Il Mezzo Secolo Di Una Band Leggendaria! Fairport Convention – 50:50@50

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Fairport Convention – 50:50@50 – Matty Grooves CD

I Fairport Convention, forse il miglior gruppo folk britannico di tutti i tempi (specie nei primi anni, ed in particolare nel 1969, un vero e proprio “dream team” con all’interno gente del calibro di Richard Thompson, Sandy Denny, Ashley Hutchings e Dave Swarbrick, credo che solo nei Beatles ci fosse più talento tutto insieme) non è mai stato allergico alle auto-celebrazioni, anzi: più o meno dal 25° anno di attività, ogni lustro hanno pubblicato un disco, dal vivo o in studio, che festeggiasse l’evento, e quindi figuriamoci se si lasciavano sfuggire l’occasione delle cinquanta candeline (il loro esordio discografico è del 1968, ma come band esistevano già da un anno, *NDB Così l’anno prossimo possono festeggiare di nuovo). A voler essere pignoli, gli anni sarebbero meno, in quanto i Fairport, a parte le annuali reunion a Cropredy che oggi sono diventate un must, di fatto non sono esistiti come band nel periodo dal 1979 al 1985, anno in cui Simon Nicol, unico tra i membri fondatori, e Dave Pegg, altro capitano di lungo corso (e complessivamente ad oggi il più presente in assoluto nelle tante line-up del gruppo), insieme al nuovo Ric Sanders (in sella ancora oggi), al rientrante Dave Mattacks (in seguito sostituito da Gerry Conway) e, un anno dopo, a Martin Allcock (a cui negli anni novanta subentrò Chris Leslie), decisero di riformare la vecchia sigla per il discreto Gladys’ Leap.

Una critica che viene spesso rivolta all’attuale formazione dei Fairport, la più longeva di sempre, è di essere un gruppo di onesti mestieranti senza alcun fuoriclasse al suo interno, e specie nei primi anni della reunion c’era chi faceva fatica ad accettare che il gruppo fosse guidato da Nicol (che obiettivamente nella golden age, gli anni sessanta, era il componente di minor spessore artistico), ma col tempo la situazione si è normalizzata, anche perché i cinque, pur non sfornando nuovi capolavori all’altezza di Unhalfbricking o Liege & Lief, hanno sempre pubblicato album più che dignitosi, alcune volte ottimi, sicuramente piacevoli, di classico folk-rock nella miglior tradizione britannica, senza mai scendere sotto il livello di guardia (meglio anche, per fare un esempio, dei tre LP usciti prima del loro scioglimento nel 1979, Gottle O’Geer, The Bunny Bunch Of Roses e Tipplers Tales, forse il punto più basso della loro storia). E l’album appena pubblicato per celebrare il mezzo secolo di attività (per ora in vendita solo sul loro sito, dal 10 Marzo sarà disponibile ovunque), 50:50@50, è indubbiamente uno dei più riusciti degli ultimi vent’anni: un disco suonato alla grande ed inciso benissimo, e d’altronde i nostri sono dei musicisti talmente capaci ed esperti che, quando li sostiene anche l’ispirazione, è difficile che sbaglino il colpo.

Il CD, quattordici brani, è diviso esattamente a metà (50:50, e qui si spiega il titolo) tra brani in studio nuovi di zecca e performances dal vivo (registrate in varie locations negli ultimi due anni), dove però si evita di riproporre per l’ennesima volta i classici assodati, rivolgendosi a pagine meno note: come ciliegina, un paio di grandi ospiti che aggiungono ulteriore prestigio al lavoro. Ma direi di analizzare il contenuto, cominciando dai sette brani in studio e passando poi ai live (anche se sul CD la distinzione non è netta, anzi le due diverse situazioni si alternano). Eleanor’s Dream, scritta da Leslie (in questo album il songwriter e cantante di punta, assume quasi la leadership a discapito di Nicol) apre benissimo il disco, una rock ballad elettrica, solo sfiorata dal folk, con un bel refrain ed un arrangiamento vigoroso, un ottimo inizio per un gruppo che dimostra subito di non aver perso lo smalto. Step By Step è una deliziosa ballata dalla melodia tenue e limpida, punteggiata da un delicato arpeggio, mentre Danny Jack’s Reward è il rifacimento di un brano apparso nel 2011 su Festival Bell, uno strumentale scritto da Sanders e qui rafforzato dalla presenza di una vera e propria orchestra folk di otto elementi, che mischia archi e fiati, un pezzo trascinante ed eseguito con classe sopraffina, uno degli highlights del CD. L’acustica e bucolica Devil’s Work è puro folk-rock, un genere che i nostri hanno contribuito ad inventare (magari non in questa formazione, ma lasciamo stare), l’autocelebrativa Our Bus Rolls On è più canonica comunque sempre piacevole, con un motivo da fischiettare al primo ascolto. The Lady Of Carlisle è un delizioso traditional elettroacustico che vede la partecipazione alla voce solista di Jacqui McShee, ex ugola dei Pentangle, creando così un ideale ponte tra i due gruppi più leggendari della scena folk britannica, mentre la breve Summer By The Cherwell, scritta dal collega ed amico PJ Wright, è una cristallina folk ballad, pura e tersa, tra le più immediate del disco.

E veniamo alla parte dal vivo, il cui punto più alto è certamente una versione del noto traditional Jesus On The Mainline (reso immortale negli anni settanta da Ry Cooder), grazie alla presenza alla voce solita nientemeno che di Robert Plant: l’ex cantante dei Led Zeppelin è da sempre un grande ammiratore dei Fairport (basti ricordare il duetto con Sandy Denny in The Battle Of Evermore, dal mitico quarto album del Dirigibile), e questa versione, tra rock, folk e gospel, è semplicemente strepitosa, al punto da lasciarmi la voglia di un intero album dei nostri insieme al lungocrinito vocalist. Gli altri sei brani on stage vengono da diversi periodi del gruppo, e solo due da prima della reunion del 1985: la frizzante Ye Mariners All è uno di questi due (era infatti su Tipplers Tales), un reel cantato, con violino e mandolino grandi protagonisti e ritmo decisamente vivace; splendida The Naked Higwayman, saltellante brano scritto dal folksinger Steve Tilston, un bellissimo folk-rock dal motivo coinvolgente (canta Nicol) ed eseguito in maniera perfetta, un genere nel quale i nostri sono ancora i numeri uno. La lunga e drammatica Mercy Bay è uno dei brani a sfondo storico che ogni tanto scrivono, una canzone abbastanza strutturata e complessa, ma non ostica, anche se pur mantenendo la base folk è indubbiamente moderna; Portmeirion è un malinconico strumentale costruito intorno ad una melodia per violino e mandolino, tra i più noti di quelli usciti dalla seconda fase della carriera del gruppo. Completano il quadro la corale Lord Marlborough, il più antico tra i pezzi dal vivo (apriva Angel Delight, album del 1971) e la struggente John Condon, che ricorda certe ballate folkeggianti di Mark Knopfler, senza la sua chitarra ovviamente.

In definitiva, un altro bel disco per un gruppo che, nonostante i cinquant’anni sul groppone, non ha perso la voglia di fare ottima musica. Consigliato.

Marco Verdi

Un Po’ Di Sano Classic Rock Al Femminile! Heart – Live At The Royal Albert Hall

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Heart – Live At The Royal Albert Hall (With The Royal Philarmonic Orchestra) – Eagle Rock CD – DVD – BluRay

Chi mi conosce sa che, tra i vari generi musicali, non disdegno il rock anni settanta di matrice classica, e fra i vari gruppi e solisti che formano questo tipo di panorama ho sempre avuto un occhio di riguardo per le sorelle Ann e Nancy Wilson (per Nancy, anche due occhi…), meglio conosciute come Heart. Nel corso della loro carriera, le due musiciste di Seattle hanno conosciuto il successo a fasi abbastanza alterne: il primo periodo (la seconda metà dei seventies), caratterizzato da una discreta popolarità e da sonorità decisamente influenzate dai Led Zeppelin, un inizio di anni ottanta piuttosto difficile, subito seguito da una incredibile metamorfosi dal 1985, sia nel look che nel sound, che ha fatto conoscere loro il successo planetario consacrandole vere e proprie star del panorama AOR, per poi ripiombare nuovamente nel corso degli anni novanta quasi nell’oblio generale. Verso la fine della prima decade del nuovo millennio le due Wilson hanno ricominciato ad incidere con una certa regolarità ed a buoni livelli, prima con Red Velvet Car (2010), molto legato a sonorità più roots del solito, seguito dal più duro Fanatic e, quest’anno, dal discreto Beautiful Broken, più vicino al loro classico suono.

Negli ultimi anni non sono mancati neppure gli album dal vivo, dall’ottimo Fanatic Live del 2014, al natalizio Home For The Holidays di un anno fa, fino a questo Live At The Royal Albert Hall, appena uscito sia in formato audio che video (ma con i tre classici supporti pubblicati separatamente), che senza dubbio è il più riuscito dei tre, in quanto prende in esame in egual misura tutte le fasi della carriera delle due sisters, ma anche perché è registrato insieme all’Orchestra Filarmonica di Londra (che non è mai sovrastante, ma sottolinea con molta misura i brani del disco) in uno dei templi mondiali della musica dal vivo, tra l’altro mai frequentato prima d’ora da Ann e Nancy. E la serata è di quelle giuste, con le due “ragazze” in ottima forma, sia la bionda Nancy, che non è mai stata una axewoman ma se la cava benissimo con la ritmica e soprattutto con l’acustica, sia soprattutto la mora Ann, che passano gli anni ma non passa mai la bellezza della sua voce, potente il giusto nei pezzi più rock e seducente e profonda nelle ballate; la band di supporto è formata da quattro elementi (Craig Bartok alla solista, Christopher Joyner alle tastiere, Daniel Rothchild al basso e Benjamin Smith alla batteria), mentre l’orchestra è arrangiata e condotta nientemeno che da Paul Buckmaster, una vera e propria leggenda per quanto riguarda gli archi trapiantati nel rock (avendo in passato collaborato soprattutto con Elton John, ma anche con David Bowie, Rolling Stones, Leonard Cohen, Grateful Dead, Dwight Yoakam, Harry Nilsson, Stevie Nicks e persino Miles Davis).

La serata, che si apre con la potente Magic Man, decisamente zeppeliniana (provate a fare il giochino immaginario di sostituire la voce di Ann con quella di Robert Plant) e con un buon break nel ritornello, dà chiaramente spazio all’ultimo lavoro del duo, Beautiful Broken, con cinque canzoni, tra le quali spiccano la maestosa Heaven (nella quale esordisce l’orchestra), anche questa con abbondanti tracce del Dirigibile, come peraltro anche la complessa I Jump, con i suoi palesi riferimenti a Kashmir, mentre Two è una delicata ballata pianistica, cantata benissimo da Nancy, che non avrà la potenza della sorellona ma se la cava egregiamente. Non mancano naturalmente le megahits degli anni ottanta, e se These Days non mi ha mai convinto più di tanto (troppo pop ed annacquata), What About Love, pur essendo decisamente ruffiana e costruita per le classifiche, ha un’ottima melodia (copiata pari pari qualche anno dopo dal duo pop-rock-AOR svedese dei Roxette per la loro Listen To Your Heart, mentre Alone è semplicemente straoordinaria, una delle migliori ballate degli eighties: da anni le Heart la ripropongono in una versione più lenta e spogliata dal big sound dell’originale, valorizzando ancor di più il motivo splendido e la voce strepitosa di Ann, ed anche questa sera i brividi non si contano.

Non mancano neppure i successi della prima ora, come la scintillante Dreamboat Annie, title track del loro primo album del 1975 (e con l’orchestra che commenta con grande gusto in sottofondo), la grandiosa Crazy On You, forse la loro migliore rock song di sempre, e l’incalzante e trascinante Barracuda, posta nei bis giusto prima del finale di Kick It Out (un rock’n’roll tosto e vibrante). E non dimenticherei l’omaggio proprio agli Zeppelin, con una magistrale No Quarter, che mantiene intatta l’atmosfera minacciosa ed inquietante dell’originale, una rilettura lunga e potente che anche i tre membri superstiti della storica band inglese apprezzeranno (in passato sia Plant che Page hanno avuto parole più che lusinghiere per le due sorelle Wilson). Come ho scritto nel titolo, un po’ di sano rock al femminile ogni tanto ci vuole, e le Heart sono sempre tra le migliori interpreti in tal senso.

Marco Verdi

 

Supplemento Della Domenica: Era Già Imperdibile 19 Anni Fa, Figuriamoci Oggi! Led Zeppelin – The Complete BBC Sessions

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Led Zeppelin – The Complete BBC Sessions – Atlantic/Warner 3CD – 5LP – Super Deluxe 3CD + 5LP

Le recenti ristampe dell’intero catalogo dei Led Zeppelin a cura di Jimmy Page, sono state, diciamolo, una mezza delusione: a parte gli estremi, cioè il primo Led Zeppelin ed il postumo Coda, gli “inediti” inclusi nelle edizioni espanse avevano lasciato parecchio a desiderare, e la cosa più riuscita di queste riedizioni erano i libri che accompagnavano le edizioni super deluxe, peraltro costosissime e senza neppure un minuto di musica in più rispetto ai normali CD doppi (triplo nel caso di Coda). Oggi Page si riscatta parzialmente riproponendo le bellissime registrazioni che il gruppo aveva inciso per la BBC, già uscite in versione doppia nel 1997 e che avevano riscosso un notevole successo, anche perché all’epoca c’era una gran fame di Zeppelin e di inediti se ne vedevano pochissimi. The Complete BBC Sessions, oltre a riprodurre quel doppio album live (sia in studio che in presenza del pubblico), ne aggiunge un terzo con nove brani non pubblicati all’epoca, che sembrerebbero essere gli ultimi presenti negli archivi della storica emittente britannica, con i tre pezzi finali che appartengono ad una sessione del 1969 considerata perduta (ed anche qui, oltre ad una versione in quintuplo vinile, esiste il solito superbox con sia CD che LP, ma sempre senza musica aggiuntiva).

Per chi scrive i Led Zeppelin sono stati la più grande band di sempre: certo, forse i Beatles sono stati più innovatori e hanno scritto una serie di capolavori inarrivabile, i Rolling Stones sono la migliore rock’n’roll band sul pianeta (e qualche discreta canzoncina l’hanno scritta anche loro…), ma a livello di pura tecnica nessuno poteva competere con i quattro del Dirigibile, che partendo dalla lezione dei classici del blues hanno praticamente inventato un suono, l’hard rock classico che farà faville negli anni settanta, ed influenzato un’infinità di gruppi venuti dopo di loro (*NDB Anche se Jeff Beck avrebbe qualcosa da opinare su chi fu l’inventore). Robert Plant aveva un’ugola, una carica sessuale ed una presenza scenica che ne facevano il cantante rock per antonomasia (in seguito David Coverdale diventerà un ottimo discepolo, senza peraltro avvicinare a quei livelli), Jimmy Page è stato semplicemente il più grande chitarrista dopo Jimi Hendrix (ma non ditelo a Richie Blackmore se no mi fa causa), John Paul Jones è stato un bassista e tastierista assolutamente devastante, mentre John “Bonzo” Bonham è stato, insieme a Keith Moon, il miglior batterista rock di tutti i tempi. Il loro unico album dal vivo dell’epoca, The Song Remains The Same, era stato una delusione (in parte riparata dalla deluxe version del 2007), ed è quindi facilmente comprensibile il perché del successo nel 1997 di questo album, considerando che prendeva in esame incisioni del loro periodo migliore (quello dei primi quattro album).

Le registrazioni risalgono al 1969 sul primo CD (alle trasmissioni Pop Sundae e Top Gear ed al Playhouse Theatre), al 1971 sul secondo (tutte da un concerto al Paris Theatre di Londra), mentre sul terzo c’è un mix delle due annate: Page ha poi fatto un lavoro splendido in sede di rimasterizzazione, ripulendo ulteriormente le tracce che già aveva messo a punto 19 anni fa, ed il piacere dell’ascolto è quindi praticamente rinnovato. Il primo dei tre CD si apre con il possente blues di Willie Dixon You Shook Me, con Plant strepitoso già da subito e gli altri tre che ci danno dentro come se non ci fosse domani (e Page rilascia un assolo da marziano), seguita da una fluida e lineare I Can’t Quit You Baby (ancora Dixon) e da una delle tante Communication Breakdown, ben cinque in tutto il triplo, e tutte vere e proprie esplosioni elettriche. I classici del primo periodo ci sono comunque tutti (a parte, stranamente, Rock’n’Roll), tra cui spiccano una Dazed And Confused davvero plumbea e ricca di tensione, con Page che suona con l’archetto producendo suoni inquietanti (a dire il vero le versioni sono tre, di cui una di diciotto minuti assolutamente spaziale), un’altra You Shook Me, di dieci minuti, che fa impallidire quella già ottima posta in apertura, il superclassico Whole Lotta Love, una normale ed una di tredici minuti in medley con Boogie Chillun di John Lee Hooker, Fixin’ To Die di Bukka White e That’s Alright Mama e A Mess Of Blues di Elvis Presley, la sensuale What Is And What Should Never Be, con Page sublime anche alla slide, e la rara Travelling Riverside Blues, un blues “rurale” formidabile, una delle migliori performances del triplo.

Non manca neppure la magnifica Stairway To Heaven (per il sottoscritto la più grande canzone rock di sempre), anche se la versione originale la reputo insuperabile, la folkeggiante ed acustica Going To California (peccato non anche The Battle Of Evermore), ed alcune gemme eseguite raramente come The Girl I Love She Got Long Black Wavy Hair, la deliziosa That’s The Way ed il travolgente rock’n’roll di Eddie Cochran Somethin’ Else, con Jones che stende tutti al pianoforte. E, last but not least, una Immigrant Song da urlo, con Bonzo che sembra avere venti braccia, Plant indemoniato ed il solito assolo spaccabudella di Jimmy, fusa con l’altrettanto imperdibile Heartbreaker (ma come suona Page?). Il terzo CD, quello inedito, ci propone altre due Communication Breakdown, la prima più diretta e secca, la seconda superiore sia in durata che in resa, la solita superlativa Dazed And Confused (“solo” undici minuti), due ulteriori versioni di What Is And What Should Never Be, insinuanti e raffinate, con Plant e Page che fanno a gara a chi è più bravo, e la rara White Summer, uno strumentale di otto minuti in cui Jimmy può fare il bello e il cattivo tempo. Infine, la già citata “lost session” del 1969, che ha una qualità di registrazione nettamente inferiore, diciamo da bootleg medio, ma un grande valore artistico, con altre due splendide riletture di I Can’t Quit You Baby e You Shook Me e, vera chicca del CD, l’unica versione conosciuta di Sunshine Woman, un rock-blues decisamente tosto e grintoso.

Se diciannove anni fa eravate in vacanza sulla Luna e vi siete persi le BBC Sessions dei Led Zeppelin, ora non avete più scuse: tra le ristampe dell’anno.

Marco Verdi

Led Zeppelin – The Complete BBC Sessions: Il 16 Settembre Ristampa Potenziata Con Inediti!

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Led Zeppelin – The Complete BBC Sessions – Atlantic/Warner – 3 CD/5 LP o Super Deluxe 3 CD + 5 LP – 16-09-2016

Quando sembrava che la serie di ristampe del catalogo dei Led Zeppelin si fosse completata lo scorso anno con l’uscita di Coda, arricchito da una serie di inediti e rarità, ecco che viene annunciata una nuova edizione delle BBC Sessions, in origine pubblicate nel 1997 e alle quali Jimmy Page, in un ulteriore soprassalto di attività, oltre a provvedere ad una nuova masterizzazione, ha aggiunto anche un terzo CD, con ulteriori nove tracce estratte dalle sessioni realiozzate per la emittente radio inglese tra il 1969 e il 1971, tre delle quali andate in onda il 14 aprile del 1969 e da lungo tempo considerate “perdute” e definite “The Rhythm And Blues Sessions”. Uno dei tre brani è Sunshine Woman, nella unica versione registrata a livello ufficiale.

led zeppelin the complete bbc sessions super deluxe

Ovviamente, oltre alla versione in triplo CD e a quella in quintuplo vinile, ci sarà anche l’inevitabile e costosissima versione Super Deluxe, che vedete qui sopra e che assembla il tutto in un unico cofanetto. Il contenuto è lo stesso per tutte le edizioni:

[CD1]
1. You Shook Me (23/3/69 Top Gear)
2. I Can’t Quit You Baby (23/3/69 Top Gear)
3. Communication Breakdown (22/6/69 Pop Sundae)
4. Dazed And Confused (23/3/69 Top Gear)
5. The Girl I Love She Got Long Black Wavy Hair (22/6/69 Pop Sundae)
6. What Is And What Should Never Be (29/6/69 Top Gear)
7. Communication Breakdown (29/6/69 Top Gear)
8. Travelling Riverside Blues (29/6/69 Top Gear)
9. Whole Lotta Love (29/6/69 Top Gear)
10. Somethin’ Else (22/6/69 Pop Sundae)
11. Communication Breakdown (10/8/69 Playhouse Theatre)
12. I Can’t Quit You Baby (10/8/69 Playhouse Theatre)
13. You Shook Me (10/8/69 Playhouse Theatre)
14. How Many More Times (10/8/69 Playhouse Theatre)

[CD2]
1. Immigrant Song (1/4/71 Paris Theatre)
2. Heartbreaker (1/4/71 Paris Theatre)
3. Since I’ve Been Loving You (1/4/71 Paris Theatre)
4. Black Dog (1/4/71 Paris Theatre)
5. Dazed And Confused (1/4/71 Paris Theatre)
6. Stairway To Heaven (1/4/71 Paris Theatre)
7. Going To California (1/4/71 Paris Theatre)
8. That’s The Way (1/4/71 Paris Theatre)
9. Whole Lotta Love (Medley) [1/4/71 Paris Theatre]
10. Thank You (1/4/71 Paris Theatre)

[CD3]
1. Communication Breakdown (23/3/69 Top Gear)
2. What Is And What Should Never Be (22/6/69 Pop Sundae)
3. Dazed And Confused (10/8/69 Playhouse Theatre)
4. White Summer (10/8/69 Playhouse Theatre)
5. What Is And What Should Never Be (1/4/71 Paris Theatre)
6. Communication Breakdown (1/4/71 Paris Theatre)
7. I Can’t Quit You Baby (14/4/69 Rhythm & Blues Session)
8. You Shook Me (14/4/69 Rhythm & Blues Session)
9. Sunshine Woman (14/4/69 Rhythm & Blues Session)

Quindi a questo punto dobbiamo sperare (o temere) che Jimmy Page si occupi anche di ulteriori versioni degli album dal vivo, oltre all’ufficiale The Song Remains The Same, anche lo splendido triplo postumo How The West Was Won. Nel frattempo Robert Plant in giro per il mondo (e in questi giorni anche in Italia), con la sua band Sensational Space Shifters ha ripreso ad eseguire in concerto parecchi brani dei Led Zeppelin (più o meno a seconda delle serate, e, sì, gli originali erano meglio, ma uguali non avrebbe senso, senza Page, pur se la voce regge splendidamente), e anche ottime versioni di Spoonful I Just Want To Make Love To You, sentire qui sotto.

Vedremo i futuri sviluppi e naturalmente recensione delle BBC Sessions a settembre all’uscita del disco.

Bruno Conti

Ancora Una Anteprima: Dal Canada, Una Band Rock Solida Con Una Cantante “Esagerata”! No Sinner – Old Habits Die Hard

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No Sinner – Old Habits Die Hard – Provogue/Mascot 

La mia prima impressione, dopo un ascolto veloce in streaming, e qualche tempo prima dall’uscita prevista per il 20 maggio, ammetto che era simile a quella che fece esclamare al “collega” Greil Marcus “What’s This Shit”, in occasione della pubblicazione di Selfportrait di Dylan. Ok, siamo su altri livelli e le circostanze sono diverse, Dylan era un musicista affermato e quel doppio album, anche se rivalutato a posteriori, per chi scrive rimane tra i più brutti del vecchio Zimmerman. Intanto bisognerebbe chiedersi chi diavolo sono i No Sinner, band di belle speranze di Vancouver, Canada, al secondo album con questo Old Habits Die Hard, e soprattutto chi è Colleen Rennison la loro cantante (Rennison, No Sinner al contrario, capito)?

no sinner boo hoo hoo colleen renniison see the sky

 

Ma il nome mi diceva qualcosa, per cui sono andato a risentirmi anche il suo unico album da solista, See The Sky About To Rain, pubblicato nel 2014, dopo l’uscita del primo disco dei No Sinner Boo Hoo Hoo, e mi sono ricordato che quel disco mi era piaciuto non poco. Bella voce, ottimi arrangiamenti e produzione a cura di Steve Dawson, per una serie di cover di brani formidabili, in gran parte di autori proprio canadesi, a partire dalla title-track di Neil Young (una delle mie preferite del vecchio bisonte),  passando per Coyote di Joni Mitchell, Stage Fright della Band, Why Don’t You Try di Leonard Cohen, e brani di Townes Van Zandt, Tom Russell, ancora Robbie Robertson, che lo rendono un album di eccellente country got soul, assolutamente da (ri)scoprire.

Quindi ho deciso di ascoltare di nuovo il CD dei No Sinner attraverso questo spirito e questa ottica: il disco continua a non sembrarmi un capolavoro, ma ha parecchie frecce al proprio arco, alcuni brani notevoli ed una voce ed una attitudine che, come dice lei stessa senza falsa modestia in varie interviste, si rifanno a Janis Joplin e Etta James, ma soprattutto a Robert Plant, di cui si ritiene una sorta di androgina replicante. Mi sembra che la Rennison abbia avuto un percorso per certi versi inverso rispetto ad altre cantanti simili a lei come tipo di impostazione vocale e approccio: infatti mentre Dana Fuchs, e forse più ancora Beth Hart, sono partite con un genere rock piuttosto duro, selvaggio e tirato, e poi con la maturità sono arrivate all’attuale miscela di soul, rock, R&B e blues, la giovane Colleen (che però ha già 28 anni, non ho perso il vizio di dire l’età delle signore), è partita con un raffinato stile da interprete di gran classe, per poi approdare all’hard rock quasi senza compromessi del suo power trio canadese, con chitarre fumanti, urla selvagge e ritmi tiratissimi, con più di un punto di contatto con la prima Pat Benatar e le conterranee Heart di Ann Wilson, un’altra che ha una vera venerazione per Robert Plant. D’accordo, il discorso non è così schematico, in fondo la cantante (e attrice, ha girato parecchi film e serie televisive, raramente in parti principali) Rennison è partita con il rock duro, ma  ha dimostrato che sa fare anche ottima musica raffinata con il suo disco solista ed ora ritorna al rock-blues hardeggiante (per inventarsi un neologismo) del nuovo album, stile che ricorda anche il sound di altre band emergenti a guida femminile come i Blues Pills o Grace Potter & The Nocturnals, meno per esempio quello della giovane finlandese Ina Forsman.

Ho fatto una full immersion nei due dischi dei No Simmer e devo dire che effettivamente la Rennison è brava, non appartiene solo alla categoria. attualmente molto frequentata, per dirla alla Totò, “quella faccia non mi è nuova” (vedete la copertina del primo disco): se nel primo album c’è anche molto blues (rock) grazie alla solista, spesso in modalità slide, dell’ottimo chitarrista Eric Campbell, ci sono anche i primi sintomi del lato più “selvaggio” della band, quello zeppeliniano (ma non ci sono ovviamente a suonare Page, Jones e Bonham, e questo fa un piccola differenza) presente in brani come Work Song o Devil On My Back , e ci sono pure parecchi brani dove la quota soul e di ballate è presente; nel nuovo Old Habits Die Hard il pedale della modalità metallurgica è più pigiato, con giudizio nell’iniziale All Woman https://www.youtube.com/watch?v=QqyyBFKKYa0 , dura nei suoni ma dove si gusta comunque la voce di Colleen e il lavoro di Campbell, in Leadfoot, pur con la presenza di una armonica amplificata e minacciosa, si viaggia verso un suono quasi dark e a tratti più “tamarro”, con voce distorta e sguaiata, con One More Time, dai riff tiratissimi che sembrano una buona risposta alla How Many More Times dei Led Zeppelin.

Ma c’è spazio anche per l’ottimo rock’n’soul della vivace Tryin’ che ha qualche parentela con il sound di Beth Hart https://www.youtube.com/watch?v=TYV6eiGk23Y , o per il Rock and Roll di Saturday Night (che si rifà nuovamente ad un celebre brano degli Zeppelin), e anche per un paio di ballate di grande intensità come Hollow e Lines On The Highway https://www.youtube.com/watch?v=TwwZxMA8o0k , oltre al blues-rock con uso di slide della conclusiva Mandy Lyn https://www.youtube.com/watch?v=sFcEkqvYv_8 . Per il resto molto rock, e anche se di stoffa di solito ne indossa poca la nostra amica, nell’ambito musicale ne ha comunque parecchia. Esce, come detto, il 20 maggio.

Bruno Conti

“Che Meraviglia!”, Uno Dei Dischi Dell’Anno. Patty Griffin – Servant Of Love

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Patty Griffin – Servant of Love – PGM/Thirty Tigers 25-09-2015

Quando ti ritrovi ad esclamare tutto da solo come un pirla “Che meraviglia”, mentre ascolti un disco, i casi sono due, o ti devi trovare un buon psichiatra oppure il disco che stai ascoltando è veramente bello. E’ quello che è capitato a chi vi scrive ascoltando il brano Made Of The Sun, tratto da Servant Of Love, il decimo album di questa magnifica cantautrice americana, una delle più brave in assoluto attualmente in circolazione, reduce dall’avere appena finito una lunga relazione, musicale e di vita, con Robert Plant, in campo artistico con i Band Of Joy ed in parte con i Sensational Space Shifters, dove agiva come ospite, nell’ambito privato non so e non mi interessa, sono fatti loro (ultima apparizione insieme https://www.youtube.com/watch?v=S35ua-t3op8). Patty Griffin è in circolazione a livello discografico da una ventina di anni (il primo album Living With Ghosts uscì nel lontano 1996) ma ad ogni disco conferma la sua straordinaria bravura, sia come autrice che come interprete, album sempre abbastanza diversi fra loro, con questo Servant Of Love che sembra voler tornare, come dice lei stessa, alle atmosfere musicali più ricercate ed “avventurose” che avevano caratterizzato i primi dischi della sua carriera, fino ad arrivare a Silver Bell, “disco perduto” del 2002, rifiutato dalla sua casa discografica di allora, la A&M, che poi nel 2013 è ritornata sui propri passi, pubblicando l’album, con il mixaggio di Glyn Johns e la produzione di Craig Ross, che ai più è noto come compagno di merende e secondo chitarrista di Lenny Kravitz, ma che con Patty Griffin, da alcuni album, sta facendo un lavoro splendido, cucendo sulle canzoni degli arrangiamenti, ora acustici, ora elettrici, sempre raffinati, anche grazie alla sensibilità della Griffin che nella sua musica inserisce, di volta, elementi folk, blues, atmosfere sottilmente africane ed etniche in questo nuovo CD, probabilmente, inconsciamente o meno, assorbite dalla frequentazione con Plant, ma anche i suoni della grande tradizione americana, del jazz e del gospel ( per esempio in Downtown Church prodotto da Buddy Miller http://discoclub.myblog.it/2010/02/12/patty-griffin-downtown-church-o-forse-no/ ).

Vi dicevo di Made Of The Sun che in teoria è un brano acustico di vecchio stampo folk, una canzone di una semplicità disadorna, un paio di chitarre acustiche arpeggiate con grazia e una melodia malinconica veicolata dalla voce della Griffin, dolce e tenera, ma forte al contempo, sostenuta a tratti dal controcanto di Shawn Colvin, per un risultato che ha la magia che solo i grandi interpreti sanno creare con la loro arte, grazie a degli sprazzi di ispirazione, che in questo album si ripetono in continuazione. Prendiamo l’iniziale Servant Of Love, una intensa canzone https://www.youtube.com/watch?v=zMcDX4KsHEA , solo voce e piano (John Deaderick), un mood ombroso e jazzy, con la voce della Griffin contrappuntata anche dalla tromba con sordina di Ephraim Owens e dal contrabbasso con archetto di  Lindsey Verrill, un brano che ha la potenza delle migliori interpretazioni della grande cantante irlandese Mary Coughlan, con il cantato di Patty che sale e scende, alternando passi sussurrati a veementi aperture vocali. Altro cambio sonoro per Gunpowder, un blues cadenzato e cattivo, con elementi arabeggianti e di nuovo quella tromba in libertà a rendere ancora più inconsueta la vena musicale del brano, o in Good And Gone che racconta nel testo di una sparatoria della polizia (i cosiddetti “police shootings”) , ma qualcuno ci ha visto anche una sorta di allegoria della sua separazione da Plant, altro brano blues, questa volta acustico e intenso, con le chitarre di Ross e David Pulkingham a sostenere il mood “disperato” del pezzo.

Hurt A Little White, con l’elettrica con riverbero del grande chitarrista texano Scrappy Jud Newcombe, un organo in sottofondo e poco altro, vive di una atmosfera sospesa e minacciosa e del cantato passionale della Griffin, mentre 250.000 Miles, di nuovo con Shawn Colvin alla seconda voce, è un brano folk che ci riporta all’austero sound della musica degli Appalachi o alle canzoni glabre di una Gillian Welch, detto della stupenda Made Of The Sun anche Everything’s Changed ha quella allure di mistero e ombrosità che caratterizza molti dei brani di questo album, la voce che si inserisce sul sobrio accompagnamento acustico, con la kalimba di Ralph White sullo sfondo; Rider Of Days è una ballata quasi dylaniana, sempre con i delicati controcanti della Colvin che ne aumentano il fascino e le acustiche a menare le danze, a tratti con brio, There’s Isn’t One Way ha un sound elettrico, quasi rock, alla Band Of Joy, con un cantato più febbrile di Patty che poi ritorna al jazzy-blues della fumosa Noble Ground, con un bel piano in evidenza insieme alla voce squillante della Griffin e alla tromba di Owens. Prima della conclusione ancora Snake Charmer, un folk-blues elettrico quasi alla Led Zeppelin III, la bellissima ballata pianistica You Never Asked Me, una confessione accorata a tempo di musica “I don’t believe in love like that anyway/ I would have told you that if you’d have asked me/ The kind that comes along once and saves everything between a woman and a man.” Devo ribadire “Che meraviglia!”, e non è finita, per la conclusiva Shine A Different Way https://www.youtube.com/watch?v=sxb1Cve-GDc  Patty Griffin imbraccia il mandolino per un’altra deliziosa canzone impreziosita dall’intreccio tra le chitarre acustiche e la fisarmonica affidata all’ottimo John Deaderick, brano che conclude in gloria un album che, secondo il sottoscritto, si candida come uno dei migliori dell’anno.

Esce in teoria il 25 settembre, ma in qualche paese è già stato pubblicato, da notare anche la copertina che riporta delle spirali di semi di girasole che rappresentano il dualismo tra i movimenti dell’uomo e i modelli della natura.

Bruno Conti

I Migliori Dischi Del 2014, Liste Di Fine Anno. Uncut

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Dopo i migliori di Mojo eccoci ad Uncut, un’altra rivista musicale inglese molto autorevole. Ecco i loro Top 20 e qualche altra classifica dedicata a singoli settori.

Best Of 2014

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1) The War On Drugs – Lost In The Dream

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2) Leonard Cohen – Popular Problems

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3) Aphex Twins – Syro

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4) Fka Twigs – LP1 Io continuo a non “capire”, fino a pochi mesi fa Tahliah Barnett faceva la ballerina, poi improvvisamente pochi mesi fa, a 26 anni, ha visto la “musica del futuro” e ha fatto questo disco. Se questo è il futuro datemi il passato, come nel disco subito sopra.

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5) Sharon Van Etten – Are We There

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6) Robert Plant – lullabyand…The Ceaseless Roar https://www.youtube.com/watch?v=W3h7KdJKEIM

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7) Hiss Golden Messenger – Lateness Of Dancers Questo signore è uno dei preferiti del Blogger http://discoclub.myblog.it/2012/05/17/piccoli-dischi-di-culto-hiss-golden-messenger-poor-moon/ e http://discoclub.myblog.it/2014/02/10/il-nebraska-michael-c-taylor-hiss-golden-messenger-bad-dept/, ma colpevolmente non mi sono occupato di questo nuovo album, dovrò rimediare (se trovo il tempo, se no fidatevi, è bellissimo pure questo) https://www.youtube.com/watch?v=Hkdsr-NpyDI

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8) Damon Albarn – Everyday Robots

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9) St. Vincent – St. Vincent

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10) Sun Kil Moon – Benji  Altro disco molto bello, Mark Kozelek ne fa troppi in un anno (Bonamassa è un dilettante al suo confronto), ma quando azzecca quello giusto come questo…sentire per credere https://www.youtube.com/watch?v=UtndQzCUEY4

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11) Toumani Diabaté & Sidiki Diabatè – Toumani & Sidiki

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12) Caribou – Our Love

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13) Ty Segall – Manipulator Anche di questo signore ci siamo occupati nel Blog http://discoclub.myblog.it/2013/09/11/un-folksinger-anomalo-ty-segall-sleeper-5682721/ e definire pure lui prolifico è usare un eufemismo, il “problema” è che ogni disco ha un genere diverso https://www.youtube.com/watch?v=7Una2_QKzkw

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14) Real Estate – Atlas https://www.youtube.com/watch?v=O2AeQDIw2j4 Anche questi sono bravi, approvo, magari 14° disco dell’anno è troppo…

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15) Rosanne Cash – The River And The Thread Questo è nella mia Top 10, quindi sono completamente d’accordo, secondo me non è più in alto nelle classifiche perché gli ha nuociuto il fatto di essere uscito a gennaio, Uncut ha dato 10 come voto e poi solo 15°. Probabilmente nel frattempo molti se lo sono dimenticato nelle liste di fine anno. Gran disco comunque http://discoclub.myblog.it/2014/01/07/dieci-pagella-uncut-il-primo-grande-disco-del-2014-rosanne-cash-the-river-and-the-thread/

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16) Gruff Rhys – American Interior Molto amato nel Regno Unito il gallese, leader dei Super Furry Animals, racconta in questo disco la storia della ricerca di una tribù di Nativi Indiani che parlavano gallese! Sembra affascinante e lo è: sono usciti anche un documentario https://www.youtube.com/watch?v=j5ql1aNvM0c , un libro e una app sull’argomento https://www.youtube.com/watch?v=Smn6MyiOM_0

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17) Lucinda Williams – Down Where The Spirit Meets The Bone Pure questo è nella mia Top 10 personale: molti non amano la voce della Williams, ma il disco vale uno “sforzo” di volontà per ascoltarlo ed esserne gratificati, oppure rimanere dello stesso parere https://www.youtube.com/watch?v=Y2MlWvNk4Cg

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18) Swans – To Be Kind   https://www.youtube.com/watch?v=1jSdTBGhDSg

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19) Hurray For The Riff Raff – Small Town Heroes https://www.youtube.com/watch?v=3dE3qmNKZl8

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20) Stephen Malkmus & The Jicks – Wig Out At Jagbags Anche questo CD è uscito il 7 gennaio, come Rosanne Cash https://www.youtube.com/watch?v=zYC5JASqWnI

Aggiungiamo i 5 migliori dischi della categoria “Americana” (ma senza dirlo a Dan Stuart dei Green On Red che odia il termine e se lo scopre mi “incendia” la mail)!

5 Best Americana Albums

1) Hiss Golden Messenger – Lateness Of Dancers

2) Rosanne Cash – The River And The Thread

3) Lucinda Williams – Down Where The Spirit Meets The Bone

4) Hurray For The Riff Raff – Small Town Heroes

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5) Steve Gunn – Way Out Weather Altro disco notevole!

Le cinque migliori ristampe dell’anno, sempre secondo Uncut:

La ristampa dell’anno

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Bob Dylan – Bootleg Series vol.11 – The Complete Basement Tapes

2) Slint – Spiderland (???)

3) The The – Soul Mining

4) Underworld – Dubnobasswithmyheadman un altro bel ???

5) Led Zeppelin Remasters – I-II-III

A parte qualche “sorpresa”, un paio anche nelle ristampe, le liste di fine anno di Uncut sono interessanti.

Nei prossimi giorni altre liste.

Bruno Conti

 

 

Ma Mancano Quasi Tre Mesi! Led Zeppelin Ristampe Parte II – IV (Zoso) E Houses Of The Holy

led zeppelin iv remastered

L’ho pensato anche io, ma mancano ancora quasi tre mesi! La data prevista è il 28 ottobre per le due nuove ristampe della serie Remastered 2014 dei Led Zeppelin, comunque visto che si incomincia a parlarne già in questi giorni adeguiamoci. Questa volta, leggendo la lista dei contenuti, devo dire che sono rimasto abbastanza deluso. Ma come, siamo solo al 4° e 5° album della serie e gli inediti, in studio o dal vivo, sono già allo zero assoluto e ci riduciamo già agli alternate mix e alle versioni senza voce? Parrebbe proprio di sì! Quindi chi acquista le solite costosissime edizioni in Super Deluxe Box (una la vedete qui sopra, l’altra fra poco) avrà poco di cui godere, aldilà delle bellissime confezioni per esteti del packaging, confermando la mia idea che le edizioni doppie sono il miglior modo per accostarsi a queste ristampe. Ad ogni modo, questo è il contenuto della versione in due CD di Led Zeppelin IV (Zoso) Four Symbols, come volete chiamarlo:

CD 1

1. “Black Dog”
2. “Rock And Roll”
3. “The Battle of Evermore”
4. “Stairway To Heaven”
5. “Misty Mountain Hop”
6. “Four Sticks”
7. “Going To California”
8. “When The Levee Breaks”

Companion Audio Disc

1. “Black Dog” – Basic Track With Guitar Overdubs
2. “Rock And Roll” – Alternate Mix
3. “The Battle Of Evermore” – Mandolin/Guitar Mix From Headley Grange
4. “Stairway To Heaven” – Sunset Sound Mix
5. “Misty Mountain Hop” – Alternate Mix
6. “Four Sticks” – Alternate Mix
7. “Going To California” – Mandolin/Guitar Mix
8. “When The Levee Breaks” – Alternate UK Mix

Non c’è proprio da godere come ricci, i titoli sono fantasiosi, speriamo che siano versioni alternative interessanti e Jimmy Page abbia lavorato bene. D’altronde gli altri non sembrano molto coinvolti, Robert Plant si sta preparando alla pubblicazione del suo nuovo album lullaby and…The Ceaseless Roar, in uscita l’8 di settembre, il primo per la Nonesuch/Warner e di cui parleremo a suo tempo. John Paul Jones tace (per quanto nel companion disc di Houses Of The Holy c’è un JPJ Keyboard Overdubs, di oggi?), o meglio le ultime notizie lo vedevano in tour con i Dave Rawlings Machine (“orfano” di Gillian Welch, ma con l’ex Zeppelin al mandolino), però era novembre dello scorso anno.

Tornando alle ristampe

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questo è il contenuto del doppio CD di Houses Of The Holy

CD 1

1. “The Song Remains The Same”
2. “The Rain Song”
3. “Over The Hills And Far Away”
4. “The Crunge”
5. “Dancing Days”
6. “D’yer Mak’er”
7. “No Quarter”
8. “The Ocean”

Companion Audio Disc

1. “The Song Remains The Same” – Guitar Overdub Reference Mix
2. “The Rain Song” – Mix Minus Piano
3. “Over The Hills And Far Away” – Guitar Mix Backing Track
4. “The Crunge” – Rough Mix – Keys Up
5. “Dancing Days” – Rough Mix With Vocal
6. “No Quarter” – Rough Mix With JPJ Keyboard Overdubs – No Vocal
7. “The Ocean” – Working Mix

Titoli sempre più fantasiosi, anche in questo caso speriamo nei contenuti.

Bruno Conti

Le Stagioni Passano, Ma “Il Cuore” Rimane! Heart – Fanatic Live From Caesar’s Colosseum

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*NDB Torna la solita rubrica della domenica, il supplemento del Disco Club, dedicato a cofanetti, ristampe e nomi storici del rock, questa volta tocca alla nota band canadese delle Heart. La parola a Tino.

Heart – Fanatic Live From Caesar’s Colosseum – Frontiers Records – CD+DVD-BLU-RAY

Per i pochi che non li conoscono, gli  Heart sono un gruppo rock “canadese” guidato dalle ormai “stagionate” sorelle Wilson, Ann e Nancy (ometto da gentiluomo l’età delle signore), peraltro originarie della California, e in pista da ben 38 anni. “Gli” Heart nascono a Vancouver, nel lontano ’63, quando il chitarrista Roger Fisher, col fratello Mike e il bassista Steve Fossen, fondano la band, poi, dopo molti anni di gavetta, si trasferiscono a suonare nei bar di Seattle, una delle città più piovose d’America, stabilizzando la formazione solo nel 1973 con l’ingresso delle sorelle Wilson, entrambe cantanti e chitarriste.

Il debutto discografico, prima solo in Canada per la Mushroom, avviene con Dreamboat Annie (75) (composto quasi interamente da Ann), raggiungendo vendite notevoli nello stesso Canada e poi in Usa, e l’uscita del seguente Little Queen (77) conferma la facilità del gruppo di produrre un rock dalle inflessioni hard, piacevole e ben strutturato. Il successo continua con la pubblicazione di Dog And Butterfly (78) e Bebe Le Strange (80) che diventano dischi di platino (superando senza problemi l’abbandono del fondatore Roger Fisher). Dopo una tournée americana a supporto dei Rolling Stones, la formazione torna in studio per incidere Private Audition (82) e dopo un ulteriore cambio d’organico (con una nuova sezione ritmica composta dal bassista Mark Andes e dal batterista Denny Carmassi) danno alle stampe Passionworks (83). All’apice del successo vengono ingaggiate dalla Capitol Records e pubblicano l’omonimo Heart (85) (con oltre sette milioni di copie vendute), successo confermato dai successivi Bad Animals (87) (trainato dal formidabile successo di Alone  e Brigade (90). Degli anni successivi, tra antologie, raccolte, dischi live, natalizi e solisti (Nancy Wilson, sposata con il regista Cameron Crowe), sono da ricordare Desire Walks On (93) (con una cover di Dylan Ring Them Bellshttp://www.youtube.com/watch?v=P6tkNHeA23w , il sottovalutato Jupiters Darling (04) e Fanatic (12), da cui tutto parte per parlarvi di questo ultimo lavoro “live”.

Infatti per supportare l’uscita di Fanatic , la band ha svolto un’importante tour in Nord America, che si è concluso con un magnifico spettacolo al Caesar’s Colosseum di Windsor in Ontario http://www.youtube.com/watch?v=uG0CRuPXtbw , con l’attuale line-up composta oltre che dalle sorelle Wilson (voce, chitarre, flauto e mandolino), Ben Smith alla batteria e percussioni, Craig Bartock alle chitarre, Dan Rothchild al basso e Debbie Shair alle tastiere.

La scaletta del concerto (una sorta di juke-box), ripercorre una carriera importante, a partire dall’intro hard-rock di Fanatic, con l’inconfondibile voce di Ann Wilson in evidenza, seguita dai primi classici Heartless (da Magazine (77) e What About Love, una ballata capolavoro (che risale al bellissimo Heart), un brano marchio di fabbrica delle due sorelline. Mashallah è il secondo estratto (alla fine saranno cinque) da Fanatic, ancora un hard-rock contraddistinto da un riff “zeppeliniano” (per chi non la sapesse Ann Wilson e soci hanno fatto piangere Robert Plant a un concerto tributo al Kennedy Center, con Obama tra il pubblico) , come 59 Crunch,  mentre Even It Up è un mid-tempo estratto da Bebe Le Strange.

Si ritorna ai brani storici con Straight On e Dog And Butterfly (qui riproposta con un’intrigante sezione d’archi), a cui fanno seguito Walking Good (sempre da Fanatic) un brano che si snoda tra chitarre acustiche e tastiere, e These Dreams (uno dei singoli più venduti di Heart), con Nancy alla voce. A seguire una bella versione del lento d’eccellenza Alone (una canzone che non ha bisogno di parole, ma deve essere ascoltata in religioso silenzio). Ci si avvia alla fine con l’ultimo estratto da Fanatic, Dear Old America, mentre l’acustica di Nancy introduce un altro classico “delle” Heart, Crazy On You, per poi finire  con il loro “inno” generazionale, la strafamosa Barracuda.

Si potrebbe discutere se questo album dal vivo fosse necessario (se non ho sbagliato i conti questo è il quinto ufficiale della band *NDB. Sesto!), ma se amate l’hard rock classico, è sempre un piacere sentire la voce splendida  di Ann Wilson (una delle migliori del rock), la bravura alla chitarra di Nancy, il “sound” di un gruppo tosto e rodato, (ad oggi come Heart hanno venduto oltre 30 milioni di dischi nel mondo) in grado di regalare ai loro fedeli “fans” serate elettrizzanti come questa.

Tino Montanari

Dal Nostro Corrispondente…Al Cinema. Uno Spettacolo!!! Led Zeppelin – Celebration Day

*NDB. Come in tutti gli articoli che si rispettino, prima di lasciare la parola a Marco, un breve “cappello”, una sorta di di esortazione, ma direi meglio, una implorazione di un fan…

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Led Zeppelin – Celebration Day – Atlantic – Vari Formati*

Circa una decina di giorni fa ho definito in questo blog il nuovo Live In New York City di Paul Simon il disco live dell’anno, ma d’altro canto non posso non affermare che questo Celebration Day dei Led Zeppelin può diventare tranquillamente il live del secolo: sicuramente per quanto riguarda i dodici anni trascorsi dal duemila ad oggi, ma si difende molto bene anche se messo in relazione con cose uscite nel millennio precedente.

Come ormai tutti saprete Celebration Day documenta il famoso concerto di reunion degli Zeppelin che si è tenuto cinque anni fa alla 02 Arena di Londra, in commemorazione dello scomparso Ahmet Ertegun, leggendario fondatore della Atlantic Records e formidabile talent scout (oltre agli Zep, scoprì gente del calibro dei Drifters, Ray Charles, Aretha Franklin, gli Yes, oltre a credere fermamente per primo nel talento dei Rolling Stones, quindi non stiamo parlando di Jovanotti o Laura Pausini), morto nel Dicembre del 2006 all’età di 83 anni, per una banale caduta proprio ad un concerto degli Stones: una serata che definire storica è forse riduttivo (ben sapendo di usare un aggettivo ormai inflazionato), dal momento che, da dopo la tragica morte di John Bonham, i tre Zeppelin superstiti non si erano mai riuniti, se non per un breve e non eclatante set durante il Live Aid del 1985 (ed i soli Page e Plant sporadicamente negli anni ’90).

Il 20 Novembre (in Italia e nel resto del mondo) uscirà dunque questo concerto in un profluvio di formati, come potete vedere qua sotto

*  Standard Editions – 1-DVD/2-CD set and 1-Blu-ray/2-CD set

Deluxe Editions – 2-DVD/2-CD set and 1-Blu-ray/1-DVD/2-CD set featuring exclusive bonus video content including the Shepperton rehearsals, and BBC news footage.
Music Only CD Edition – 2-CD set
Music Only Blu-ray Audio Edition – Blu-ray Audio release featuring high-resolution 48K 24 bit PCM stereo and DTS-HD Master Audio 5.1 surround sound audio only, no video
Vinyl Edition – 3 LPs, 180-gram, audiophile quality vinyl (Available December 11)
Digital Edition – Audio will be available at all digital retail outlets

Ma io ho l’opportunità di parlarne in anteprima, dal momento che sono riuscito a vederlo al cinema il 17 Ottobre, unica data in cui è stato proiettato in selezionate sale italiane.

La prima (piacevole) sorpresa è proprio la sala: praticamente piena, non ho visto così tanta gente neppure alla proiezione dell’ultimo Batman, ed il fermento pochi minuti prima dell’inizio è simile a quello di un vero concerto. Il film non è un documentario, ma la rappresentazione nuda e cruda di quello che è avvenuto in quella serata londinese: quindi il concerto puro, senza interviste o backstage.

I nostri proporranno una scaletta di sedici brani (con qualche sorpresa), scelti un po’ da tutti i loro dischi, tranne il postumo Coda e il poco amato In Through The Out Door, con una predilezione chiaramente per il loro quarto album senza titolo e per Physical Graffiti, ma con stranamente un solo pezzo da III, e niente Celebration Day, che pure dà il titolo al progetto. La cosa che però più importa è che è un concerto straordinario, con i quattro (i tre superstiti più il figlio di Bonham, Jason, grande batterista, anche nei Black Country Communion) in forma strepitosa, una regia (Dick Carruthers) molto classica, ma dinamica e con un grande senso dello spettacolo, una definizione di immagine super ed un audio insuperabile.

Come già detto, i quattro (tre) Zeppelin sono in serata di grazia: Jason Bonham, calvo e muscoloso come si conviene ad un batterista, ha una forza ed una tecnica spaventose, e non è molto distante dal padre, o da grandi delle pelli come Keith Moon e Ian Paice; John Paul Jones, magro come un chiodo, è il prototipo del perfetto bassista: misurato, preciso, puntuale (ma si difende alla grande anche all’organo e tastiere varie); Robert Plant, con i famosi riccioli d’oro e pizzetto d’ordinanza, tira fuori il meglio dalla sua ugola, confermandosi come una delle voci più belle della storia del rock, con sfumature che vanno dall’aggressivo al sexy (ultimamente sapevo di qualche colpo a vuoto da parte sua, ma stasera non ne sbaglia una); Jimmy Page, ovvero quello dei quattro sul quale c’erano più dubbi (è arrugginito, ha l’artrite alle mani, ecc.) si dimostra per quello che è, cioè il più grande chitarrista di tutti i tempi dopo Jimi Hendrix (e appena prima di Stevie Ray Vaughan, almeno per me, ma tutti fanno le classifiche dei chitarristi e quindi perché non io?), che viaggia tra lo strepitoso ed il mostruoso, e solo la zazzera completamente bianca (e un po’ di pancetta) mostrano i segni del tempo.

Il concerto si apre così come il loro primo album, cioè con Good Times, Bad Times: bella versione, sufficientemente tirata, anche se danno ancora l’impressione di essere in rodaggio, così come nella seguente Ramble On (anche se Page e Bonham iniziano a tirare fuori le unghie).

La famosa Black Dog funge da spartiacque tra l’inizio relativamente “tranquillo” ed il seguito del concerto: il traditional In My Time Of Dying (era su Physical Graffiti) fa partire la serata come un treno in corsa, una versione semplicemente da urlo, con Plant che si lavora la folla da marpione qual è, e gli altri tre che imbastiscono la prima jam session della serata.

La cosa incredibile è che il pubblico in sala (non a Londra, ma qui al cinema), si agita, batte le mani ed esulta come ad un vero concerto: le uniche due volte che ho visto il pubblico applaudire al cinema è stato durante Rocky IV, quando Stallone caricava di botte Ivan Drago, e, a New York, in Air Force One, quando il presidente/Harrison Ford butta giù dall’aereo il terrorista/Gary Oldman al grido “Get out of my plane!”.

For Your Life è proposta dal vivo per la prima volta in assoluto (era su Presence, forse il loro disco più sottovalutato) e non è affatto male, anche se con Trampled Under Foot (che Plant introduce come la loro versione di Terraplane Blues di Robert Johnson) siamo su un altro pianeta: Jones si sposta alle tastiere, mentre Page fa i numeri con la sua sei corde (come in tutti i brani d’altronde).

Nobody’s Fault But Mine chiude in maniera sontuosa la parte blues del concerto, con Plant che si cimenta in un riuscito assolo di armonica; la tetra No Quarter vede Page suonare la chitarra con l’archetto, con il quale tira fuori sonorità spaziali, per l’entusiasmo del pubblico, mentre Dazed And Confused non ha bisogno di presentazioni (Plant canta come se fosse l’ultima cosa che fa nella vita).

Stairway To Heaven arriva un po’ a sorpresa, dal momento che Plant non ha mai amato molto farla, ma stasera la canta in omaggio ad Ertegun: versione definitiva di quella che per me è la più bella canzone rock di tutti i tempi, ed il celebre finale con il botta e risposta tra l’ugola di Plant ed i riffs di Page è quasi meglio che sul disco originale.

The Song Remains The Same non è mai stata fra le mie favorite, ma stasera mi piace anche lei; Misty Mountain Hop, potente, fragorosa, vede Plant duettare alla voce con Bonham, mentre Kashmir viene accolta da un vero boato (anche al cinema).

Il brano di punta di Physical Graffiti è proposto in una versione da sballo, con Plant che canta come quando era un ragazzo, per poi osservare compiaciuto gli altri tre che si lanciano in una jam pazzesca: Page suona come un dio, Jones non sbaglia un colpo, e Bonham ci mostra la differenza tra picchiare sui tamburi e suonare la batteria.

I due bis finali, Whole Lotta Love e Rock’n’Roll sono una scelta prevedibile finché volete, ma quando ci troviamo di fronte alla storia del rock dobbiamo solo stare zitti ed ascoltare: degno finale di una serata magnifica.

Peccato solo che non abbiano voluto omaggiare anche il loro lato folk: una a scelta (o anche tutte e tre) tra Going To California, The Battle Of Evermore e Gallows Pole ci sarebbe stata proprio bene.

Bene hanno fatto, alla conferenza stampa di presentazione del film poche settimane fa, ad insistere sul fatto che non ci saranno altre reunion: questo è il finale perfetto di un romanzo splendido, una doverosa postfazione ad una storia che si era conclusa tragicamente con la morte di uno dei componenti del gruppo.

All’uscita del cinema sono tutti in estasi, mancano solo i venditori di magliette ed i chioschi che vendono panini con salamella.

Se questo doppio CD non va in testa a tutte le classifiche del mondo i casi sono due: o gli acquirenti di musica si sono bevuti il cervello, o me lo sono bevuto io.

Marco Verdi