Passa Il Tempo, Ma Le Emozioni Rimangono, Anche Senza I Vecchi Amici. Robin Trower – Time And Emotion

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Robin Trower – Time And Emotion – V12 Records

Il chitarrista inglese pratica, più o meno da sempre, una sua particolare forma di blues, liquido e sognante, per parafrasare il titolo di uno dei suoi album migliori (Long Misty Days) “nebbioso”, assai influenzato dallo stile Hendrixiano, di cui è stato uno degli epigoni migliori: all’incirca ogni anno, nonostante veleggi ormai per i 72 anni (anzi li ha superati), pubblica un nuovo album, e devo dire che se anche se qualcuno si perde un capitolo della sua epopea, sa che la volta successiva troverà il musicista londinese ancora alle prese con questo tipo di musica, un rock-blues energico e ricco di virtuosismo chitarristico. Viceversa dal lato vocale Robin Trower non è mai stato un fulmine di guerra, adeguato ma nulla più e anche questo Time And Emotion conferma pregi e difetti della sua lunga carriera: comunque sempre più i primi dei secondi. E quindi i suoi numerosi fans ancora una volta troveranno quello che si aspettano, ovvero undici nuove solide composizioni firmate dallo stesso Trower, a cui invero non difetta la vena compositiva, vista la prolificità delle sue proposte: la chitarra viaggia sempre spedita e sicura, il sound è brillante, co-prodotto dallo stesso Trower, insieme a Sam Winfield, ma in parte anche dal suo tastierista e bassista (quando non lo suona lo stesso Robin) Livingstone Brown: dove è stato inciso però? Con tipico british humor, ovviamente, al I Presume Studio (non arriva subito); completa il classico power trio Chris Taggart, ormai fisso sullo sgabello della batteria da quattro album.

Se il vecchio “amico” Gary Brooker quest’anno ha festeggiato i 50 anni di carriera con i Procol Harum http://discoclub.myblog.it/2017/05/07/il-ritorno-di-uno-dei-gruppi-simbolo-del-pop-anni-sessanta-procol-harum-novum/ , Trower si avvicina ai quarantacinque da solista, il primo album Twice Removed From Yesterday infatti è del 1973. Se in questo disco non troverete forse innovazioni o nuove idee, non troverete neppure un musicista bollito, anzi, ancora in grado di sorprendere con il suo tocco magico alla chitarra: prendete l’iniziale The Land Of Plenty, un vigoroso rock-blues dove la solista scorre sicura e carica di effetti sul sinuoso groove creato dalla sua band, e se la parte cantata non è memorabile i lunghi solo non mancano di interessare anche l’ascoltatore più distratto, e quando innesta il pedale del wah-wah non ce n’è per nessuno. What Was I Really Worth To You è ancora più nebbiosa e sognante, con la voce filtrata e il classico sound del miglior Trower, melodie non memorabili ma lavoro di fino della sua 6 corde, e forse una maggiore grinta rispetto ad altri recenti album http://discoclub.myblog.it/2015/04/06/altro-arzillo-70enne-robin-trower-somethings-about-to-change/ . Come certifica la “riffata” I’m Gone, l’unica firmata con Livingstone Browne, che mostra parecchie analogie con il sound da power trio dei vecchi Cream o degli Experience di Jimi Hendrix (ma anche del suo trio con un altro vecchio amico come Jack Bruce http://discoclub.myblog.it/2016/01/08/il-piu-grande-bassista-della-storia-del-rock-anche-il-chitarrista-era-male-jack-bruce-and-robin-trower-songs-from-the-road/), grazie all’uso dell’immancabile wah-wah, che imperversa puree nella successiva Bitten By The Snake, misto alla solista tradizionale, visto che Robin si doppia spesso alla chitarra.

Ma è nei  brani lunghi, lenti e dalle atmosfere sospese dove il nostro eccelle, come nell’ottima Returned In Kind, dove il cry baby crea sonorità stranianti e minacciose, prima di “perdersi” in una lunga improvvisazione; e anche la successiva If You Believe In Me supera i 7 minuti, un pezzo sempre intriso dallo spirito del blues elettrico pur contaminato con il rock, dove tutto è costruito attorno alla sempre prodigiosa perizia tecnica del chitarrista britannico. Se tutto il disco fosse sui livelli di questi due brani parleremmo di uno dei suoi migliori album degli ultimi anni, e per certi versi forse lo è: una ballata rock come You’re The One ha una bella melodia intrigante e che si memorizza con facilità, oltre ad un suono veramente splendido della chitarra, degno del suo “maestro” Jimi, e se come dice lui nella successiva Can’t Turn Back The Clock, forse lo si può fermare a quello splendido seventies rock che è il suo marchio di fabbrica, come l’immancabile wah-wah. Make Up Your Mind è un altro di quei blues futuribili dove Robin Trower eccelle, lenti e maestosi, suonati nel suo stile inconfondibile; Try Love tenta anche la strada di un funky-rock mosso e grintoso, che pur essendo meno nello sue corde non fa peraltro calare la tensione di questo Time And Emotion. Che si conclude con la title-track, forse la canzone meno convincente del lotto, una ballata fin troppo morbida ed irrisolta, anche con uso di tastiere, e dove l’assolo è meno convincente che negli altri brani.

Bruno Conti

Il Ritorno Di Uno Dei Gruppi Simbolo Del Pop Anni Sessanta! Procol Harum – Novum

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Procol Harum – Novum – Eagle Rock/Universal CD

Siccome una bella celebrazione per i cinquant’anni di attività non la si nega a nessuno, a maggior ragione è d’uopo quando si parla di uno dei gruppi britannici più popolari della seconda metà degli anni sessanta, i Procol Harum. A voler essere pignoli, la band guidata da Gary Brooker è stata veramente attiva soltanto per una decade, con occasionali reunion successive per dischi e tour (principalmente 1991 e 2003, anni nei quali hanno pubblicato rispettivamente i buoni The Prodigal Stranger e The Well’s On Fire), anche se, pur con i molteplici cambi di formazione, solo negli anni ottanta i nostri sono stati completamente assenti come gruppo. Da sempre depositari di un suono particolare, molto melodico e con influenze classicheggianti e caratterizzato dall’organo suonato da Matthew Fisher e dal pianoforte di Brooker (ma occasionalmente capaci di vere scorribande chitarristiche, soprattutto nel periodo in cui alla sei corde c’era l’eccellente Robin Trower), per molti ascoltatori occasionali ancora oggi i PH sono soltanto una one hit wonder, il cui successo è legato al loro debut single, la strepitosa A Whiter Shade Of Pale, uno di quei pezzi che tutti sulla terra hanno ascoltato almeno una volta (e molto popolare anche da noi grazie alla cover dei Dik Dik, Senza Luce). E’ vero che il brano è stato il loro unico numero uno, ma negli anni i nostri hanno prodotto altre canzoni degne di nota come Homburg, A Salty Dog, Conquistador, Shine On Brightly, tanto per citare le più conosciute. Il loro suono, come già detto, era molto influenzato dagli studi classici di Brooker, abbastanza evidenti nella stessa A Whiter Shade Of Pale (il cui riff di organo riprendeva l’aria sulla quarta corda di Bach), ma anche in Homburg, nella suite In Held ‘Twas In I e nella versione rock del Blue Danube di Strauss (o nell’album del 1995 The Long Goodbye, nel quale alcuni dei loro brani più noti venivano riarrangiati in versione orchestrale), ma gli elementi rock e progressive non mancavano, come testimoniano alcuni tour de force come ad esempio lo splendido strumentale Repent Walpurgis.

Il tutto completato dai testi poetici e sognanti del paroliere Keith Reid, vero e proprio membro aggiunto della band (un po’ quello che era Robert Hunter per Jerry Garcia). Novum è il nuovo lavoro dei PH, un disco nuovo di zecca, il primo di studio dopo 14 anni, e di cui si parlava già da qualche mese, la cui copertina si ricollega volutamente a quella del loro primo album del 1967, l’omonimo Procol Harum, nonostante l’unico vero membro originale sia proprio Gary Brooker (gli altri sono con lui solo dagli anni novanta, e cioè Geoff Whitehorn alle chitarre (bravissimo, prima negli If, poi a lungo con Roger Chapman), Matt Pegg al basso, Josh Phillips all’organo e Geoff Dunn alla batteria, quest’ultimo nella band dal 2006): il suono tra l’altro non ricalca pedissequamente quello per il quale i nostri sono diventati famosi, anche se siamo in presenza comunque di un pop-rock decisamente raffinato, ma le digressioni nel prog sono decisamente limitate, ed i nostri dimostrano di non volersi sedere sugli allori riciclandosi all’infinito, ma cercando di proporre qualcosa di più moderno, con canzoni comunque di ottimo livello ed un sound forte e cristallino garantito dalla produzione classica di Dennis Weinreich. Brooker è ancora in possesso di una gran voce, ed il disco, pur non essendo un capolavoro che passerà alla storia, è un riuscito omaggio fatto da Brooker alla band che lo ha reso famoso, fatto con gusto e classe, un ottimo antipasto al tour celebrativo che li vedrà in giro per l’Europa (Italia inclusa) da Maggio ad Ottobre. Prima di partire con la disamina degli undici brani di Novum, un’importante annotazione: questo è il primo disco della storia del gruppo a non avere i testi scritti da Reid, bensì da Pete Brown, noto per la sua collaborazione nei sixties con i Cream (in particolare con Jack Bruce), ed autore tra le altre delle liriche di I Feel Free, Sunshine Of Your Love e White Room.

I Told You si apre su dolci note di piano, ma poi entra la band in maniera potente ed il brano diventa una fulgida e ritmata ballata dal leggero sapore soul-rock (e Gary canta benissimo), un pezzo con pochi contatti col passato ma diretto ed ineccepibile; bella Last Chance Motel, una fluida rock ballad dalla melodia cristallina e dal suono pieno, con il piano di Brooker suonato “alla Roy Bittan” e la solita prova vocale notevole. Image Of The Beast è viceversa un classico rock-blues di scuola British, un genere poco esplorato in passato dai nostri, con però aperture melodiche non scontate, un accompagnamento grintoso ed ottimi interplay tra chitarra, piano ed organo (anche se in alcuni momenti sembra di sentire i Toto, però quelli meno sfacciatamente AOR), mentre Soldier, a parte l’arrangiamento moderno, è uno slow classico e dal motivo toccante, nobilitato dalla voce soulful di Gary, a differenza di Don’t Get Caught che è una pop song raffinata e suonata in maniera impeccabile, ma tutto sommato non indispensabile. Deliziosa invece Neighbour, vivace e saltellante brano di stampo folk-rock, dalla melodia coinvolgente e con tanto di organo farfisa come strumento solista, con l’aggiunta di un ritornello quasi da sea shanty marinaresco; Sunday Morning è il primo singolo del disco, uno struggente lento pianistico, forse il pezzo più classicamente Procol Harum della raccolta, con una melodia splendida pur nella sua semplicità, una batteria scandita in maniera marziale e con feeling e mestiere che vanno a braccetto: indubbiamente uno degli highlights del CD. Businessman è invece uno dei pezzi più rock, introdotto da un potente riff chitarristico, ritmo in crescendo e la solita ottima prestazione di Brooker, sia alla voce che al pianoforte, niente male neppure questa; anche Can’t Say That prosegue sul tema, essendo un boogie-rock-blues ancora con chitarra e piano sugli scudi, un tipo di musica che Brooker e soci dimostrano di avere perfettamente nelle loro corde (e la jam finale è da applausi). Il CD termina con The Only One e Somewhen (quest’ultima con Gary da solo, voce e piano, e pure uno dei rari pezzi in cui ha scritto anche il testo), altre due sontuose ballate pianistiche, un genere nel quale i nostri sono maestri.

Non so se Novum sarà il canto del cigno dei Procol Harum, ma se così fosse avremo avuto un congedo fatto con classe, buon gusto e rispetto per la loro storia.

Marco Verdi

Lunga Vita Agli Anni ’70, 2! The Apocalypse Blues Revue

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The Apocalypse Blues Revue – Apocalypse Blues Revue – Provogue/Mascot

Il disco, obiettivamente parlando, non è brutto, il vocabolo Blues, infilato tra Apocalypse e Revue, indica subito quale è il genere che il gruppo vuole affrontare, ma il risultato è decisamente heavy, e sarebbe strano il contrario, visto che i due componenti principali della band, il chitarrista Tony Rombola e il batterista Shannon Larkin, vengono dalla nota band Godsmack,, hard, heavy e nu metal, a seconda delle catalogazioni che leggete nelle varie biografie, potremmo anche aggiungere post-grunge, che non so cosa sia, ma sulla carta fa il suo effetto. Per questo progetto satellite i due hanno voluto con loro il cantante Ray “Rafer John” Cerbone e il bassista Brian Carpenter. Il disco, come si diceva, è duretto anziché no, nelle loro parole una versione del blues recuperata attraverso l’ascolto di Jimi Hendrix, Led Zeppelin, AC/DC (se hanno mai fatto blues) e tra gli artisti più recenti Stevie Ray Vaughan e Eric Gales, ma potrei aggiungere Frank Marino, Robin Trower e la pattuglia degli hendrixiani tutti: non a caso con il pedale del wah-wah spesso e volentieri pigiato a manetta. Ci sono anche echi dark dei primissimi Black Sabbath (Tony Iommi agli inizi evidenziava delle influenze blues) e tra le ultime band gente come la Blindside Blues Band e la pattuglia di artisti della Shrapnel e della Blues Bureau.

E, non a caso, secondo chi scrive, forse il miglior brano del disco, messo in coda come bonus, è una abbastanza fedele, quasi didascalica, cover di When The Music’s Over dei Doors, dove il cantante Cerbone mette in luce la sua voce profonda e baritonale che ricorda parecchio nel timbro quella di Jim Morrison, un altro che amava il blues “meticciato”. Insomma se volete la vostra razione delle 12 battute, molto, ma molto elettrica, diciamo hard e pure rock, qui potreste trovare pane per i vostri denti, in fondo c’è molto di peggio in circolazione (anche di meglio, per la verità) e quindi se l’air guitar davanti allo specchio è ancora una delle vostre forme di ginnastica preferita, con questo album potreste praticarla agevolmente. Diciamo che la Apocalypse Blues Revue lodevolmente cerca di sciorinare tutti i tempi del blues, dalllo slow, allo shuffle, passando per quello acustico e per  il blues-rock, ma poi alla fine prevale una certa “viuulenza”nel sound, come esplicato nella iniziale Evil Is As Evil Does, che è uno shuffle cadenzato, ben cantato da Cerbone e con la chitarra che non è ancora sull’11 del volume, ma si lascia gustare; già nel secondo brano Junkie Hell, in teoria uno slow blues, Rombola comincia a spremere la sua solista, con vibrati in evidenza e la voce morrisoniana di Rafer John, e nel finale l’Hendrix che è in lui si scatena, anche con profitto, con una orgia di wah-wah.

Subito replicata nella successiva Devil Plays A Strat (sarà vero?), dove i gemiti della chitarra si fanno ancora più selvaggi e dark, con modello forse più Trower che Hendrix, ma gli originali in entrambi i casi sono superiori. I Think Not dimostra che volendo i nostri amici possono suonare anche della musica più raccolta e tranquilla, a volumi meno sparati e con buona tecnica e feeling. Whiskey In My Coffee tenta anche la strada del southern boogie d’atmosfera, non male https://www.youtube.com/watch?v=bFhfdxFyTQU  e pure The Tower, di nuovo ispirata da Robìn Trower e quindi per proprietà transitiva Hendrix, ha addirittura delle derive leggermente psichedeliche, a conferma del fatto che questi signori non suonano affatto male https://www.youtube.com/watch?v=vdG3jpcJNiA . Crossed Over è più scontata, per l’amor di Dio, la chitarra è sempre molto presente ed “effettata”, ma si esagera un tantino con le acrobazie sonore. Comunque gli ex baldi giovanotti cercano di bilanciare le due facce della loro musica e Blues Are Fallin’ From The Sky è quasi tradizionale, con una parte centrale dove Rombola fa lo SRV o il Ronnie Earl della situazione, con un assolo tutto feeling e tecnica. Work In Progress è un’altra variazione sul tema Hendrix con pedale wah-wah di nuovo in azione, e il diavolo, che era sempre in agguato dietro l’angolo, torna per The Devil In Me, un lentone hard tra Black Sabbath e Zeppelin, mentre Blue Cross, l’ultima traccia prima dell’ottima cover dei Doors, mette in evidenza anche un lato elettroacustico della band, insomma si parte con una chitarra acustica ma poi non riescono a trattenere il loro lato più duro e finiscono su ritmi tribali. Ribadisco, se amate il genere rock 70’s, questo album degli ABR potrebbe anche interessarvi.

Bruno Conti

Gary Hoey – Dust And Bones: Un Altro “Ex” Virtuoso Metal Convertito Al Blues? Bravo Comunque!

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Gary Hoey – Dust And Bones – Mascot/Provogue                                    

Gary Hoey è un (ex?) metallaro pentito che, da qualche tempo, come altri, si è convertito al blues(rock). Con una discografia di una ventina di album alle spalle, compreso questo, di cui molti di tipo Natalizio per la serie Ho! Ho! Hoey https://www.youtube.com/watch?v=BqDsSC5w5KU , il nostro amico, 55 anni ad agosto, appartiene alla categoria dei chitarristi “esagerati”, quella che vanta nelle proprie fila gente come Van Halen, Satriani, Steve Vai, Eric Johnson, e tutta la pattuglia che fa capo alla Blues Bureau Records di Mike Varney, quindi anche chitarristi come Rick Derringer, Pat Travers, Eric Gales e Chris Duarte, tanto per non fare nomi. Ma agli inizi di carriera, negli anni ‘80, fu uno dei candidati a sostituire Jake E. Lee nella band di Ozzy Osbourne, anche se poi venne scelto Zakk Wylde (che, detto per inciso, di recente ha pubblicato a sorpresa, almeno per me, un album, Book Of Shadows II, di ottima musica southern e roots https://www.youtube.com/watch?v=X_uOwN7OwH4, e già il primo della serie non era male). Nel 1993 ha avuto il suo maggior successo con una cover di Hocus Pocus, il celebre brano dei Focus, quello che per intenderci ha degli intermezzi yodel in una ferocissima scarica chitarristica a cura di Jan Akkerman (quello sì era un grande chitarrista https://www.youtube.com/watch?v=g4ouPGGLI6Q )

La versione di Hoey era molto più alla Van Halen, con un sound abbastanza grossolano, ma poi il nostro amico lentamente, nel corso degli anni, si è avvicinato al blues, pubblicando un Deja Blues nel 2013 https://www.youtube.com/watch?v=V2EUPq-0wVA , che era il suo primo (o forse secondo) approccio alle 12 battute, per la verità non male, pur sempre nel suo suono abbastanza duro e tirato. Ora, nella presentazione al nuovo album, dice che in questo Dust And Bones vuole unire al blues le sue radici rock, e quindi cosa otteniamo? Un disco di rock-blues, ma va!? In molte pedisseque cartelle stampa Hoey viene presentato come uno dei primi 100 chitarristi di tutti i tempi nella classifica di Rolling Stone, ma non mi ricordo di avercelo mai visto, e in effetti, più modestamente, appare in quella del sito Digital Dream Door, tra molti metallari e, vergognosamente, prima di musicisti come Roy Buchanan, Warren Hayes, Joe Walsh e Leslie West, basti dire che John Petrucci dei Dream Theather è all’11° posto assoluto! Con tutto il rispetto un bel bah mi scappa! Fine della digressione.

Comunque anche Gary Hoey approda alla Mascot/Provogue, “casa” di Joe Bonamassa, Warren Haynes, Walter Trout, Robben Ford, questi sì tra i migliori chitarristi contemporanei e realizza un disco onesto, registrato in trio, con AJ Pappas al basso (a lungo con Popa Chubby) e Matt Scurfield alla batteria (già con Lita Ford, di cui tra un attimo): un album di power trio rock-blues con leggere derive surf (in passato Hoey ha collaborato anche con Dick Dale) e rockabilly, vedi l’eccellente tributo a Brian Setzer, nel vorticoso rockabilly di Who’s Your Daddy. Per il resto abbiamo il classico sound della Mascot, dalla rocciosa iniziale Boxcar Blues, un omaggio a Robert Johnson via Led Zeppelin, dove Gary Hoey si destreggia con abilità al bottleneck, passando per il notevole festival wah-wah della “sudista” Born To Love You, dove sembra di ascoltare gli ZZ Top, con tanto di eccellente e pungente assolo alla Billy Gibbons, o ancora nella ballata atmosferica Dust And Bones che ricorda certe cose del Bonamassa più duro. Non manca il tributo (un po’ ruffiano, ma ben suonato) a Johnny Winter di Steamroller, dove la slide di Hoey viaggia a tutta birra su un agile accompagnamento della sua sezione ritmica. Poi troviamo la classica “power ballad” da classifica, o così sperano, una Coming Home registrata in duetto con Lita Ford, che ricorda certe ballate strappalacrime di Prince o Bryan Adams, non orripilante ma quasi ai limiti della decenza, e il blues dove sarebbe, mi viene da chiedere?

Ghost Of Yesterday, di nuovo a tutto wah-wah, torna ai vecchi vizi dell’AOR anni ’80 e ‘’90 e per quanto Gary sia un virtuoso della Fender, ce ne sono a decine come lui. This Time Tomorrow, decisamente migliore, rende omaggio ad un altro dei miti di Hoey, Robin Trower, con un classico slow d’atmosfera, dove però si coglie la non proprio grande valentia vocale del chitarrista di Boston, che peraltro si evidenzia in tutto l’album, meglio quando suona. Back Up Against The Wall è un bello shuffle che mi ha ricordato certe cose del compianto Jeff Healey, con un ricorrente tema di chitarra, e Blind Faith è un’altra stilettata di rock-blues a colpi di slide e wah-wah, non male, anche se risaputa. Conclude Soul Surfer, piacevole brano strumentale, una sorta di surf music per gli anni 2000 che ci permette di gustare ancora una volta il virtuosismo di Gary Hoey, perché, in tutta onestà, come si usa dire, per suonare suona! Esce il 29 luglio.

Bruno Conti

Dopo 30 Anni Sempre “Smilzo” Ma Pure Molto Tosto! Too Slim And The Taildraggers – Bad Moon

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Too Slim And The Taildraggers – Blood Moon – Underworld Records 

Tim Langford, in arte Too Slim, con la sua band dei Taildraggers, in circa 30 anni di attività, che festeggiano quest’anno, ha pubblicato una ventina di album, compresi Live ed antologie, oltre ad un paio di dischi in solitaria (non memorabili) http://discoclub.myblog.it/2012/07/21/one-man-ban-tim-too-slim-langford-broken-halo/ , più o meno sempre centrando l’obiettivo di regalarci delle abbondanti dosi di sano blues(rock) misto a roots music e “americana”, partendo dalla loro base di Spokane, nello stato di Washington (quindi dei “nordisti”), anche se la loro sede negli ultimi anni è stata fissata in quel di Nashville, dove era stato registrato anche l’ultimo album del 2013, quel Blue Heart dove la produzione era affidata allo specialista Tom Hambridge http://discoclub.myblog.it/2013/07/10/di-nuovo-lo-smilzo-too-slim-the-taildraggers-blue-heart-5501/ . Ora dopo tre anni di pausa, interrotti da una doppia antologia pubblicata nel 2014 (con brani anche re-incisi per l’occasione), tornano con questo nuovo album Blood Moon, pubblicato come di consueto a livello indipendente dalla loro etichetta Underworld Records,, che ci propone dieci brani di coinvolgente musica sempre dalle parti del rock e dintorni.

In un neppur troppo velato omaggio a Hendrix, uno dei brani, Twisted Rail, ha una breve Slight Return Version, che se non impensierisce Voodoo Child, ha comunque grinta e wah-wah da vendere. Per il resto, business as usual per Too Slim And The Taildraggers: dopo la parentesi dell’album precedente, dove suonavano i musicisti scelti da Hambridge, si ritorna al classico power trio, con Jeff “Shakey” Fowlkes, come di consueto alla batteria e il nuovo bassista Eric “Stretch” Hanson, che riprendono imperterriti a macinare cavalcate chitarristiche, come ad esempio l’iniziale Evil Mind, che ha, questa sì, più di un sapore hendrixiano, grazie al continuo impiego del pedale wah-wah da parte di Tim Langford. E più di una parentela con il sound di Jimi ce l’hanno anche i due brani più lunghi dell’album, la title-track Blue Moon, minacciosa e avvolgente, una sorta di slow rock-blues futuribile che qualche (lontana) parentela con il classico di Hendrix ce l’ha, grazie ai continui rilanci della solista, e la citata prima parte di Twisted Rails, che va verso un sound sempre caratterizzato dalla grinta chitarristica e dal buon lavoro della sezione ritmica, agile e al contempo rocciosa, con continui cambi di tempo come il genere richiederebbe.

Langford non è un cantante formidabile, ma è un fedele seguace della scuola del power trio, come traspare anche da un commento favorevole e rispettoso, letto sul suo Facebook, dove dice di avere visto per la prima volta dal vivo Robin Trower, e di essere rimasto impressionato dalla classe del chitarrista britannico, da sempre una delle sue fonti di ispirazione. Get Your Goin’ Out On ha ritmi e sapori più stonesiani e comunque vicini ad un southern boogie che pur sempre american music è, mentre Gypsy è una sorta di “hard ballad” dalle atmosfere più sospese, anche se forse un tantino irrisolte, insomma il brano fatica a decollare, a parte il consueto buon lavoro chitarristico nella parte centrale che evidenzia l’ottima tecnica di Too Slim. My Body inserisce anche degli elementi acustici, per una specie di ballata malinconica che si regge su un sound più ricercato grazie ad un arrangiamento sofisticato e meno caciarone. Ma poi si ritorna subito a tutto riff con Dream dove Langford si sdoppia a due chitarre, per un brano anche questo che però fatica a rimanere nella memoria, pur se con qualche vaga reminiscenza dei Pink Floyd lato Gilmour, inutile dire che tutto ruota intorno alla solista del nostro, che è poi il motivo per cui si ascolta questo tipo di dischi. Letter accelera i ritmi e si torna al boogie’n’roll sudista, grintoso ma poco più e Good Guys Win, ancora più veloce, ricorda certe cose dei Ten Years After di Alvin Lee, rock-blues potente e incentrato sul lavoro della solista. Insomma in questo disco molto rock, volendo anche rude e potente, ma poco blues, se le orecchie non mi ingannano direi che Langford non tocca in modo significativo una sola volta la sua chitarra in modalità slide, e per uno che ne è considerato un virtuoso è un fatto quantomeno curioso.

Bruno Conti

Il Più Grande Bassista Della Storia Del Rock, E Anche Il Chitarrista Non Era Male! Jack Bruce And Robin Trower – Songs From The Road

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Jack Bruce And Robin Trower – Songs From The Road – Ruf/Ird CD+DVD 

Jack Bruce è stato il più grande bassista della storia del rock: e questa è una cosa nota e anche piuttosto condivisa. E qui potrei fermarmi. Meno noto è il fatto che questo concerto sia la riproposizione da casa Ruf di Seven Moons Live, l’album dal vivo del 2009 che uscì sia in versione CD che DVD, divise. Ora l’etichetta tedesca (ri)pubblica questa nuova edizione del concerto in versione doppia, con l’aggiunta di un brano, She’s Not The One, nella parte video. Quelli erano stati anni turbolenti e dolorosi per Bruce: nel 2003, dopo anni di eccessi, gli fu diagnosticato un tumore al fegato, e nel 2004 subì un trapianto totale, che agli inizi gli diede problemi di rigetto, poi risolti, tanto che nel 2005 fu presente alla famosa reunion dei Cream alla Royal Albert Hall.. Poi il musicista proseguì la sua frenetica serie di impegni e nel 2007 rinnovò anche la collaborazione con Robin Trower, grande chitarrista londinese, noto ai più per la sua militanza nei Procol Harum, ma autore anche di una lunga serie di album solisti, che gli valsero l’epiteto di “erede” di Jimi Hendrix, per il suo stile “sognante” e ricco di tecnica, ammirato moltissimo da Robert Fripp, che lo considerava un maestro e ha addirittura preso delle lezioni da lui.

Come dicevo un attimo fa, Trower e Bruce si erano già incontrati una prima volta tra il 1981 e il 1982, quando registrarono due album in coppia, B.L.T. e Truce. Nel 2007 esce Seven Moons, disco che li vede affiancati dal grande batterista (ma anche tastierista) Gary Husband, uno che abitualmente suona nei 4Th Dimension di John Mclaughlin, ma ha collaborato anche con Allan Holdsworth, Mike Stern, i Level 42 (?!?) e tantissimi altri che sarebbe lunghissimo elencare. Quindi per tutti e tre i musicisti, l’arte della collaborazione è un fattore importante nel proprio fare musica, come pure la capacità di fondere vari generi: Bruce ha iniziato nel gruppo di Graham Bond, tra jazz e blues, poi brevemente nei Manfred Mann e nei Bluesbreakers di Mayall, l’avventura dei Cream dove ha rivoluzionato il modo di fare rock, introducendo l’improvvisazione del jazz, e inventando di fatto il power trio, di nuovo jazz con Tony Williams Lifetime, Carla Bley, Kip Hanrahan, in mezzo una carriera solista eccelsa, con mille rivoli e deviazioni che lo hanno portato a riprovare il trio rock-blues con West, Bruce & Laing e il quintetto con Carla Bley, Ronnie Lehay e Mick Taylor, ma anche lo stile big band, le contaminazioni con la world music e mille altre avventure.

Ma secondo me il genere dove eccelleva è sempre stato il rock-blues, il suo saper improvvisare in libertà, confrontarsi con un chitarrista e un batterista, all’interno anche di brani dalla struttura classica, ovvero belle canzoni, per poi improvvisamente partire verso la stratosfera del rock, quando incontrava dei musicisti ai suoi livelli tecnici. E Trower e Husband lo sono entrambi; in questo concerto registrato nella bella sala da teatro De Vereeniging di Nijmegen in Olanda, il 28 febbraio del 2009, una delle ultime occasioni per ascoltare Jack Bruce (che come ricorda lui stesso nel corso del concerto, aveva avuto di nuovo dei problemi di salute tanto da fargli esclamare che non solo era contento di essere in quel teatro a suonare, ma lo era in assoluto, per il fatto di essere ancora vivo) al massimo delle sue capacità: i brani vengono in gran parte da Seven Moons, 10 in totale, tutti meno uno, firmati, da Bruce e Trower, più Carmen da B.L.T. e tre pezzi dei Cream, che sono le chicche assolute del concerto.

Robin Trower non è Clapton, ma è assolutamente un suo pari, molto statico sul palco, a causa del suo continuo uso della pedaliera quasi costantemente in modalità wah-wah, ma anche con altri effetti che gli consentono quel suo stile sognante ed energico al tempo stesso, approccia i soli di Sunshine Of Your Love (con un Jack Bruce prodigioso al basso), White Room e Politician in modo originale, ma anche rispettoso degli originali, se mi passate il bisticcio. Bruce canta in tutto il concerto, ed è in gran forma vocale, a dispetto dei problemi di salute, tra blues, rock, musica d’autore e grandi canzoni, con punte di eccellenza nell’iniziale Seven Moons, nella sincopata Lives Of Clay, che ricorda moltissimo i pezzi dei Cream, nella sospesa Distant Places Of The Heart, quasi jazzata, in Carmen, una delle tipiche “ballate” di Jack, in Just Another Day, con un grande Trower, ai vertici del suo hendrixismo (se mi passate il termine), come pure in Perfect Place, dove il wah-wah fluisce in modo magnifico, e ancora nello slow blues di Bad Case of Celebrity e nella minacciosa e potente Come To Me. Praticamente in tutto il concerto dove i tre (anche Husband è formidabile) dimostrano che il rock è ancora un’arte viva e vegeta, se suonata da grandi interpreti.                  

Bruno Conti   

Un Altro Arzillo 70enne! Robin Trower – Something’s About To Change

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Robin Trower – Something’s About To Change – V12 Records/Cadiz/Ird

Robin Trower è da sempre giustamente considerato uno dei migliori epigoni hendrixiani, ma anche per lui il tempo passa (quest’anno, proprio il 9 marzo, giorno di uscita dell’album, ha compiuto 70 anni) e la formula, nonostante la promessa del titolo che Something’s About To Change, rimane più o meno quella e alla lunga comincia a mostrare la corda. Intendiamoci, Trower è sempre un fior di chitarrista, tra i più bravi ed eclettici in ambito blues-rock o rock-blues, come preferite, uno degli “originali” e il suo sound ha sempre quella particolare aura sognante che in dischi come Bridge Of Sighs o Twice Removed From Yesterday, e in generale tutta la produzione anni ’70, anche grazie alla presenza di James Dewar, bassista, ma soprattutto cantante dalla voce maschia e profonda, rimane uno degli output più interessanti di quell’epoca ricca di grandi chitarristi di valore, nei migliori anni del rock inglese. Ma Dewar non c’è più dal 1983 e Robin ha provato, nel corso degli anni, riuscendoci in parte, a sostituirlo, per esempio con Jack Bruce, insieme a cui ha registrato tre album più un live, l’ultimo dei quali Seven Moons Live appunto, nel 2009.

 

Per il resto però, da qualche anno in qua, Robin Trower ha assunto anche il ruolo di cantante e bisogna dire che spesso, per usare un eufemismo, fa rimpiangere i suoi predecessori illustri, dal grande Gary Brooker, nei Paramounts e nei Procol Harum, ai citati Dewar e Bruce; ora, nel nuovo album, anche questo pubblicato a livello indipendente dalla propria etichetta, il musicista inglese ha assunto pure il ruolo di bassista, facendosi affiancare da Chris Taggart, buon batterista di settore, già presente nel precedente Roots And Branches, dove Trower andava ad esplorare anche il passato, con varie cover interessanti, e la presenza, all’organo di Luke Smith, musicisti non  in grado di mascherare il fatto che  il materiale, tutto scritto da Trower, sia spesso (leggi quasi sempre) non all’altezza dei brani delle epoche più fertili. Ogni tanto il vecchio leone dà ancora la sua zampata, soprattutto in quelle particolari blues ballads dalle atmosfere sognanti e spaziali, da sempre suo marchio di fabbrica, per esempio Dreams That Shone Like Diamonds, quasi alla JJ Cale nel suo applicare la formula della sottrazione di volumi e violenza chitarristica, a favore di poche note ma ben piazzate e con un sound limpido e ben delineato https://www.youtube.com/watch?v=jTHtBIWAA_8 .

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Altrove il vecchio amore per Hendrix è ancora presente, come nella energica title-track iniziale, con il suo rock-blues sincopato e percorso da violente scariche della solista, o nel mid-tempo che vorrebbe essere sognante, ma suona un filo risaputo, di Fallen, dove il lavoro, comunque eccellente, della solista, non è sufficiente a coprire il cantato quasi alla camomilla di Trower. A questo punto meglio affidarsi al vecchio blues, che non tradisce mai, come nello slow, Good Morning Midnight, dove il nostro ci regala un bel solo di ottimo spessore tecnico, ma forse poco brilante nel feeling e nella passione. Lo stile è quello solito, Strange Love è un altro lento, ma il cantar parlando di Robin a lungo andare può essere veramente irritante https://www.youtube.com/watch?v=VqhWAVx1Jb0 e non so se i seguaci di questa musica si potranno accontentare solo del suo lavoro alla chitarra, per quanto impeccabile, qualche riff più mosso in The One Saving Grace, ma il wah-wah, che era un altro dei suoi tratti caratteristici è latitante e molte delle canzoni sinceramente non le ricordo neppure. Giudizio di stima, ma mi sa che la prossima volta dovrà cambiare veramente qualcosa, il chitarrista va bene, magari il cantante!

Bruno Conti

Per Amanti Della Chitarra, In Astinenza! Dudley Taft – Screaming In The Wind

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Dudley Taft – Screaming In The Wind –  American Blues Artist Group

Non è il primo album (e non è neppure recentissimo) per Dudley Daft: nativo di Washington, D.C., ma residente da tempo a Cincinnati nell’Ohio, con un inizio di carriera, tantissimi anni fa, ai tempi della High School, parliamo degli anni ’80, condiviso con il futuro Phish, Trey Anastasio, in una band chiamata Space Antelope (che non ha lasciato nessun segno nella storia del rock), poi a Seattle negli anni dell’esplosione del grunge con una band chiamata Sweet Water (dove Taft era uno dei chitarristi), tutt’ora in attività, autrice di due album pubblicati dall’Atlantic, e poi nei Second Coming, altra band dal suono duro e roccioso, e anche in questo caso un album per la Capitol, sempre nei ‘90. Quindi una carriera abbastanza “importante”, anche se non memorabile. Avete memorizzato tutto? Benissimo, adesso scordatevelo, perché nel 2007, in un primo momento a Seattle, inizia una sorta di conversione verso il blues-rock, che culmina in un trittico di CD, Left For Dead del 2010, Deep Deep Blue del 2013 e ora questo Screaming In The Wind, finanziato con l’aiuto dei fans, come è ormai usanza consolidata https://www.youtube.com/watch?v=vssUk7p0iQA .

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Bisogna dire che Dudley Taft ha fatto buon uso del denaro, scegliendosi un produttore come Tom Hambridge, nuovo Re Mida del Blues, registrando in due studi di Nashville, con l’aiuto di Reese Wynans alle tastiere, aggiunto agli abituali collaboratori, John Kessler al basso e Jason Patterson alla batteria. Hambridge, che è un tuttofare (ottimo batterista, ma non in questo caso), ha firmato anche i testi di sei brani, lasciando l’apertura del disco affidata a due cover. Prima di addentrarci nel disco, vorrei dire, come Ferrini a Quelli della Notte, che “non capisco ma mi adeguo”, nel senso che ho letto alcune recensioni entusiastiche del disco, chi lo paragona a Robin Trower, per il passato, chi a Frank Marino o ai primi ZZ Top (e ci sta tutto), chi a Kenny Wayne Shepherd, tra gli artisti più recenti: per chi scrive è un buon chitarrista, anche ottimo volendo https://www.youtube.com/watch?v=YDR5HnBhIVA , un appena discreto cantante, ma con una tendenza troppo marcata verso il suo passato hard, che viene mediata dalla produzione nitida e precisa di Hambridge, che evidenzia spesso il lavoro della solista e filtra la voce per nascondere eventuali magagne.

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Non per nulla due dei brani migliori sono proprio le cover: Hard Times Killing Floor, un classico di Skip James, in versione power trio, tra Hendrix e Trower (fate voi) https://www.youtube.com/watch?v=7BP-sk0Jd5A  e Pack It Up, un brano funky, con tanto di fiati aggiunti, a firma Chandler/Gonzalez, che viene dal disco omonimo di tali Gonzalez del 2000, con un bel lavoro di Taft alla solista ed un arrangiamento che ricorda certe cose dell’ultimo Bonamassa. Non male anche Red Line che ha il tiro boogie-rock degli ZZ Top più ingrifati, misto all’hard rock marca Nugent, Marino e dei sudisti più cattivi https://www.youtube.com/watch?v=PeXlNvChyds . Quello che si apprezza più spesso nel disco è il suono della chitarra di Dudley, sempre potente e ricca di tecnica con soli taglienti e ricchi di continue variazioni sul tema, meno la qualità complessiva dei brani, per quanto Screaming In The Wind, ancora hendrixiana e con il valore aggiunto dell’organo di Wynans, si lasci apprezzare https://www.youtube.com/watch?v=8hceIChr4sw . Però alla lunga ci si ripete, 3DHD ruba il riff iniziale da If Six Was Nine, ma poi di buono ha solo la chitarra lancinante e qualche apertura melodica, I Keep My Eyes On You sembra un po’ moscia, The Reason Why, è un discreto slow blues con uso d’organo, ma ne abbiamo sentiti centinaia di migliori, e anche Hambridge più di tanto con la voce di Taft non può, rimane la solita chitarra.

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In Rise Above It si gioca anche la carta di un misto grunge-hard abbastanza risaputo, magari sbaglio io, Barrio tenta la strada della ballata elettroacustica, ma per quanto le vocalist di supporto, le ottime McCrary Sisters, si impegnino, la voce del nostro è quella che è e anche la canzone non è particolarmente memorabile. L’uso dell’acustica dà una maggiore profondità di suono che, unita ad una solista pervasiva, rende più pungente Sleeping In The Sunlight, ma niente per cui stracciarsi le vesti https://www.youtube.com/watch?v=juy5F_DzV4Q .Tears In Rain, più sognante e leggermente “prog” vira verso atmosfere più ricercate, ma il blues (rock), da un po’ di brani, è latitante. Say You Will, dal ritmo cadenzato, ha dei momenti zeppeliniani, ma anche di stanca, con la chitarra, rivoltata come un calzino, pure con sonorità esagerate alla Tom Morello, che cerca di salvare baracca e burattini. Ho provato ad adeguarmi, ma continuo a non capire l’entusiasmo di molti per questo signore: gran bravo chitarrista https://www.youtube.com/watch?v=YDR5HnBhIVA , comunque.

Bruno Conti  

“Nativo Americano” Ma Pur Sempre Rock! Indigenous featuring Mato Nanji – Time Is Coming

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Indigenous featuring Mato Nanji – Time Is Coming – Blues Bureau/Shrapnel Records

La storia è nota, per cui non vi tedierò troppo, raccontandovela nei dettagli per l’ennesima volta, ma a grandi linee, è noto come Mato Nanji sia un nativo americano, “indigenous” se preferite, cresciuto in una riserva indiana, con un babbo patito per il rock e per il blues, Hendrix e Stevie Ray Vaughan in particolare, passione tramandata al figlio, che negli anni fonda gli Indigenous, la band, con fratelli e sorelle, che registrano una buona serie di album, con cadenza annuale agli inizi, tra il 1998 e il 2000, di un rock-blues poderoso intriso delle influenze citate, ma valido per il notevole virtuosismo del leader e deus ex machina del gruppo. Nel 2006 approdano alla Vanguard con Chasing The Sun e quello che doveva essere il primo scalino di una carriera importante causa l’implosione della band che si scioglie.

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Nanji che è il titolare del nome, dopo un paio di album solisti e una collaborazione con Luther Dickinson e Cesar Rosas (buona, ma non eccelsa, visti i nomi coinvolti), riprende a pubblicare come Indigenous featuring Nato Nanji (che sempre lui è), firma un contratto con l’etichetta di Mike Varney, altro noto patito di chitarristi, come il babbo e con questo Time Is Coming siamo nuovamente a tre album in tre anni.

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Se li conoscete e vi sono piaciuti i precedenti http://discoclub.myblog.it/2012/06/11/un-chitarrista-che-fa-l-indiano-indigenous-featuring-mato-na/  la formula è più o meno sempre quella: brani originali, testi firmati dalla moglie Leah Nanji, musica di Mato, con un consistente aiuto di Mike Varney (che produce anche), una cover “minore” come Good At Feelin’  Bad di Bruce McCabe (mi pare ai tempi nel giro della Lamont Cranston Band e recentemente con Jonny Lang) e, soprattutto tanta chitarra, una Stratocaster sempre con il volume a 10, pedale del wah-wah spesso innestato e canzoni che raramente durano meno di cinque minuti (escluso l’unicaa cover) ma molte volte li superano. Anche questo album non mancherà di accontentare chi ama il genere: la chitarra è fluida, anche la voce ha molti agganci con quella di Stevie Ray, atmosferica senza essere memorabile, con qualche reminiscenza AOR di qualità e derive southern (anche se vengono dal Sud Dakota, che nonostante il nome, è a nord degli States), come nell’iniziale Grey Skies, dove la solista di Nanji ben coadiuvata dalle tastiere di Jesse Bradman inizia a tessere le sue trame rock.

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I’m Telling You, con il suo organo prominente e il wah-wah già a manetta ricorda il classico hard rock primi anni ’70 di gente come Deep Purple o Uriah Heep che le tastiere le avevano spesso in evidenza. Good At Feelin’ Bad, citata poc’anzi, sempre rock-blues è, magari un poco più funky, ma siamo su quelle coordinate. Time Is Coming ha tutte le caratteristiche di una bella “hard ballad “sudista, tra chitarre acustiche ed elettriche, tastiere di supporto, una bella melodia ricorrente nel refrain, una piacevole oasi di “tranquillità” nei ritmi frenetici dell’album https://www.youtube.com/watch?v=RVkNZ_D2jkM . Sun Up, Sun Down dal suono denso e corposo, ha qualche tocco psichedelico  https://www.youtube.com/watch?v=Fw2fnoByLvk come pure Around The World, saranno le tastiere che conferiscono questa impronta molto seventies, forse un filo ripetitiva, ma c’è decisamente molto di peggio in giro.

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La chitarra distorta e minacciosa di Won’t Be Around ci potrebbe riportare al Robin Trower che cercava di rifare Hendrix ad inizio carriera (ma lo fa anche oggi), Nanji, altro epigono, è nel suo elemento, e negli oltre sette minuti “lavora” la chitarra con classe e veemenza https://www.youtube.com/watch?v=o-bQoFTdsoE . Anche la super riffatissima You’re What I’m Living For è l’occasione per il buon solismo del nostro amico, magari gli arrangiamenti non sono raffinatissimi e variati, ma gli appassionati del genere gradiranno, penso. Day By Day è una sorta di heavy slow blues, con una chitarra molto distorta e la voce leggermente “effettata”, So Far Gone ritmata e cattiva prende sia da Stevie Ray come da mastro Jimi, ma quei signori, come si sa, erano un’altra cosa. In Give Me A Reason si sente anche una chitarra acustica, ma è subito sommersa da elettrica e tastiere, Something’s Gotta Change, di nuovo molto vaughaniana e la lunghissima Don’t Know What To Do, uno slow torrenziale https://www.youtube.com/watch?v=dPbCgwbsHU0 , sono altre due occasioni per gustare il virtuosismo chitarristico di Mato Nanjii, che è poi il motivo, credo, per cui si comprano i suoi dischi, e in questo CD ce n’è tanto.

Bruno Conti

Un Uomo Solo “Ai Comandi”. Dirty Dave Osti – Shakedown On Salvation Street

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Dirty Dave Osti – Shakedown On Salvation Street – Grooveyard Records

La Grooveyard Records si proclama orgogliosamente “The Sound Of Guitar Rock”. Proprio volendo ci aggiungerei, di quello a cavallo, più o meno, tra il 1972-73 fino al 1976, un suono duro e cattivo,  ma che in gente come la Blindside Blues Bandhttp://discoclub.myblog.it/2012/07/18/come-se-gli-anni-70-non-fossero-passati-take-2-nuovamente-bl/ ), la coppia padre-figlio Billy Lee e Bryce Janey ( http://discoclub.myblog.it/2014/05/16/nonostante-il-titolo-piu-rock-southern-the-janeys-get-down-with-the-blues/) , il vecchio Bugs Henderson, il super hendrixiano Randy Hansen, Guitar Pete (http://discoclub.myblog.it/2012/01/20/very-heavy-very-hard-guitar-pete-raw-deal/) e Greg Koch ( http://discoclub.myblog.it/2013/11/03/c-e-sempre-qualcuno-bravo-che-sfugge-greg-koch-band-plays-we/) , tanto per citarne alcuni del roster dell’etichetta e molti “clienti” del Blog in passato, ha degli epigoni del rock vecchia scuola, quello che si nutre nel blues, nel southern, nell’hard meno bieco, ma anche nel primo heavy metal. Dirty Dave Osti, californiano (David Valentino Osti all’anagrafe), si aggiunge più all’ultima categoria, quella dei “picchiatori”, magari non biechi ma sicuramente “esagerati”.

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E quindi se siete amanti del genere qui troverete un nuovo beniamino (anche se il nostro amico ha pubblicato “solo” sei o sette album  https://www.youtube.com/watch?v=QV7vK7lAjTI è già in pista da una quarantina di anni, non uno di primo pelo). Quattordici brani, un paio di cover, oltre sessanta minuti di rock poderoso e senza compromessi, siamo dalle parti del power rock trio, con la particolarità che Osti copre tutte le parti, chitarra solista, voce, basso e batteria, suona tutto lui, e pure bene. Ovviamente gli assoli di chitarra sono all’ordine del giorno, influenzato da Hendrix, in primis (e ti pareva), Robin Trower, ZZ Top, ma anche l’heavy rock british di bande come i Black Sabbath: sentirsi a proposito la riuscita cover di Fairies Wear Boots della band di Iommi e Osbourne, con riff di chitarra e batteria al loro giusto posto, per quanto “arricchiti” da una slide southern che conferisce un suono più americano, però, come avrebbe detto, con felice espressione, il noto intellettuale Stefano Ricucci, “è facile fare il frocio con il culo degli altri”, nel senso che se il pezzo è bello di suo tutto pare migliore di quello che in effetti è, comunque, per non cercare il pelo nell’uovo, la versione è notevole, suonata benissimo da Osti che si supera a tutti gli strumenti.

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E non male anche la versione di Certified Blues dei sopracitati ZZ Top, tratta dal First Album, faceva parte del periodo più blues del terzetto texano, qui viene ripresa in una versione decisamente più “cattiva” anche se abbastanza fedele all’originale, sempre con slide sugli scudi. Ci sarà un motivo se sono i due brani migliori del disco? Secondo voi? Questo non per dire per che il resto del disco sia brutto, se vi piace questo tipo di rock energico e ad alta componente chitarristica i motivi per gioire sono parecchi. Dave Osti ha una buona voce, roca e compatibile con il genere che frequenta, è un chitarrista sia di tecnica che di irruenza sonora e ci dà dentro di gusto nella sua musica https://www.youtube.com/watch?v=D9qKRnYOIKU , senza tralasciare brani più ricercati, come la lenta e cadenzata Lean Into The Wind, molto Trower e quindi di rimbalzo Hendrix https://www.youtube.com/watch?v=NjEua3yBihg , o i tratti elettroacustici di una Pale Into Rider che però riprende a picchiare di gusto quasi subito o gli accenni vagamente psichedelici e space di Pull The Trigger (On Your Love): tutti i brani con questa ansia da prestazione di Osti che deve alzare sempre la quota rock e solistica del brano, tralasciando magari queste variazioni più raffinate sul tema, che ci sono, ma sono spesso sommerse da una irruenza eccessiva, come nei riff heavy dell’iniziale Reach For The Sky o di una Stun Gun, che, soli a parte, si assomigliano parecchio tra loro. Più bluesata e scandita Blame It On The Times dove Osti opta per il sound della doppia solista suonata all’unisono e anche un bel intervento al wah wah, per variare il menu delle portate. Insomma ci siamo capiti, file under heavy rock guitar https://www.youtube.com/watch?v=LjYXH6us6mE , e se amate il genere alzate il volume a manetta e godetevelo, non c’è molto da aggiungere.

Bruno Conti