Un Addio Come E’ Giusto Che Fosse, A Tutto Rock And Roll! Chuck Berry – Chuck

chuck berry chuck

Chuck Berry – Chuck – Dualtone/Decca CD

Oggi non sono qui per dirvi, ammesso che ce ne sia il bisogno, chi era Chuck Berry (per questo vi rimando al mio “necrologio”, postato tre mesi fa alla notizia della sua scomparsa alla bella età di 90 anni http://discoclub.myblog.it/2017/03/19/la-morte-questa-volta-purtroppo-fa-90-se-ne-e-andato-anche-chuck-berry-la-vera-leggenda-del-rock-and-roll/ ): ribadisco solo che siamo di fronte ad un personaggio che, se solo fosse nato con la pelle bianca, e magari fosse stato un po’ meno ribelle e più “paraculo”, oggi sarebbe considerato il re del rock’n’roll al pari e forse più di Elvis Presley. In realtà in questo post si parlerà solo di musica, e per l’esattezza dell’ultimo (in tutti i sensi, forse) album del grande rocker di St. Louis, un disco che era pronto dallo scorso Settembre e che ora è diventato postumo, un lavoro di grande importanza anche perché è il primo in studio da Rock It! del 1979. Ma Chuck non è il disco di una vecchia gloria che rinverdisce qualche suo evergreen magari duettando con ospiti che c’entrano come cavoli a merenda (qualcuno ha detto Tony Bennett?), ma, pur con qualche comprensibile momento di media caratura, un riuscito disco di puro e semplice rock’n’roll vecchio stile, il tutto scritto, suonato e cantato esattamente come negli anni cinquanta. Qualche ospite, come vedremo, c’è, ma intanto sono musicisti veri e non superstars, e poi sono funzionali al progetto: l’album, che comprende dieci canzoni nuove di zecca (di tempo per scriverle ne ha avuto), è prodotto dallo stesso Berry, e vede in session una band ridotta ma compatta composta da Jimmy Marsala al basso, Keith Robinson alla batteria e Robert Lohr al piano, ma è anche un affare di famiglia, in quanto ci sono due dei cinque figli di Chuck, Charles Berry Jr. ed Ingrid Berry (rispettivamente alla chitarra ed armonica) ed il nipote Charles Berry III, sempre alla chitarra; dulcis in fundo, tre apprezzabili interventi delle “nuove leve” Tom Morello, Nathaniel Rateliff e Gary Clark Jr.

E poi naturalmente c’è lui, Chuck, in forma smagliante se teniamo conto che stiamo parlando di un novantenne, con una voce ancora giovanile e l’energia di un ragazzino: il disco forse non è un capolavoro, in quanto presenta più di un riempitivo (e forse avrebbe avuto bisogno di un vero produttore), ma sinceramente, considerando la statura dal personaggio, dovremmo solo essergli grati per averci concesso un’ultima testimonianza prima di lasciarci per sempre. Inizio a tutta birra con Wonderful Woman, cinque minuti di scintillante rockin’ boogie, con un chitarrone ritmico alla Duane Eddy e ficcanti riff da parte di Chuck, che rilascia anche alcuni brevi ma efficaci assoli (e me lo immagino impegnato nel suo celebre duckwalk), ai quali risponde da par suo Gary Clark Jr. Big Boys è invece il pezzo che vede Morello alla solista e Rateliff alle armonie vocali, ma la canzone inizia con il tipico attacco dei rock’n’roll del nostro (per intenderci alla Roll Over Beethoven, Sweet Little Sixteen, ecc. ecc.), e pure il resto si conferma irresistibile come ai vecchi tempi (e Morello non eccede come spesso gli capita): non è autoriciclaggio, e anche se fosse stiamo comunque parlando di colui che questo genere lo ha inventato; Berry amava molto anche il blues, e ne dà un esempio con You Go To My Head, dal tempo strascicato e mood quasi lascivo, che ci fa capire l’enorme influenza che ha avuto sui Rolling Stones. 3/4 Time (Enchiladas) è ripresa dal vivo, ed è un valzerone un po’ sghembo in cui il nostro dà l’impressione di improvvisare il testo, poco più di un gustoso divertissement.

Darlin’ è invece un lento molto anni cinquanta, leggermente country e con un gran lavoro di piano (e le backing vocals dei New Respects, un quartetto di colore per tre quarti al femminile proveniente da Nashville), mentre Lady B. Goode è uno dei pezzi centrali dell’album, il seguito della celeberrima Johnny B. Goode (ce n’era già stato un altro, Bye Bye Johnny), virato però al femminile, ed anche musicalmente siamo da quelle parti, grandissimo rock’n’roll. La pianistica She Still Loves You, dal ritmo vagamente jazz, è un brano un po’ interlocutorio, direi nella media (anche se piano e chitarra lavorano di fino), Jamaica Moon è solare e quasi caraibica come da titolo, ma pure questa non è indimenticabile; Dutchman è un rock blues in cui Chuck non canta ma parla, comunque abbastanza piacevole, mentre Eyes Of Man chiude il CD con un altro blues elettrico di buona fattura.

Forse Chuck non verrà ricordato nei tempi dei tempi come uno dei capolavori di Chuck Berry, ma è un disco più che onesto e con tre-quattro zampate da vecchio marpione, un modo decisamente dignitoso di congedarsi da questa valle di lacrime.

Marco Verdi

Se Fosse Anche Inciso Bene Sarebbe Perfetto, 3. Flamin’ Groovies – Live 1971 San Francisco

flamin' groovies live 1971 san francisco

Flamin’ Groovies – Live 1971 San Francisco – S’more Entertainment/Rockbeat Records

Non bastassero le decine, anzi centinaia di CD radiofonici dal vivo, pubblicati ogni anno da più o meno improbabili etichette inglesi e il materiale ufficiale di etichette europee, anche negli States case come Real Gone Music o Cleopatra (sic) sono sempre alla ricerca di concerti “inediti”, spesso interessantissimi. Non stiamo ad indagare sulla legalità o meno di queste operazioni, forse òp dovremmo fare sulle dimensioni di questo mercato parallelo, dove spesso diventa difficile anche scoprire se uno sta comprando più volte gli stessi Live, con copertine e titoli diversi. Anche la californiana Rockbeat Records ogni tanto si lancia nell’agone: ricordo dal loro catalogo il bellissimo Irishman In New York di Rory Gallagher http://discoclub.myblog.it/2015/05/25/archivi-inesauribili-rory-gallagher-irishman-new-york/ , o il Live 1968 Carousel Ballroom degli Electric Flag con Erma Franklin, sul loro sito attribuito a Irma Thimas (chi cacchio è ?!?), per citarne un paio tra i più interessanti. Le loro ultime due uscite sono questo Live 1971 San Francisco dei Flamin’ Groovies e un CD dal vivo del 1973 di Commander Cody di cui leggerete in seguito sul Blog, entrambi notevoli. Tutto bene quindi? Più o meno: se non fosse che il concerto in questione non fosse già uscito nel 1997 per la Norton Records e sia, pare, ancora in produzione, come In person, oltre a tutto con due brani in più registrati al Matrix nel 1970.

Fatta questa doverosa promessa, e avvisati i naviganti (del web), veniamo al concerto: siamo al Fillmore West di San Francisco, nei famosi ultimi giorni del locale, il 30 giugno 1971, Bill Graham, tra i tanti gruppi chiamati a festeggiare il canto del cigno della sua creatura, invita anche i Flamin’ Groovies. Il rapporto del famoso manager con la band californiana era abbastanza ondivago; un giorno li esaltava e l’altro li trattava come “merdacce” (per dirla alla Fantozzi), come ricorda il loro leader Cyril Jordan, nelle interessanti note contenute nel libretto, che però suonano “strane”, visto che nella prima parte sono scritte in terza persona e nella seconda parte in prima, e nel retrocopertina il nostro è ringraziato come “Jordon”. Comunque a noi interessa la musica, tenendo conto che già allora i Flamin’ Groovies, nel loro momento di massimo fulgore, avevano una fama e popolarità inversamente proporzionali alla loro bravura. Il concerto non è inciso splendidamente per usare un eufemismo, diciamo che è un discreto radiofonico, con la voce e la strumentazione che ogni tanto partono per la tangente, vanno e vengono, o diventano confuse e raffazzonate a livello tecnico, ma non si discute sui contenuti. Intanto è ancora in formazione Roy Loney, voce e chitarra solista, ma non Tim Lynch, appena sostituito alla chitarra da James Ferrell, completano la formazione Jordan, anche lui chitarra e voce, tuttora il leader indiscusso della band, George Alexander al basso, e all’occorrenza cantante, oltre a Danny Mihm alla batteria.

Il gruppo, dopo l’ottimo Supersnazz del 1969, aveva pubblicato due capolavori assoluti del R&R, Flamingo nel 1970 e Teenage Head nel 1971, due dischi che non si può fare a meno di avere, se non li avete magari comprateli prima di questo Live, e se già li possedete sapete cosa aspettarvi. Un quintetto che fonde in una unica formazione, il pop brillante e geniale dei Beatles e il rock “sporco e cattivo” degli Stones, con in più ampie razioni di R&R selvaggio e primigenio e folate di British Invasion. Prendete il primo brano, dopo l’introduzione di Bill Graham, una I Can’t Explain degli Who che non ha nulla da invidiare come grinta, potenza e anche raffinatezza nelle armonie vocali a quella della band di Townshend (si sentisse anche bene, sarebbe perfetta), con un muro di chitarre in azione. E pure la loro versione di Sweet Little Rock’N’Roller non scherza, con garage e beat aggiunti alla classica razione di selvaggio R&R immancabile nel loro sound; notevole la versione di Have You Seen My Baby di Randy Newman, appena uscita su Teenage Heat, che rivolta l’originale in un tourbillon di chitarre e voci che ricorda molto i Beatles più rock, o ancora una lunga e epica Road House, tratta da Flamingo, scritta da Loney e Jordan, che lancia anche strali psych e garage in una versione potente e tirata, con le tre chitarre impegnatissime, oltre a basso e batteria in libertà,, peccato non si senta benissimo, ma si intuisce la tempra del loro rock impetuoso.

Doctor Boogie è più stonesiana e bluesata, mentre Slow Death è uno dei loro brani migliori (uscirà solo come singolo), con la slide che impazza sul testo anti-droghe con una grinta incredibile. Che prosegue nella loro versione monstre di Shakin’ All Over, che forse come forza e “viulenza” supera anche quella degli Who e Jagger (che Loney in parte ricordava) nel 1971 disse che i Groovies forse erano superiori anche a loro nel fondere blues e R&R in un contesto moderno, sentire per credere! Anche Teenage Head emana una potenza devastante, come pure la loro cover devastante di Louie Louie, quasi otto minuti di uragano sonoro. E non bastasse nel bis ci aggiungono anche Walkin’ The Dog, in una versione che avrebbe reso orgogliosi anche Jagger e Richards. Senza Loney poi Jordan si sarebbe dedicato ad “inventare” il power pop in Shake Some Action, ma quella è un’altra storia. Come detto quindi, se fosse anche inciso bene e non lo avessero già pubblicato con un altro titolo, sarebbe perfetto, ma comunque se non lo avete merita assolutamente.

Bruno Conti

La Morte Questa Volta Purtroppo Fa 90: Se Ne E’ Andato Anche Chuck Berry, La “Vera” Leggenda del Rock And Roll!

chuck berry young chuck berry old

Qualche mese fa avevo pubblicato un Post dove si festeggiavano i 90 anni di Chuck Berry (lo potete leggere qui http://discoclub.myblog.it/2016/10/18/oggi-il-rock-and-roll-fa-90-soprattutto-chuck-berry-che-li-compie/ ), e quindi per parole, immagini, e tanti video, avevo già espresso la mia sconfinata ammirazione per quello che è stato probabilmente il più grande interprete del R&R di tutti i tempi, lo ribadisco oggi, insieme al mio rammarico per la sua purtroppo non inattesa (vista l’età) scomparsa. Lo vedete subito sotto insieme a due dei suoi “discepoli” preferiti! Quindi oggi il ricordo e il tributo sono a cura dell’amico Marco Verdi. Vi lascio alla lettura.

Bruno Conti

chuck berry john lennonchuck berry keith richards

Ormai è da un paio d’anni che i musicisti cadono come birilli al bowling, anche se in quest’ultimo caso, data l’età, novanta anni, ce lo potevamo anche aspettare; è però la caratura del personaggio che rende la perdita gravissima: è morto ieri, per cause ancora da stabilire, Charles Edward Anderson Berry, noto al mondo come Chuck Berry, vera e propria leggenda del rock’n’roll e tra gli inventori del genere. Anzi, per fare un paragone, Berry aveva per il rock’n’roll la stessa importanza di Hank Williams per la musica country e di Bob Dylan per la figura del cantautore moderno, in quanto fu il primo vero autore di canzoni rock (cosa che per esempio Elvis Presley non fu mai), con un songbook strepitoso e che lo fece diventare una figura di riferimento per tutti i musicisti rock (e non solo) di lì a venire, oltre ad essere anche un funambolico chitarrista, che inventò anche il tanto imitato duck walk (o davvero qualcuno pensava che fosse un’idea di Angus Young?). Nativo del Missouri, Chuck ebbe una giovinezza problematica, che lo portò diverse volte in riformatorio ed in prigione (anche per rapina a mano armata): appassionato di musica fin da giovanissimo, suonò in diverse band giovanili, fino a quando fu notato dal grandissimo pianista Johnnie Johnson che lo invitò a suonare nel suo gruppo. Talento naturale per il songwriting, Chuch fu in seguito raccomandato da Muddy Waters a Leonard Chess, fondatore della mitica Chess Records, per la quale Berry iniziò ad incidere nel 1955 (Maybellene fu il suo primo singolo).

A poco a poco Chuck si fece notare nell’ambiente, e molte sue canzoni divennero dei successi che lo affermarono come il più completo rock’n’roller in circolazione (e non è che in quegli anni la concorrenza non ci fosse: oltre ad Elvis, basti ricordare Carl Perkins, Roy Orbison, Buddy Holly, Gene Vincent, Eddie Cochran, Fats Domino, Bo Diddley e Jerry Lee Lewis, che ormai è rimasto l’unico ancora tra noi): diversi suoi brani entrati di diritto nel songbook americano provengono dal triennio 1955-1958 (Johnny B. Goode, Roll Over Beethoven, Too Much Monkey Busuness, Brown Eyed Handsome Man, Rock And Roll Music, Sweet Little Sixteen solo per citare le più note). Se Chuck non diventò la superstar numero uno del genere fu prima di tutto a causa del colore della sua pelle, dato che negli anni cinquanta i neri in America erano ancora considerati cittadini di serie B, ma anche per la sua attitudine non proprio da angioletto, che gli fece avere altri guai giudiziari (culminati con l’aver avuto rapporti con una minorenne, tra l’altro fatta entrare illegalmente in America proprio da lui, un “amico” di Trump) e che compromise di fatto la sua carriera negli anni a venire. Chuck continuò ad incidere negli anni sessanta e settanta (decade nella quale tornò alla Chess), pubblicando diverse canzoni diventate poi famose come Let It Rock, Nadine, You Never Can Tell, Promised Land, My Ding-A-Ling, ma senza più assaporare il successo, smettendo di fatto di incidere nel 1979 con l’album Rock It (ma è di qualche mese fa la notizia che quest’anno avremo il primo lavoro in studio di Berry in 40 anni, intitolato semplicemente Chuck, album che ora assume ancora più importanza proprio a causa della sua scomparsa).

Come accennavo prima, Berry è stata una figura fondamentale per generazioni di musicisti venuti dopo di lui, in tutti i generi dal folk, al rock, al country fino al metal (e la pioggia di tweet pubblicati da varie celebrità nelle ultime 24 ore lo dimostra): per i Beatles (che incisero Roll Over Beethoven e Rock And Roll Music) era un idolo assoluto (specie per Lennon, che si esibì anche con lui nel famoso concerto di Toronto del 1969), per i Rolling Stones forse anche qualcosa in più di un idolo, direi una sorta di “padre musicale”, i Beach Boys rubarono il riff di Sweet Little Sixteen per la loro Surfin’ U.S.A., perfino un gruppo lontano dalle tematiche del nostro come la Electric Light Orchestra rivoltò come un calzino la sua Roll Over Beethoven e la fece diventare una hit planetaria (e l’unico singolo del gruppo a non portare la firma di Jeff Lynne). La figura di Berry era nell’immaginario collettivo a tal punto che anche nei film veniva citato spesso: i due casi più famosi che mi vengono in mente sono Michael J. Fox che suona una scatenata Johnny B. Goode di fronte ad un pubblico esterrefatto in Ritorno Al Futuro (e con Marvin Berry, cugino realmente esistito del nostro, che dal backstage fa sentire al telefono a Chuck la canzone fornendogli così l’ispirazione), ed il famoso ballo di John Travolta ed Uma Thurman sulle note di You Never Can Tell in Pulp Fiction.

Per chi ancora non conoscesse l’immenso body of work di Chuck, oltre almeno al primo album After School Session, consiglio le tre imperdibili raccolte dedicate al periodo Chess, uscite nel 2008 (gli anni cinquanta), 2009 (i sessanta) e 2010 (i settanta), a meno che non vogliate spendere una fortuna ed accaparrarvi il megabox uscito nel 2014 per la Bear Family Rock And Roll Music: The Complete Studio Recordings. Vorrei ricordare Chuck con un brano tratto dal bellissimo film-concerto del 1987 Hail! Hail! Rock’n’Roll, nel quale Chuck si autocelebrava sul palco del Fox Theatre della natia St. Louis accompagnato da gente del calibro di Keith Richards, Eric Clapton, Robert Cray, Etta James, nonché il suo scopritore Johnnie Johnson. Lo vedete appena sopra.

Rest In Peace, Mr. Johnny B. Goode.

Marco Verdi

Il Meglio Del 2016, Ultima Appendice. Le Scelte del Buscadero

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Siamo all’inizio del 2017, ma visto che come sapete ci scrivo, mi permetto di aggiungere le scelte della redazione Buscadero per i migliori dischi (e ristampe) del’anno appena passato. Vi propongo le prime quindici posizioni della classifica, considerando che molti titoli sono risultati ex aequo come numero di voti.

Poll 2016

Disco Dell’Anno

van morrison keep me singingvan morrison it's too late 3cd+dvd

Van Morrison – Keep Me Singing 21 voti (considerando che la ristampa di It’s Too Late To Stop Now II, III, IV & DVD ha avuto 6 voti)

leonard cohen you want it darker

Leonard Cohen – I Want It Darker 14 voti

Rolling Stines - Blue&Lonesome

Rolling Stones – Blue & Lonesome 10 voti (compresi 2 per il Live Havana Moon)

avett brothers true sadness

Avett Brothers – True Sadness 8 voti

billy bragg joe henry shine a light

Billy Bragg & Joe Henry – Shine A Light 8 voti

bob weir blue mountain

Bob Weir – Blue Mountain 7 voti

mudcrutch 2

Mudcrutch – 2 7 voti

peter wolf a cure for loneliness

Peter Wolf – A Cure For Loneliness 6 voti

bob dylan 1966live-480x480

Bob Dylan – The 1966 Live Recordings Box Set 6 voti (compresi 2 per Fallen Angels)

vinicio capossela canzoni della cupa

Vinicio Capossela – Le Canzoni Della Cupa 6 voti

tedeschi trucks band let me get by

Tedeschi Trucks Band – Let Me Get By 6 voti

lucinda williams the ghosts of highway 20

Lucinda Williams – The Ghost Of Highway 20 6 voti

nick cave skeleton tree

Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree 6 voti

david bowie blackstar 2

David Bowie – Blackstar 6 voti

ryley-walker-golden-sings-that-have-been-sung

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung 5 voti

E’ tutto, da domani riprendiamo con alcune delle anticipazioni dei dischi più interessanti in uscita a Gennaio.

Bruno Conti

Il Resto Del Meglio Secondo Disco Club. Annata Musicale 2016, Parte II

3-scimmie1

Eccoci alla seconda parte della lista dei migliori dischi del 2016, secondo il vostro Blogger preferito, spero!

michael kiwanuka love & hate

Michael Kiwanuka – Love And Hate

felice brothers life in the dark

Felice Brothers – Life In The Dark

aaron neville apache

Aaron Neville – Apache

joe bonamassa blues of desperationjoe bonmassa live at the greek theatre 2 cd

Joe Bonamassa – Blues Of Desperation

Joe Bonamassa – Live At The Greek Theatre

ryley-walker-golden-sings-that-have-been-sung

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung

kiefer sutherland down in a hole

Kiefer Sutherland – Down In The Hole

Fabrizio Poggi Texas-Blues-Voices

Fabrizio Poggi And The Amazing Texas Blues Voices

steepwater band shake your faith

Steepwater Band – Shake Your Faith

james maddock jimmy immy live in italia

James Maddock/David Immergluck – Jimmy/Immy w/Alex Valle Live In Italia

kenny neal bloodline

Kenny Neal – Bloodline

jack ingram midnight motel

Jack Ingram – Midnight Motel

seth walker gotta get back

Seth Walker – Gotta Get Back

dwight yoakam swimmin' pools

Dwight Yoakam – Swimmin’ Pools, Movie Stars…

parton harris ronstadt the complete trio collection

Dolly Parton/Emmylou Harris/Linda Ronstadt – The Complete Trio Sessions

reckless kelly sunset motel

Reckless Kelly – Sunset Motel

nick cave skeleton tree

Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree

led zeppelin complete bbc sessions front

Led Zeppelin – The Complete BBC Sessions

frankie miller's double take front

Frankie Miller’s Double Take

luke winslow-king i'm glad trouble don't last always

Luke Winslow-King – I’m Glad Trouble Don’t Last Always

bob weir blue mountain

Bob Weir – Blue Mountain

phish big boat

Phish – Big Boat

leonard cohen you want it darker

Leonard Cohen – I Want It Darker

nitty gritty dirt band circlin' back

Nitty Gritty Dirt Band – Circlin’ Back Celebrating 50 Years

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Richard Lindgren – Malmostoso

dear jerry celebrating the music of jerry garcia 2 cd

Dear Jerry – Celebrating The Music Of Jerry Garcia

madeleine peyroux secular hymns

Madeleine Peyroux – Secular Hymns

david bromberg band the blues, the whole blus and nothing but the blues

David Bromberg Band – The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues

melissa etheridge MEmphis rock and soul

Melissa Etheridge – Memphis Rock And Soul

joanne shaw taylor wild

Joanne Shaw Taylor – Wild

otis clay live in switzerland

Otis Clay – Live In Switzerland, 2006

john prine for better, or worse

John Prine – For Better, Or Worse

the shelters

The Shelters – The Shelters

tim buckley lady, give me your key

Tim Buckley – lady, give me your key

life and songs of emmylou harris

The Life & Songs Of Emmylou Harris CD+DVD

planxty between the jigs and the reels

 Planxty – Betwen The Jigs And The Reels A Retrospective CD+DVD

stevie nicks bella donna

Stevie Nicks – Bella Donna

jimmy ragazzon songbag

Jimmy Ragazzon – SongBag

blue rodeo 1000 arms

Blue Rodeo – 1000 Arms

townes van zandt's last set

Lowlands And Friends Play Townes Van Zandt’s Last Set

Rolling Stones - Blue & Lonesome cd

Rolling Stones – Lonesome and Blues

Direi che è tutto. Ho lasciato fuori qualcosa da queste due liste (e da quella “ufficiale” dell’11 dicembre)? Può essere, ma credo di avere di avere quasi esagerato. In attesa delle prime uscite targate 2017 e comunque con aggiornamenti giornalieri del Blog su uscite passate e future.

Bruno Conti

 

 

Un Appuntamento Quasi “Inevitabile”! Johnny Winter – Live Bootleg Series Vol. 13

johnny-winter-live-bootle-series-vol-13

Johnny Winter  – Live Bootleg Series vol. 13 – Friday Music

Prosegue la pubblicazione degli archivi Live di Johnny Winter, siamo ormai arrivati al capitolo n° 13. Come al solito il curatore ufficiale della serie Paul Nelson, incaricato da un fantomatico “Johnny Winter Music Archive” autorizzato dagli eredi del texano (??), non ci dice assolutamente nulla sulla provenienza del materiale, anno, località, musicisti impiegati: come di consueto si intuisce che dovrebbe esserci Jon Paris al basso e all’armonica (quindi siamo tra il 1979 e il 1989, anni in cui Paris ha militato nella band di Johnny) e si presume che il batterista potrebbe essere Bobby Torello (fino al 1983) o Tom Compton (negli anni a seguire, più probabile), quindi l’arco temporale si restringe Questa volta la qualità sonora è meno discontinua del solito: merito forse di Joe Reagoso che ha curato il mastering? Può essere.

Sta di fatto che il suono in questo volume è piuttosto buono, la musica ovviamente non si discute: a partire da una fulminante versione di Mean Town Blues, uno dei classici assoluti di Johnny, sin dai tempi di The Progressive Blues Experiment del 1968, poi a Woodstock e in Johnny Winter And Live, e da lì all’eternità, con la slide che viaggia a velocità supersoniche per quasi dieci minuti, con la solita classe e ferocia dell’albino texano, ottimo anche Paris al basso, per un perfetto esempio di power trio all’ennesima potenza. E niente male neppure la successiva Mojo Boogie, un brano di JB Lenoir che era su 3rd Degree, il disco per la Alligator del 1986, con Paris anche all’armonica e Winter nuovamente fantastico alla slide. In Last Night, uno slow blues scritto da Little Walter, la qualità del suono peggiora giusto un filo, rimanendo comunque molto buona, ma il brano, ripreso anche in Roots, il disco del 2011 registrato con vari ospiti (nel caso John Popper all’armonica) è comunque un fulgido esempio del Winter più rigoroso nella sua fedeltà alle 12 battute, riviste sempre attraverso la sua ottica unica e con la consueta grinta travolgente, all’armonica, penso sempre Paris.

Walking By Myself, il pezzo di Jimmy Rodgers, di nuovo con i duetti tra l’armonica di Paris e la solista di Winter, rientra più nella media delle esibizioni del nostro, buona ma per lui quasi normale, si fa per dire, perché la chitarra è sempre fantastica, anche se il suono è più pasticciato. E Mad Dog, un brano che era su Guitar Slinger del 1984, è indubbiamente tra i brani meno noti nell’immenso songbook del musicista texano, quindi una gradita aggiunta, ma niente per cui stracciarsi le vesti, mentre Don’t Take Advantage Of Me, il brano di Lonnie Brooks, è proposta in una versione hendrixiana, con il pedale wah-wah  spesso pigiato a manetta, per un omaggio al mancino di Seattle e alle sue sonorità, ma pure con citazioni dei Cream e di altri pilastri del rock-blues in trio. In conclusione anche un omaggio agli amati Rolling Stones, con una breve ma intensa versione di Gimme Shelter, solo strumentale, abbastanza irriconoscibile e, peccato, lunga meno di tre minuti, per quanto sempre ricca di fascino. Se avete già gli altri dodici, anche questo non può mancare alla vostra collezione, tenendo conto che è uno dei migliori della serie, che ultimamente è diventata “limitata” e piuttosto costosa.

Bruno Conti

E Anche Quest’Anno E’ Arrivato Quel Momento: Il Meglio Del 2016 In Musica Secondo Disco Club!

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Come tutti gli anni, intorno a questo periodo (anzi quest’anno siamo in ritardo), è giunto il momento di tirare le somme, nel nostro piccolo, su quello che è successo in ambito musicale nel 2016. Ecco le classifiche dei migliori dischi di questa annata dei collaboratori di Disco Club (esatto siamo i tre che vedete sopra). Poi, nei prossimi giorni, sul Blog troverete anche una panoramica su quello che hanno detto riviste e siti musicali in giro per il mondo. La prima lista è quella del titolare, che è poi quella “ufficiale” che troverete anche sul primo numero del Buscadero del nuovo anno, e a cui, come di consueto, ed essendo la più breve delle tre, mi riservo di aggiungere alcune postille in questo countdown verso il 2017. Per il momento però, e in ordine rigorosamente sparso….

Top Of The Year 2016

van morrison keep me singingvan morrison it's too late 3cd+dvd

Van Morrison – Keep Me Singing + It’s Too Late To Stop Now Volume II, III, IV & DVD

pink floyd the early years

Pink Floyd – The Early Years 1965-1972

Beth-Hart-Fire-On-The-Floor-cover

Beth Hart – Fire On The Floor

pentangle finale

Pentangle – Finale

bob dylan 1966live-480x480

Bob Dylan – The 1966 Live Recordings

eric clapton live in san diego

Eric Clapton With JJ Cale – Live In San Diego

musical mojo of dr.john

The Musical Mojo of Dr. John: A Celebration of Mac & His Music

jimmy barnes soul searchin

Jimmy Barnes – Soul Searchin’

avett brothers true sadness

Avett Brothers – True Sadness

christy moore lily 1

Christy Moore – Lily

day of the dead

Various Artists – Day of The Dead

mudcrutch 2

Mudcrutch 2

bonnie raiitt dig in deep

Bonnie Raitt – Dig In Deep

westies six on the outmichael mcdermott willow springs

Westies – Six On The Out/Michael McDermott –  Willow Spring

 bruce springsteen born to run book

Libro: Bruce Springsteen – Born To Run

 rolling stones havana moon cd

Film: Havana Moon Rolling Stones  

La prima postilla, che aggiungo al volo, considerando che come al solito la classifica mi è stata “carpita” al volo ed era quella del nanosecondo in cui l’ho concepita, è il nuovo album degli Stones che nel momento in cui sceglievo non era ancora uscito.

Rolling Stines - Blue&Lonesome

Rolling Stones – Blue And Lonesome

Bruno Conti

Queste, per ora, sono le mie scelte, passiamo agli altri collaboratori, iniziando da Valenza AL.

I BEST DEL 2016.

Disco Dell’Anno: Mudcrutch – 2

mudcrutch 2

Piazza D’Onore: Runrig – The Story

runrig the story

Gli Altri 8 Della Top 10:

phish big boat

Phish – Big Boat

Rolling Stones – Blue And Lonesome

leonard cohen you want it darker

Leonard Cohen – You Want It Darker

bob weir blue mountain

Bob Weir – Blue Mountain

rides pierced arrow

The Rides – Pierced Arrow

santana iv

Santana – IV

goats don't shave turf man

Goats Don’t Shave – Turf Man Blues

the shelters

The Shelters – The Shelters

I “Dischi Caldi”:

peter wolf a cure for loneliness

Peter Wolf – A Cure For Loneliness

Van Morrison – Keep Me Singing

tedeschi trucks band let me get by deluxe

Tedeschi Trucks Band – Let Me Get By

Ristampe:

pink floyd early years box

Pink Floyd – The Early Years 1965-1972

ian hunter stranded in reality

Ian Hunter – Stranded In Reality

Album Dal Vivo Nuovi:

joan baez 75th celebration

Joan Baez – 75th Birthday Celebration

dear jerry celebrating the music of jerry garcia 2 cd

VV.AA: Dear Jerry

Eric Clapton – Live In San Diego with JJ Cale

Album Dal Vivo Ristampe:

Van Morrison – It’s Too Late To Stop Now II, III, IV & DVD

rolling stones totally stripped european version

Rolling Stones – Totally Stripped

DVD/BluRay: Rolling Stones – Havana Moon

Concerto: Bruce Springsteen/San Siro 3 e 5 Luglio

Canzone: Mudcrutch – Trailer

Runrig – Onar

Cover Album: The National & Friends – Day Of The Dead

Cover Song: Karl Blau – Woman (Sensuous Woman)

L’Esordio: The Shelters: The Shelters

La Sorpresa: Santana – IV (dopo duecento anni di dischi non degni, finalmente un grande album per il chitarrista californiano)

La Delusione: Neil Young – Peace Trail

Disco Da Evitare: ce ne sarebbero tanti, ma segnalerei Keith Urban – Ripcord, un album che può provocare anche gravi problemi intestinali

alan parsons tales of mystery

Piacere Proibito: The Alan Parsons Project – Tales Of Mystery And Imagination 40th Anniversary

“Sola” Dell’Anno: The Band – The Last Waltz 40th Anniversary

 Bruce Springsteen – Chapter And Verse

Evento Dell’Anno “Bello”: il Nobel a Bob Dylan

Evento Dell’Anno “Brutto”: le tante, troppe morti eccellenti

Marco Verdi

E per finire trasferiamoci in provincia di Pavia.

IL MEGLIO DEL  2016

Disco Dell’Anno

leonard cohen you want it darker

Leonard Cohen @ You Want It Harder

Canzone Dell’Anno

Love Sweet Love @ Archie Roach

Cofanetto Dell’Anno

Van Morrison @ …It’s Too Late To Stop Now… (Volumes II-III-IV & DVD)

Ristampa Dell’Anno

john cale fragments of a rainy

John Cale @ Fragments Of A Rainy Season

Tributo Dell’Anno

a tribute to jack hardy

Jack Hardy & Friends @ A Tribute To Jack Hardy

Disco Rock

Van Morrison @ Keep Me Singing

Disco Folk

runrig the story

Runrig @ The Story

Disco Country

dwight yoakam swimmin' pools

Dwight Yoakam @ Swimmin’ Pools, Movie Stars…

Disco Soul

michael kiwanuka love & hate

Michael Kiwanuka @ Love And Hate

Disco Blues

Rolling Stones @ Blue & Lonesome

Disco Jazz

charlie haden time life

Charlie Haden & Liberation Music Orchestra @ Time/Life (Song For The Whales And Other Beings)

Disco World Music

bombino azel

Bombino @ Azel

Disco Rhythm & Blues

nathaniel rateliff a little something more

Nathaniell Rateliff @ A Little Something More From

Disco Oldies

otis redding live at the whisky a go go

Otis Redding @ Live At The Whisky A Go Go

Disco Live

joe grushecky american babylon live

Joe Grushecky & The Houserockers @ American Babylon Live At The Stone Pony

Artista Italiano

michele gazich la via del sale

Michele Gazich @ La Via Del Sale

Disco Italiano

townes van zandt's last set

Lowlands @ Play Townes Van Zandt’s Last Set

Colonna Sonora

nick cave hell or high water

NickCave & Warren Ellis @ Hell Or High Water

Dvd Musicale

Rolling Stones @ Havana Moon

 GLI ALTRI

 marlon williams

Marlon Williams @ Marlon Williams

Luther Dickinson @ Blues & Ballads – A Folsinger’s Songbook Volumes I & II

grant-lee phillips the narrows

Grant-Lee Phillips @ The Narrows

nick cave skeleton tree

NickCave @ Skeleton Tree

Peter Wolf @ A Cure For Loneliness

Archie Roach @ Let Love Rule

Jimmy Barnes @ Soul Searchin’

https://www.youtube.com/watch?v=nwLZ271g-jg

dirk hamilton touch and go

Dirk Hamilton @ Touch And Go

Ryan Bingham @ Live

Beth-Hart-Fire-On-The-Floor-cover

Beth Hart @ Fire On The Floor

lucinda williams the ghosts of highway 20

Lucinda Williams @ The Ghosts Of Highway 20

janiva magness love wins again

Janiva Magness @ Love Wins Again

mary chapin carpenter

Mary Chapin Carpenter @ The Things That We Are Made Of

chris pureka back in the ring

Chris Pureka @ Back In The Ring

Thalia Zedek Band @ Eve

Marianne Faithfull @ No Exit

melissa etheridge MEmphis rock and soul

Melissa Etheridge @ Memphis Rock And Soul

Dana Fuchs @ Broken Down Acoustic Sessions

mavis staples livin' on a high note

Mavis Staples @ Livin’ On A High Note

 

Tindersticks @ The Waiting Room

pines above the prairie

Pines @ Above The Prairie

goats don't shave turf man

Goats Don’t Shave @ Turf Man Blues

richmond fontaine you can't go back

Richmond Fontaine @ You Can’t Go Back If There’s…

blue rodeo 1000 arms

Blue Rodeo @ 1000 Arms

Mystix @ Live Rhythm And Roots

Solas @ All These Years

national park radio the great divide

National Park Radio @ The Great Divide

okkervil river away

OkkervilRiver @ Away

Whiskey Myers @ Mud

Tino Montanari

Direi che per il momento, ma solo per il momento, è tutto, almeno per quanto mi riguarda e anche per le classifiche internazionali.

Bruno Conti

Lo Hanno Fatto Per Davvero…E Alla Grande! Rolling Stones – Blue And Lonesome

Rolling Stines - Blue&Lonesome

Rolling Stones – Blue And Lonesome – Polydor/Universal CD

Quando diversi mesi fa si era sparsa la voce non confermata di un possibile album a carattere blues da parte dei Rolling Stones, quindi molto prima dell’annuncio ufficiale avvenuto lo scorso 6 Ottobre, le reazioni erano state perlopiù scettiche, in quanto sembrava strano a tutti che un gruppo attento al marketing come loro, che non muove un passo che non sia studiato nei minimi dettagli (e che ama molto poco il rischio, basti vedere le scalette dei loro concerti, specie in grandi arene o stadi, da anni decisamente sovrapponibili data dopo data, in pratica un gigantesco greatest hits ambulante), potesse pubblicare un album così di nicchia come un disco di cover di classici del blues, soprattutto considerando il fatto che il loro ultimo lavoro di inediti di studio, A Bigger Bang, risaliva a ben undici anni fa. Pochi sapevano però che quel disco i nostri lo avevano già inciso, in tre giornate del Dicembre del 2015, e che conteneva effettivamente dodici riletture di brani a tema blues, e neppure tra i più famosi: ora che ho finalmente tra le mani Blue And Lonesome, uno degli album più attesi del 2016, posso affermare quindi che non solo le indiscrezioni erano vere, ma che siamo alle prese con un grandissimo disco, grezzo, diretto e ruspante come è giusto che sia un lavoro di questo tipo. Gli Stones hanno preso in esame canzoni che usavano suonare più di cinquant’anni fa, quando si esibivano nei piccoli club di Londra e non erano nemmeno famosi, una sorta di piccolo Bignami del più classico Chicago blues, ma suonato con la classe, l’esperienza ed il feeling di più di mezzo secolo di strada percorsa insieme.

Musica vera, potente, spontanea, suonata con grande forza e passione da un gruppo che non si è adagiato sugli allori di una carriera unica al mondo, ma che ha voluto rimettersi in gioco (un’ultima volta?) con un disco che è tutto meno che commerciale: tutti e quattro hanno registrato in presa diretta, e d’altronde tre giorni per fare un disco erano pochi anche negli anni sessanta, sotto la supervisione del produttore Don Was, che però non è dovuto intervenire più di tanto per determinare il risultato finale. Sapevamo che sia Keith Richards che Ron Wood sono cresciuti a pane e blues (mentre il background di Charlie Watts è più jazz), ma il dubbio era al massimo sulla resa da parte di Mick Jagger, dato che quando il cantante si è in passato espresso come solista, ha, quasi sempre, pubblicato solenni porcate: ebbene, il grande protagonista del CD è proprio Mick, che canta con una grinta ed una passione, unite alla sua voce eccellente e alla sua capacità di essere istrione delle quali non si dubitava di certo, che quasi sembra uno che per tutto questo tempo non abbia fatto altro che esibirsi in qualche fumoso juke joint di Chicago, a cui aggiungiamo un’abilità come armonicista che non gli ricordavo a questo livello. Come co-protagonisti nel disco troviamo nomi già ultranoti come il bassista Darryl Jones (che di recente ha espresso il legittimo desiderio di venire riconosciuto a tutti gli effetti un membro del gruppo, ma gli altri quattro non credo vogliano rinunciare ad una parte di guadagni per darla a lui), il grande Chuck Leavell al piano ed organo, con l’aggiunta dell’ottimo Matt Clifford sempre alle tastiere, del leggendario batterista Jim Keltner in un brano e, in due pezzi, l’inimitabile chitarra di Eric Clapton (che era nello studio attiguo a dare gli ultimi ritocchi al suo album I Still Do, uscito la scorsa primavera).

Come ho accennato, non ci sono classici blues straconosciuti (Robert Johnson non è presente nemmeno una volta tra gli autori), ma quasi sempre brani più oscuri, che per i nostri rappresentavano le radici, i primi passi, con Little Walter a spiccare come artista più omaggiato, subito seguito da Howlin’ Wolf ed altri; il CD (la cui copertina è l’unica cosa sulla quale ci si poteva spremere un po’ di più, sembra più un’antologia di brani blues che un disco nuovo) esce in due versioni: quella normale ed una deluxe in formato cofanetto che purtroppo costa circa trenta euro in più (tanti soldi!), pur non presentando canzoni aggiuntive, ma con uno splendido libretto ricco di foto tratte dalle sessions e con immagini dei bluesmen originali che hanno scritto i vari brani, oltre ad un ottimo saggio ad opera di Richard Havers, scrittore a sfondo musicale esperto di Stones. L’album inizia con Just Your Fool (Little Walter): subito gran ritmo e Mick che ci dà dentro di brutto all’armonica, suono spettacolare e grandissimo feeling (una costante del disco), un jumpin’ blues fatto alla maniera di una vera rock’n’roll band; una rullata potente ci introduce a Commit A Crime (Howlin’ Wolf), volutamente sporca e ruvida, con Keith e Ron che lavorano di brutto sullo sfondo e Mick che incalza da par suo, un pezzo teso e diretto come una lama, mentre la title track, ancora di Little Walter, è un blues lento, sudato, sexy e minaccioso come nella miglior tradizione delle Pietre, con il solito grande Jagger (un vero mattatore), un pezzo in cui avrei visto bene come ospite Stevie Ray Vaughan se fosse stato ancora tra noi. All Of Your Love (Magic Sam) mantiene l’atmosfera limacciosa e notturna, con ottimo lavoro di Jones e soprattutto di Leavell, grande classe: quello che emerge da questi primi quattro brani non è un mero esercizio calligrafico da parte di rockstar ricche e famose, ma musica suonata con grinta e passione come se avessero ancora la fame dei primi anni sessanta.

I Gotta Go (di nuovo Walter) è caratterizzata dal solito gran lavoro di armonica e dal ritmo spedito, con la splendida voce di Jagger a dominare un brano che nelle mani sbagliate poteva anche suonare scolastico; Everybody Knows About My Good Thing (Little Johnny Taylor) è il primo dei due pezzi con Clapton e, con tutto il rispetto per Richards e Wood, qui siamo su un altro pianeta: Eric avrà anche problemi alla schiena che lo hanno costretto a diradare l’attività, ma quando prende in mano la sua Fender per suonare il blues dà ancora dei punti a chiunque. La saltellante Ride ‘Em On Down, di Eddie Taylor, è puro e trascinante Chicago blues http://discoclub.myblog.it/2016/09/27/altro-tassello-nellinfinita-storia-delle-12-battute-eddie-taylor-session-diary-of-chicago-bluesman-1953-1957/ , con la sua puzza di fumo e whisky (e ca…spita se suonano!), Hate To See You Go, l’ultima delle quattro canzoni di Little Walter, è tutta costruita intorno ad un pressante riff di chitarra doppiato prima dall’armonica e poi dalla voce, un brano secco, tirato e potente, mentre Hoo Doo Blues (Lightnin’ Slim) assume ancora contorni minacciosi e viziosi, con strepitosi intrecci di armonica e chitarre, il tutto guidato dal drumming tonante ma preciso di Watts. Little Rain (Jimmy Reed) è lenta, quasi pigra, con Mick che si destreggia alla grande in questo blues sincopato dai toni afterhours; il CD si chiude con due brani scritti da Willie Dixon, uno per Howlin’ Wolf e l’altro per Otis Rush: la veloce e roccata Just Like I Treat You, ancora con Leavell in gran spolvero, e la fluida e vibrante I Can’t Quit You Baby (la più nota tra quelle presenti), ancora con Eric Clapton splendido Stone aggiunto.

Probabilmente il disco blues dell’anno, ed uno dei migliori di sempre degli Stones (capolavori esclusi): saranno anche la più grande rock’n’roll band di tutti i tempi, ma Blue And Lonesome dimostra che, se avessero voluto, potevano dire la loro anche come blues band.

Marco Verdi

Il “Solito” Live Degli Stones…Quindi Bello! The Rolling Stones – Havana Moon

rolling stones havana moon

The Rolling Stones – Havana Moon – Eagle Rock DVD – BluRay – DVD/2CD – DVD/3LP – Deluxe DVD/BluRay/2CD/Book

I Rolling Stones hanno pubblicato più dischi dal vivo negli ultimi vent’anni che nei trenta precedenti, praticamente ogni loro tour per così dire “recente” è stato seguito da una pubblicazione live: se poi aggiungiamo i dischi d’archivio (serie che al momento sembra essersi purtroppo interrotta), le ristampe (lo strepitoso box Totally Stripped) https://www.youtube.com/watch?v=8EWN8etWEsc , i concerti inediti del passato (Some Girls Live In Texas, Ladies And Gentlemen) ed i cofanetti multipli in DVD (i fantastici Forty Flicks e The Biggest Bang), siamo quasi a livelli da Grateful Dead. Il 25 Marzo di quest’anno le Pietre si sono esibite a Cuba, in un concerto per il quale la parola storico non è per una volta fuori luogo, in quanto è stata la prima volta in assoluto per una rock band nell’isola castrista: evento “doveva” essere, ed evento è stato, dato che i rockers britannici hanno suonato davanti ad una folla oceanica di circa un milione e duecentomila persone (il concerto era gratuito). La serata è stata prevedibilmente filmata e registrata, ed il risultato è questo Havana Moon (in uscita questo venerdì, 11 Novembre), pubblicato nella solita varietà di supporti come potete vedere sopra (e, solo per il mercato americano, esiste anche una versione BluRay + 2CD).

rolling stones havana moon dvd rolling stones havana moon cd

Si sa che gli Stones, soprattutto quando si ritrovano davanti ad una quantità di pubblico considerevole, non amano molto rischiare in termini di scaletta, anzi vanno abbastanza sul sicuro proponendo bene o male sempre gli stessi successi, e cambiando al massimo due-tre canzoni da una serata all’altra. Nello specifico, la setlist di questo Havana Moon (che nel film ufficiale del concerto comprende solo tredici canzoni, ma le altre sono comunque presenti come bonus) non è molto diversa da quella dell’ultimo live dei nostri, Sweet Summer Sun, che tre anni fa aveva immortalato lo show di Hyde Park, a Londra: le megahit ci sono tutte, anche se in qualche caso in ordine diverso, da Start Me Up a Jumpin’ Jack Flash, a It’s Only Rock’n’Roll a Tumbling Dice a Honky Tonk Women a Paint It Black a Sympathy For The Devil a Brown Sugar a Miss You, fino al finale ormai fisso con la splendida You Can’t Always Get What You Want e la chiusura pirotecnica di Satisfaction.

Le varianti rispetto al live di tre anni fa sono la sempre coinvolgente All Down The Line (con un grande Ronnie Wood), la buon Out Of Control e la classica Angie, da sempre una delle loro ballate più popolari, dedicata questa sera, come dice Mick Jagger, ai “romanticos”. Un live inutile quindi? Assolutamente no, prima di tutto perché gli Stones sono sempre gli Stones, hanno un repertorio che non ha nessuno e suonano sempre da Dio, e nonostante il passare degli anni (e sia Keith Richards che Charlie Watts hanno avuto il buon gusto di non tingersi i capelli) non hanno perso un’oncia del loro smalto: basti guardarsi l’uno-due che per me è da anni la parte migliore del concerto, cioè le torride Midnight Rambler e Gimme Shelter suonate in successione, per rendersi conto che questi ultrasettantenni danno ancora la paga a tutte le band composte da ragazzi che potrebbero essere i loro nipoti. Il merito va anche in gran parte al gruppo di sostegno che gira con loro da tempo, soprattutto al potente bassista Darryl Jones ed al formidabile Chuck Leavell alle tastiere (mentre per questa serata cubana niente ospitate né per Bill Wyman né per Mick Taylor).

Un altro live quindi tutto da godere, inciso benissimo e con le riprese video di qualità strepitosa (e se siete indecisi su quale formato prendere, vi consiglio la parte visiva, è davvero emozionante trovarsi davanti ad un tale fiume di persone), un ottimo antipasto in attesa della portata principale che verrà servita a Dicembre, cioè l’attesissimo disco blues Blue And Lonesome https://www.youtube.com/watch?v=WXR_SFxMUss .

Marco Verdi

Non E’ Nuovo, Ma E’ Come Se Lo Fosse! American Aquarium – The Bible & The Bottle

american aquarium the bible and the bottle

American Aquarium – The Bible & The Bottle – American Aquarium CD

Gli American Aquarium sono una delle band più prolifiche in ambito alternative country, in quanto hanno pubblicato ben otto album (incluso un live) in dieci anni di carriera. Formatisi nel 2006 a Raleigh, North Carolina (città con una bella scena musicale, si pensi ai grandi Whiskeytown di Ryan Adams, ma anche ai Backsliders ed ai Connells, e pure gli Avett Brothers non distano molto dalla capitale dello stato) su iniziativa del cantante e chitarrista BJ Barham: The Bible & The Bottle non è però il loro nuovo disco, bensì la ristampa del secondo CD, uscito nel 2008 e da tempo introvabile, ma devo dire che suona fresco e piacevole come se fosse stato registrato pochi mesi fa. All’epoca di queste incisioni gli Aquarium erano diversi da come sono oggi, infatti oltre a Barham l’unico membro ancora presente è il bassista Bill Corbin: nella formazione del 2008 c’erano poi Chris Hibbard alla batteria, Jeremy Haycock alla chitarra solista, ed i bravissimi Sarah Mann e Jay Shirley, rispettivamente al violino e pianoforte, e con la ciliegina di Caitlin Cary (parlando di Whiskeytown) ospite ai cori.

The Bible & The Bottle presenta un gruppo ancora alle prime armi, ma con già una sua identità ed un suo suono: diciamo che non si sono ancora palesate alcune tendenze future, che hanno visto i nostri aggiungere elementi southern ed anche funk, ma abbiamo comunque undici canzoni (tutte di Barham) di pura Americana, con dentro tanto country unito a massicce dosi di rock, con il folk a fare da tramite tra i due generi; se si può fare un paragone, il suono non è troppo distante da quello dei primi Uncle Tupelo, ma anche del già citato ex gruppo di Ryan AdamsDown Under è una country song limpida e tersa, con grande uso di steel e piano, un brano davvero godibile: country vero, non come quello prodotto a Nashville, ma molto vicino all ex band di Jeff Tweedy e Jay Farrar. California è più rock che country, il violino stempera un po’ l’atmosfera, ma la sezione ritmica picchia sodo, anche se il tutto è molto equilibrato, con echi dello Steve Earle degli esordi; Road To Nowhere è un lento di chiaro stampo cantautorale, che riesce ad emozionare solo con l’uso della voce, una steel sullo sfondo ed il notevole piano di Shirley, un brano toccante che dimostra che il gruppo c’era già, eccome.

Tellin’ A Lie è un folk rock suonato e cantato con vigore quasi punk, con un uso dell’organo come negli anni sessanta, e l’influenza dei Rolling Stones  neanche troppo nascosta, anche se il violino dona al pezzo un sapore rurale; Bible Black October è una deliziosa ballata bucolica, con BJ che canta con voce leggermente filtrata, piano e violino guidano la melodia, che ricorda ancora il gruppo di Jagger e Richards quando si cimenta con il country. Manhattan è uno slow dall’arrangiamento classico, molto anni settanta, con Gram Parsons in mente ed un motivo fresco e piacevole, mentre la mossa e saltellante Come Around This Town è quasi uno swing un po’ obliquo, tra country e rock; niente male anche Monsters, altra ballad dallo script lucido e dal mood crepuscolare, dotata di un bel crescendo ed uno sviluppo molto creativo. La folkeggiante Stars And Scars assume toni quasi Irish, complice l’uso in tal senso del violino e la struttura melodica che la fa sembrare quasi un traditional, Lover Too Late è un’altra fulgida ballata, degna di gruppi molto più maturi di quanto non fossero i nostri all’epoca, mentre Clark Ave., che chiude il CD, è un rock’n’roll sciolto e trascinante, un finale in cui i ragazzi si lasciano andare e suonano con il preciso intento di divertirsi.

Non fate caso al fatto che The Bible & The Bottle sia un disco di otto ani fa: ancora oggi è molto meglio dell’80% delle nuove uscite di artisti cosiddetti cool.

Marco Verdi