Una Storia Complicata Ma Ricca Di “Gloria”. Joe Cocker – Mad Dog With Soul

joe cocker mad dog with soul

Joe Cocker – Mad Dog With Soul – Eagle Rock/Universal DVD

Sono passati ormai più di 2 anni dalla scomparsa di Joe Cocker http://discoclub.myblog.it/2014/12/23/conclusione-anno-terribile-livello-decessi-nellambito-musicale-ieri-morto-anche-lacciaio-sheffield-joe-cocker-1944-2014/ ,  quindi pareva quasi inevitabile che prima o poi al grande cantante di Sheffield venisse dedicato un documentario che ne tracciasse il percorso umano e musicale. Di DVD dal vivo di Cocker ne esistono molti, a partire dallo splendido Mad Dog And Englishmen, quello da avere assolutamente, e poi vari concerti dal vivo registrati soprattutto nella seconda parte della sua carriera, ma nessuno si era spinto a tracciare in modo così approfondito la sua biografia, e questo Mad Dog With Soul (titolo che dice già tutto) lo fa in modo eccellente, anche se come quasi tutti i vari tipi di “rockumentary”, lo fa, purtroppo, a scapito della musica, perché di materiale dal vivo ce n’è veramente poco. Intendiamoci, il film è fatto molto bene, con familiari, amici e musicisti che lo hanno conosciuto che raccontano la storia della sua travagliata vicenda con ricchezza di particolari, in modo molto umano, a tratti persino emozionante nei continui saliscendi della sua vicenda artistica e umana, ma su 90 minuti di durata (più altri 30 minuti di materiale extra), a voler esagerare, ci saranno dieci forse quindici minuti di pezzi tratti da concerti o apparizioni televisive, sempre in brevissimi spezzoni che finiscono praticamente quasi subito.

D’accordo, la storia è appassionante e ricca di colpi di scena, però il DVD non ha neppure i sottotitoli in italiano e qualche pezzo musicale completo ci sarebbe stato molto bene. Comunque la vicenda parte nell’Inghilterra della fine anni ‘50 attraverso le voci dei vari protagonisti: lo stesso Joe Cocker con interviste d’archivio, il fratello Victor, la vedova Pam Baker Cocker che entra nella vicenda solo verso la fine degli anni ’70, e poi Chris Stainton, Jerry Moss, Rita Coolidge, Billy Joel, Jimmy Webb, Randy Newman, uno dei suoi manager Michael Lang (proprio lui, l’organizzatore del Festival di Woodstock) e altri “interpreti minori”. Il film, tra l’altro parte alla grande, con un filmato di Joe Cocker, dal vivo a New York, nel 1970, che canta una With A Little Help From My Friends tratta dal tour di Mad Dog, con Leon Russell e il suo cilindro che lo affiancano, ma in meno di un minuto è già finito. E questo già indica come sarà il contenuto del film: interviste con un giovane ed arruffato Joe, spesso trasandato, timido, ma ancora dotato del bene dell’intelletto, che racconta di quando da bambino, intorno ai dodici anni, a casa, davanti allo specchio, si esercitava con una racchetta da tennis in quella che poi sarebbe stata definita “air guitar”; Phil Crookes, uno dei suoi primi amici nella Sheffield degli anni ’50, racconta che sin da allora Joe ascoltava molto la radio e aveva già sviluppato la sua passione per quello che sarebbe stato il faro e il modello di tutta la sua carriera, Ray Charles. Insomma, il film si vede con piacere, nella sua narrazione che ci porta dal primo brano di successo, scritto con Chris Stainton, Marjorine, al primo album, prodotto da Denny Cordell, e con Jimmy Page, Steve Winwood e altri luminari dell’epoca impegnati nel disco, l’incontro con i Beatles, Harrison e McCartney che gli regalano Something e She Came In Through The Bathroom Window, per il secondo disco, e anche quello con Jerry Moss, il boss dell’A&M che lo lancerà, dopo il grandissimo successo di Woodstock (anche qui proprio un filmato da intramuscolo, con Billy Joel che ricorda di averlo visto ed essere rimasto folgorato da quella voce incredibile).

E ancora, Rita Coolidge che ricorda l’esperienza del tour di Mad Dog, guidato da Leon Russell, delegato dallo stesso Cocker, e al termine del quale gli oltre 50 protagonisti erano praticamente senza un soldo, e Joe sviluppò la sua dipendenza per qualsiasi tipo di droga, alcol e pasticche, che nel giro di un anno lo avrebbero trasformato in una sorta di relitto umano, e  le foto e i filmati di un Joe Cocker simile a un barbone, ormai privo del lume della ragione sono impressionanti: fino al culmine del suo concerto di rientro, in cui c’era tutta l’industria discografica e Joe non riuscì non dico a cantare ma neppure a muoversi. Poi ci sono i tentativi di recupero con l’aiuto di Lang, alcuni momenti felici, dall’incontro con l’idolo (anzi il Dio)  Ray Charles, al piano di fianco ad un adorante Cocker mentre cantano You Are So Beautiful, a quello con la futura moglie Pam che dividerà con lui gran parte della vita, il ritorno al successo con Up Where We Belong in coppia con Jennifer Warnes e You Can Leave Uour Hat On, fino agli anni ’90 e oltre, quando grazie all’incontro con il nuovo manager (mollando Lang senza un ringraziamento), lo stesso di Tina Turner, tornerà ad essere una superstar in giro per tutto il mondo, anche se, aggiungo io,  i livelli qualitativi dei primi anni non verranno mai più raggiunti. Motivi quindi per guardare questo DVD ce ne sono, pur se con i limiti espressi all’inizio.

Bruno Conti

Forse Non Saranno I Campioni Del Mondo, Ma Sono Davvero Bravi! Danny & The Champions Of The World – Brilliant Light

danny and the champions of the world brilliant light

Danny & The Champions Of The World – Brilliant Light – Loose 2 CD

Io sono sempre stato dell’idea che un disco non debba durare più di 40/45 minuti, dato che quando si inizia a sfiorare l’ora non è raro che spunti qua e là qualche canzone minore o momenti di stanca. Quando ho visto che l’album di cui mi accingo a parlare presentava ben diciotto brani, per una durata totale di 78 minuti, sia pure divisi su 2 CD, ero preparato a dover usare più di una volta il tasto avanti veloce sul telecomando del mio lettore, mentre invece al termine dell’ascolto ho pensato che avrei voluto sentire altre due-tre pezzi! Danny & The Champions Of The World, gruppo di sette elementi che prende il nome da un famoso libro per bambini ad opera dello scrittore norvegese Roald Dahl, sono una band proveniente da Londra, ma che suona americana al 100%. Il leader è Danny George Wilson, che forse qualcuno ricorda a capo dei Grand Drive, altro valido gruppo alternative country scioltosi nella decade precedente a questa: Brilliant Light è già il sesto disco della band (settimo se contiamo un live), ma è certamente il loro lavoro più ambizioso e, di sicuro, il più riuscito: anzi, dopo un attento ascolto direi che ci troviamo di fronte ad una piccola bomba.

 

Danny ad i suoi (tra i quali spiccano la steel di Henry Senior, il sax e tastiere di “Free Jazz” Geoff e la sezione ritmica di Chris Clarke e Steve Brookes) non fanno la stessa musica dei Grand Drive, ma sono un mix estremamente stimolante di rock, country, soul e rhythm’n’blues, financo con echi di Neil Young e Tom Petty nei momenti più rock, ma anche con abbondanti dosi di Southside Johnny e pure del primo Graham Parker, oltre a influenze parsoniane nei pezzi più countreggianti. Mi rendo conto che potreste avere le idee confuse, ma credetemi quando dico che Brilliant Light è uno dei dischi più piacevoli, coinvolgenti e creativi che mi siano capitati tra le mani da qualche tempo a questa parte, e nonostante la lunga durata si ascolta tutto d’un fiato e senza neanche un brano sotto la media. In pratica, una piccola grande sorpresa. Il primo CD si apre con Waiting For The Right Time, rock song chitarristica con un uso limpido del pianoforte ed un refrain corale vincente, con la voce di Danny che ricorda non poco quella di Parker: un pezzo così quarant’anni fa avrebbe avuto ben altra fortuna. La vispa Bring Me To My Knees ha ancora ottimi fraseggi di chitarra ed una bella melodia, evocativa ed orecchiabile al tempo stesso, con un feeling country alla Flying Burrito Brothers; It Hit Me è un gradevole pop-errebi spruzzato di soul urbano, un pezzo che non avrei visto male nelle mani di Willy DeVille (ma anche, nella sua parte pop, di Nick Lowe), You’ll Remember Me è una ballata un po’ sgangherata ma dal grande feeling, tipo quelle di Keith Richards, mentre Swift Street è puro rock-soul, con un tocco di gospel che non guasta, un pezzo che piacerebbe molto a Little Steven.

Siamo solo ad un quarto del totale, e Brilliant Light mi ha già catturato; Consider Me è puro rock, molto anni settanta, di nuovo con un ritornello da manuale, Coley Point è una ballata molto intensa, con steel e piano protagonisti ed il solito motivo vincente, It’s Just A Game (That We Were Playing) è un altro blue-eyed soul di grande qualità, con ritmo, suono e melodia degne di Southside Johnny, così come la fluida Never In The Moment, una canzone superlativa che anche Springsteen avrebbe potuto scrivere nei seventies, mentre con Gotta Get Things Right In My Life, ancora un pezzo soul anche se meno annerito, siamo di nuovo dalle parti di Graham Parker anche come suono. Waiting For The Wheels To Come Off, che apre il secondo CD, è ottima funky music con slide (qualcuno ha detto Little Feat?), Don’t Walk Away è una deliziosa balata crepuscolare sfiorata dal country, dotata di una delle linee melodiche più belle del CD, Hey Don’t Lose Your Nerve un altro errebi deluxe (i nostri hanno classe oltre che bravura), Everything We Need un divertente intermezzo tra country rurale e musica dixieland. Non volevo citare tutti e diciotto i brani, ma non è colpa mia se sono tutti belli: Let The Water Wash Over You è forse la meno appariscente, “solo” una buona rock song, ma gli entusiasmi si riaccendono subito con la saltellante Long Distance Tears e soprattutto con le conclusive The Circus Made the Town e Flying By The Seat Of Our Pants, due sontuose country ballads che profumano di Gram Parsons (o di Wild Horses, che non è molto diverso).

Mi rendo conto di aver usato parole importanti ed aver tirato in ballo paragoni scomodi, ma Brilliant Light è un album  con una qualità media davvero alta, cosa ancor più rara visto che si tratta di un doppio. Consigliatissimo.

Marco Verdi

Uno Sguardo Al Passato Per Il “Bisonte” Parte 2. Neil Young – Original Release Series Discs 8.5-12

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Neil Young – Original Release Series Discs 8.5-12 – Reprise/Warner 5CD Box Set

Questo è il secondo box di Neil Young uscito in contemporanea con quello quadruplo che prende in esame gli album della prima metà degli anni settanta: questo completa la decade, e a differenza del precedente presenta un dischetto in più. La particolarità del titolo, 8.5, è proprio inerente al primo CD, che è la collaborazione a due con Stephen Stills, vecchio compagno nei Buffalo Springfield ed in Crosby, Stills, Nash & Young: Long May You Run (1976), uscito a nome The Stills-Young Band (e quindi solo mezzo Young). In realtà il disco doveva uscire anche con Crosby e Nash come titolari, ma nuovi contrasti tra le due “fazioni”, ed il fatto che l’ex Byrds e l’ex Hollies abbandonarono le sessions per finire il loro album in duo Whistling Down The Wire, convinsero Stills e Young a cancellare le parti vocali degli altri due dal disco. Forse non è proprio un male che Long May You Run non sia uscito a nome del quartetto, in quanto è un album piuttosto deludente, non tanto per le cinque canzoni di Young che comunque, a parte un caso, non sono imperdibili, quanto per le quattro di Stills, la cui vena sembra alquanto prosciugata. Neil, come detto, si difende, specie con la splendida title track, una delle sue canzoni più belle di sempre, ma anche con Ocean Girl, dal leggero tempo reggae e ritornello gradevole, con l’elettrica Let It Shine, forse già sentita ma se non altro con un bel tiro, ed anche con la fluida rock ballad Fontainebleau (mentre Midnight On The Bay è un pop-rock californiano di poco conto). I brani di Stills, come già accennato abbastanza involuti, abbassano il voto finale di almeno mezza stelletta, e l’album non ottiene un grande successo, a causa anche dell’interruzione del tour promozionale dopo solo nove date per problemi (ma va?) tra i due leader.

Neil torna a fare il solista con American Stars’n’Bars (1977), un disco un po’ irrisolto e poco unitario, in quanto è composto da materiale eterogeneo, proveniente da sessions diverse e con band differenti, con alcuni brani presi da dischi fatti e finiti ma mai pubblicati (due su tutti: Homegrown, che doveva essere il vero seguito di Harvest, e Chrome Dreams). L’album entrerà negli annali comunque per la presenza della grandiosa Like A Hurricane, uno spettacolare brano elettrico (inciso con i Crazy Horse) che diventerà uno dei brani cardine del repertorio del canadese. Niente male anche Star Of Bethlehem, con Emmylou Harris, e la ruspante Homegrown, mentre la lunga ed interiore Will To Love è un po’ pesantina. Discreta anche la prima parte del disco (il vecchio lato A), molto country-rock, con punte come l’iniziale The Old Country Waltz e la saltellante Saddle Up The Palomino. Young torna ad atmosfere più bucoliche l’anno seguente (1978) con il celebrato Comes A Time, un disco più rilassato e decisamente country in parecchi punti, che infatti diventa il suo bestseller della decade dopo Harvest. Neil è in buona forma, ed è coadiuvato da Nicolette Larson come seconda voce in molte canzoni (i due duettano nella trascinante Motorcycle Mama, uno dei pezzi più rock), e nelle splendide Look Out For My Love e Lotta Love è accompagnato dai Crazy Horse in modalità “relax”. Molto belle anche la title track, la folkeggiante Human Highway (che doveva essere il titolo dell’album del 1974 di CSN&Y, mai finito), il puro country di Field Of Opportunity ed una scintillante cover del classico di Ian Tyson Four Strong Winds.

Neil sembra tornato sulla retta via, e lo conferma l’anno successivo con il grandioso Rust Never Sleeps, terzo album con i Crazy Horse ed ancora oggi uno dei suoi migliori in assoluto, un disco ispiratissimo ed influenzato da due eventi molto diversi tra loro come la morte di Elvis Presley e la crescita del fenomeno della musica punk. Tranne che per due pezzi, il disco è registrato dal vivo e sovrainciso poi in studio, ed alterna una prima parte acustica ad una seconda decisamente elettrica. Tra i cinque pezzi con la spina staccata sono sicuramente imperdibili My My, Hey Hey, che nella strepitosa controparte elettrica del secondo lato (Hey Hey, My My) diventerà uno degli highlights della carriera di Young, la bellissima Thrasher, uno dei migliori pezzi “minori” di Neil, e la cristallina Pocahontas. I quattro brani della parte elettrica sono un’esplosione rock’n’roll che suona devastante ancora oggi, con la meravigliosa Powderfinger, la già citata Hey Hey, My My e con l’attacco frontale delle punkeggianti Welfare Mothers e Sedan Delivery. Lo stesso anno il nostro pubblica Live Rust, un doppio album dal vivo (ma singolo CD) registrato sempre con il Cavallo Pazzo in varie locations (soprattutto al Cow Palace di San Francisco), un grande disco che cancella in un colpo solo Time Fades Away e si propone come uno dei migliori live della decade. Ad una splendida prima parte acustica, nella quale non mancano classici anche del periodo Buffalo Springfield (I Am A Child) si contrappone una parte elettrica letteralmente esplosiva, dove a tre dei quattro brani del lato B di Rust Never Sleeps (manca Welfare Mothers) si aggiungono tonanti versioni di, The Loner, Like A Hurricane, Cortez The Killer e Cinnamon Girl, per finire con un’intensa Tonight’s The Night di sette minuti. Inoltre, e questa è una cosa molto interessante per gli appassionati, sempre nel CD di Live Rust vengono ripristinate le versioni complete di Cortez The Killer, che da 7:25 era stata abbreviata a 6:19, e di Hey Hey, My My (Into the Black), che da 5:08 era stata ridotta a 4:37, nel CD che circolava fino a oggi infatti erano entrambe modificate

I prossimi box (ma quando usciranno?) prenderanno in esame gli anni ottanta, in assoluto la decade più problematica per Neil Young, e chissà se risentendo quei dischi con la giusta rimasterizzazione (come in questi due box) non ci saranno anche lì diverse canzoni da rivalutare.

Marco Verdi

Ma Se Sono “Perduti” Perché Continuano Ad Uscire? Il 5 Novembre Dagli Archivi Di Jimmy Page Arriva “Yardbirds ‘68”

yardbirds 68

Ogni tanto nel panorama discografico spuntano i cosiddetti “lost albums”, appartenenti ai più svariati gruppi o artisti solisti, dischi o sessioni che si ritenevano perdute ma che poi vengono “miracolosamente” ritrovate in chissà quale scatolone dimenticato in chissà quale soffitta (o scantinato): in alcuni casi il “ritrovamento” può anche essere veritiero, ma molte volte si tratta di operazioni commerciali volte a spillare altri soldi ai già martoriati portafogli degli ascoltatori, oltretutto spesso con prodotti non esattamente di primissima qualità. Ora è la volta degli Yardbirds, uno dei gruppi inglesi più influenti degli anni sessanta, che nella sua golden age (esistono ancora oggi, in una versione più o meno “tarocca” formata intorno al batterista Jim McCarty) ebbe tra le sue fila chitarristi del calibro di Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page. Proprio Page è il regista e produttore di questo Yardbirds ’68, doppio CD (o doppio LP, ma esiste anche una costosissima deluxe version in cofanetto, con gli autografi di Page, McCarty e Chris Dreja: Keith Relf manca in quanto da anni passato a miglior vita) che contiene nel primo dischetto dieci brani presi da un concerto all’Anderson Theater di New York il 30 Marzo del 1968, mentre sul secondo ci sono delle sessions inedite, prove di studio e versioni alternate, sempre incise nello stesso anno, un’operazione che i tre Yardbirds superstiti hanno annunciato come un ritrovamento importantissimo e di grande valore storico.

A voler essere pignoli il primo CD non è inedito per niente, in quanto il materiale uscì già nel lontano 1971 per la Epic con il titolo di Yardbirds Live, e fu poi ristampato nel 1976 dalla Columbia Special Products, ma in entrambi i casi furono ritirati dal commercio dietro minacce legali da parte di Page, scontento della qualità del prodotto e del fatto che, nel primo caso, la Epic aveva sovrainciso le urla ed applausi del pubblico ed altri rumori ambientali (prendendoli, pare, dalla registrazione di una corrida!), creando di fatto una mezza contraffazione. Il secondo dischetto è invece senza dubbio costituito da materiale mai sentito, neppure su Little Games e nel cofanetto Glimpses 1963-1968, anche se bisognerà verificare pure qui la qualità finale.

Questa comunque la tracklist:

Live at Anderson Theater
“Train Kept A Rollin’”
“Mr, You’re A Better Man Than I”
“Heart Full of Soul”
“Dazed And Confused”
“My Baby”
“Over Under Sideways Down”
“Drinking Muddy Water”
“Shapes of Things”
“White Summer”
“I’m A Man (contains Moanin’ And Sobbin’)”

Studio Sketches
“Avron Knows”
“Spanish Blood”
“Knowing That I’m Losing You (Tangerine)”
“Taking A Hold On Me”
“Drinking Muddy Water (Version Two)”
“My Baby”
“Avron’s Eyes”
“Spanish Blood (Instr.)

Da notare la presenza sul primo CD di due brani, Dazed And Confused e White Summer, che entreranno a far parte in seguito del repertotio dei Led Zeppelin (che Page in un primo momento battezzerà proprio The New Yardbirds), come anche Knowing That I’m Losing You nel secondo CD, che diventerà Tangerine sul terzo album del Dirigibile.

Speriamo che il fatto di avere proprio Jimmy Page dietro al progetto sia garanzia di qualità, anche se le parole “importanza storica” inserite nell’annuncio non mi fanno stare tranquillissimo: da parte nostra vigileremo attenti, come sempre.

Marco Verdi

Un Brillante Ritorno A Sorpresa, Inatteso E Gradito. Peter Perrett – How The West Was Won

peter perrett how the west was won

Peter Perrett – How The West Was Won – Domino Records

Qualche mese fa, nella rubrica delle anticipazioni, verso fine maggio, avevo annunciato l’uscita di questo album di Peter Perrett How The West Was Won, poi regolarmente uscito al 30 giugno. Come ogni tanto capita, per svariati motivi, la recensione promessa non si è colpevolmente materializzata sulle pagine virtuali del Blog. Ma oggi rimediamo perché il disco merita veramente: ci sarà un motivo se è stato il disco del mese per Mojo e Uncut, ha avuto 5 stellette dalla rivista Record Collector, e in generale ottime recensioni anche sulle riviste e sui siti italiani dedicati alla musica rock (con l’eccezione, stranamente, del Buscadero, la rivista dove scrive anche il sottoscritto, in cui il disco è stato recensito sì in modo positivo, ma un po’ troppo tiepido). Non siamo di fronte, forse, ad un capolavoro assoluto, ma sicuramente ad un album di alto artigianato rock, da parte di un personaggio che secondo molti, anche per la vita che ha vissuto, è già un miracolo se oggi sia ancora vivo, senza essere stato spazzato via dai suoi eccessi di junkie (grazie a quella santa donna della moglie Zena che è sempre rimasta al suo fianco), quasi obbligato dal bisogno di interpretare per forza la figura dell’outsider e del ribelle del R&R che prevede, purtroppo, l’iconografia di certo rock “alternativo” (ma anche mainstream).

Di solito, se riescono a sopravvivere agli eccessi, questi artisti quando raggiungono una età matura si meravigliano di quello che hanno fatto nel loro passato, ma nel momento in cui succede è quasi un fatto compulsivo, se poi non è neppure accompagnato dal successo diventa ancora più frustrante. Peter Perrett è stato il leader degli Only Ones, una band che sul finire degli anni ’70 ha realizzato un trittico di album, The Only Ones, Even Serpent Shine Baby’s Got A Gun, usciti in piena era punk e New Wave, ma che erano tre perfetti esempi di rock classico, una fusione di Lou Reeddel glam rock britannico più “nobile”, quello dei Mott The The Hoople o del Bowie Ziggy, del rock newyorkese dei Television, di certe cose dei Replacements o dei Soft Boys, il tutto con la voce particolare, a tratti androgina, di Perrett, la chitarra sfavillante di John Perry e il drumming brillante di Mike Kellie, già con gli Spooky Tooth agli inizi anni ’70. Tra i tanti ottimi brani realizzati, uno in particolare, Another Girl, Another Planet, rimane il loro piccolo capolavoro e il motivo per cui si riunirono brevemente negli anni 2000 quando venne utilizzato per uno spot pubblicitario. E prima c’era stato un disco di Peter Perett + The One, non male, che però è passato come una meteora, apparso e scomparso.

Detto che vale la pena di investigare su quei dischi, il motivo principale di questo Post è comunque How The West Was Won, un album che riprende le traiettorie sonore proprio di quei dischi, mediate attraverso la maturità del suo autore, e l’aiuto anche delle giovani generazioni, rappresentate dai figli di Peter Jamie Perrett e Peter Perrett Jr., rispettivamente alla chitarra e al basso, già componenti degli Strangefruit, che il babbo cita tra i suoi gruppi preferiti (strano!), e dal batterista Jake Woodward, con l’aiuto di Jon Carin alle tastiere (dalla touring band di Roger Waters, David GilmourPink Floyd assortiti, oltre a Kate Bush), nonché di Jenny Maxwell alla viola elettrica e al violino. Produce il tutto Chris Kimsey, non il primo che passa per strada, ma uno che ha lavorato con Rolling Stones, Yes, Marillion, Peter Frampton e mille altri. Il risultato è un disco molto bello, che predilige la ballata rock, spesso umbratile e malinconica, con frequenti impennate chitarristiche, ma con un gusto per la melodia e per l’uso del riff, entrambi innati nella musica di Peter Perrett. Tutti i punti di riferimento indicati per gli Only Ones ovviamente valgono anche per questo disco: come è chiaro subito sin dall’iniziale title track, una metafora sulla conquista dell’Ovest e sulla società attuale, molto incentrata anche sul fondoschiena di Kim Kardashian che in fondo, al di fuori delle metafore, dice il nostro. è solo un “culo”, ma anche sulle vicende personali di Perrett, che musicalmente, in un caldo midtempo rock, “cita” quasi alla lettera il riff di Sweet Jane di Lou Reed, molto presente anche nel suo stile vocale, pigro e indolente, ma con un’aria sorniona, che ricorda il grande Lou, mentre il figlio Jamie si destreggia tra slide e solista con un tocco quasi leggiadro che nel finale diventa urgente.

An Epic Story è altrettanto bella e aggiunge un leggero uso di coloritura delle tastiere alle chitarre sempre onnipresenti, il brano ha dei momenti dove il ritmo accelera di improvviso, Perrett canta con maggiore brio e vivacità questa canzone che racconta anche della sua storia con la moglie Zena. Hard To Say No è una di quelle che ricordano di più lo stile bowiano degli Only Ones, con un coretto ricorrente e una andatura da valzer rock, anche se non è tra le più memorabili. Troika è una piacevole ballata pop quasi alla Spector, con piccole percussioni che rimandano alle canzoni adolescenziali del grande Phil e un crescendo delizioso che la caratterizza, grazie anche alla solita chitarra del figlio Jamie; Living In My Head è il pezzo più lungo dell’album, quasi sette minuti di una straziata, tormentata, intensa costruzione rock, dove ripetuti, torrenziali e distorti strali chitarristici si alternano a momenti più sospesi e sognanti, sempre ben delineati dall’attenta produzione di Kimsey che in questo disco frena i suoi istinti più eccessivi, una sorta di Velvet meets Television per gli anni 2000, come anche nella successiva C Voyeurgeur, che tratta degli anni bui della dipendenza dall’eroina (e quindi ricorda per certi versi la canzone dei Velvet), altro tributo all’amore e alla pazienza della moglie Zena, in una ballata molto più tenera e meno estrema della sua ispirazione, con una dolce vena di speranza che la percorre, anche grazie a una bella melodia.

Ma prima c’è spazio pure per un esempio quasi di jingle-jangle, tra Byrds e Soft Boys, con leggere spire psych, come l’incantevole Man Of Extremes, o per una bella canzone dai contorni pop come Sweet Endeavour, dove Lou Reed, Bowie e il classico rock morbido britannico dei primi anni ’70 si incontrano con sonorità più americane sulle onde della solita chitarra del Perrett figlio, qui anche in modalità slide. Mancano all’appello una Something In My Brain che ricorda ancora una volta Lou Reed, vero punto di riferimento e nume tutelare di tutto il disco, quello di metà anni ’70 di Coney Island Baby, miscelato con certe intonazioni anche alla Ian Hunter e la solita chitarra ficcante e pungente che ricorda di nuovo certe derive psichedeliche e jam alla Television, e per finire, last but not least,Take Me Home, uno dei brani più melodrammatici dove Perrett annuncia che “I wish I could die in a hail of bullets sometimes…” su un brano che invece musicalmente ci riporta alle belle ballate rock avvolgenti che avevano caratterizzato la prima parte del disco, ancora con la magica solista di Jamie Perrett a sottolineare il cantato disincantato, ma vibrante del padre Peter Perrett che con questo How The West Was Won ha realizzato uno dei più brillanti “comeback” di questo 2017.

Bruno Conti

Da Evitare: Un’Altra “Mezza” Fregatura! Del Shannon – The Dublin Sessions

del shannon the dublin sessions

Del Shannon – The Dublin Sessions – S’More Entertainment/Rockbeat Records   

Che dire? Io inizierei, come si usa in questi casi, con un bel “Mah”! Ormai le etichette specializzate in ristampe sono alla spasmodica ricerca di materiale raro od inedito, o comunque di cui si vocifera tra i fans degli artisti in questione, di solito nomi importanti che magari hanno fatto la storia del rock. E di sicuro Del Shannon rientra in questa categoria. Però il cantante del Michigan è ormai scomparso suicida da quasi 30 anni e i suoi ultimi album, a parte un paio dove erano coinvolti Tom Petty e gli Heartbreakers, e nell’ultimo Rock On, uscito postumo nel 1991, anche Jeff Lynne, non brillavano certo per qualità https://www.youtube.com/watch?v=0vrnwu_yl4k . Proprio negli anni ’70 Shannon aveva raggiunto il nadir della sua carriera: affetto da alcolismo Del non sempre sapeva scegliere i suoi collaboratori e anche le scelte discografiche, tipo questa di registrare un disco in Irlanda, durante un tour del Regno Unito del 1977, con molte date fissate anche a Dublino, si era poi rivelata sbagliata, visto che il disco inciso, dopo essere stato proposto e rifiutato da varie case discografiche, alla fine non era mai stato pubblicato. E forse un motivo c’era: registrato insieme alla sua touring band dell’epoca, tali SMACKEE da Coventry, (di cui vi risparmio i nomi perché sono assolutamente sconosciuti), l’album contiene undici brani, tra cui quattro cover, poco più di 37 minuti di musica, che a parere di chi scrive avrebbero dovuto restare nei cassetti dove erano rimasti per tutti questi anni. So che i fans più accaniti dissentiranno, ma queste operazioni lasciano il tempo che trovano (e non solo nel caso di Del Shannon), spesso, anzi quasi sempre, sono molto più interessanti quei vituperati, da alcuni, broadcast radiofonici (semi) ufficiali che impazzano negli ultimi anni, operazioni dubbie, in prevalenza dedicate ad artisti scomparsi, che quindi non si possono “difendere”, ma spesso valide.

Dopo questa lunga concione, scusate, ma quando ci vuole ci vuole, non c’è molto da dire sul disco: se volete una sintesi potrei dirvi che sembra un disco “bruttino” di Roy Orbison degli anni ’70, prodotto da un Jeff Lynne  (o un Dave Edmunds, entrambi hanno avuto a che fare con Shannon) che nei giorni delle registrazioni era affetto però da una forte otite che gli impediva di sentire bene. Se volete elaboro: non c’è un ingegnere del suono, produce lo stesso Del, anche il suono è piuttosto bolso, a tratti sembra quasi in mono, spesso la voce è semi nascosta dagli strumenti e il sound si rifà, a momenti, alla dance music che stava per esplodere in quegli anni. E le canzoni? Un altro bel mah è d’uopo: Best Days Of My Life non è neppure malaccio, sembra un pezzo dei Rockpile, anche se i coretti e il suono dell’organo sono improponibili, Love Letters di Ketty Lester, l’aveva inciso anche Elvis, sembra appunto quasi un brano di Roy Orbison, la voce non è neppure disprezzabile ma l’arrangiamento è pessimo, e pure le melodrammatiche Till I Found You e Raylene, in questo senso non scherzano, la voce è ancora stentorea e orbisoniana (si può dire?), ma l’arrangiamento, con uso massiccio di archi e di coretti fa accapponare la pelle.

One Track Mind è un buon pezzo rock, sempre con la voce sepolta dagli strumenti, ma Black Is Black dei Los Bravos in versione disco-dance con organetto vintage è da denuncia penale, meglio Oh Pretty Woman, il classico di Roy Orbison con cui Del Shannon aveva più di una affinità, anche se ne ho sentito versioni migliori. Le morbide e “cariche” Another Lonely Night e Amanda temo che non resteranno negli annali della musica, come pure una loffia e danzereccia Love It Don’t Come Easy; paradossalmente il brano migliore è la cover di Today, I Started Loving You Again, un pezzo country che uno non vedrebbe legato alle corde vocali di Del Shannon, ma nel disastro totale si salva. Magari, anzi sicuramente, ci sono della passione e della competenza coinvolte (non dimentichiamo che i tipi della Rockbeat erano tra i fondatori della prima Rhino Records), e di tanto in tanto queste operazioni permettono la (ri)scoperta di piccoli gioiellini sepolti dalle sabbie del tempo, ma spesso, non sempre per meri motivi commerciali, semplicemente per entusiasmo, queste operazioni nascondono delle vere fregature per gli appassionati. Per me questo è uno di quei casi, forse sbaglio, ma se potete statene alla larga, oppure maneggiate con cura, e comunque non fidatevi dei fans sui social o su YouTube (sotto il video di Raylene c’è un testuale ” A Del Shannon Masterpiece”), peccato!

Esistono anche delle Nashville Sessions registrate tra il 1982 e il 1984, che sembrano quasi anche peggio, o comunque è una bella lotta, sentite qui sopra, speriamo non vengano mai pubblicate, ma temo il peggio.

Bruno Conti

Da Nashville, Tennessee Un Bravissimo Rock Troubadour Americano. Will Hoge – Anchors

will hoge anchors

Will Hoge – Anchors – Edl Records/Thirty Tigers

Will Hoge non è un novellino, esordisce nel 2001 con Carousel pubblicato dalla Atlantic (ma ne aveva già pubblicato uno autogestito nel 1997 Spoonful – Tales Begin To Spin), presentandosi come un cantautore rock abbastanza tirato, non molto dissimile (salvo forse nel talento) dall’amico Dan Baird dei Georgia Satellites, che gli dà una mano in questo primo album per una major, discreto ma non memorabile, senza una direzione musicale ben definita. L’Atlantic gli dà fiducia e nel 2003 esce un nuovo album per loro, Blackbird On A Lonely Wire: Baird non c’è più, ma il chitarrista che lo sostituisce non scherza, tale Brian Layson, che oggi è uno dei sessionmen più apprezzati a Nashville, tra gli ospiti troviamo la rocker Michelle Branch, Rami Jaffee dei Wallflowers all’organo, e un sound che rimane energico ma vira verso un buon blue collar rock con elementi jangle. Naturalmente il disco non vende e Hoge viene scaricato, ma persiste con la sua musica, pubblicando un terzetto di album per la Rykodisc negli anni che vanno tra il 2007 e il 2009, tra cui Draw The Curtains, di nuovo con Baird e Jafee, ma anche Garrison Starr; Pat Buchanan Reese Wynans, che mostra una vena sudista e The Wreckage, forse il suo migliore fino ad oggi, prodotto da Ken Coomer dei Wilco, che suona anche la batteria nel disco, dove appare la futura Pistol Annie Ashley Monroe e il bravissimo chitarrista Kenny Vaughan dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart, disco che vira verso un country(rock) di qualità, già presente comunque anche negli album precedenti e che contiene Even If It Breaks Your Heart, che gli frutterà un numero 1 nelle classifiche country nella versione della Eli Young Band.

Pure in Number Seven, a dimostrazione della stima di cui gode Hoge tra i colleghi arriva come ospite Vince Gill, e ad affiancare Vaughan come chitarrista ci sono anche Carl Broemel dei My Morning Jacket, Bucky Baxter alla pedal steel e Kenny Greenberg. Senza dimenticare che comunque nei dischi di Will suona spesso anche la band con cui gira l’America per concerti. Finito il periodo Rykodisc Hoge pubblica due ulteriori dischi a livello indipendente, Never Give In, che grazie alla presenza di Doug Lancio alla chitarra, tra i tantissimi musicisti impiegati, molti gli stessi dei dischi precedenti, indica una influenza di Hiatt, ma anche Mellencamp e Bob Seger vengono citati tra le fonti di ispirazione e l’ultimo Small Town Dreams,sempre per la piccola etichetta di Nashville, la Cumberland Records, disco che conferma le bontà delle sue composizioni (non a caso tra quelli che firmano i brani con lui c’è un certo Chris Stapleton) e le influenze country-rock, roots e blue collar, con una predilezione per le ballate.

Come si evince da questa lunghissima introduzione (ma il personaggio merita) Will Hoge è uno di quelli bravi, come conferma il nuovo Anchors, disco numero 10 della sua discografia, autoprodotto per la propria etichetta Edl Records e poi affidato alla eccellente Thirty Tigers che ne cura la distribuzione. Nel frattempo il nostro amico ha sciolto la band che lo accompagnava nei concerti, girando da solo nel 2016, solo voce, chitarra e tastiere (ma nei suoi dischi lo ha sempre fatto, suonando anche armonica e vibrafono) e preparando le canzoni per il nuovo album, dove si produce da solo, ma utilizza ancora una volta ottimi musicisti come Jerry Roe, batterista (Emmylou Harris & Rodney Crowell, ma anche l’ultimo ottimo di Shannon McNally) il bassista Dominic Davis (Jack White, Wanda Jackson; Luther Dickinson, Jim Lauderdale) e i due chitarristi Brad Rice (Son Volt, Rayn Adams) Thom Donovan (Ruby Amanfu e in passato Robert Plant), Dave Cohen al piano (anche lui con Shannon McNally di recente) oltre a Fats Kaplin, violino, mandolino e pedal steel, nonché una piccola sezione fiati in un brano. Come ospite, a duettare in un pezzo è presente Sheryl Crow, che è la seconda voce in Little Bit Of Rust, uno dei pezzi più country del disco, una bella ballata midtempo rootsy-rock con uso di mandolino e violino affidati a Kaplin e un tagliente assolo di slide che non guasta, tra le migliori del disco, che comunque mantiene un ammirevole elevato livello qualitativo in tutti i gli undici brani che lo compongono.

Per intenderci siamo dalle parti di quei troubadours alla Hayes Carll, Pat Green Jack Ingram, forse non dei numeri uno, ma comunque ottimi autori e cantanti. Will Hoge ha una voce leggermente roca e vissuta il giusto, come confermano brani come la splendida southern ballad Cold Night In Santa Fe, che ha profumi che rimandano addirittura alla Band. Ottima anche l’iniziale The Reckoning, una country song cadenzata che ricorda i primi Son Volt o i Wilco, quelli più melodici e avvolgenti, con un bel lavoro elettroacustico delle chitarre, oppure la deliziosa 17, una canzone dove qualcuno ha visto delle analogie con il miglior Bob Seger degli anni ’70, e quando entrano i fiati nel finale e una slide di nuovo a tagliare in due il brano, qualche elemento del Van Morrison californiano aggiungerei io, ebbene sì è così bella. Young As We Will Ever Be rimanda al jingle jangle del miglior Tom Petty, con le chitarre spiegate e un assolo alla Mike Campbell; groove e ambiente sonoro poi replicati anche nell’eccellente Baby’s Eyes che è più dalle parti di Wildflowers, con qualche tocco anche alla George Harrison, sempre bella comunque.

The Grand Charade è un’altra ballatona di quelle malinconiche e dolenti, brani come quelli che si trovano nei migliori dischi country dei cantanti californiani degli anni ’70, con un bel lavoro del piano di David Cohen. Non manca il R&R a tutte chitarre presente nei dischi precedenti e (This Ain’t) An Original Sin ne è un ottimo esempio, ritmo, grinta, sudore, coretti springsteeniani e riff a tutto spiano, per un brano da sentire a volume adeguato mentre viaggiate in automobile. Will Hoge veleggia per i 45 anni e tiene famiglia, ma ogni tanto gli scappa la ballata “amorosa” come la delicata Through Missing You, con un breve assolo di slide degno del miglior David Lindley. Per non dire della splendida Angels Wings una country ballad di quelle perfette nobilitata dal grande lavoro di Fats Kaplin alla pedal steel, brano che rimanda di nuovo alle canzoni più emozionanti del Bob Seger targato anni ’70 con una interpretazione vocale veramente ispirata di Will Hoge. Manca ancora la title-track Anchors (come avrete notato i brani non appaiono nella recensione nella sequenza del disco, ma in fondo chi se ne frega), un altro mid-tempo dall’andatura riflessiva e sobria, dove le chitarre acustiche ed elettriche costruiscono ancora una volta una sognante atmosfera sonora di grande impatto emotivo per l’ascoltatore, Per il sottoscritto, fino a questo punto, il disco è una delle più piacevoli sorprese del 2017. Peccato non averlo visto quando è venuto in Italia all’anteprima del Buscadero Day il 4 luglio scorso.

Bruno Conti

La “Fratellanza” Colpisce Ancora! Chris Robinson Brotherhood – Barefoot In The Head

chris robinson brotherhood barefoot in the head

Chris Robinson Brotherhood – Barefoot In The Head – Silver Arrow Records CD

Uno dei dischi migliori usciti di recente è sicuramente quello dei Magpie Salute http://discoclub.myblog.it/2017/06/06/quasi-black-crowes-the-magpie-salute-the-magpie-salute/ , l’esordio della nuova band di Rich Robinson, il fratello minore di Chris, chitarrista storico dei Black Crowes, uno dei gruppi che dagli anni ’90 ha raccolto con più vigore il testimone del rock “classico”, quello che passando per il sound “britannico” di Stones, Faces, Humble Pie, ma anche il sound sudista della loro nativa Georgia, le influenze della musica soul e R&B nera, si è poi arricchito con lo stile jam dei Grateful Dead, il country-rock “cosmico”, la musica della West Coast.e l’Americana Sound della Band e dei Little Feat, tanto per citare alcune delle influenze dei fratelli Robinson: ma ce ne sono mille altre, messe in evidenza sia nei dischi e nei concerti dei Crowes, quanto nelle band che sono venute dopo, non ultimi, come si diceva poc’anzi, i Magpie Salute. Come è noto i due fratelli hanno sempre avuto un rapporto che definire conflittuale vuol dire minimizzare le cose, pur senza arrivare ai limiti “fisici” dei fratelli Gallagher, si sono lasciati e ripresi più volte, l’ultima volta sembrerebbe in modo definitivo nel 2013, anche se già dall’anno precedente sia Rich Robinson che Chris Robinson con i suoi Brotherhood, avevano iniziato una carriera parallela, come vogliamo definirla, solista.

Visto che una reunion sembra improbabile, ma visti i precedenti mai dire mai, concentriamoci sui dischi del post Black Crowes: detto che, a mio parere, l’album dei Magpie Salute pare superiore a tutto ciò che è uscito finora dall’ingegno dei due fratelli, anche questo Barefoot In The Head è un disco eccellente, forse il migliore della band sino a questo momento, probabilmente insieme al primo Big Moon Ritual, che però era decisamente più orientato verso uno stile jam ed improvvisativo, comunque sempre presente nelle esibizioni live, come confermato dal recentissimo terzo capitolo della serie Betty’s Blends, uscito solo a maggio. Come è noto nei Brotherhood, oltre a Chris, suona anche Adam MacDougall dei vecchi Crowes, mentre il resto della band originale è confluito con Rich nei Magpie Salute; però nella formazione milita un altro eccellente musicista nella persona di Neal Casal, uno dei chitarristi (e cantautori, quando ha voglia e tempo, tra un impegno e l’altro, anche con gli Hard Working Americans) più validi della scena roots-rock americana. Non è il caso dei CRB, dove Chris Robinson è l’autore di tutti i brani, anche in questo Barefoot In The Mind (sarebbe “scalzo nella mente”, forse a voler indicare  una maggiore libertà nei temi musicali del nuovo album): il sound si è fatto decisamente più “californiano”, anche rilassato e con elementi country per certi versi, ma non mancano episodi dove il rock più grintoso è comunque protagonista.

Prendiamo, per esempio, l’iniziale Behold The Seer (che come tutte le canzoni del CD veleggia tra i quattro e i cinque minuti) che frulla un vivace groove funky-rock della sezione ritmica e del clavinet di MacDougall, con le chitarre choppate di Casal e Robinson, in un brano che richiama dei Little Feat più solari e rilassati, e dove la voce rauca di Chris si accoppia a coretti deliziosi, mentre anche una inconsueta armonica si divide gli spazi solisti con la chitarra di Neal in un clima corale gioioso. She Shares My Blanket è più languida e “campagnola”, molto westcoastiana, tra florilegi pianistici, di banjo e le chitarre quasi accarezzate, in un mood che non sarebbe dispiaciuto ai cultori del country-rock più classico ma anche ai CSNY o ai Grateful Dead più pastorali, comunque la si giri veramente bella e cantata in modo perfetto da un Robinson veramente ispirato che rimanda anche al Rod Stewart dei primi dischi solisti. Hark, The Herald Hermit Speaks (la fantasia per i titoli, di brani e album, non gli fa mai difetto), con un organetto molto sixties che doppia il piano, una chitarra lap steel che da languida man mano si fa più incalzante, come il resto del brano, dai tratti sonori più vibranti, soprattutto nella grintosa parte centrale e finale dove la chitarra si prende i suoi spazi.

Blonde Light Of Morning sta in quel territorio che si trova tra Laurel Canyon e il Canada intimista del migliior Neil Young, una andatura pigra e ciondolante, armonie avvolgenti che evocano i Beatles o i migliori CSNY già citati, e un inserto tagliente in modalità slide della chitarra di Casal. Lo dico o non lo dico? Lo dico: l’incipit di chitarre acustiche di Dog Eat Sun mi ha ricordato moltissimo quelli dei primi dischi degli America, che non erano per nulla disprezzabili, anzi, quel country easy listening deluxe e di gran classe che aveva attirato anche l’attenzione di George Martin, uno che di voci se ne intendeva; poi il brano si evolve in modo più complesso e quasi psych, ma mantenendo elementi acustici nel suo dipanarsi, con l’intervento di un vecchio synth analogico nel finale. Un piano blues barrelhouse ci introduce a una Gold Star Woman che mantiene questo spirito da 12 battute quasi classiche, ma è tra le canzoni meno riuscite e coinvolgenti del disco, a parte l’intermezzo strumentale quasi psichedelico nella parte centrale e finale che vira su lidi alla Grateful Dead e dal vivo potrebbe fare faville.

A proposito di GD, High Is Not The Top, ricorda quelli più acustici e country di American Beauty Workingman’s Dead, ma anche Dillards, Nitty Gritty e il lato più tradizionalista del country-rock, con l’armonica di Chris che svolge il ruolo che era del violino in quei dischi, e alla fine in fondo si respira l’aria californiana di Marin Country, dove è stato registrato questo Barefoot In the Head, mentre If You Had A Heart To Break potrebbe ricordare sia i Black Crowes più pastorali dell’ultimo periodo, ma anche (ogni tanto l’intercalare Veltroniano si insinua) il classico sound rootsy-Americana à la Band, della bellissima If You Had A Heart To Break, con i suoi quasi 6 minuti il brano più lungo del CD, ma neppure un secondo è sprecato, chitarre acustiche ed elettriche come piovesse, tastiere ovunque e Chris che la canta con una souplesse invidiabile, senza dimenticare le classiche variazioni di tempo, che ora rallenta ed ora accelera come nei migliori pezzi del songbook di Robinson. Glow si apre acustica sul suono del sarod dell’ospite Alam Khan, che sembra quasi un dobro e poi si apre lentamente in calde volute tra psych e folk o tra oriente ed occidente, serena e quasi austera nella sua inconsueta dolcezza, un altro degli episodi migliori del CD che si chiude con Good To Know uno dei pezzi più freakattoni e jam dell’album, lisergica e sognante, come le tastiere di MacDougall, qui protagoniste e le chitarre di Casal, per rinverdire ancora una volta i suoni  della vecchia California, spesso rievocati in questo album dei CRB.

Bruno Conti

E Tanto Per Gradire, Ancora Un Paio Di Box “Estivi”. Grand Funk – Trunk Of Funk Vol. 1 & 2

grand funk trunk of funk 1 grand funk trunk of funk 2

Oltre al trittico di uscite di cofanetti, segnalate nei giorni scorsi e previste per il 29 settembre, quindi ad inizio autunno, l’estate ci riserva ancora qualche altro box interessante. Oltre a quelli già segnalati nei mesi precedenti (tra cui il bellissimo Fairport Convention di cui leggerete la recensione domani, ma anche Natalie Merchant, nel frattempo pubblicato, Presley con le prime registrazioni del periodo Sun, e altro) ecco due box dedicati ai Grand Funk Railroad, in uscita il 25 agosto negli USA e il 1° settembre in Italia.

Ci torniamo fra un attimo: nel frattempo vi segnalo anche che si è conclusa la telenovela del “nuovo” Hitchhiker di Neil Young, e proprio ieri sul sito del canadese è stata confermata, dopo alcuni rinvii, la data ufficiale di pubblicazione, per l’8 settembre. Qui http://discoclub.myblog.it/2017/06/26/ma-sara-vero-o-ci-ripensa-neil-young-hitchhiker-in-uscita-il-14-luglio/ potete leggere i contenuti del disco.

Torniamo ai due cofanetti dei Grand Funk: del gruppo di Mark Farner e soci, una delle band storiche più sottovalutate del rock americano anni ’70 (non per nulla Frank Zappa aveva prodotto un loro album We’re An American Band), sono usciti ad inizio anni 2000, solo negli States, una serie di ristampe degli album della loro discografia, tutte remastered edizione 2002, etichetta Capitol, che nel frattempo è stata assorbita dal gruppo Universal.Tutti gli album hanno delle bonus e se ve li siete persi tutti o in parte, potete approfittare di questi due Trunk Of Funk, visto che i due box da 6 CD ciascuno, dovrebbero costare intorno ai 30 euro. Con una preferenza per il primo, che raccoglie gli album migliori, quelli usciti tra il 1969 e il 1971: spesso allora uscivano due dischi all’anno, altri tempi, Bonamassa a parte. Ecco comunque il contenuto completo dei cofanetti.

Trunk Of Funk Vol. 1 – 6 CD Virgin/Universal

 CD1] On Time
1. Are You Ready (Remastered 2002) (3:29 min.)
2. Anybody’s Answer (Remastered 2002) (5:18 min.)
3. Time Machine (Remastered 2002) (3:45 min.)
4. High On A Horse (Remastered 2002) (2:56 min.)
5. T.N.U.C. (Remastered 2002) (8:43 min.)
6. Into The Sun (Remastered 2002) (6:30 min.)
7. Heartbreaker (Remastered 2002) (6:35 min.)
8. Call Yourself A Man (Remastered 2002) (3:06 min.)
9. Can’t Be Too Long (Remastered 2002) (6:34 min.)
10. Ups And Downs (Remastered 2002) (5:01 min.)
11. High On A Horse (Extended Version / Remastered 2002) (4:26 min.)
12. Heartbreaker (Extended Version / Remastered 2002) (6:53 min.)

[CD2] Grand Funk
1. Got This Thing On The Move (2002 Remastered) (4:40 min.)
2. Please Don’t Worry (2002 Remastered) (4:21 min.)
3. High Falootin’ Woman (2002 Remastered) (3:02 min.)
4. Mr. Limousine Driver (2002 Remastered) (4:27 min.)
5. In Need (2002 Remastered) (7:55 min.)
6. Winter And My Soul (2002 Remastered) (6:40 min.)
7. Paranoid (2002 Remastered) (7:52 min.)
8. Inside Looking Out (2002 Remastered) (9:42 min.)
9. Nothing Is The Same (Demo / 2002 Remastered) (5:39 min.)
10. Mr. Limousine Driver (Remix / 2002 Remastered) (5:29 min.)

[CD3] Closer To Home
1. Sin’s A Good Man’s Brother (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (4:49 min.)
2. Aimless Lady (Remastered 2002 / 24 Bit Mastering) (3:29 min.)
3. Nothing Is The Same (2002 Remastered) (5:13 min.)
4. Mean Mistreater (2002 Remaster) (4:28 min.)
5. Get It Together (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (5:09 min.)
6. I Don’t Have To Sing The Blues (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (4:36 min.)
7. Hooked On Love (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (7:13 min.)
8. Closer To Home (I’m Your Captain) (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (10:01 min.)
9. Mean Mistreater (Alternate Mix/2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (4:31 min.)
10. In Need (Live At Orlando Sports Center/2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (11:30 min.)
11. Heartbreaker (Live At Orlando Sports Center/2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (7:19 min.)
12. Mean Mistreater (Live At Orlando Sports Center/2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (5:23 min.)

[CD4] Live Album
1. Introduction (Live From Atlanta/1970/Remastered 2002) (2:28 min.)
2. Are You Ready (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (3:39 min.)
3. Paranoid (Live From West Palm Beach/1970/Remastered 2002) (7:20 min.)
4. In Need (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (10:58 min.)
5. Heartbreaker (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (7:10 min.)
6. Words Of Wisdom (Live/1970/Remastered 2002) (0:52 min.)
7. Mean Mistreater (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (4:53 min.)
8. Mark Says Alright (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (5:14 min.)
9. T.N.U.C. (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (10:54 min.)
10. Inside Looking Out (Live From West Palm Beach/1970/Remastered 2002) (13:43 min.)
11. Into The Sun (Live From Jacksonville/1970/Remastered 2002) (11:26 min.)

[CD5] Survival
1. Country Road (Remastered 2002) (4:23 min.)
2. All You’ve Got Is Money (Remastered 2002) (5:16 min.)
3. Comfort Me (Remastered 2002) (6:48 min.)
4. Feelin’ Alright (Remastered 2002) (4:28 min.)
5. I Want Freedom (Remastered 2002) (6:19 min.)
6. I Can Feel Him In The Morning (Remastered 2002) (7:16 min.)
7. Gimme Shelter (Remastered 2002) (6:29 min.)
8. I Can’t Get Along With Society (Remastered 2002) (5:41 min.)
9. Jam (Footstompin’ Music) (Remastered 2002) (4:41 min.)
10. Country Road (Extended Version / Remastered 2002) (7:38 min.)
11. All You’ve Got Is Money (Extended Version / Remastered 2002) (8:19 min.)
12. Feelin’ Alright (Extended Version / Remastered 2002) (5:57 min.)

[CD6] E Pluribus Funk
1. Footstompin’ Music (2002 Remaster) (3:48 min.)
2. People Let’s Stop The War (24-Bit Digitally Remastered/2002) (5:12 min.)
3. Upsetter (24-Bit Digitally Remastered/2002) (4:28 min.)
4. I Come Tumblin’ (24-Bit Digitally Remastered/2002) (5:39 min.)
5. Save The Land (24-Bit Digitally Remastered/2002) (4:14 min.)
6. No Lies (24-Bit Digitally Remastered/2002) (3:58 min.)
7. Loneliness (24-Bit Digitally Remastered/2002) (8:48 min.)
8. I’m Your Captain/Closer To Home (Live from O’Hara Arena Dayton U.S.A./1971; 24-Bit Digitally Remastered/2002) (5:57 min.)
9. Hooked On Love (Live from O’Hara Arena Dayton U.S.A./1971; 24-Bit Digitally Remastered/2002) (2:45 min.)
10. Get It Together (Live from O’Hara Arena Dayton U.S.A./1971; 24-Bit Digitally Remastered/2002) (2:53 min.)
11. Mark Says Alright (Live from the Cobo Arena Detroit U.S.A.; 24-Bit Digitally Remastered/2002) (4:23 min.)

Trunk Of Funk Vol. 2 – 6 CD Virgin/Universal

[CD1] Phoenix
1. Flight Of The Phoenix (24-Bit Remastering/2002) (3:39 min.)
2. Trying To Get Away (24-Bit Remastering/2002) (4:12 min.)
3. Someone (24-Bit Remastering/2002) (4:04 min.)
4. She Got To Move Me (24-Bit Remastering/2002) (4:49 min.)
5. Rain Keeps Fallin’ (24-Bit Remastering/2002) (3:26 min.)
6. I Just Gotta Know (24-Bit Remastering/2002) (3:53 min.)
7. So You Won’t Have To Die (24-Bit Remastering/2002) (3:22 min.)
8. Freedom Is For Children (24-Bit Remastering/2002) (6:06 min.)
9. Gotta Find Me A Better Day (24-Bit Remastering/2002) (4:08 min.)
10. Rock ‘N Roll Soul (24-Bit Remastering/2002) (3:40 min.)
11. Flight Of The Phoenix (Remix With Extended Ending/24-Bit Remastering/2002) (5:22 min.)

[CD2] We’re An American Band
1. We’re An American Band (Remastered 2002) (3:27 min.)
2. Stop Lookin’ Back (24-Bit Remaster/2002) (4:53 min.)
3. Creepin’ (24-Bit Remaster/2002) (7:02 min.)
4. Black Licorice (24-Bit Remaster/2002) (4:45 min.)
5. The Railroad (24-Bit Remaster/2002) (6:13 min.)
6. Ain’t Got Nobody (24-Bit Remaster/2002) (4:27 min.)
7. Walk Like A Man (You Can Call Me Your Man) (2002 Remaster) (4:05 min.)
8. Loneliest Rider (24-Bit Remaster/2002) (5:28 min.)
9. Hooray (Outtake From We’re An American Band Session/1973/24-Bit Remastering 2002) (4:06 min.)
10. The End (Outtake From We’re An American Band Session/1973/24-Bit Remastering 2002) (4:11 min.)
11. Stop Lookin’ Back (Outtake From We’re An American Band Session/1973/24-Bit Remastering 2002) (3:05 min.)
12. We’re An American Band (Outtake From We’re An American Band Session/1973/24-Bit Remastering 2002) (3:33 min.)

[CD3] Shinin’ On
1. Shinin’ On (Remastered 2002) (5:58 min.)
2. To Get Back In (Remastered 2002) (3:56 min.)
3. The Loco-Motion (Remastered 2002) (2:47 min.)
4. Carry Me Through (Remastered 2002) (5:31 min.)
5. Please Me (Remastered 2002) (3:38 min.)
6. Mr. Pretty Boy (Remastered 2002) (3:08 min.)
7. Gettin’ Over You (Remastered 2002) (3:58 min.)
8. Little Johnny Hooker (Remastered 2002) (5:11 min.)
9. Destitute And Losin’ (2002 Digital Remaster / 24-Bit Mastering) (7:03 min.)
10. Shinin’ On (2002 Remix) (6:11 min.)

[CD4] All The Girls In The World Beware!
1. Responsibility (2002 Remastered) (3:51 min.)
2. Runnin’ (2002 Remastered) (4:21 min.)
3. Life (2002 Remastered) (5:00 min.)
4. Look At Granny Run Run (2002 Remastered) (2:31 min.)
5. Memories (2002 Remastered) (3:32 min.)
6. All The Girls In The World Beware (2002 Remastered) (3:30 min.)
7. Wild (2002 Remastered) (2:53 min.)
8. Good & Evil (2002 Remastered) (7:33 min.)
9. Bad Time (Remastered 2002) (2:56 min.)
10. Some Kind Of Wonderful (2002 Remastered) (6:33 min.)

[CD5] Caught In The Act
1. Footstompin’ Music (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (4:08 min.)
2. Rock ‘N Roll Soul (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (4:04 min.)
3. I’m Your Captain/Closer To Home (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (7:09 min.)
4. Heartbreaker (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (7:23 min.)
5. Some Kind Of Wonderful (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (4:15 min.)
6. Shinin’ On (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (5:34 min.)
7. The Loco-Motion (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (3:22 min.)
8. Black Licorice (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (4:28 min.)
9. The Railroad (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (6:14 min.)
10. We’re An American Band (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (3:39 min.)
11. T.N.U.C. (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (9:32 min.)
12. Inside Looking Out (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (12:25 min.)
13. Gimme Shelter (Live On Tour/1975/2003 Remaster) (7:00 min.)

[CD6] Born To Die
1. Born To Die (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (5:36 min.)
2. Dues (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (5:37 min.)
3. Sally (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (3:17 min.)
4. I Fell For Your Love (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (4:13 min.)
5. Talk To The People (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (5:34 min.)
6. Take Me (2002 Remaster) (5:11 min.)
7. Genevieve (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (6:12 min.)
8. Love Is Dyin’ (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (4:14 min.)
9. Politician (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (3:55 min.)
10. Good Things (2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (4:37 min.)
11. Bare Naked Woman (Live Rehearsal Version/2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (3:40 min.)
12. Genevieve (Live Rehearsal Version/2002 Digital Remaster/24 Bit Mastering) (6:28 min.)

Il secondo album raccoglie i sei dischi usciti tra il 1972 e il 1976, per la Capitol, anche se, sempre nel ’76, venne pubblicato anche Good Singin’ Good Playin’, l’unico pubblicato per la MCA. Poi il gruppo si è sciolto, ma, senza Farner, il batterista Don Brewer e il bassista Mel Schacher hanno mantenuto il nome della band e circolano ancora oggi; ma senza il cantante e chitarrista originale vale un po’ la stessa storia dei Creedence senza John Fogerty. Per la verità, nel 1996 e poi nel 1997 il trio originale si è riunito per una serie di concerti pubblicando anche un disco dal vivo Bosnia, dedicato a raccogliere fondi per la martoriata repubblica dei Balcani. E nel 2002, sempre la Capitol ha pubblicato un disco inedito Live:The 1971 Tour. Entrambi sarebbero stati aggiunte bene accolte ai due cofanetti, ma non si può avere tutto dalla vita.

Per il momento è tutto, poi vedremo dopo l’uscita se sarà il caso di parlarne più diffusamente.

Bruno Conti

Ripassi Estivi 3: Come Chitarrista Niente Da Dire, Per Il Resto… Glenn Alexander & Shadowland

glenn alexander & shadowland

*NDB In effetti questo album rientra proprio a pieno diritto nella categoria dei “ripassi estivi”, considerando che il disco in origine era uscito nel luglio del 2016, ma visto che neppure del maiale si butta via nulla, recuperiamo anche questa uscita: buona lettura.

Glenn Alexander & Shadowland – Glenn Alexander & Shadowland – Rainbow’s Revenge CD

Glenn Alexander è un chitarrista originario di Wichita, Kansas, in attività da più di trent’anni, e nel corso del tempo coinvolto in una lunga serie di sessions ed iniziative varie (tra cui il combo jazz-rock-fusion Mahavishnu Project), ma è maggiormente noto per essere da qualche anno la chitarra solista degli Asbury Jukes di Southside Johnny. Il suo ultimo progetto in ordine di tempo è un gruppo di sette elementi (compreso sé stesso) da lui denominato Shadowland, un combo che propone una miscela di rock, blues, funky, soul e rhythm’n’blues, una sorta di Asbury Jukes di secondo piano: infatti il suono del gruppo non è molto diverso da quello della band capitanata da John Lyon, anche perché la sezione fiati è esattamente la stessa (Chris Anderson alla tromba, John Isley al sassofono e Neal Pawley al trombone), e pure il batterista Tom Seguso fa parte di entrambi i gruppi, mentre al basso troviamo Greg Novick ed alle armonie vocali una certa Oria, che non è altro che la figlia di Alexander (in qualità di ospiti troviamo anche l’organista dei Jukes, Jeff Kazee, e lo stesso Southside ospite all’armonica in un brano).

Glenn Alexander & Shadowland è quindi una sorta di session dei Jukes senza Johnny, e la differenza, sarò banale, si sente: Glenn è un ottimo chitarrista (se no non suonerebbe coi Jukes), ma forse non ha del tutto la statura adatta per fare l’artista solista, sia dal punto di vista compositivo che vocale. Il suo timbro infatti è discreto, ma manca di quella profondità necessaria se si affronta il tipo di musica proposta, va bene nei pezzi più rocciosi, ma nei brani più soulful nei quali servirebbero maggiori sfumature mostra la corda: rimane comunque un eccellente axeman, ed il gruppo (ma questa non è una sorpresa) suona che è un piacere, e quindi il disco alla fine, pur se non imprescindibile, risulta piacevole, alternando canzoni di buon spessore ad altre tagliate un po’ con l’accetta. If Your Phone Don’t Ring è una rock’n’roll song potente e chitarristica, con i fiati a dare più colore ed un ottimo assolo da parte di Glenn, che mostra che il manico c’è, ed una voce che qui non sfigura. Anche Earl Erastus è un pezzo piuttosto granitico, non originalissimo ma se vi piace il rock-blues chitarristico un po’ di grana grossa qui troverete trippa per i vostri gatti; Memphis Soul è invece un funky abbastanza riuscito, gradevole e con i fiati maggiormente dentro alla canzone, mentre Big Boss Man, il noto classico di Jimmy Reed, è rifatto in maniera non convenzionale: il blues c’è eccome, ma la ritmica ed i fiati le danno un tono errebi, e la chitarra fa benissimo la sua parte.

Con I Picked The Wrong Day (To Stop Drinkin’) si cambia registro, in quanto ci troviamo di fronte ad una ottima soul ballad con elementi gospel, molto classica e con un motivo fluido, anche se forse qui serviva un cantante con più profondità; la mossa Get A Life è un jumpin’ blues con fiati, puro Southside Johnny sound (e difatti Mr. Lyon compare all’armonica), solo che il cantante del New Jersey l’avrebbe cantata molto meglio, mentre la lunga Blues For Me And You è a metà tra jazz e blues, un pezzo raffinato e suonato con discreta classe, con Oria che duetta con il padre (mostrando che forse la cantante solista del gruppo avrebbe dovuto essere lei) e la solita inappuntabile chitarra. Get Up è ancora funky suonato in maniera impeccabile ma che mostra ancora una volta l’assenza di un vero cantante, mentre con Common Ground siamo di nuovo in territori soul, forse uno dei pezzi più riusciti del CD, Come Back Baby è un blues swingato di ottimo livello (i fiati suonano alla grande), anche se dal punto di vista vocale il paragone con l’originale di Ray Charles è impietoso. Chiudono la roccata e monolitica The Odds Are Good e C.O.D., altro godibile blues ricco di swing e ritmo. Un discreto disco quindi, anche se sono comunque dell’idea che Glenn Alexander possa continuare a dare il meglio di sé come chitarrista per conto terzi.

Marco Verdi