Peccato Solo Che (Forse) Non Ci Sarà Un Terzo Volume! Chris Stapleton – From A Room: Volume 2

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Chris Stapleton – From A Room: Volume 2 – Mercury/Universal CD

Come da lui promesso, ecco il secondo (e probabilmente ultimo) CD tratto dalle sessions che Chris Stapleton, uno dei migliori singer-songwriters di ultima generazione, ha tenuto al leggendario RCA Studio A di Nashville: il primo From A Room, uscito ai primi di Maggio, è stato almeno per me uno dei migliori dischi del 2017, e solo per un nonnulla ha mancato l’ingresso nella Top 10, e questo secondo volume non è da meno. Il mood è lo stesso: nove canzoni, addirittura stessa durata (32 minuti), e solita ottima miscela di rock, country, southern e musica cantautorale del nostro, gli stessi ingredienti che, uniti ad una grande voce, nel 2015 hanno fatto la fortuna di Traveller (ma anche questi due From A Room stanno godendo di un notevole successo, essendo arrivati entrambi al numero due di Billboard, e non nella sezione country, ma in quella generalista, dimostrando che per fortuna la musica di qualità ogni tanto vende ancora). Essendo le stesse sessions, sono coinvolte più o meno le medesime persone: alla produzione (e chitarra acustica) abbiamo l’ormai indispensabile Dave Cobb, al basso J.T. Cure, alla batteria Derek Mixon, alla seconda voce la moglie di Chris, Morgane Stapleton, e naturalmente il nostro che suona (bene) tutte le altre chitarre.

Il CD inizia e finisce con le uniche due cover: apre l’album la bella Millionaire, un brano del 2002 di Kevin Welch che intitolava anche un suo album, una canzone originariamente di cantautorato puro che qui si trasforma in una ballata rock elettrica coi fiocchi, cantata all’unisono da Chris e Morgane; il pezzo finale invece è Friendship, un brano di Homer Banks (cantante di colore degli anni sessanta targato Stax), che diventa un classico rock di stampo southern, anche se gli elementi soul dell’originale rimangono. Il resto è farina del sacco di Chris, a partire dalla potente Hard Livin’, un rockin’ country chitarristico in puro outlaw style (se non fosse per la voce sembra quasi di sentire Waylon Jennings redivivo); Scarecrow In The Garden è una squisita e tersa ballata country-rock elettroacustica, davvero splendida, sembrano i migliori Eagles e forse non rendo pienamente l’idea, mentre Nobody’s Lonely Tonight è un lentaccio sudista d’atmosfera, tutto costruito intorno alla voce strepitosa di Chris e ad un arpeggio di chitarra elettrica. Tryin’ To Untangle My Mind è un midtempo rock molto anni settanta (decisamente la decade di riferimento per la musica del nostro), in cui Chris si dimostra anche un eccellente chitarrista.

A Simple Song è un delicato pezzo acustico e cantautorale come da titolo, puro e toccante; restano ancora da citare Midnight Train To Memphis, decisamente la più rock del disco, un concentrato di elettricità e potenza, forse leggermente risaputa per quanto riguarda il songwriting ma dal gran tiro chitarristico, mentre con Drunkard’s Prayer siamo dalle parti della ballata acustica, voce e chitarra, con una marcata influenza melodica da parte di Willie Nelson. Non so se le sessions di From A Room abbiano prodotto altri brani oltre ai diciotto contenuti nei due volumi: certo è che un terzo episodio non sarebbe proprio sgradito.

Marco Verdi

Una Figlia D’Arte Un Po’ “Tardiva”. Mollie Marriott – Truth Is A Wolf

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Mollie Marriott – Truth Is A Wolf – Amadeus Music      

Forse il cognome risveglierà qualche fremito a coloro più addentro nelle vicende del rock britannico: ebbene sì, questa “nuova” cantante è proprio la figlia del grande Steve Marriott, indimenticato leader degli Small Faces e degli Humble Pie, una delle voci più belle del rock inglese di sempre, tragicamente scomparso nel rogo della propria casa, a soli 44 anni, nel lontano 1991. Mollie Marriott è la terza figlia di Steve, e anche per lei la gavetta è stata lunga, faticosa e costellata di problemi legali (come era stato per il babbo), e quindi solo in questi giorni, a 32 anni compiuti, arriva il suo esordio discografico: nel frattempo ha calcato i palcoscenici del Regno Unito, come background vocalist per PP Arnold, gli Oasis, in un musical sugli Small Faces, in vari tributi, tra cui quello a Ronnie Lane e alla riunione dei Faces dello scorso anno, oltre al concerto per gli 80 anni di Bill Wyman. Tra quelli che lei chiama “zii” ci sono Peter Frampton, Ronnie Wood, Kenney Jones, che hanno più volte espresso il loro entusiasmo (forse non disinteressato) per la voce di Mollie, e anche Paul Weller ha voluto collaborare con lei, infatti è presente in due brani di questo Truth Is A Wolf, album che avuto una lunga gestazione, tanto che doveva essere pubblicato già nel 2015 con un’altra copertina.

Ma alla fine, tramite una piccola etichetta, la Amadeus Music, è uscito. E devo dire che non è per niente male, buon sangue non mente, Mollie Marriott ha una bella voce, qualche inflessione e movenza del padre (come ammette le i stessa), un timbro vocale che può ricordare Bonnie Raitt o Susan Tedeschi, leggermente rauco ma potente, uno stile che si rifà a cantanti come la Sheryl Crow del primo periodo o Stevie Nicks.. Ovviamente non manca il rock classico inglese, sia quello anni ’60 e ’70, che il più recente Britpop. Tra i suoi collaboratori, co-autrice in due brani, troviamo Judie Tzuke, cantautrice rock molto di successo in UK a cavallo degli anni ’80 (e che al sottoscritto piaceva parecchio), mentre l’unico brano non composto dalla Marriott, ovvero la title track Truth Is A Wolf, porta la firma di Gary Nicholson, autore di successi per Bonnie Raitt e Delbert McClinton,e decine di altri “clienti, che aveva portato questo brano a Nashville con l’idea di darlo appunto alla Raitt o alla Tedeschi, e invece è finito su questo disco. Ed è probabilmente il pezzo migliore dell’album (che comunque si difende con lode): un brano che gira attorno al suono di un piano elettrico e della chitarra di Paul Weller, una delle classiche canzoni che di solito si accostano al miglior repertorio proprio di Raitt e Tedeschi, con la voce autorevole della Marriott che ricorda moltissimo le illustri colleghe, potente e grintosa, con una leggera vena malinconica, uno spirito musicale tra rock e blues e un arrangiamento di gran classe, veramente una bella canzone.

Il singolo Control è un bel pezzo rock, con qualche retrogusto gospel e qualcuno ha riscontrato similitudini con una vecchia canzone degli Humble Pie Fool For A Pretty Face, comunque la band della Marriott e le voci di supporto ci danno dentro di gusto, in particolare il chitarrista Johnson Jay, anche Broken è un’altra bella canzone, incalzante, con un ritmo e un drive che ricordano la miglior Stevie Nicks, una classica rock song dal sapore americano che ruota attorno alla bella voce di Mollie e al sound avvolgente dell’arrangiamento. Give Me A Reason è una bella ballata pop con elementi soul, commerciale, ma il giusto, sempre con sontuosi inserti vocali e una bella chitarra tagliente; Run With The Hounds ha di nuovo un groove tipico dei migliori Fleetwood Mac, musica pop ma di quella raffinata e coinvolgente, mentre Love Your Bones, secondo la stessa Mollie è ispirata dal sound di Tori Amos, quella più pop e meno cerebrale. Transformer è una delle due canzoni scritte con Judie Tzuke, un brano più da cantautrice classica, sempre con la bella voce in evidenza, anche se forse un filo troppo pomposo e pompato; Fortunate Fate, con qualche elemento country rimanda al repertorio della prima Shery Crow, quindi non manca neppure l’impeto rock, King Of Hearts, l’altro pezzo firmato con la Tzuke, è pure il secondo dove appare Paul Weller, una sorta di simil slow blues con richiami sia al “Modfather” come al babbo, anche se l’arrangiamento è nuovamente troppo pompato, ed è forse il difetto che più mi sento di imputare al disco,  insomma la voce e il talento ci sono, ma a tratti il tipo di produzione “moderno” incontra poco i miei gusti. La chiusura è affidata a My Heaven Can Wait, una ballata mid-tempo emozionale di nuovo troppo orientata verso quel suono turgido che non sempre soddisfa. Promossa con qualche piccola riserva.

Bruno Conti

 

Ecco Un Altro Gruppo Con Il Braccino Corto! Eagles – Hotel California 40th Anniversary

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The Eagles – Hotel California 40th Anniversary – Elektra/Warner CD – 2CD – Box Set 2CD/BluRay

(NDM: mi spiace cominciare al solito con una precisazione, ma il disco in questione uscì nel Dicembre del 1976, e quindi questa deluxe edition doveva essere pubblicata lo scorso anno, in quanto se la matematica non è un’opinione gli anni sono 41. Poi siamo d’accordo che il suo enorme successo ha avuto il suo picco nel 1977, ma nessuno si è mai sognato, per esempio, di affermare che The Wall dei Pink Floyd fosse un album del 1980).

Se c’è un gruppo che negli anni ha sempre concesso pochissimo ai suoi fans in materia di inediti e concerti d’archivio, questi sono certamente gli Eagles, e la cosa è ancora più strana in quanto stiamo parlando di una delle band più popolari al mondo. Oggi l’occasione per riparare in parte a questa mancanza è affidata a questa ristampa celebrativa del loro disco più famoso, e per molti il loro capolavoro (per me è Desperado, ma di un nonnulla), cioè Hotel California, uno degli album più venduti di tutti i tempi. L’operazione comprende l’inutile riedizione singola (buona al limite per i neofiti), un doppio CD ed un cofanetto deluxe, ma anche questa volta il gruppo californiano d’adozione (o chi decide per loro) si è contraddistinto per il braccino corto, in quanto la versione doppia propone sul secondo CD un concerto inedito a Los Angeles dell’Ottobre del 1976, ma soltanto dieci canzoni per la miseria di 48 minuti! Cosa ancora più grave, il cofanetto, oltre ad essere ridicolmente caro (circa 90 euro), non aggiunge un solo minuto di musica inedita, essendo il terzo dischetto una versione in BluRay audio dell’album principale: quindi quasi 70 euro in più per un doppione sonoro ed un (bel) libro con foto e note (note completamente assenti dalla versione doppia, solo qualche foto ed i crediti, neppure i testi delle canzoni).

E per le Aquile questo è un vecchio vizio, siccome già in passato si erano contraddistinti per la loro parsimonia: nel cofanetto retrospettivo del 2000 Selected Works, oltre alla miseria di tre inediti che non erano neppure canzoni, c’era il Millenuim Concert, e anche lì solo 12 canzoni, mentre come aggiunta alla versione deluxe dello splendido DVD History Of The Eagles c’era un live del 1977, ma anche stavolta solo una manciata di brani. Esaminiamo quindi il contenuto di questa ristampa, e stavolta mi limito alla versione doppia, dato che basta e avanza. Nel 1976 gli Eagles erano ad un punto di svolta: dopo l’ottimo successo di One Of These Nights avevano perso un pezzo per strada, in quanto Bernie Leadon non era soddisfatto della direzione musicale più commerciale presa dal gruppo; Don Henley e Glenn Frey, da sempre i due leader della band, ingaggiarono quindi Joe Walsh, ex chitarrista della James Gang, che garantiva un approccio più rock ed era considerato il giusto partner per l’altro axeman Don Felder. Don e Glenn avevano in mente quindi di alzare ulteriormente l’asticella, e pensarono ad una sorta di concept album sui problemi causati da fama e successo, dalla perdita dell’innocenza e dalla discesa agli inferi a seguito di un tenore di vita “nella corsia di sorpasso”: Hotel California, l’album che ne risultò (con una iconica copertina che raffigurava il barocco Beverly Hills Hotel di Los Angeles in maniera un po’ inquietante) fu un grande disco, e lo è ancora quattro decenni dopo. Gran parte della sua fortuna la deve indubbiamente alla fantastica title track, una di quelle canzoni che definiscono una carriera intera, un irripetibile equilibrio tra una melodia di prim’ordine, un ritornello strepitoso, un testo degno di una trama da film horror ed un assolo di chitarra finale, suonato all’unisono da Walsh e Felder, che è stato giudicato tra i più belli di sempre.

Ma l’album contiene altre grandi canzoni, ed è in un certo senso il disco di Henley, che canta da solista ben cinque degli otto pezzi totali (uno è una ripresa strumentale di Wasted Time): oltre alla title track Don è protagonista infatti della roboante Life In The Fast Lane, caratterizzata da un gran lavoro di Walsh, della già citata Wasted Time, romantica ma non melensa, la roccata e trascinante Victim Of Love e soprattutto la magnifica The Last Resort, una lunga e sontuosa ballata con una melodia ed un crescendo strepitosi, uno dei pezzi più belli delle Aquile in assoluto. Frey canta da solista in un solo brano, il pop-rock di gran classe New Kid In Town (il brano più di successo dopo Hotel California), Randy Meisner fornisce il suo ultimo contributo (lascerà la baracca l’anno dopo, sostituito da Timothy B. Schmit) con la gradevole Try And Love Again, unico rimando sonoro ai primi Eagles, mentre Walsh a mio parere “cicca” un po’ il suo esordio con la lenta e noiosa Pretty Maids All In A Row: Joe non è mai stato un grande songwriter, e men che meno nelle ballate. E veniamo al secondo CD, che come da copione è davvero bello, in quanto i nostri sono sempre stati una live band coi fiocchi…peccato che finisca quando ci si comincia a prendere gusto! Da Hotel California, che al momento del concerto doveva ancora uscire, ci sono la title track, già imperdibile, ed una New Kid In Town più rock che in studio; l’inizio della serata è riservato alla sempre bellissima e coinvolgente Take It Easy, anch’essa decisamente più chitarristica, subito seguita dall’altrettanto splendida Take It To The Limit, la signature song di Meisner. Ci sono anche due “deep cuts”, ovvero due pezzi poco noti (entrambi tratti da On The Border), James Dean e Good Day In Hell, uno spedito country-rock chitarristico la prima ed un ruspante brano che sa di southern la seconda (ottima la slide). L’intrigante Witchy Woman è sempre una gran bella rock song, mentre Funk # 49 dimostra i limiti di Joe come autore. Finale con la funkeggiante One Of These Nights, la già citata Hotel California ed il travolgente rock’n’roll di Already Gone.

E poi, come già detto, il CD finisce, lasciandoci l’amaro in bocca per l’ennesima occasione perduta.

Marco Verdi

Un Live Prematuro? Al Contrario, Formidabile! Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

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Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks – Stax/Concord CD

Fino ad un paio di anni fa la carriera di Nathaniel Rateliff, singer-songwriter di Denver, si stava trascinando abbastanza stancamente in un anonimato che sembrava non avere un futuro. Poi, nel 2015, il colpo di genio: Nathaniel forma i Night Sweats, un combo formidabile che suona una miscela di soul e rhythm’n’blues ma con la potenza di una rock band, un mix esplosivo che ha reso l’album di due anni fa Nathaniel Rateliff & The Night Sweats un grande successo di pubblico e critica, oltre che uno dei dischi più belli dell’anno, con canzoni strepitose del calibro di S.O.B., I Need Never Get Old e Howling At Nothing e diversi altri brani di altissimo livello. Dopo aver tenuto caldi i fans lo scorso anno con l’EP Something Else From, ora Nathaniel ed i suoi ragazzi pubblicano questo Live At Red Rocks, un CD registrato nella suggestiva cornice del titolo (proprio vicino a Denver) il 21 Agosto del 2016: una mossa che potrebbe sembrare prematura, anche se dopo un solo ascolto devo dire…meno male che lo hanno fatto! L’album infatti è semplicemente splendido, uno dei più bei live di un’annata devo dire molto generosa con i dischi registrati on stage: Rateliff è una autentica forza della natura ed un frontman straordinario, ed i suoi “sudori notturni” (Joseph Pope III al basso, Patrick Meese alla batteria, Mark Shusterman al piano ed organo, Luke Mossman alla chitarra, Andreas Wild al sax, Nick Etwell alla tromba, Julie Davis al basso acustico e voce e Joe Richmond alle percussioni) sono un gruppo di rara potenza, ma con un feeling mostruoso, al punto che le canzoni del disco di due anni orsono, che già erano una goduria, suonano completamente trasformate.

Merito notevole va anche alla presenza in diversi pezzi della Preservation Hall Jazz Band, leggendario gruppo di New Orleans composto da sette elementi (quasi tutti fiati), che unita ai nove Night Sweats (anche Nathaniel suona ogni tanto la chitarra) formano un muro del suono di inaudita forza. L’album del 2015 viene suonato interamente, ed in più ci sono due pezzi dall’EP dell’anno scorso ed altri due dal passato discografico di Rateliff, più una cover finale da urlo, ed il disco è talmente bello che quasi ci si rammarica che sia solo singolo. Dopo un’introduzione strumentale in puro stile “Funerale a New Orleans” il concerto inizia con la tonante I’ve Been Failing, un’esplosione di suoni e colori, showcase introduttivo perfetto per ogni membro del gruppo, con menzione particolare per i fiati, il piano e la sezione ritmica. E poi c’è Rateliff, che non è da meno della sua band in quanto a potenza (vocale). Con Look It Here Nathaniel ha già il pubblico (casalingo) in pugno: bellissima canzone, coinvolgente e brillante, suonata in maniera strepitosa e con uno spirito rock che esce da ogni nota, mentre l’introduzione al brano successivo (Howling At Nothing) è una vera e propria canzone improvvisata, un errebi nero fino al midollo dal ritmo forsennato e con un organo caldissimo alle spalle. L’appena citata Howling At Nothing è una soul song dal motivo splendido, che sembra quasi un inedito del grande Sam Cooke, mentre Wasting Time è una ballata decisamente melodica e piena di pathos, con la grande voce del nostro ed i fiati sugli scudi.

La saltellante e gradevole Mellow Out porta ai due brani meno conosciuti, in quanto originariamente contenuti nell’album del 2011 di Rateliff, In Memory Of Loss: Early Spring Till e You Should’ve Seen The Other Guy sono due ballate acustiche e cantautorali davvero intense, che rivelano un altro lato del nostro (e che voce). Lo sballo riprende con la meravigliosa I Need Never Get Old, una delle più belle canzoni del 2015, travolgente ed irresistibile (sentite la reazione del pubblico quando la riconosce dopo due minuti di introduzione https://www.youtube.com/watch?v=61_lewBMWVk ), con la lunga Shake, più di otto minuti di soul-rock insinuante e dal sapore sudista (grandissimi organo e chitarra) e con la fluida e guizzante Out On The Weekend, altro travolgente momento di solido ed energico errebi (e qui è il piano a fare i numeri). Dopo Thank You, vigorosa e saltellante, e I Did It, annerita, roccata e molto anni settanta, arriva il gran finale con la roboante Trying So Hard Not To Know, cantata come al solito da manuale, e soprattutto la strepitosa S.O.B., che è a tutti gli effetti la signature song del nostro https://www.youtube.com/watch?v=Vg4_BRiuvFU , in una versione ancora più potente ed irresistibile di quella in studio (e qui il binomio Night Sweats/Preservation Hall è da applausi a scena aperta). Il pubblico ormai è k.o., ma c’è ancora tempo per una rilettura tutta ritmo, suoni e colori del classico di Sam Cooke Having A Party, ancora una volta dalla forza incredibile. Nathaniel Rateliff non è un fuoco di paglia, ma un musicista vero e terribilmente serio, e questo Live At Red Rocks ne è la splendida conferma: non lasciatevelo sfuggire.

Marco Verdi

Il Leone Di Detroit Torna A Ruggire (Con Un Paio Di Stecche). Bob Seger – I Knew You When

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Bob Seger – I Knew You When (Deluxe Edition) – Capitol/Universal

Soltanto tre anni separano il nuovo album di Bob Seger dal precedente Ride Out, e questa è già una buona notizia per chi lo ha seguito con passione durante la sua lunga e gloriosa carriera, caratterizzata dagli esaltanti live shows (purtroppo solo in terra americana) in cui ha dato il meglio di sé, come testimoniano gli splendidi Nine Tonight del 1981 e, soprattutto, Live Bullet del ’76, considerato da molti uno dei più importanti live album della storia del rock a stelle e strisce. Da parecchio tempo ha diradato le sue uscite in studio, soltanto tre negli ultimi ventidue anni, fino a far temere un definitivo ritiro dalle scene. Che non se la passi benissimo fisicamente è comprovato dal fatto che abbia dovuto posticipare parecchie date dell’attuale Runaway Train Tour a causa di problemi alle vertebre, ma almeno la sua voce non ha perso un grammo della ruvida irruenza che l’ha sempre caratterizzata, come possiamo verificare in quest’ ultimo I Knew You When. Già nel pezzo d’apertura, Gracile, Bob ci fa intendere che non ha nessuna voglia di gettare la spugna dandoci dentro senza risparmiarsi in un rock blues dalla ritmica granitica che ricorda certi suoi anthems degli anni settanta. Ottima la scelta delle due covers presenti nell’album: Busload Of Faith,  tratta da New York, lo splendido affresco che Lou Reed  dedicò alla sua città nel 1989,e Democracy, ironica e visionaria traccia del talento poetico di Leonard Cohen, presente su The Future, del’92. Seger rivisita entrambe con passione e bravura, irrobustendo la prima con sezione fiati e cori femminili, oltre a due fulminanti assoli di chitarra (il primo del mago della slide Rick Vito), e la seconda con una ritmica più incisiva, da marcia militare, e un bel violino sullo sfondo a sostituire l’armonica dell’originale.

The Highway ha un bel passo, tipico di tante composizioni del rocker di Detroit perfette per l’ascolto in macchina. Un buon pezzo, nonostante la presenza di una tastiera un po’ invadente che ne appesantisce la melodia. Non possiamo procedere senza prima citare colui a cui Seger ha dedicato quest’intero lavoro, Glenn Frey, il leader degli Eagles deceduto nel gennaio 2016. Tra i due perdurava da mezzo secolo una profonda e sincera amicizia e Bob ha voluto celebrarla con due toccanti canzoni. La prima, dal titolo emblematico, Glenn Song, una delle tre bonus tracks della deluxe edition, è un malinconico ricordo dei tempi andati cantato con voce rotta dall’emozione. La seconda dà il titolo all’album ed è una di quelle stupende ballate che sono da sempre il vero marchio di fabbrica del rocker di Detroit. Melodia impeccabile, scandita dal pianoforte (presumo suonato dal grande Bill Payne) e ritornello che ti entra sottopelle per non uscirne più. Della stessa categoria, non sono niente male Something More con un bel solo centrale condiviso tra sax e chitarra elettrica, Marie, dall’incedere solenne e drammatico che rimanda allo stile del già citato Cohen, e I’ll Remember You, un lentaccio assassino con pregevoli cori femminili che avrebbe fatto la sua bella figura su qualunque disco delle aquile californiane.

Purtroppo troviamo anche un paio di episodi meno riusciti, che non intaccano il giudizio comunque positivo sull’album. The Sea Inside, dalla ritmica pesante e dalle chitarre roboanti che si mescolano ad una tastiera che sembra citare Kashmir dei Led Zeppelin, è un tentativo di fare hard rock in modo insipido ed anacronistico. Peggio ancora Runaway Train, che pare un pezzo rubato agli ZZ Top del  periodo più scarso, con batteria elettronica, coretti scontati e melodia anonima, malgrado il buon intervento del sax nel finale. Di ben altra levatura sono, per fortuna, le prime due tracce aggiunte nella deluxe edition: Forward Into The Past è un solido rock cantato a voce spiegata dal protagonista ben supportato come di consueto dalle coriste, con chitarre elettriche e piano che si alternano sapientemente. Ancora meglio si rivela Blue Ridge, che ti cattura subito con un’ accattivante struttura melodica scandita dal costante rullare della batteria e da un intrigante uso delle tastiere. Un brano che certamente farà la sua bella figura se inserito nelle scalette dei futuri concerti.

Diamo dunque il nostro bentornato a Bob Seger, nella speranza di poterlo ammirare un giorno anche dalle nostre parti. Intanto, godiamoci questo I Knew You When che ha in sé il giusto calore per contrastare le fredde giornate invernali che ci attendono.

Marco Frosi

Un Bell’Esempio Di Follia (Musicale) Con Metodo. The Texas Gentlemen – TX Jelly

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The Texas Gentlemen – TX Jelly – New West CD

Storia particolare quella dei Texas Gentlemen. Gruppo composto da texani doc, formato qualche anno fa da Beau Bedford, che ha chiamato intorno a sé giovani ma bravi musicisti di sua conoscenza (Nik Lee, Daniel Creamer, Matt McDonald e Ryan Ake) con l’intento di formare una backing band per artisti più famosi di loro, come per esempio Leon Bridges e Nikki Lane. La svolta è avvenuta lo scorso anno, quando il grande Kris Kristofferson (uno che il talento lo sa riconoscere) li ha voluti come gruppo di accompagnamento per il suo ritorno al Festival di Newport 45 anni dopo la sua ultima apparizione. La cosa ha funzionato talmente bene che Kris ha chiesto loro di seguirlo per altre date, cosa che ha certamente donato ai ragazzi un’esposizione che prima non si sognavano neppure; il passo successivo è stato incidere il loro primo disco, e per farlo hanno varcato i confini texani, andando nei leggendari FAME Studios di Muscle Shoals, in Alabama, dove hanno fatto tutto in soli quattro giorni. Ed il risultato, TX Jelly, è un disco stimolante, creativo, inatteso: i cinque non sono il solito gruppo country-rock del Lone Star State, ma sono influenzati dalle mitiche backing bands della storia americana, come la Wrecking Crew di Los Angeles, o gli stessi Muscle Shoals Swampers, o ancora Booker T. & The MG’s.

Infatti nelle loro canzoni trovano spazio una miriade di generi, che vanno dal rock al country, dal funky al blues, dal southern al soul e perfino lounge music, il tutto mescolato in maniera molto creativa e per nulla confusionaria. TX Jelly è quindi un lavoro decisamente piacevole ed originale, dato che non sai mai cosa aspettarti nella canzone seguente, ed i ragazzi suonano con ottima tecnica ma anche con quel pizzico di lucida follia che non guasta (basta guardare alcuni dei loro video che si trovano in rete per notare che sono un po’ fuori di testa). Il CD inizia in modo insolito, cioè con lo strumentale Habbie Doobie, una canzone che in realtà è una jam chitarristica tra rock e funk, con un riff ripetuto e brevi ma ficcanti assoli della solista di Ake, brano forse ripetitivo ma intrigante. Pain sembra un country rock di matrice southern degli anni settanta, un boogie orecchiabile e trascinante, con gran lavoro di piano e chitarra, che quando viene chiamata in causa sa come dire la sua: ci sono anche tracce pop del migliore Elton John, quello di Tumbleweed Connection; Bondurant Women è ancora puro rock di matrice seventies, decisamente evocativo, con una melodia diretta e suono classico, basato su organo e chitarra. Dream Along è una country song languida, strascicata, quasi sonnolenta, come se Willie Nelson si fosse appena svegliato dopo una notte di bagordi, bizzarra ma non priva di fascino.

Gone (scritta insieme a Paul Cauthen così come la seguente, e Paul è anche presente come voce aggiunta) è al contrario un pimpante e ritmato country-rock alla Waylon, ma con le chitarre che suonano come quelle di un gruppo sudista, mentre My Way inizia proprio come un country fatto alla maniera di Elvis, con coro alle spalle che ricorda i Jordanaires, poi diventa all’improvviso un rock’n’roll scatenato, per poi tornare all’atmosfera languida iniziale: creatività e follia a braccetto. Con Superstition si cambia completamente registro, in quanto ci troviamo di fronte ad un pop-jazz afterhours di quelli raffinati modello lounge, da mettere per una serata galante e con tanto di sax “da struscio”, mentre TX Jelly è un altro strumentale che sa più di improvvisazione in studio, quasi una backing track per batteria e poco altro, unico episodio direi un po’ fine a sé stesso. Pretty Flowers è di nuovo un country d’altri tempi, un honky-tonk che sembra uscito da un album di fine anni sessanta di George Jones, che precede la lunga (otto minuti) Shakin’ All Over, vecchio brano di Johnny Kidd & The Pirates (ma ala facevano anche gli Who, soprattutto dal vivo), che qui viene suonata in perfetto stile surf e con un cantato in giusta sintonia, sembra una cover di qualche oscuro gruppo beat, altro che Texas: la chitarra si produce in un lungo e strepitoso assolo dai toni addirittura psichedelici https://www.youtube.com/watch?v=fYMMk6jvUt8 , creatività davvero a mille, immagino cosa possano diventare dal vivo. Il finale è tranquillo con Trading Paint, con la quale si rimane sempre negli anni cinquanta-sessanta, ma il pezzo è un folk acustico con un coro che fa tanto Monti Appalachi.

I Texas Gentlemen sono un gruppo da tenere d’occhio, hanno tecnica ma anche inventiva: d’altronde se uno come Kris Kristofferson li ha voluti con lui qualcosa vorrà pur dire.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: La Ristampa Dell’Anno? C’Era Una Volta: Tim Buckley – The Complete Album Collection

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Tim Buckley – The Complete Album Collection – 8 CD Rhino/Warner

Prima di iniziare ad esaminare il contenuto di questo peraltro splendido cofanetto (per i contenuti), una breve premessa: il sottoscritto ha sempre avuto una particolare predilezione per Tim Buckley, che considero uno dei più bravi ed originali cantautori mai prodotti dalla cosiddetta musica leggera o pop (per usare la terminologia inglese). Originale ed avventuroso, in possesso di una voce splendida, in grado di eseguire incredibili acrobazie vocali, ma anche di una dolcezza ed una tristezza a tratti infinita e struggente. Quindi uno presume che dietro tutto ciò si celasse una personalità complessa e multiforme, capace, dopo aver sposato, a soli 18 anni, Mary Guilbert, sua compagna ad un corso di francese, di lasciarla appena un mese prima della nascita del figlio Jeff  (poi diventato anche lui musicista, sia pure osannato dalla critica e dal pubblico ovunque nel mondo, soprattutto tra i più giovani, ma secondo me, che pure lo apprezzo, non ha raggiunto comunque i vertici espressivi del babbo), abbandonato ancora prima di conoscerlo. Quindi diciamo non una persona “simpatica” o da ammirare per forza, uno che in ogni caso, dopo il successo iniziale, ha vissuto una vita difficile, segnata da problemi con alcol e droga, e culminata con la morte avvenuta per una overdose nel giugno del 1975, dopo un lungo periodo da “tossico perduto” nella parte finale della sua carriera, e  pochi mesi dopo aver lasciato il “club dei 27”, tristemente noto in quel periodo storico musicale.

Ma prima Buckley ha fatto in tempo a consegnarci, tra il 1966 e il 1975, una serie di album veramente formidabili, che ora la Rhino/Warner, con la tipica incongruenza delle case discografiche majors, ha raccolto in questo box di 8 CD, dove mancano però gli ultimi due dischi della sua discografia, Sefronia e Look At The Fool (ristampati separatamente dalla Edsel), e obbligandoci quasi a definire questo cofanetto The (In)Complete Album Collection. Comunque si tratta di un bel sentire, gli album sono nelle loro edizioni regolari, anche se alcuni dei primi, usciti per la Elektra, avevano avuto in passato l’onore di edizioni rimasterizzate e potenziate, e come bonus, oltre ai primi sette album, c’è anche un CD Works In Progress, che raccoglie rare versioni alternative ed inedite di molti suoi brani, pubblicato in origine dalla Rhino Handmade a tiratura limitata, e quindi di scarsa reperibilità, come peraltro molti dei suoi album che in CD hanno sempre avuto una vita difficile, quasi come quella del loro autore.

Ma i contenuti musicali sono assolutamente da tesaurizzare: si parte con l’omonimo Tim Buckley, pubblicato dalla Elektra e prodotto da Jac Holzman e Paul A. Rotchild, il primo, il boss della etichetta che lo aveva messo sotto contratto grazie alla segnalazione del manager dell’epoca di Frank Zappa, Herb Cohen, che poi sarà un personaggio ricorrente nella carriera di Buckley; il disco esce nell’ottobre del 1966, si tratta di un album “folk”, ma con elementi rock, grazie alla presenza di musicisti come Lee Underwood alla chitarra (una costante nelle carriera di Tim), Jim Fielder al basso (poi nei Blood, Sweat And Tears), Van Dyke Parks alle tastiere, Billy Mundi batterista dei Mothers Of Invention e gli arrangiamenti degli archi di Jack Nitzsche. I testi di parecchie delle canzoni sono del poeta e paroliere Larry Beckett, mentre Buckley usa quel particolare stile chitarristico, dovuto all’incidente occorso in una partita di baseball, che gli causò la frattura delle prime due dita della mano sinistra, con un danno permanente che lo obbligò all’uso di particolari accordature più aperte che creano un suono più ricercato e complesso. Senza approfondire, potrebbe essere stato un fattore fondamentale nel suo stile unico e quasi sperimentale: il disco, come si diceva è uscito anche in una edizione estesa doppia, che contiene sia la versione mono che stereo, oltre a 22 tracce registrate tra il 1965 e il 1966 prima della pubblicazione dell’album. Nel box c’è la versione con 12 brani: l’incalzante I Can’t See You ci introduce a quella voce già splendida e matura, a soli 19 anni in grado di intricati timbri e sfumature, con un sound che è quello del folk-rock dell’epoca, ma con tempi e arrangiamenti molto più complessi, mentre Wings più sognante e segnata dall’uso barocco degli archi fu il primo singolo, Song Of The Magician ha quell’aria favolistica tipica dei testi di Beckett e le prime derive jazzistiche del suono di Buckley; Valentine Melody è una ballata acustica ed elegiaca che anticipa futuri sviluppi e dove si apprezza il tenore di Tim, che poi sarebbe stato in grado di spaziare anche verso timbri baritonali, molto belle anche le atmosfere di Song Slowly Song e della frizzante Grief In My Soul, molto jingle-jangle, come pure She Is.

Goodbye And Hello, che molti critici americani più allineati alla tradizione, che non amano il periodo sperimentale del nostro, considerano il suo capolavoro, oltre ad essere un disco bellissimo, fu anche il suo maggiore successo commerciale, co-prodotto da Holzman e Jerry Yester dei Lovin’ Spoonful, il disco fu inciso nel giugno del 1967, mentre usciva Sgt. Pepper dei Beatles, che qualche influenza, almeno a livello esplorativo la generò, comprende due delle canzoni più celebri di Buckley, Once I Was (di recente apparsa nell’album postumo di Gregg Allman) e Morning Glory, ma già l’incipit di No Man Can Find The War, con il lavoro splendido di Fielder al basso e di Jim Gordon alla batteria, spinge la voce di Tim verso ardite timbriche che ne esaltano l’afflato interpretativo. Comunque tutto il disco è molto bello,  il valzerone beatlesiano di Carnival Song, con quei tocchi di leggero falsetto affascinanti, l’ardita Pleasant Street, la visionaria Hallucinations, l’urgenza sonora di I Never Asked To Be Your Mountain, l’acid folk di Phantasmagoria In Two e le atmosfere complesse ed orchestrali della lunga title track testimoniano di un album splendido in tutte le sue componenti.

Happy/Sad, il terzo album, l’ultimo per la Elektra, segna una svolta più sperimentale e jazz nel suo songbook, con la produzione affidata ad un altro Lovin’ Spoonul, Zal Yanovksy, e la presenza a fianco dell’immancabile Underwood, di musicisti più portati all’improvvisazione, come John Miller al contrabbasso, Carter Collins alle congas e soprattutto David Friedman a vibrafono, marimba e percussioni: i brani si dilatano in lunghezza, con le improvvisazioni vocali che sfiorano gli otto minuti in una Strange Feelin’ ancora quasi “tradizionale”, la bellissima Buzzin’ Fly che è ancora legata alle atmosfere degli album precedenti, Love From Room 109 At The Islander, supera i dieci minuti, ma le melodie supportate dall’elettrica di Underwood e marimba e vibrafono di Friedman sono ancora ricche di spunti melodici, come pure Dream Letter, un altro dei suo brani più noti, fino a culminare nella lunghissima Gypsy Woman, che per certi versi anticipa la futura svolta R&B di Greetings From L.A., con le acrobazie vocali di Buckley sempre più intricate.

Blue Afternoon, registrato insieme a Happy/Sad, esce sempre nel 1969 ed è il primo album per la nuova etichetta Straight, fondata da Herb Cohen e Frank Zappa, il sound è sempre jazz-rock, ai musicisti si aggiunge Jimmy Madison alla batteria: Happy Time è comunque splendida e malinconica, ed insieme alla successiva Chase The Blues Away era già stato “provato” nel 1968 per una eventuale inclusione nel disco precedente, come testimoniano le versioni presenti nell’ottavo CD Works In Progress; splendide anche I Must Have Been Blind, The River e Blue Melody, ma come sempre è l’album nel suo insieme ad essere immune allo scorrere del tempo.

In quel periodo di attività frenetica viene inciso anche Lorca, che poi uscirà nel 1970 ancora per la Elektra, si tratta di un album ermetico e molto difficile da ascoltare, free form folk, avanguardia, jazz, il tutto portato ai limiti dell’improvvisazione vocale, ricordo che la prima volta che lo ascoltai, in una calda serata estiva di tanti anni fa, alla fine dell’ascolto effettuato in cuffia (per non disturbare i vicini) c’era quasi la tentazione di gettarsi dalla finestra, ma per fortuna ho sempre abitato al primo piano e non ho mai corteggiato velleità autolesioniste. Comunque il disco consta di soli cinque brani ed è da maneggiare con cura in fase di ascolto, affascinante ma non consigliabile a rockers ed affini, la voce sale e scende su un tappeto di piano elettrico, chitarra, organo e percussioni, con degli attimi di ascolto “quasi doloroso” nella title track e nella successiva intensissima Anonymous Proposition, mentre la seconda facciata con la dolce I Had A Talk With My Woman, la jazzata Driftin’ e la movimentata Nobody Walkin’ è più approcciabile.

Starsailor, esce a dicembre del 1970, di nuovo per la Straight, e si tratta dell’album che la critica cosiddetta più illuminata, considera il suo capolavoro assoluto, prodotto dallo stesso Buckley, contiene la sua canzone più ripresa da altri artisti, Song To The Siren, un brano scritto ancora con Beckett (che torna a collaborare con Tim) nel 1967 e per la serie “il mondo è strano” fu incisa per primo dal famoso “cantante di avanguardia” Pat Boone (e sapete una cosa, l’avevo sentito per curiosità già ai tempi, e, eresia, non è per niente una brutta versione, diversa da quella eterea dei This Mortal Coil ma per nulla disprezzabile https://www.youtube.com/watch?v=3gH3Z6BOCco ): l’originale è magnifico, radioso, sfarzoso, splendente, scegliete il sinonimo che preferite, ci stanno tutti, con il resto dell’album più buio e tempestoso, dalla iniziale, aggressiva Come Here Woman, alla “sognante” I Woke Up, passando per il rock sperimentale di Monterey, Jungle Fire, o la title-track Starsailor, un collage vocale ai confini della sperimentazione, tutti brani dove Buckley spinge la sua voce ai limiti della ricerca, al di fuori forse solo della classica contemporanea o del free jazz.

A questo punto Tim Buckley, con le vendite degli album a picco, scioglie la band di Starsailor e raduna un gruppo funky per incidere il carnale e sorprendente Greetings From L.A. , il disco del 1972 per gli amanti di un Buckley più immediato ed avvicinabile, ma anche un grande album di funky-rock, cantato e suonato da Dio, con canzoni che anticipano il blue-eyed soul di qualche anno dopo e non sfigurano con il repertorio, che so, dei Little Feat più leggeri, testi salaci e ritmi vorticosi per Move With Me, Get On Top, Nighthawkin’, Devil Eyes o la più ricercata Sweet Surrender. Un’altra faccia di un artista complesso e completo come pochi nella storia del rock. E soprattutto un cofanetto indispensabile! Prossimamente su queste pagine virtuali anche i due recenti Live inediti e un cenno ai due album di studio mancanti,

Bruno Conti

Anche Al “Cubo” E’ Sempre Bonamassa Con Soci Vari. Rock Candy Funk Party – The Groove Cubed

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Rock Candy Funk Party – The Groove Cubed – Mascot/Provogue     

Già serpeggiava la preoccupazione tra I fans e gli addetti al settore: ma come, saranno almeno un paio di mesi (o poco più), in pratica dall’ultimo dei Black Country Communion  , che non usciva nulla di nuovo di Joe Bonamassa http://discoclub.myblog.it/2017/09/13/avevano-detto-che-non-sarebbe-mai-successo-e-invece-sono-tornati-e-picchiano-sempre-come-dei-fabbri-black-country-communion-bcciv/ ! E invece niente paura ecco il nuovo CD dei Rock Candy Funk Party, il quarto, compreso il Live del 2014: il titolo The Groove Cubed, ovvero “il groove al cubo” farebbe pensare ad un album ancora più funky del solito, invece mi sembra, pur rimanendo in quell’ambito, che la quota rock sia aumentata http://discoclub.myblog.it/2015/09/05/attesa-del-nuovo-live-ecco-laltro-bonamassa-rock-candy-funk-party-groove-is-king/ . Non che il funk ed jazz-rock strumentale dei dischi precedenti sia assente, ma già la presenza di due brani cantati, uno da Ty Taylor dei Vintage Trouble e l’altro da Mahalia Barnes (sempre più figlia di Jimmy, e spesso “complice” di Bonamssa nei suoi dischi), segnala una maggiore varietà di temi sonori, peraltro non del tutto per il meglio.

Il disco è suonato comunque in modo impeccabile (a tratti addirittura travolgente a livello tecnico) dal quintetto dei RCFP: Ron De Jesus alle chitarre e Renato Neto alle tastiere, si dividono con Joe Bonamassa le parti soliste, senza dimenticare la sezione ritmica con l’ottimo bassista Mike Merritt ed il fantastico batterista Tal Bergman, una vera potenza nonché leader della band. Brani come l’iniziale Gothic Orleans, con le sue atmosfere sospese che poi esplodono in un vortice rock, e la successiva Drunk On Bourbon On Bourbon Street segnalano una maggiore presenza appunto del filone rock, con elementi funky in arrivo questa volta dalla Louisiana, ma la con band che tira anche di brutto, con le chitarre ficcanti e un piano elettrico che si dividono gli spazi solisti. Il funky al cubo riprende il sopravvento in una ritmatissima In The Groove che sembra uscire da qualche vecchio disco dei Return To Forever con Al DiMeola o della band di Herbie Hancock di metà anni ’70, quella con Wah-Wah Watson alla chitarra; pure il brano cantato da Ty Taylor, Don’t Even Try It, più che a James Brown o al soul, mi sembra si rivolga a Prince e Chaka Khan, piuttosto che a Parliament o Funkadelic, per la gioia della casa discografica, quasi un singolo radiofonico, direi fin troppo commerciale.

Two Guys And Stanley Kubrick Walk Into A Jazz Club, oltre a candidarsi tra i migliori titoli di canzone dell’anno, è più scandita e jazzata, con improvvise scariche elettriche a insinuarsi in un tessuto quasi “tradizionale” con Merritt impegnato anche al contrabbasso e Renato Neto al piano, entrambi che lavorano di fino; Isle Of The Wright Brothers è un breve intermezzo superfluo, mentre il groove torna padrone assoluto nella atmosferica Mr. Space, che tiene fede al proprio titolo, in un brano che potrebbe richiamare persino i Weather Report più elettrici. I Got The Feelin’ è il pezzo dove appare Mahalia Barnes, ma anche  in questo caso più che al soul o al R&B misto al rock, marchio di famiglia, ci si rivolge ad un funky alla Chaka Khan, ma non del periodo Rufus. Insomma i due brani cantati mi sembrano i meno validi ed interessanti, bruttarelli direi, a dispetto delle belle voci utilizzate, sulla pista da ballo faranno la loro porca figura, ma ci interessa meno. Afterhours è un altro breve episodio più riflessivo, ma termina troppo presto, mentre nella ricerca di titoli divertenti e curiosi, il secondo che troviamo è This Tune Should Run For President, un mid-tempo quasi melodico, con improvvise accelerazioni e cambi di tempo di stampo zappiano, che culmina in un notevole assolo di Bonamassa, ricco di feeling, tecnica e velocità.

Mr Funkadamus Returns And He Is Mad, sembra un pezzo estratto da Spectrum di Billy Cobham, con la batteria “lavorata” di Bergman in evidenza. Funk-o-potamia (nei titoli la fantasia regna sovrana), potrebbe essere il figlio illegittimo di Kashmir e di qualche brano degli Yes o degli Utopia, quindi più sul lato rock che funky, mentre The Token Ballad, nonostante il titolo che fa presagire qualcosa di tranquillo,  viaggia ancora verso territori prog, con vorticosi interscambi tra tastiere e chitarre, con un assolo di synth molto anni ’70. Ping Pong è il divertissement finale, una specie di swing jazz con assolo di chitarra situato tra Jim Hall e Wes Montgomery e successivo intervento di piano elettrico. Molta carne al fuoco, forse anche troppa, ma chi ama la musica complessa potrebbe trovare pane per i suoi denti.

Bruno Conti

Il Vecchio Sciamano Si E’ Un Po’ Perso Per Strada! Robert Plant – Carry Fire

robert plant carry fire

Robert Plant – Carry Fire – Nonesuch/Warner CD

Il titolo del post mi è venuto in mente un po’ osservando la copertina di questo nuovo album Carry Fire, un po’ pensando all’immagine che Robert Plant si è costruito ultimamente, cioè di paladino di un tipo di musica tra folk e blues desertico pesantemente contaminata da sonorità etnico-esotiche, ed abbastanza lontano da un certo rock classico che con i Led Zeppelin aveva contribuito a creare. In realtà il lungocrinito cantante nel corso della sua carriera solista ha quasi sempre preferito prendere le distanze, musicalmente parlando, dal gruppo che lo ha reso celebre, soprattutto negli anni ottanta con una serie di album votati ad un rock moderno e spesso radiofonico, mentre nei nineties (dopo l’ottimo esercizio di pop-rock adulto Fate Of Nations) si è ravvicinato al vecchio partner Jimmy Page per un eccellente live (No Quarter) ed un disco di materiale originale inferiore alle attese ma piacevole (Walking Into Clarksdale). La cosa deve avergli fatto bene, in quanto nel nuovo millennio Plant ha pubblicato i suoi migliori lavori post-Dirigibile, i solidi Dreamland e Mighty Rearranger e gli splendidi Raising Sand in coppia con Alison Krauss (un album che ha avuto un successo clamoroso, di critica e pubblico) e Band Of Joy, disco dell’anno 2010 per il sottoscritto (con la “fidanzata” dell’epoca, la bravissima Patty Griffin). Il suo penultimo lavoro, Lullaby And The Ceaseless Roar, non mi aveva però entusiasmato, un disco nettamente più involuto dei precedenti, con un mix di sonorità un po’ confuso ed una serie di canzoni non particolarmente ispirate, a mio parere senza una direzione musicale ben precisa.

Un mezzo passo falso ci può stare per carità, ma il problema è che secondo me questo nuovo Carry Fire, pur essendo nell’insieme più riuscito, soffre degli stessi problemi del suo predecessore. Ormai Plant non è più un cantante rock nel senso classico del termine, usa il rock ma come parte di un insieme di sonorità che vanno dal blues, al folk, sino alla musica araba ed orientale, ma il problema principale di Carry Fire non è lo stile, ma una carenza generale di ispirazione nel songwriting: in poche parole, non è un brutto disco, ma è comunque un lavoro che si regge più sul mestiere e l’esperienza del suo titolare che su effettivi meriti musicali. Come già per l’album precedente, Robert è accompagnato dai Sensational Shape Shifters (John Baggott, Justin Adams, Billy Fuller, Dave Smith e Liam Tyson), i quali, oltre a dividere con Plant i compiti di songwriting, suonano un gran numero di strumenti, sia classici che “esotici” (più che altro percussioni come il bendir, il djembe ed il t’bal, o a corda come l’oud, una sorta di mandolino di origine persiana); ci sono anche degli ospiti, tra cui il folksinger inglese Seth Lakeman e la front-woman dei Pretenders, Chrissie Hynde. Il pezzo di apertura del CD, The May Queen (personificazione tipicamente britannica della festa del Primo Maggio, già citata da Plant nel testo di Stairway To Heaven), è un brano diretto e forte nonostante la predominanza di strumenti acustici, chitarre suonate con vigore, gioco di percussioni molto pronunciato ed un’aura tra folk e misticismo, con la voce di Robert che funge quasi da raccordo tra le vari parti strumentali: affascinante.

New World è più rock, con i suoi riff elettrici, il ritmo cadenzato ed il nostro che intona un motivo decisamente più immediato: non avrà più la potenza vocale di una volta (e forse è proprio per questo che non vuole sentir parlare di reunion degli Zeppelin, *NDB Ma i pezzi del gruppo dal vivo li fa sempre, come vedete nel video della BBC  che trovate sopra), ma il carisma è rimasto intatto; Season’s Song è una dolce ballata acustica cantata con voce quasi fragile, con una parte centrale strumentalmente elaborata ed un inatteso ma gradevole alone pop. Per contro Dance With You Tonight ha leggere influenze orientaleggianti, anche se il brano sembra sempre sul punto di evolversi in qualcosa di diverso ma ciò non accade mai, la mossa Carving Up The World Again è una via di mezzo tra blues, musica tribale e pop-rock, ben suonata ma senza una linea melodica precisa, così come A Way With Words, dal tempo lentissimo, drumming ossessivo ed un pianoforte un po’ sinistro, con Plant che non si capisce bene dove voglia andare a parare. Tre canzoni buone e tre così così, una discontinuità che era presente anche in Lullaby And The Ceaseless Roar e che prosegue con le due canzoni che seguono: Carry Fire è un brano pieno di fascino con una splendida chitarra flamenco suonata però con uno stile arabeggiante, brano però vanificato dal pezzo che segue, la ripetitiva e monotona Bones Of Saints, ancora con elementi mediorientali (ma con una bella chitarra). Keep It Hid ha una linea di basso molto evidenziata, per un pezzo bluesato e desertico, uno stile nel quale il nostro sguazza che è un piacere; chiudono una cover confusa e sovrastrumentata di Bluebirds Over The Mountain (una vecchia canzone incisa in passato anche dai Beach Boys), che la presenza della Hynde non riesce a raddrizzare, ed una melliflua ed insinuante Heaven Sent, ancora dall’aura mistica ma con più forma che sostanza.

Spero che Robert Plant, se ne avrà voglia, torni presto a fare dischi meno elaborati dal punto di vista sonoro e con canzoni più immediate (che non vuol dire commerciali): ripeto, non è un brutto disco questo Carry Fire ma, per parafrasarne il titolo, qui di fuoco non se ne vede molto.

Marco Verdi

Una Voce Meravigliosa Interpreta “Cover” D’Autore. Susan Marshall – 639 Madison

susan marshall 639 madison

Susan Marshall – 639 Madison – Madjack Records

Come già detto in occasione dell’uscita del precedente Decorations Of Red, (uscito sul finire del 2015), il debutto dei Mother Station con Brand New Bag, disco del 1994, fu per certi versi un’opera quasi unica (purtroppo) ed eccezionale, un disco di torrenziale rock-blues al femminile dove primeggiava la voce di Susan Marshall, importante non solo per timbriche e modulazioni, ma anche per una straordinaria duttilità interpretativa, tutti pregi che si riscontrano di nuovo in questo ennesimo album di “cover” 639 Madison, che conclude una “triade” iniziata con Little Red (09).

Il titolo dell’album prende il nome dall’indirizzo dove si trovavano i celeberrimi Sam Phillips Recording Studios di Memphis, nei quali anche questo lavoro è stato registrato, sotto la produzione, come per i precedenti dischi, di Jeff Powell, e che vede la Marshall, piano e tastiere, avvalersi di “turnisti” del luogo, i fidati David Cousar alle chitarre, Mark Edgar Stuart al basso, e Clifford “Peewee” Jackson alla batteria, per dieci brani, di cui nove sono canzoni d’autore (Phil Spector, Steve Wonder, John Fogerty, Kris Kristofferson, Elvis Presley, Marvin Gaye e altri), mentre un brano inedito è stato scritto appositamente dal figlio di Sam Phillips, Jerry: il tutto è distribuito, come al solito, dalla casa discografica Madjack Records, sempre di Memphis, città dove risiede anche la brava Susan.

Data la bellezza del lavoro (ovviamente a parere di chi scrive), mi sembrava giusto sviluppare una disamina dei brani “track by track”:

Baby, I Love You – Si inizia con un brano di Phil Spector portato al successo dalle The Ronettes con un famoso singolo del lontano 1963,  pezzo che qui viene riproposto da Susan in una versione “funky-rock.

Overjoyed – Meritoriamente viene ripescato questo brano del grande Steve Wonder (lo trovate su Square Circle, un album non trai suoi migliori del 1986), che a dispetto di una versione più classica incisa dalla brava Mary J.Blige, viene riletto per l’occasione in una intrigante chiave “bossa nova”.

Have You Ever Seen The Rain – Questo famosissimo brano di John Fogerty e dei suoi Creedence Clearwater Revival, viene rivoltato come un calzino da Susan Marshall, una canzone dove oltre la bravura dell’interprete si deve rimarcare pure la pulizia del suono di un arrangiamento meraviglioso da parte dei musicisti che suonano nel CD.

Inner City Blues (Make Me Wanna Holler) –  Marvin Gaye viene giustamente omaggiato con questo classico (tratto dal pluridecorato What’s Going On), in una sussurrata versione “soul-blues”.

When She’s Around – Questo è l’unico brano originale del lavoro, scritto da Jerry Phillips, una dolce ballata che rimanda al periodo Stax Records (buon sangue non mente), interpretata in modo commovente dalla Marshall.

Hound Dog – Dimenticatevi le versioni di Elvis o di Little Richard, qui sentite suoni caraibici che trasformano profondamente  uno dei classici immortali del re del “rock’n’roll”.

Stay – Questa confesso che me la sono persa, una bella canzone di tale Mikky Ekko portata al successo da Rihanna (?!?), e in questa occasione arrangiata con maggior garbo e interpretata con la classe tipica della nostra amica.

Help Me Make It Through The Night – Questa canzone di Kris Kristofferson (ha vinto il premio come canzone dell’anno nel 1970), può vantare illustri interpreti a partire da Willie Nelson, Brenda Lee, Dolly Parton, Elvis Presley e tantissimi altri, e anche in questa commovente rilettura le viene garantito il giusto merito.

Blue Skies – Questo brano proviene del lontano 1926, è stato scritto da Irving Berlin per il Musical teatrale Betsy, e nel tempo è stato reinterpretato da moltissimi artisti tra i quali Frank Sinatra e Doris Day, e la Marshall ne fa una splendida versione un po’ in stile “Cabaret”, diventando un pezzo da cantare in qualsiasi buon Bistrot.

Use Somebody – A dimostrazione che volendo anche le band di “rock alternativo” sanno scrivere grandi canzoni, da Only By The Night dei Kings Of Leon, viene ripescata una Use Somebody di straordinario fascino musicale, dove ancora una volta Susan si dimostra una delle migliori vocalist ” sconosciute” in circolazione.

Come certamente avrete capito sono molto di parte, però è pur sempre un progetto coraggioso e rischioso fare un album di “cover” (di qualsiasi genere), ma devo dire che ancora una volta la sfida mi pare vinta, come è successo in altre occasioni, in quanto ascoltando queste canzoni d’autore l’emozione che trasmette la voce di questa bravissima cantante di Memphis è dirompente, e Susan Marshall conferma ancora una volta che le buone canzoni sono sempre delle buone canzoni, soprattutto se ben interpretate, e in questo 639 Madison ce ne sono in abbondanza.

Tino Montanari

*NDB I video inseriti nel Post ovviamente non corrispondono ai contenuti del disco, ma servono per dare comunque una idea della splendida voce di questa bravissima cantante.