Anche Lui Festeggia (Più O Meno) 50 Anni Di Carriera. Jeff Beck – Live At The Hollywood Bowl

jeff beck liva at the hollywood bowl cd+dvd jeff beck live at the hollywood bowl blu-ray

Jeff Beck  – Live At The Hollywood Bowl – Eagle Vision/Universal 2CD/DVD – Blu-ray

Lo avevamo lasciato poco più di un anno fa, alle prese con un album, Loud Hailer, che al di là delle solite quasi preternaturali doti chitarristiche di Jeff Beck, che con la chitarra fa ancora cose mirabolanti, salvo poche eccezioni, non era un disco proprio memorabile http://discoclub.myblog.it/2016/07/15/jeff-beck-loud-hailer-le-chitarre-bene-il-resto-po-meno/ . Già in quella occasione avevo annunciato l’allora imminente concerto al Hollywood Bowl di Los Angeles per festeggiare i 50 anni di carriera, esprimendo le mie perplessità (che ribadisco) su come vengono conteggiati questi anniversari: se partiamo dai Tridents, il primo gruppo di Beck, risaliamo al 1963, se viceversa il conteggio parte dagli Yardbirds, comunque  al 1965. Ma si sa che questi dettagli sono trascurabili per le case discografiche e spesso anche per gli artisti: comunque il concerto c’è stato, al 10 agosto del 2016, è stato registrato e filmato, ed ora esce in formato doppio CD con DVD o Blu-ray, ed è pure molto bello. Il nostro amico dal capello corvino “naturale” non è nuovo ai dischi (e ai DVD) dal vivo, se non ho fatto male i conti negli ultimi 10 anni, ne sono usciti almeno 7, tra quelli regolari e i bootleg ufficiali, quasi sempre molto buoni, con delle punte di eccellenza assoluta in quello registrato al Ronnie Scott’s di Londra.

La formazione è la stessa dell’ultimo disco di studio, con Rhonda Smith al basso (un’altra di quelle formidabili strumentiste che ogni tanto Jeff scopre), Jonathan Joseph alla batteria, nonché Carmen Vandenberg alla chitarra ritmica e Rosie Oddie alla voce (entrambe della band Bones, una “scoperta” devo dire meno interessante) che apre il concerto, armata di megafono e in tuta mimetica, con The Revolution Will Be Televised, in uno dei pochi brani scarsi del concerto stesso, che per il resto è fantastico. Come la sezione dedicata agli Yardbirds, che parte con il riff celeberrimo “east meets west” di Over Under Sideways Down, dove alla voce solista c’è Jimmy Hall dei Wet Willie, che rimane anche per le successive Heart Full Of Soul e For Your Love, un trio di brani che hanno fatto la storia del primo British Rock, quello che miscelava beat e le prime avvisaglie del “rock” prossimo ad arrivare, e di cui Beck è sicuramente uno dei padri putativi con i due dischi del Jeff Beck Group (con Rod Stewart alla voce, e prima dell’arrivo dei Led Zeppelin dell’amico/nemico Jimmy Page). Nel concerto c’è un altro dei pezzi più celebri di Beck, quel Jeff’s Bolero (scritta proprio da Page) che introduce questa passione per i brani strumentali che rimarrà una costante nella carriera del chitarrista inglese, grande versione per inciso, con Beck che inizia a lavorare anche con il bottleneck, per creare i suoi suoni “impossibili”. A questo punto Jeff Beck ricorda al pubblico che arrivò in California la prima volta nel 1965, ma come turista, mentre oggi è uno dei più rispettati artisti del globo: il rock classico irrompe con il medley stellare Rice Pudding/Morning Dew, ancora con Jimmy Hall alla voce solista (grande cantante) e poi si sublima in Freeway Jam, uno dei suoi pezzi più celebri, con il nostro amico che continua ad estrarre mirabilie dalla sua Fender bianca, mentre la sezione ritmica pompa di brutto, e Jan Hammer che si è aggiunto al synth inizia a gareggiare con Beck per vedere chi realizza le note più bizzarre con il proprio strumento.

E non siamo ancora a mezz’ora dall’inizio: Hammer rimane per tutta la sezione jazz-rock del concerto, tutti brani firmati dal tastierista, meno una splendida versione di Cause We’ve Ended As Lovers, la struggente ballata di Stevie Wonder che ai tempi Jeff dedicò a Roy Buchanan. Big Block, da Guitar Shop, chiude il primo CD, mentre nel video, senza soluzione di continuità, arriva Beth Hart per la “consueta”, ma sempre magnifica, versione di I’d Rather Go Blind, uno dei must del concerto, con i due che si stimolano a dare il meglio, in questa immortale canzone, da sempre legata a Etta James, e il pubblico va in visibilio, e per Let Me Love You arriva anche Buddy Guy, per una lotta tra titani della chitarra a colpi di blues. Live In the Dark e Scared For Children, le due canzoni con Rosie Oddie , tratte dall’ultimo CD, non sono malvagie, ma impallidiscono rispetto al resto. La parte finale, veramente scintillante, è un continuo crescendo, prima Rough Boys con Billy Gibbons degli ZZ Top, per l’ultimo duetto tra leggende della chitarra, poi arriva Steven Tyler  per un altro tuffo nel songbook degli Yardbirds, con una potentissima Train Kept A-Rollin’ (che facevano anche gli Aerosmith) e non poteva mancare Shapes Of Things. Non manca neppure la splendida e rivisitata rilettura strumentale di A Day In The Life dei Beatles, meritata vincitrice di un Grammy, mentre per fortuna ci dispensa da Nessun Dorma. Last but not least, finale spettacolare con tutto il cast sul palco per una corale Purple Rain, cantata splendidamente da Beth Hart, in omaggio dell’allora scomparso da poco Prince. Gran Concerto!

Bruno Conti

*NDB. Per motivi che mi sono ignoti (anche a me che l’ho scritta) nella recensione di questo Live, uscita sul Buscadero, nella parte dell’intestazione il disco è stato definito Live At The Hollywood Ball che, a prescindere dal fatto che si pronuncia all’incirca allo stesso modo di Bowl, comunque non esiste. Approfitto dell’occasione per scusarmi con i lettori, visto che quando ho cercato di correggere l’errore ormai la rivista era già in stampa, e quindi ho ripristinato l’esatta grafia per l’occasione e per farmi perdonare ho inserito il video che vedete qui sopra, un altro concerto di Jeff Beck che nel frattempo continua ad imperversare imperterrito dal vivo e speriamo continui a lungo a farlo.

Il Nuovo British Blues? Forse Era Meglio Quello Vecchio, Per Quanto… Sean Webster Band – Leave Your Heart At The Door

sean webster band leave your heart at th door

Sean Webster Band – Leave Your Heart At The Door – Sean Webster Band.Com   

Quando si pensa ad un movimento blues nel Regno Unito (ed in Irlanda) siamo comunque su un ordine di grandezza abbastanza importante: il numero dei gruppi e solisti praticanti è piuttosto consistente, però a differenza degli Stati Uniti, lo stile è decisamente più meticciato con il rock e spesso con l’hard-rock, per quanto di qualità, e quindi parliamo più di blues-rock che di blues vero e proprio, con qualche eccezione anche storica. In effetti le nuove generazioni, e comunque in generale, citano di solito come influenze, a fianco dell’immancabile trittico dei King (Albert, B.B e Freddie). Albert Collins, Robert Cray, più raramente Muddy Waters e Howlin’ Wolf, ma soprattutto gente come Gary Moore, Mark Knopfler, persino Jonny Lang, oltre a Eric Clapton, che è il punto di riferimento massimo. O quantomeno questi sono i nomi che cita Sean Webster, chitarrista inglese, titolare di una band che ha al proprio attivo già cinque album e un EP, e una cospicua serie di tour in giro per il mondo: al solito non stiamo parlando di un fenomeno assoluto, ma di un chitarrista e cantante (che qualcuno ha paragonato a Joe Cocker, ma al sottoscritto ricorda più Zucchero quando fa Cocker, quindi diciamo adeguato), comunque di buona qualità, i cui dischi si ascoltano con piacere, e questo Leave Your Heart At The Door, il sesto della serie, non fa eccezione.

Accompagnato da una band internazionale, composta da musicisti olandesi e canadesi, Greg Smith al basso, Joel Purkess alla batteria e Bob Fridzema alla batteria, Webster ci propone undici brani originali, con l’unica eccezione di una cover firmata da Keith Urban, che non è proprio il primo nome che mi vien in mente come bluesman. Comunque niente paura, ribadisco, il disco è piacevole: sin dall’apertura, con un rock and soul ondeggiante appunto tra Joe Cocker e Clapton, Give Me The Truth, dove si apprezza anche il mixaggio dell’album, affidato a Jon Astley (uno che ha lavorato per Who, Charlie Watts, George Harrison, Eric Clapton, Rolling Stones,Van Morrison, Paul McCartney, Peter Gabriel e mille altri), quindi sound brillante, con la chitarra spesso pimpante e in bella evidenza. Wait Another Day è una ballata, melodica e claptoniana (si può dire, ormai è un aggettivo assodato), rock classico, niente blues neanche a cercarlo col lanternino, ma Webster e soci suonano veramente bene, con l’assolo, quando arriva nel finale, molto alla Manolenta, ricco di feeling e buon gusto. Non male anche l’intensa Broken Man, con un buon interscambio tra organo e chitarra e il solito assolo, quasi alla Gilmour per l’occasione, e You Got To Know, dove finalmente si vira verso un blues(rock) grintoso e tirato, che poi si appalesa in tutta la sua forza in un lungo slow blues classico come Start Again, dove Webster  lascia andare la solista con feeling e tecnica.

Hands Of Time, leggera e scanzonata, seppur non memorabile è di nuovo dalle parti del Joe Cocker meno ingrifato, pure con arrangiamento d’archi aggiunto, mentre Silence Echoes In My Heart è quasi un composito tra Pink Floyd e Procol Harum, con qualche eco soul. Rimaniamo dalle parti del british pop-rock anche per la ritmata You Can Say, con la title-track Leave Your Heart At The Door che è di nuovo una bella balata, dalle parti del blue eyed soul raffinato. PennyLeen Krebbers, non conosco ma brava, aggiunge la sua ugola per una I Don’t Wanna Talk About It che viaggia dalle parti dei duetti Beth Hart/Joe Bonamassa, con meno grinta e classe, ma buona attitudine. Infine ‘Til Summer Comes Around è una canzoncina che denota lo stile del suo autore (Keith Urban), niente di deleterio, ma ce ne sono mille così in giro, si poteva scegliere meglio. In definitiva piacevole e ben suonato, una sorta di controparte inglese di Jonny Lang o di John Mayer, se vi interessa.

Bruno Conti

Per La Serie Un Cofanetto Non Si Nega A Nessuno! Cozy Powell – The Polydor Years

cozy powell the polydor years

Cozy Powell – The Polydor Years – 3 CD Caroline/Universal

Cozy Powell, uno dei batteristi storici del rock e dell’hard rock britannico è scomparso ormai da parecchi anni, nel 1998 ,a soli 50 anni, e forse non ha lasciato una traccia indelebile nella storia della musica, ma è stato uno dei batteristi più potenti ed eclettici in quel ambito musicale. Ha iniziato con i Sorcerers, una band che obiettivamente nessuno ricorda, ma poi, dove avere incrociato i suoi percorsi con Robert Plant, John Bonham, Dave Pegg e Tony Iommi, tutti prima che diventassero famosi, nel 1970 arriva il primo incarico importante, come batterista per il Jeff Beck Group, coi quale incide dei brani per un progetto di brani della Tamla Motown, che rimane a tutt’oggi incompleto ed inedito, registrato nel periodo in cui Beck era reduce dall’incidente che gli aveva impedito di formare un gruppo con Bogert ed Appice dei Vanilla Fudge, che avrebbero formato i Cactus. Nel frattempo in Inghilterra Powell partecipa al Festival dell’Isola di Wight come batterista con Tony Joe White, e finalmente nell’ottobre del 1971 esce il primo dei due ottimi dischi del Jeff Beck Group Mark II, Rough And Ready, seguito l’anno successivo dal disco omonimo, a questo punto Jeff può formare il trio Beck, Bogert And Appice e Cozy entra nei Bedlam, una band che non ha lasciato tracce significative, se non un buon disco di rock-blues progressivo nel 1973. Nello stesso anno Cozy Powell registra Dance With The Devil https://www.youtube.com/watch?v=NO_fx1WshCA, un singolo che nel gennaio del 1974 arriverà fino al n° 3 delle classifiche inglesi, con Suzi Quatro al basso, poi inizia una serie di incontri con musicisti del giro hard-rock-blues che non approdano a nulla, fino a che nel 1975 entra nei Rainbowinsieme a Ritchie Blackmore Ronnie James Dio, dove rimarrà fino alla fine degli anni ’70. Uno potrebbe pensare che questo box sia una sorta di summa del meglio delle collaborazioni di Powell in quella decade, ma in effetti raccoglie i suoi tre dischi solisti, pubblicati appunto per la Polydor tra il 1979 e il 1983.

E più precisamente Over The Top del 1979, Tilt del 1981 Octopuss del 1983. In seguito il nostro amico suonerà ancora nel Michael Shenker Group, nei Whitesnake dal 1982 al 1985, come Emerson, Lake & Powell, per un paio di anni, forse perché era l’unico batterista di una certa caratura con il cognome che iniziava per P, per poter usare la sigla E, L & P; altre apparizioni con i Black Sabbath, la Brian May Band, il Peter Green Splinter Group, Yingwie Malmesteen, fino alla morte avvenuta nell’aprile del 1998 in seguito ad un eclatante incidente automobilistico avvenuto in autostrada a 150 chilometri all’ora.. Come si rileva dai nomi citati, più o meno sapete cosa aspettarvi nel contenuto dei tre dischi presenti in questo cofanetto, che tra i suoi pregi ha anche il fatto di avere un costo che dovrebbe essere intorno ai 20 euro, forse meno. Nel primo disco, quello del 1979, alle chitarre si alternano Gary Moore, Bernie Marsden Clem Clempson, al basso troviamo Jack Bruce e alle tastiere Don Airey, con Max Midlleton nel brano The Loner, dedicato a Jeff Beck. Il produttore è Martin Birch, quello di quasi tutti i dischi migliori dei Deep Purple, dei Fleetwood Mac, dei Wishbone Ash, dei Rainbow e dei Whitesnake, oltre a decine di altri gruppi. Nella versione contenuta nel box il CD riporta ben 8 bonus tracks, tra cui sei brani strumentali. Anche in Tilt ci sono una valanga di ospiti: di nuovo Bernie Marsden, Gary Moore, Jack Bruce Don Airey, ma anche Jeff Beck, Mel Collins David Sancious. In Octopuss appaiono Colin Hodgkinson, lo strepitoso bassista dei Back Door, un trio jazz-rock attivo all’inizio anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=2EL_AiCDXP0 , dove gli strumenti solisti erano il sax e il basso, usato quasi come una chitarra, Mel Galley dei Trapeze, Gay Moore, Don Airey Jon Lord completano la line-up del disco. Tre più che onesti dischi di, come vogliamo chiamarlo, hard-rock-blues virtuosistico (ogni tanto forse anche “esagerato”, come nella title-track del primo album che è un ri-arrangiamento di un brano di Tchaikvosky, però suonato spesso alla grande), con l’accento sovente posto, naturalmente, sulla presenza della batteria. Ecco il contenuto completo del cofanetto.

[CD1: Over The Top]
1. Theme One
2. Killer
3. Heidi Goes To Town
4. El Sid
5. Sweet Poison
6. The Loner
7. Over The Top
Bonus Tracks:
8. Over The Top (Single Version)
9. The Loner (Single Version)
10. Heidi Goes To Town (Instrumental 1)
11. Heidi Goes To Town (Instrumental 2)
12. Sweet Poison (Instrumental 1)
13. Sweet Poison (Instrumental 2)
14. Sweet Poison (Instrumental 3)
15. The Loner (Instrumental)

[CD2: Tilt]
1. Cat Moves
2. Sunset
3. Living A Lie
4. Hot Rock
5. The Blister
6. The Right Side
7. Jekyll & Hyde
8. Sooner Or Later

[CD3: Octopuss]
1. Up On The Downs
2. 633 Squadron
3. Octopuss
4. The Big Country
5. Formula One
6. Princetown
7. Dartmoore
8. The Rattler

Esce il 1° di settembre.

Bruno Conti

Giovane, Ma Tosto Pure Questo. Tom Killner – Live

tom killner live

Tom Killner – Live – Cleopatra Records

Ultimamente i migliori nuovi chitarristi blues (e rock) vengono prodotti dalla scena musicale americana, anche per le dimensioni del bacino da cui pescare, ma ogni tanto pure dall’Inghilterra arriva qualche nome degno di nota: penso a Aynsley Lister, Oli Brown, Laurence Jones, tra le donne a Joanne Shaw Taylor, e tra quelli più affermati a Matt Schofield o Danny Bryant, tanto per ricordarne alcuni. Forse proprio a quest’ultimo si può avvicinare il giovane Tom Killner: ventuno anni, già con un album di studio pubblicato nel 2015, Killner è uno di quelli dal sound “tosto” e tirato, di scuola rock-blues, un repertorio che pesca nei classici (ma nel disco di studio c’erano anche sue composizioni), e infatti questo disco dal vivo, registrato alla Old School House di Barnsley, è composto solo di cover. Quando ho letto il nome dell’etichetta (la mitica Cleopatra!) ho temuto il peggio, ma questa volta devo dire tutto bene. Killner si presenta sul palco con il suo gruppo, un quintetto che prevede un secondo chitarrista e un tastierista: il suono è in effetti, almeno nei primi brani, piuttosto tirato anziché no. Si capisce che il giovane ha messo a frutto gli ascolti della collezione di dischi del babbo, dai Cream a Hendrix, ma anche i vecchi Fleetwood Mac e il southern rock, e per il modo di cantare e suonare, ruvido e grintoso, anche uno come Rory Gallagher (un po’ più “cicciotto”) viene citato dallo stile esuberante di Tom.

Questo almeno è il punto di partenza, ma poi gli ascolti e le influenze si sono ampliate per confluire in questo disco dal vivo: prendiamo la traccia di apertura, Like It This Way, un brano dei primi Fleetwood Mac, firmato da Danny Kirwan, e mai inciso dal gruppo di Peter Green, solo eseguito in concerto e poi uscito in un disco postumo, l’approccio di Killner e soci è quello ruspante e ispido che ci si potrebbe aspettare. Ritmica dura e cattiva, doppia chitarra solista (come i vecchi Fleetwood), voce sopra le righe, ma corposa per un 21enne, e via pedalare, l’organo lavora sullo sfondo e Killner comincia ad esplorare la sua solista con voluttà ; King Bee più che a Muddy Waters (debitamente citato) rimanda proprio al giovane Rory Gallagher, chitarra arrotata, un pianino saltellante e tanta grinta, manco fossero i giovani Taste. Ain’t No Rest For The Wicked non è qualche oscura perla del British Blues, ma un brano dei Cage The Elephant (già presente nel disco di studio), a dimostrazione che il buon Tom ascolta anche materiale contemporaneo, una bella hard ballad con umori southern di buona fattura, mentre Have You Ever Loved A Woman è il suo omaggio al grande blues, un lento legato quasi inestricabilmente a Eric Clapton, ma di cui Killner ci regala una versione calda e raffinata, con uno splendido lavoro in crescendo della sua chitarra che inanella assolo dopo assolo, ben coadiuvato dal secondo chitarrista Jack Allen e dal tastierista Wesley Brook.

Higher Ground di Stevie Wonder non è una scelta che ti aspetteresti, ma l’approccio funky ed hendrixiano, è brillante e riuscito. L’altro brano estratto dal disco di studio è una ripresa di Cocaine Blues, lenta ed atmosferica con un pregevole uso su toni e volumi. Poi tocca ad una esuberante ma rispettosa Crosstown Traffic di Mister Jimi Hendrix, suonata veramente bene. Segue un inatteso doppio omaggio al sound sudista e agli Allman Brothers, prima con una lirica ed intensa Soulshine di Warren Haynes, poi con una veemente e “riffata” Whipping Post, dove si apprezza l’ottimo lavoro di tutta la band, e anche se Killner non può competere con la voce di Gregg Allman, la parte strumentale è eccellente, come pure nella successiva The Weight, con il classico della Band ripreso con rispetto e il giusto approccio per questo capolavoro. Ancora Hendrix con una vorticosa e fumante Foxy Lady, che conferma le buone impressioni sollevate da questo giovane Tom Killner. La stoffa c’’è, come conferma anche la conclusione con una robusta versione di With A Little Help From My Friends di Joe Cocker (di cui sto guardando proprio in questi giorni il documentario relativo alla sua vita Mad With Soul, del quale a tempo debito vi riferirò sul sito) che se non raggiunge le vette di quella che fanno dal vivo i SIMO, ci si avvicina di parecchio. 70 minuti complessivi di rock e blues da gustare tutto d’un fiato, questa volta la Cleopatra non ha “ciccato”!

Bruno Conti

Passa Il Tempo, Ma Le Emozioni Rimangono, Anche Senza I Vecchi Amici. Robin Trower – Time And Emotion

robin trower time and emotion

Robin Trower – Time And Emotion – V12 Records

Il chitarrista inglese pratica, più o meno da sempre, una sua particolare forma di blues, liquido e sognante, per parafrasare il titolo di uno dei suoi album migliori (Long Misty Days) “nebbioso”, assai influenzato dallo stile Hendrixiano, di cui è stato uno degli epigoni migliori: all’incirca ogni anno, nonostante veleggi ormai per i 72 anni (anzi li ha superati), pubblica un nuovo album, e devo dire che se anche se qualcuno si perde un capitolo della sua epopea, sa che la volta successiva troverà il musicista londinese ancora alle prese con questo tipo di musica, un rock-blues energico e ricco di virtuosismo chitarristico. Viceversa dal lato vocale Robin Trower non è mai stato un fulmine di guerra, adeguato ma nulla più e anche questo Time And Emotion conferma pregi e difetti della sua lunga carriera: comunque sempre più i primi dei secondi. E quindi i suoi numerosi fans ancora una volta troveranno quello che si aspettano, ovvero undici nuove solide composizioni firmate dallo stesso Trower, a cui invero non difetta la vena compositiva, vista la prolificità delle sue proposte: la chitarra viaggia sempre spedita e sicura, il sound è brillante, co-prodotto dallo stesso Trower, insieme a Sam Winfield, ma in parte anche dal suo tastierista e bassista (quando non lo suona lo stesso Robin) Livingstone Brown: dove è stato inciso però? Con tipico british humor, ovviamente, al I Presume Studio (non arriva subito); completa il classico power trio Chris Taggart, ormai fisso sullo sgabello della batteria da quattro album.

Se il vecchio “amico” Gary Brooker quest’anno ha festeggiato i 50 anni di carriera con i Procol Harum http://discoclub.myblog.it/2017/05/07/il-ritorno-di-uno-dei-gruppi-simbolo-del-pop-anni-sessanta-procol-harum-novum/ , Trower si avvicina ai quarantacinque da solista, il primo album Twice Removed From Yesterday infatti è del 1973. Se in questo disco non troverete forse innovazioni o nuove idee, non troverete neppure un musicista bollito, anzi, ancora in grado di sorprendere con il suo tocco magico alla chitarra: prendete l’iniziale The Land Of Plenty, un vigoroso rock-blues dove la solista scorre sicura e carica di effetti sul sinuoso groove creato dalla sua band, e se la parte cantata non è memorabile i lunghi solo non mancano di interessare anche l’ascoltatore più distratto, e quando innesta il pedale del wah-wah non ce n’è per nessuno. What Was I Really Worth To You è ancora più nebbiosa e sognante, con la voce filtrata e il classico sound del miglior Trower, melodie non memorabili ma lavoro di fino della sua 6 corde, e forse una maggiore grinta rispetto ad altri recenti album http://discoclub.myblog.it/2015/04/06/altro-arzillo-70enne-robin-trower-somethings-about-to-change/ . Come certifica la “riffata” I’m Gone, l’unica firmata con Livingstone Browne, che mostra parecchie analogie con il sound da power trio dei vecchi Cream o degli Experience di Jimi Hendrix (ma anche del suo trio con un altro vecchio amico come Jack Bruce http://discoclub.myblog.it/2016/01/08/il-piu-grande-bassista-della-storia-del-rock-anche-il-chitarrista-era-male-jack-bruce-and-robin-trower-songs-from-the-road/), grazie all’uso dell’immancabile wah-wah, che imperversa puree nella successiva Bitten By The Snake, misto alla solista tradizionale, visto che Robin si doppia spesso alla chitarra.

Ma è nei  brani lunghi, lenti e dalle atmosfere sospese dove il nostro eccelle, come nell’ottima Returned In Kind, dove il cry baby crea sonorità stranianti e minacciose, prima di “perdersi” in una lunga improvvisazione; e anche la successiva If You Believe In Me supera i 7 minuti, un pezzo sempre intriso dallo spirito del blues elettrico pur contaminato con il rock, dove tutto è costruito attorno alla sempre prodigiosa perizia tecnica del chitarrista britannico. Se tutto il disco fosse sui livelli di questi due brani parleremmo di uno dei suoi migliori album degli ultimi anni, e per certi versi forse lo è: una ballata rock come You’re The One ha una bella melodia intrigante e che si memorizza con facilità, oltre ad un suono veramente splendido della chitarra, degno del suo “maestro” Jimi, e se come dice lui nella successiva Can’t Turn Back The Clock, forse lo si può fermare a quello splendido seventies rock che è il suo marchio di fabbrica, come l’immancabile wah-wah. Make Up Your Mind è un altro di quei blues futuribili dove Robin Trower eccelle, lenti e maestosi, suonati nel suo stile inconfondibile; Try Love tenta anche la strada di un funky-rock mosso e grintoso, che pur essendo meno nello sue corde non fa peraltro calare la tensione di questo Time And Emotion. Che si conclude con la title-track, forse la canzone meno convincente del lotto, una ballata fin troppo morbida ed irrisolta, anche con uso di tastiere, e dove l’assolo è meno convincente che negli altri brani.

Bruno Conti

Sempre Lui, Il Classico “Guitar Hero” Colpisce Ancora! Philip Sayce – Scorched Earth Volume 1

philip sayce scorched earth volume 1

Philip Sayce – Scorched Earth Volume 1 – Warner Music Canada

Di Philip Sayce, chitarrista nato in Galles, ma cresciuto in Canada, e in quella scena musicale molto apprezzato (grande amico di Jeff Healey, di cui è una sorta di discepolo, anche se un filo più “tamarro”), mi sono già occupato in altre occasioni, l’ultima volta per Influence il disco del 2014, ma come ho detto appunto in quella recensione  http://discoclub.myblog.it/2014/08/24/nuovo-capitolo-della-serie-bravo-basta-philip-sayce-influence/ (nonostante l’album fosse prodotto da Dave Cobb, che firmava anche alcuni brani con Philip), non mi ha mai convinto del tutto: intendiamoci, grande tecnica, una sana propensione verso un repertorio tendente al rock-blues, una eccellente presenza scenica, forgiata in lunghi anni sui palcoscenici di tutto il mondo come chitarrista della band di Melissa Etheridge. Insomma il classico “guitar hero”, sempre però della categoria Esagerati (con la E maiuscola): ma questa volta, nella dimensione Live, forse trova quasi una sorta di consacrazione, anche per chi non lo ama alla follia, ma lo rispetta, come il sottoscritto.

Come dice il titolo dovrebbe essere il primo volume (di una serie?): registrato dal vivo proprio in Canada, alla Silver Dollar Room di Toronto, città dove risiede, con una formazione triangolare, il classico power trio, in cui Joel Gottschalk è il fedele bassista, da molti anni con lui, mentre il batterista di solito è Jimmy Paxson, uno che ha suonato con Alanis Morissette, Dixie Chicks e Stevie Nicks, ma per l’occasione è sostituito da Kiel Feher. Forse l’unico difetto (o è un pregio, così non ci si annoia) è la durata del dischetto, solo 7 brani, per una durata totale di circa 40 minuti. L’influenza principale mi pare Jimi Hendrix (e per proprietà transitiva il suo discepolo Stevie Ray Vaughan) ma ci sono anche elementi del classico hard-rock, sia britannico che americano, anni ’70: Steamroller – Powerful Thing parte subito forte, una introduzione voce e chitarra, poi ci si tuffa in un power trio tirato anziché no, dove si apprezza anche la voce, piacevole quantunque non eccelsa di Sayce, il classico shouter rock, che poi però inizia a sciorinare il suo repertorio fatto di pirotecniche cavalcate soliste, dove oltre a Jimi, rivivono altri epigoni, come Frank Marino, lo stesso Jeff Healey (che però aveva un’altra classe), naturalmente SRV, di cui è ancora più evidente l’influenza nella successiva, poderosa, Blues Ain’t Nothing But A Good Woman On My Mind (pezzo di Don Covay), dove il nostro amico rivaleggia con gente come Bonamassa, Kenny Wayne Shepherd, Eric Gales e soci, una bella compagnia, in cui Philip non sfigura assolutamente.

Standing Around Crying/Aberystwyth è un eccellente slow blues in medley, il primo brano di Mastro Muddy Waters,  sognante e liquido, in cui Sayce disvela tutta la sua tecnica, ma anche un eccellente feeling, in un lungo assolo con wah-wah di proporzioni pantagrueliche, un brano che poi ricorda, nel titolo della seconda parte, la città natale del gallese. Beautiful, come il brano di apertura, viene dal disco del 2012 Steamroller, un piacevole e ritmato funky-rock, tre minuti senza infamia e senza lode, mentre A Mystic ha una grinta e una stamina notevoli, un brano tirato, con qualche elemento alla Rory Gallagher, la solita chitarra fiammeggiante e la sezione ritmica che ci dà dentro di brutto, fino all’avvento di un wah-wah forsennato, tirato allo spasimo, e che Hendrix probabilmente avrebbe approvato. Influenza ancora più evidente nel centrepiece dell’esibizione, una Out Of My Mind, epitome del perfetto pezzo per power trio, duro e tirato, a colpi di riff, con lunga improvvisazione della chitarra solista, che nel suo procedere a un certo punto cita, immancabilmente, anche il riff di Third Stone From The Sun e altre delizie di Jimi Hendrix, che però, con il dovuto rispetto per Philip Sayce, era un’altra cosa, anche se il canadese si fa rispettare con il suo stile fluido e potente., e pure Gottschalk e Paxson non scherzano. In conclusione Alchemy, un lungo brano strumentale che Sayce dedica alla moglie, di nuovo un eccellente slow blues dove si apprezza il lato più riflessivo e tecnico della sua musica: insomma sarà pure “esagerato” ma non si può negare che sia bravo.

Bruno Conti

Un Altro Talento In Azione, Giovane Di Nome E Di Fatto! Austin Young Band – Not So Simple

austin young band not so simple

Austin Young Band – Not So Simple – VizzTone Label Group

Il nostro amico Austin, oltre che di cognome, è giovane anche di fatto: quando usciva il suo primo album Blues As Can Be del 2013, come Austin Young & No Difference, di anni ne aveva addirittura 17, ma anche oggi non è che sia particolarmente anziano. Guardando le foto, si direbbe che il bassista Alex Goldberg, di quella che nel frattempo è diventata la Austin Young Band, di anni ne abbia ancora meno, e pure il batterista Forrest Raup, per quanto già insegni “drumming” quando non è impegnato con il gruppo, non sembra particolarmente anziano. Nella prima versione della band il batterista era Tim Young, il babbo di Austin, genitore e mentore, scomparso all’inizio dell’anno a 57 anni, sono un poco quelle storie da libro Cuore che riscaldano i sentimenti. Vengono dal Colorado, non il primo stato a cui si pensa parlando di blues, ma l’etichetta che pubblica i loro lavori è la VizzTone di Chicago, quella di Bob Margolin, Cathy Lemons, Debbie Davies, in passato dei Trampled Under Foot e della James Montgomery Band, quindi i nostri sono portatori sani delle 12 battute classiche e nello stesso tempo un nome nuovo che si affaccia sulle scene: lui cita tra le sue influenze Albert King e Hubert Sumlin, ma anche Gary Clark Jr., Eric Gales e Joe Bonamassa, e nel primo album c’era un brano Miss You Moore che era dedicato a Gary Moore.

Quindi Austin potrebbe aggiungersi alla lista degli artisti che si sono fatti un nome da molto giovani, oltre al citato Bonamassa, Monster Mike Welch, Johnny Lang, Kenny Wayne Shepherd, Eric Steckel e molti altri: poi vedremo se manterrà le promesse, per il momento questo Not To Simple è un ottimo biglietto da visita. Tutti i brani sono firmati dalla band e dimostrano che la guida spirituale affidata al babbo scomparso (a cui è dedicata la conclusiva struggente Angel Flying Home) e a Stevie Ray Vaughan (non lo avevamo ancora citato), è ben riposta. Le tracce sono dodici in tutto ed il sound, a differenza di quello abituale della Vizztone, è bello tosto e tirato, un rock-blues vigoroso da power trio, che si apprezza subito fin dall’iniziale Take Me Away, dove Young comincia subito a strapazzare la sua solista, con uno stile da consumato performer, suoni pieni ed atmosfere gagliarde anche per l’insieme della band, con la chitarra, ma anche la voce, sicure e degne di nota, ricche di tecnica ma dal tocco elegante e con continue dimostrazioni del suo virtuosismo nell’ambito rock-blues dell’album, come dimostrato  nella successiva Barren Road Blues, che rimanda anche al sound di Robben Ford o Jeff Healey, come pure di gruppi di classico 70’s hard rock, ben coadiuvati da un organista non citato nelle note, sentite come rilanciano il groove del brano di continuo. Non manca anche un sapore sudista, come nella brillante Something More, dove entra in scena anche una sezione fiati, e la lezione di Albert King sembra più evidente, con il suono rotondo del basso e l’agile lavoro della batteria molto godibili, mentre accompagnano le eleganti evoluzioni della chitarra, insomma forse niente di nuovo, potremmo rientrare nella sezione inventori dell’acqua calda, ma il suono, anche per questo, ti scalda.

La voce è ancora a tratti acerba, specie quando si cimenta con ballate come la title track Not So Simple, dove comunque la chitarra scorre fluida e gentile, ma, ripeto, la stoffa c’è, se amate il genere ovviamente, se no passate oltre. Sets Me Free, Heal My Heart, Letting Me Go, nella loro varietà di stili, confermano che c’è un talento in azione, da costruire, ma dal notevole potenziale, se non altro godibile per l’indubbia freschezza dell’approccio. Non mancano il classico shuffle, Moving On, con uso di slide e lo slow blues intenso e lancinante, ma anche ricco di melodia, di Mountains On Fire e di nuovo il suono rock 70’s della mossa Free, poi replicato in un potente strumentale come Whirlwind (forse il pezzo migliore), che dimostra che nella discoteca del nostro amico ci deve essere anche qualche disco degli Zeppelin, o in difetto di Joe Bonamassa. A concludere la delicata Angel Flying Home dedicata al padre, un brano solo voce e chitarra acustica arpeggiata, poi arricchita da un assolo di elettrica toccante e molto sentito. Se insisterà possiamo aspettarci buone cose anche per il futuro.

Bruno Conti

Ci Riprovano, Per L’Ennesima Volta! Cactus – Black Dawn

cactus black dawn

Cactus – Black Dawn – Sunset Boulevard Records

Dieci anni fa i Cactus avevano effettuato una prima reunion, che vedeva l’uscita del loro quinto album di studio, intitolato appunto con grande fantasia V, lo stesso anno avevano girato gli Stati Uniti e l’Europa con alcune date dal vivo per rinverdire le glorie passate: in quel primo giro era ancora presente il bassista originale Tim Bogert, che poi ha annunciato il suo ritiro dalle scene nel 2011. Tra alti e bassi e cambi di formazione continui la band ha proseguito a suonare dal vivo, pubblicato due o tre Live tra il 2012 e il 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/10/10/giuro-che-lultimo-questanno-cactus-tko-tokyo-live-japan-2cddvd/ , e ora, con la formazione stabilizzata intorno ai membri originali Carmine Appice alla batteria, Jim McCarty alla chitarra e i nuovi Jimmy Kunes alla voce (ex Savoy Brown, ma solo per un anno nel 1986, senza peraltro incidere nulla con loro, fa solo curriculum per le recensioni), Andy Pratt all’armonica e Pete Bremy al basso (anche nella nuova versione dei Vanilla Fudge), pubblicano il loro sesto album di studio Black Dawn, per una etichetta Sunset Boulevard, che poi sarebbe il nostro “viale del tramonto”, spero non il loro.

Come hanno dimostrato nelle varie esibizioni live i Cactus propongono ancora il loro classico hard-rock-blues che ai tempi li aveva fatti definire “ i Led Zeppelin americani” e anche se è la solita minestra riscaldata si gusta ancora, soprattutto per gli appassionati del genere. Carmine Appice picchia sempre come un fabbro sulla batteria (ma con classe e ritmo) e gli altri lo seguono come un sol uomo, Kunes ha la classica voce dello shouter rock, McCarty è sempre un signor chitarrista, tutti elementi che convergono nell’iniziale poderosa title track, dove i vecchi Jim e Carmine ci danno dentro di gusto ai rispettivi strumenti, forse idee poche ma monolitiche. E pure Mama Bring It Home non aggiunge molti elementi di novità (ma qualcuno se li aspettava?), sono passati 46 anni ma nulla è cambiato; Dynamite vira verso un boogie molto pompato e duro con qualche tocco di slide di McCarty, Juggernaut è un hard slow blues sempre in ricordo dei vecchi tempi con Kunes che cerca di impersonare il suo miglior Plant (o Gillan, o Bon Scott, persino Steve Marriott, sostituire a piacere, gli originali sono comunque sempre meglio).

Andy Pratt all’armonica, che aveva taciuto fino ad ora, ha finalmente occasione di mettersi in luce in Headed For A Fall, un incalzante rock-blues, tra le cose migliori del disco, con sprazzi della vecchia classe grazie ad un indiavolato groove creato da Appice e soci; You Need Love è un titolo classico, da Muddy Waters agli Small Faces, passando per la Whole Lotta Love degli Zeppelin, questa è la variazione sul tema firmata Cactus, onesto e grintoso rock, ma nulla di più. The Last Goodbye è un altro slow blues di quelli duri e tirati con McCarty che dà il meglio di sé alla solista in questo brano strumentale e Walk A Mile addirittura aggiunge elementi elettro-acustici e leggermente psych alla tavolozza del CD, ma è un attimo poi all’interno del pezzo si riprende subito a picchiare in un brano gagliardo che ricorda molto i Led Zeppelin e anche i vecchi Cactus, e le grandi band hard-rock di inizio anni ’70. Qui in teoria finirebbe l’album, ma Carmine Appice ha scovato un paio di gemme inedite incise dalla formazione originale, quella con Rusty Day e Tim Bogert: quindi inizio anni ’70: una Another Way Or Another che già dal titolo rimanda al passato, uno strumentale di gran classe e C-70 Blues, un poderoso blues lento con un grande Rusty Day, e la carica dirompente di Bogert e Appice, una delle migliori sezioni ritmiche della storia del rock, brano dove dimostrano perché erano considerati la controparte americana dei Led Zeppelin. Indovinate quali sono i brani migliori del disco!

Bruno Conti

Sempre Texani…Ma Molto Più Famosi! ZZ Top Tonite At Midnite: Live Greatest Hits From Around The World

zz top tonite at midnite live greatest hits

ZZ Top – Tonite At Midnite: Live Greatest Hits From Around The World – Suretone Records/Warner

Credo siate d’accordo con me nell’affermare che gli ZZ Top non facciano un disco in studio degno della loro fama da” illo tempore”: bisogna risalire agli anni ’70, e pure il disco solista di Billy Gibbons dello scorso anno, Perfectamundo, non ha fatto molto per ristabilire la loro reputazione. Però dal vivo il trio è ancora una poderosa macchina di boogie-rock texano, con ampie spruzzate di blues e per quanto la voce di Gibbons, mai fantastica, sia ormai ridotta al lumicino, con i loro riff ed il solismo di Billy, ben coadiuvato dalla potenza devastante di Frank Beard alla batteria e Dusty Hill al basso, i tre barbudos sono ancora capaci di scaldare arene e stadi in giro per il mondo. Per questo live hanno pensato all’escamotage del Greatest Hits, quindi i grandi successi pescati dal loro sterminato repertorio e da molte diverse date del tour mondiale: quindi diciamo che se ancora una volta non hanno pubblicato quel bel doppio dal vivo che ci si aspetta da loro (in fondo gli altri dischi Live usciti finora erano versioni in CD di concerti nati per il DVD, o nel caso del leggendario Fandango!, un misto studio/live), comunque questa loro ultima fatica può essere definita soddisfacente, se non definitiva.

La qualità del suono è peraltro ottima, forse un filo pompata e lavorata a tratti, sembra persino che a Gibbons sia tornata la voce e anche se in fondo non è vero che ci sono tutti i successi, ci accontentiamo: Got Me Under Pressure da Eliminator, Rough Boy da Afterburner e Pincushion da Antenna non sono forse primissime scelte. Ma in Rough Boy registrata dal vivo a Londra c’è la solista aggiunta di Jeff Beck, che regala il suo tocco di classe alle già notevoli evoluzioni di Gibbons, per un brano che stranamente per loro è una ballata, per quanto sempre duretta, anche se la tastiere, qui e altrove, ce le potevano risparmiare, e l’iniziale Got Me Under Pressure, registrata a New York, era pur sempre uno dei brani migliori di Eliminator il loro ultimo album degno di nota, va subito di boogie alla grande. Beer Drinkers & Hell Raisers viene dalla data di Las Vegas, e tiene fede al proprio titolo con una scarica di riff a destra e manca, come pure una micidiale Cheap Sunglasses estratta dal concerto di Parigi, dove Gibbons e soci ci danno dentro alla grande. Waitin’ For The Bus ,con tanto di armonica, ripresa dalla serata di Nashville è un ritorno alle loro radici blues (rock) e viene da Tres Hombres, forse il loro massimo capolavoro, come pure la successiva Jesus Left Chicago, e qui non si prendono prigionieri. Legs la potevano fare solo a San Paolo in Brasile, di nuovo Eliminator, mi sembra che la versione dal vivo, anche con gli inserti di synth che fecero rumore all’epoca, non sia malaccio, ma Sharp Dressed Man, Live from LA, è decisamente migliore, con il classico boogie del trio dispiegato a piena potenza.

Di Rough Boy si è detto, Pincushion, dal concerto di Berlino, a parte la potenza del basso di Hill, che pompa come un dannato, non è una delle mie prime scelte, subito redenta da quello che è uno dei quattro o cinque riff imprescindibili della storia del rock (pensate il vostro), La Grange, registrata nel loro home state, Dallas, Texas, grandissima versione, con Billy Gibbons in grande spolvero e anche I’m Bad I’m Nationwide, dalla serata di Vancouver, non scherza un c..zo, scusate il francesismo, rock-blues da manuale. Dal concerto di Roma viene estratta una Tube Snake Boogie costruita per fare muovere il pubblico a tempo di rock, mentre per Gimme All Your Lovin’, un altro dei classici, torniamo in Texas, questa volta a Houston, e il rito collettivo si rinnova a tempo di riff boogie e R&R. E Tush, un altro dei brani blues-rock indimenticabili la potevano fare solo a Chicago, altra versione energica con Billy Gibbons indemoniato alla slide. E infine, per incontrarsi in un territorio comune, una bella Sixteen Tons di nuovo con Jeff Beck, membro aggiunto onorario per l’occasione, in un brano dove sembra quasi di sentire i Led Zeppelin, o era il Jeff Beck Group l’inventore, se no il vecchio Jeff mi mangia vivo!?! Nonostante sia assemblato da diversi concerti e quindi c’è una fastidiosa pausa tra un brano e l’altro, gran bel disco, fosse stato un doppio sarebbe stato perfetto.

Bruno Conti

Lunga Vita Agli Anni ’70, 2! The Apocalypse Blues Revue

apocalypse blues revue

The Apocalypse Blues Revue – Apocalypse Blues Revue – Provogue/Mascot

Il disco, obiettivamente parlando, non è brutto, il vocabolo Blues, infilato tra Apocalypse e Revue, indica subito quale è il genere che il gruppo vuole affrontare, ma il risultato è decisamente heavy, e sarebbe strano il contrario, visto che i due componenti principali della band, il chitarrista Tony Rombola e il batterista Shannon Larkin, vengono dalla nota band Godsmack,, hard, heavy e nu metal, a seconda delle catalogazioni che leggete nelle varie biografie, potremmo anche aggiungere post-grunge, che non so cosa sia, ma sulla carta fa il suo effetto. Per questo progetto satellite i due hanno voluto con loro il cantante Ray “Rafer John” Cerbone e il bassista Brian Carpenter. Il disco, come si diceva, è duretto anziché no, nelle loro parole una versione del blues recuperata attraverso l’ascolto di Jimi Hendrix, Led Zeppelin, AC/DC (se hanno mai fatto blues) e tra gli artisti più recenti Stevie Ray Vaughan e Eric Gales, ma potrei aggiungere Frank Marino, Robin Trower e la pattuglia degli hendrixiani tutti: non a caso con il pedale del wah-wah spesso e volentieri pigiato a manetta. Ci sono anche echi dark dei primissimi Black Sabbath (Tony Iommi agli inizi evidenziava delle influenze blues) e tra le ultime band gente come la Blindside Blues Band e la pattuglia di artisti della Shrapnel e della Blues Bureau.

E, non a caso, secondo chi scrive, forse il miglior brano del disco, messo in coda come bonus, è una abbastanza fedele, quasi didascalica, cover di When The Music’s Over dei Doors, dove il cantante Cerbone mette in luce la sua voce profonda e baritonale che ricorda parecchio nel timbro quella di Jim Morrison, un altro che amava il blues “meticciato”. Insomma se volete la vostra razione delle 12 battute, molto, ma molto elettrica, diciamo hard e pure rock, qui potreste trovare pane per i vostri denti, in fondo c’è molto di peggio in circolazione (anche di meglio, per la verità) e quindi se l’air guitar davanti allo specchio è ancora una delle vostre forme di ginnastica preferita, con questo album potreste praticarla agevolmente. Diciamo che la Apocalypse Blues Revue lodevolmente cerca di sciorinare tutti i tempi del blues, dalllo slow, allo shuffle, passando per quello acustico e per  il blues-rock, ma poi alla fine prevale una certa “viuulenza”nel sound, come esplicato nella iniziale Evil Is As Evil Does, che è uno shuffle cadenzato, ben cantato da Cerbone e con la chitarra che non è ancora sull’11 del volume, ma si lascia gustare; già nel secondo brano Junkie Hell, in teoria uno slow blues, Rombola comincia a spremere la sua solista, con vibrati in evidenza e la voce morrisoniana di Rafer John, e nel finale l’Hendrix che è in lui si scatena, anche con profitto, con una orgia di wah-wah.

Subito replicata nella successiva Devil Plays A Strat (sarà vero?), dove i gemiti della chitarra si fanno ancora più selvaggi e dark, con modello forse più Trower che Hendrix, ma gli originali in entrambi i casi sono superiori. I Think Not dimostra che volendo i nostri amici possono suonare anche della musica più raccolta e tranquilla, a volumi meno sparati e con buona tecnica e feeling. Whiskey In My Coffee tenta anche la strada del southern boogie d’atmosfera, non male https://www.youtube.com/watch?v=bFhfdxFyTQU  e pure The Tower, di nuovo ispirata da Robìn Trower e quindi per proprietà transitiva Hendrix, ha addirittura delle derive leggermente psichedeliche, a conferma del fatto che questi signori non suonano affatto male https://www.youtube.com/watch?v=vdG3jpcJNiA . Crossed Over è più scontata, per l’amor di Dio, la chitarra è sempre molto presente ed “effettata”, ma si esagera un tantino con le acrobazie sonore. Comunque gli ex baldi giovanotti cercano di bilanciare le due facce della loro musica e Blues Are Fallin’ From The Sky è quasi tradizionale, con una parte centrale dove Rombola fa lo SRV o il Ronnie Earl della situazione, con un assolo tutto feeling e tecnica. Work In Progress è un’altra variazione sul tema Hendrix con pedale wah-wah di nuovo in azione, e il diavolo, che era sempre in agguato dietro l’angolo, torna per The Devil In Me, un lentone hard tra Black Sabbath e Zeppelin, mentre Blue Cross, l’ultima traccia prima dell’ottima cover dei Doors, mette in evidenza anche un lato elettroacustico della band, insomma si parte con una chitarra acustica ma poi non riescono a trattenere il loro lato più duro e finiscono su ritmi tribali. Ribadisco, se amate il genere rock 70’s, questo album degli ABR potrebbe anche interessarvi.

Bruno Conti