Eccellente Chicago Blues Elettrico, Anche Se Nessuno Viene Da Lì. Rick Estrin & The Nightcats – Groovin’ In Greaseland

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Rick Estrin & The Nightcats – Groovin’ In Greaseland – Alligator Records

“Non c’è il tre senza il quattro” si potrebbe dire, per parafrasare ed aggiornare il famoso detto: in effetti questo è il quarto album della formazione di Chicago dopo il cambio di nome (anche se poi a ben guardare, il leader del gruppo Rick Estrin, è di San Francisco e il suo chitarrista Kid Andersen (che di recente ha co-prodotto anche l’ultimo bellissimo disco di Tommy Castro http://discoclub.myblog.it/2017/10/09/delaney-bonnie-e-pure-eric-clapton-avrebbero-approvato-tommy-castro-the-painkillers-stompin-ground/) è addirittura norvegese, ma lo stile è Electric Chicago Blues, come testimonia la loro etichetta, Alligator, questa sì della Windy City). Quanto detto nell’incipit non si riferisce solo allo stile musicale del quartetto, ma anche ad una inconsueta costanza nella qualità musicale degli ultimi dischi, uno migliore dell’altro. Se per l’ultimo, il Live You Asked For It… era quasi “obbligatorio” un album così fresco e pimpante http://discoclub.myblog.it/2014/06/29/lavete-chiesto-voi-rick-estrin-and-the-nightcats-you-asked-for-it-live/ , anche i precedenti Twisted e One Wrong Turn erano delle prove di studio  più che soddisfacenti e brillanti, ai livelli delle migliori uscite della Alligator, che negli anni 2000 sembra avere trovato una sorta di formula alchemica della eterna giovinezza per i propri prodotti, calati nel sound delle 12 battute classiche, ma con quel piccolo tocco di giusta modernità , quel quid che distingue il buon Blues, da quello spesso troppo scolastico o “filologico” a tutti i costi di molti, troppi dischi che vogliono sembrare i portatori di una tradizione che deve rimanere per forza inalterata nei decenni e nei secoli, come i Carabinieri.

Ma visto che ho detto quanto sopra molte altre volte non vi tedierò ulteriormente, limitandomi a dire che con questo Groovin’ In Greaseland il rischio non si corre, anzi, come già il titolo segnala, oltre allo stile conta anche il groove, che se seguiamo la traduzione letterale del termine inglese, vuole dire “divertirsi intensamente”, e nei tredici brani del disco il divertimento non manca. Greaseland è il nome dello studio a San Jose in California, dove è stato registrato l’album, composto da undici brani firmati da Estrin, e uno a testa da Andersen e Lorenzo Farrell, che oltre a suonare il basso si disimpegna con abilità anche alla tastiera, mentre il poderoso Alex Pettersen, il nuovo arrivato, pure lui arrivato dalla Norvegia, alla batteria, completa la formazione. Quindi tredici pezzi “nuovi”, ma il risultato è comunque classico: Estrin è un discepolo di Little Walter all’armonica, ma è anche un cantante dalla buona vocalità, Christoffer “Kid” Andersen, è un chitarrista completo, della scuola Gibson, degno erede di Jimmie Vaughan (se mai vorrà ritirarsi, ma tra poco sul Blog leggerete del nuovo Live del texano) come tipo di approccio sonoro, ma anche con nuances soul, un pizzico di rock e tanta tecnica. The Blues Ain’t Goin’ Nowhere posta in apertura, sembra un brano della migliore Butterfield Blues Band, con il soffio potente dell’armonica di Rick, il groove incalzante della sezione ritmica e un bel uno-due della chitarra di Andersen e dell’organo di Farrell; Looking For A Woman è un divertente pezzo tra funky e R&B.

Dissed Again fa parte di quelle canzoni quasi autobiografiche, su cui Estrin costruisce divertenti siparietti dal vivo, in questo caso a tempo di R&R e sempre con armonica e chitarra in evidenza. Tender Hearted è il classico slow blues d’atmosfera che non può mancare in un disco Alligator, con in più il tocco dell’organo di Farrell che quasi rimanda a Al Kooper o Ray Manzarek, ottimo, come pure il vorticoso strumentale MWAH!, dove appare anche un sax di fianco alla chitarra di Andersen e all’organo, per un sound molto anni ’60. I Ain’t All That è classico Chicago blues, con un pianino malandrino sullo sfondo e Estrin che gigioneggia come è sua usanza; un altro “lentone” Another Lonesome Day, alza di nuovo l’intensità dell’album, con Estrin e Andersen che danno il meglio di loro stessi ai rispettivi strumenti. Lo shuffle di Hands Of Time non molla la presa sull’attenzione dell’ascoltatore, mentre Cool Slaw, senza voler scomodare Smith e Montgomery è uno strumentale per organo e chitarra (senza dimenticare l’armonica) che ricorda molto Ronnie Earl. Big Money è un R&B leggerino con uso fiati, Hot In Here uno shuffle veloce, piacevole ma non memorabile, con la potente Living Hand To Mouth che alza nuovamente l’asticella della qualità con un elegante tourbillon dei vari solisti, prima di congedarci con un altro strumentale So Long (For Jay P.), dove Rick Estrin conferma la sua maestria alla mouth harp.

Bruno Conti

La Dura Verità? Un Gran Disco Di Blues Elettrico! Coco Montoya – Hard Truth

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Coco Montoya – Hard Truth – Alligator/Ird

Per parafrasare il titolo dell’album, la “dura verità” (ma anche lieta e positiva, per l’occasione) è che Coco Montoya, alla tenera età di 65 anni, ha realizzato forse il migliore album della sua carriera (toglierei il forse). Un disco torrido e tosto, nella migliore tradizione dei prodotti Alligator. Quello di Montoya è un ritorno presso l’etichetta di Chicago, dopo due album pubblicati per la Ruf, il discreto doppio dal vivo della serie Songs From The Road, e l’ultimo album di studio del 2010, I Want It All Back, disco che descrissi con un termine che usiamo in Lombardia, ma anche nel resto d’Italia, “loffio”, secondo la Treccani “ fiacco, insulso, scadente”, che mi pare calzi a pennello http://discoclub.myblog.it/2010/07/27/da-evitare-se-possibile-coco-montoya-i-want-it-all-back/ . Però nel 2007, nella sua precedente prova per la Alligator Dirty Deal, Montoya, affiancato dai Little Feat quasi al completo, aveva centrato in pieno l’obiettivo: ma in questo nuovo Hard Truth mi pare che vengano al pettine più di 40 anni on the road, prima come batterista e poi chitarrista nella band di Albert Collins, in seguito 10 anni come chitarra solista nei Bluesbreakers di John Mayall, il migliore degli ultimi anni insieme a Walter Trout. La carriera del chitarrista californiano non è stata ricchissima di dischi, “solo” dieci, compreso l’ultimo e una raccolta, in più di 20 anni.

Il migliore, in precedenza, come capita a molti artisti, era stato probabilmente il primo disco solista Gotta Mind To Travel del 1995,  ma ora il mancino di Santa Monica, con l’aiuto dell’ottimo produttore (e batterista) Tony Braunagel, ha pubblicato un eccellente album di blues elettrico, perfetto nella scelta dei collaboratori, oltre a Braunagel, Bob Glaub al basso, il grande Mike Finnigan alle tastiere, Billy Watts e Johnny Lee Schell che si alternano alla seconda chitarra, e come ciliegina sulla torta, Lee Roy Parnell alla slide. Non vi enumero le collaborazioni di questi musicisti perché porterebbero via metà della recensione, ma fidatevi, hanno suonato praticamente con tutti; in più è stata fatta anche una scelta molto oculata delle canzoni usate per l’album. E, last but not least, come si suole dire, Coco Montoya suona e canta alla grande in questo disco. Si parte subito benissimo con Before The Bullets Fly, un brano scritto da Warren Haynes (e Jaimoe) nei primissimi anni della sua carriera, un pezzo ritmato, solido e tirato, dove le chitarre ruggiscono, l’organo è manovrato magicamente da Finnigan e la voce di Montoya è sicura e accattivante, ben centrata, come peraltro in tutto l’album, gli assoli si susseguono e il suono è veramente splendido; ottima anche I Want To Shout About It, un galoppante rock-blues-gospel di Ronnie Earl, che ricorda le cose migliori del Clapton anni ’70, con la guizzante ed ispiratissima chitarra di Montoya che divide con l’organo il continuo vibrare della musica. E anche Lost In The Bottle non scherza, su un riff rock che sembra venire dalla versione di Crossroads dei Cream o degli Allman Brothers, la band tira di brutto, con la solista di Montoya e la slide di Lee Roy Parnell che si scambiano roventi sciabolate elettriche.

Molto bella anche una slow blues ballad come Old Habits Are Hard To Break, una rara collaborazione tra John Hiatt e Marshall Chapman uscita su Perfectly Good Guitar, che per l’occasione accentua gli aspetti blues, grazie anche al lavoro del piano elettrico e dell’organo di Mike Finnigan, mentre Montoya è sempre assai incisivo e brillante con la sua chitarra. I’ll Find Someone Who Will è un funky-blues scritto da Teresa Williams, una delle due voci femminili di supporto presenti nell’album, molto R&B, ma sempre con la chitarra claptoniana del titolare pronta alla bisogna; e a proposito di chitarre terrei d’occhio (e d’orecchio) anche il duetto tra l’ineffabile Coco e l’ottimo Johnny Lee Schell, per l’occasione alla slide, nella ripresa di un bel brano di Mike Farris Devil Don’t Sleep, un minaccioso gospel blues molto intenso, dove brillano nuovamente anche le tastiere di Finnigan. The Moon Is Full è un omaggio al suo maestro Albert Collins, un classico hard blues con il suono lancinante della solista mutuato dall’Iceman, che ne era l’autore, e il bel timbro cattivo della voce di Montoya. Hard As Hell, uno dei brani firmati dal nostro, ricorda nuovamente il Clapton dei bei tempi che furono, molto Cream, con un riff ricorrente e le chitarre sempre in evidenza. ‘bout To Make Me Leave Home era su Sweet Forgiveness di Bonnie Raitt, ma qui si incattivisce e vira di nuovo verso un funky-rock forse meno brillante. Ottima invece la versione da blues lento da manuale di Where Can A Man Go From Here?, in origine un pezzo Stax di Johnnie Taylor, con un assolo strappamutande di Montoya veramente fantastico, tutto tocco e feeling. Per concludere si torna al rock-blues torrido e tirato di una Truth To Be Told firmata dallo stesso Montoya, che conferma il momento magico trovato nella registrazione di questo disco. In una parola, consigliato!

Bruno Conti      

Sprazzi Di Gran Classe, Ma… Jimmy Thackery And The Drivers – Spare Keys

jimmy thackery spare keys

Jimmy Thackery And The Drivers – Spare Keys – White River Records                      

A due anni dal precedente Wide Open http://discoclub.myblog.it/2014/10/04/filo-meno-bello-del-solito-jimmy-thackery-and-the-drivers-wide-open/  torna Jimmy Thackery con i fedeli Drivers, che per l’occasione sono Rick Knapp al basso e George Sheppard alla batteria, mentre Chris Reddan lo ha sostituito nel periodo in cui era stato assente per un intervento alla spalla, e quindi appaiono entrambi, ciascuno in sei brani dell’album. Album che conferma il periodo interlocutorio di Thackery con le ultime uscite, buone ma non eccelse, l’ultimo album sopra la media era stato l’ottimo Live In Detroit del 2010 e in parte Feel The Heat del 2011.. Anche nei 12 brani del nuovo album, tutti firmati dallo stesso Jimmy, ci sono vari pezzi in cui si gusta l’eccelsa tecnica chitarristica del nostro, che non si discute, ma altri in cui la sua voce rende ancora meno brillanti composizioni di per sé non fantastiche. Poi in ogni brano ci sono momenti in cui la tecnica, il gusto, il brio di Thackery vengono comunque a galla ma, a mio parere, in modo meno continuo che in passato.

Il surf-blues-rock dello strumentale iniziale Candy Apple Red è scintillante e ricco di tutta la classe indiscutibile di Jimmy, con continue variazioni di timbri e soluzioni sonore della chitarra, e anche la sezione ritmica lavora di fino, e la successiva Blues All Night tiene fede al titolo del brano, un lento  atmosferico ricco di intensità e tecnica, un po’ alla maniera del vecchio Roy Buchanan (anche nella voce, purtroppo), con la solista carica di effetti e riverberi, lancinante e tirata allo spasimo. You Can’t Come Back è un bel rock-blues, sempre appesantito dal non esaltante lavoro vocale di Thackery, e con la solista stranamente trattenuta, meglio lo slow fascinoso, quasi una ballata, No More Than Me, molto raffinato e ricco di feeling, con la sei corde del nostro a cesellare alcuni passaggi strumentali di pregio, che rivitalizzano la parte vocale, francamente moscia. Fighting In The Jungle è una sorta di voodoo rock, pressante e molto mosso anche a livello ritmico, con il lavoro della solista ricco di effetti e dal fluire poderoso, seguita da I’ve Got News For You che sembra (quasi) un pezzo di quelli più rock à la Roy Orbison, in tutto meno che nella voce, ribadisco purtroppo, gli interventi della chitarra non son sufficienti per redimerlo (facciamo una colletta per pagargli un cantante,  come di recente ha fatto Ronnie Earl).

La lunga I Even Lost The Blues vira sul jazz-blues after-hours, manco a farlo apposta proprio alla Ronnie Earl, peccato che Thackery si ostini a cantare, mentre  sulla parte strumentale non si discute. E infatti il turbinio R&R scuola Link Wray/Lonnie Mack dello strumentale Five Inch Knife è da manuale, come pure l’intensissimo slow blues di una magnifica Same Page On Demand dove il nostro rivolta la sua solista come un calzino. Puttin’ The Word Out ha la grinta rock chitarristica dei vecchi brani dei Nighthawks, ma, e scusate se mi ripeto, non ha la voce del primo Mark Wenner. Bella Noche è una strana commistione di ritmi tex-mex di frontiera e struggenti pezzi strumentali a cavallo tra Santo & Johnny e Los Lobos, sulla carta sembra strano, ma vi giuro che nel disco funziona. E niente male anche l’ulteriore strumentale conclusivo, una ondeggiante The Barber’s Guitar, un pezzo tra reggae, ritmi caraibici e le immancabili impennate della solista di Jimmy Thackery, sempre in possesso di un feeling e di una sensibilità di tocco uniche.

Quindi ancora una volta obiettivo raggiunto: al solito molte luci e qualche ombra, non un capolavoro e neppure la sua opera migliore, ma questo signore sa sempre suonare (non mi dispiacerebbe comunque vederlo dal vivo, vedi sopra, è fantastico) e quindi il disco, destinato soprattutto agli appassionati della chitarra, si ascolta comunque con grande  piacere.

Bruno Conti

Dal Rock Al Blues E Oltre! Jonah Tolchin – Thousand Mile Night

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Jonah Tolchin – Thousand Mile Night – Yep Roc CD

Jonah Tolchin, musicista originario del New Jersey, pur solo con due dischi alle spalle si può definire un artista completo. Il suo primo amore di gioventù è stato il blues, complice anche un’esperienza indimenticabile allorquando il grande Ronnie Earl lo vide esibirsi in un negozio di dischi e lo invitò con lui on stage, ma nei suoi primi due album (e tre EP) Jonah ha palesato anche influenze folk, rock e country, attirando l’attenzione anche di un esperto come Marvin Etzioni (ex bassista dei Lone Justice), che gli ha prodotto nel 2014 il secondo album, quel Clover Lane che ha incontrato i favori un po’ di tutti, e che vedeva ospiti del calibro di Steve Berlin, Mickey Raphael e John McCauley (leader dei Deer Tick). Thousand Mile Night, che vede ancora Etzioni in consolle, è il terzo e nuovo lavoro di Tolchin, e devo dire che le promesse fatte con Clover Lane sono state mantenute: Jonah ha messo infatti a punto un album molto coeso, con nove canzoni di buon valore ed una cover eccellente, un disco che, pure senza ospiti famosi (oltre ad Etzioni, solo Joachim Cooder, figlio di Ry, alla batteria in alcuni brani), fonde mirabilmente rock, folk ed anche un pizzico di blues, il tutto all’insegna di una strumentazione molto classica, con chitarre e organo spesso in primo piano, e della voce particolare del leader.

Un album serio e ben costruito, ma nello stesso tempo diretto e godibile, che prosegue in maniera logica e senza strattoni il percorso iniziato dal ragazzo nel 2011 con il suo primo EP, Eldawise. L’album tra l’altro è stato inciso ai mitici FAME Studios di Muscle Shoals, in Alabama, un luogo che fa tremare le gambe solo a nominarlo, ma Jonah ha assorbito bene tutte le vibrazioni positive della leggendaria  Beauty In The Ugliest Days dà il via, una ballata intensa e cantata con buon pathos da Jonah, che rivela una voce molto caratteristica: l’accompagnamento è classico, con Danny Roaman ottimo alla solista. La title track è invece un boogie elettroacustico un po’ stralunato ma assolutamente diretto, con il nostro che si dimostra bravo anche alla slide, mentre I Wonder è uno spedito e limpido folk-rock dylaniano di stampo tradizionale, un brano bello, godibile e vibrante: tre canzoni, tre stili diversi, il tutto senza risultare minimamente dispersivo. Completely è una ballata gentile, con un malinconico violino sullo sfondo https://www.youtube.com/watch?v=qHApGo1-SH0 , un intermezzo bucolico che prelude alla fluida Paint My Love, altro slow intenso, suonato con pochi strumenti (ma non ne servivano di più): un bell’esempio di cantautorato puro.

Bella anche Song About Home, ancora lenta, guidata da chitarra acustica, piano ed una leggera percussione, un arrangiamento che ricorda il Paul Simon meno contaminato, mentre Unless You Got Faith è più rock, con l’organo che le dona un sapore d’altri tempi. Niente male anche Where The Hell Are All Of My Friends, ancora tra folk e rock, un motivo denso e ben costruito, con Tolchin che se la cava ottimamente anche alla solista; Working Man Blues # 22 è invece un rock-blues elettrico e vigoroso, molto diverso da quanto proposto finora, ma di sicuro tra le tracce più riuscite. Il CD si chiude ancora all’insegna del blues, con la cover di Hard Time Killing Floor Blues di Skip James, ripresa da Jonah in maniera rigorosa, solo voce e chitarra, ma con il piglio del vero bluesman (come la farebbe uno del calibro di David Bromberg la cui voce ha tra l’altro dei punti in comune con quella di Tolchin). Se avete già Clover Lane e vi è piaciuto, questo Thousand Mile Night non potrà che confermare le vostre buone impressioni; se viceversa non avete ancora nulla di Jonah Tolchin, è il momento giusto per cominciare.

Marco Verdi

Altro Chitarrista Da Appuntarsi Sul Taccuino O Nello Smartphone, O Dove Volete. Tas Cru – You Keep The Money

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Tas Cru – You Keep The Money – Self-released 

Ufficialmente questo album è uscito negli ultimi giorni del dicembre 2014, ma poi la reputazione del disco è cresciuta nel corso del 2015, tanto da meritarsi l’inserimento tra i migliori dischi blues dell’anno in alcune classifiche di settore americane (per la precisione tra Buddy Guy e Shemekia Copeland, con Robert Cray il migliore, tutti regolarmente recensiti sul Blog). Tas Cru, come si può evincere dalla copertina, non è più un giovanotto di belle speranze, ha una lunga carriera discografica alle spalle, con sei album, compreso questo, pubblicati dalla proprie etichette, più uno didattico per bambini, molto piacevole, Even Bugs Sings The Blues (e un altro in arrivo). Il nostro amico vive e opera musicalmente nella zona di New York, dove è uno dei musicisti più rispettati nell’ambito east-coast blues, e propone un blues elettrico che si rifà ai grandi del passato, partendo dal suono della Sun Records che ammira moltissim, un tocco appena accennato di Chicago Blues, il southern boogie, per ottenere infine un rock-blues che cita i grandi chitarristi del passato e lo avvicina a gente come Tom Principato, Tinsley Ellis, Duke Robillard e soci, a cui mi sentirei di accostarlo, forse un gradino sotto.

Accompagnato da una buona band che consta, tra gli altri, di Dick Earl Ericksen all’armonica, Ron Keck percussioni, Dave Olson batteria e Bob Purdy, basso, oltre ad alcune voci femminili di supporto e le tastiere di Chip Lamson, piano e Guy Nirelli, organo. Questo disco, dicono, nasce dall’incontro su un palco con il nipote del grande musicista del Delta, T-Model Ford e si avvale di dodici composizioni originali dello stesso Cru, partendo dalla title-track che ha un sapore latineggiante, vagamente alla Santana, con le due vocalist Mary Ann Casale e Alice “Honeybea” Ericksen che aggiungono pepe alla buona voce di Tas (non una cosa da ricordare negli annali delle 12 battute, ma un cantante più che adeguato), con armonica, organo e percussioni, e, perché no, un basso funky e rotondo che fornisce un adeguato sfondo per le evoluzioni chitarristiche di Cru. Niente male A Month Of Somedays, un ballata blues, che ci porta dalle parti di Ronnie Earl o Duke Robillard, con il preciso raccordo tra la solista di Tas che ci regala un bel solo, nitido e ricco di feeling, con l’organo sullo sfondo a “scivolare” con gran goduria https://www.youtube.com/watch?v=7VFtNkHPYX8 . Half The Time, tra country, rock, boogie e un pizzico di blues, mi ha ricordato un incrocio tra il solismo del primo Knopfler nei Dire Straits e certe cose degli ZZ Top, sempre con voci di supporto, organo, armonica e percussioni a rendere più ricco un suono ben arrangiato.

La Belle Poutine, è uno strumentale d’atmosfera, a metà strada tra Gary Moore e Ronnie Earl, con piano elettrico e organo che sottolineano l’ottimo lavoro d’insieme https://www.youtube.com/watch?v=66u-30wLUAo , mentre Heart Trouble vira decisamente verso un funky marcato, sempre con la chitarra protagonista. A Little More Time, ancora con qualche traccia santaneggiante, di quello balladeer, anche per l’uso dell’organo, poi vira verso un sound tra pop e easy jazz, molto piacevole, con Bad Habit, uno shuffle che è forse quello più vicino al blues classico, sempre comunque con uno spirito birichino nell’uso delle voci femminili. Take Me Back To Tulsa, fin dal titolo e dall’introduzione acustica, ci rimanda a certe canzoni di JJ Cale o Clapton, quando il ritmo accelera e in Count On Me siamo di nuovo nel blues duro e puro, molto efficace, come al solito, il lavoro della solista, per poi tornare ad una bella ballata di impronta sudista, come l’eccellente ed elettro-acustica Holding On To You https://www.youtube.com/watch?v=bg45jkc7kbI . In Bringing Out The Beast qualcuno ha visto influenze alla Little Feat, anche se la voce di Tas Cru qui mi sembra troppo forzata e il brano non decolla del tutto, forse una bella elettrica al posto dell’acustica avrebbe fatto più al caso. Acustica che rimane, più a proposito, a duettare con l’armonica, nel country-rock della conclusiva Thinking How To Tell Me Goodbye. Altro nome da segnarsi sul taccuino.

Bruno Conti

Il “Solito” Album Di Joe Louis Walker, Quindi Bello! Everybody Wants A Piece

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Joe Louis Walker –  Everybody Wants A Piece – Mascot/Provogue 

Joe Louis Walker, nelle biografie più o meno ufficiali, fa risalire l’inizio della sua carriera al 1964-1965, quindi all’età di circa 16 anni (essendo nato il giorno di Natale del 1949 a San Francisco, California), prima nella zona della Bay Area in gruppi locali, poi a contatto con i grandi, soprattutto Mike Bloomfield, insieme al quale forgia una amicizia che durerà fino alla scomparsa di Bloomfield nel 1981, e con cui condividerà anche una stanza negli anni più bui di Mike. Nei primi anni conosce e frequenta pure Hendrix, John Lee Hooker, Mayall, Willie Dixon e moltissimi altri, ma la sua carriera discografica, caratterizzata da una lunga gavetta (come usa nell’ambiente), non decolla fino al 1986 quando pubblica il primo disco. Da allora ha inciso per moltissime etichette, la Hightone all’inizio, poi la Universal quando si chiamava ancora Polygram, la Telarc, la Evidence, la JSP, di nuovo la Hightone, una prima volta con la Provogue, la Stony Plain ed infine la Alligator, dove pubblica gli ultimi due dischi, Hellfire e Hornet’s Nest, probabilmente, a parere di chi scrive, i migliori della sua carriera, entrambi prodotti da Tom Hambridge, che con il suo manipolo di abilissimi musicisti e sessionmen estrae il meglio da JLW, che comunque, bisogna dire, ha sempre mantenuto un livello qualitativo molto elevato in tutta la sua produzione http://discoclub.myblog.it/2014/02/07/nel-nido-del-blues-joe-louis-walker-hornets-nest/ .

Per il ritorno con la Provogue Walker si affida ad un altro produttore (e chitarrista) di vaglia come Paul Nelson, a lungo collaboratore di Johnny Winter nell’ultima parte di carriera, che negli studi Chop Shop di Philadelphia lo affianca con la sua touring band abituale, Lenny Bradford, Byron Cage la sezione ritmica e Phillip Young alle tastiere, con lo stesso Joe impegnato anche all’armonica, oltre che a chitarra e voce, e ancora una volta estrae il meglio dal musicista californiano. Walker, sempre secondo il sottoscritto, con Robert Cray (reduce da un live strepitoso uscito recentemente http://discoclub.myblog.it/2015/09/02/quattro-decadi-del-migliori-blues-contemporaneo-robert-cray-band-4-nights-of-40-years-live/ ) è probabilmente uno dei migliori rappresentanti del cosiddetto “black contemporary blues”, uno stile che ingloba il meglio del Blues del 21° secolo (ma anche di quello precedente): voce potente, duttile ed espressiva al tempo stesso, capace di calarsi anche nei meandri della soul music più raffinata, uno stile chitarristico al tempo stesso aggressivo e ricco di tecnica, con elementi rock e tradizionali che si fondono in un solismo da virtuoso, ricco di feeling, ma capace di sfuriate improvvise e reiterate. Tutti elementi contenuti anche negli undici nuovi brani che compongono questo Everybody Wants A Piece: dalle furiose sferzate chitarristiche dell’iniziale e tirata title-track, con sezione ritmica e organo a seguire in modo quasi telepatico le evoluzioni del leader https://www.youtube.com/watch?v=FOOgJ6Ngcf8 , passando per la claptoniana Do I Love Her, dove Walker sfodera anche una armonica pungente e puntuale, e ancora una Buzz On You dove si vira verso un boogie R&R quasi stonesiano, o meglio ancora alla Chuck Berry che è l’articolo originale, con Young che raddoppia anche al piano.

Non manca Black & Blue, storia di un amore che cade a pezzi raccontata con un tempo incalzante, tra errebi ed eleganti atmosfere sospese che ricordano quelle tipiche del miglior Cray, ma anche le linee sinuose e moderne di Witchcraft, dove la solista di Joe Louis Walker comincia ad affilare gli artigli o le leggere derive hendrixiane di One Sunny Day, dove l’unisono voce-chitarra ricorda echi del grande Jimi https://www.youtube.com/watch?v=iF_RLwyMYYI . Ottimo anche il lungo strumentale Gospel Blues, un classico slow, dove la chitarra di Walker si avventura in tematiche care a Ronnie Earl, con un brano che è un giusto mix di tecnica sopraffina, feeling a palate e folate di grinta, un solo che avrebbe incontrato l’approvazione del vecchio amico Mike Bloomfield. E niente male anche il gospel soul dal profondo Sud di una ritmata Wade In The Water, così come pure il R&B fiatistico alla Sam & Dave della coinvolgente Man Of Many Words, con la chitarra comunque sempre pronta per improvvisazioni di grande spessore tecnico https://www.youtube.com/watch?v=YC9kRzEHJ18 . Gli ultimi due brani sono quelli più vicini al blues classico, Young Girls Blues è un tirato shuffle Chicago style, con pianino inevitabile di supporto, mentre per la conclusiva 35 Years Old JLW rispolvera l’armonica a bocca e aggiunge anche una slide malandrina che alza la quota di sonorità più vicine alle migliori tradizioni delle 12 battute. Quindi nuova etichetta ma per fortuna vecchio Joe Louis Walker, cioè ottimo, anche se i due dischi precedenti si fanno ancora preferire, di poco!

Bruno Conti

Ritorno Alle Origini! Ronnie Earl & The Broadcasters – Father’s Day

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Ronnie Earl & The Broadcasters – Father’s Day – Stony Plain/Ird

Ormai credo sia cosa risaputa anche dai sassi che Ronnie Earl non canta, ma suona, cazzarola se suona, uno dei chitarristi più fenomenali apparsi nell’ultimo trentennio. E ogni disco è meglio di quello precedente: dopo gli eccellenti Just For Love, un live dove si potevano apprezzare i talenti vocali della bravissima Diane Blue, e il successivo Good News, con la presenza della Blue ancora più marcata http://discoclub.myblog.it/2014/07/12/ottimo-ed-abbondante-ronnie-earl-and-the-broadcasters-good-news/ , ora è la volta di questo Father’s Day,  dove accanto alla confermata Diane troviamo un cantante di notevole talento come Michael Ledbetter, già voce solista nella Nick Moss Band. E non è tutto, dopo tanti anni si ritorna in parte al suono dei primi anni di Ronnie Earl con i Roomful Of Blues, e quindi accanto al suo quartetto appaiono anche i fiati. Oltre a Earl, solista stellare, “The Master of the Telecaster” è un titolo che gli spetta di diritto, troviamo l’ottimo Dave Limina al piano e soprattutto all’organo Hammond, Lorne Entress alla batteria, Jim Mouradian al basso, i due vocalist citati e Nicholas Tabarias, seconda solista aggiunta in un paio di brani, oltre alla sezioni fiati, Mario Perrett e Scott Shetler, entrambi al sax.. E il disco ne guadagna; ci sono solo tre brani originali questa volta, ma la scelta delle cover è fantastica. Ronnie Earl, ripreso in posa sciamanica, ed anche un po’ hendrixiana, sulla copertina del CD, cerca di incantare la sua chitarra, ma finisce per incantare i suoi ascoltatori.

Sarà solo blues, ma si sente che ci sono passione, intensità, classe, feeling, tecnica, tutti gli elementi che fanno grande un virtuoso dello strumento come il nostro Ronnie. Presentato dal sito della Stony Plain come il suo settimo album per l’etichetta, in altre discografie come il nono, a me ne risulterebbero dieci, la statistica è solo un’opinione, comunque la si veda è l’ennesimo ottimo album di Ronnie Earl: c’è lo shuffle travolgente di It Takes Time, uno dei due brani a firma Otis Rush, dove il chitarrista rilascia un grande assolo, stimolato dalla brillante performance di Ledbetter, vocalist di grande spessore e con la band che lo segue passo dopo passo con la consueta precisione, soprattutto Limina all’organo, poi una delle tre tracce a firma Earl, Higher Love uno shuffle, più raffinato anche nell’uso della solista, dove appaiono i due sassofonisti e Ledbetter divide il compito vocale con Diane Blue, per un ottimo duetto. L’altro brano di Rush è uno dei più famosi, quel Righ Place, Wrong Time che dava il titolo a uno dei suoi album migliori, inutile dire che la versione che Earl fa di questo slow blues intenso con fiati è da manuale, e anche Ledbetter non è da meno, prima di lasciare spazio a un assolo sontuoso del nostro Ronnie. Magic Sam è stato un altro dei grandi chitarristi dell’era moderna del  blues e la sua What I Have Done Wrong è esaltata da una interpretazione ricca di soul della pimpante Diane Blue, mentre troviamo un Earl pungente, con fiati e organo che vanno di groove https://www.youtube.com/watch?v=6wNx36iNfqM .

Giving Up è una struggente soul ballad del Van McCoy era pre-disco, con una magnifica interpretazione vocale, ancora una volta, di Ledbetter e Earl che stilla nota dopo nota dalla sua chitarra, prima di lasciare spazio al sax di Perrett. Every Night About This Time è un altro super classico, questa volta di Fats Domino, puro stile New Orleans, con Limina ovviamente al piano, Ledbetter voce solista e fiati ben bilanciati e Ronnie che guida le danze con la sua Fender https://www.youtube.com/watch?v=3KVqnenDrtM , poi nuovamente in primissimo piano nello slow blues immancabile, che è la title-track Father’s Day, brano frmato Earl-Ledbetter che non sfigura in mezzo a tanti classici https://www.youtube.com/watch?v=k34VdimwGl0 .. Quando Earl ha inciso questo album probabilmente B.B.King non era ancora morto, ma la sua I Need You So Bad risulta un omaggio sentito ed eseguito con classe, un tipico shuffle cantato con perizia dal bravo Michael. Ottima anche l’interpretazione vocale di Diane Blue in I’ll Take Care Of You di Brook Benton, altro lento soffertissimo dove Earl divide gli spazi chitarristici con il suo “protetto” Nicholas Tabarias, come pure nella successiva super funky Follow Your Heart, dove è schierata tutta la squadra, fiati, organo, Ledbetter e Blue a duettare, e Tabarias che esegue il primo solo https://www.youtube.com/watch?v=Vfipsv8bh84 . Moanin’ è l’immancabile strumentale jazz swingato, di Bobby Timmons, con il dualismo chitarra-organo per l’occasione arricchito dai fiati. Altro pezzo da novanta dei brani chitarristici è una All Your Love scintillante, pescata ancora dal repertorio di Magic Sam, versione lenta, con Ledbetter che titilla il “solito” lavoro ad alta precisione della solista e conclusione di uno dei migliori dischi blues dell’anno e di Earl in particolare, con una sognante, delicata ed intensa Precious Lord, un gospel del Rev. Thomas Dorsey dove la gara di bravura tra Earl e Diane Blue porta ad un pareggio a tutto vantaggio degli ascoltatori https://www.youtube.com/watch?v=l3L30UyjjV8 .

Bruno Conti  

Il “Solito Giovane Vecchio” Bluesman Texano! Larry Lampkin

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Larry Lampkin – The Blues Is Real – Kaint Kwit Records

Mentirei se vi dicessi che Larry Lampkin è sempre stato nel mio cuore di appassionato di Blues (in effetti questo The Blues Is Real è il suo secondo disco, dopo l’esordio When I Get Home, uscito nel 2011), però questo artista nero Texano, di Fort Worth, con la tipica faccia da “giovane vecchio” che hanno molti bluesmen, ha un suo perché. Autore, si scrive tutte le canzoni, chitarrista e cantante di buon spessore, il suo genere spazia tra il classico suono Texas Blues, che è nel suo DNA, ma con la giusta quota di Chicago e Delta sound che non può mancare, innervato anche da innesti di rock, funky e soul https://www.youtube.com/watch?v=rMesOLXBXqI . Quindi quel classico suono elettrico e moderno che non rende pallosa la sua visione della tradizione delle dodici battute: una voce vissuta, una chitarra pungente e il buon apporto di una sezione ritmica efficiente senza essere geniale, con il plus delle tastiere di Rich E Rich (uno scioglingua?), poi ci pensa la chitarra di Lampkin, sempre fluida e diversificata, come dimostra, sin dall’apertura, con la title-track.

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Se vogliamo trovare un difetto, il suono, a livello tecnico, è fin troppo crudo, molto basico, tra “ruspante” e lo-fi, ma la classe c’è, sentire lo slow blues Got To Get Away, con le sue linee chitarristiche semplici ma efficaci https://www.youtube.com/watch?v=j2AzvSZk4us , o le atmosfere sognanti e raffinate di Let Me In, che sta da qualche parte tra Peter Green e Ronnie Earl, ma con un sound più nero, la grinta funky di Maintenance Man, vagamente alla Albert King, anche se la presenza di un produttore sarebbe urgentemente richiesta. World Blues è sempre caratterizzato da questa chitarra cruda e lancinante, ma anche pervasa da una tecnica acquisita in lunghi anni di tour con gente come Buddy Guy, John Mayall e Lucky Peterson. Grinta e passione che fuoriescono anche da Crown Royal, e da un’altra piccola perla come She’s So Good To Me, con le sue atmosfere sognanti e riflessive, ben delineate dalla solista di Lampkin e dal piano dell’ospite Jermaine Marshall. The Way She Makes It introduce quegli elementi soul e errebì ricordati all’inizio, mentre Sad Eyes è quasi una ballata deep soul blues sudista , con una chitarra acustica inserita ad impreziosire il suono, sembra quasi un brano di stampo southern alla Allman Brothers, interessante. Conclude, in puro Chicago Blues Style Working Man, altro limpido esemplare di blues elettrico, come d’altronde The Blues Is Real manifesta fin dal suo titolo. Se vi piacciono Buddy Guy e Gary Clark jr., ma con tracce meno rock, potreste farci un pensierino!

Bruno Conti

Ma Quindi Abbiamo “Inventato” Anche Il Blues? Fabrizio Poggi & Chicken Mambo – Spaghetti Juke Joint

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Fabrizio Poggi & Chicken Mambo – Spaghetti Juke Joint – Appaloosa/IRD

Ormai avevamo dato per superato l’assunto secondo il quale i bianchi non potevano suonare il blues, poi avevamo anche messo da parte i pregiudizi verso i non americani, sdoganando di volta in volta, inglesi, francesi, olandesi, tedeschi, e chi volete voi, poi i musicisti africani, tra i progenitori del genere, persino noi latini abbiamo dato dei sostanziosi contributi alla causa. E ora, nelle colte note di questo Spaghetti Juke Joint, Fabrizio Poggi spariglia tutte queste certezze acquisite, con un breve saggio contenuto nel libretto del CD: una “storia vera” intitolata Gli Italiani che inventarono il Blues! Ma come, io sapevo che eravamo un popolo di Santi, Poeti e Navigatori, al limite cuochi e pizzaioli, ma addirittura Inventori del Blues! Per l’opera lirica, ok, quello è comprovato, ma il Blues non viene dalle piantagioni di cotone del Delta del Mississippi? E secondo voi dove si trovavano, verso la fine del 1800, questi italiani che inventarono il Blues?

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Se volete sapere il seguito, vi comprate il CD, così finite di leggere la storia che ci racconta questo grande musicista, anche divulgatore e autore di libri sull’argomento, nonché musicista verace della bassa Lombardia, in quel di Voghera. Fabrizio Poggi è uno dei più prolifici nel campo, in Italia, questo è il 18° album, il precedente Juba Dance, pubblicato a nome Guy Davis, ma con la fattiva presenza delle armoniche del nostro è stato nominato ai Blues Music Awards del 2014, come miglior disco acustico. Senza stare a raccontarvi tutta la sua storia, che è lunga, comunque  https://www.youtube.com/watch?v=gZiD-VCGgaA , in circa 30 anni, Fabrizio ha registrato anche parecchi dischi negli Stati Uniti, oltre a suonarvi con una certa regolarità, e in conseguenza di ciò ha stretto molte amicizie con musicisti di valore che si muovono intorno a questa area geografica e musicale. Alcuni appaiono pure in questo nuovo disco, che è un album di blues elettrico, con band al seguito, i Chicken Mambo, versione 2014, ovvero Tino Cappelletti al basso, Enrico Polverari alla chitarra e Gino Carravieri alla batteria, oltre allo stesso Fabrizio Poggi, armonica e voce, e al membro onorario, Claudio Noseda, tastiere e fisa.

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Se volete saperlo subito, così mi levo il pensiero, il disco è molto bello, e mi ricorda assai, nel suono e nell’attitudine, alcune delle grandi band bianche che hanno fatto la storia del blues, quelle guidate da un cantante/armonicista: bravi, i Bluesbreakers di Mayall o la Butterfield Blues Band, per citarne un paio delle più “scarse”, proprio quel tipo di suono, classici del blues, e qualche brano originale, suonati con grande passione e vigore, l’armonica ma anche le chitarre molto presenti, con arrangiamenti vivaci e pimpanti che suonano molto meglio di gran parte di quello che viene spacciato per blues oggi,e qui sto già parlando del disco. Prendete l’iniziale Bye Bye Bird di Sonny Boy Williamson (II, mi raccomando), testo minimale, praticamente Bye Bye Bird ripetuto dodici volte e e I’m Gone, tre volte, reiterato ed essenziale come deve essere il blues, ovviamente se Fabrizio soffia nella sua Hohner con vibrante passione (come direbbe Napolitano), la chitarra di Polverari si lancia in vorticosi soli, ben sostenuto dalla ritmica e dall’organo, ben delineati nel suono. E che dire di uno dei maestri riconosciuti della slide moderna come Sonny Landreth, che aggiunge le acrobazie del suo strumento, sfidando il wah-wah di Polverari in una vorticosa King Bee, e pure Ronnie Earl ci mette del suo, con chirurgica precisione, in The Blues Is Alright, uno shuffle dal repertorio di Little Milton, con testo potenziato da Fabrizio Poggi, che poi firma Devil At Tbe Cross Road, dove il “vero” Ronnie Earl mi sembra uno straripante Polverari, solista veramente travolgente in un omaggio al puro Chicago Blues, dove anche l’armonica di Poggi è perfetta.

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Mistery Train, con la sua andatura inconfondibile è un altro classico immancabile, ben sostenuto, come in altri brani,  anche dalla vocalità di Sara Cappelletti (un cognome che mi dice qualcosa). Way Down In The Hole, di un bluesman inconsueto, tale Tom Waits, propone interessanti variazioni al menu, mentre Checkin’ Up On My Baby, anche se è sempre di Williamson, ricorda molto Mastro Muddy e One Kind Favor, altro vecchio blues, aggiornato da Guy Davis, ci permette di gustare sempre con piacere il dualismo chitarra/armonica che domina tutto l’abum; Mojo, variazione di Poggi sul tema classico, ci permette di apprezzare la slide di Bob Margolin, altro virtuoso dell’attrezzo, che poi lascia spazio nuovamente a Polverari e al basso di Cappelletti. La signorina Cappelletti duetta con Fabrizio, che prima si “sfoga” all’armonica in Nobody, che poi sarebbe Nobody’s Fault But Mine, mentre Claudio Bazzari presta la sua slide per una galoppante I Want My Baby, finale con Baby Please Don’t Go, mentre prima non manca anche una gaglarda Rock Me Baby. Ottimo blues “italiano”, come dice il buon Fabrizio, “se non vi piace il blues, avete un buco nell’anima”!

Bruno Conti

Un Filo Meno Bello Del Solito! Jimmy Thackery And The Drivers – Wide Open

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Jimmy Thackery And The Drivers – Wide Open – White River Records

Dopo un lungo filotto di dischi, prima per la Blind Pig, poi per la Telarc, e anche uno dal vivo per la Dixiefrog, pure Jimmy Thackery si è dovuto piegare alle logiche di mercato, quindi etichetta indipendente autogestita, e questo Wide Open è il secondo CD che esce con questo sistema di distribuzione, dopo Feel The Heat del 2011. Forse ricorderete che avevo parlato abbastanza bene di quell’album (e sarebbe difficile il contrario) http://discoclub.myblog.it/2011/06/18/questo-uomo-suona-jimmy-thackery-and-the-drivers-feel-the-he/  ma non benissimo, pur essendo chi scrive convinto che Thackery sia uno dei migliori chitarristi attualmente in circolazione, e non solo in ambito rock-blues. Convinzione maturata in decenni di ascolti, prima con i Nighthawks e poi, da una ventina di anni, con i Drivers, in varie incarnazioni, in mezzo ci sono stati anche gli Assassins, i cui dischi sono di difficile reperibilità. Diciamo che anche lui, come Ronnie Earl o Danny Gatton (che addirittura non cantano), e prima ancora Roy Buchanan non brillavano come vocalisti: Thackery se la cava, ma non è un fulmine di guerra, Robillard, che peraltro non è certo Otis Redding o Sam Cooke, è decisamente meglio.

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Però la qualità come solista è pari ai nomi citati. Anche questo nuovo CD non lo annovererei sicuramente tra i suoi migliori in assoluto, palma che potrebbe spettare, Nighthawks a parte, ai due in coppia con Tab Benoit, a We Got It, dove ripercorreva il repertorio di Eddie Hinton, con l’aiuto dei Cate Brothers, ai vari Live, e ad altri CD dell’epoca Blind Pig e Telarc. Per questo Wide Open Jimmy Thackery si è preso il suo tempo, un paio di anni per concepire i brani e poi per registrarli ad Aprile di quest’anno negli studi di Cadiz, Ohio, con i due pards, Mark Bumgarner al basso e George Sheppard alla batteria https://www.youtube.com/watch?v=rgO3-xcOIbw . Il risultato è un disco più rilassato, a tratti jazzato, a tratti “atmosferico”, non privo delle sue feroci cavalcate chitarristiche rock-blues, ma che si può definire tanto eclettico quanto discontinuo, Wide Open per dirla con il buon Jimmy. Si parte con il jazz-blues swingato di Change Your Tune, con un cantato assai “rilassato” di Thackery, che però alla solista può suonare quello che vuole, con una disinvoltura disarmante. Anche Minor Step ha un taglio jazzistico, uno strumentale che oscilla tra Wes Montgomery, Robben Ford e certe cose di Ronnie Earl, niente male insomma. Coffee And Chicken è il primo vero blues, i Drivers rendono omaggio al loro nome e il nostro comincia ad affilare le stilettate della sua chitarra, anche se la parte cantata è sempre troppo sforzata. King Of Livin’ On My Own vira addirittura verso lidi country, con Thackery impegnato all’acustica in un brano che non è proprio un capolavoro. Hard Luck Man è il Thackery che più ci piace, un blues-rocker ricco di riff, con una grinta alla Nighthawks e la chitarra che “vola” https://www.youtube.com/watch?v=eeS2Bv4xdkY . Shame Shame Shame, il brano più lungo di questa collezione, quasi otto minuti, è uno strano slow blues elettroacustico dove Thackery si cimenta alla slide acustica, ma non resterà negli annali del blues.

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Molto meglio parlando di blues lenti una You Brush Me Off dove Jimmy se la batte con il miglior Ronnie Earl, uno di quei classici brani in crescendo che si gustano tutti d’un fiato https://www.youtube.com/watch?v=WHwKuLLngo8 , mentre Someone Who’s Crying Tonight, nonostante la presenza di Reese Wynans all’organo Hammond, fatica a decollare, un altro lento più parlato che cantato, ancora vicino ad atmosfere vagamente outlaw country-rock, sempre in attesa di un assolo che non arriva mai. Keep My Heart From Breakin’ torna al rock-blues più sanguigno, quello che di solito impazza nei suoi dischi, ma Swingin’ Breeze è un brano più adatto ai dischi jazz di Robillard o di un Herb Ellis, uno strumentale suonato benissimo ma non è il genere chi mi aspetto da Thackery e Run Like The Wind, un blues acustico, solo voce e chitarra, non è che metta il fuoco alle chiappe dell’ascoltatore. Rimane la conclusiva Pondok, un interessante brano strumentale che rende omaggio all’arte dei citati Buchanan e Gatton, un esercizio di grande perizia tecnica che però non solleva completamente le sorti dell’album. Ovviamente parere personale, magari non condivisibile, ma sapete che amo essere sincero. Gli anni passano e Thackery è un distinto signore di 61 anni, ma mi aspettavo di più, la classe c’è, ma solo a tratti.

Bruno Conti