La “Fratellanza” Colpisce Ancora! Chris Robinson Brotherhood – Barefoot In The Head

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Chris Robinson Brotherhood – Barefoot In The Head – Silver Arrow Records CD

Uno dei dischi migliori usciti di recente è sicuramente quello dei Magpie Salute http://discoclub.myblog.it/2017/06/06/quasi-black-crowes-the-magpie-salute-the-magpie-salute/ , l’esordio della nuova band di Rich Robinson, il fratello minore di Chris, chitarrista storico dei Black Crowes, uno dei gruppi che dagli anni ’90 ha raccolto con più vigore il testimone del rock “classico”, quello che passando per il sound “britannico” di Stones, Faces, Humble Pie, ma anche il sound sudista della loro nativa Georgia, le influenze della musica soul e R&B nera, si è poi arricchito con lo stile jam dei Grateful Dead, il country-rock “cosmico”, la musica della West Coast.e l’Americana Sound della Band e dei Little Feat, tanto per citare alcune delle influenze dei fratelli Robinson: ma ce ne sono mille altre, messe in evidenza sia nei dischi e nei concerti dei Crowes, quanto nelle band che sono venute dopo, non ultimi, come si diceva poc’anzi, i Magpie Salute. Come è noto i due fratelli hanno sempre avuto un rapporto che definire conflittuale vuol dire minimizzare le cose, pur senza arrivare ai limiti “fisici” dei fratelli Gallagher, si sono lasciati e ripresi più volte, l’ultima volta sembrerebbe in modo definitivo nel 2013, anche se già dall’anno precedente sia Rich Robinson che Chris Robinson con i suoi Brotherhood, avevano iniziato una carriera parallela, come vogliamo definirla, solista.

Visto che una reunion sembra improbabile, ma visti i precedenti mai dire mai, concentriamoci sui dischi del post Black Crowes: detto che, a mio parere, l’album dei Magpie Salute pare superiore a tutto ciò che è uscito finora dall’ingegno dei due fratelli, anche questo Barefoot In The Head è un disco eccellente, forse il migliore della band sino a questo momento, probabilmente insieme al primo Big Moon Ritual, che però era decisamente più orientato verso uno stile jam ed improvvisativo, comunque sempre presente nelle esibizioni live, come confermato dal recentissimo terzo capitolo della serie Betty’s Blends, uscito solo a maggio. Come è noto nei Brotherhood, oltre a Chris, suona anche Adam MacDougall dei vecchi Crowes, mentre il resto della band originale è confluito con Rich nei Magpie Salute; però nella formazione milita un altro eccellente musicista nella persona di Neal Casal, uno dei chitarristi (e cantautori, quando ha voglia e tempo, tra un impegno e l’altro) più validi della scena roots-rock americana. Non è il caso dei CRB, dove Chris Robinson è l’autore di tutti i brani, anche in questo Barefoot In The Mind (sarebbe “scalzo nella mente”, forse a voler indicare  una maggiore libertà nei temi musicali del nuovo album): il sound si è fatto decisamente più “californiano”, anche rilassato e con elementi country per certi versi, ma non mancano episodi dove il rock più grintoso è comunque protagonista.

Prendiamo, per esempio, l’iniziale Behold The Seer (che come tutte le canzoni del CD veleggia tra i quattro e i cinque minuti) che frulla un vivace groove funky-rock della sezione ritmica e del clavinet di MacDougall, con le chitarre choppate di Casal e Robinson, in un brano che richiama dei Little Feat più solari e rilassati, e dove la voce rauca di Chris si accoppia a coretti deliziosi, mentre anche una inconsueta armonica si divide gli spazi solisti con la chitarra di Neal in un clima corale gioioso. She Shares My Blanket è più languida e “campagnola”, molto westcoastiana, tra florilegi pianistici, di banjo e le chitarre quasi accarezzate, in un mood che non sarebbe dispiaciuto ai cultori del country-rock più classico ma anche ai CSNY o ai Grateful Dead più pastorali, comunque la si giri veramente bella e cantata in modo perfetto da un Robinson veramente ispirato che rimanda anche al Rod Stewart dei primi dischi solisti. Hark, The Herald Hermit Speaks (la fantasia per i titoli, di brani e album, non gli fa mai difetto), con un organetto molto sixties che doppia il piano, una chitarra lap steel che da languida man mano si fa più incalzante, come il resto del brano, dai tratti sonori più vibranti, soprattutto nella grintosa parte centrale e finale dove la chitarra si prende i suoi spazi.

Blonde Light Of Morning sta in quel territorio che si trova tra Laurel Canyon e il Canada intimista del migliior Neil Young, una andatura pigra e ciondolante, armonie avvolgenti che evocano i Beatles o i migliori CSNY già citati, e un inserto tagliente in modalità slide della chitarra di Casal. Lo dico o non lo dico? Lo dico: l’incipit di chitarre acustiche di Dog Eat Sun mi ha ricordato moltissimo quelli dei primi dischi degli America, che non erano per nulla disprezzabili, anzi, quel country easy listening deluxe e di gran classe che aveva attirato anche l’attenzione di George Martin, uno che di voci se ne intendeva; poi il brano si evolve in modo più complesso e quasi psych, ma mantenendo elementi acustici nel suo dipanarsi, con l’intervento di un vecchio synth analogico nel finale. Un piano blues barrelhouse ci introduce a una Gold Star Woman che mantiene questo spirito da 12 battute quasi classiche, ma è tra le canzoni meno riuscite e coinvolgenti del disco, a parte l’intermezzo strumentale quasi psichedelico nella parte centrale e finale che vira su lidi alla Grateful Dead e dal vivo potrebbe fare faville.

A proposito di GD, High Is Not The Top, ricorda quelli più acustici e country di American Beauty Workingman’s Dead, ma anche Dillards, Nitty Gritty e il lato più tradizionalista del country-rock, con l’armonica di Chris che svolge il ruolo che era del violino in quei dischi, e alla fine in fondo si respira l’aria californiana di Marin Country, dove è stato registrato questo Barefoot In the Head, mentre If You Had A Heart To Break potrebbe ricordare sia i Black Crowes più pastorali dell’ultimo periodo, ma anche (ogni tanto l’intercalare Veltroniano si insinua) il classico sound rootsy-Americana à la Band, della bellissima If You Had A Heart To Break, con i suoi quasi 6 minuti il brano più lungo del CD, ma neppure un secondo è sprecato, chitarre acustiche ed elettriche come piovesse, tastiere ovunque e Chris che la canta con una souplesse invidiabile, senza dimenticare le classiche variazioni di tempo, che ora rallenta ed ora accelera come nei migliori pezzi del songbook di Robinson. Glow si apre acustica sul suono del sarod dell’ospite Alam Khan, che sembra quasi un dobro e poi si apre lentamente in calde volute tra psych e folk o tra oriente ed occidente, serena e quasi austera nella sua inconsueta dolcezza, un altro degli episodi migliori del CD che si chiude con Good To Know uno dei pezzi più freakattoni e jam dell’album, lisergica e sognante, come le tastiere di MacDougall, qui protagoniste e le chitarre di Casal, per rinverdire ancora una volta i suoni  della vecchia California, spesso rievocati in questo album dei CRB.

Bruno Conti

E Tanto Per Gradire, Ancora Un Paio Di Box “Estivi”. Grand Funk – Trunk Of Funk Vol. 1 & 2

grand funk trunk of funk 1 grand funk trunk of funk 2

Oltre al trittico di uscite di cofanetti, segnalate nei giorni scorsi e previste per il 29 settembre, quindi ad inizio autunno, l’estate ci riserva ancora qualche altro box interessante. Oltre a quelli già segnalati nei mesi precedenti (tra cui il bellissimo Fairport Convention di cui leggerete la recensione domani, ma anche Natalie Merchant, nel frattempo pubblicato, Presley con le prime registrazioni del periodo Sun, e altro) ecco due box dedicati ai Grand Funk Railroad, in uscita il 25 agosto negli USA e il 1° settembre in Italia.

Ci torniamo fra un attimo: nel frattempo vi segnalo anche che si è conclusa la telenovela del “nuovo” Hitchhiker di Neil Young, e proprio ieri sul sito del canadese è stata confermata, dopo alcuni rinvii, la data ufficiale di pubblicazione, per l’8 settembre. Qui http://discoclub.myblog.it/2017/06/26/ma-sara-vero-o-ci-ripensa-neil-young-hitchhiker-in-uscita-il-14-luglio/ potete leggere i contenuti del disco.

Torniamo ai due cofanetti dei Grand Funk: del gruppo di Mark Farner e soci, una delle band storiche più sottovalutate del rock americano anni ’70 (non per nulla Frank Zappa aveva prodotto un loro album We’re An American Band), sono usciti ad inizio anni 2000, solo negli States, una serie di ristampe degli album della loro discografia, tutte remastered edizione 2002, etichetta Capitol, che nel frattempo è stata assorbita dal gruppo Universal.Tutti gli album hanno delle bonus e se ve li siete persi tutti o in parte, potete approfittare di questi due Trunk Of Funk, visto che i due box da 6 CD ciascuno, dovrebbero costare intorno ai 30 euro. Con una preferenza per il primo, che raccoglie gli album migliori, quelli usciti tra il 1969 e il 1971: spesso allora uscivano due dischi all’anno, altri tempi, Bonamassa a parte. Ecco comunque il contenuto completo dei cofanetti.

Trunk Of Funk Vol. 1 – 6 CD Virgin/Universal

 CD1] On Time
1. Are You Ready (Remastered 2002) (3:29 min.)
2. Anybody’s Answer (Remastered 2002) (5:18 min.)
3. Time Machine (Remastered 2002) (3:45 min.)
4. High On A Horse (Remastered 2002) (2:56 min.)
5. T.N.U.C. (Remastered 2002) (8:43 min.)
6. Into The Sun (Remastered 2002) (6:30 min.)
7. Heartbreaker (Remastered 2002) (6:35 min.)
8. Call Yourself A Man (Remastered 2002) (3:06 min.)
9. Can’t Be Too Long (Remastered 2002) (6:34 min.)
10. Ups And Downs (Remastered 2002) (5:01 min.)
11. High On A Horse (Extended Version / Remastered 2002) (4:26 min.)
12. Heartbreaker (Extended Version / Remastered 2002) (6:53 min.)

[CD2] Grand Funk
1. Got This Thing On The Move (2002 Remastered) (4:40 min.)
2. Please Don’t Worry (2002 Remastered) (4:21 min.)
3. High Falootin’ Woman (2002 Remastered) (3:02 min.)
4. Mr. Limousine Driver (2002 Remastered) (4:27 min.)
5. In Need (2002 Remastered) (7:55 min.)
6. Winter And My Soul (2002 Remastered) (6:40 min.)
7. Paranoid (2002 Remastered) (7:52 min.)
8. Inside Looking Out (2002 Remastered) (9:42 min.)
9. Nothing Is The Same (Demo / 2002 Remastered) (5:39 min.)
10. Mr. Limousine Driver (Remix / 2002 Remastered) (5:29 min.)

[CD3] Closer To Home
1. Sin’s A Good Man’s Brother (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (4:49 min.)
2. Aimless Lady (Remastered 2002 / 24 Bit Mastering) (3:29 min.)
3. Nothing Is The Same (2002 Remastered) (5:13 min.)
4. Mean Mistreater (2002 Remaster) (4:28 min.)
5. Get It Together (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (5:09 min.)
6. I Don’t Have To Sing The Blues (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (4:36 min.)
7. Hooked On Love (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (7:13 min.)
8. Closer To Home (I’m Your Captain) (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (10:01 min.)
9. Mean Mistreater (Alternate Mix/2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (4:31 min.)
10. In Need (Live At Orlando Sports Center/2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (11:30 min.)
11. Heartbreaker (Live At Orlando Sports Center/2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (7:19 min.)
12. Mean Mistreater (Live At Orlando Sports Center/2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (5:23 min.)

[CD4] Live Album
1. Introduction (Live From Atlanta/1970/Remastered 2002) (2:28 min.)
2. Are You Ready (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (3:39 min.)
3. Paranoid (Live From West Palm Beach/1970/Remastered 2002) (7:20 min.)
4. In Need (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (10:58 min.)
5. Heartbreaker (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (7:10 min.)
6. Words Of Wisdom (Live/1970/Remastered 2002) (0:52 min.)
7. Mean Mistreater (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (4:53 min.)
8. Mark Says Alright (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (5:14 min.)
9. T.N.U.C. (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (10:54 min.)
10. Inside Looking Out (Live From West Palm Beach/1970/Remastered 2002) (13:43 min.)
11. Into The Sun (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (11:26 min.)

[CD5] Survival
1. Country Road (Remastered 2002) (4:23 min.)
2. All You’ve Got Is Money (Remastered 2002) (5:16 min.)
3. Comfort Me (Remastered 2002) (6:48 min.)
4. Feelin’ Alright (Remastered 2002) (4:28 min.)
5. I Want Freedom (Remastered 2002) (6:19 min.)
6. I Can Feel Him In The Morning (Remastered 2002) (7:16 min.)
7. Gimme Shelter (Remastered 2002) (6:29 min.)
8. I Can’t Get Along With Society (Remastered 2002) (5:41 min.)
9. Jam (Footstompin’ Music) (Remastered 2002) (4:41 min.)
10. Country Road (Extended Version / Remastered 2002) (7:38 min.)
11. All You’ve Got Is Money (Extended Version / Remastered 2002) (8:19 min.)
12. Feelin’ Alright (Extended Version / Remastered 2002) (5:57 min.)

[CD6] E Pluribus Funk
1. Footstompin’ Music (2002 Remaster) (3:48 min.)
2. People Let’s Stop The War (24-Bit Digitally Remastered/2002) (5:12 min.)
3. Upsetter (24-Bit Digitally Remastered/2002) (4:28 min.)
4. I Come Tumblin’ (24-Bit Digitally Remastered/2002) (5:39 min.)
5. Save The Land (24-Bit Digitally Remastered/2002) (4:14 min.)
6. No Lies (24-Bit Digitally Remastered/2002) (3:58 min.)
7. Loneliness (24-Bit Digitally Remastered/2002) (8:48 min.)
8. I’m Your Captain/Closer To Home (Live from O’Hara Arena Dayton U.S.A./1971; 24-Bit Digitally Remastered/2002) (5:57 min.)
9. Hooked On Love (Live from O’Hara Arena Dayton U.S.A./1971; 24-Bit Digitally Remastered/2002) (2:45 min.)
10. Get It Together (Live from O’Hara Arena Dayton U.S.A./1971; 24-Bit Digitally Remastered/2002) (2:53 min.)
11. Mark Says Alright (Live from the Cobo Arena Detroit U.S.A.; 24-Bit Digitally Remastered/2002) (4:23 min.)

Trunk Of Funk Vol. 2 – 6 CD Virgin/Universal

[CD1] Phoenix
1. Flight Of The Phoenix (24-Bit Remastering/2002) (3:39 min.)
2. Trying To Get Away (24-Bit Remastering/2002) (4:12 min.)
3. Someone (24-Bit Remastering/2002) (4:04 min.)
4. She Got To Move Me (24-Bit Remastering/2002) (4:49 min.)
5. Rain Keeps Fallin’ (24-Bit Remastering/2002) (3:26 min.)
6. I Just Gotta Know (24-Bit Remastering/2002) (3:53 min.)
7. So You Won’t Have To Die (24-Bit Remastering/2002) (3:22 min.)
8. Freedom Is For Children (24-Bit Remastering/2002) (6:06 min.)
9. Gotta Find Me A Better Day (24-Bit Remastering/2002) (4:08 min.)
10. Rock ‘N Roll Soul (24-Bit Remastering/2002) (3:40 min.)
11. Flight Of The Phoenix (Remix With Extended Ending/24-Bit Remastering/2002) (5:22 min.)

[CD2] We’re An American Band
1. We’re An American Band (Remastered 2002) (3:27 min.)
2. Stop Lookin’ Back (24-Bit Remaster/2002) (4:53 min.)
3. Creepin’ (24-Bit Remaster/2002) (7:02 min.)
4. Black Licorice (24-Bit Remaster/2002) (4:45 min.)
5. The Railroad (24-Bit Remaster/2002) (6:13 min.)
6. Ain’t Got Nobody (24-Bit Remaster/2002) (4:27 min.)
7. Walk Like A Man (You Can Call Me Your Man) (2002 Remaster) (4:05 min.)
8. Loneliest Rider (24-Bit Remaster/2002) (5:28 min.)
9. Hooray (Outtake From We’re An American Band Session/1973/24-Bit Remastering 2002) (4:06 min.)
10. The End (Outtake From We’re An American Band Session/1973/24-Bit Remastering 2002) (4:11 min.)
11. Stop Lookin’ Back (Outtake From We’re An American Band Session/1973/24-Bit Remastering 2002) (3:05 min.)
12. We’re An American Band (Outtake From We’re An American Band Session/1973/24-Bit Remastering 2002) (3:33 min.)

[CD3] Shinin’ On
1. Shinin’ On (Remastered 2002) (5:58 min.)
2. To Get Back In (Remastered 2002) (3:56 min.)
3. The Loco-Motion (Remastered 2002) (2:47 min.)
4. Carry Me Through (Remastered 2002) (5:31 min.)
5. Please Me (Remastered 2002) (3:38 min.)
6. Mr. Pretty Boy (Remastered 2002) (3:08 min.)
7. Gettin’ Over You (Remastered 2002) (3:58 min.)
8. Little Johnny Hooker (Remastered 2002) (5:11 min.)
9. Destitute And Losin’ (2002 Digital Remaster / 24-Bit Mastering) (7:03 min.)
10. Shinin’ On (2002 Remix) (6:11 min.)

[CD4] All The Girls In The World Beware!
1. Responsibility (2002 Remastered) (3:51 min.)
2. Runnin’ (2002 Remastered) (4:21 min.)
3. Life (2002 Remastered) (5:00 min.)
4. Look At Granny Run Run (2002 Remastered) (2:31 min.)
5. Memories (2002 Remastered) (3:32 min.)
6. All The Girls In The World Beware (2002 Remastered) (3:30 min.)
7. Wild (2002 Remastered) (2:53 min.)
8. Good & Evil (2002 Remastered) (7:33 min.)
9. Bad Time (Remastered 2002) (2:56 min.)
10. Some Kind Of Wonderful (2002 Remastered) (6:33 min.)

[CD5] Caught In The Act
1. Footstompin’ Music (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (4:08 min.)
2. Rock ‘N Roll Soul (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (4:04 min.)
3. I’m Your Captain/Closer To Home (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (7:09 min.)
4. Heartbreaker (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (7:23 min.)
5. Some Kind Of Wonderful (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (4:15 min.)
6. Shinin’ On (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (5:34 min.)
7. The Loco-Motion (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (3:22 min.)
8. Black Licorice (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (4:28 min.)
9. The Railroad (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (6:14 min.)
10. We’re An American Band (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (3:39 min.)
11. T.N.U.C. (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (9:32 min.)
12. Inside Looking Out (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (12:25 min.)
13. Gimme Shelter (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (7:00 min.)

[CD6] Born To Die
1. Born To Die (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (5:36 min.)
2. Dues (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (5:37 min.)
3. Sally (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (3:17 min.)
4. I Fell For Your Love (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (4:13 min.)
5. Talk To The People (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (5:34 min.)
6. Take Me (2002 Remaster) (5:11 min.)
7. Genevieve (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (6:12 min.)
8. Love Is Dyin’ (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (4:14 min.)
9. Politician (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (3:55 min.)
10. Good Things (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (4:37 min.)
11. Bare Naked Woman (Live Rehearsal Version/2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (3:40 min.)
12. Genevieve (Live Rehearsal Version/2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (6:28 min.)

Il secondo album raccoglie i sei dischi usciti tra il 1972 e il 1976, per la Capitol, anche se, sempre nel ’76, venne pubblicato anche Good Singin’ Good Playin’, l’unico pubblicato per la MCA. Poi il gruppo si è sciolto, ma, senza Farner, il batterista Don Brewer e il bassista Mel Schacher hanno mantenuto il nome della band e circolano ancora oggi; ma senza il cantante e chitarrista originale vale un po’ la stessa storia dei Creedence senza John Fogerty. Per la verità, nel 1996 e poi nel 1997 il trio originale si è riunito per una serie di concerti pubblicando anche un disco dal vivo Bosnia, dedicato a raccogliere fondi per la martoriata repubblica dei Balcani. E nel 2002, sempre la Capitol ha pubblicato un disco inedito Live:The 1971 Tour. Entrambi sarebbero stati aggiunte bene accolte ai due cofanetti, ma non si può avere tutto dalla vita.

Per il momento è tutto, poi vedremo dopo l’uscita se sarà il caso di parlarne più diffusamente.

Bruno Conti

Ripassi Estivi 3: Come Chitarrista Niente Da Dire, Per Il Resto… Glenn Alexander & Shadowland

glenn alexander & shadowland

*NDB In effetti questo album rientra proprio a pieno diritto nella categoria dei “ripassi estivi”, considerando che il disco in origine era uscito nel luglio del 2016, ma visto che neppure del maiale si butta via nulla, recuperiamo anche questa uscita: buona lettura.

Glenn Alexander & Shadowland – Glenn Alexander & Shadowland – Rainbow’s Revenge CD

Glenn Alexander è un chitarrista originario di Wichita, Kansas, in attività da più di trent’anni, e nel corso del tempo coinvolto in una lunga serie di sessions ed iniziative varie (tra cui il combo jazz-rock-fusion Mahavishnu Project), ma è maggiormente noto per essere da qualche anno la chitarra solista degli Asbury Jukes di Southside Johnny. Il suo ultimo progetto in ordine di tempo è un gruppo di sette elementi (compreso sé stesso) da lui denominato Shadowland, un combo che propone una miscela di rock, blues, funky, soul e rhythm’n’blues, una sorta di Asbury Jukes di secondo piano: infatti il suono del gruppo non è molto diverso da quello della band capitanata da John Lyon, anche perché la sezione fiati è esattamente la stessa (Chris Anderson alla tromba, John Isley al sassofono e Neal Pawley al trombone), e pure il batterista Tom Seguso fa parte di entrambi i gruppi, mentre al basso troviamo Greg Novick ed alle armonie vocali una certa Oria, che non è altro che la figlia di Alexander (in qualità di ospiti troviamo anche l’organista dei Jukes, Jeff Kazee, e lo stesso Southside ospite all’armonica in un brano).

Glenn Alexander & Shadowland è quindi una sorta di session dei Jukes senza Johnny, e la differenza, sarò banale, si sente: Glenn è un ottimo chitarrista (se no non suonerebbe coi Jukes), ma forse non ha del tutto la statura adatta per fare l’artista solista, sia dal punto di vista compositivo che vocale. Il suo timbro infatti è discreto, ma manca di quella profondità necessaria se si affronta il tipo di musica proposta, va bene nei pezzi più rocciosi, ma nei brani più soulful nei quali servirebbero maggiori sfumature mostra la corda: rimane comunque un eccellente axeman, ed il gruppo (ma questa non è una sorpresa) suona che è un piacere, e quindi il disco alla fine, pur se non imprescindibile, risulta piacevole, alternando canzoni di buon spessore ad altre tagliate un po’ con l’accetta. If Your Phone Don’t Ring è una rock’n’roll song potente e chitarristica, con i fiati a dare più colore ed un ottimo assolo da parte di Glenn, che mostra che il manico c’è, ed una voce che qui non sfigura. Anche Earl Erastus è un pezzo piuttosto granitico, non originalissimo ma se vi piace il rock-blues chitarristico un po’ di grana grossa qui troverete trippa per i vostri gatti; Memphis Soul è invece un funky abbastanza riuscito, gradevole e con i fiati maggiormente dentro alla canzone, mentre Big Boss Man, il noto classico di Jimmy Reed, è rifatto in maniera non convenzionale: il blues c’è eccome, ma la ritmica ed i fiati le danno un tono errebi, e la chitarra fa benissimo la sua parte.

Con I Picked The Wrong Day (To Stop Drinkin’) si cambia registro, in quanto ci troviamo di fronte ad una ottima soul ballad con elementi gospel, molto classica e con un motivo fluido, anche se forse qui serviva un cantante con più profondità; la mossa Get A Life è un jumpin’ blues con fiati, puro Southside Johnny sound (e difatti Mr. Lyon compare all’armonica), solo che il cantante del New Jersey l’avrebbe cantata molto meglio, mentre la lunga Blues For Me And You è a metà tra jazz e blues, un pezzo raffinato e suonato con discreta classe, con Oria che duetta con il padre (mostrando che forse la cantante solista del gruppo avrebbe dovuto essere lei) e la solita inappuntabile chitarra. Get Up è ancora funky suonato in maniera impeccabile ma che mostra ancora una volta l’assenza di un vero cantante, mentre con Common Ground siamo di nuovo in territori soul, forse uno dei pezzi più riusciti del CD, Come Back Baby è un blues swingato di ottimo livello (i fiati suonano alla grande), anche se dal punto di vista vocale il paragone con l’originale di Ray Charles è impietoso. Chiudono la roccata e monolitica The Odds Are Good e C.O.D., altro godibile blues ricco di swing e ritmo. Un discreto disco quindi, anche se sono comunque dell’idea che Glenn Alexander possa continuare a dare il meglio di sé come chitarrista per conto terzi.

Marco Verdi

Semplicemente Uno Dei Migliori Chitarristi Americani! Sonny Landreth – Recorded Live In Lafayette

sonny landreth recorded live in lafayette

Sonny Landreth – Recorded Live In Lafayette – Mascot/Provogue 2CD

Clyde Vernon “Sonny” Landreth non lo scopriamo certo oggi. In giro dagli anni ottanta, si è fatto conoscere inizialmente come chitarrista di John Hiatt (l’album era Slow Turning, il seguito del magnifico Bring The Family), dato che in quegli anni i suoi (pochi) album erano maldistribuiti e quindi difficili da reperire. Poi, negli anni novanta, prima con Outward Bound, ma soprattutto con l’ottimo South Of I-10, Sonny ha alzato la testa cominciando a crearsi un seguito come musicista di culto, ottenendo anche l’apprezzamento di diversi colleghi che lo hanno voluto a suonare con loro (due a caso, Eric Clapton e Mark Knopfler, non proprio degli sprovveduti). Ha inciso pochi dischi Landreth, ma quasi sempre con una qualità molto alta (Levee Town e The Road I’m On sono i miei preferiti), ed il suo particolare stile, che fonde blues (il suo genere di appartenenza) e zydeco (essendo lui della Louisiana), unito al fatto di essere forse il miglior chitarrista slide in circolazione insieme a Ry Cooder (NDB E Derek Trucks dove lo mettiamo? Parlando solo dei viventi!), gli hanno fatto guadagnare il soprannome di “The King Of Slydeco”. Sonny fino ad oggi aveva all’attivo un solo album dal vivo, l’ottimo Grant Street (2005), ma questo nuovo Recorded Live In Lafayette, registrato in diverse serate di Gennaio 2017 appunto a Lafayette, Louisiana, oltre ad essere doppio (Grant Street era singolo), si pone su un livello addirittura superiore, candidandosi forse a miglior disco della sua carriera.

Recorded Live In Lafayette è un album formidabile, suonato in maniera eccellente da Sonny e dalla sua band, un trio formato, oltre che da lui, da David Ranson al basso e Brian Brignac alla batteria: il gruppo per l’occasione è aumentato da due elementi, che però danno un tocco vincente al suono del concerto, vale a dire Sam Broussard, secondo chitarrista che si occupa delle parti ritmiche e soliste “non slide”, e soprattutto dell’eccezionale fisarmonicista (e pianista) Steve Conn, la cui prestazione, oltre a dare un sapore decisamente zydeco a gran parte del concerto, arriva ad entusiasmare quasi quanto quella di Sonny stesso. Il disco, sedici canzoni (di cui solo due sono cover, più una di Conn) ha poi la peculiarità di dividersi in due metà esatte, la prima acustica e la seconda elettrica: se il Landreth elettrico lo conoscevamo, la vera sorpresa è quello unplugged, che riesce a tenere altissimo il livello della performance grazie anche alla bravura dei collaboratori, al punto che dopo due o tre canzoni quasi non ci si accorge che la spina è staccata. Il blues fa come sempre la parte del leone, ma c’è anche parecchio rock (nella parte elettrica) e, grazie alla prestazione fantastica di Conn, la componente zydeco-cajun è perfino più pronunciata del solito.

Il primo CD, che come ho già detto è quello acustico, vede i nostri subito in palla con Blues Attack, un blues quasi canonico al quale la splendida fisarmonica, vera arma in più del gruppo, dona un sapore decisamente zydeco, e le dita di Sonny iniziano a scorrere che è un piacere, ben doppiate da quelle di Broussard. Ancora blues con Hell At Home, con brevi ma ficcanti assoli dei due chitarristi ed altre delizie provenienti dalla fisa (un vero piacere per le orecchie), e con una rilettura fluida del classico di Big Bill Broonzy Key To The Highway, nella quale Sonny sopperisce alla mancanza di una voce da bluesman (l’ugola è forse il suo unico punto debole) con una tecnica sopraffina. La ritmata Creole Angel è coinvolgente anche senza strumenti elettrici, ed anche la melodia è di derivazione cajun; A World Away è una ballata di gran classe solo sfiorata dal blues, con assoli ancora strepitosi e la solita fisa da urlo, mentre, dei tre brani che chiudono il primo dischetto, bisogna citare assolutamente la trascinante The U.S.S. Zydecoldsmobile, uno dei pezzi più popolari del nostro, un rock-blues-zydeco contraddistinto da una prestazione monstre della band sul palco.

Il CD elettrico si apre con la roboante Back To Bayou Teche, un rock’n’roll dal chiaro sapore cajun, chitarra sublime e gran ritmo, sette minuti da manuale, seguita dalla meno appariscente True Blue, anche se neppure qui si scherza, grande musica e grandissimo manico. Poi abbiamo tre strumentali di fila: The Milky Way Home ha ancora un gran tiro (qui siamo in territori puramente rock) e le dita del leader scivolano che è un piacere, Brave New Girl è uno slow dal suono comunque potente, ma forse meno personale delle altre, mentre Uberesso è nuovamente un’esplosione di ritmo e suoni, con Sonny ormai in trance agonistica, al punto che secondo me si porterebbe dietro la chitarra, continuando a suonarla, anche se dovesse andare in bagno. Il doppio si conclude con l’orecchiabile e saltellante Soul Salvation, in cui si risente la fisa, seguita da una scintillante versione di Walkin’ Blues di Robert Johnson, e con The One And Only Truth, scritta e cantata da Conn, uno scatenato e trascinante zydeco-blues, che chiude il concerto nel migliore dei modi.

Fino ad ora, insieme a quello di Bonamassa, disco live dell’anno, senza dimenticare naturalmente quello della Tedeschi Trucks Band.

Marco Verdi

*NDB 2. Come avevo detto nella anticipazione dell’album pubblicata sul Bog il 27 maggio scorso http://discoclub.myblog.it/2017/05/27/alcune-prossime-interessanti-uscite-estive-parte-ii-beach-boys-jason-isbell-joe-bonamassa-jeff-tweedy-willie-nile-peter-perrett-sonny-landreth/ , quindi molto prima dell’uscita di fine giugno, però in rete si trovano vari filmati del concerto ripresi a livello professionale dalla Mascot Provogue: non è che poi dobbiamo aspettarci una ennesima “fregatura”, ovvero la pubblicazione di un DVD o di qualche formato multiplo in un secondo tempo?

Pensavo (Al) Peggio… Anche Se. The Isley Brothers & Santana – Power Of Peace

isley brothers santana

The Isley Brothers & Santana – Power Of Peace – Sony/Bmg

Dopo l’uscita di Santana IV dello scorso anno (recensito sul Blog casualmente sempre di domenica http://discoclub.myblog.it/2016/04/10/supplemento-della-domenica-anticipazione-unoperazione-marketing-anche-finalmente-gran-bel-disco-santana-santana-iv/ ), e poi anche del successivo ottimo CD/DVD dal vivo, c’era curiosità per questa collaborazione tra Carlos Santana e gli Isley Brothers, una delle istituzioni della black music americana, prima R&B e soul, poi ancora ottimo funky, anche hendrixiano, nei primi anni ’70, ma sinceramente, per il mio gusto personale, non ricordo un disco veramente valido dei fratelli Isley da lunga pezza, anche se qui e là sprazzi della vecchia classe non sono mai mancati, sia nei dischi come gruppo che in quelli di Ronald ed Ernie Isley (ne ricordo solo uno per la verità). Comunque Ronald Isley era presente appunto, come cantante aggiunto, in due brani di Santana IV, e il suo tipico vocione ben si era amalgamato con il sound classico della Santana Band migliore della storia. Quindi forse, ma forse, i presupposti per questa sorta di supergruppo c’erano, anche se poi leggendo le anticipazioni si era visto che il gruppo utilizzato per questo album era la road band di Carlos Santana, con il solo bassista Benny Reitveld tra quelli utilizzati nel disco, e la moglie di Carlos Cindy Blackman, alla batteria, nonché “produttrice” dell’album insieme al marito. Gli altri musicisti non mi fanno impazzire, a partire dal tastierista Greg Phillinganes, nonostante il suo passato nella band di Stevie Wonder, e, sulla carta, anche l’idea di fare un disco di sole cover (ma non degli Isley Brothers o dei Santana, anche se forse poi le suoneranno nel tour di promozione dell’album), visto il “tragico” precedente del pessimo Guitar Heaven, non era il massimo.

E invece, pur non potendo parlare certo di capolavoro, anzi, questo Power Of Peace, è un disco piacevole, per quanto non memorabile, insomma si lascia ascoltare (a fatica), con una buona scelta dei brani da rivisitare, e un sound che solo a tratti raggiunge i limiti di guardia del cattivo gusto, ma lo fa: la partenza avviene con il classico groove santaneggiante dell’iniziale Are You Ready, un vecchio brano dei Chambers Brothers, una delle prime formazioni a fondere rock, psichedelia e musica nera, con ottimi risultati, tra fine anni ’60 e inizio anni ’70, le chitarre di Carlos e Ernie, in modalità wah-wah (di cui è sempre stato uno dei maestri, e discepolo hendrixiano di Jimi che aveva suonato a lungo ad inizio carriera con gli Isley) interagiscono con grinta, la voce di Ronald è ancora potente, e il lavoro di Karl Perazzo (l’altro musicista di vaglia presente) alle congas è pregevole. Partenza buona quindi, confermata dal classico rock’n’soul della vibrante Total Destruction Of Your Mind, un brano del misconosciuto Swamp Dogg, con le chitarre ancora assolutamente in piena libertà, soprattutto quella di Santana. E non male, anche se forse troppo carica di sonorità un filo turgide, la cover di Higher Ground di Stevie Wonder, diciamo che l’assolo di wah-wah di Ernie Isley non riesce forse a salvarla del tutto, ma la rappata di tale Andy Vargas non aiuta.

Una lunga rilettura di God Bless The Child di Billie Holiday è tra le sorprese del CD, parte come una ballata pianistica, poi entra la voce ancora intensa, per quanto segnata dal tempo, di Ronald, e il pezzo diventa una soul ballad alla Isley Brothers, con i due chitarristi impegnati in un fine lavoro di cesello, soprattutto il classico solo melodico di Carlos, suo marchio di fabbrica. L’unico brano originale dell’album, I Remember, firmata da Santana e da Cindy Blackman, che poi la canta, in una lotta di falsetti con Ronald, è un’altra onesta ballata, molto “nu soul”, ma non deleteria. Mentre Body Talk, un  vecchio pezzo di Eddie Kendricks dei Temptations, pur se ricorda il sound Motown, rimanda anche al brano omonimo degli Imagination, e francamente, come la precedente, se ne poteva fare anche a meno, si salva giusto l’assolo di Santana.Gypsy Woman di Curtis Mayfield è il veicolo ideale per il classico falsetto di Ron, e anche l’idea di dargli una atmosfera gitana, ispirata dal titolo, non è del tutto peregrina ,, quindi il brano risulta uno dei migliori dell’album, con le due chitarre sempre in brillante spolvero, mentre I Just Want To Make Love To You  di Willie Dixon l’ho riconosciuta giusto perché ho letto il titolo, per il resto tra un riff di Foxy Lady e rullate a tutto campo della batteria della Blackman sembra un pezzo, di quelli brutti, di Eric Gales, e in questo le chitarre wah-wah ovunque non aiutano (e qui i limiti del cattivo gusto si superano).

Love, Peace And Happiness, l’altro pezzo dei Chambers Brothers, pur con qualche eccesso, riporta i binari del sound su un rock’n’soul energicomeglio la melliflua cover del classico di Burt Bacharach What The World Needs Now Is Love, portata al successo da Dionne Warwick Jackie De Shannon, che qui riceve il trattamento Santana + Isley Brothers, con Ronald Isley che la canta veramente bene, e poi il pezzo è bello, comunque lo giri. E non dispiace neppure la rilettura molto fedele del classico di Marvin Gaye Mercy Mercy Me (The Ecology), soul anni anni ’70 di gran classe, come pure la jazzata Let The Rain Fall On Me, una ballata suadente del poco conosciuto Leon Thomas, dove si apprezza nuovamente il phrasing impeccabile di Ronald Isley, e un assolo di piano mirabile, presumo del bistrattato dal sottoscritto Phillinganes, e zero chitarre.. Let There Be Peace On Earth di Sy Miller Jill Jackson, francamente non me la ricordavo, e forse è meglio, un pezzo simil gospel-natalizio portato al successo da Vince Gill, cantato coralmente da Blackman e Isley, anche in questo caso, l’unica cosa che si salva è l’assolo di chitarra di Carlos. In definitiva il disco, pur non dando ragione in toto al titolo del Post, non è, diciamo, indispensabile, quindi, come direbbero a Roma, “Aridatece Santana IV”!

Bruno Conti

Torna Uno Dei Migliori Rocker In Circolazione, Nuovo Album E Concerto. Kenny Wayne Shepherd Band – Lay It On Down

kenny wayne shepherd band lay it on down

Kenny Wayne Shepherd  – Lay It On Down – Mascot/Provogue – 21-07-2017

Kenny Wayne Shepherd (nato Brobst a Shreveport, Louisiana, esattamente 40 anni fa, ma poi diventato “pastore”, almeno di cognome, per ragioni artistiche) da una decina di anni sembra non sbagliare più un disco: era partito come una delle “Grandi Speranze Bianche Del Blues” ( e della chitarra) quando era un ragazzino (insieme a Bonamassa, Jonny Lang e John Mayer, per citare i più famosi), poi si era perso un po’ per strada, l’album del 2004 The Place You’re In era veramente bruttino, con un suono hard rock da FM, ed ha venduto pure poco. Poi dal 2006 tutto è cambiato, Shepherd si è sposato con la figlia di Mel Gibson, dalla quale ha avuto cinque figli (lui e Johnny Lang fanno a gara per chi ne ha di più, per ora sono alla pari) e, cosa che più ci interessa, ha deciso di tornare al blues(rock), prima con 10 Days Out, dove ripercorreva la strada delle 12 battute, insieme ad alcuni dei grandi “vecchi” del genere, poi l’ottimo Live In Chicago http://discoclub.myblog.it/2010/10/12/forse-e-la-volta-buona-kenny-wayne-sheperd-live-in-chicago1/ . Con How I Go ha proseguito nella strada della qualità, culminata nell’eccellente Goin’ Home del 2014, dove apparivano come ospiti Warren Haynes, Joe Walsh, Ringo Starr, Robert Randolph, Keb’ Mo’, Kim Wilson, e la Rebirth Brass Band; nel frattempo, insieme a Stephen Stills e Barry Goldberg, ha dato vita ai Rides, gruppo autore di due notevoli dischi nel 2013 e 2015.

Proprio la sezione ritmica dei Rides, Chris Layton alla batteria e Kevin McCormick al basso è stata utilizzata da Kenny Wayne per registrare questo nuovo Lay It On Down, concepito non a caso nella città natale di Shreveport, con l’abituale produttore Marshall Altman e con l’aiuto del tastierista Jimmy McGorman e la presenza del suo pard abituale, il bravissimo cantante Noah Hunt. Il disco è stato registrato a gennaio di quest’anno, praticamente live in studio, e si sente, il suono è fresco e vibrante, con la chitarra di Shepherd sempre in evidenza e una serie di dieci canzoni (con la title track ripresa anche in versione acustica) tutte di buone fattura e firmate insieme ad alcuni dei suoi co-autori abituali, Mark Selby e Tia Sillers, in primis, ma anche nuovi arrivi come Danny Myrick, Dylan Altman e Keith Stegall, oltre al produttore Marshall Altman. Al solito sto scrivendo la recensione più di un mese prima dell’uscita (esce il 21 luglio), per cui vado anche a sensazioni: Baby Got Gone è un bel brano rock, per entrare subito nel mood dell’album, suono anche un filo radiofonico, ma nulla di scandaloso, chitarre a tutto riff, organo “scivolante” e la voce di Hunt in grande spolvero, al resto ci pensa la chitarra di Shepherd; Diamonds Got Gold aggiunge anche una sezione fiati, il suono è più funky e rotondo, forse più “lavorato” rispetto alle precedenti uscite, Kenny Wayne scalda comunque il wah-wah anche se il sound rimane forse fin troppo radiofonico e “commerciale”, ma sarebbero radio che ci piacerebbe ascoltare rispetto a quello che passa il convento del rock mainstream. Insomma parrebbe che Shepherd si sia messo in concorrenza con Jonny Lang e John Mayer, per quanto con migliori risultati.

Nothing But The Night ha un retrogusto quasi errebì, anche se la realizzazione è forse fin troppo “leccata”, manca per il momento il blues dei dischi precedenti, ma la chitarra scorre sempre fluida e ricca di inventiva; Lay It  OnDown finalmente risente dello spirito della Louisiana, una delicata ballata elettroacustica con deliziose armonie vocali e quell’umore sudista unito ad una bella melodia, un pizzico di zucchero di troppo, ma con una solista acustica che sostituisce l’elettrica. She’s $$$ è un gagliardo shuffle rock-blues con chitarre e organo assai indaffarati, più vicino allo stile abituale di Shepherd, e la qualità continua a salire anche nella successiva Hard Lessons Learned una sontuosa ed avvolgente ballata country-gospel con uso di pedal steel, veramente splendida e con un lirico assolo di chitarra del nostro. Down For Love è un altro pezzo rock di quelli tosti, un Texas Blues quasi alla Stevie Ray Vaughan, tirato e grintoso il giusto e con la chitarra incattivita di brutto, fluida e torrenziale; How Long Can You Go vira verso territori tra soul e rock sempre con la massima intensità, con la band che macina ritmo dietro le evoluzioni della solista di Kenny Wayne. Louisiana Rain è un’altra malinconica ballata dedicata al suo stato natale, eseguita con impeto e classe da Shepherd e compagni, veramente affiatati in questo album, inutile dire che l’assolo, al solito, è di grande qualità. Con Ride Of Your Life si torna al blues-rock duro e puro, a questo punto la band ha aggiustato il tiro e il brano  ricorda certe cose del miglior Bonamassa, quando l’ispirazione non fa cilecca. A chiudere il CD manca la versione “acustica” di Lay It On Down, pure questa decisamente bella. Quindi, se sorvoliamo sui piccoli cedimenti iniziali, un altro eccellente album per Kenny Wayne Shepherd,  a conferma del suo attuale status come uno dei migliori rocker americani in circolazione.

Bruno Conti

P.S.

KWS

Se volete vederlo dal vivo, Kenny Wayne Shepherd e la sua band saranno in concerto a Milano, anzi al Carroponte di Sesto San Giovanni la prossima domenica 23 luglio. Un evento da non perdere, sia per la KWS Band (se leggete i nomi e guardate pure il video qui sopra, capirete perché) che dal vivo è veramente strepitosa e anche per il musicista di supporto, il bravissimo cantante e chitarrista inglese Laurence Jones, più volte “”magnificato” su questo Blog http://discoclub.myblog.it/2015/05/05/lo-shakespeare-del-blues-magari-laurence-jones-whats-it-gonna-be/.

Una Band Leggendaria Del Rock Californiano, Al Secondo Tentativo. Moby Grape – Ebbet’s Field 1974

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Moby Grape  – Ebbet’s Field 1974 – Keyhole

Di questi tempi un bel Live di un broadcast radiofonico non si nega a nessuno, figuriamoci ad una band che ai tempi è stata leggendaria e a tutt’oggi occasionalmente si esibisce con la formazione che registrò questo concerto del 1974. Stiamo parlando dei Moby Grape, grande gruppo californiano in attività soprattutto nella San Francisco del tempi aurei, tra fine anni ’60 e primi anni ’70, autori di alcuni splendidi album pubblicati dalla Columbia (soprattutto il primo) e poi ristampati una decina di anni fa dalla Sundazed in eccellenti, ma subito scomparse, a parte i due dischi di inediti tuttora in catalogo, edizioni rimasterizzate e potenziate che mettevano in evidenza il grande potenziale di una formazione che vedeva la presenza di ben cinque cantanti e compositori nel proprio organico. Skip Spence, una delle classiche “casualties” del rock, con una carriera afflitta da perenni problemi con droghe e acidi, fu presente solo fino al 1968 e con un breve ritorno di fiamma nel 1971, ma gli altri hanno fatto vari tentativi di ravvivare la loro storia: anche verso la fine del 1973, i due chitarristi Peter Lewis e Jerry Miller, con il bassista e leader Bob Mosley, e l’aggiunta del chitarrista Jeff Blackburn e del batterista Johnny Craviotto (in sostituzione del membro originale Don Stevenson, che per motivi misteriosi diventa Jerry, nelle raffazzonate note del CD) tentarono una ennesima reunion per una serie di concerti.

Sempre dalle suddette note, presenti nel libretto allegato e che in pratica sono un articolo della rivista ZigZag del giugno 1974, apprendiamo che all’inizio di quel tour le esibizioni della band non furono all’altezza della loro fama, ma quando si presentano al famoso Ebbet’s Field di Denver per un concerto destinato ad una trasmissione radiofonica paiono in ottima forma, come testimonia questo dischetto, la cui qualità sonora è buona senza essere memorabile, ma i cui contenuti sono assolutamente destinati a piacere agli estimatori del gruppo. I cavalli di battaglia ci sono tutti, lo stile è quello tipico del quintetto, un misto di rock, blues, folk-rock e qualche traccia di soul/jazz nonché di psichedelia leggera, sciorinato con ottimi intrecci vocali, uno dei loro punti di forza e intricati passaggi chitarristici. Ecco scorrere il vorticoso medley chitarristico dell’iniziale Changes/Falling con la voce “nera” di Mosley che si fa largo in un corposo sound tra rock e R&B, caratterizzato anche dalle armonie vocali sempre presenti, Ain’t No Secret è una potente rock song che evidenzia il sound d’assieme dei Grape, mentre Hey Grandma e Murder In My Heart (For The Judge) mettono in fila due dei loro brani migliori e più celebri, il primo un blues-rock westcoastiano incalzante di Lewis, il secondo, di Miller, uno dei loro pezzi più noti, una piccola “pepita” dello psych-rock della San Francisco di fine anni’ 60, sempre punteggiato dalle chitarre.

Gypsy Wedding era un brano leggermente funky estratto dall’unico album solista di Bob Mosley, con la potente voce del bassista in evidenza, seguito da una lunga rilettura di Miller’s Blues, un “lentone” che non aveva nulla da invidiare a quelli che Bloomfield, l’altro Miller, Steve e svariati altri musicisti proponevano come variazioni rock delle classiche 12 battute. Alcuni brani come Window To My Soul e Long Black Train, come pure la countryeggiante East Train (un pezzo presentato come di Hank Williams?) manco li ricordo, ma confermano la buona vena dei Moby Grape all’epoca, sempre con le chitarre in primo piano. Anche Silver Wings ha questo sound country-rock che imperava in quel periodo, mentre Get On Up ritorna al rock più vibrante, prima di arrivare al gran finale con la potente Can’t Be So Bad, il super classico Omaha e una Goin’ Down che fa sempre la sua porca figura, tra stilettate chitarristiche e voci in libertà.

Bruno Conti

Sembra Sbucato Dal Passato, Ma Che Bravo! Brad Stivers – Took You Long Enough

brad stivers took you long enough

Brad Stivers – Took You Long Enough – VizzTone Label               

Brad Stivers, anche dall’abbigliamento con cui si presenta sulla copertina di questo Took You Long Enough, sembra provenire da un’era che è quella del R&R anni ’50/primi ‘60, con retrogusti soul e R&B, e parecchio blues, insomma quella che ai giorni nostri chiamiamo roots music. Il giovane Brad (intorno ai 25 anni, quindi quasi un bambino per il Blues) viene dall’area di Austin, Texas, ma prima ha girato tutti gli Stati Uniti: dalla California al Colorado, passando per lo stato di Washington, e anche una capatina in quel di Memphis, Tennessee. E’ stato finalista all’International Blues Challenge del 2014 ed ora, armato della sua fida Telecaster, esordisce su etichetta VizzTone, la piccola ma agguerrita label di Chicago, completando quindi il giro in musica degli States (e per festeggiare l’evento si è appena fatto anche un cospicuo tour in Spagna, e prima era passato anche da Italia e Svizzera): tra i nomi di pregio utilizzati nell’album vi segnalo l’ottimo Bukka Allen all’organo Hammond B3, la pianista e cantante Emily Gimble e il vecchio lead vocalist degli Storyville Malford Milligan (qualcuno li ricorda?).

10 brani che fin dall’iniziale 2.000 Miles ci rimandano al sound dei primi Blasters, quelli che fondevano rock e blues con una grinta notevole, Brad unisce nella sua figura, la voce potente ed espressiva di Phil e lo stile esuberante da guitar slinger di Dave Alvin, inchiodando subito un assolo da vero virtuoso. Ma pure la successiva You’re Just About To Lose Your Clown, con la presenza del sax ficcante di Mark Wilson e un ritmo errebì ondeggiante e variegato che rende omaggio al maestro Ray Charles, con i tocchi dell’organo di Allen ad insaporire ulteriormente il menu, segnalano l’arrivo di un nuovo talento sulla scena, quando poi inizia a titillare la sua solista si capisce che siamo capitati a bordo per un bel viaggio; a tutto boogie per una poderosa Put It Down, quando il ritmo si fa frenetico, la sezione ritmica pompa di brutto e il “ragazzo” ci dà dentor con la sua chitarra alla grande, le mani volano veramente sul manico della sua solista. E non manca un funky blues turgido come l’ottima title track Took You Long Enough, dove oltre al guitar slinger si gustano anche le nuances della sua bella voce; e in Here We Go Again non manca neppure una languida e deliziosa country ballad, cantata in coppia con Emily Gimble, che accarezza con calore anche i tasti del suo pianoforte.

Per poi scatenarsi nuovamente, questa volta con la presenza di Malford Milligan, in una poderosa, e lunga (oltre i 6 minuti) Nickel And A Nail, un blues con decisi connotati soul & R&B, dove si apprezza la voce di Milligan, grande cantante che mi ero perso per strada, ma che in questa cover di un vecchio brano di O.W. Wright mette in luce tutto il suo talento, mentre Bukka Allen e Stivers curano con gran gusto la parte strumentale, per un brano veramente fantastico. One Night Of Sin è una cover strumentale curatissima del brano di Fats Domino dove Brad gioca con i toni e i volumi della sua Fender https://www.youtube.com/watch?v=APdKG4GIWHI , per poi scatenarsi nuovamente in un poderoso shuflle come la sanguigna Can’t Wait che si avvicina al blues più canonico Chicago style degli artisti VizzTone e poi anche nel gagliardo slow blues della intensa Save Me, di nuovo con la chitarra (e anche la voce) in grande spolvero. E per non farci mancare nulla nello strumentale finale, un’altra cover assai azzeccata, rende omaggio anche allo stile chitarristico di Jimmy Nolen, il vecchio chitarrista di James Brown, in una Cold Sweat tutta “chicken-pickin” e linee soliste fluide e di grande tecnica. Un nome da appuntarsi con cura, veramente bravo questo Brad Stivers https://www.youtube.com/watch?v=sboDCzc_WRU !

Bruno Conti

Quasi Black Crowes! The Magpie Salute – The Magpie Salute

the magpie salute

The Magpie Salute – The Magpie Salute – Eagle Rock/Universal 09-06-2017

Da una costola dei “Corvi Neri” ora arrivano le “Gazze”, che peraltro in ornitologia risultano essere della stessa famiglia. E anche musicalmente parlando nei Magpie Salute di “vecchi” Black Crowes ce ne sono ben tre, oltre al tastierista Eddie Harsch, scomparso nel novembre del 2016, ma presente tra i membri fondatori della nuova band ed alle registrazioni dell’album, insieme ai due chitarristi Rich Robinson Marc Ford e al bassista Sven Pipien. In effetti, guardando la foto di copertina, che li riprende di spalle, la formazione del gruppo conta su ben dieci elementi (quasi come la Tedeschi Trucks Band, altro riferimento sonoro, ma senza i fiati): oltre ai nomi citati ci sono anche Matt Slocum alle tastiere, il vocalist di colore John Hogg e il batterista Joe Magistro, tutti provenienti dalla band di Rich Robinson, che aveva registrato l’ottimo Flux lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/07/04/era-meglio-se-i-fratelli-rimanevano-insieme-rich-robinson-flux/ . Anzi, da quella band arriva pure la voce femminile di Katrine Ottosen, che insieme a Adrien Reju e Charity White, fornisce il consistente supporto vocale della pattuglia femminile, e per non farsi mancare nulla c’è anche un terzo chitarrista, Nico Beraciartua. Il loro omonimo esordio è stato registrato lo scorso anno dal vivo agli Applehead Studios per la serie delle Woodstock Sessions, mentre il primo brano, un inedito, firmato da Hogg e Robinson, Omission, è stato registrato live in studio, mi pare senza la presenza del pubblico ed il suono è veramente potente, il classico rock alla Crowes, con elementi Led Zeppelin, grazie alla voce di Hogg, e molto southern rock assai robusto robusto, con chitarre e voci ovunque.

Ma è la parte delle “cover” che è il piatto forte del disco, a partire da una Comin’ Home di Delaney & Bonnie che non ha nulla da invidiare all’originale, il classico rock got soul a tutto chitarre, soliste e slide che imperversano, armonie vocali importanti, ritmica solida e le tastiere a “colorare” il sound di Sud, e il pubblico apprezza. A proposito di “casa” What Is Home? era su Before The Frost dei Black Crowes, un altro pezzo tipicamente sudista dove si apprezza il lavoro del piano e dell’organo di Hearsch (o Slocum?), mentre la parte vocale, con molti musicisti impegnati al canto, ha un appeal quasi Westcoastiano, tipo i pezzi più rock di CSNY, con le chitarre più sognanti, ma sempre in tiro ed eccellenti intrecci melodici, d’altronde Ford e Robinson non sono i primi due che passano per strada, e nella lunga parte strumentale lo dimostrano. Wiser Time, da Amorica, in una versione sontuosa, rincara la dose, forse mancano il nome e la voce solista, ma per il resto sono proprio i Black Crowes, e si sente, oltre nove minuti di grande musica a ribadire la classe di questa “nuova” formazione, dove comunque ha sempre molta importanza l’impasto vocale d’assieme, ma l’ugola di Hogg è notevole, però è la parte strumentale che si gode al massimo, con continui assoli e rilanci dei diversi chitarristi, con le tastiere che svolgono un eccellente lavoro di raccordo. Goin’ Down South, una splendida incursione nel jazz, dal repertorio del vibrafonista Bobby Hutcherson, prevede proprio la presenza di questo strumento che apre la lunga parte introduttiva, prima di trasformarsi in una bella jam strumentale, liquida e ricercata, quasi alla Grateful Dead, con le chitarre che conquistano lentamente il proscenio, mentre piano e vibrafono lavorano ancora di fino sullo sfondo, su un eccellente groove della sezione ritmica, mentre il brano sfuma…

E anche War Drums, la cover del pezzo dei War, ha una forte propensione ritmica, con un rotondo giro del basso di Pipien ad introdurre le danze, prima che il tempo latin jazz e precussivo del brano venga sviluppato attraverso gli oltre nove minuti di durata del pezzo, di nuovo con le chitarre in grande spolvero, attraverso una serie di assoli incrociati e triplicati che virano quasi verso il jazz-rock e la fusion e derive santaneggianti. Vista l’aria di Woodstock che si respira nelle sessions non poteva mancare un omaggio alla Band con una ripresa di Ain’t No More Cane, molto rispettosa dell’originale, con gli splendidi intrecci vocali della band di Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel Robbie Robertson (per non parlare di Garth Hudson, ma lui non cantava) rivisti attraverso l’ottica dei Magpie Salute, che in questo brano è molto vicina allo spirito della canzone originale, musica del Sud, registrata nel profondo Nord del continente statunitense, la vera musica “Americana”. E non mancano neppure gli omaggi al lato ispiratore “inglese” dei vecchi Crowes, prima i Pink Floyd, con una bella Fearless, ripresa da Meddle, e di cui viene accentuato lo spirito americano, senza dimenticare il lavoro della slide di Gilmour, qui a cura di Rich Robinson, che canta anche il brano, mentre il lato più “cialtrone” e rock dei “Corvi” è insito nella rivisitazione di Glad And Sorry dei grandi Faces, una sorta di  nostalgica rock ballad che ricordiamo su Ooh La La, nella interpretazione del suo autore, il compianto Ronnie Lane. Come sapete non amo molto il genere, ma la versione di Time Will Tell di Bob Marley & The Wailers, già su The Southern Harmony and Musical Companion dei Black Crowes, in questo Melting Pot di generi musicali ci sta perfettamente e chiude alla grande un ottimo album. Quindi salutiamo la gazza perché Rich Robinson (e la superstizione) ci dicono che non farlo porta male, ma la musica basta e avanza, anche se attendiamo altri capitoli. Esce venerdì 9 giugno anche questo.

Bruno Conti

Per Una Volta Il Boss E’ Lui! Little Steven – Soulfire

little steven soulfire

Little Steven – Soulfire – Universal CD

Erano anni che Little Steven, nome d’arte di Steven Van Zandt, a sua volta nome d’arte di Steven Lento (ed è conosciuto anche come Miami Steve, probabilmente è l’uomo con più nicknames sulla terra) non pubblicava un album a suo nome, per l’esattezza dal non indispensabile Born Again Savage del 1999. Come tutti sanno, il suo lavoro principale è fare il chitarrista e braccio destro di Bruce Springsteen nella E Street Band, ma negli ultimi anni, oltre a condurre un programma radiofonico a sfondo musicale, si è reinventato anche attore per serie di successo come The Sopranos o Lilyhammer (e lo scorso anno ha splendidamente prodotto il bellissimo comeback album di Darlene Love), lasciando pochissimo spazio, anzi nullo, per la sua carriera solista. A dire il vero non è mai stato attivissimo, se si escludono gli anni ottanta (anche perché, all’indomani dell’uscita di Born In The U.S.A., lasciò Bruce e la band), che erano partiti benissimo con l’ottimo Men Without Women ma poi c’era stato un costante peggioramento con l’incerto Voice Of America ed i pessimi Freedom-No Compromise (nel quale era presente il suo più grande successo, Bitter Fruit, esatto, Prendilo Tu Questo Frutto Amaro non è di Venditti!) e Revolution, due album privi di canzoni valide ed in più con un terribile suono elettro-pop anni ottanta.

Oggi, approfittando di una lunga pausa, sia di Springsteen sia dei suoi doveri di attore, Steven pubblica finalmente il seguito di Born Again Savage, cioè Soulfire, che si ricollega però direttamente al suono di Men Without Women, cioè quel misto di rock’n’roll ed errebi che è la musica con il quale è cresciuto, e che veniva suonata nei primi, bellissimi dischi anni settanta di Southside Johnny & The Asbury Jukes, lavori che erano infatti prodotti da Steven, e che per i quali aveva scritto una grande quantità di canzoni. Per Soulfire Van Zandt riforma anche i mitici Disciples Of Soul, anche se con membri totalmente nuovi rispetto agli anni ottanta (Marc Ribler alle chitarre, Rich Mercurio alla batteria, Jack Daley al basso ed Andy Burton alle tastiere), ma con la stessa attitudine rock’n’soul calda e “grassa”, e si circonda di una enorme quantità di fiati (e qui qualche nome già presente nel 1982 c’è, per esempio, il sax baritono e tenore di Eddie Manion e Stan Harrison) e cori, tra i quali i Persuasions, leggendario gruppo vocale di Brooklyn. Nelle dodici canzoni di Soulfire quindi, oltre a tornare alle origini di un suono che ha formato le carriere sia di Southside Johnny che in misura minore di Springsteen stesso (ed entrambi stranamente mancano nel disco), Steven fa praticamente un omaggio a sé stesso, cantando per la prima volta brani che negli anni ha scritto e prodotto per altri artisti, oltre ad inserire qualche pezzo nuovo ed un paio di cover di canzoni tra le sue preferite. Un ritorno in grande stile quindi, con il nostro in grado ancora di graffiare, trascinare ed in certi momenti perfino entusiasmare, circondandosi di un suono caldissimo, vibrante, dal gran ritmo e con il fine principale di divertire e divertirsi, un suono nel quale la voce ancora grintosa di Steven e la sua abilità chitarristica si inseriscono alla perfezione, il tutto grazie anche alla sua ormai risaputa esperienza come produttore (qui coadiuvato da Geoff Sanoff).

Soulfire è quindi un gran disco di rock’n’roll meets soul, come oggi purtroppo nessuno fa più, superiore anche alle ultime prove di Southside Johnny (anche se Soultime! del 2015 era ottimo) e direi meglio anche della media degli ultimi dischi in studio del Boss, Wrecking Ball escluso. La title track dà il via al CD con il ritmo subito alto, chitarra ficcante, un insinuante organo ed un’esplosione di suoni e colori, un rock-soul gustoso e con Steve che mostra di avere ancora una gran voce ed una grinta immutata, e con le chitarre che vogliono dire la loro: negli anni settanta un pezzo così sarebbe stato un sicuro hit. I’m Coming Back è già una splendida canzone (era su Better Days, l’ultimo grande disco di Southside Johnny, targato 1991), con un scintillante suono à la E Street Band ed un ritornello killer, ed il binomio chitarre-fiati a creare un background unico; Blues Is My Business, un brano del 2003 di Etta James, è un saltellante pezzo tra blues e soul, con il nostro che arrota mica male, il solito trattamento deluxe a base di fiati e cori femminili ed un assolo di organo davvero “caliente”. I Saw The Light non è il classico di Hank Williams, bensì una canzone nuova, un irresistibile e ballabile (in senso buono) brano ancora tra errebi e rock’n’roll, una miscela vincente che pezzo dopo pezzo coinvolge sempre di più; Some Things Just Don’t Change (dall’album del 1977 ancora di Southside Johnny This Time It’s For Real) vede i fiati più protagonisti che mai, per un lento pieno d’anima, un blue-eyed soul sanguigno e vibrante, suonato alla grande e con la sezione ritmica inappuntabile, mentre Love On The Wrong Side Of Town, ancora originariamente sull’album del 1977 di John Lyon ed i suoi Jukes, e scritta da Steve insieme a Bruce Springsteen, ha una melodia che risente (e ci mancherebbe) della mano del Boss, ed un arrangiamento potente e “spectoriano”, ma per nulla ridondante.

The City Weeps Tonight (con i Persuasions ai cori) è un lento da ballo della mattonella che fa scaturire l’anima da straccione romantico del pirata Steve, un pezzo tra doo-wop e Roy Orbison, delizioso; Down And Out In New York City (cover di un pezzo del 1972 di James Brown) ha un suono che più anni settanta non si può, un errebi-funky con tanto di archi pre-disco, un pezzo di pura blaxploitation, ancora con sonorità caldissime, quasi bollenti (ed i fiati si superano), mentre Standing In The Line Of Fire (che dava il titolo ad un album del 1984 di Gary U.S. Bonds) sembra presa pari pari da un western con colonna sonora di Ennio Morricone, con la sua chitarra twang, le campane e l’assolo di tromba, uno dei pezzi migliori e più coinvolgenti del disco. La fluida e diretta Saint Valentine’s Day, scritta dal nostro nel 2009 per le Cocktail Slippers, una rock band al femminile di Oslo, è un’altra notevole rock song in odore di Springsteen, tra le più orecchiabili, e precede l’imperdibile I Don’t Want To Go Home, il pezzo più noto contenuto in Soulfire (era la title track del mitico esordio datato 1976 di Southside Johnny, ed anche il primo brano mai scritto da Steve), una canzone che non ha bisogno di presentazioni, splendida era quarant’anni fa e splendida rimane oggi; il CD si chiude con Ride The Night Away (incisa da Jimmy Barnes nel 1985 ed ancora da Southside nel 1991), altro ottimo rock-soul dal tempo spedito e melodia vincente, ennesimo tourbillon di suoni che non può che creare dispiacere per la fine del disco.

Un grande ritorno da parte di Little Steven, ed un disco che secondo me ci ritroveremo “tra i piedi” nelle classifiche di fine anno: speriamo che il prossimo esca un po’ più ravvicinato, anche per ragioni di età del nostro (e degli ascoltatori).

Marco Verdi