  18. The Sky Above, The Mud Below (Live)

 

Bruno Conti

Una “Miscellanea” Di Generi Musicali! Donna The Buffalo – Tonight, Tomorrow and Yesterday

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Donna The Buffalo – Tonight, Tomorrow And Yesterday – Sugar Hill Records 2013

Esordio su queste pagine virtuali dei Donna The Buffalo, un gruppo che con questo lavoro giunge al decimo album della loro produzione, e festeggia i 25 anni di carriera. Esistono dal 1987 e sono di Ithaca (stato di New York), e dopo una lunga gavetta, esordiscono con due cassette autoprodotte  White Tape (89) e Red Tape (91) e due album autogestiti, l’omonimo Donna The Buffalo (93),e  The Ones You Love (96), si conquistano una meritata fama con Rockin’ In The Weary Land (98), edito dalla Sugar Hill Records come pure il successivo Positive Friction (2000). Dopo una pausa e cambio di formazione, ma mantenendo la forza trainante dei componenti storici della band, la cantante e violinista Tara Nevins (autrice di due splendidi album solisti Mule To Ride (99) e Wood And Stone (2011), e il cantante chitarrista Jeb Puryear, i DTB riprendono il cammino con il primo live ufficiale From The American Ballroom (2002) l’intrigante Wait ‘Til Spring (2003) in coppia con uno dei “mostri sacri” del cantautorato country Jim Lauderdale, a cui fanno seguito Life’s A Ride (2005), e l’ultimo disco di studio Silverlined (2008) che vedeva come ospiti David Hidalgo dei Los Lobos, Claire Lynch icona del bluegrass “indie”, Amy Helm (figlia del compianto Levon) e lo straordinario banjoista Bela Fleck.

Durante tutto il loro percorso, il suono e lo stile della band non è mai cambiato di una virgola, un mondo sonoro nascosto, che va dalla Louisiana alla California, passando per i monti Appalachi, mischiando a piacimento rock e folk, country e bluegrass, cajun e zydeco, tex mex e reggae, fino ad arrivare ad assimilare una certa forma di blues, con composizioni dal tessuto estremamente fluido, vicino a quello delle jam band, e dalla ritmica vitale e allegra. Tutto questo si riscontra anche in questo Tonight, Tomorrow and Yesterday, prodotto da Robert Hunter e registrato in una “location” particolare (l’interno di una chiesa nella campagna di Enfield), con l’attuale line-up del gruppo composta dalla seducente Tara Nevins (lead vocal, violino, fisarmonica, acoustic guitar), che divide la leadership con il compare Jeb Puryear (lead vocal, chitarre e pedal steel) e i loro “pards” David McCracken alle tastiere, Kyle Spark al basso e Mark Raudabaugh alla batteria, per quasi un’oretta di musica danzabile, anche da parte di chi, come il sottoscritto, raramente muove il “piedino” durante un concerto.

All Aboard apre le danze, un brano zydeco con il sapore della Louisiana, mentre Don’t Know What We’ve Got vede la voce di Tara in evidenza con un ritornello che prende sin dal primo ascolto. Con Working On That siamo in ambito rock, con la voce di Jeb che accompagna una ritmica quasi a passo di reggae, seguita da I Love My Tribe dalla musica fluida, chitarre arpeggiate e la bella voce di Tara, mentre Tonight, Tomorrow and Yesterday ha il passo tipico dei DTB, con la voce di Jeb che guida la canzone. One Day At Time cambia registro, ci porta subito in un mondo sognante, con una melodia nostalgica che si sviluppa nel ritornello, per poi passare alla sincopata Love Time con un organo anni ’60 a dettare la linea musicale, mentre No Reason Why con la sua atmosfera quasi campestre, mette voglia di ballare sull’aia (se ce ne sono ancora). Si riparte con I See How You Are, un brano fresco e diretto dal suono accattivante, si prosegue con I Can Fly che sembra presa da uno dei dischi dei Black Sorrows di Joe Camilleri , per arrivare a Ms. Parsley dal tocco reggae più accentuato, con l’organo di David a fare da spalla alla voce di Jeb. Ci si avvia alla fine con il cajun di Why You Wanna Leave Me, la ballata Real Love dalla melodia distesa e solare cantata in duetto da Tara e Jeb, per chiudere con una frizzante Spinning World che mischia sonorità cajun e zydeco.

I Donna The Buffalo sono depositari di un suono personale e sanno scrivere canzoni che toccano nel profondo, alternano ballate suggestive a brani dirompenti, ma suonano con grande vitalità e buon gusto. La loro storia è una favola felice sull’amicizia e sull’amore per la buona musica, una musica intesa come messaggio che va oltre la musica stessa, e chi ha avuto la fortuna di assistere alle loro esibizioni live, può certificare che ogni concerto è un’occasione per celebrare attraverso la loro musica, la vita.

Tino Montanari

Sembrano Quasi I Little Feat! Rooster Rag, Il Nuovo Album

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Little Feat – Rooster Rag – Rounder/Universal

E anche un po’ la Band, in riferimento al titolo. D’altronde Little Feat e Band si possono considerare tra gli inventori di quello che un tempo veniva definito “rock americano” e poi negli anni, via via, roots rock, Americana o come diavolo volete chiamarlo, quello stile che riunisce un po’ tutto gli stili e il meglio della musica rock intesa nel senso più nobile. Se andate a leggere su Wikipedia quale sia il loro genere, trovate: southern rock, blues rock, roots rock, R&B, Funk Rock, jazz funk, jazz rock, boogie rock, jam rock, country rock, Americana. Praticamente cosa manca? Folk e klezmer, mi pare, gli altri generi sono rappresentati tutti e li suonano tutti alla grande. Sembrano “quasi” i Little Feat, perchè dal 1979 Lowell George ci ha lasciati e nel 2010 è scomparso anche il batterista Richie Hayward. Shaun Murphy, l’ottima vocalist che aveva fatto parte del gruppo dal 1993 al 2009 nella terza fase (in sostituzione di Craig Fuller) parzialmente invisa a una fetta dei fans del gruppo, se ne è andata anche lei, mentre Fred Tackett, confermatissimo nella formazione, assume un ruolo più evidente sia a livello compositivo che vocale (e lui ormai fa parte del gruppo dal 1987). Il nuovo batterista è il bravo Gabe Ford, un membro della nuova generazione della grande famiglia Ford (quella di Patrick, il babbo, anche lui batterista e dello zio Robben Ford).

Il risultato finale è questo Rooster Rag, uno dei migliori album in studio della band in assoluto, il loro sedicesimo. Join The Band del 2008 era stato un eccellente disco ma conteneva vecchio materiale, una serie di collaborazioni e duetti con grandi musicisti alle prese con molte rivisitazioni dal loro repertorio. Questo album, a parte due cover, poste in apertura e chiusura del CD, è forse il loro disco più bello dagli anni ’70, sorprendentemente mi viene da aggiungere, per la consistenza e la continuità qualitativa del materiale presente nel disco. Dischi brutti non ne hanno mai fatti, ma non sempre tutti i brani erano all’altezza della loro fama, questa volta invece tutto gira alla perfezione.

Dalla “ripresa” iniziale della celebre Candy Man Blues dal repertorio di Mississippi John Hurt, cantata da Paul Barrere, tutti gli elementi del loro sound classico sono subito al loro posto, le due chitarre che si intersecano sinuosamente, con la slide ora nelle mani esperte di Barrere, il piano e l’organo di Payne che si insinuano nelle pieghe della sezione ritmica, con il basso inamovibile di Kenny Gradney ad ancorare il suono con la batteria di Ford e le percussioni di Sam Clayton ad aggiungere quella patina New Orleans al tutto. Rooster Rag, il primo brano firmato dalla nuova coppia Bill Payne/Robert Hunter è un perfetto connubio tra le sonorità classiche dei Feat e quell’andatura da “rag” della Band, il violino aggiunto di Larry Campbell, il mandolino di Fred Tackett e le tastiere di Payne conferiscono un andatura “paesana” alla canzone che ha tutto il fascino delle cose migliori del gruppo. Church Falling Down è il primo brano scritto e cantato da Tackett, in questo album, una ballata meravigliosa ed esoterica, con le tastiere di Payne che, come dice lui nella presentazione dell’album, hanno qualcosa del “gris-gris” di Dr.John, mandolino, slide acustica e un bel solo del piano acustico di Payne nella parte centrale confermano questa vena ritrovata per il “suono particolare” inserito in un ensemble formidabile.

Salome, un altro brano dell’accoppiata Payne/Hunter (il paroliere dei Grateful Dead), sembra un brano uscito come per magia dai solchi dei vinili storici dei Little Feat degli anni ’70, il violino dì Campbell è ancora una volta valore aggiunto per la riuscita perfetta della canzone, bellissima anche la parte slide, inconfondibile. One Breath At A Time è uno dei loro classici “funkacci”, con slide, solista e organo e la sezione fiati dei Texicali Horns (Darrell Leonard & Joe Sublet) che impazzano sulle voci di Tackett, l’autore, Clayton e Barrere che si “scambiano” i versi del brano con il solito gusto inimitabile, mentre la sezione ritmica inventa musica senza tempo. Just A Fever è uno di quei pezzi R&R, che è altrettanto nel loro DNA, ritmi tirati, riff di chitarra a volontà per un brano scritto da Paul Barrere con il recentemente scomparso Stephen Bruton, altro grande chitarrista.

Rag Top Down, un altro dei brani firmati da Payne con Hunter ha nuovamente punti di aggancio con il suono della Band di Robertson e Helm, quel gumbo di sapori sonori che solo i più grandi gruppi della musica americana hanno saputo creare. Stessa coppia di autori per la successiva Way Down Under, che ci riporta nei territori sonori più riconoscibili dei Little Feat, con quegli interscambi fantastici tra chitarre e tastiere che sono stati sempre il loro marchio di fabbrica, quando i tempi accelerano anche il godimento aumenta. Jamaica Will Break Your Heart, nuovamente di Tackett, come detto molto più presente come autore e cantante in questo disco, ha quei ritmi caraibici indolenti nella parte iniziale, ma subito potenziati dalla sezione fiati nuovamente in pista e dal drive ritmico inarrrestabile del gruppo.

Tattooed, l’ultimo brano di Tackett, è una morbida ballata tra jazz e blue eyed soul, con tromba e chitarra a dividersi le parti soliste con il piano elettrico di Payne, ed è forse l’unico brano che non mi soddisfa a pieno, uno su dodici ci può stare, bello ma un po’ turgido, il lato più edonista della band che non sempre mi ha entusiasmato. Ma nel finale torniamo al suono più ruspante del gruppo, prima una The Blues Keep Comin’, firmata da Payne con il batterista Ford, che è una dichiarazione di intenti fin dal nome del brano, le radici del loro suono poi ribadite in una turbinosa Mellow Down Easy, un brano che Willie Dixon aveva scritto per Little Walter, e che il percussionista Sam Clayton canta alla grande con il suo vocione, con l’aggiunta dell’armonica di Kim Wilson a duettare con le chitarre di Barrere e Tackett e tutta la band che tira come un diretto. E tutto finisce come era cominciato, sia nel disco che nella storia del gruppo, “vera musica americana”!

Bruno Conti