Grande Disco, “Con Un Piccolo Aiuto Dagli Amici”, E Che Amici! Mitch Woods – Friends Along The Way

mitch woods friends along the way

Mitch Woods – Friends Along The Way – Entertainment On

Mitch Woods, pianista e cantante di blues e boogie-woogie, da oltre trent’anni ci delizia con i suoi Rocket 88, band con cui rivisita classici della musica americana e composizioni proprie, con uno stile che lui stesso ha definito con felice espressione “rock-a-boogie”, e la cui summa è forse il CD uscito alla fine del 2015 Jammin’ On The High Cs Live, dove il nostro, nel corso della Legendary Blues Cruise, indulgeva nell’arte della collaborazione con altri artisti, diciamo della jam per brevità, che è una delle sue principali peculiarità http://discoclub.myblog.it/2016/01/06/nuovo-musicisti-crociera-mitch-woods-jammin-on-the-high-cs-live/ . In quella occasione Woods era affiancato da fior di musicisti, Billy Branch, Tommy Castro, Popa Chubby, Coco Montoya, Lucky Peterson, Victor Wainwright, membri sparsi dei Roomful Of Blues e Dwayne Dopsie, ma per questo nuovo album Friends Along The Way l’asticella viene ulteriormente alzata e alcuni degli “amici” coinvolti in questa nuova fatica sono veramente nomi altisonanti: c’è solo una piccola precisazione da fare, il disco, inciso in diversi studi e lungo gli anni, è principalmente acustico, non c’è il suo gruppo e neppure una sezione ritmica, a parte la batteria in tre brani, e un paio dei friends che appaiono nel CD nel frattempo ci hanno lasciato da tempo.

Certo i nomi coinvolti sono veramente notevoli: Van Morrison e Taj Mahal, impegnati in terzetto con Woods in ben tre brani, prima in una splendida Take This Hammer di Leadbelly, con Van The Man voce solista e Mitch e Taj che lo accompagnano a piano e chitarra acustica, mentre lo stesso Morrison agita un tamburello, comunque veramente versione intensa e di gran classe. Pure la successiva C.C Rider, con i rotolanti tasti del piano di Woods che sono il collante della musica, non scherza, Taj Mahal e Van Morrison si dividono gli spazi vocali equamente e la musica fluisce maestosa. Più avanti nel disco troviamo la terza collaborazione, Midnight Hour Blues, altro tuffo nelle 12 battute per un classico di Leroy Carr, dove Morrison è ancora la voce solista e suona pure l’armonica, mentre Mahal è alla National steel, con il consueto egregio lavoro di Woods al piano (stranamente alla fine del CD c’è una versione “radio” del primo brano, che tradotto significa semplicemente che è più corta). Già questi tre brani basterebbero, ma pure il resto dell’album non scherza: Keep A Dollar In Your Pocket, è un divertente boogie blues con Elvin Bishop, anche alla solista, e Woods che si dividono la parte vocale, mentre Larry Vann siede dietro la batteria; notevole Singin’ The Blues, una deliziosa ballata cantata splendidamente da Ruthie Foster, che ne è anche l’autrice, come pure la classica Mother in Law Blues, cantata in modo intenso da John Hammond, che si produce anche da par suo alla national steel con bottleneck.

Cryin For My Baby è un brano scritto dallo stesso Woods, che la canta ed è l’occasione per gustarsi l’armonica di Charlie Musselwhite, un blues lento dove anche il lavoro pianistico di Mitch è di prima categoria; Nasty Boogie, un vecchio pezzo scatenato di Champion Jack Dupree, vede il buon Mitch duettare con Joe Louis Walker, impegnato anche alla chitarra, mentre in Empty Bed offre il suo piano come sottofondo per la voce ancora affascinante e vissuta di Maria Muldaur. Blues Mobile è un pimpante brano scritto dallo stesso Kenny Neal, che ne è anche l’interprete, oltre a suonare l’armonica e la chitarra, in uno dei rari brani elettrici con Vann alla batteria, The Blues è un pezzo scritto da Taj Mahal, che però lo cede ad una delle leggende di New Orleans, il grande Cyril Neville, che la declama da par suo, sui florilegi del piano di Woods, che si ripete anche nella vorticosa Saturday Night Boogie Woogie Man, di nuovo con Bishop alla slide, prima del ritorno ancora di Musselwhite con la sua Blues Gave Me A Ride, lenta e maestosa. Chicago Express è una delle registrazioni più vecchie, con James Cotton all’armonica, per una train song splendida, prima di lasciare il proscenio ad un altro dei “maestri, John Lee Hooker, con la sua super classica Never Get Out Of These Blues Alive, al solito intensa e quasi ieratica nel suo dipanarsi. In chiusura, oltre all’altro pezzo con Morrison e Mahal, troviamo un duello di pianoforti, insieme a Marcia Ball, in una ondeggiante In the Night, un pezzo di Professor Longhair che chiude in gloria questa bella avventura musicale. Sono solo tre parole, ma sentite; no, non sole, cuore e amore, direi più “gran bel disco”!

Bruno Conti

“Con Un Piccolo Aiuto Dai Suoi Amici”, Un Gran Bel Disco! Fabrizio Poggi And The Amazing Texas Blues Voices

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Fabrizio Poggi  And The Amazing Texas Blues Voices – Appaloosa/Ird

Questi sono i dischi che ci piacciono, al di là dei contenuti musicali (che sono ottimi), il titolo rende subito l’idea e ci spiega a cosa ci troviamo di fronte: Fabrizio Poggi,  armonicista di pregio, ha fatto un disco con delle “Stupefacenti” Voci Blues Texane, chiarissimo! Il titolo, ovviamente, è stato registrato in quel di Austin al Wire Recording Studio, con lo stesso Fabrizio alla produzione e l’ottimo ingegnere del suono Stuart Sullivan (vincitore di due Grammy per album di Jimmie Vaughan e Pinetop Perkins), che si occupa della parte tecnica. Il nostro amico questa volta non canta, si “limita” a suonare l’armonica in tutti i brani. Il gruppo che lo accompagna per l’occasione non è quello dei Chicken Mambo, ma ci sono ottimi musicisti locali riuniti per l’occasione, Bobby Mack e Joe Forlini, alle chitarre elettriche e slide, Cole El Saleh, a piano e organo, Donnie Price, basso e Dony Wynn, batteria. Prima di addentrarci nei contenuti e negli ospiti che celebrano insieme a Fabrizio il Blues Texano contemporaneo (ma anche quello classico) vi ricordo che questo è il 20° album di Poggi, dopo Il Soffio Della Libertà dello scorso anno incentrato sul blues e sui diritti civili http://discoclub.myblog.it/2015/07/27/ne-pensa-cento-ne-fa-fabrizio-poggi-il-soffio-della-liberta/  e l’eccellente Spaghetti Juke Joint che ipotizzava uno zampino italiano nella nascita delle 12 battute classiche http://discoclub.myblog.it/2014/11/03/quindi-abbiamo-inventato-anche-il-blues-fabrizio-poggi-chicken-mambo-spaghetti-juke-joint/ .

Entrambi erano contraddistinti dalla presenza di vari ospiti di pregio, caratteristica da sempre presente nei dischi del musicista lombardo, e il nuovo segue questa tradizione. I nove ospiti che si alternano sono tutti, più o meno, texani Doc (o “naturalizzati”), come Mike Zito, che viene da St. Louis, Missouri, e Guy Forsyth, da Denver, ma vive a Austin da 25 anni. Anche le età sono molto diverse: si va dagli 87 anni di Lavelle White ai 77 di W.C Clark, con gli altri che hanno una età media tra i 40 e i 60 anni. A parte Zito e Ruthie Foster, non sono forse molto famosi, tutti accomunati però da una gran voce. Ma andiamo con ordine: ad aprire le danze è Carolyn Wonderland, voce solista e chitarra in Nobody’s Fault But Mine, il brano “originale” di Blind Willie Johnson,  gran versione, tra blues e gospel, con classico call and response tra la voce strepitosa della Wonderland e quelle di Shelley King e Mike Cross, con brevi soli della stessa Carolyn e dell’armonica di Fabrizio. Ruthie Foster alle prese con Walk On, vecchio brano di Ruth & Brownie McGhee, tramutato in un aggressivo e tirato blues con uso di doppia slide. Sempre mantenendo lo spirito gospel grazie alle voci di King, Cross e Wonderland, con il buon Poggi che aggiunge il suo peso specifico all’armonica. Poteva mancare un omaggio a Muddy Waters? Certo che no! E quindi vai con Forty Days And Forty Nights, grande prestazione vocale e chitarristica (anche lui alla slide) per Mike Zito, che conferma una volta di più di essere un grande talento, con l’armonica di Poggi che risponde colpo su colpo  Dopo una tripletta così tocca a W.C. Clark, ancora in grande spolvero vocale, che ci regala un suo pezzo Rough Edges (nel vecchio 45 giri originale suonava anche Stevie Ray Vaughan), che ha tutti i crismi del grande blues texano, tra chitarre ed armoniche ruspanti.

Poi è la volta della super veterana Miss Lavelle White, 87 anni suonati, anche lei non autoctona, viene dalla Louisiana, ma vive in Texas da 70 anni e ci racconta che Mississippi, My Home, uno slow blues lungo e sontuoso con la solista della Wonderland in evidenza, ma anche gli altri strumentisti, in particolare piano e armonica in overdrive, e la voce vissuta ma ancora ricca di pathos della Lavelle. Bobby Mack aveva già scaldato la sua chitarra negli altri brani, ma ora è protagonista assoluto in Neighbor, Neighbor, un pezzo dove sembra quasi di sentire i vecchi Bluesbreakers di John Mayall. Mike Cross, con Lorkovic al piano, propone un proprio pezzo Many In Body, un altro gospel corale con uso di soul. Poi tocca ad un’altra signora che forse molti non conoscono, Shelley King, che ha fatto un paio di album accompagnata dai Subdudes e ha collaborato in passato con Levon Helm, molto bella la sua Welcome Home, con voce roca e felpata sostenuta dagli altri colleghi, mentre armonica e chitarra si scatenano. Di nuovo Mike Cross con la propria Wishin’ Well, ancora classico blues elettrico. Manca all’appello Guy Forsyth, ultimo ospite in ordine di apparizione ma non per l’impegno profuso, ottimo il traditional Run On, solo la voce poderosa di Forsyth, la sua National resophonic guitar e footstomp, a duettare con l’armonica Fabrizio Poggi nell’unico brano acustico di questa raccolta.

Che dire? Ottimo e abbondante. Esce in questi giorni.

Bruno Conti

Un Altro Supergruppo? Senza Parole! The Word – Soul Food

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The Word – Soul Food – Vanguard/Caroline/Universal

Quando nel 2001 i cinque componenti dei Word unirono per la prima volta le forze per formare un gruppo destinato ad incidere un disco nessuno probabilmente immaginava che 14 anni dopo ci sarebbe stato un seguito e neppure che i vari componenti della band sarebbero diventati più o meno famosi.

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Il disco in questione, quello qui sopra, copertina abbastanza anonima con la scritta The Word, univa i tre componenti dei North Mississippi Allstars, Luther e Cody Dickinson e il bassista Chris Chew, allora agli inizi del loro percorso artistico, avendo appena pubblicato i primi due dischi (forse il secondo non era ancora uscito), con il tastierista John Medeski del trio jazz-funky-rock-groove Medeski, Martin & Wood, che era quello interessato a lavorare con il giovane Robert Randolph, virtuoso della pedal steel guitar, allora sconosciuto ai più, avendo partecipato solo a un paio di brani (forse uno) della compilation Sacred Steel vol. 2 Live pubblicata dalla Arhoolie. Affascinato dal viruosismo di questo giovane musicista (che all’epoca faceva l’impiegato in uno studio di avvocati), Medeski voleva unire lo stile Sacred Steel, che era già una fusione di generi, tra gospel, funky, soul, un pizzico di country, blues naturalmente, con l’improvvisazione del jazz, l’energia del rock e gli schemi liberi delle jam band. Il tutto chiamando disco e gruppo The Word, “la parola”, per un album che era completamente strumentale. Il CD, all’epoca pubblicato dalla Atalantic, fu un buon successo, sia di di critica che di pubblico, lanciando la carriera di Robert Randolph, che oggi con i suoi Family Band raduna folle non dico oceaniche, ma comunque consistenti, partecipando a Festival vari (uno per tutti, il Crossroads Guitar Festival di Eric Clapton, che è un altro dei suoi tanti estimatori https://www.youtube.com/watch?v=hRCyTzXRJBw ) e dischi degli artisti più disparati (non ultimo proprio Heavy Blues di Bachman, recensito giusto ieri). Guadagnandosi lungo il cammino l’attributo di “Jimi Hendrix dalla pedal steel”, per il suo estremo virtuosismo e per la capacità di esplorare le capacità tecniche dello strumento, apportando anche molto migliorie tecniche che lo rendono in grado di creare spesso sonorità quasi impossibili da credere, allontandolo dal classico sound del country e dei gruppi country-rock, che pure hanno avuto i loro virtuosi, da Sneaky Pete Kleinow a Buddy Cage, passando per Rusty Young, Al Perkins, lo stesso Jerry Garcia, senza dimenticare il suono più mellifluo di gente come Santo & Johnny o gli “antenati” hawaiiani.

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Dimenticate tutto, perché nel caso di The Word possiamo parlare di una sorta di fusione tra il soul ricco di groove di Booker T. & The Mg’s, innervato dallo stile jam delle band southern, per non fare nomi gli Allman Brothers, l’improvvisazione jazz-rock già citata di Medeski, Martin & Wood e lo stile tra gospel, R&B e spiritual delle chiese episcopali degli Staples Singers. Il tutto ben esemplificato in questo Soul Food, registrato tra New York, e soprattutto ai leggendari Royal Studios di Memphis, dove il grande Willie Mitchell produceva i dischi di Al Green, Ann Peebles, Otis Clay e moltissimi altri, per la sua Hi Records (di recente anche Paul Rodgers ci ha inciso il suo disco dedicato al soul http://discoclub.myblog.it/2014/01/25/incontro-nobili-quel-memphis-paul-rodgers-the-royal-sessions/). Deep soul arricchito da mille sfumature di musica dal sud degli States. Naturalmente tutto nasce dal gusto per l’improvvisazione e da lunghe jam in assoluta libertà, che mentre nel primo album prendevano lo spunto soprattutto dai brani della tradizione gospel e religiosa, con un paio di pezzi scritti da Luther Dickinson, nel nuovo album sono firmati per la più parte dai componenti del gruppo, ma sono solo un canovaccio per permettere ai vari solisti, soprattutto a Robert Randolph, che è sempre il vero protagonista, di improvvisare in piena libertà.

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Ed ecco quindi scorrere il puro Booker T Sound  in trasferta a New Orleans di New Word Order, dove la pedal steel di Randolph assume tonalità quasi da tastiera, una sorta di synth dal suono “umano” ed analogico, mentre l’organo di Medeski dà  pennellate di colore e la slide di Dickinson duetta da par suo con la chitarra del buon Robert  https://www.youtube.com/watch?v=4m_jSBbiplw . In Come By Here, le sonorità della pedal steel si fanno ancora più ardite, e il brano è anche cantato (una primizia, poi ripetuta nel CD), solo il titolo del pezzo reiterato più volte, con un effetto d’insieme quasi alla Neville Brothers, mentre Dickinson e Randolph lanciano strali quasi hendrixiani con le loro soliste infuocate su una base ritmica tipo Experience . https://www.youtube.com/watch?v=DZ5cJfePE8k  In When I See Blood, un bellissimo gospel soul, appare pure Ruthie Foster con la sua voce espressiva e partecipe, una variazione anche gradita sullo spirito strumentale dell’album, è sempre un piacere ascoltare una delle migliori cantanti dell’attuale scena musicale americana, e in questo caso l’organo di Medeski, molto tradizionale, assurge a co-protagonista del brano, con la solita folleggiante steel di Randolph. Anche Play All Day è un vorticoso funky-rock-blues con i tre solisti che danno sfogo a tutta la loro grinta, per passare poi a Soul Food 1 e Soul Food 2 due parti estratte da una lunga jam improvvisata nei Royal Studios di Memphis, dopo avere mangiato il cibo sopraffino preparato dalle figlie di Willie Mitchell, parte come un brano di Santo & Johnny e poi va nella stratosfera dell’improvvisazione.

You Brought The Sunshine è considerata una delle canzoni più famosi di Gospel nero (perché c’è anche quello bianco, come ricordano i fratelli Dickinson, ricercatori, come il babbo, della tradizione musicale americana), il brano delle Clark Sisters parte come un reggae, poi diventa un ibrido tra blues, rock e soul quasi alla Little Feat, con Medeski al piano e i due chitarristi sempre liberi di improvvisare. Early In The Moanin’ Time, gioca sul titolo di brani blues famosi e il termine Moanin’ appropriato per definire le sonorità della pedal steel guitar di Robert Randolph che con i suoi “gemiti” sembra veramente un Moog Synthesizer dei primi anni ’70, quelli più genuini e piacevoli delle origini del rock. Swamp Road ha quell’aria dei duetti organo/chitarra di Wes Montgomery e Jimmy Smith se fossero vissuti ai giorni nostri e l’organo di Medeski avesse dovuto misurarsi con due piccoli geni della chitarra rock, ma tiene botta alla grande. Chocolate Cowboy introduce anche l’elemento country, con tutti i musicisti che improvvisano a velocità supersoniche come se fossero in un gruppo bluegrass di virtuosi, mentre The Highest è un maestoso lento di puro sacred steel style, un inno quasi religioso di grande fascino, prima di tuffarci in Speaking In Tongues dove John Medeski sfoggia tutte le sue tastiere, piano elettrico, organo e synth e ci mostra la sua classe e bravura. La conclusione è affidata a Glory Glory, il famoso traditonal reso come un folk-blues acustico, con tanto di acoustic slide e con la brava Amy Helm che la canta in coppia con Randolph, e come verrebbe da dire, tutti i salmi finiscono in gloria. Alla fine, dopo averne spese tante, rimaniano senza parole per la bravura dei protagonisti, musica che è veramente cibo per l’anima di chi ascolta! Esce martedì prossimo.

Bruno Conti

 

Promesse Mantenute, Sempre Più Brava! Ruthie Foster – Promise Of A Brand New Day

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Ruthie Foster – Promise Of A Brand New Day – Blue Corn

Ruthie Foster è una delle più brave artiste afro-americane apparse sulla scena musicale americana nelle ultime due decadi, come già ci era capitato di affermare in un Post su questo Blog http://discoclub.myblog.it/2012/02/22/una-grande-soul-singer-ruthie-foster-let-it-burn/, a cui vi rimando per ulteriori dettagli. In possesso di una voce calda e suadente, ma anche potente e vibrante, la Foster viene dal gospel, dalla musica religiosa americana, come questo album ribadisce, ma ha anche stretti legami con la musica nera classica, sia esso R&B o soul, ma anche spruzzate di folk, blues e persino rock, in questo forse la cantante a cui si può affiancare il suo percorso artistico è Mavis Staples, prima gospel singer, nel gruppo del babbo Pop, e poi grande cantante tout court. Ovviamente ci sono legami stilistici e vocali anche con l’amata Aretha Franklin, con Etta James e Nina Simone, ma come già detto ve lo potete leggere nel Post di Tino Montanari.

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Questo nuovo album, sin dal titolo, promette un’aria di ottimismo che in questi tempi bui non guasta, sia negli “inni religiosi”, quanto nei brani blues, nelle poche cover questa volta contenute nel disco, comunque cinque. Sicuramente contribuisce la produzione di Meshell Ndegeocello, che nel disco suona anche il basso, e che ha scelto personalmente gli altri musicisti utilizzati nel disco, con l’eccezione degli ospiti, voluti da Ruthie, Doyle Bramhall II alla chitarra in Let Me Know e la straripante voce della cantante gospel Toshi Reagon nella conclusiva Believe.

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Si va dal delizioso pop-soul dell’iniziale Singing The Blues, con tanto di citazione per Bobby “Blue” Bland nel testo, che ricorda musicalmente la Bonnie Raitt del periodo di maggiore successo https://www.youtube.com/watch?v=UV20k3v0C-Y , cantata con voce vellutata dalla Foster, all’elettrizzante electric blues-gospel della vigorosa Let Me Know, con annesso ottimo assolo del citato Bramhall, passando per il soul puro di una My Kinda Lover che tanto ricorda il soul puro ed non adulterato delle ballate mid-tempo della Stax, ancora con un breve chitarristico che rinverdisce i fasti delle canzoni dove operava gente come Steve Cropper, Duane Allman e anche Clapton. A proposito di Clapton, la sua “amica” Bonnie Bramlett è una delle autrici delle bellissima The Ghetto che fu un grande successo per gli Staple Singers (ma la facevano anche Delaney & Bonnie), cantata peraltro in modo divino da Ruthie Foster che si conferma vocalist di categoria superiore. Outlaw è un altro brano soul dei primi anni ’70, scritta e cantata da Eugene McDaniels, magari non tra i più noti praticanti del genere, ma comunque valido, intriso di gospel e di blues il brano è interessante anche per la solita chitarrina insinuante e le evoluzioni scat nel finale.

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Second Coming è la cover di un vecchio brano di protesta degli anni ’60 di Willie King, un brano che nel suo dipanarsi tra chitarre acustiche incalzanti, battito di mani sincopato e un organo maestoso può ricordare certe cose di Richie Havens, oltre al classico suono del più profondo gospel. It May Not Be Right è un altro bellissimo brano di stampo soul https://www.youtube.com/watch?v=rOW71arRoQQ , scritto dalla stessa Foster e dal grande William Bell (uno degli autori originali dell’epopea Stax), che tratta argomenti inconsueti per il gospel e il soul come il matrimonio gay, mentre Learning To Fly (non quella di Tom Petty) è una bellissima ballata che ricorda le cose migliori di Joan Armatrading, anche a livello vocale (e pure a livello estetico le due si assomigliano parecchio), con entrambe che hanno sempre attinto anche dallo stile di Nina Simone. Di nuovo blues, soul e rock a braccetto in una ottima Believe, sempre caratterizzata dalla solista molto trattata e dalle tastiere incombenti, che unite al sound incisivo del basso e della batteria sembrano farina del sacco della Meshell Ndegeocello, non male comunque. Brand New Day è l’unica concessione alla tradizione del gospel più puro, cantata a cappella dalla Foster, solo con l’accompagnamento di un tamburello e di un coro di supporto https://www.youtube.com/watch?v=8oDcPOYIWQ8 . Complicated Love è un’altra delicata ballata di stampo acustico, che al sottoscritto ricorda sempre le migliori cose della Armatrading (che negli anni ’70, ma anche oggi, era una cantautrice formidabile). E in chiusura un altro brano di questo filone intimista, scritta dall’ottima cantante gospel Toshi Reagon, che duetta con la stessa Ruthie in un ambito folk molto accattivante. Il disco non sarà forse un capolavoro assoluto, ma parafrasando una vecchia pubblicità, “con quella voce può cantare quello che vuole”!

Bruno Conti

Novità Di Agosto, Parte III. Empty Hearts, Paul Thorn, Ruthie Foster, James Yorkston, Dr. John, Look Again To The Wind – Tribute To Johnny Cash Bitter Tears

empty hearts

Nella settimana successiva a quella in cui, per la prima volta in 37 anni di onorata carriera discografica, Tom Petty con Hypnotic Eye era salito al 1° posto delle classifiche di Billboard, e il tributo a JJ Cale di Eric Clapton era secondo (ma è stata una bella sorpresa di breve durata, questa settimana al numero uno c’è già l’Awesome Mix (?!?) della colonna sonora di Guardians of The Galaxy e al secondo, Now 51), continuiamo con l’elenco delle  novità di agosto.

Prima di tutto una sorta di supergruppo che mi era sfuggito (il CD è uscito negli States il 5 agosto): si tratta degli Empty Hearts, nome fornito per gentile concessione di Little Steven, che pare abbia una lista secreta di nomi di band mai utilizzati o comunque rari (perché in effetti mi pare ci siano dei metallari nordici, forse sevedesi, con lo stesso nome). Supergruppo è forse una parola forte, non sono musicisti particolarmente famosi, per quanto: Wally Palmar, la voce solista e chitarra ritmica viene dai Romantics, Elliot Easton, la chitarra solista, era nei Cars, Andy Babiuk, il bassista, era nei Chesterfield Kings e Clem Burke, alla batteria, viene dai Blondie. A completare la formazione, come special guest, troviamo Ian McLagan, il mitico tastierista dei Faces. E il genere, guarda un po’, mi ha ricordato, a grandi linee, proprio di quello di Tom Petty. Ampie dosi di sixties pop, mutuato dalla British Invasion, Power Pop (e rock) nel DNA di Romantics e Chesterfield Kings, armonie vocali prese dal rock anni ’70 e ’80 californiano, qualche tocco di garage punk, proveniente dalle prime esperienze di Cars e Blondie, e sempre presente nella musica di Romantics e Chesterfield Kings https://www.youtube.com/watch?v=6jaRdPgW7EI . Niente di trascendentale, ma una manciata di canzoni estremamente piacevoli, con chitarre a manetta, ritmiche fresche e pimpanti, tanta passione, sembra di essere in un disco, oltre che di Petty, di Dwight Twiley o dei Knack, ma anche dei primi Who, divertente e scanzonato, con la bella voce di Palmar spesso in evidenza e riff come piovesse. L’estate starà anche finendo, come recitava quella famosa canzone, ma secondo i maestri californiani Beach Boys ce n’è una anche senza fine, la cui colonna sonora potrebbe essere questo disco  . In I Found you again, un ballatone con uso di pedal steel, sembra di ascoltare una via di mezzo di tra il country e il Tom Petty più byrdsiano, mentre in Drop Me Off At Home sembra di essere capitati tra i solchi di Nuggets e in Meet Me ‘Round The Corner in un disco degli Animals. Come al solito niente di nuovo, ma i “cuori” non sembrano vuoti ed aridi. Etichetta 429 Records, distribuzione Universal, negli States.

paul thorn too blessed

Veniamo ai dischi in uscita domani 19 agosto. Del nuovo Paul Thorn Too Blessed To Be Stressed sono venuto a conoscenza grazie al fatto di essere iscritto alla sua mailing list: dodicesimo album della sua carriera, 10 canzoni nuove, disponibile sul suo sito in varie versioni (CD, Vinile, CD+LP+Maglietta+ammenicoli vari, CD+LP versione per fans, CD per fans con sticker, li trovate qui http://www.paulthorn.com/ , anche se il vinile uscirà a metà ottobre, nel frattempo potete dare una ascoltata). Se non conoscete l’artista californiano, e la cosa è grave, questo è quanto è stato scritto in passato su di lui nel Blog, http://discoclub.myblog.it/tag/paul-thorn/, l’ultimo avvistamento nel tributo a Jackson Browne uscito questa primavera, mentre nel 2012 era uscito un disco tutto di covers, What The Hell Is Going On, sempre sulla sua etichetta, la Perpetual Obscurity che pubblica questo nuovo. Se siete troppo pigri, due o tre link per ascoltare qualcosa del nuovo album https://www.youtube.com/watch?v=-vH8vZCwQkg  e in generale della sua musica https://www.youtube.com/watch?v=9sNb7wtlNkU, https://www.youtube.com/watch?v=rQ3O0y2iMjw!

ruthie foster promises of a brand new day

La bravissima Ruthie Foster è una delle favorite di questo Blog,  http://discoclub.myblog.it/2012/02/22/una-grande-soul-singer-ruthie-foster-let-it-burn/, ogni disco è più bello del precedente, questo Promise Of A Brand New Day (bellissimo titolo), pubblicato come di consueto dalla Blue Corn Music, mi sembra addirittura il suo migliore in assoluto https://www.youtube.com/watch?v=4056ThbbNgU . Accanto al soul classico e al blues presenti sempre nei suoi dischi c’è spazio anche per alcune ballate e brani rock che mi hanno ricordato, da quello che ho potuto ascoltare velocemente, la migliore Joan Armatrading degli anni ’70. Voce calda e suadente, potente e dolce al tempo stesso, ottima produzione a cura di Meshell Ndegeocello, che suona anche il basso nel disco, affiancata da Chris Bruce alla chitarra (anche con Sheryl Crow) e dal tastierista Jebin Bruni, pure con Aimee Mann, che suonano abitualmente con Ruthie, oltre al batterista Ivan Edwards e a due musicisti richiesti espressamente dalla Foster, Doyle Bramhall alla chitarra e Toshi Reagon, un “donnone” dalla voce incredibile, che armonizza alla grande con le altre due signore presenti e a Nayanna Holley, in alcune canzoni di questo CD. Un misto di brani nuovi scritti dalla Foster, piccoli classici del soul-rock, come Ghetto, un pezzo scritto da Bettye Crutcher/Homer Banks/Bonnie Bramlett che era su Accept No Substitute di Delaney & Bonnie, Outlaw di Eugene McDaniels, sul disco omonimo ristampato recentemente dalla Rhino, altro piccola gemma, Second Coming, un brano scritto da Willie King (con Alice Cooper, giuro!), altro nome minore, ma da esplorare del blues nero americano (qualche nome da segnalare scappa sempre, è un vizio, spero utile per chi legge). Senza dimenticarsi di It Might Not Be Right, una canzone nuova scritta dalla Foster in coppia con William Bell, uno dei grandi della Stax degli anni ’60. Insomma si “intuisce” che siamo di fronte a un gran bel disco su cui ritorneremo quanto prima sul Blog, visto che esce domani.

james yorkston the cellardyke

Oggi, ma in Inghilterra, viene pubblicato il nuovo disco di James Yorkston, uno dei nomi più fulgidi del “moderno”, non solo folk, britannico (scozzese per la precisione) dell’ultimo periodo. Il disco nuovo, The Cellardyke Recording And Wassailing Society, è il suo ottavo di studio, esce per la Domino Records https://www.youtube.com/watch?v=OfnP_1wkf0U , con la produzione di Alexis Taylor degli Hot Chip, in una commistione di alternative pop e tradizione popolare  https://www.youtube.com/watch?v=AxwSXxO7dPA (Yorkston era anche il leader degli Athletes) è il seguito di I was A Cat From A Book del 2012. Tra i musicisti che appaiono KT Tunstall, The Pictish Trail, Rob Smoughton, Fimber Bravo, e i suoi collaboratori abituali Jon Thorne e Emma Smith https://www.youtube.com/watch?v=xUpy521NTGM . Dovrebbe piacere sia a chi ama l’indie rock, sia agli appassionati di Christy Moore, del primo Donovan o dell’Incredible String Band, persino di Leonard Cohen, sentitevi Thinking About Kat. Un altro nome da appuntarvi!

dr. john ske-dat-de-dat the spirit of satch

Viceversa questo è un nome “classico” come pochi, Dr. John a.k.a Mack Rebennack che omaggia uno dei più grandi della storia della musica, nonché concitttadino di New Orleans, Louis Armstrong, con un disco Ske-Dat-De-Dat: The Spirit Of Satch https://www.youtube.com/watch?v=Ab23oyKYc4w , che non so dirvi che numero sia nella sua discografia (ho perso il conto) ma si annuncia come uno dei più interessanti, anche grazie al notevole numero di ospiti che partecipano al CD, e che esce domani negli USA (e ai primi di settembre in Europa su Proper Records) per la Concord/Universal. Da quello che ho sentito sembra veramente molto bello. d’altronde con queste canzoni e questi musicisti non è difficile immaginarlo:

1. What A Wonderful World featuring Nicholas Payton and The Blind Boys of Alabama
2. Mack The Knife featuring Terence Blanchard and Mike Ladd
3. Tight Like This featuring Arturo Sandoval and Telmary
4. I’ve Got The World On A String featuring Bonnie Raitt
5. Gut Bucket Blues featuring Nicholas Payton
6. Sometimes I Feel Like A Motherless Child featuring Anthony Hamilton
7. That’s My Home featuring Wendell Brunious and The McCrary Sisters
8. Nobody Knows The Trouble I’ve Seen featuring Ledisi and The McCrary Sisters
9. Wrap Your Troubles in Dreams featuring Terence Blanchard and The Blind Boys of Alabama
10. Dippermouth Blues featuring James 12 Andrews
11. Sweet Hunk O’Trash featuring Shemekia Copeland
12. Memories Of You featuring Arturo Sandoval
13. When You’re Smiling (The Whole World Smiles With You) featuring Dirty Dozen Brass Band

look again to the wind johnny cash bitter tears

Altro tributo, ma di artisti vari e ad un singolo disco della discografia di Johnny Cash è questo notevole Look Again To The Wind Johnny Cash’s Bitter Tears Revisited. Questo disco del 1964 aveva come titolo completo Bitter Tears: Ballads of the American Indian, un concept album sulle tribolazioni delle popolazioni native americane, quelli che in Italia chiamiamo “indiani”, per intenderci (tutte queste cose del politically correct alla lunga rompono, questo essere diversamente qualcosa puzza molto di ipocrisia e perbenismo). In ogni caso il disco originale di Johnny Cash era bellissimo https://www.youtube.com/watch?v=MCAf_Ajh_KQ  e anche questo tributo, in uscita domani negli Stati Uniti per la Sony Music Masterworks, e i primi del mese prossimo in Italia e alcuni paesi europei, direi che non è male, sempre da un veloce appunto. Forse l’unico appunto è la presenza di un solo musicista nativo indiano (facciamo pellerossa, questo però è offensivo!), Bill Miller, l’undicesimo ed ultimo ad apparire nell’album http://www.bing.com/videos/watch/video/bill-miller-talks-about-johnny-cashs-bitter-tears-ballads-of-the-american-indian/28ddczy7j?cpkey=079e68e5-86ac-4456-9685-c07bb8eb97d0%257c%257c%257c%257c , con la cover della title track, una canzone scritta da Peter La Farge,  che non era nell’album di Cash ma su quello di La Farge stesso dell’anno prima, As Long as the Grass Shall Grow: Peter La Farge Sings Of The Indians: in ogni caso un disco che presenta una serie di musicisti assai interessanti, spesso incrociati in combinazioni differenti nei diversi brani di questo CD:

  1. As Long as the Grass Shall Grow – feat. Gillian Welch & David Rawlings
  2. Apache Tears – feat. Emmylou Harris w/The Milk Carton Kids
  3. Custer – feat. Steve Earle w/The Milk Carton Kids
    http://www.bing.com/videos/watch/video/steve-earle-on-look-again-to-the-wind-johnny-cash-s-bitter-tears-revisited/28dd5jlqz?from=
  4. The Talking Leaves – feat. Nancy Blake w/ Emmylou Harris, Gillian Welch & Dave Rawlings
  5. The Ballad of Ira Hayes – feat. Kris Kristofferson w/ Gillian Welch & David Rawlings
  6. Drums – feat. Norman Blake w/ Nancy Blake, Emmylou Harris, Gillian Welch & David Rawlings
  7. Apache Tears (Reprise) – feat. Gillian Welch & Dave Rawlings
  8. White Girl – feat. The Milk Carton Kids
  9. The Vanishing Race – feat. Rhiannon Giddens
  10. As Long as the Grass Shall Grow (Reprise) – feat. Nancy Blake, Gillian Welch &  Dave Rawlings
  11. Look Again to The Wind – feat. Bill Miller 

Tra i musicisti utilizzati dal produttore, Joe Henry, perché è lui il curatore del progetto, si segnalano i “soliti” Greg Leisz (steel guitar, guitars), Keefus Ciancia (keyboards), Patrick Warren (keyboards for the L.A. sessions), Jay Bellerose (drums) and Dave Piltch (bass).

Direi che con questo siamo, più o meno, alla pari, con le uscite. Però la settimana prossima e ai primi di settembre escono altri dischi interessanti, per cui non escludo appendici a questa lista. Sempre pronti, tempo permettendo, anche a recensioni singole ed altre anticipazioni varie.

Bruno Conti

Dieci Anni Di Canzoni In Un “Bignami” Del Blues Acustico, Ma Non Solo! Eric Bibb – In 50 Songs

eric bibb in 50 songs

Eric Bibb – In 50 Songs – Dixiefrog Records – 3 CD

E’ ormai da quasi un ventennio che Eric Bibb, bluesman newyorchese domiciliato a Helsinki, Finlandia, dove vive con la moglie (e con Keb’ Mo uno dei leader del revival del blues acustico), si affaccia con puntuale regolarità sul mercato discografico, e dopo la bellezza di 28 album (per lo più in proprio), o con altri (Friends o Sisters & Brothers), arriva ora questa ulteriore retrospettiva In 50 Songs, un compendio delle registrazioni di Eric Bibb del passato decennio, distribuite su 3 CD, 50 brani, per oltre 3 ore di musica straordinaria.

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Eric è figlio d’arte, suo padre è il musicista e attore Leon Bibb (e lo zio era il grande jazzista John Lewis, del Modern Jazz Quartet) e il nostro è cresciuto a New York durante il boom della musica blues e folk dei sixties, quindi  con una sua formazione musicale ricca di stimoli, in quanto Dizzy Gillespie era di casa, e anche Pete Seeger era grande amico di papà Leon. A soli vent’anni lascia la famiglia per andare a vivere in Svezia dove inizia la carriera solista, proponendo la sua musica, una miscela ricca di blues ma che comprende elementi country, folk, gospel, soul, e reggae, eseguita in modo vario e inappuntabile, cantata con una voce che è difficile dimenticare. Per ovvi motivi di spazio, non sto a elencare (come di consueto) tutti i brani di questa raccolta, mi limito a ricordarvi per ogni CD i brani più significativi, segnalando che, purtroppo, non ci sono “gioielli” tratti dagli album Just Like Love (02), Family Affair (04), Get On Board (08) e Blues, Ballads & Work Songs (11).

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Il CD 1 è composto da brani estratti da Natural Light (03), Friends (04), A Ship Called Love (05), Praising Peace (06) e Diamond Days (06), tra cui spiccano l’iniziale In My Father’s House dal ritmo sincopato https://www.youtube.com/watch?v=K6oMzZYja94 , Heading Home con una dolce armonica, la ballata acustica Sittin’ In A Hotel Room, il blues tradizionale Boll Weevil, e duetti di spessore, con la bravissima Ruthie Foster in For You https://www.youtube.com/watch?v=2elOFzR5Kts , con Kristina Olsen in If I Stayed https://www.youtube.com/watch?v=PH69Q74b0EU e il gospel 99 ½ Won’t Do con il grande Guy Davis https://www.youtube.com/watch?v=7yoIl6gBfto .

Il CD 2 pesca invece da album più recenti come Spirit I Am (08), Live A’ Fip (09), Deeper In The Well (12) http://discoclub.myblog.it/2012/02/09/saluti-dalla-louisiana-eric-bibb-deeper-in-the-well/  e l’ultimo Jericho Road (13), aperto dalla meravigliosa Dance Me To The End con la partecipazione di Jerry Yester, passando per l’ammaliante soul di A Ship Called Love, la solare Dig A Little Deeper In The Well che non sfigurerebbe in un disco di Jimmy Buffett, i caldi ritmi “caraibici” di On My Way To Bamako con Habib Koitè https://www.youtube.com/watch?v=MTQnYyyAFCo , la gara di bravura con Martin Simpson in The Cape https://www.youtube.com/watch?v=IIECz7Y01-U , e il tradizionale Hold On, quasi nove minuti di pura magia elettroacustica dal vivo.

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Il CD 3 oltre a delle rarità, come il duetto con Taj Mahal in Goin’ Down Slow, il blues acustico di Don’t Ever Let Nobody… e Bourgeois Blues, il gospel di Send Us Brighters Days ancora con Habib Koitè, presenta tre brani inediti, il tradizionale Wayfaring Stranger quasi sussurrato, una Shingle By Shingle dove risalta la bella voce di Eric, andando a chiudere con un altro tradizionale Needed Time, con sonorità “cajun” che mi ricordano i bravissimi Beausoleil di Michael Doucet https://www.youtube.com/watch?v=pvRvt6AQHuk .

Eric Bibb è sicuramente uno dei massimi esponenti contemporanei della scena folk-blues, anche se si esprime in una dimensione leggermente più cantautorale (rispetto ai vari Davis e Keb Mo, per citarne alcuni altri), con una personalità musicale che sembra riscrivere le tradizioni in un suo personale viaggio tra folk, blues e musica d’autore.

Per chi non lo conosce un’occasione unica per portarsi a casa, con pochi euro, un “bignami” della musica di Eric Bibb, 50 canzoni che sono come “i gioielli della corona”: un suggerimento per un regalo, ad altri o a voi stessi, di cui non dovrete pentirvi.

Tino Montanari

Nel Frattempo La Alligator Continua A Non Sbagliare Un Disco! James Cotton – Cotton Mouth Man

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James Cotton – Cotton Mouth Man – Alligator 07-05-2013

Il lungo titolo del Post è un composito tra un album di Luca Carboni e un film della Wertmuller, ma il contenuto è inequivocabilmente 100% Cotton, come riportava il titolo di uno dei suoi dischi migliori. Il vecchio leone del Mississippi può anche avere perso la voce per i problemi di salute legati ad un cancro alla gola contratto alla fine degli anni ’90, e l’ultima esecuzione vocale “seria” risale al 2000, ma come armonicista è nella categoria Giant, come ci ricordava anche il suo penultimo disco, e primo per la Alligator, del 2010.

James Cotton è sicuramente una delle ultime “leggende del blues”: nativo di Tunica, Mississippi, è stato però una delle colonne portanti del blues di Chicago dall’inizio degli anni ’50, prima con Howlin’ Wolf e poi, in alternanza con Little Walter, ma anche da solo, l’armonicista della band di Muddy Waters, nel periodo migliore di McKinley Morganfield, all’incirca fino a metà anni ’60. Tra il 1966 e il ’67 ha iniziato la sua carriera solista, mantenendo comunque una fittissima agenda di impegni (anche un ritorno con Waters per Hard Again) che gli permette di contare la bellezza di 914 credits nella lista delle collaborazioni su AllMusic (non saranno tutti veri perché non sempre il portale musicale è precisissimo ma rimane un numero ragguardevole)!

E sapete una cosa, secondo me, questo Cotton Mouth Man si inserisce nella Top 5 dei suoi migliori lavori all time. Tom Hambrige, il batterista, autore e produttore (anche di questo CD), che negli ultimi anni ha lavorato proficuamente con Joe Louis Walker, George Thorogood e Buddy Guy, confermandosi una sorta di Willie Dixon bianco, ha realizzato un piccolo capolavoro con questo album. Concepito come una sorta di concept album sulla vita di Cotton, questo escamotage permette di incorporare nella musica, che è tutta scritta ex novo, anche molti riff e fraseggi dai classici del blues, senza rischiare la denuncia per plagio. Lo stesso Cotton, Richard Fleming, Gary Nicholson e Delbert McClinton hanno collaborato come co-autori, ma il cuore dell’album risiede nell’opera di Hambridge. L’armonica di James, ancora in grandissima forma al suo strumento, ha un ruolo fondamentale, così come la presenza di un vero who’s who della musica tra gli ospiti che si alternano nel disco.

La partenza è fulminante: su un groove trascinante ordito dalla coppia Hambridge-Tommy McDonald, la voce dell’ottimo Darrell Nulisch e l’armonica poderosa di Cotton, la chitarra di Joe Bonamassa confeziona uno dei migliori solo della sua carriera, conciso ma fulminante come poche volte, l’epitome perfetta del blues(rock). Dopo una breve introduzione di quella che fu la voce del nostro amico, riparte un train sonoro inarrestabile, non per nulla Midnight Train, dove si ricompone la coppia Gregg Allman voce (efficace ma non fantastico per l’occasione) e Chuck Leavell al piano Wurlitzer, ben sorretta da due delle colonne portanti della band dello stesso Cotton, il chitarrista Tom Holland e il bassista Noel Neal. Leavell rimane, al piano acustico, per un sentito omaggio a Waters, Mississippi Mud, uno slow blues che ci permette di apprezzare quello che è, quando vuole, uno dei più grandi cantanti del blues contemporaneo, Keb’ Mo’, eccellente in questo brano. Anche nell’altro resoconto della vita di Cotton nella Chicago anni ’50, He Was There, possiamo ascoltare la James Cotton Blues Band al completo in questo caso, con Jerry Porter che si reimpossessa (per un brano) del seggiolino della batteria a scapito di Hambridge, Nulisch alla voce solista, Holland alla chitarra e l’ospite Leavell al piano, un blues “duro e puro”.

Fantastica è la tiratissima Something For Me con un drive alla Allman Brothers dei tempi di Duane garantito da un assatanato Warren Haynes alla chitarra slide e voce e con Cotton che soffia nella sua armonica come se non avesse i 78 anni che ha! Wrapped Around My Heart con Chuck Leavell che passa all’organo per l’occasione e Rob McNelley alla solista è un gagliardo slow blues cantato alla grande da Ruthie Foster, il sound ricorda quello dei migliori brani dell’ultimo Robert Cray, ben tipizzati dal recente Nothin But Love, di cui questo Cotton Mouth Man si candida come successore per il miglior disco blues elettrico contemporaneo del 2013, e che voce ragazzi, la Ruthie! Ancora Darell Nulisch si difende con classe in una vigorosa Saint On Sunday, dove la chitarra di Rob McNelley (una delle sorprese del disco, è il solista della band di McClinton, ma suona anche in un miliardo di dischi country, di quelli buoni) e l’armonica di Cotton hanno modo di mettersi in evidenza e anche il datore di lavoro di McNelley, ovvero Delbert McClinton, si conferma uno dei migliori cantanti bianchi tuttora in circolazione nella sapida Hard Sometimes, mentre l’armonica di Cotton giganteggia sul tutto.

I ritmi latin blues in apertura di Young Bold Women alleggeriscono per un attimo il mood del disco e si alternano con atmosfere più tirate in una gustosa varietà. Bird Nest On The Ground è l’unica cover del disco, un Muddy Waters minore, come notorietà della canzone, ma non per l’intensità dell’esecuzione, sempre garantita dalla house band del disco, senza ospiti in questo caso, se si esclude Leavell al piano (peraltro presente in quasi tutti i brani, meno due). L’unico ospite che non lascia ma raddoppia è l’ottimo Keb’ Mo’, anche alla chitarra, in una soffusa e leggermente vellutata Wasn’t My Time To Go. Vigorosa viceversa la atmosfera da puro electric Chicago Blues che si respira in Blues Is Good For You, quasi un manifesto di intenti, mentre la conclusione, in tono minore, è affidata al duetto tra James Cotton, anche alla voce, spezzata e vissuta, oltre che all’armonica e Colin Linden alla Resonator Guitar in Bonnie Blue.

La data di uscita ufficiale sarebbe il 7 maggio ma per i misteri del mercato discografico è già in circolazione nelle nostre lande. Un ottimo disco di blues, da 4 stellette nei primi 5 brani, ma eccellente nella sua totalità, candidato già fin d’ora alle liste dei migliori di fine anno e degno epilogo della categoria, se così sarà, ma non è detto, della carriera di uno dei più grandi armonicisti della storia del Blues, degno erede del suo mentore Sonny Boy Williamson!

Bruno Conti

P.s Per una volta non ci sono video recenti relativi all’album, per cui ho inserito due o tre classici, riservandomi di aggiornare eventualmente il post in futuro.

Una Grande “Soul Singer”! Ruthie Foster – Let It Burn

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Let It Burn – Ruthie Foster – Blue Corn Music – 2011

Ruthie Foster è una eccellente cantante afro-americana nata e cresciuta in una piccola cittadina che risponde al nome di Waco in Texas, e che si è messa in mostra negli ultimi anni con un “sound” influenzato da folk, gospel, blues e soul. Paragonata più volte a grandi “vocalists” del passato come la sua favorita Aretha Franklin, Odetta, Irma Thomas e la compianta Etta James,  Ruthie rappresenta al meglio il lato più nero dell’attuale Texas Music. Nelle sue esibizioni “live” (ascoltare per credere il magnifico Live At Antone’s dello scorso anno) dove sicuramente meglio può liberare le sue potenzialità vocali, con un repertorio particolarmente ampio come influenze, dove spicca la sua voce, potente ma allo stesso tempo melodiosa, ricca di mille sfumature e di una ampia gamma di toni.

Il suo ultimo album in studio The Truth According To Ruthie Foster, uscito nel 2009 è stato subito nominato ai Grammy Awards, ed era un lavoro sorprendente per la sua intensità e per i suoni curati in ogni dettaglio, ma questo Let It Burn è sicuramente il lavoro della sua piena maturità musicale con il quale la cantante “texana” potrà aspirare a diventare un nome di spicco nel panorama dei big della musica internazionale. Il CD prodotto da John Chelew e registrato a New Orleans nei famosi Piety Street Studios offre un mix di brani originali, accoppiati a pregevoli e inattese cover di brani di artisti che vanno da Adele ai Los Lobos, da Johnny Cash ai Black Keys, C S N e John Martyn, e la vede accompagnata da un piccolo gruppo di validi musicisti che include George Porter Jr. dei leggendari Meters, Ike Stubblefield, Russell Batiste, Dave Easley, James Rivers, e da ospiti molto speciali come il gruppo dei Blind Boys Of Alabama, e William Bell  icona e anima della Stax Records.

Bella partenza con un perfetto brano “soul” Welcome Home, cantato e suonato splendidamente con i Blind Boys of Alabama. Set Fire To The Rain di Adele Adkins (che è poi “quella Adele”) viene riproposta con uno spigoloso fraseggio giocato con chitarra, basso e batteria. This Time noto cavallo di battaglia dei Los Lobos, viene stravolta in una versione soul-funky con tanto di Hammond. You Don’t Miss Your Water in duetto con l’autore William Bell, è una ballata superba con il sax di James Rivers a sputare note paradisiache. Capolavoro. Con Everlasting Light la Foster rende omaggio a una della band più intriganti degli ultimi anni, i Black Keys, con una interpretazione misurata. Ritornano i Blind Boys of Alabama con Lord Remember Me che inizia in perfetto stile gospel per poi diluirsi in un blues a cappella con coro e controcanto meraviglioso.

Una irriconoscibile Ring Of Fire stranoto brano di Johnny Cash, rivisitato  in versione delicata e intimista, dimostra la duttilità di Ruthie. Aim For The Heart transita nei paraggi della Louisiana con coloriture funky. Dalla penna di Robbie Robertson esce It Makes No Difference splendido brano (che in qualche passaggio ricorda A Change Is Gonna Come), cantato col consueto feeling e intensità “soul”. Altra cover, questa volta scritta da David Crosby Long Time Gone, in duetto con gli onnipresenti Blind Boys of Alabama. Don’t Want To Know una delle canzoni più belle di John Martyn, viene messa in risalto da un arrangiamento slow, da un suono pulito e lineare, dove la pedal steel segue il cantato di Ruthie. A dare maggior risalto alle sue qualità vocali ci pensa If I Had A Hammer, brano di Pete Seeger  sviluppato in chiave jazz, a dimostrazione del talento di questa “soul singer”. Chiude l’album The Titanic un tradizionale in forma gospel, arrangiato con il produttore John Chelew e cantato in duetto con i soliti B.B.O.A.

Con Let It Burn, Ruthie Foster porta l’ascoltatore in un viaggio personale, tramite la sua voce profondamente soul , con un tessuto sonoro spirituale che arriva direttamente al cuore. Questo è il CD che i suoi “fans” aspettavano, per il resto del mondo, una meravigliosa nuova amica. Tenete d’occhio questa “signora”, ne vale la pena.

Tino Montanari

Novità Di Gennaio Parte III. Gretchen Peters, Ringo Starr, Bap Kennedy, Lana Del Rey, Darrell Scott, Metallica, Joe Louis Walker, The Pines, Lulu Gainsbourg, Ruthie Foster, Eccetera

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Ultima corposa emissione di novità per il mese di gennaio: partiamo con i “giovani”! Iniziamo con Lulu Gainsbourg, se dovessi fare una recensione di questo From Lulu To Gainsbourg parlerei di una riunione di una confraternita di “sussurratori” (con un paio di eccezioni). E se ricordate il babbo Serge Gainsbourg neppure lui scherzava, ma in confronto al figlio sembra un urlatore. Il CD, che esce martedì 31 in Italia ed Europa tutta per la Decca/Universal, in Francia era già stato pubblicato il 14 novembre. C’è uno stuolo di ospiti notevoli e molti dei brani più noti del genitore, rivisitati (Lulu è nato dal secondo matrimonio, quindi è il fratellastro di Charlotte Gainsbourg, la figlia di Jane Birkin, fine del gossip). Se devo essere sincero non mi dispiace neppure anche se non mi strappo i capelli dalla gioia. Ci sono Rufus Wainwright, Marianne Faithfull, un duetto tra Lulu e Scarlett Johansson in Bonnie & Clyde, un altro duetto tra Vanessa Paradis e Johnny Depp (l’ultimo?), Shane MacGowan che canta in francese e anche Iggy Pop, ma lui ha dei precedenti. E ancora Sly Johnson, Ayo, Melanie Thierry, “M”. Lui, reduce dalla Berkley School Of Music produce, suona, canta e arrangia.

Per correttezza vi segnalo, sempre martedì 31 gennaio, l’uscita dell’esordio discografico di Lana Del Rey con Born To Die, su etichetta Polydor/Universal. Come saprete si tratta dell’esordio discografico più “atteso del momento” (non so da chi, però!), a sentire certa stampa, anche italiana. Le radio commerciali stanno già festeggiando.

Una che in radio si ascolta raramente, ma è comunque molto brava, è Gretchen Peters che reduce dal disco in coppia con Tom Russell approda con questo Hello Cruel World all’etichetta Proper Records, sinonimo di qualità. Con lei ci sono, tra gli altri, Will Kimbrough, Viktor Krauss, Kim Richey, Doug Lancio (l’ultimo chitarrista di John Hiatt) e Rodney Crowell. Genere? Ottimo… ah intendete genere musicale? Direi country-roots-folk-rock cantautorale, può andare?

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Per la serie “guarda chi si rivede”, non ci posso credere, sempre su Proper, esce il nuovo album di Bap Kennedy. E chi è, diranno molti di voi? Era il cantante degli Energy Orchard, grande band irlandese degli anni ’90 e poi solista in proprio. Steve Earle ha detto di lui, “il miglior cantautore che abbia mai visto” e Mark Knopfler gli ha prodotto questo The Sailor’s revenge che esce anche in versione doppia Deluxe (quindi occhio perché pare che sia una tiratura limitata, già provveduto, grazie), con altri 11 brani nel secondo CD. Nel disco suonano, oltre a Knopfler, Jerry Douglas, Glen Worf, Michael McGoldrick, John McCusker. Non dimenticate che Bap Kennedy è uno dei pochissimi che ha co-firmato dei brani con Van Morrison. Qui siamo proprio nell’artista di “culto” all’ennesima potenza.

Darrell Scott, dopo l’esperienza con la Band Of Joy di Robert Plant torna alla carriera solista con questo Long Ride Home, il suo settimo album che esce su etichetta Full Light. Questo signore, oltre a suonare la chitarra alla grande, ha una voce bellissima, che so, tra Lyle Lovett e Guy Clark da giovane, quindi country-folk-roots per chi ama le categorie, Americana perfino, aggiungerei (ma non ditelo a Dan Stuart che si inc…a). Molto bello da quello che ho sentito ( e l’ho sentito bene). Potrebbe sorprendervi.

The Pines è il gruppo di Benson Ramsey, il figlio di Bo, chitarrista e produttore di Greg Brown per molti anni e anche qui fa il suo mestiere. In questo terzo album Dark So Gold, sempre per la Red House, il gruppo si amplia fino a 9 elementi, ma il sound rimane sempre quel country-folk-blues ricco di atmosfere e anche suggestioni dylaniane nel cantato di alcuni brani.

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Questi invece sono per la serie “chi non muore si rivede”. Ringo Starr (che se vuole può “toccarsi”) quest’anno compie 72 anni ma continua imperterrito a fare dischi “alla Ringo”. Questo è uno di quelli “belli” (posso dirlo con cognizione di causa, visto che è un mesetto che lo ascolto, poi non ho avuto tempo di recensirlo, ma questa è un’altra storia). Dall’iniziale Anthem scritta con Glenn Ballard dove si riprende il riff di Birthday dei Beatles (o me lo sono sognato?) passando per la cover dell’amato Buddy Holly in Think It Over e brani scritti con Van Dyke Parks, Dave Stewart e Joe Walsh che suonano anche nel disco (se non puoi avere Lennon-McCartney ti “accontenti”) tutto è molto piacevole. Nel CD appaiono anche Kenny Wayne Sheperd, Benmont Tench, Don Was, Edgar Winter e addirittura Charlie Haden. Etichetta Hip-O-Records/Universal esce sempre martedì 31 gennaio.

Il secondo disco della Johhny Otis Story On With The Show 1954-1974 doveva comunque uscire per la Ace prima della sua recente scomparsa e quindi potete proseguire con la riscoperta di uno dei “grandi” del soul-R&B.

Anche Eddie Holland appartiene alla categoria. Non ha fatto il cantante per molto ma come autore nel famoso trio Holland-Dozier-Holland ha scritto un gazillione di successi per Supremes, Four Tops e tantissimi altri assi della eichetta Tamla-Motown. In questo doppio It Moves me pubbblicato nei prossimi giorni dalla Ace Records c’è tutto quello che ha inciso tra il 1958-1964, 56 brani in totale. E cantava pure bene, al livello dei suoi compagni di etichetta, provare per credere.

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Altri due che cantano benissimo. Il primo è Joe Louis Walker che esordisce con questo eccellente Hellfire per la Alligator, e suona anche la chitarra come pochi in circolazione. Ma visto che ho promesso la recensione completa (a momenti, si spera) per ora mi limito a consigliarlo a tutti. Ruthie Foster è gia il secondo CD che pubblica a distanza di pochi mesi, dopo l’ottimo Live At Antone’s ora esce questo altrettanto bello Let It Burn per l’etichetta Blue Corn Music. Materiale originale ma anche alcune cover, classici Johnny Cash, Crosby,Stills and Nash e Los Lobos, ma anche Black Keys e Adele che ormai evidentemente si sono creati una reputazione nel mondo della musica. Registrato come al solito in quel di New Orleans, Piety Street Studio, tra gli ospiti, George Porter Jr dei Meters, i Blind Boys Of Alabama e il “mitico” William Bell della Stax Records. Grandissima voce.

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Le ultime tre uscite sono un po’ miste. Partiamo con un doppio Cd edito dalla Edsel Records, si tratta dell’opera omnia, quattro album in 2 CD, dei JoJoGunne, che a molti non diranno molto, ma si tratta della formazione di Jay Ferguson e Mark Andes, che erano il cantante e il bassista degli Spirit. Tra il 1971 e il 1975 hanno registrato questi album di rock americano classico, tra boogie e hard, avendo anche un ottimo successo. Se vi piacciono Doobie Brothers, ZZTop, Grand Funk, Foghat qui c’è trippa per gatti.

Cambiando completamente genere questo Transatlantic Sessions è il quinto volume di una serie di DVD (spesso doppi) che raccolgono il frutto degli incontri di musicisti dai due lati dell’oceano che si trovano per una serie di jam sessions in libertà. Questa volta i padroni di casa (si dovrebbe dire “host” ma poi ci chiudono anche a noi) sono Jerry Douglas per l’America e Aly Bain per il Regno Unito. Ma ci sono anche, tra i tantissimi (se allargate l’immagine della copertina li potete leggere tutti): Eric Bibb (di cui è uscito un disco nuovo in questi giorni, ne parlerò), Sam Bush, John Doyle, Bela Fleck, Sarah Jarosz, Alison Krauss, Amos Lee, Donal Lunny, Sharon Shannon, Danny Thompson. Lo svantaggio è che si fatica a trovarlo e costa caro.

Per finire i Metallica, reduci dal successo del disco con Lou Reed, pubblicano questo Beyond Magnetic per la Vertigo, un EP con quattro brani (ma che dura quasi mezz’ora) con materiale non utilizzato nell’album Death Magnetic.

Anche per oggi è tutto (doppio Post giornaliero ancora una volta, non stiamo mica a pettinare le bambole)!

Bruno Conti