14/04/2013

Piovono Chitarristi 1. Danny Bryant - Hurricane

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Esce tra il 19 aprile e il 6 maggio a seconda dei paesi, e dopo il Post dedicato a Ronnie Earl è il secondo di una serie che leggerete nei prossimi giorni dedicata ai chitarristi, pare che molti di quelli validi ed interessanti stiano pubblicando tutti dischi in questo periodo.

Danny Bryant – Hurricane – Jazzhaus Records

In questo ultimo periodo, curiosamente, sono usciti molti dischi nuovi dei principali chitarristi in circolazione, ha iniziato Clapton (che ovviamente non è solo considerato come chitarrista) e, a raffica, si sono susseguite le nuove prove di Ronnie Earl, Tinsley Ellis, Duke Robillard con Monster Mike Welch, ora Popa Chubby e a fine maggio un nuovo Bonamassa con Beth Hart, per non parlare del postumo di Jimi Hendrix. Aggiungiamo alla lista anche il CD di Danny Bryant, il secondo per la nuova etichetta, la tedesca Jazzhaus, dopo il CD/DVD Live in Holland dello scorso anno, ma il primo senza la solita ragione sociale Danny Bryant Redeye’s Band, anche se poi nel disco, come di consueto, suonano il batterista Trevor Barr e il babbo di Danny, Ken, al basso, per la serie tutto in famiglia, in Painkiller,addirittura al mandolino troviamo anche Kirby Bryant di cui non conosco l’esatto livello di parentela.

Ad un primo ascolto mi era piaciuta di più la seconda parte dell’album, quella con i brani lenti, le ballate non solo blues, ma devo ammettere che ai successivi ascolti la grinta e la potenza del trio (aumentata dal produttore Richard Hammerton, che siede anche alle tastiere e di cui non approvo totalmente le scelte, dateci Kevin Shirley) ti acchiappa: un brano come Prisoner Of the Blues, posto in apertura, ha il tiro e la forza del Clapton epoca Cream, o giù di lì, e la chitarra di Danny Bryant inanella una serie di assolo che sfociano nel gran finale con wah-wah, poderoso ma sempre nell’ambito del miglior rock-blues, uno che suona come Dio comanda, senza troppe derive hard ma risvegliando l’air guitarist di fronte allo specchio che è in voi. Greenwood 31 aggiunge un’armonica suonata dallo stesso Danny e il suono si fa più cadenzato ma sempre con quel suono grasso e corposo (che corrisponde anche all’aspetto fisico) che esce dalla sua Fret-King, se servono altre chitarre se le sovraincide lui e il suono si fa più avvolgente. Un piano introduce la lenta ballata, peraltro sempre molto ricca di chitarre, Cant’t Hold On, scritta, come tutto il materiale, dallo stesso Bryant, in questo album niente cover di Dylan, Hiatt o di Jimi Hendrix (l’ho visto dal vivo nell’Experience Tour dedicato proprio a Jimi e vi posso assicurare che questo signore è un grande manico).

Hurricane, la title-track, non è brutta, ma è uno di quei brani un po’ troppo radio-friendly, voce da radio AOR americana, tastiere a iosa e un ritmo troppo meccanico, mentre Devil’s Got A Hold On Me ha un riff che sta a metà tra Spirit In The Sky e On The Road Again, non originalissimo, ma fa muovere il piedino e le chitarre viaggiano a tempo di boogie che è un piacere. La seconda parte ci introduce alle ballate in crescendo, che sono un suo marchio di fabbrica, non slow blues tipici, più ballate atmosferiche alla Gary Moore nei suoi giorni migliori, I’m Broken e la più ritmata All Or Nothing (però quelle tastiere!) ne sono buoni esempi, anche se la voce non fantastica di Bryant si perde un po’ nel sound “leccato” di studio. Più coinvolgente e trascinante la lirica Losing You che ti permette di gustare a fondo il suono ficcante della solista di Danny Bryant che nel solo finale è veramente notevole. Conclude, come usava fare il buon Rory Gallagher, un bel brano acustico, come la già citata Painkiller, anche se il synth di Hammerton rompe un po’ le balle. Un buon disco, ma per dargli quel mezzo punto in più, meno tastiere e più grinta la prossima volta, anche se gli appassionati di chitarre troveranno pane per i loro denti, come, per esempio, nella seconda parte del brano finale, quando il nostro amico Danny innesta nuovamente le marce elettriche e con un wah-wah devastante procede a dimostrare perché è considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione.

Bruno Conti

16/04/2012

Questo Sì Che E' Un Chitarrista Coi Fiocchi! Danny Bryant - Night Life Live In Holland

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Danny Bryant’s Redeyeband – Night Life Live In Holland CD o DVD Jazzhaus rec. 

Secondo Live in carriera per Danny Bryant e la sua Redeyeband dopo quello del 2007. Mi ero già occupato di lui per il Busca e non posso che confermare quanto di buono avevo detto per questo chitarrista e cantante Blues inglese. Insieme a Matt Schofield, Aynsley Lister, Oli Brown ed altri fa parte della terza ondata del British Blues: dopo la prima, quella dei Mayall, Clapton, i Fleetwood Mac di Peter Green, i Savoy Brown e moltissime altre bands di fine anni ’60, c’è stata la seconda ondata, più contenuta, nella seconda metà degli anni ’70 con Dr.Feelgood, Nine Below Zero e Blues Band e ora, nei noughties, questa terza rinascita che è più incentrata sui solisti.

Se Matt Schofield è sicuramente quello con la migliore tecnica, Danny Bryant, che è un’autodidatta, supplisce con un feeling e una passione che soprattutto nei suoi concerti dal vivo raggiungono l’apice: ho avuto l’occasione di vederlo di persona nel passaggio del tour in Tributo a Hendrix a Milano di un paio di anni fa, e se l’headliner era sicuramente un Popa Chubby leggermente sottotono per l’occasione (ma poi si è ripreso), Bryant mi aveva impressionato per la grande grinta e fluidità del suo stile. Se Jimi Hendrix è una delle sue passioni principali, il buon Danny la divide con quella per Dylan, oltre al rispetto che nutre verso Walter Trout che è stato il suo scopritore e mentore da quando aveva 15 anni. Ora ne ha 31 e questo è già il suo ottavo album, due dal vivo si diceva, e potrebbe essere quello della sua consacrazione, sempre in un ambito di “culto”, ovviamente, non si fanno i grandi numeri con questo genere. A vedere questo concerto del 17 settembre del 2011 c’erano 500 persone, a Rosmalen nel sud dell’Olanda, ma Danny Bryant li ha ripagati con quella che lui stesso considera una delle migliori esibizioni della sua vita.

Ad aprire e chiudere il disco ci sono i due brani migliori (ma anche il resto non scherza): l’iniziale Tell Me che per la grinta e il torrente di note che emette la chitarra del nostro amico mi ha ricordato il miglior Rory Gallagher (e naturalmente Hendrix nella lunga parte di wah-wah) e in conclusione un lunghissimo slow blues, tirato e spasmodico, Always With Me, durante il quale Bryant estrae dal suo strumento ogni singola stilla di passione, rilanciando di continuo in un assolo chilometrico che è tra le cose migliori sentite nel genere in questi anni. Come avrà occasione di vedere chi acquisterà questo Night Life nella versione in DVD Danny Bryant sta diventando vieppiù un “grosso” chitarrista anche come dimensioni fisiche, non è mai stato smilzo ma le birre e la vita on the road evidentemente stanno mostrando i loro effetti. Nemmeno la presenza del padre Ken, che è il bassista del gruppo (e per inciso pure bravo) riesce a porre un limite a questa crescita che però è anche dal lato tecnico, come dimostra Just As I Am,  un altro slow blues a cavallo tra gli ZZTop di Blue Jean Blues e il Jeff Healey più intricato. Heartbreaker è un bluesone rock elettrico cadenzato degno del maestro Walter Trout con il riff di chitarra che taglia l’aria del piccolo locale olandese mentre Love Of Angels è una ballata lenta e sognante che si ispira al riff immortale e alle atmosfere di Litlte Wing di Hendrix.

Poi c’è questa passione (in)sana di Bryant per i cantautori, esplicitata in una eccellente ripresa di Master Of Disaster di John Hiatt, dove Danny non può competere nella parte vocale con l’autore, ma nella parte chitarristica è una bella lotta con Luther Dickinson che era il solista nella versione originale. E in tutti i brani la chitarra è in continua ricerca di tonalità e stili sempre diversi, anche con un bell'uso del vibrato. Nella versione DVD c’è un intermezzo acustico blues e una cover di Girl From The North Country di Dylan che è uno dei suoi cavalli di battaglia già nei dischi precedenti. E per concludere l’omaggio a Dylan c’è anche una bella versione di Knockin’ On Heaven’s Door, una delle più belle canzoni della storia del rock che si presta molto per queste versioni epiche e chitarristiche, chi scrive ne ricorda una molto bella che si trovava nel live Swingshift degli australiani Cold Chisel, quelli di Jimmy Barnes, che, detto per inciso, proprio in questo periodo si sono rimessi insieme e hanno pubblicato un album dopo 30 anni di separazione. Anche la versione di Bryant con il pubblico che intona il ritornello di sua sponte, si avvale poi di un notevole solo dell’eroe della serata. Grande concerto e grande chitarrista, come sempre dico per chi ama il genere, ma per chi vuole avventurarsi per una volta nelle lande del blues-rock questo potrebbe essere uno dei dischi più indicati e consigliati!

Bruno Conti

06/12/2011

Un "Grosso" Chitarrista! Nick Moss - Here I Am

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Nick Moss – Here I Am – Blue Bella Records

Mi perdonerete per il titolo (e spero che anche il "titolare" se dovesse leggere lo farà, perché capita che i musicisti leggano queso Blog), ma se vedete la foto si può capire, e comunque veniamo alle cose serie.

Nick Moss, da Chicago Illinois, è su piazza discograficamente parlando da una dozzina di anni, questo Here I Am, è il nono album, tutti rigorosamente pubblicati dalla sua etichetta Blue Bella Records e vista la provenienza uno potrebbe anche aspettarsi che faccia del Blues. E in effetti non si può negare, ma come rileva con intelligenza Jimmy Thackery nelle note introduttive al CD, negli ultimi tempi ed in questo album in particolare il suo stile sta evolvendo verso forme che conglobano rock (molto), funky, un pizzico di southern rock qui, un tocco di Hendrix là, insomma le cose si fanno interessanti. Se il nostro amico è cresciuto a pane e chitarra (e viste le dimensioni fisiche secondo me qualcuna se l’è anche magnata strada facendo) ed ascoltando il disco si sente, perché Nick Moss ha uno stile fluido, variegato e ricco di tecnica e, detto papale papale, ci dà dentro alla grande, con il tempo è diventato anche un buon autore che si scrive tutti i brani e un ottimo cantante dalla voce grintosa.

Questo Here I Am è un bel disco di rock (blues) di quelli gagliardi con tre brani all’inizio e tre alla fine del CD da tre stellette e mezzo anche quattro e una parte centrale più radiofonica, commerciale, vagamente funky, ma come possono esserlo i dischi di Jonny Lang o del John Mayer Trio, quindi comunque a notevole gradazione chitarristica.

La partenza è sparata con Why You So Mean! un boogie-rock-blues che ricorda il Rory Gallagher di Tattoo o Blueprint, due chitarre soliste che si rispondono dai canali dello stereo (entrambe suonate da Nick), una in stile slide fantastica, il pianino frenetico di Travis Reed e una sezione ritmica di grande spessore. Sul tutto la voce di Moss che se proprio vogliamo fare un paragone mi ricorda quella del Jeff Healey degli inizi. Se il buongiorno si vede dal mattino qui iniziamo alla grande, l’effetto Healey prosegue anche nella successiva Blood Runs percorsa dalle continue “frustate” della solista e arricchita, oltre che dall’eccellente lavoro a piano e organo del citato Reed, anche da un tocco “black” nei ricorrenti coretti soul. La title-track ha un abbrivio poderoso e riffato alla Led Zeppelin con la sezione ritmica di Nick Skilnic e Patrick Seals che fa del suo meglio per rievocare i fasti della coppia Bonham/Jones, Travis Reed questa volta all’organo aggiunge un tocco southern che ricorda quello di Gregg negli Allman dei tempi d’oro, la fusione dei due stili produce ottimi risultati e l’assolo di Moss è da grandi del rock, praticamente un esempio di come fare dell’ottima musica rock per il nuovo millennio, ricca di citazioni ma suonata con passione, e poi ognuno ci "legge" che vuole:

Candy Nation svolta con decisione verso ritmi più funky, un piano elettrico si affianca all’organo e solamente l’assolo di chitarra ha la potenza dei brani precedenti, ma basta e avanza. I’ll Turn Around è il cosiddetto singolo dell’album, una ballata più morbida poi ripetuta anche in versione radio edit alla fine del CD, tra chitarre acustiche e tastiere in questo caso si curano di più anche le melodie e non solo i grooves e anche se si perde in immediatezza il brano guadagna nella varietà dei suoni e comunque nella parte centrale ottimi assoli di slide e organo danno valore aggiunto alla canzone. Notare la finezza nei testi del libretto, ogni volta che c’è un assolo viene riportato fedelmente anche segnalando il punto in cui avviene, come ai vecchi tempi! Long Haul Jockey come il precedente mi ha ricordato quel suono turgido alla Black Crowes con rimandi zeppeliniani ma anche i Gov’t Mule meno selvaggi e la chitarra viaggia sempre alla grande. Here Comes Moses è un altro brano rock classico dalle atmosfere sospese con il solito lavoro di fino della chitarra che si inventa sempre nuove tonalità.

Caught By Suprise è un funky-rock alla Jonny Lang con un suono secco della batteria che si rifà alla musica nera come anche il lavoro di chitarre e tastiere “molto lavorate”. Katie Anne (Slight Return) già dal titolo è un omaggio a Jimi Hendrix  e qui c’è un grande lavoro di wah-wah e organo nella parte centrale e finale in pura modalità jam. Sunday Get Together è un bel brano strumentale finto live, ossia il pubblico si sente ma non c’è, uno slow blues che ricorda in modo impressionante il Peter Green dei Fleetwood Mac In Chicago.

In definitiva, uno bravo, molto bravo, tra i migliori chitarristi attualmente in circolazione. Ascoltare per credere!  

Bruno Conti

22/05/2011

Novità Di Maggio Parte III. Chip Taylor, Romy Mayes, Flogging Molly, Rory Gallagher, Mickey Newbury Eccetera

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Oggi lavoro doppio. Devo recuperare alcune uscite di Maggio visto che ho saltato la rubrica la scorsa settimana oberato dalle recensioni e dagli eventi. Dato per assodato che A Nod To Bob 2 il tributo a Dylan pubblicato dalla Red House rimarrà (è già uscito) l'unico sostanziale segnale dell'industria discografica per i 70 anni del grande Bob e che, come previsto, a pochi giorni dal genetliaco tutti i giornali e le televisioni si affrettano a parlare dell'evento, martedì prossimo 24 maggio sarebbe un giorno "tranquillo" per le uscite discografiche se non fosse che usciranno alcuni dei dischi "fondamentali" della discografia mondiale: il nuovo Lady Gaga, il nuovo Mango e il Best di Paolo Meneguzzi!

Il terzetto che vedete effigiato sopra è già disponibile nei negozi di dischi.

Romy Mayes è una eccellente cantautrice canadese, di Winnipeg per la precisione, questo Lucky Tonight è il suo quinto album e la vede accompagnata da Jay Nowicki, ottimo chitarrista, e dalla band dei Perpetrators. La particolarità è che, come nel caso dell'ultimo Richard Thompson o del super classico Times Fades Away del connazionale Neil Young (a cui è stato accostato), si tratta di un disco registrato dal vivo ma tutto con canzoni nuove. E la ragazza ha una gran grinta e voce.

Chip Taylor, come più volte ricordato in questo Blog, oltre ad essere il fratello di Jon Voight ( e quindi lo zio di Angelina Jolie), uno dei migliori "giocatori di carte" professionisti degli States, ha anche il "vizio" di scrivere belle canzoni. Nel passato ha scritto Wild Thing e Angel Of The Morning ma nell'ultimo ventennio, prima con Carrie Rodriguez, e ora con Kendel Carson e John Platania continua a registrare una serie di bellissimi album e se li pubblica con la sua etichetta, Train Wreck Records. Questo Rock and Roll Joe è l'ultimo della serie: un disco che contiene 16 brani (15 più la ripresa della title-track) dedicati ad alcuni musicisti "minori" che hanno fatto la storia del Rock and roll. Non contento gli ha dedicato un intero sito http://www.rnrjoe.com/, dove alcuni Rock & Roll Joes di oggi hanno scritto su quelli del passato, con ricco contorno di video.

Rory Gallagher se ne è andato ormai da 16 anni ma il fratello Donal che è in un certo senso il suo archivista in questi anni ha mantenuto viva la leggenda di quello che è stato uno dei più grandi artisti e chitarristi irlandesi di tutti i tempi (leggende apocrife narrano che Jimi Hendrix lo considerasse il secondo più grande, come chitarrista, dopo di lui, ma non essendoci più nessuno dei due è "difficile" controllare). Questo doppio CD Notes From San Francisco uscito in questi giorni negli States e che uscirà il 6 giugno anche in Europa è di gran lunga il più interessante delle ristampe dedicate a Gallagher. Si tratta di un disco completo di studio registrato appunto a San Francisco tra il novembre 1977 e il gennaio 1978 con la produzione di Elliot Mazer (proprio quello di Neil Young) e per motivi ignoti (si dice il perfezionismo di Gallagher che non era soddisfatto di alcuni mixaggi) è rimasto nei cassetti fino ad oggi. Ed è un vero peccato perché si tratta di un disco bellissimo, il cui valore è ulteriormente accresciuto per l'aggiunta nel secondo CD di un disco dal vivo con il meglio di 4 concerti registrati nel 1979 all'Old Waldorf dove Rory è in forma strepitosa. Eagle Rock in USA e Capo Records in Europa.

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Ancora un paio di aggiunte, il resto la settimana prossima. La prima è quel "formidabile" Box (anche nel prezzo, sulla settantina di euro) in tiratura limitata di 1.000 copie (quindi non so se si trova ancora) dedicato ancora una volta ad uno degli "unsung heroes" degli anni '70. Quel Mickey Newbury che rimarrà imperituro nella memoria se non altro per avere scritto (o meglio "arrangiato" visto che si tratta di un medley di tre canzoni popolari americane scritte nel 1800) quella An American Trilogy che dà il titolo alla raccolta e che secondo il sottoscritto è l'ultimo grande brano interpretato da Elvis Presley. Newbury ha scritto anche San Francisco Mable Joy e Frisco Depot, oltre a Funny, Familiar Forgotten Feelings e Sweet Memories e un altro centinaio di brani, nonché pubblicato una ventina di album in una lunga carriera che si è bruscamente interrotta con la sua morte avvenuta nel 2002. Sconosciuto ai più, si tratta di uno dei grandi autori della canzone americana al pari, che so, di un Fred Neil. Ed era anche un ottimo interprete come i pochi fortunati che si accaparreranno questo Box avranno modo di verificare. Etichetta Saint Cecilia Knows/Mountain Retreat. Comunque quasi tutti i suoi dischi sono belli quindi buona ricerca con una preferenza per la produzione anni '70.

Il disco nuovo dei Flogging Molly Speed Of darkness, il quinto della band americana di Celtic Punk esce il 31 maggio per la Thirty Tigers ma visto che c'ero ve lo segnalo in anticipo.

Vi segnalo anche in breve, poi ci torno con calma nei prossimi giorni un trio di CD di una nuova etichetta, la Rockbeat Records, ovvero le ristampe di Rockpile di Dave Edmunds (con bonus, ma è uguale a quello della Repertoire), il primo omomino dei Quicksilver Messenger Service e un Blasters Live 1986. Tutti e tre in uscita il 31 maggio.

Bruno Conti

11/10/2010

Così Non Ne Fanno Più Molti! Rory Gallagher - The Beat Club Sessions

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Rory Gallagher - The Beat Club Sessions - Capo/Eagle Records/Edel

Rory Gallagher è stato sicuramente una delle figure più carismatiche della scena musicale blues-rock Britannica (irlandese per la precisione) dalla fine degli anni ’60 quando esordiva con i Taste, un grande power-trio nato sulla scia dei Cream e poi come leader di un gruppo che ha portato il suo nome fino alla sua prematura morte avvenuta nel 1995 per le complicazioni in seguito ad un’operazione per sostituire il suo fegato distrutto da anni di problemi con l’alcol.

Gallagher era una specie di eroe nazionale in Irlanda, per valutarne la portata basta ricordare che il giorno della sua morte tutte le televisioni nazionali sospesero le trasmissioni per dare la notizia della sua morte (BBC compresa) e i funerali furono trasmessi in diretta nazionale. Rory Gallagher è stato sicuramente uno dei musicisti bianchi che meglio hanno applicato la lezione del blues alle scansioni del rock realizzando, soprattutto nei primi anni, una serie di album che ancora oggi rimangono tra le cose migliori mai uscite nell’ambito di quel genere definito per convenzione rock-blues: dischi come i 3 dei Taste e tra la produzione solista, il primo omonimo, Deuce, Blueprint e Tattoo, e i fantastici Live In Europe e Irish Tour sono quasi indispensabili per chi è un appassionato di Blues(rock) e di chitarra in particolare.

In possesso di una tecnica irruente, torrenziale, quasi rude ma capace anche di grandi virtuosismi alla slide e con la chitarra acustica, Gallagher è stato sicuramente uno dei dieci più grandi chitarristi nella storia del genere. Dal vivo soprattutto era quasi irrefrenabile, una vera forza della natura, con i suoi immancabili camicioni di flanella spesso a quadrettoni rossi e neri (così l’ho visto al Lirico di Milano nel 1971), la sua Fender scrostata e arrugginita ma con un suono unico da cui era in grado di ricavare un torrente di note, la sua voce cruda e appassionata, i suoi concerti erano degli eventi per chi vi assisteva. Negli anni successivi alla sua scomparsa è già stato pubblicato del materiale inedito: penso al doppio disco delle BBC Sessions ma anche al DVD Live At Montreux e al cofanetto triplo di DVD che raccoglieva le sue partecipazioni al mitico Rockpalast. Il Beat Club era la trasmissione che ha preceduto il Rockpalast, registrato negli studi di Brema tra il settembre 1965 e il dicembre 1972 ha visto transitare nei suoi studi la storia della musica rock, da Jimi Hendrix ai Led Zeppelin, passando per Santana, Who e mille altri, spesso in playback ma molte volte anche in performances dal vivo inedite.

Questo CD di Gallagher raccoglie il meglio delle sue tre apparizioni nella trasmissione tra il maggio del 1971 e il dicembre del 1972: accompagnato dai fidi Gerry McAvoy al basso e Wilgar Campbell alla batteria sciorina il meglio dei suoi primi due dischi di studio, 10 originali e due cover per un totale di 12 brani. Esiste anche una pubblicazione gemella in doppio DVD che oltre a questi brani dal vivo contiene un secondo dischetto con la storia della sua carriera, si chiama Ghost Blues.

Tornando al CD, diciamo che è strepitoso, dalla partenza sparatissima con una scatenata Laundromat, uno dei suoi cavalli di battaglia, con la chitarra che fischia, urla e strepita con il suo sound inconfondibile e poi l’ottima Hands Up molto raffinata, quasi jazzata in alcuni passaggi chitarristici e ancora l’eccellente Sinnerboy dalla partenza in sordina che poi si scatena in un’orgia di slide guitar che nulla ha da invidiare a vituosi come Winter, Cooder o Landreth, anzi! Una pausa acustica con Just The Smile dove le sue origini irlandesi si palesano e il blues con armonica di I Don’t Know Where I’m Going e poi un fantastico slow blues come I Could’ve Have Religion ancora con la slide in overdrive. Used to Be è un altro di quei blues-rock riffatissimi che erano il suo marchio fabbrica, imperdibile mentre In Your Town con la sua andatura boogie era un altro dei suoi brani più noti, qui in una versione devastante ancora con il suono della slide a dettar legge mentre la ritmica macina ritmi forsennati.

Should’ve Learned My Lesson è uno slow blues che, anche in questo caso, non ha nulla da invidiare a quel capolavoro che si chiama Since I’ve been Loving You che trovate sul terzo capitolo degli Zeppelin, entrambi sono dei miracoli di equilibri sonori e virtuosismo nell’ambito del blues, senti che roba!

Crest of a wave è un’altra grande canzone, questa volta rock puro, mentre Toredown è uno dei classici con cui si sono misurati i grandi della chitarra e Messin’ With The Kid, altro cavallo di battaglia, uno dei pezzi blues-rock più irresistibili di tutti i tempi.

Da non perdere!

Bruno Conti