Nuove Conferme Dal Paese Delle Giubbe Rosse. Elliott Brood – Ghost Gardens

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Elliott Brood – Ghost Gardens – Paper Bag Records

Per i tanti (presumo) che non li conoscono, gli Elliott Brood sono un trio canadese originario dell’Ontario, e si sono fatti conoscere al mondo musicale con l’ottimo Work And Love (15) http://discoclub.myblog.it/2015/01/21/il-canada-ci-tradisce-mai-elliott-brood-work-and-love/ , che era già il loro quarto lavoro, EP esclusi, un album che mischiava “roots-rock” con le radici alternative del gruppo, ottenendo incondizionati e positivi riscontri da tutte le più importanti riviste musicali del settore. A due anni di distanza (confesso che colpevolmente me li ero scordati), tornano con un nuovo lavoro Ghost Gardens, che non è altro che una manciata di canzoni “demo”, riscoperte dopo un decennio (vengono da inizio carriera) a cui sono state date una nuova vita, con nuovi testi aggiornati e idee melodiche ampliate, e quindi il bellissimo titolo “Giardini fantasma” risulta più che appropriato. Il trio è sempre composto da Mark Basso alle chitarre, banjo e voce, Casey Laforet alle tastiere, basso, mandolino e voce, Stephen Pitkin alla batteria e percussioni, con il contributo di musicisti e amici tra i quali Aaron Goldstein alla pedal steel e John Dinamore al basso, che dopo lo spartiacque del disco precedente, propongono una perfetta fusione di bluegrass, folk e rock e ottime armonie vocali, che vanno a formare una “tappezzeria” musicale che si aggiunge al loro già eccellente catalogo di apparati sonori.

Diciamo subito che le canzoni che compongono questi “giardini fantasma” sono più che altro undici bozzetti brevi (da un minimo di un minuto ad un massimo di tre), che iniziano con il gioioso “bleugrass” di  ‘Til The Sun Comes Up Again, dove fa la sua bella figura il banjo di Mark Grasso, a cui fanno seguito il country-rockabilly di Dig A Little Hole (entrambe ricordano a tratti il suono dei Lumineers), la pulizia degli strumenti che caratterizza una dolcissima Gentle Temper, mentre 2 4 6 8 è la traccia più “ibrida” e più lunga del disco (quasi 5 minuti), con la chitarra distorta di Laforet che accompagna il banjo di Grasso, prima di esplodere nel finale in un “sound” quasi garage-punk. Si ritorna ai momenti più intimi per poter apprezzare la chitarra riverberata e seducente di The Fall, a cui segue una meravigliosa ninna nanna come Adeline (dedicata alla figlia di Grasso), eseguita solo con il banjo ed un pianoforte “minimale”, per poi passare ad un “valzerone” quasi country tradizionale come The Widower (la storia di una vedova suicida per alcolismo), e allo strumentale Thin Air con il suono “vintage” di un grammofono in stile anni venti. La parte finale è affidata al banjo di Mark che accompagna la pianistica e seducente T.S. Armstrong, il tintinnio rumoroso (e forse anche inutile) grazie agli effetti statici dei nastri di una Searching un po’ arruffona,, per poi chiudere con la melodica e tenera For The Girl, con il mandolino di Casey in evidenza e cantata da Mark quasi “scimmiottando” il McCartney più minimale.

Ormai sono passati diversi anni da quando Sasso, Pitkin e Laforet ( Elliott Brood) hanno esordito, partendo come una band di country “alternativo”, per poi passare al più generico stile “americana”, fino ad arrivare a vincere i Juno Awards (gli Oscar Canadesi della musica) con il roots-rock variegato di Days Into Years, e farsi conoscere anche nel resto del mondo con Work And Love, per arrivare infine a questo Ghost Gardens forse il loro lavoro più eclettico, con le consuete belle armonie vocali (che fanno venir voglia di ascoltare gli album di Simon & Garfunkel), e  per chi non conosce gli Elliott Brood direi che questi “giardini fantasma” meritano tutta la vostra attenzione.

Tino Montanari

Dalla Botte “Infinita” Australiana, Sempre Ottimo Vino ! Paul Kelly – Life Is Fine

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Paul Kelly – Life Is Fine – Cooking Vinyl Records

Succede che quando mi tocca parlare di Paul Kelly, mi devo sempre ricordare che mi trovo davanti ad una gloria nazionale dell’Australia, attivo fin dal lontano 1974, un singer-songwriter fantasioso ed eclettico (compone anche musiche per il cinema e il teatro, talvolta si propone anche come attore), e risulta vincitore di numerosi premi musicali in carriera. Detto questo, devo anche precisare che il buon Paul superati i sessanta anni si è scoperto autore molto prolifico, a partire da Spring And Fall (12), poi dalla riscoperta del soul con il bellissimo The Merri Soul Sessions (14), l’omaggio a Shakespeare con  l’intrigante Seven Sonnets And A Song (16), e, sempre uscito lo scorso anno, registrare una raccolta di “canzoni da funerale” con Charlie Owen Death’s Dateless Night (tutti puntualmente recensiti su questo blog dal sottoscritto), fino ad arrivare a questo ultimo lavoro Life Is Fine, che è un ritorno alle sonorità classiche “roots-rock” degli imperdibili primi album con la sua band Coloured Girls, in seguito rinominata Messengers.

Per fare tutto ciò Kelly richiama musicisti e amici di vecchia data (in pratica la stellare “line-up” di The Merri Soul Sessions), che vede oltre a Paul alla chitarra acustica e elettrica, piano e voce, la presenza di Cameron Bruce alle tastiere, organo e piano, Peter Luscombe alla batteria e percussioni, Bill McDonald al basso, Ashley Naylor alla slide.guitar, Lucky Oceans alla pedal steel, coinvolge la famiglia con il figlio (sempre più bravo) Dan Kelly alle chitarre, e non potevano certo mancare le fidate e superlative coriste Linda e Vika Bull, il tutto per una dozzina di canzoni di buon livello (in alcuni casi ottimo), che confermano che Paul Kelly è uno di quelli che difficilmente sbaglia un colpo. Il “vecchio ma anche nuovo “corso di Kelly si apre con Rising Moon molto vicina al mondo musicale del primo Graham Parker, seguita dalle chitarristiche Finally Something Good e Firewood And Candles, la prima con un finale valorizzato dalle sorelle Bull, la seconda dominata dalle tastiere di Cameron Bruce, lasciando poi spazio alla bravura della sola Vika Bull, che interpreta al meglio un lento blues fumoso quale My Man’s Got A Cold, perfetto da suonare a notte fonda in qualsiasi piano bar che si rispetti.

Si prosegue con la “radioheadiana” Rock Out On The Sea, che fa da preludio all’intrigante Leah: The Sequel, dichiaratamente sviluppata sul ritornello di un brano del grande Roy Orbison (la trovate anche nel famoso Black And White Night), per poi ritornare alla ballata confidenziale di Letter In The Rain (marchio di fabbrica del nostro amico), e ad una piacevole ritmata “rock-song” come Josephine, dove brilla la pacata tonalità di Paul. Con la bella Don’t Explain arriva il turno al canto di Linda Bull, canzone impreziosita anche da una chitarrina suonata à la My Sweet Lord di George Harrison, a cui fanno seguito ancora la bellissima I Seall Trouble, le note pianistiche di una ballata avvolgente come Petrichor, e a chiudere, la filastrocca chitarra e voce di Life Is Fine, per un disco in cui Paul Kelly, ancora una volta con le sue canzoni, sembra volerci ricordare che “la vita è bella”.

Come sempre in Life Is Fine tutto funziona a puntino, e ogni brano rivela la consueta personalità dell’autore (pur con le molteplici influenze della migliore musica americana): anche se rimangono poche le speranze che questo nuovo lavoro renda giustizia al merito del personaggio (che da ben 45 anni frequenta il mondo discografico), un artista in possesso di una maturità compositiva invidiabile, ricco di talento e inventiva, uno (tanto per dire) a cui se il sottoscritto potesse regalare, se non la fama almeno la gloria, con la famosa “Lampada di Aladino”, sarebbe certamente Paul Maurice Kelly da Adelaide, Australia!

Tino Montanari

Non Più Un Ragazzo, Però Un “Finto” Canadese Di Quelli Bravi. Watermelon Slim – Golden Boy

watermelon slim golden boy

Watermelon Slim – Golden Boy – DixieFrog/Ird

Questo nuovo album di Watermelon Slim (a.k.a. Bill Homans) avrebbe dovuto chiamarsi Eternal Youth And The Spirit Of Enterprise, mentre alla fine si è chiamato Golden Boy, in onore della statua  in cima al municipio di Winnipeg, capitale del Manitoba, e una delle più importanti e popolose città del Canada, nelle intenzioni del nostro amico anche una citazione dall’opera di Shakespeare. Bill Homans, in un bel video di presentazione dell’album che trovate su YouTube (e anche qui sotto, guardate la maglietta dedicata a Trump) si definisce un socialista, ma anche un imprenditore, un uomo d’affari, e pure pittore: infatti Golden Boy è anche il nome di un suo olio su tela del 2012, e il motivo per cui poi Watermelon Slim si è recato proprio a Winnipeg per registrare il nuovo album, con la produzione di Scott Nolan. Tra l’altro, per la serie dei corsi e ricorsi (musicali), in passato Slim aveva sempre inciso per la Northern Blues http://discoclub.myblog.it/2010/06/02/la-rivincita-del-country-watermelon-slim-ringers/ , etichetta canadese che sembra avere cessato l’attività, dopo la pubblicazione di Bull Goose Rooster.

Il nuovo album esce infatti per la francese DixieFrog, lo stile del musicista di Boston (ma vive da tempo a Clarksdale, Mississippi, una delle patrie del blues) non sembra cambiato di una virgola dopo la pausa: tanto blues per l’appunto, ma anche rock delle radici, qualche pizzico di folk e di gospel, il tutto cantato con quella voce vissuta, caratterizzata dalla tipica zeppola, testi colti e raffinati, accompagnandosi con l’immancabile national guitar dal corpo d’acciaio, suonata in modalità lap, ma anche con l’accordatura rovesciata tipica dei mancini, e pure dei suonatori di slide. Veterano della guerra del Vietnam, lavoratore nei campi agricoli, dove si è guadagnato il suo nomignolo, ma anche in fabbrica e come camionista, attivista per varie cause, tra cui i nativi americani, Homans si autodefinisce senza false modestie “il bluesman più colto del mondo”, in possesso di un Q.I. molto elevato che lo qualifica come membro della Mensa International, il club dei “geni”, il suo stile è invece volutamente basico e semplice, ma non privo di raffinatezza e classe.

Uno stile, per esempio, che fonde riff alla Stones periodo americano e R&R classico, con il blues più sanguigno, come si evince dalla splendida Pickup My Guidon, il “singolo” che apre questo Golden Boy, un pezzo dove si apprezza anche il lavoro degli ottimi musicisti che lo accompagnano (i Workers sembrano andati in pensione): Joanna Miller alla batteria, Gilles Fournier al contrabbasso, Jeremy Rusu ad un saltellante piano (ma quando serve anche al clarinetto, mandolino e fisarmonica), Jay Jason Nowicki, da Winnipeg, degli ottimi Perpetrators, alla chitarra elettrica, le voluttuose e grintose voci di Jolene Higgins (detta anche Little Miss Higgins) e di Sol James, che in questo brano fanno tanto Merry Clayton negli Stones, e ancora Don Zueff al violino e Scott Nolan, che suona tutto quello che serve, anche la batteria.

Se tutto fosse al livello di questo primo brano, con slide, piano, chitarre e voci femminili che impazzano, si potrebbe quasi gridare al miracolo. Ma anche il resto del disco, meno esplosivo, è comunque assai valido: dal blues primigenio di You’re Going To Need Somebody On Your Bond, dal repertorio di Blind Willie Johnson, solo voce e l’acustica con bottleneck di Watermelon, passando per Wbcn, una scura e raffinata ballata blues, dove Fournier si adopera al contrabbasso con l’archetto, Rusu è sempre eccellente al piano, il ritmo marziale e l’atmosfera del brano ricordano quasi una sea shanty cadenzata, con le chitarre che forniscono la coloritura del suono. Wolf Cry è una sorta di canto nativo indiano, una slide elettrica tangenziale, ululati di lupi e percussioni impazzite che si innestano su uno sgangherato e cattivo blues. Barrett’s Privateers in Canada viene considerato una sorta di inno nazionale non ufficiale (un brano di Stan Rogers, lo scomparso fratello di Garnet), un’altra sea shanty, eseguita solo per voci, in stile quasi gospel folk a cappella, e che fa molto Pogues o Dubliners. Mean Streets ritorna al blues minimale tipico di Watermelon Slim, con l’aggiunta dell’armonica di Big Dave McLean a darle ulteriore autenticità nel suo racconto della vita dei senza tetto, mentre in Northern Blues il musicista americano si accompagna solo con la National in modalità bottleneck per un altro tuffo nelle 12 battute del profondo Sud.. Scott Nolan ha scritto Cabbage Town, che era il nome della città nei pressi di Toronto dove venivano accolti gli immigranti dall’Irlanda, e si tratta di una delicata ballata quasi waitsiana, a tempo di valzer, deliziosa, à la Deportee, con Slim impegnato all’armonica. Winners Of Us All è un’altra malinconica ballata pianistica, quasi da crooner, con il clarinetto a dargli un tocco jazzato. Chiude le danze il brano più lungo del disco, Dark Genius, che ci riporta al blues-rock delle radici sempre presente nel DNA di Watermelon Slim, un pezzo sospeso tra passato e presente, di grande fascino, che racconta le vicende di JFK.

Bruno Conti

Una Grande Band Dimenticata Dal Tempo, Catturata Dal Vivo! Beat Farmers – Heading North 53°N 8°E Live in Bremen 1988

beat farmers heading north live

Beat Farmers – Heading North 53°N 8°E – Live in Bremen 1988 – MIG Made In Germany

La MIG (Made In Germany) è una etichetta tedesca impegnata perlopiù nel pubblicare buona musica registrata dal vivo in Germania, di solito nel passato, e per la maggior parte nella gloriosa serie del Rockpalast, ma ogni tanto propongono delle variazioni sul tema e questo Heading North 53°N 8°E – Live in Bremen 1988 è una di queste eccezioni. La registrazione cattura il quartetto dei Beat Farmers nella seconda fase della carriera, il primo chitarrista e cantante Buddy Blue (Bernard Siegal all’anagrafe) non è più in formazione, ma sono arrivati ben due ottimi sostituti nelle figure di Joey Harris e Jerry Raney, entrambi voce e chitarra, Daniel Monte Mclain, o se preferite Country Dick Montana è sempre una presenza “inquietante” e imponente, seduto dietro la sua batteria, ma anche cantante in alcuni siparietti di sicuro effetto sul pubblico, Rolle Dexter Love pompa come un indemoniato sul basso, e il gruppo rimane pur sempre una forza della natura dal vivo. Tales From The New West, il primo album, viene considerato giustamente il loro capolavoro, un disco di cowpunk (termine coniato anche per la band),  roots music, country, R&R, scegliete voi il termine, o usateli tutti insieme: i gruppi simili a loro erano Jason And The Scorchers, per certi versi i primi Blasters, appena prima c’erano stati i Rank And File, poi sarebbero arrivati anche i True Believers (tanto per inquadrare il periodo e le band più valide), ma Country Dick e soci proponevano con grande nonchalance e vigore questo rock venato di country, o viceversa, un misto di materiale originale e cover, eseguito con classe e potenza, belle voci (vabbé, diciamo che il vocione di Montana era “atipico”) e chitarre taglienti, una ritmica esplosiva e tanta voglia di divertirsi.

Come ricordano le note (in tedesco, ma per fortuna anche in inglese) del libretto, questo concerto del 1988 li cattura al Modernes di Brema, per l’emittente Radio Bremen, e si tratta di uno show, ben registrato e con diciannove fucilate di punk-country-rock di rara efficacia. Il primo brano Bigger Stones è uno dei pezzi di Paul Kaminksi, autore storico della band, country’n’roll di gran classe, una bella melodia, armonie vocali pregevoli e chitarre ingrifate, con Country Dick e Love che battono il tempo alla perfezione. Big Big Man, un brano di Jerry Raney, con un riff diddleyano delle due chitarre che poi si scatenano in una serie di soli veramente gagliardi, di nuovo una miscela tra country e rock eseguita con una vigoria inusitata. A questo punto dello show arriva la prima esibizione di Montana: una versione di Lucille (non quella di Little Richard), bensì il brano di Kenny Rogers, cantata con una voce baritonale che neppure Johnny Cash ce l’avrete mai fatta, molto kitsch e valzerata a tratti, ma anche divertente e assai sopra le righe,  e pure una cortissima Happy Boy è ai limiti della parodia, senza rutti ma con gargarismi e tutto il campionario del “cattivo gusto”, assolo di kazoo incluso. Poi, dopo essersi ripresi (quasi) si lanciano in una Rosie di Tom Waits, che di suo sarebbe una gran ballata, ma il R&R è giusto dietro l’angolo e il tiro di Dark Light è da paura, chitarre cattivissime e atmosfera minacciosa, messaggi criptici di Country Dick inclusi. Eccellente il blues-rock a tutta slide di una Texas che avrebbe fatto felice Johnny Winter e purei Blasters.

Notevole anche Blue Chevrolet, ancora firmata da Kaminski, per la serie non li ferma nessuno, mentre Beat generation di Rod McKuen,è di nuovo l’occasione per Montana per “cazzeggiare” a tutta velocità, tra R&R indiavolato e gli Who (giuro)! I Want You Too giustamente accelera ancora leggermente i tempi, prima di regalare al pubblico una sontuosa e coinvolgente Hollywood Hills, grande rock con una armonica guizzante a farsi largo in un muro di chitarre e batteria. Never Goin’ Back è un pezzo del primo John Stewart, quando il grande cantautore americano scriveva anche pezzi per i Monkees, di nuovo pura roots-rock music di gran classe, degna di Blasters, Jason and The Scorchers e le altre band californiane dell’epoca. Ottime God Is Here Tonight, un’altra devastante fucilata rock di Joey Harris e Riverside di Jerry Rainey, rispettivamente tratte da Pursuit Of Happiness e Van Go, ragazzi se tiravano! Deceiver è un altro deragliante R&R preso a tutta velocità, mentre Key To The World vira verso un rock-blues alla ennesima potenza, con un magnifico Jerry Rainey impegnato a strapazzare la sua chitarra. California Kid, di nuovo di Kaminski era sul primo album con Country Dick Montana che la annuncia come una canzone su “drinkin’ and fuckin’ and lovin’ every minute of it”, e poi procede a dimostrarlo. Purtroppo niente cover di Powderfinger di Neil Young, sostituita nei bis da un Led Zeppelin Medley di 1:02, senza strumenti, solo a cappella, una vera presa per il culo. Ma il vero gran finale è una versione cataclismica di You Can Judge A Book By Looking At The Cover, circa otto minuti di rock and roll scatenato a tutte chitarre, dedicato a “San Bo Diddley”, che conclude in modo degno un concerto giustamente preservato per i posteri. Se fossi bolognese direi “Socc’mel”!

Bruno Conti

“Vecchi Amici” Ritornano! David Zollo And The Body Electric – For Hire

david zollo for hire

David Zollo And The Body Electric – For Hire –  Old Man’s Creek Music Self Released

L’innamoramento (musicale) per David Zollo risale a tempi lontani, quando, alla guida degli High And Lonesome (un gruppo nello stile dei mai dimenticati Uncle Tupelo), esordiva con Alackday (90),proseguiva con il successivo Livefromgabes (93), e chiudeva la breve esperienza con For Sale Or Rent (96), tre eccellenti lavori per una delle band più misconosciute del panorama musicale americano, ma non nel piccolo stato dello Iowa dove furono una piccola leggenda. Cognome italiano (suo padre è stato uno scrittore e giornalista), Zollo ha fatto parte in pianta stabile del circuito artistico dell’Iowa, uno stato che annovera songwriters e musicisti di grande valore (vengono da quella terra sia Greg Brown che Bo Ramsey), e proprio Ramsey produce l’esordio solista di David, Recognize Me (95), (disco uscito con questo titolo in Europa per la Taxim, ma che è stato ristampato a Settembre dello scorso anno con il titolo originale di The Morning Is A Long Way From Home, come era uscito negli States l’anno prima per la Trailer Records), titolo bissato dai successivi Uneasy Street (98) e The Big Night (02), lavori apprezzati dalla critica, diventando proprio uno degli artisti di punta della locale etichetta, la Trailer Records, (che lui stesso ha tra l’altro contribuito a fondare). Dopo una lunga pausa (causa un intervento chirurgico alla gola) il cantante, compositore, pianista, direttore d’orchestra e, negli ultimi anni, soprattutto produttore,  David Zollo, torna, quasi in incognito, in sala d’incisione per incidere questo For Hire, dove ha spinto il suo “songwriting” (lui che è nato essenzialmente come pianista), per scrivere nove belle canzoni dove mescola rock’n’roll, blues, soul e gospel, con l’apporto della nuova band, The Body Electric, composta oltre che da David voce e tastiere, da Brian Cooper alla batteria, dal bravo Stephen Howard al basso e chitarra elettrica e da Randall Davis alle chitarre acustiche e lap-steel, sotto la produzione del suo partner di lunga data Howard (membro dei Mississippi Heat e con Otis Rush, tra gli altri).

david zollo the morning

Il CD si apre con un trittico di brani che sembrano il diretto proseguo dell’ultimo album in studio The Big Night, con le note funky-soul di Ain’t No God But God, la title track For Hire che sembra suonata in un piano-bar di New Orleans https://www.youtube.com/watch?v=pxqwd-F0_-c  (con il piano di David a distribuire feeling e classe), e una ballata bluesy di atmosfera come Out Of The Cradle (Endlessly Rocking). Con If I Had The Wings Of A Dove emerge il lato più country dell’autore, a cui fa seguito un’altra ballata lenta e crepuscolare come Unrequited Love https://www.youtube.com/watch?v=MsjsLYHf3-A ,  e il piacevole  “boogie” di Please Don’t Leave Me Alone. Si alza il livello con il blues pianistico di Like You Want Me To, impreziosito sul finale dal suono di una tromba, passando poi alle note guidate dal pianoforte nella struggente melodia di This Is All We Are, andando a chiudere con una meravigliosa The Hour Of Our Need https://www.youtube.com/watch?v=OI7F_XGRWe4 , una rock-ballad con chitarre ricche di nerbo, una sezione ritmica dura, e la voce di Zollo che scivola sulla melodia, con tutta la band che dimostra di saper suonare all’unisono. Grandi!

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Questo disco ha visto la luce (come tanti altri ultimamente) grazie alla campagna “Kickstarter”, e fortunatamente questo ha permesso di riscoprire il talento” silenzioso” di David Zollo, un songwriter accomunabile a personaggi come il primo Todd Snider, esponenti di un rock delle radici dal suono ruspante, con canzoni che strascicano un lento blues, altre con chitarre elettriche e acustiche su ballate dolenti con un ritmo non troppo evidente, e un piano ammaliante, che è molto diverso dallo strimpellare eccitante ed esagitato di un Jerry Lee Lewis. Se qualcuno, dopo queste righe, volesse conoscere questo artista incorruttibile alle mode del momento e spontaneo come pochi, lo trova in tour nel nostro paese con lo storico batterista Brian Cooper e i musicisti italiani italiano Andrea “Lupo” Lupi e Alex Corsi.

david zollo band italia

NDT: Per le date del breve tour italiano (che sta finendo), basta consultare il sito ufficiale http://davezollo.com/ , questa sera per esempio sono di scena al Bar Dell’Orso in quel di Monteriggioni (Siena). Ne vale la pena!

Tino Montanari

Non Sono Famosi Come Le Scarpe… Però Sono Bravi ! Clarks – Feathers & Bones

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Clarks – Feathers & Bones – Clarkshouse Entertainment/Razor & Tie – Deluxe Edition

Per stare dietro a tutti i nuovi dischi di roots-rock validi in uscita, da un po’ di tempo a questa parte, bisogna smanettare sul web, armarsi di pazienza e andare alla ricerca di nuovi lavori di artisti o gruppi che, nel lungo o breve periodo, sono stati dei punti saldi della tua formazione e dei tuoi gusti musicali. Nello specifico sto parlando dei Clarks, quartetto di Pittsburgh in pista dal lontano ’97, guidati dal leader e frontman Scott Blasey, con Greg Joseph al basso, Robert James alle chitarre e David Minarik Jr. alla batteria, ospiti vari musicisti esterni impegnati alle tastiere, pedal steel, fisarmonica e armonie vocali aggiunte: in ogni caso una band caratterizzata da varie influenze e da un sound rock classico e ruspante. Esordiscono con l’interessante Someday Maybe (97), a cui faranno seguire a distanza di breve tempo Love Gone Sour Suspicion And Bad Debt  e I’ll Tell You What Man (99) ormai introvabili da tempo, il buon Live (99), l’omonimo Clarks e Let It Go (00), l’acclamato Another Happy Ending (02), Strikes & Gutters (03), Fast Moving Cars (04) https://www.youtube.com/watch?v=p4cPdxaXKZI , un’altro disco dal vivo Still Live (06) nella doppia veste CD+DVD, fino all’ultimo lavoro in studio Restless Days (09). E ora, dopo cinque anni di pausa, questo nuovo album finanziato con il sistema del crowdfunding, tramite Pledge Music https://www.youtube.com/watch?v=lioz1zWSOCo .

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Feathers & Bones si apre proprio con la title track, una canzone chitarristica ed aggressiva, piuttosto nervosa, ma dal ritornello fruibile, All Or Nothing è già meglio con il suo ritmo cadenzato, seguita dalla frenetica Nothing Good Happens After Midnight, mentre Irene è esemplare per inquadrare la musica dei Clarks https://www.youtube.com/watch?v=Pp7EUEj7AhA , la classica ballata bucolica, un grande brano molto evocativo che fa da preludio alla dinamica e fluida Take Care Of You. Su questa falsariga si muove la seconda parte del disco, a partire da Map Of The Stars https://www.youtube.com/watch?v=P_FS0X38pyo  e Nothing But You brani dal riff quadrato e metallico, mentre Magazine è una sorta di folk-rock suonato come Dio comanda https://www.youtube.com/watch?v=tsajOqCwUiE , Some Call It Destiny è una canzone sorniona (e un po’ furbina) https://www.youtube.com/watch?v=lYu8jNQCi7g , a cui fanno seguito Take Me, un brano che inizia come una “ballad” per sola voce e chitarra e che si elettrifica strada facendo, e la scintillante Broken Dove che risente un po’ della lezione dei Counting Crows.

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Il secondo CD rivisita in versione acustica buona parte dei brani di Feathers & Bones, e come quasi sempre accade le canzoni risplendono di luce propria, toccando vette notevoli nel brano che dà il titolo all’album, come pure in Irene, Magazine, Some Call It Destiny e Take Me. I Clarks non saranno dei geni ma “solo” una solida rock’n’roll band, con le orecchie attente alle radio e con canzoni che una volta infilate nell’autoradio (esiste ancora?) vi portano a spasso in cerca di un locale dove si possa bere, volendo, anche una cassa di birra. Se vi piace il genere, buona ricerca (in effetti il disco è uscito la scorsa estate) e poi passate parola!

Tino Montanari

“Sentieri Selvaggi” ! Gathering Field – Wild Journey

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Gathering Field – Wild Journey – Wild Journey Records

Tornano dopo due anni dall’album live tratto da una occasionale reunion (recensito come sempre puntualmente su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2011/09/16/occasioni-mancate-occasioni-ritrovate-gathering-field-live-1/), quando già si cominciava a pensare che la loro carriera ventennale fosse ormai giunta al termine: in effetti questo Wild Journey è il primo disco in studio da una dozzina d’anni a questa parte, ma i pochi che li conoscono credo che non si siano certamente dimenticati come i Gathering Field fossero bravi. Il gruppo originario di Pittsburgh, come i “compagni di merenda” Rusted Root (anche loro tra i miei preferiti, ma sicuramente non fanno lo stesso genere), è una rock-band di formazione classica, solida e ben modellata, che vive come sempre sulle composizioni del leader Bill Deasy e sulla chitarra e il piano di Dave Brown, ben coadiuvati dal basso di Eric Riebling, dalla batteria di Ray DeFade, dalle tastiere di John Burgh e con il nuovo membro Clark Slater aggiunto alla seconda voce; il risultato sono dodici brani di roots-rock classico, con qualche spruzzata di country https://www.youtube.com/watch?v=xl7mDqmfHvo .

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I sentieri cominciano a dipanarsi con l’iniziale Wild Journey, una ballata elettrica dalla melodia avvincente, a cui fanno seguito le ritmate Something Holy e When Hearts Go Cold, entrambe con un bel lavoro delle chitarre, mentre la pianistica Brooklyn Honey è più introversa, molto rilassante e cantata alla meglio dalla voce profonda e calda di Deasy. Si riparte con il “groove” più ritmato di Never Gonna Let It Go e l’incedere country di Love No Longer, la fiera accattivante melodia di Not Ready Yet,  e la tambureggiante elettro-acustica Days Fly Away. Con Rough Landing si viaggia dalle parti della Dave Matthews Band, seguita dalla splendida Wild Summer Wind, grande “ballad” elettrica cantata e suonata con trasporto (la canzone migliore di tutto il disco per il sottoscritto), arrivando a concludere il viaggio con la melodia struggente di Disassemble, un bellissimo brano (con un piano limpidissimo) dal testo molto malinconico, e con la bucolica Learning To Stay dall’andamento country-western.

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I Gathering Field sono la classica band americana con un suono vicino alle radici del grande rock, e Wild Journey è un lavoro composito, ben strutturato, pieno di solide ballate elettriche nella grande tradizione della canzone d’autore a stelle e strisce (Mellencamp, Dylan, Springsteen), perché in fondo questi sono i grandi “eroi” di Deasy e Brown, ed il suono della band inevitabilmente risente di questo retaggio.

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Per questo finale di annata un lavoro da non sottovalutare (se lo avessi sentivo prima sarebbe entrato nella mia “listina” dei Top), un disco maturo e musica di qualità per una band che aspetta solo, come un regalo di Natale a sorpresa (ma anche per la Befana,o quando volete, visto la non facile reperibilità), di essere conosciuta come merita dagli appassionati del rock americano.

Consigliato!

Tino Montanari