Giovane, Ma Tosto Pure Questo. Tom Killner – Live

tom killner live

Tom Killner – Live – Cleopatra Records

Ultimamente i migliori nuovi chitarristi blues (e rock) vengono prodotti dalla scena musicale americana, anche per le dimensioni del bacino da cui pescare, ma ogni tanto pure dall’Inghilterra arriva qualche nome degno di nota: penso a Aynsley Lister, Oli Brown, Laurence Jones, tra le donne a Joanne Shaw Taylor, e tra quelli più affermati a Matt Schofield o Danny Bryant, tanto per ricordarne alcuni. Forse proprio a quest’ultimo si può avvicinare il giovane Tom Killner: ventuno anni, già con un album di studio pubblicato nel 2015, Killner è uno di quelli dal sound “tosto” e tirato, di scuola rock-blues, un repertorio che pesca nei classici (ma nel disco di studio c’erano anche sue composizioni), e infatti questo disco dal vivo, registrato alla Old School House di Barnsley, è composto solo di cover. Quando ho letto il nome dell’etichetta (la mitica Cleopatra!) ho temuto il peggio, ma questa volta devo dire tutto bene. Killner si presenta sul palco con il suo gruppo, un quintetto che prevede un secondo chitarrista e un tastierista: il suono è in effetti, almeno nei primi brani, piuttosto tirato anziché no. Si capisce che il giovane ha messo a frutto gli ascolti della collezione di dischi del babbo, dai Cream a Hendrix, ma anche i vecchi Fleetwood Mac e il southern rock, e per il modo di cantare e suonare, ruvido e grintoso, anche uno come Rory Gallagher (un po’ più “cicciotto”) viene citato dallo stile esuberante di Tom.

Questo almeno è il punto di partenza, ma poi gli ascolti e le influenze si sono ampliate per confluire in questo disco dal vivo: prendiamo la traccia di apertura, Like It This Way, un brano dei primi Fleetwood Mac, firmato da Danny Kirwan, e mai inciso dal gruppo di Peter Green, solo eseguito in concerto e poi uscito in un disco postumo, l’approccio di Killner e soci è quello ruspante e ispido che ci si potrebbe aspettare. Ritmica dura e cattiva, doppia chitarra solista (come i vecchi Fleetwood), voce sopra le righe, ma corposa per un 21enne, e via pedalare, l’organo lavora sullo sfondo e Killner comincia ad esplorare la sua solista con voluttà ; King Bee più che a Muddy Waters (debitamente citato) rimanda proprio al giovane Rory Gallagher, chitarra arrotata, un pianino saltellante e tanta grinta, manco fossero i giovani Taste. Ain’t No Rest For The Wicked non è qualche oscura perla del British Blues, ma un brano dei Cage The Elephant (già presente nel disco di studio), a dimostrazione che il buon Tom ascolta anche materiale contemporaneo, una bella hard ballad con umori southern di buona fattura, mentre Have You Ever Loved A Woman è il suo omaggio al grande blues, un lento legato quasi inestricabilmente a Eric Clapton, ma di cui Killner ci regala una versione calda e raffinata, con uno splendido lavoro in crescendo della sua chitarra che inanella assolo dopo assolo, ben coadiuvato dal secondo chitarrista Jack Allen e dal tastierista Wesley Brook.

Higher Ground di Stevie Wonder non è una scelta che ti aspetteresti, ma l’approccio funky ed hendrixiano, è brillante e riuscito. L’altro brano estratto dal disco di studio è una ripresa di Cocaine Blues, lenta ed atmosferica con un pregevole uso su toni e volumi. Poi tocca ad una esuberante ma rispettosa Crosstown Traffic di Mister Jimi Hendrix, suonata veramente bene. Segue un inatteso doppio omaggio al sound sudista e agli Allman Brothers, prima con una lirica ed intensa Soulshine di Warren Haynes, poi con una veemente e “riffata” Whipping Post, dove si apprezza l’ottimo lavoro di tutta la band, e anche se Killner non può competere con la voce di Gregg Allman, la parte strumentale è eccellente, come pure nella successiva The Weight, con il classico della Band ripreso con rispetto e il giusto approccio per questo capolavoro. Ancora Hendrix con una vorticosa e fumante Foxy Lady, che conferma le buone impressioni sollevate da questo giovane Tom Killner. La stoffa c’’è, come conferma anche la conclusione con una robusta versione di With A Little Help From My Friends di Joe Cocker (di cui sto guardando proprio in questi giorni il documentario relativo alla sua vita Mad With Soul, del quale a tempo debito vi riferirò sul sito) che se non raggiunge le vette di quella che fanno dal vivo i SIMO, ci si avvicina di parecchio. 70 minuti complessivi di rock e blues da gustare tutto d’un fiato, questa volta la Cleopatra non ha “ciccato”!

Bruno Conti

Poderoso Rock-Blues Di Stampo Southern. Sean Chambers – Trouble & Whiskey

sean chambers trouble & whiskey

Sean Chambers – Trouble & Whiskey – American Showplace Music

Mi era già capitato, in passato,  di parlare, in modo più che positivo, di Sean Chambers: in occasione del suo Live From The Long Island Warehouse del 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/10/20/virtuosi-ain-t-nothin-but-the-blues-rock-the-sean-chambers-b/ , poi il chitarrista della Florida aveva pubblicato nel 2013 un altro buon album, dal titolo The Rock House Sessions, prodotto da Reese Wynans, che suonava pure le tastiere nel disco, dove apparivano tra i musicisti gente come Bob & Etta Britt, Tom Hambridge alla batteria, Tommy McDonald al basso, Rob McNelley alla seconda chitarra, quindi non i primi che passavano per strada. Ora a distanza di quattro anni dal precedente il nostro amico ritorna con Trouble & Whiskey, il suo sesto CD (e forse il migliore), in una onorata carriera che lo ha visto suonare ad inizio carriera come chitarrista della band di Hubert Sumlin, facendo la dovuta gavetta. In Humble Spirits del 2004 c’erano Bobby Torello alla batteria e Dan Toler addirittura al basso, oltre a Bernard Allison, e pure il Live citato prima era un ottimo album.

Nulla quindi da far supporre che il nuovo album potesse essere inferiore ai suoi predecessori, e infatti non lo è. Sean Chambers, per dividere la capocchia di uno spillo, è un praticante del rock-blues più che del blues, nel senso che il suo genere è tirato e grintoso, dalle parti del power trio, anche se le tastiere sono sempre ben presenti, ma soprattutto è un notevole virtuoso della chitarra elettrica, di quelli della scuola Hendrix, Stevie Ray Vaughan, ZZ Top, per la sua provenienza sudista, ma, per certi versi, anche con affinità con Gary Moore, nel senso che gli piace “picchiare”, con giudizio, nella propria musica. Nel nuovo disco Chambers è affiancato da Kris Schnebelen ex Trampled Under Foot alla batteria, oltre che da Todd Cook al basso e da Michael Hensley alle tastiere, più altri ospiti che vediamo fra un attimo: l’iniziale I Need Your Lovin’, uno dei sette brani originali firmati dal nostro, è un poderoso rock-blues di stampo southern, molto alla ZZ Top, con la chitarra che inizia a volteggiare con vigore sulle evoluzioni della sezione ritmica e dell’organo; in Bottle Keeps Staring At Me Chambers passa alla slide, per un brano che mi ha ricordato moltissimo lo stile di Rory Gallagher, mentre la title track è un torrido blues lento (firmato insieme al collega Jimmy Bennett) in cui Sean ci delizia con uno di quei classici assoli da faccina, quelli dove il chitarrista estrae dal suo strumento fino all’ultima stilla di feeling, e per fare ciò il viso si contorce in smorfie che fanno pensare a qualcuno affetto da una forte acidità di stomaco, oppure che stia eseguendo un assolo della Madonna, e per l’occasione siamo nella seconda categoria.

E pure nel reparto vocale non si scherza, il musicista della Florida è un possesso di una voce potente ed espressiva, e nella successiva Travelin’ North, dove John Ginty siede all’organo, i due si sfidano in un sinuoso duetto chitarra-organo che rimanda all’accoppiata Ronnie Earl/Bruce Katz nei dischi dei Broadacasters. Cut Off My Right Arm è la prima delle tre cover, un blues più classico e rigoroso, dal repertorio di Johnny Copeland, sempre con il fluido lavoro della solista in evidenza; Bullfrog Blues, un traditional degli anni ’20, lo si ricorda nella versione dei Canned Heat, ma a chi scrive soprattutto in quella di Rory Gallagher, e la grinta di Chambers, di nuovo alla slide, si rifà moltissimo all’approccio poderoso del grande irlandese, e per completare il tuffo nel passato Schnebelen piazza pure un “desueto” assolo di batteria. Eccellente anche la ripresa di Sweeter Than An Honey Bee, un brano di B.B. King, con Michael Hensley al piano, dove la band, con Sean anche all’acustica si lancia in un vorticoso ritmo che più che a Riley rimanda di nuovo a Gallagher in trasferta sul Mississippi; Handyman è firmata di nuovo con Bennett, che è anche impegnato alla seconda chitarra, ancora un brano a tutto riff, che vira verso il lato più tirato e rock della musica di Chambers, che comunque suona sempre come un indemoniato. E tanto per non farci mancare nulla Be Careful With A Fool è un altro slow blues di quelli intensi, con la chitarra che inanella una serie di assoli lancinanti della premiata scuola Jimi Hendrix o Stevie Ray Vaughan, mentre in Gonna Groove, firmata ancora con Bennett, come da titolo  si va molto di funky felpato, con organo sincopato e anche se la tensione si allenta un attimo l’assolo prima di slide e poi della solista tradizionale è sempre di grande classe e finezza, come tutto l’album del resto. Se vi piace il blues-rock chitarristico non passate oltre.

Bruno Conti    

E Questa Invece E’ Brava: Se Lo Dice Anche Bonamassa Sarà Vero! Joanne Shaw Taylor – Wild

joanne shaw taylor wild

Joanne Shaw Taylor  – Wild – Axehouse Music

La regola, ricordata in un famoso detto, dovrebbe essere, “chi si loda si imbroda” e una come Joanne Shaw Taylor che nel suo sito viene presentata come “the finest female blues rock singer and guitarist” (ma Susan Tedeschi e Bonnie Raitt, per citarne due, saranno contente?) potrebbe rientrare nella categoria delle “montate”, ma visto che invece non siamo molto lontani dalla verità, se aggiungiamo “one of” all’inizio della frase ci siamo, e poi la nostra amica, è giovane (30 anni nel 2016, ops mi è scappata l’età, non si dovrebbe), bionda, carina e pure brava. La sua crescita qualitativa è esponenziale, prima l’ottimo Live Songs From The Road http://discoclub.myblog.it/2013/12/16/bella-brava-bionda-suona-il-blues-joanne-shaw-taylor-songs-from-the-road/ , poi il trasferimento negli States (la Shaw Taylor è inglese, se non lo avevamo detto) per un primo album, The Dirty Truth http://discoclub.myblog.it/2014/11/23/porti-la-chitarra-bella-bionda-joanne-shaw-taylor-the-dirty-truth/ , registrato a Conce, Tennessee, con la produzione di Jim Gaines e l’aiuto di alcuni eccellenti musicisti locali; ora per il nuovo Wild, quinto disco di studio, trasferta di poche miglia ai Grand Victor Sound Studios di Nashville, dove opera abitualmente Kevin Shirley, il produttore di Joe Bonamassa, che ha espresso più volte il suo apprezzamento per Joanne, definendola una delle migliori cantanti, autrici e chitarriste del blues contemporaneo, utilizzandola anche come opening act nel suo recente tour dedicato alla British Blues Explosion e addirittura “prestandole” una parte della sua band per la registrazione del nuovo album.

Infatti nel disco appaiono il bassista Michael Rhodes, la sezione fiati di Paulie Cerra e Lee Thornburg, oltre alle tre splendide coriste Mahalia Barnes, Juanita Tippins e Jade MacRae, con l’aggiunta di Rob McNelley alla seconda chitarra, Steve Nathan alle tastiere e Greg Morrow alla batteria. Ma protagoniste assolute sono le canzoni dell’album, incanalate attraverso la voce roca e la Gibson della Shaw Taylor. Dying To Know è una bella partenza, tra boogie e classico british blues alla Rory Gallagher, ma pure vicina ovviamente al sound dell’ultimo Bonamassa, con la chitarra subito in azione, fluida ed aggressiv ; Ready To Roll, anche se le coriste ci mettono del loro nel call and response, è un rock-blues funky ed energico, ma più scontato nello svolgimento, anche se la chitarra fa sempre il suo dovere, e Get You Back, sempre con i dovuti distinguo, sembra comunque ispirarsi di nuovo alle atmosfere del Rory Gallagher più aggressivo, con le linee della solista sempre interessanti e le coriste scatenate https://www.youtube.com/watch?v=yRQbOd_1h1c . No Reason To Stay, con una atmosferica introduzione di piano, tastiere e chitarra, poi si sviluppa come un brano dei primi Dire Straits, incalzante e con un bel crescendo chitarristico  https://www.youtube.com/watch?v=bsVfuKSjdqg. Wild Is The Wind è il classico pezzo di Dimitri Tiomkin, la facevano anche Nina Simone e David Bowie, qui diventa una sorta di moderna soul ballad, cantata con passione dalla Shaw Taylor che sfodera anche un paio dei suoi migliori assoli del disco, lirici ed avvolgenti.

Wanna Be My Lover torna al rock-blues potente ed aggressivo che è una delle prerogative della bionda inglese, con tutta la band ben evidenziata dalla produzione nitida di Shirley. I’m In Chains vira verso un hard-rock made in the 70’s, con potenti riff alla Deep Purple, ma anche derive boogie sudiste, chitarre taglienti e le coriste che tornano più agguerrite che mai. I Wish I Could Wish You Back, titolo da scioglilingua amoroso, è una bella ballata, impreziosita dalla voce roca della Shaw Taylor, molto presa da questa canzone di rimpianti di amore, arrangiamento comunque di raffinata complessità. A sorpresa poi arriva My Heart’s Got A Mind Of Its Own, un brano tra swing con fiati, soul e il classico sound pianistico di Leon Russell, che è il co-autore del brano, una canzone dove Kevin Shirley applica le variazioni sonore utilizzate negli album di Bonamassa in coppia con Beth Hart, mentre in conclusione la Shaw Taylor si inventa un assolo alla BB King. Nothing To Lose torna al miglior blues-rock, potente e vigoroso, con notevoli fiammate chitarristiche.

In conclusione un classico di Gershwin con cui già in passato si sono confrontati colossi del rock, Summertime (penso alla versione di Janis Joplin a cui chiaramente si rifà questa della Shaw Taylor): niente male, con inserti pianistici ad impreziosirla ed una buona prestazione vocale della nostra amica, molto impegnata anche alla solista con una serie di assoli notevoli. Come è ormai diventata (pessima) usanza, visto quanto le fanno pagare, c’è anche una Deluxe edition singola, con due tracce aggiunte, Sleeping On A Bed Of Nails e Your Own Little Hell, due ulteriori buoni pezzi che confermano la qualità complessiva di questo Wild e il talento della bionda Joanne Shaw Taylor.

Bruno Conti

Novità Di Settembre, Appendice Finale. Darlene Love, Lucero,Tommy Keene, Dead Weather, Taste

darlene love introducing

E siamo arrivati al capitolo finale delle varie anticipazioni sulle uscite discografiche più interessanti (almeno per il Blog) del mese di settembre: nel Post odierno ho recuperato alcuni titoli che erano sfuggiti per vari motivi nei capitoli precedenti. Sicuramente ce ne saranno altri che mancano all’appello, alcuni di cui comunque ci saremmo occupati in ogni caso ed insieme ai più importanti di quelli via via segnalati avranno diritto ad un Post apposito ad hoc.

Questo Introducing Darlene Love in un primo momento mi era sfuggito perché pensavo si trattasse di una antologia dedicata alla leggendaria cantante americana da sempre associata con Phil Spector, ma che vanta anche una sorta di venerazione da parte di Bruce Springsteen e Miami Steve Van Zandt. Proprio Little Steven è il produttore e l’arrangiatore di questo progetto in uscita il 18 settembre per la Wicked Cool Records via Columbia, con la partecipazione di una miriade di ospiti incredibili:

1. Among The Believers (Stevie Van Zandt)
2. Forbidden Nights (Elvis Costello)
3. Love Kept Us Foolin Around (Linda Perry)
4. Little Liar (Desmond Child/Joan Jett)
5. Still Too Soon To Know (Elvis Costello)
6. Who Under Heaven (Jimmy Webb)
7. Night Closing In (Bruce Springsteen)
8. Painkiller (Michael Des Barres/Paul Ill)
9. Just Another Lonely Mile (Bruce Springsteen)
10. Last Time (Stevie Van Zandt)
11. River Deep, Mountain High (Phil Spector/Jeff Barry/Ellie Greenwich)
12. Sweet Freedom (Barry Mann/Cynthia Weil)
13. Marvelous (Walter Hawkins)
14. Jesus Is The Rock (That Keeps Me Rollin) (Stevie Van Zandt)

Quelli tra parentesi sono gli autori, ma molti di loro partecipano in modo fattivo anche alla realizzazione dell’album di Darlene Love, il primo album nuovo dal lontano 1988; come vedete ci sono due canzoni di Springtsteen e due di Costello (e tre di Van Zandt, che suona anche la chitarra in tutto il disco): francamente non sentivo la mancanza di Linda Perry e Desmond Child, ma fanno parte del pacchetto totale e in ogni caso il video di Forbidden Nights è delizioso, con l’avvertenza che quelli che si vedono non sono i sosia di Patti Scialfa, Bruce Springsteen, Joan Jett, Bill Murray, Elvis Costello, Paul Shaffer e Steven Van Zandt, oltre a David Letterman con barba, ma gli originali..

e qui la troviamo con Bruce e soci alla serata speciale per i 25 anni della Rock And Roll Hall Of Fame

lucero all a man should do

Un po’ a sorpresa, sempre il 18 settembre, esce anche il nuovo album dei Lucero
All A Man Should Do. Dieci nuovi brani per la band di Ben Nichols, preceduti dal singolo, che già mi piace solo dal titolo, Went Looking For Warren Zevon’s Los Angeles

1. Baby Don’t You Want Me
2. Went Looking for Warren Zevon’s Los Angeles
3. The Man I Was
4. Can’t You Hear Them Howl
5. I Woke Up in New Orleans
6. Throwback No. 2
7. They Called Her Killer
8. Young Outlaws
9. I’m in Love with a Girl
10. My Girl & Me in ‘93

Etichetta Ato Records, come al solito.

tommy keene laugh in the dark

Nuovo album anche per Tommy Keene, purtroppo uno dei secreti meglio conservati del rock americano, questo Laugh In The Dark, in uscita negli USA il 4 settembre per la Second Motion (e il 25 settembre per il mercato europeo), tra CD, EP, Compilations e Live è già il 20° album della sua discografia. Se vi piace il rock classico ad alto tasso chitarristico (vogliamo chiamarlo power pop?) ricco di melodie, canzoni di gran classe e raffinatezza questo signore fa per voi. Titoli dei brani:

1. Out Of My Mind
2. Dear Heloise
3. Last Of The Twilight Girls
4. All The Lights Are Alive
5. Laugh In The Dark
6. I Belong To You
7. Alone In These Modern Times
8. I Want It To Be Over Now
9. Go Back Home
10. All Gone Away

Video del nuovo album ancora nulla, per avere una idea di chi parliamo un paio di brani dal passato. Dal classico Songs From The Film del 1986

e dall’ultima uscita del 2013, Excitement at Your Feet, un disco di cover, questa è la sua versione di Guiding Light dal capolavoro dei Television Marquee Moon

e le tracce audio del nuovo disco

dead weather dodge and burn

Registrato approssimativamente tra il luglio 2014 e il luglio 2015 (ma il singolo solo in vinile con Open Up e Buzzkill(er) era stato inciso sul finire del 2013 e pubblicato dall’etichetta personale di Jack White Third Man Records). Stessa etichetta, con distribuzione Warner, per il terzo album dei Dead Weather Dodge And Burn, uscita prevista per il 25 settembre: con White, versione capello corto, i soliti Alison Mosshart, Dean Fertita e Jack Lawrence. Non mi hanno mai fatto impazzire, lo preferisco con i Raconteurs, comunque questo è il brano che anticipa l’album, un buon pezzo di hard rock classico

taste what0s going on

E per finire, Taste What’s Going On Live At The Isle Of Wight. Come i più attenti avranno notato, nel recentissimo cofanetto quadruplo della band di Rory Gallagher I’ll Remember,  il concerto registrato all’isola di Wight non c’era, pur facendo parte della discografia ufficiale ed essendo stato pubblicato varie volte in CD. Ma questa volta il concerto esce in vari formati: CD, 2 LP e, per la prima volta, anche in DVD e Blu-Ray. Il tutto ad opera della Eagle Rock e con data di pubblicazione 18 settembre. Se proprio vogliamo essere pignoli nel DVD Message to Love:The Isle of Wight Festival 1970 c’erano due brani dei Taste, Sinner Boy e Gamblin’ Blues, ma questa volta c’è tutto il concerto completo:

TRACKLISTING CD / 2LP
1) What’s Going On
2) Sugar Mama
3) Morning Sun
4) Gambling Blues
5) Sinner Boy
6) I’ll Remember
7) I Feel So Good
8) Catfish Blues
9) Same Old Story
10) Blister On The Moon

TRACKLISTING DVD / Blu-Ray
1) What’s Going On
2) Sugar Mama
3) Morning Sun
4) Gambling Blues
5) Sinner Boy
6) Same Old Story
7) Catfish Blues
8) I Feel So Good

Quindi anche chi già possiede il CD sarà costretto al “sacrificio”, ci tocca!

In ogni caso soldi ben spesi, la leggenda di Rory Gallagher continua…

E anche noi proseguiamo, ci sentiamo alla prossima.

Bruno Conti

Ristampe Agosto 2015. Taste – I’ll Remember You Cofanetto 4 CD

taste i'll remember

Taste – I’ll Remember You – Box 4 CD – Polydor/Universal 28-08-2015

Se ne parlava già da alcuni mesi, e a fine agosto uscirà questo cofanetto di 4 CD per ricordare Rory Gallagher, nel ventesimo anniversario della sua scomparsa, ma anche per rendere onore e merito agli irlandesi Taste, uno dei gruppi che viene giustamente considerato tra gli inventori del cosidetto power-rock trio, contemporanei dei Cream e degli Experience di Jimi Hendrix, a distanza di tanti anni non vengono ricordati con la stessa riverenza accordata ai gruppi di Clapton ed Hendrix, forse anche perché Richard McCraken, al basso e John Wilson, alla batteria,  non sono entrati nella leggenda del rock come Ginger Baker e Jack Bruce, Mitch Mitchell e Noel Redding (e forse, ma forse, perché erano anche meno bravi), ma Gallagher era uno dei chitarristi più straordinari prodotti da quell’epoca, e da tutte le successive, uno dei chitarristi elettrici più bravi di sempre, ancora oggi al n° 57 nella classifica all time di Rolling Stone. E con quella presunta famosa frase attribuita a Jimi Hendrix “Come ci si sente ad essere il più grande chitarrista del mondo? “ Non lo so vai a chiederlo a Rory Gallagher”  entrata nella mitologia del rock.

Diciamo subito che il cofanetto, I’ll Remember You, è molto bello, sia a livello estetico che di contenuti, ma non è la discografia completa del gruppo: mancano i due dischi dal vivo postumi (la band si è sciolta nel 1970) Live Taste e Live At The Isle Of Wight, entrambi pubblicati nel 1971, Taste First, con le registrazioni del 1967, uscito nel 1972 per la Basf, e In Concert, etichetta Ariola 1976, come Taste featuring Rory Gallagher, con un concerto al Marquee del 1968. Però gli inediti e le rarità compensano abbondantemente. I primi due CD contengono gli album originali di studio Taste, del 1969 e On The Boards, del 1970, entrambi arricchiti da molte tracce aggiunte, mentre il terzo e quarto CD riportano materiale dal vivo e in studio di grande valore, con demos, alternate takes e materiale dal vivo inedito, tra cui la registrazione parziale del famoso Woburn Abbey Festival del 1968 in cui si incrociarono per la prima volta le strade di Rory Gallagher e Jimi Hendrix (e di cui esistono anche i nastri di Hendrix, già venduto in rete dalla Dagger Records della Experience Hendrix come official bootleg, ma si presume verranno pubblicati in futuro anche dalla Sony a livello ufficiale, ma questa è un’altra storia).

Comunque ecco il contenuto completo del cofanetto:

CD1 – Taste:
01: Blister On The Moon ( 3:26 )
02: Leaving Blues ( 4:15 )
03: Sugar Mama ( 7:14 )
04: Hail ( 2:35 )
05: Born On The Wrong Side of Time ( 4:00 )
06: Dual Carriageway Pain ( 3:13 )
07: Same Old Story ( 3:32 )
08: Catfish ( 8:04 )
09: I’m Moving On ( 2:29 )
10: Blister On The Moon – Alt Version ( 3:30 )
11: Leaving Blues – Alt Version ( 4:20 )
12: Hail – Alt Version ( 2:36 )
13: Dual Carriageway Pain – Alt Version – No Vocal ( 3:00 )
14: Same Old Story – Alt Version ( 3:30 )
15: Catfish – Alt Version ( 8:00 )

CD2 – On The Boards:
01: What’s Going On ( 2:44 )
02: Railway and Gun ( 3:33 )
03: It’s Happened Before, It’ll Happen Again ( 6:32 )
04: If The Day Was Any Longer ( 2:07 )
05: Morning Sun ( 2:38 )
06: Eat My Words ( 3:45 )
07: On The Boards ( 6:01)
08: If I Don’t Sing I’ll Cry ( 2:38 )
09: See Here ( 3:04 )
10: I’ll Remember ( 3:01 )
11: Railway and Gun – Off The Boards mix ( 3:30 )
12: See Here – Alt Version ( 3:00 )
13: It’s Happened Before, It’ll Happen Again – Take 2 – Beat Club audio 1970 ( 10:52 )
14: If The Day Was Any Longer – Beat Club audio 1970 ( 2:35 )
15: Morning Sun – Beat Club audio 1970 ( 3:31 )
16: It’s Happened Before, It’ll Happen Again – Take 1 – Beat Club audio 1970 ( 9:48 )


CD3 – Live In Stockholm and London 1970:
01: What’s Going On ( 3:00 ) – Live in Stockholm – September 1970
02: Sugar Mama ( 7:00 ) – Live in Stockholm – September 1970
03: Gambling Blues ( 4:00 ) – Live in Stockholm – September 1970
04: Sinner Boy ( 4:00 ) – Live in Stockholm – September 1970
05: At The Bottom (4:00) – Live in Stockholm – September 1970
06: She’s 19 Years Old ( 4:00) – Live in Stockholm – September 1970
07: Morning Sun ( 2:40 ) – Live in Stockholm – September 1970
08: Catfish ( 5:30 ) – Live in Stockholm – September 1970
09: I’ll Remember ( 5:30 ) – BBC Radio One – Live from the Paris Theatre 1970***
10: Railway and Gun ( 4:10 ) – BBC Radio One – Live from the Paris Theatre 1970***
11: Sugar Mama ( 6:31 ) – BBC Radio One – Live from the Paris Theatre 1970***
12: Eat My Words ( 8:17 )- BBC Radio One – Live from the Paris Theatre 1970***
13: Catfish ( 5:32 ) – BBC Radio One – Live from the Paris Theatre 1970***

*** Off-air recordings

CD4 – Taste Mark I – Belfast Sessions and Demos / 7” single and Live at Woburn Abbey Festival 1968:
01: Wee Wee Baby ( 2:45 ) – Major Minor demo
02: How Many More Years ( 3:24 ) – Major Minor demo
03: Take It Easy Baby ( 7:09 ) – Major Minor demo
04: Pardon me Mister ( 2:41 ) – Major Minor demo
05: You’ve Got To Pay ( 2:42 ) – Major Minor demo
06: Norman Invasion ( 3:01 ) – Major Minor demo
07: Worried Man ( 2:30 ) – Major Minor demo
08: Blister On The Moon – A-Side of the Major Minor 7” single
09: Born On The Wrong Side of Time – B-Side of the Major Minor 7” single
10: Summertime ( Instrumental ) ( 1:31 ) – Live at Woburn Abbey Festival 1968
11: Blister On The Moon ( 3:38 ) – Live at Woburn Abbey Festival 1968
12: I Got My Brand On You ( 7:23 ) – Live at Woburn Abbey Festival 1968
13: Medley – Rock Me, Baby / Bye Bye Bird / Baby Please Don’t Go / You Shook Me, Baby ( 10:59 ) – Live at Woburn Abbey Festival 1968

Il box costerà tra i 40 e 50 euro e per chi non conosce i dischi dei Taste sarà una sorpresa ascoltare Rory Gallagher impegnato di tanto in tanto anche al sax, oltre che alla chitarra e all’armonica, in incursioni in territori jazz inconsueti nella sua opera successiva.

Le altre “ristampe” di agosto le leggete in un altro Post.

Bruno Conti

In Belgio Non Solo Ciclisti, Anche Bluesmen Bravi! Guy Verlinde – Better Days Ahead

guy verlinde better days

Guy Verlinde – Better Days Ahead – Dixiefrog/Ird

Lo ammetto, ero già pronto a della facile ironia: mancava solo il bluesman belga per completare la mia “collezione” di rappresentanti delle 12 battute in giro per il mondo (di recente arricchita con austriaci e svedesi). Chi è questo Guy Verlinde? Un ciclista forse … al limite se fosse stato Van Der Linden avrebbe potuto essere l’organista degli Ekseption, ma quelli erano olandesi. E invece questo signore, con lo pseudonimo Lightnin’ Guy, ha già fatto parecchi album, gli ultimi due per la Dixiefrog, che peraltro nello spazio sul proprio sito ufficiale riesce anche a ciccarne il nome, scrivendolo senza n, Lightin’ Guy! Il nostro amico non è più un giovanotto, veleggia verso i 40 anni,  ha già pubblicato sei album negli ultimi anni, vincendo tutti i premi disponibili: come miglior musicista blues belga (giustamente direte voi, sì ma la concorrenza?), piazzandosi anche al 4° posto agli European Blues Awards del 2012 e vincendo il premio come miglior Live Blues Act nel 2014. Nell’Europa del Nord dove è sempre in tour come un disperato è in effetti una sorta di celebrità, oltre al Belgio, all’Olanda (dove è stato registrato questo nuovo Better Days Ahead), anche Germania e Francia, ma pure Austria, Lussemburgo e Slovacchia vengono visitati dal buon Guy.

Nel frattempo, mentre scrivo queste note, sto ascoltando il CD, e devo ammettere che è piuttosto buono, non si può gridare al miracolo, ma è decisamente valido: come ricorda lui stesso nelle note del CD le sue radici non si trovano certamente nel fango della zona tra Clarksdale e il Mississippi o lungo le strade di Chicago, Illinois, ma la sua visione del blues, non essendo “Vecchia scuola” e quindi più contemporanea, tiene conto però della lezione del passato (per esempio alla musica di uno come Hound Dog Taylor ha dedicato un intero album dal vivo) e citando il famoso motto del grande B.B. King ricorda che il blues è una musica che parla “ di un uomo buono, a cui tutto va male e cerca di migliorarsi”, più o meno. Quindi contano i sentimenti e anche se lo stile sonoro che usa Verlinde è più contemporaneo, non per questo è meno valido. La voce è interessante, morbida a tratti, più grintosa in altri, da bianco comunque, lo stile chitarristico è molto completo, in grado di spaziare dalla tiratissima apertura di Better Days Ahead, dove la chitarra viaggia spedita e sicura su una ritmica di chiaro stampo rock, con i continui rilanci della solista, dal sound pulito e ricco di tecnica, anzi se tutto il disco fosse al livello di questa apertura, parlerei di piccolo gioiellino. Comunque  il resto del disco è più che buono, nelle derive più ortodosse di una Heaven Inside My Head, dove Guy sfodera la sua chitarra Resonator e Steven Troch aggiunge una armonica tosta, o nel rock-blues tirato di Wild Nights dove vengono evocate atmosfere quasi alla Rory Gallagher, o dell’amato Hound Dog Taylor via Thorogood, e comunque vicine pure al classico british blues elettrico, innervato ancora dalla ficcante armonica di Troch.

Al sound giova sicuramente la presenza di un secondo chitarrista, tale Luc Alexander, che ampia lo spettro sonoro delle canzoni, tutte firmate da Guy Verlinde.  Nei momenti più riflessivi, quasi rootsy, di Sacred Ground, dove la resonator slide del belga è circondata da acustiche, organo e dalle voci di un paio di coriste femminili, spesso presenti nelle canzoni del disco, si respira comunque un aria che non è mai troppo deferente verso il blues, ma lo arricchisce di spunti cantautorali. Into The Light, con le due chitarre a rispondersi dai canali dello stereo ha la stamina del rock classico, con l’organo che aggiunge tratti quasi heavy, prima di lasciare un breve spazio solista alla chitarra  in modalità slide, sembra quasi di sentire i Ten Years After dei bei tempi che furono. Non mancano blues più canonici, come lo shuffle di Learnin’ How To Love You, con chitarra e armonica di nuovo in primo piano, ballate mid-tempo come la piacevole Call On Me, sempre con la slide di Verlinde in bella evidenza o il folk-blues meticciato da sprazzi di elettricità della sinuosa The One. Niente per cui stracciarci le vesti, ma questo signore si ascolta con piacere. Feel Alive vira nuovamente verso cavalcate blues-rock, senza la veemenza di un Thorogood ma pervase da un buon lavoro delle onnipresenti chitarre che danno un feeling quasi sudista, Release Yourself From Fear è un altro classico esempio di buon blues con ampie dosi di rock e Don’t Tell Me That You Love Me è una inconsueta morbida ballata che conclude l’album su una nota più riflessiva. Per chi vuole conoscere la via belga al Blues!

Bruno Conti   

Archivi Inesauribili E Preziosi! Rory Gallagher – Irishman In New York

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Rory Gallagher – Irishman In New York 2 CD S’more Entertainment/Rockbeat Records

Il 14 giugno del 1995 moriva a Londra Rory Gallagher, aveva solo 47 anni, ma la lunga dipendenza dal cocktail tra gli alcolici e le pastiglie sedative che prendeva per superare la paura del volo sviluppata negli ultimi anni, ebbe la meglio sul suo fegato e nonostante un tentativo di trapianto fatto all’ultimo istante, il grande musicista irlandese dovette soccombere alla sua malattia. Fino al gennaio di quell’anno Gallagher aveva continuato a suonare, ma nell’ultimo concerto tenuto in Olanda era visibilmente malato e fu costretto ad interrompere la sua ennesima tournée. Perché in effetti i concerti dal vivo sono sempre stati il fiore all’occhiello di una carriera comunque leggendaria, costellata anche da grandi album di studio ma soprattutto da tantissimi dischi live, alcuni tra i più belli della storia della musica rock (e blues). Non considerato uno dei primissimi chitarristi nelle classifiche di categoria (Rolling Stones nel suo elenco lo pone al 57° posto), Rory godeva comunque della stima incondizionata dei suoi colleghi: Brian May, Bonamassa, Gary Moore, Johnny Marr, per ricordarne alcuni di quelli recenti, lo citavano tra i loro preferiti, mentre leggenda (o verità), non sapremo mai, vuole che Jimi Hendrix incalzato da un giornalista che gli chiedeva come ci si sentisse ad essere il più grande chitarrista del mondo, rispose: “Non lo so, chiedetelo a Rory Gallagher”! E qualcuno a Cork, in Irlanda ha dedicato un enorme murale a questa dichiarazione.

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In ogni caso quest’anno sono già venti anni dalla scomparsa e proseguono le pubblicazioni di materiale d’archivio tratte dalle inesauribili scorte curate dal fratello Donal (ma non solo), che culmineranno a fine agosto con la pubblicazione da parte della Universal di un cofanetto quadruplo I’ll Remember, dedicato alla sua prima band, i Taste, che conterrà gli album originali rimasterizzati nei primi due CD e due dischetti di materiale dal vivo, inedito, registrato a Stoccolma, Londra e al Festival di Woburn Abbey. Nel frattempo, lo scorso anno, è uscito il bellissimo box dedicato al celebre Irish Tour ’74 http://discoclub.myblog.it/2014/09/16/gradita-consistente-sorpresa-rory-gallagher-irish-tour-boxset/, considerato il suo miglior disco dal vivo in assoluto, anche se io preferisco il Live In Europe di due anni prima, ma è una questione di differenze infinitesimali. Comunque dopo la sua morte di album postumi, soprattutto dal vivo, ne sono usciti molti: tra i migliori in assoluto Notes From San Francisco, metà in studio e metà live, il doppio delle BBC Sessions, il Live At Montreux CD + 2 DVD e quello delle Beat Club Sessions che torna agli inizi della sua carriera http://discoclub.myblog.it/2014/09/16/gradita-consistente-sorpresa-rory-gallagher-irish-tour-boxset/. Chi scrive, per fortuna ( o purtroppo, perché il tempo passa) ha avuto la fortuna di vederlo dal vivo ai tempi d’oro, e quindi non posso che confermare le meraviglie che si dicono di questo stupendo e genuino personaggio, camicia a quadrettoni d’ordinanza (comprata all’ingrosso e in quantità a qualche liquidazione dove l’altro cliente era Neil Young), chitarra Fender Stratocaster scrostata, ma dal suono meraviglioso, e una grinta e una potenza quasi paranormali, purtroppo alla fine pagate.

Ora esce questo doppio Irishman In New York, pubblicato dalla Rockbeat americana, che è la testimonianza di un concerto registrato al My Father’s Place il 7 settembre del 1979, nel tour americano a cavallo tra l’uscita di Photo-Finish dell’anno prima (presente con quattro brani) e Top Priority, in uscita dieci giorni dopo, di cui Rory Gallagher presenta in anteprima Keychain. Tra l’altro, curiosamente, come ha ricordato il fratello Donal, l’irlandese considerava come suoi album migliori Defender e Fresh Evidence, forse non perché fossero i più belli (sicuramente non lo erano) ma in quanto ultimi usciti, e il più recente è sempre il migliore per un’artista. Tornando al concerto di New York, formazione in trio, con Gerry McAvoy al basso e Ted McKenna alla batteria ed un repertorio che alterna vecchi classici, materiale più recente e brani meno noti e quindi non è un doppione rispetto ai moltissimi Live in circolazione e poi non dimentichiamo che ogni concerto di Gallagher era un evento, per la passione e la furia chitarristica che il nostro donava sempre al suo pubblico. Tratto da un broadcast radiofonico dell’epoca il sound è ruspante, ma decisamente buono e presente.

Si parte subito fortissimo con Shin Kicker e anche se il CD presenta alcune analogie con il repertorio presente nel disco ufficiale dell’epoca Stage Struck (dove però non erano riportati i classici e la durata era molto più ridotta) è sempre un gran bel sentire. D’altronde se di Grateful Dead, Dylan e Johnny Winter con le loro bootleg series, in tempi recenti Gov’t Mule e Phish, esistono decine di registrazioni Live, non si vede perché non possa essere così anche per Rory Gallagher, che era un vero animale da palcoscenico, non tanto a livello scenografico, quanto a consistenza qualititativa dei suoi spettacoli, ma potremmo citare moltissimi altri artisti di cui esistono concerti, ufficiali e non, in quantità, che non valgono l’opera del nostro. Tornando al concerto, il brano di apertura, tratto da Photo-Finish,  ha una potenza inaudita, con Rory che estrae dalla sua Stratocaster un mare di note e riff, la voce forte e sicura, un misto di classe e rabbia che lo avvicina al Johnny Winter degli esordi, tra R&R e blues, con la solista che rilancia continuamente, in un florilegio di citazioni del grande songbook della chitarra elettrica. The Last Of The Indipendents viene dallo stesso disco e l’intensità non cala di una briciola, anzi, se possibile, la velocità accelera verso ritmi supersonici in questa orgogliosa dichiarazione di intenti verso il mondo della musica, con Rory che inizia a fare i numeri sul manico della sua chitarra, di cui era un vero virtuoso, anche se forse non sembrava vista la violenza sonora che scaturiva da quel piccolo e nervoso ometto (per l’occasione munito anche di giubbetto di jeans, oltre alla immancabile camicia a quadrettoni). Il terzo brano, Keychain, è l’unico estratto del nuovo album in uscita, Top Priority, ma il pubblico gradisce lo stesso, si tratta di un brano più lento ed intenso, un hard blues di quelli tipici di Gallagher, con tanto di assolo acido e contorto, quasi hendrixiano, puro power rock trio, seguito da una potentissima Moonchild, uno dei brani migliori di Calling Card, una vera scarica di adrenalina e anche la riffatissima The Mississippi Sheiks, sempre uno dei brani nuovi dell’epoca, non cede di intensità.

I Wonder Who è il classico slow blues che non può mancare in un concerto di Rory, un brano di Muddy Waters dove Gallagher dimostra la sua perizia di grande bluesman bianco, uno di quelli che conosceva l’argomento come pochi altri in circolazione e qui la chitarra scorre fluida e ricca di feeling e tecnica. con un fantastico lavoro di vibrati e toni. A seguire uno dei brani più noti, quella Tattoo’d Lady che era il titolo di uno dischi più belli della sua discografia, anche nella versione senza pianoforte, un torrente di note e ritmo. Poi c’è l’intermezzo acustico a base di slide guitar, Too Much Alcohol (perché sapeva!), un vecchio brano di J.B. Hutto che coinvolge alla grande il pubblico presente, peccato venga sfumato nel finale, ottima anche l’interpretazione quasi ragtime della divertente e complicata Pistol Slapper Blues. La seconda parte riprende con una tiratissima Shadow Play, sempre tratta da Photo-Finish, altra fucilata rock-blues di grande potenza, con Bought And Sold, tratta da Against The Grain, pezzo presente anche su Stage Struck, dove Gallagher dimostra che era un uomo fatto riff, una inesauribile fabbrica di scariche chitarristiche. Walk On Hot Coals, viene da Blueprint, uno dei dischi migliori di studio, datato 1973, e raramente, la troviamo nei Live di Rory (quella di Irish Tour in effetti è insuperabile), versione poderosa e coinvolgente con quel misto di uso della chitarra tra ritmica e solismo tipico del miglior power blues trio, poi ribadito in uno dei suoi cavalli di battaglia, quella Messin’ With The Kid, che anche se è un classico del blues e del rock, per me rimane sempre legata inscindibilmente alla figura di Gallagher, con la chitarra che infiamma il pubblico presente. I due bis sono Bullfrog Blues, un boogie incredibile e sfrenato, e qui sono indeciso tra la sua versione e quella dei Canned Heat, una bella lotta, ma forse vince quella di Rory e Sea Cruise, che nasce come R&R pianistico di Frankie Ford, e diventa un altro violentissimo attacco alle coronarie del pubblico presente, aggredito da un tornado chitarristico, anche slide, e vocale che conclude in gloria un fantastico concerto https://www.youtube.com/watch?v=B4KfRakagTg !

Bruno Conti

Lo Shakespeare Del Blues? Magari! Laurence Jones – What’s It Gonna Be

laurence jones what's it gonna be

Laurence Jones – What’s It Gonna Be – Ruf/Ird

Continua l’irresistibile ascesa di Laurence Jones, uno dei giovani rampanti del blues inglese (e nelle foto sembra ancora più giovane dei suoi 23 anni): nativo di Stratford-upon-Avon (ops, il “bardo” per eccellenza!) e mi chiedo come uno che scrive recensioni come il sottoscritto abbia potuto farselo sfuggire, mentre scrivevo del suo recente ed eccellente live Blues Caravan con Christina Skjolberg e Albert Castiglia http://discoclub.myblog.it/2015/03/11/lunione-fa-la-forza-laurence-joneschristina-skjolbergalbert-castiglia-blues-caravan-2014-live/ . Comunque, luogo di nascita a parte, il giovane Laurence è uno di quelli bravi, già al suo terzo album di studio, dopo l’ottimo Temptation, registrato in quel di Lafayette, Louisiana, con la sezione ritmica dei Royal Southern Brotherhood, Yonrico Scott e Charlie Wooton, e con la produzione di un altro ex RSB come Mike Zito (incidentalmente vi confermo che sia lui che Devon Allman non fanno più parte della formazione nel nuovo ottimo Don’t Look Back, uscito in questi giorni) , che se ve lo siete lasciato sfuggire vi consiglio di recuperare https://www.youtube.com/watch?v=n0zLIFx8qMc . Questo nuovo What’s it Gonna Be, come dice lo stesso lo stesso Jones nelle note del CD, contiene nove nuovi brani ( e due cover, di cui tra un attimo) tutti ispirati dalla vita on the road sperimentata nel tour Blues Caravan del 2014. Il disco è stato registrato in quel di Cambridge (altro luogo ricco di storia, anche musicale) con la produzione dello stesso Laurence affiancato dal bravo bassista Roger Innis, che con il batterista finlandese Miri Mettinen costituisce la Laurence Jones Band. Nel disco appaiono anche, di tanto in tanto, due tastieristi, Julian “Mr Jools” Grudgings e Lewis Stephens, ma giusto un minimo sindacale.

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Come vi dicevo recensendo quel live, il nostro amico è in possesso di una bella voce, ed è soprattutto un notevole axeman, nella grande tradizione che discende da chitarristi come Walter Trout, Clapton, Gary Moore, Albert Collins e Rory Gallagher, con cui condivide una passione per le Fender vecchie e scrostate, ma dal suono sempre inconfondibile. Jones fa parte di quella generazione di nuovi musicisti blues inglesi da cui viene anche gente come Aynsley Lister, Oli Brown , Joanne Shaw Taylor, Dani Wilde, Ian Parker, e potremmo andare avanti per ore, tutti legati da una passione per il blues, mediata però da anni di frequentazione con il classico rock della scena britannica https://www.youtube.com/watch?v=Sh1ZluqPX6A . Non a caso una delle cover più appassionate di questo nuovo album è una versione scintillante del classico Can’t Get Enough, un brano scritto da Mick Ralphs dei Bad Company (e prima ancora dei Mott The Hoople), qui ripreso sotto forma di duetto con la scoppiettante voce di Dana Fuchs, altra compagna di etichetta nella benemerita Ruf, che si è costruita un roster di artisti di tutto rispetto https://www.youtube.com/watch?v=yoh_lrja8ew . Il brano non sarà forse blues, ma è rock di quello sapido e grintoso, con chitarre e voci che si amalgamano alla perfezione e i soli di Jones sono fluidi e scorrevoli come raramente è dato ascoltare, e anche Being Alone con il suo riff ricorrente alla Free, si inserisce nel filone del classico rock inglese dei Settanta https://www.youtube.com/watch?v=DmOg0uZ1bZM . Ma andiamo con ordine: il disco si apre con il poderoso blues-rock della title-track dove la chitarra di Jones ha un che di claptoniano nella pulizia delle sue evoluzioni solistiche, grinta replicata nella successiva Don’t Need No Reason, dove i ritmi si fanno più funky, ma gli assolo rimangono torridi e ricchi di tecnica e controllo della solista, con seconda parte del brano dove si vira decisamente sul blues.

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E anche Evil ha il classico train sonoro del rock-blues deluxe, con la sezione ritmica che costruisce un solido groove dove Laurence può improvvisare un altro lirico assolo della sua chitarra, innestando anche per la prima volta il pedale del wah-wah. Touch Your Moonlight accelera ancora i ritmi, tra il boogie dei Canned Heat e di Thorogood e l’hard rock meno becero https://www.youtube.com/watch?v=Iicd9B0jMAo . Don’t Look Back è un duetto con la cantante scozzese Sandi Thom, una bella slow ballad tra pop, soul e rock, dove le atmosfere si fanno più morbide e radiofoniche e la chitarra si fa sentire solo nel finale. All I Need è un’altra ballata mid-tempo, melodica e piacevole, che però spezza di nuovo la grinta del resto del disco, che riappare nelle già citate Being Alone e Can’t Get Enough, oltre che nella cover di Good Morning Blues, un vecchio brano di Leadbelly che subisce un trattamento che definire energico ne minimizza la portata, con la chitarra che viaggia che è un piacere https://www.youtube.com/watch?v=O3RGnSKNy6c . Set It Free è un altro brano rock di quelli orecchiabili, che si salvano soprattutto in virtù dell’eccellente lavoro della solista, mentre Stop Moving The House ci riporta la grinta del miglior Laurence Jones, e anche grazie alla presenza di un piano saltellante e di una chitarra tagliente si ispira al sound del Rory Gallagher doc anni ’70  https://www.youtube.com/watch?v=hnf45aLdreM e costituisce una degna conclusione per un album, con alti e bassi, che conferma il talento di questo giovanotto di belle speranze.

Bruno Conti

Novità Di Aprile Parte Ia. Zac Brown Band, 10,000 Maniacs, Eaves, Paul Brady, Joan Armatrading, Rory Gallagher, Bill Fay

zac brown band jekyll + hyde

Solito appuntamento con il riepilogo delle novità discografiche più interessanti di fine mese, quelle di cui non si è parlato o si parlerà nei giorni a venire con Post specifici, o di cui vi avevo dato conto con netto anticipo, per esempio le versioni doppie e triple della raccolta del periodo Warner di Eric Clapton, Forever Man, peraltro priva di inediti e rarità, o il box da 9 CD The Island Years dedicato agli Spooky Tooth, e ancora al nuovo Great Lake Swimmers, A Forest Of Arms, tutti e tre in uscita il prossimo 28 aprile. Questa volta niente Live radiofonici, ma comunque moltissime altre uscite notevoli, partendo da quelle previste per martedì prossimo e poi andando a ritroso, le altre, uscite in precedenza, comunque ci saranno varie parti dedicate all’argomento, quindi direi di partire.

Sul finire dello scorso anno vi avevo parlato della raccolta di successi della Zac Brown Band http://discoclub.myblog.it/2014/12/14/country-zac-brown-band-greatest-hits-so-far/, ora la band della Georgia torna con un nuovo album di studio Jekyll + Hyde, il sesto disco di studio del gruppo (compresi i due pubblicati a livello indipendente), il primo che esce per la nuova etichetta Republic del gruppo Universal: sono ben 16 brani, dove oltre ai soliti country e southern della band ci sono anche aperture verso rock e blues, grazie alla presenza come ospiti di Chris Cornell e Sara Bareilles, collaborazioni a livello di canzoni con Al Anderson, Keb’ Mo’, Darrel Scott, Rich Robinson, Amos Lee, Roger Waters (ebbene sì), oltre ad una cover, Dress Blues, dal primo disco solista di Jason Isbell https://www.youtube.com/watch?v=uJbCAtyUl3Q. Il disco, ad un primo ascolto veloce, pare notevole, a conferma del livello qualitativo raggiunto dal gruppo sudista, senza mai sfiorare il capolavoro riescono a fondere musica da classifica, quindi anche canzoni orecchiabili, con materiale più ricco di sostanza, anche se la dimensione live rimane il loro contesto migliore.

10.000 maniacs twice told tales

Come tutti sapranno Natalie Merchant non fa più parte dei 10.000 Maniacs dal lontano 1993, lasciando con il botto dopo l’ottimo MTV Unplugged, ma John Lombardo ha continuato con gli altri componenti originali della band, aggiungendo la cantante Mary Ramsey, molto simile vocalmente a Natalie, che poi nel corso degli anni ha lasciato ed è ritornata nel gruppo più volte, come pure Lombardo https://www.youtube.com/watch?v=USsA0ngKAoM . Ora sono presenti entrambi in questo nuovo Twice Told Tales che esce per la Cleopatra (non sempre sinonimo di qualità certa per chi scrive) e l’idea alla base del progetto è intrigante, un disco dedicato alla musica celtica ed irlandese, soprattutto brani tradizionali classici, ma c’è anche una cover di The Song Of Wandering Aengus, il brano di Christy Moore che musicava un poema di W.B. Yeats; il CD è molto piacevole, sembra quasi che il gruppo abbia sempre fatto questo tipo di musica, niente di trascendentale ma molto godibile https://www.youtube.com/watch?v=VBoQC0WVSB4

eaves what green feels like

Come avrete notato, sul Blog, oltre ad occuparci di “classici” del presente e del passato, siamo sempre alla ricerca di nomi nuovi ed intriganti da segnalarvi, i cosiddetti “carbonari”. Questa volta è il turno di tale Eaves, al secolo Joseph Lyons, un cantautore inglese, che dopo un primo EP passato abbastanza sotto silenzio, esordisce per la Heavenly con questo What Green Feels Like, un disco dove i paragoni con Nick Drake (e anche la famiglia Buckley), che spesso la stampa inglese usa a sproposito, sono del tutto giustificati https://www.youtube.com/watch?v=ton5dpJvNGs . Atmosfere malinconiche e tipicamente britanniche, con arrangiamenti di chitarra acustica che poi si aprono all’improvviso https://www.youtube.com/watch?v=EplthGATqCQ, una voce che assomiglia a tratti in modo impressionante a quella di Nick, una manciata di belle canzoni: vado sulla fiducia, perché ne ho sentite solo tre finora, che mi paiono assai intriganti, questa Timber, pianistica, ha dei tocchi anche alla Neil Young https://www.youtube.com/watch?v=Sw_qvDx4xMI. Giudicate voi, ma si sembra molto interessante.

paul brady vicar st, sessions vol.1

Un altro cantautore, Paul Brady,  tipico prodotto delle isole britanniche, Irlanda del Nord per la precisione, i cui dischi non sempre sono stati all’altezza della sua reputazione (veniva considerato una sorta di Jackson Browne europeo ma ogni tanto, se mi passate il termine, ha la tendenza a Christopher Crossizzarsi), ma che, di tanto in tanto, ci regala dei dischi interessanti ed intriganti. Il nuovo CD per la Proper, The Vicar St. Sessions Vol.1, sembra uno di questi casi: brani estratti da una serie di ben 23 consecutive serate, tenute nell’ottobre del 2001, da Paul Brady per celebrare la sua musica (e non solo), con una serie impressionante di ospiti, che in questo primo capitolo rispondono ai nomi di Mark Knopfler, Bonnie Raitt, Gavin Friday & Maurice Seltzer, Sinead O’Connor, Van Morrison (presente con una sontuosa Irish Hearbeat, ma come potete sentire nel filmato, ne hanno cantato altre due che speriamo appariranno nel volume 2 https://www.youtube.com/watch?v=kbfjVwKxkB4), Eleanor McEvoy, Curtis Stigers e Ronan Keating (non tutti sono perfetti). Nel secondo volume dovrebbero apparire anche Maura O’Connell, Moya Brennan dei Clannad, Mary Black, Brian Kennedy e molti altri. Comunque il signore è bravo anche di suo, e scrive bellissime canzoni, oltre ad avere una voce assai particolare ed espressiva https://www.youtube.com/watch?v=OqYmiqv7Sqw

joan armatrading whatever's for us

Un paio di ristampe tanto per gradire: la prima, a cura della Esoteric, è la ripubblicazione del primo disco di Joan Armatrading (scittto con Pam Nestor), uscito nel lontano 1972 per la A&M/Cube e poi in CD, solo brevemente negli anni ’80/’90, ma irreperibile da anni, molto bello, assai vicino come atmosfere sonore al primo Elton John, di cui usava molti degli stessi musicisti e comunque la Armatrading, negli anni ’70, non ha sbagliato un disco, uno più bello dell’altro, per una delle più grandi cantautrici espresse dalla scena britannica. Sentire please https://www.youtube.com/watch?v=IatLVlThV-E, https://www.youtube.com/watch?v=dN7uX8bpKVk e https://www.youtube.com/watch?v=QQw13bWtMws. Solo un piccolo assaggio.

rory gallagher irishman in new york

In effetti questa non è una ristampa, ma un “nuovo” album inedito dal vivo di Rory Gallagher, un doppio CD Live intitolato Irishman In New York, pubblicato dalla Rockbeat e non dalla Capo o dalla Eagle che ultimamente stanno ristampando il materiale dei suoi archivi. Si tratta di un raro concerto registrato nell’ottobre del 1979 a New York al My Father’s Place, per un broadcast radiofonico (ottima incisione), con il classico trio insieme a Gerry McAvoy e Ted McKenna, una vera forza della natura, senti che roba https://www.youtube.com, /watch?v=lQRvhJMQvxs

bill fay who is the sender

Per concludere la prima parte della prima parte (se mi scusate il bisticcio) nuovo album per un altro personaggio più unico che raro. Bill Fay, nel 2012 tornava, dopo 40 anni di oblivio, con un nuovo album http://discoclub.myblog.it/2012/08/13/il-ritorno-di-un-genio-bill-fay-life-is-people/ che ne confermava lo status di “leggenda della musica” folk alternativa. Ora, tre anni dopo, non lascia, ma raddoppia, con un nuovo CD, altrettanto affascinante, dal titolo Who Is The Sender?, etichetta Dead Oceans, quindi non di facile reperibilità https://www.youtube.com/watch?v=8cJWoox3l7Q. A giudicare da queste anticipazioni ha colpito ancora nel segno https://www.youtube.com/watch?v=TjAdWEptHQ4 e https://www.youtube.com/watch?v=K5gtT0CACnI

Per il  momento è tutto, a presto.

Bruno Conti

Robusto Spessore Chitarristico, In Tutti I Sensi. Danny Bryant – Temperature Rising

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Danny Bryant – Temperature Rising – Jazzhaus Records

Questo Temperature Rising segna la seconda collaborazione di Danny Bryant con il produttore (e tastierista aggiunto) Richard Hammerton, che in un certo senso è l’omologo di Kevin Shirley rispetto a Bonamassa, forse senza averne il pedigree e la classe http://discoclub.myblog.it/2013/04/14/piovono-chitarristi-1-danny-bryant-hurricane/ . Si potrebbe dire, segnando una sottilissima differenza, da azzeccagarbugli di manzoniana memoria, che lo stile di Bryant è passato dal blues-rock del passato al rock-blues. Mi rendo conto che si tratta di spaccare un capello in quattro o di studiare il sesso degli angeli, ma mentre nei primi album (e ancor di più nei Live) la quota blues era preponderante sul rock, ora il rock, a tratti anche più heavy e di maniera, è diventato il principale componente degli album di Danny. La passione per Hendrix ed altri guitar heroes del passato è stata sempre presente, come quella per il suo mentore Walter Trout, aiutato disinteressatamente da Bryant e dalla sua famiglia nelle recenti vicissitudini di salute, ma il sound ha preso questa piega leggermente più “commerciale” che qualcuno valuta positivamente, e che in altri, tra cui il sottoscritto, lascia un piccolo rimpianto verso le passate avventure del corpulento chitarra inglese.

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Intendiamoci, il nostro amico suona la chitarra sempre alla grande, ma i ritocchi estetici al suono e alla voce, con l’aggiunta di echi, parecchie tastiere e un suono più complesso, ma forse anche meno immediato e rude, indicano questa svolta rock-blues. Niente cover come in passato (Hiatt, Dylan, Hendrix, i vari King del blues), ma nove brani che portano la firma di Danny Bryant stesso e che, come di consueto, spaziano dai rockers tiratissimi alle ballate liriche ma energiche, un po’ à la Gary Moore per intenderci, quelle che vengono definite “heavy ballads”! Best Of Me, subito con pedale wah-wah innestato a manetta e tastiere alla Jon Lord, entra in rotta di collisione con la musica del Bonamassa più duro, una sorta di rivale in questo genere, pur se il chitarrista newyorkese sembra essere tornato verso il blues-rock-soul dei primi tempi. Anche Take Me Higher, è sempre nei dintorni Zeppelin, Deep Purple, più cadenzata, ma sempre con chitarre ovunque, e qui Bryant nel suo solismo non è secondo a nessuno, anche se certe forzature di Hammerton nel suono si faticano a digerire. Ottime viceversa Nothing At all, un quasi R&R con un bel pianino che si riallaccia al suono più classico di Danny e la solida ballata Together Through Life, melodica ed evocativa, ben cantata e con un lirico assolo nel finale, forse un filo ruffiana nella costruzione sonora https://www.youtube.com/watch?v=MUr7hupLym0 .

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Razor Sharp è decisamente più bluesata, sempre con l’organo di Hammerton a conferire grinta al suono, ma con la chitarra tagliente e possente come di consueto, perché questo signore, non va dimenticato, è un gran manico, e la solista viaggia che è un piacere https://www.youtube.com/watch?v=N5YUchdV_Mc . Temperature Rising risveglia ricordi Claptoniani, epoca Cream, i soliti Deep Purple, per la presenza costante delle tastiere e in generale il suono hard-rock anni ’70, quindi epoche gagliarde https://www.youtube.com/watch?v=WWenJjSkl_0 . Time è un bel lento, ricco di atmosfera, con un groove quasi sognante della ritmica (dove non c’è più Ken, il babbo di Bryant, al basso) che poi in crescendo ci porta verso la “consueta” ma graditissima esplosione della solista, con grande controllo di toni e timbriche, una formula forse risaputa ma sempre efficace, se la tecnica ti assiste https://www.youtube.com/watch?v=4hsPc9XvFpY   . Mystery è un pezzo decisamente blues, il più vicino al “vecchio” Bryant, grinta quasi alla Rory Gallagher e il vocione di Danny in primo piano, mentre la conclusione è affidata ad un’altra heavy ballad di grande intensità come Guntown, inizio scandito da un suono di campane e poi la chitarra, ben sostenuta dalle tastiere di Hammerton, si impadronisce della melodia del brano, con un ricorrente lavoro di tessitura che sfocia nel quasi inevitabile assolo liberatorio che rientra nella categoria “air guitar” davanti allo specchio. Forse, tutto sommato, mi devo dire d’accordo con chi ha apprezzato questa “nuova” svolta della carriera di Bryant, perché, a conti fatti, il CD è veramente bello e si meriterebbe anche mezza stelletta in più, un tre e mezzo quindi, Bonamassa attento!

Bruno Conti