Se Ne E’ Andato Uno Dei Più Grandi Rocker Del Pianeta: Un Ricordo Di Tom Petty!

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Negli ultimi due anni le morti eccellenti nel mondo della musica rock sono state più che copiose, ed alcune di esse mi hanno toccato più di altre (quella di Leonard Cohen su tutte, ma anche Glenn Frey e David Bowie che, piaccia o no, è stato un grande nel suo genere), ma nonostante tutto non si pensa mai che la stessa cosa possa toccare ad “uno di quelli”, cioè ai musicisti che fanno parte della cerchia delle tue leggende personali, quelle con i quali sei cresciuto e hai formato i tuoi gusti. Tom Petty, morto improvvisamente ieri a Santa Monica in conseguenza di un attacco cardiaco (ed a soli 66 anni), faceva proprio parte del ristrettissimo gruppo dei miei idoli personali, un club esclusivo il cui presidente è Bob Dylan ed i pochi soci rispondono ai nomi di Bruce Springsteen, Neil Young, Rolling Stones, John Fogerty e, appunto, Tom Petty (un club al quale perfino due come Paul Simon e Van Morrison non sono ammessi, e Paul McCartney ottiene ogni tanto una wild card speciale, ma non sempre, e più che altro per le sue frequentazioni negli anni sessanta). La scomparsa di Petty mi ha lasciato basito, incredulo, con la stessa sensazione che si prova quando ti muore un vecchio amico: nel mondo del rock ho provato la stessa sensazione solo quando nel 2001 scomparve George Harrison, da sempre il mio Beatle preferito ed anche lui socio del club di cui sopra, e, in parte, con Freddie Mercury, che, aldilà dei gusti personali, per me è stata la più grande voce della musica rock di sempre (mentre quando hanno sparato a John Lennon avevo nove anni, non sapevo neanche chi fosse).

Thomas Earl Petty nasce nel 1950 a Gainesville, Florida, da una famiglia benestante, e comincia ad interessarsi al rock’n’roll all’età di dieci anni, come tanti altri vedendo in TV prima Elvis Presley e più avanti i Beatles nella loro leggendaria apparizione all’Ed Sullivan Show. In seguito Tom comincia ad interessarsi a Bob Dylan, ai Rolling Stones e forse a quella che è stata sempre la sua più grande influenza, cioè i Byrds, il cui tipico suono jingle-jangle creato dalla Rickenbaker 12 corde di Roger McGuinn sarà molto presente nelle sue future canzoni. A 17 anni Petty forma la sua prima band, gli Epics, che poi diventeranno Mudcrutch, un gruppo importante in quanto ha nelle sue fila Mike Campbell e Benmont Tench, che nel 1976 entreranno a far parte con lui degli Heartbreakers. Inizialmente Ton suona il basso, ma la sua vera passione è la chitarra, e per imparare a suonarla prende lezioni dal compaesano Don Felder, chitarrista già conosciuto nell’ambiente e che a breve entrerà a far parte degli Eagles. Dopo un singolo poco fortunato, Depot Street, i Mudcrutch si sciolgono e Petty forma gli Heartbreakers con Campbell, Tench e gli amici Ron Blair e Stan Lynch: i cinque vengono notati dal grande produttore inglese Denny Cordell (Moody Blues, The Move, Joe Cocker, Leon Russell), che decide di portarli in studio a fargli incidere il primo album per la sua etichetta, la Shelter Records. Tom Petty & The Heartbreakers è un ottimo album di rock’n’roll, ficcante e diretto, con subito un paio di canzoni che diventeranno futuri classici: Breakdown e soprattutto la bellissima American Girl, un brano che fino all’ultimo Tom proporrà in chiusura dei suoi concerti. Il disco non ha molto successo, a causa di una scarsa promozione e per il predominio in quegli anni del movimento punk; You’re Gonna Get It, trainato dagli ottimi singoli I Need To Know e Listen To Her Heart, vende un po’ di più, ma la Shelter naviga in condizioni economiche precarie (chiuderà poi nel 1981) e viene venduta alla più potente MCA, cosa che manda su tutte le furie Petty che inizia una causa legale in quanto non vuole incidere per un’altra etichetta, una cosa che rischia di stroncargli la carriera.

Alla fine prevarrà il buonsenso, e Tom verrà premiato in quanto il suo terzo album con gli Heartbreakers, Damn The Torpedoes (1979), sarà un grande successo, uno splendido disco di puro rock (prodotto da Jimmy Iovine, che diventerà il nome più in voga del periodo) che ancora oggi molti considerano il disco migliore di Petty, con dentro capolavori come Refugee, Even The Losers e Here Comes My Girl, ed il classico suono della band che inizia a prendere forma, così come le esibizioni live del quintetto, che si rivelano come tra le migliori in circolazione nel periodo. Con Hard Promises (1981) e Long After Dark (1982), Tom sforna due ottimi album “di gestione”, con dentro belle canzoni come The Waiting, Straight Into Darkness, Change Of Heart ed il duetto con Stevie Nicks Insider (un altro duetto con la bionda cantante dei Fleetwood Mac, Stop Draggin’ My Heart Around, scritta da Tom, volerà altissimo in classifica, e questo di Garrison Starr è il primo tributo personale, credo, dopo la morte di Petty https://www.youtube.com/watch?v=u4TttrS6IDo). Dopo tre anni di silenzio ed un album altalenante ma che il tempo rivaluterà (Southern Accents, con dentro la splendida title track, la potente Rebels e la famosa Don’t Come Around Here No More, che diventerà un pezzo centrale delle esibizioni live future).

Dopo un disco dal vivo buono ma poco rappresentativo (Pack Up The Plantation!), ecco arrivare uno degli incontri più determinanti della vita di Petty, cioè quello con Bob Dylan, che sceglie Tom e la sua band inizialmente per accompagnarlo nel breve set al Farm Aid del 1985 (il primo in assoluto) e poi, visti i risultati, anche come backing band per il tour australiano, americano ed europeo nei due anni a venire, il che dona a Petty un’esposizione mondiale che prima non aveva mai avuto, facendolo conoscere in ogni angolo del pianeta (piccolo ricordo personale: domani, 4 Ottobre, ricorrono i trent’anni del primo concerto in assoluto al quale ho assistito, cioè proprio Dylan e Petty (e McGuinn) all’Arena Civica di Milano, una serata nella quale ho letteralmente scoperto Tom ed gli Heartbreakers, avendomi entusiasmato anche più di Bob).

Dopo un disco piuttosto monolitico e poco amato anche da Petty stesso (Let Me Up (I’ve Had Enough), che però contiene la trascinante Jammin’ Me, scritta insieme a Dylan) ecco un’altra svolta: Tom entra a far parte nel 1988 del supergruppo dei Traveling Wilburys insieme a George Harrison, Bob Dylan, Roy Orbison e Jeff Lynne, una band il cui album Volume 1, molto divertente ed old-fashioned, diventerà inaspettatamente un grande successo, andando dritto al numero uno di Billboard (nel 1990 i Wilburys bisseranno con Volume 3, senza Orbison, scomparso poco dopo l’uscita del primo album). Tom inizia quindi a frequentare Lynne, all’epoca il produttore più richiesto, che collaborerà con lui per lo strepitoso Full Moon Fever, il miglior album di Petty per chi scrive, con grandi canzoni come Free Fallin’, Runnin’ Down A Dream, Yer So Bad, A Face In The Crowd, Love Is A Long Road e soprattutto la stupenda I Won’t Back Down, nel cui videoclip, oltre a Lynne, compaiono George Harrison e Ringo Starr). Nel 1991 esce l’ottimo Into The Great Wide Open, sempre prodotto da Lynne e con capolavori come Learning To Fly e la title track (e qui il video è una sorta di mini-film, con Johnny Depp e Faye Dunaway), mentre due anni dopo è la strepitosa Mary Jane’s Last Dance il brano di punta del suo primo Greatest Hits (nel video c’è Kim Basinger).

Ormai Petty è diventato un musicista dalla reputazione immensa, anche per il fatto che dal vivo è, insieme alla E Street Band di Springsteen, la migliore rock’n’roll band al mondo, come testimonia l’imperdibile cofanetto del 2009 The Live Anthology (un box da isola deserta) ed il DVD registrato a Gainesville nel 2006 ed allegato allo splendido film di Peter Bogdanovich Runnin’ Down A Dream. Petty continuerà a pubblicare dischi con una certa regolarità, alternando lavori da non perdere (Wildflowers, splendido episodio solista del 1994, il vero disco della maturità, Echo del 1999, il ritorno al rock con gli Heartbreakers, o l’eccellente Highway Companion del 2006, nel quale torna a collaborare con Jeff Lynne) ad altri meno brillanti ma con sempre diverse canzoni di livello (la colonna sonora She’s The One, il discontinuo The Last DJ, il bluesato Mojo ed il monotematico Hypnotic Eye del 2014, che purtroppo è diventato il suo testamento musicale). In mezzo, Tom ha addirittura riesumato i Mudcrutch nella loro formazione originale (e tornando dunque a suonare il basso), per due album davvero splendidi di classico rock americano, il cui secondo, uscito lo scorso anno, è stato disco del 2016 per il sottoscritto.

Adesso probabilmente uscirà la tanto rimandata versione deluxe doppia di Wildflowers, e magari tante altre cose, ma avrei davvero preferito che il tutto rimanesse per qualche tempo nei cassetti pur di vedere ancora Petty tra noi: e dire che era dato in ottima forma, aveva appena chiuso (il 25 Settembre) il tour del quarantennale, e sembrava pronto ad entrare in studio per incidere nuove canzoni (nel frattempo aveva trovato il tempo di produrre il bellissimo Bidin’ My Time, comeback album dell’amico ed ex Byrds Chris Hillman, recensito dal sottoscritto pochi giorni fa per questo blog http://discoclub.myblog.it/2017/09/30/dopo-stephen-stills-e-david-crosby-ecco-un-altro-giovane-di-talento-lex-byrd-ha-ancora-voglia-di-volare-alto-chris-hillman-bidin-my-time/ ). Ci lascia un grande rocker, autore splendido quanto sottovalutato, e performer straordinario (dopo Milano 1987 lo avevo rivisto a Lucca nel 2012 ed era stato devastante, uno dei migliori concerti della mia vita): vorrei ricordarlo con un brano dei Wilburys che vedeva lui alla voce solista, un pezzo nel quale i quattro omaggiano in maniera toccante Roy Orbison da poco scomparso, ma che oggi diventa (purtroppo) un modo di congedarci anche da lui.

Addio Tom: da oggi il mondo del rock non è più lo stesso, e non è una frase fatta.

Marco Verdi

P.S. Marco ha già detto tutto quello che c’era da dire, io mi limito ad aggiungere i video di cinque canzoni (più una) che forse hanno fatto la storia di Tom Petty e della sua musica.

1977: siamo in piena epoca punk, dagli States arriva il primo album omonimo di Tom Petty & The Heartbreakers, e qualcuno li inserisce all’inizio persino in questo filone, ma American Girl fin da subito sembra un brano perduto dei Byrds, lo stesso Roger McGuinn si chiede quando l’abbia scritta!

1979: Petty diventa una superstar del rock, pubblicando quello che tuttora molti considerano il suo album più bello, Damn The Torpedoes e la canzone più rappresentativa di quell’album è sicuramente Refugee.

1985: E’ l’anno di Southern Accents, un disco all’inizio non amatissimo, ma poi nel tempo rivalutato, grazie anche un video veramente strepitoso come Don’t Come Around Here No More.

1990: Esce Full Moon Fever, altro disco strepitoso che se la batte con Damn The Torpedoes come vetta più alta dell’arte pettyana, con alcune canzoni strepitose e una memorabile come Free Fallin’.

1994: altro disco splendido, il secondo come solista per Tom Petty dopo Full Moon Fever (anche se gli Heartbreakers sono presenti tutti a parte Stan Lynch), stiamo parlando di Wildflowers: scegliamo You Wreck Me da quel disco, ma ci sarebbero altri tre o quattro brani formidabili tra cui scegliere.

E infine, come fuori quota, e che fuori quota, direi di inserire un’ultima canzone meravigliosa come Learning To Fly, e poi la finiamo, anche se potremmo andare avanti a lungo, ma questo lungo Post rischierebbe di diventare un appendice dell’Enciclopedia Treccani.

Magari un’altra volta, tanto Tom Petty non lo dimentichiamo di sicuro.

Bruno Conti

Dopo Stephen Stills E David Crosby Ecco Un Altro “Giovane” Di Talento: L’Ex Byrd Ha Ancora Voglia Di Volare Alto. Chris Hillman – Bidin’ My Time

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Chris Hillman – Bidin’ My Time – Rounder/Concord USA CD

Pochi nella storia della musica possono vantare un pedigree ricco come quello di Chris Hillman. Se escludiamo gli esordi con gli Scottsville Squirrell Barkers prima e con gli Hillmen poi, il riccioluto musicista di Los Angeles è stato uno dei membri fondatori dei leggendari Byrds, con i quali ha vissuto tutta la golden age per poi seguire Gram Parsons nei Flying Burrito Brothers, gruppo fondamentale per l’affermazione del country-rock come genere “nuovo” dell’epoca. Negli anni settanta ha poi fatto parte dei Manassas di Stephen Stills, della Souther-Hillman-Furay Band e, sul finire della decade, si è riunito con due ex compagni nei Byrds per formare un altro trio, McGuinn, Hillman & Clark, una band dalle potenzialità tutto sommato inespresse. Dopo qualche anno di pausa, sul finire degli anni ottanta l’ennesima zampata: la formazione, insieme all’amico di vecchia data Herb Pedersen (ex Dillards), della Desert Rose Band, un gruppo di country-rock tra i più di successo del periodo. E non ho citato tutti gli episodi “minori” della sua discografia, come i dischi in duo con Pedersen, quelli in quartetto con Larry Rice, Tony Rice ed ancora il vecchio Herb, e naturalmente il poco fortunato album di reunion dei membri originali dei Byrds uscito nel 1973.

Con tutti questi impegni, è comprensibile che la sua discografia solista sia abbastanza esigua, appena sei album tra il 1976 ed il 2005; oggi però Chris torna a far sentire la sua voce limpida dopo una lunga pausa, e lo fa in maniera sontuosa: Bidin’ My Time è infatti un grande disco, senza dubbio il migliore della sua carriera, un album che ci mostra un artista in forma smagliante e con una voce ancora splendida, suonato e prodotto alla grande da un manipolo di amici di chiara fama. Infatti alla produzione troviamo nientemeno che Tom Petty, uno che si muove solo se ne vale la pena (l’ultima sua collaborazione “esterna” era stato il bellissimo debutto degli Shelters), che dà al disco un suono potente, forte e quasi rock anche negli episodi più acustici, ed in session vecchi compagni del passato come gli ex Byrds Roger McGuinn e David Crosby, la Desert Rose Band quasi al completo (Herb Pedersen, che suona e canta in tutti i brani, John Jorgenson e Jay Dee Maness) e buona parte degli Heartbreakers (oltre a Petty, che però compare come musicista solo in due brani, abbiamo Mike Campbell, Benmont Tench e Steve Ferrone). Bidin’ My Time si divide tra brani nuovi scritti da Hillman insieme a Steve Hill, cover di varia estrazione e brillanti rivisitazioni di pezzi dei Byrds, il tutto dominato dalla grande voce del leader e da un suono davvero scintillante.

Il CD inizia proprio con un vecchio classico dei Byrds, cioè il brano di Pete Seeger Bells Of Rhymney: versione che parte lenta, voce più chitarre arpeggiate, poi entra il resto della band per un folk-rock diverso da quello del suo ex gruppo ma sempre splendido, con il tocco in più dato dalle voci di Crosby e Pedersen e dal sensazionale pianoforte di Tench. La title track è una sorta di valzer country, dalla melodia nostalgica ed evocativa e suono forte e vigoroso (d’altronde avere Petty in consolle vorrà pur dire qualcosa); Given All I Can See è pura e cristallina, un country-folk di assoluta bellezza (e che bella voce), sempre con l’aiuto dell’inseparabile Pedersen e di Petty all’armonica. Different Rivers è una deliziosa ballata, pochi strumenti ma tanto feeling, con Hillman che canta sempre meglio, Here She Comes Again è invece un vecchio pezzo scritto da Chris insieme a McGuinn e suonato poche volte dal vivo dal trio McGuinn, Hillman & Clark ma mai inciso in studio prima d’ora: Roger è presente con la sua Rickenbacker jingle-jangle e, manco a dirlo, dona un sapore byrdsiano ad un uptempo già bellissimo di suo: splendida. (NDM: particolare curioso, in questo brano Hillman torna a suonare il basso dopo una vita, proprio come faceva nei Byrds). La saltellante Walk Right Back è una canzone scritta da Sonny Curtis e portata al successo dagli Everly Brothers, e Chris lascia intatta la melodia tersa e l’arrangiamento d’altri tempi, Such In The World That We Live In è un gradevolissimo e coinvolgente bluegrass, altro genere in cui il nostro sguazza che è un piacere: mandolino, chitarre, violino e godimento assicurato.

La pura e cristallina When I Get A Little Money, altro eccellente esempio di country acustico, è scritta dal giovane songwriter dell’Indiana Nathan Barrow, e precede la rivisitazione di due brani dei Byrds: l’oscura She Don’t Care About Time, di Gene Clark (era sul lato B del singolo Turn! Turn! Turn!), con Jorgenson nella parte di McGuinn e Chris che canta al meglio un motivo decisamente fluido, e New Old John Robertson, riscrittura di un pezzo presente su The Notorious Byrd Brothers (il “new” nel titolo è stato aggiunto oggi), altro superbo bluegrass guidato stavolta dal banjo. Il CD, solo 32 minuti ma spesi benissimo, si chiude con l’intensa Restless, una sontuosa ballata suonata con grande forza e con Campbell e Tench protagonisti, e l’omaggio a Petty di Wildflowers, tra le più belle ballads del biondo rocker della Florida, in una meravigliosa versione che profuma di musica tradizionale. Alla tenera età di 72 anni (73 a Dicembre), Chris Hillman ci ha regalato l’album solista migliore della sua carriera, e senza dubbio uno dei più belli di quest’anno.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: Non Me Li Ricordavo Così Bravi! The Long Ryders – Final Wild Songs

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The Long Ryders – Final Wild Songs – Cherry Red 4CD Box Set

Tra le migliori band nate in America negli anni ottanta una delle più dimenticate, anche per il relativamente scarso successo di vendite avuto nel periodo di attività, sono certamente i Long Ryders, gruppo di Los Angeles formato nel 1983 da Sid Griffin e generalmente associato al movimento Paisley Underground, che aveva come artisti di punta i Dream Syndicate ed i Green On Red. Personalmente io colloco la band di Griffin all’interno di quel movimento più che altro per la loro attitudine garage e post-punk (soprattutto dal vivo), ma dal punto di vista del suono ho sempre giudicato i Long Ryders fra i precursori di quel genere oggi universalmente chiamato Americana, insieme a Blasters, Los Lobos ed i meno conosciuti Beat Farmers. Griffin è sempre stato un grandissimo fan dei Byrds (e la “y” nel moniker del suo gruppo la dice lunga) e durante la breve esistenza della band ha sempre coniugato il folk-rock tipico del combo guidato da Roger McGuinn con grandi iniezioni di energia e ritmo, tanto rock’n’roll ed un po’ di country-rock (anche i Flying Burrito Brothers sono tra i suoi eroi), aiutato dal suo braccio destro Stephen McCarthy alle chitarre soliste (ed occasionalmente suo partner nella scrittura dei pezzi), Tom Stevens al basso (che ha sostituito Des Brewer dopo l’EP d’esordio) e Greg Sowders alla batteria.

Solo tre LP (più il già citato EP) nei cinque anni di vita del gruppo, una discografia troppo breve e che avrebbe meritato maggior fortuna, e che abbiamo il grande piacere di riscoprire oggi grazie a questo pratico boxettino edito dalla Cherry Red: quattro CD con tutta la storia dei Ryders, diverse rarità ed inediti, ed un concerto assolutamente mai sentito come bonus, il tutto in una pratica confezione (sullo stile del box di Fisherman’s Blues dei Waterboys), con un bel libretto che reca note dettagliate e commenti canzone per canzone dei membri del gruppo (principalmente Griffin), il tutto neanche troppo costoso.

CD1: qui troviamo il loro EP di debutto 10-5-60 (cinque brani) seguito dal loro primo LP Native Sons, e l’inizio è subito di quelli giusti, con la solare e corale Join My Gang, che ricorda un po’ i primi R.E.M. (anch’essi epigoni dei Byrds), subito seguito dal rockin’ country You Don’t Know What’s Right, You Don’t Know What’s Wrong, decisamente trascinante e suonato con l’energia di una punk band; e che dire di 10-5-60, sembrano i Sonics o qualche altra garage band degli anni sessanta, mentre Born To Believe In You è un delizioso country-pop con accenni beatlesiani. Anche Tom Petty è tra i preferiti di Griffin, e lo dimostra la roccata Final Wild Song, che ricorda il suono secco e diretto dei primi due album del biondo rocker della Florida; la splendida Ivory Tower è un trionfo di jingle-jangle sound (e c’è anche Gene Clark ospite ai cori), Run Dusty Run è un rock’n’roll che mette di buon umore, mentre (Sweet) Mental Revenge (un classico di Mel Tillis) è country-rock sotto steroidi. Ma tutto Native Sons è un esempio di adrenalina, grinta ed energia coniugate a squisite melodie (un altro esempio è la coinvolgente Tell It To The Judge On Sunday); una rara versione della dylaniana Masters Of War precede cinque inediti dal vivo, tra i quali spiccano un’intensa versione acustica del traditional Farther Along (sembrano Garcia e Grisman) e la goduriosa The Rains Came, tratta dal repertorio del Sir Douglas Quintet.

CD2: ecco lo splendido State Of Our Union, l’album migliore dei Ryders, ed anche il più conosciuto grazie al moderato successo del singolo Looking For Lewis And Clark, forse non il loro brano più bello ma con dalla sua un tiro micidiale; nel disco troviamo anche la tersa e byrdsiana Lights Of Downtown e la roboante WDIA, con più di un rimando al suono dei Creedence. Un grande album, dal quale riascoltiamo con piacere anche la pettyiana Mason-Dixon Line o l’irresistibile Here Comes That Train Again, un limpido esempio di Americana anni ’80, un pezzo che potrebbero aver scritto anche i Los Lobos di How Will The Wolf Survive?, o ancora la vibrante Good Times Tomorrow, Bad Times Today e la fluida Capturing The Flag, un trionfo di Rickenbacker sound, o il rock’n’roll alla Beach Boys State Of My Union, per non parlare del delizioso cajun Child Bride…e se non sto attento le cito tutte! Tra gli extra una Looking For Lewis And Clark dal vivo alla BBC, ancora più dura dell’originale, la bizzarra ma gradevole Christmas In New Zealand e due remix scintillanti di Lights Of Downtown e Capturing The Flag, ancora meglio di quelle uscite nel 1985.

CD3: il loro ultimo album, Two Fisted Tales, un altro ottimo disco, di pochissimo inferiore al precedente, tutto da godere a partire dall’esplosivo avvio di Gunslinger Man, rock chitarristico di prima scelta, passando per I Want You Bad, bellissimo folk-rock byrdsiano al 100%, la cadenzata A Stitch In Time, lo spettacolare cajun-rock The Light Gets In The Way (con David Hidalgo alla fisarmonica), oppure Prairie Fire una sventagliata punk in pieno volto, o la stupenda Harriet Tubman’s Gonna Carry Me Home, un folk purissimo che profuma di tradizione, o ancora la travolgente Spectacular Fall. Tra le rarità abbiamo l’adrenalinico rock’n’roll di Basic Black, la scorrevole How Do We Feel What’s Real, la toccante He Can Hear His Brother Calling, una delle rare ballate del gruppo (e con reminiscenze di The Band), la gioiosa, a dispetto del titolo, Sad Sad Songs, durante la quale è impossibile tener fermo il piede.

CD4: la vera chicca del box, un concerto completamente inedito (ed inciso benissimo), registrato nel 1985 a Goes, in Olanda: 53 minuti di puro ed adrenalinico rock’n’roll, senza neppure un attimo di respiro, una festa assoluta di ritmo e chitarre, con versioni superbe di Run Dusty Run, la sempre splendida Ivory Tower, Wreck Of The 809, You Don’t Know What’s Right, You Don’t Know What’s Wrong, una trascinante versione del classico per camionisti Six Days On The Road ed un finale a tutta elettricità e ritmo con Tell It To The Judge On Sunday.

Dopo l’esperienza con i Long Ryders, Griffin fonderà i Coal Porters (attivi ancora oggi), con i quali pubblicherà qualche discreto album ma senza la scintilla originale, pubblicherà qualche album da solista in anni recenti e riformerà i Ryders per un tour commemorativo nel 2004 (con conseguente album dal vivo), dedicandosi anche al giornalismo rock ed alla stesura di libri su Bob Dylan e Gram Parsons. Ma i tempi d’oro del periodo con i Long Ryders difficilmente torneranno, motivo in più per non lasciarsi sfuggire questo Final Wild Songs.

Marco Verdi

I “Basement Tapes” Di Un Artista Di Culto! David Wiffen – Songs From The Lost & Found

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David Wiffen – Songs From The Lost & Found – True North Records

Nei primi anni ’70 la scena canadese era in gran fermento, i vari Neil Young, Joni Mitchell,  Leonard Cohen, e, ancora agli inizi, Bruce Cockburn, erano da breve emersi come alcune delle realtà più preziose dell’intero universo musicale. David Wiffen invece, non riuscì ad affermarsi come avrebbe meritato, eppure il suo Coast To Coast Fever, prodotto da Cockburn (e ancor prima l’omonimo David Wiffen) è uno dei dischi che mi sono rimasti dentro il cuore, un album che chi lo possiede tiene stretto, chi non lo ha lo cerca ancora disperatamente (in vinile), non nel formato CD, in quanto è stato a suo tempo ristampato in digitale ed è ancora in circolazione. Coast To Coast Fever (73) è uno dei classici degli anni settanta, sconosciuto ai più, ma idolatrato da una ristretta cerchia di cultori, e il mito di David Wiffen, inglese di nascita e canadese di adozione, vive ancora grazie a quel disco. Il suo primo album è stato il live At The Bunkouse Coffeehouse Vancouver BC (65), seguito dall’omonimo David Wiffen (71), ristampato in via non ufficiale dall’Akarma (01), e recentemente dalla Water, disco che conteneva il capolavoro Driving Wheel (un brano entrato nella storia) https://www.youtube.com/watch?v=wNGnNA7gwKk  ripreso da numerosi artisti, tra i quali Tom Rush, Byrds, Greg Harris, Cowboy Junkies, Jayhawks, Roger McGuinn (per il sottoscritto la versione più bella), recentemente anche da David Bromberg nell’ultimo Only Slightly Mad e da molti altri.

david wiffen david wiffen

Mentre nel successivo citato “capolavoro”, Coast To Coast, alternava sue composizioni a quelle di amici cantautori del calibro di Bruce Cockburn, Willie P.Bennett e Murray McLauchlan, per esempio l’iniziale Skybound Station (un’altra delle più belle canzoni scritte da David https://www.youtube.com/watch?v=h0So5g-3F34 ), per rispuntare dopo una lunghissima pausa (causa gravi problemi personali) con South Of Somewhere (99), dove alternava nuovi brani con alcune vecchie composizioni, ma il risultato non era certamente al livello dei lavori precedenti. Inaspettatamente ora Wiffen torna con questo nuovo lavoro Songs From The Lost And Found, una nuova raccolta composta da 12 canzoni inedite, che provengono principalmente dagli anni ’70 e ’80 (il suo periodo di massimo splendore), insieme a 5 versioni alternative di brani già editi in South Of Somewhere, sempre contraddistinti dalla sua bellissima voce baritonale.

david wiffen coast to coastdavid wiffen south of somewhere

La magia regna sovrana fin dall’iniziale California Song che trasmette subito emozioni https://www.youtube.com/watch?v=44KJbEiNf5s , come pure nelle lunghe (oltre sei minuti) Ballad Of Jacob Marlowe https://www.youtube.com/watch?v=v94jB6YSWMQ  e Sweet Angel Take Me Home https://www.youtube.com/watch?v=rFs4fwCiFtY , passando per la delicata Your Room e le atmosfere folk di Come Down To The River, le quasi recitative Ballad Of The Inland Sailors e Any Other Rainy Day Aka Distant Star, sorrette solo da pochi accordi acustici, il sincopato ritmo di Bought And Paid-For Soul, per poi tornare ai toni più confidenziali di Let Your Love Light Shine e una Rocking Chair World solo voce e chitarra acustica. Le versioni alternative  sono qui riproposte nella loro prima “stesura” (per chi scrive sono migliorative rispetto a quelle pubblicate in precedenza), a partire da una ariosa Cool Green River, passando per la bellissima malinconia di Fugitive https://www.youtube.com/watch?v=zHDxc0feUCI , il quasi funky di una Fire On The Water inconsueta https://www.youtube.com/watch?v=urm4pJ_VhF8 , mentre No Desire For Texas viene cantata da David alla Jackson Browne, e Harlequin rimane sempre una canzone splendida (in questa versione anche impreziosita da un sax). Le due cover sono la pianistica Crazy Me (della brava cantautrice canadese Lynn Miles), e una intrigante rilettura di un brano dei Rolling Stones No Expectations (lo si trova in Beggar’s Banquethttps://www.youtube.com/watch?v=uHuUBQp0Vq0 .

Wiffen 2000

David Wiffen con questo Songs From The Lost & Found ci regala altre meravigliose “perle”, 17 canzoni perse e ritrovate di questo sfortunato “songwriter” che, nonostante il suo talento, ha dovuto abbandonare la carriera e lavorare come autista per gli “handicappati”, e quindi non ha avuto la stessa fortuna di altri artisti canadesi. Oggi alla soglia dei 73 anni, per chi scrive, Wiffen con questi suoi “Basement Tapes” trova la giusta e meritata ricompensa (magari sperando che ne saltino fuori altri).  Da ascoltare in religioso silenzio!

Tino Montanari

Un Fiume Di Note Poetiche E Notturne ! Willie Nile – If I Was A River

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Willie Nile – If I Was A River – River House Records/Blue Rose Records/Ird

Avendo avuto la fortuna di vederlo dal vivo (in uno dei tanti concerti tenuti nel nostro paese), ho sempre considerato Willie Nile un piccolo folletto di altri tempi, con un’energia rock difficile da contenere in un giubbotto di pelle. Nile viene da Buffalo, ed è una delle più felici fusioni tra cultura beat, pop e letteratura, uscita dalle parti del Greenwich Village. Sicuramente a questo ha contribuito anche la musica respirata in famiglia: un nonno pianista, un vecchio zio appassionato di “boogie”, con i fratelli “malati” di Fats Domino e i Rolling Stones, hanno fatto di Willie (al secolo Robert Noonan) un songwriter che, sul finire degli anni ’70, ha avuto le carte in regola per esplodere nella scena rock dell’epoca (complice anche una infatuazione per Dylan e Springsteen).

willie nile + springsteen

Ingaggiato dall’Arista, esordisce con l’omonimo Willie Nile (80), composto da undici ballate elettriche dal suono marcatamente ritmico https://www.youtube.com/watch?v=x9QJBFt9WdA , a cui ha fatto seguire a breve distanza Golden Down (81) un disco più maturo, acclamato da stampa e pubblico https://www.youtube.com/watch?v=x9QJBFt9WdA . Causa una lunga controversia e la rottura con la casa discografica, passano dieci anni prima di essere messo sotto contratto con la Columbia ed uscire con un disco di valore come Places I Have Never Been (91), ricco di energia e ballate di grande spessore come la title-track https://www.youtube.com/watch?v=-KqXgNzMIhk , Rite Of  Spring e Heaven Help The Lonely (supportate da ospiti prestigiosi, tra i quali Roger McGuinn, le sorelle Roche, Loudon Wainwright III e Richard Thompson). Eventualmente li trovate tutti qui:

willie nile arista columbia recordings

Dopo un’altra pausa arriva il primo disco dal vivo, Archive Live! Live In Central Park (97), seguito da un lavoro autoprodotto come Beautiful Wreck Of The World (99), album di buona fattura ma ormai destinato ai soli appassionati. Passano ancora sette anni prima che Nile ricompaia con l’eccellente Streets Of New York (06) e il conseguente CD+DVD Live From The Streets Of New York (08), riscoprendo una seconda carriera con un “trittico” di piccoli capolavori come House Of A Thousand Guitars (09), The Innocent Ones (10) e l’ultimo lavoro in studio American Ride (13).

WillieNile-AmericanRide

Per questo nuovo lavoro If I Was A River, il buon Willie accantona la sua amata “Stratocaster” per un pianoforte “Steinway” (lo stesso che suonava agli inizi di carriera), ed accompagnato da pochi musicisti (ma di qualità), tra cui il leggendario chitarrista Steuart Smith (Eagles, Rodney Crowell, Rosanne Cash), il multi strumentista David Mansfield (veterano di lungo corso con Bob Dylan e Johnny Cash), al mandolino e violino e Frankie Lee alle armonie vocali e coautore di alcuni brani, ci propone un disco diverso, un album di ballate solo voce e piano e poco altro. Il “fiume di note” si apre con la bellissima title track If I Was A River, una canzone d’amore cantata con la rabbia di Springsteen e suonata alla Randy Newman https://www.youtube.com/watch?v=_ikxC6mwuCI , così come le seguenti Lost e le toccanti folk-irish Song Of A Soldier e Once In A Lullaby, impreziosite dalla chitarra e dal mandolino di Smith e dal violino di Mansfield.

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Il lavoro prosegue con la dissacrante cantilena di Lullaby Loon, la solenne e maestosa Gloryland, la quasi recitativa I Can’t Do Crazy (Anymore), per poi passare alla scanzonata Goin’ To St.Louis https://www.youtube.com/watch?v=BL6P1QVcxl4 , alle delicate e struggenti note pianistiche di The One You Used To Love, e terminare il viaggio, come l’aveva iniziato, con un testo che si ricollega alla title track, un brano come Let Me Be The River suonato in punta di dita da un magnifico pianista, come ha dimostrato di essere per questo lavoro Willie Nile https://www.youtube.com/watch?v=vTpynzBbOK0 . La rinascita artistica del signor Robert Noonan non accenna a fermarsi, e questo If I Was A River (anche se è distante dal repertorio più amato dai suoi “fans”), breve ma intenso, è un disco che ti conquista, che non vorresti mai togliere dal lettore, che ti rimane dentro (da segnalare anche l’artwork  con scatti in bianco e nero), da ascoltare in queste fredde e umide serate invernali (possibilmente in dolce compagnia).!

Tino Montanari

Sconosciuti Ma Molto Bravi! – New American Farmers – Brand New Day

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New American Farmers – Brand New Day – Big Barncat CD

Anche se è targato 2013, questo è uno dei migliori dischi che ho ascoltato durante questo inizio anno.

*NDB Il disco è uscito nella primavera del 2013, ma se è bello, come vedete ultimamente sul Blog, se ne parla senza problemi. Uno “sgub” al contrario, il Tony Sales che suona la batteria nella band non è “quello” dei Tin Machine, che suonava il basso!

I New American Farmers sono un duo formato da Paul Michael Knowles e Nicole Storto, e sono la naturale evoluzione dei Mars, Arizona, un monicker sotto il quale hanno inciso ben quattro album, decisamente ardui da reperire http://www.youtube.com/watch?v=5XEIawDp0iY .

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Ma l’interesse al momento è spostato verso il lavoro di esordio dei NAF (vado di acronimo per far prima), intitolato Brand New Day, che si rivela essere un piccolo grande disco di rock californiano, strettamente imparentato con il country (o come sono stati definiti dalla stampa USA, Cosmic Americana).

Un suono che ha decisi punti di contatto con i Byrds post-Sweetheart Of The Rodeo, quelli guidati da Roger McGuinn con Clarence White come alter ego, ma anche con Tom Petty, sia per il timbro vocale di Knowles sia perché comunque Petty stesso ha sempre avuto i Byrds come influenza principale; qualche punto di contatto si trova anche con i Beatles e, se non altro perché stiamo parlando di un duo uomo-donna, come la collaborazione tra Gram Parsons ed Emmylou Harris.

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E poi ci sono le canzoni: nove brani originali più una cover (ed una bizzarria finale), brani di valore assoluto, eseguiti con grande feeling dai due, assieme ad una manciata di amici (in session c’è perfino il quasi dimenticato Gene Parsons, un altro link con i Byrds quindi); ad un ascolto distratto potrebbero sembrare derivativi, ma la materia è talmente buona che alla fine Brand New Day brilla di luce propria e non riflessa.

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E infine Knowles e la Storto sono due songwriters coi fiocchi, e lo dimostrano facendoci tornare per una manciata di minuti ai gloriosi giorni in cui la California era, musicalmente parlando, al centro del mondo.

L’album dura circa poco più di mezz’ora, ed è diviso in due come i vecchi vinili (this side e that side), un altro rimando ad un periodo davvero irripetibile.

L’iniziale Everywhere sembra proprio provenire da uno degli ultimi LP dei Byrds: un brano vivace guidato dal banjo e dalla steel, con una grande melodia e la voce di Knowles giusto a metà tra Petty e McGuinn http://www.youtube.com/watch?v=-r5_l7qILfw .

Miglior inizio non ci poteva essere.

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La limpida Brand New Day sembra una outtake di Petty con George Harrison alle spalle (l’intro di slide è da brividi lungo la schiena), con poche ma suggestive note di piano come ciliegina: un brano splendido, sentire per credere; la tenue Sad Hotel, perfettamente cantata a due voci, è invece un’intensa ballata dominata dalla steel, un pezzo a dir poco evocativo.

Una tromba introduce la fluida Don’t Wait For Me Here, che fonde mirabilmente jingle-jangle byrdsiano ed armonie beatlesiane; Can’t Get It Out Of My Head è proprio il classico del 1974 scritto da Jeff Lynne per la ELO, qui riproposta con la sola voce femminile di Nicole ed un arrangiamento cameristico per steel e quartetto d’archi, che lascia nuda la bella melodia del brano http://www.youtube.com/watch?v=2Z1lLqeqJUI .

Una versione che dimostra anche una bella dose di inventiva da parte dei due.

Con l’acustica Faking The Divine torniamo ad atmosfere californiane, una canzone di spessore che sembra uscire dall’ultimo disco dei Byrds (prima dell’estemporanea reunion dei cinque membri originali), quel Farther Along che a mio parere andrebbe assolutamente rivalutato: bello l’assolo centrale per tromba mariachi.

La bella Good And Sober ha addirittura una ritmica boom-chicka-boom di cashiana memoria http://www.youtube.com/watch?v=7bKGZ7AdCEQ , con la voce di Paul che dà profondità ad un brano già bello di suo; Open Arms è invece un ottimo slow dai toni epici, con una melodia che ha qualche punto di contatto anche con The Band, ed un assolo distorto di chitarra a metà brano che crea un contrasto intrigante con il clima classico e rilassato del brano: uno degli highlights del CD.

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Hypocrite è più roccata e diretta http://www.youtube.com/watch?v=5XEIawDp0iY , mentre la pianistica How Do We Do It? è una dolce ballata eseguita con feeling enorme: voce, piano e nient’altro, come fa ogni tanto Neil Young.

Chiude la strana Sunday Market, che più che una canzone è un collage di versi di animali, voci umane e rumori ambientali, con in sottofondo un tizio (probabilmente Knowles) che ad un certo punto intona Che Sarà di José Feliciano, e per di più in italiano!

A parte il finale bizzarro, un disco comunque di tutto rispetto, una bella sorpresa che mi sento di consigliare a chiunque.

Sentiremo ancora parlare dei New American Farmers, o almeno lo spero.

Marco Verdi