Una Band Leggendaria Del Rock Californiano, Al Secondo Tentativo. Moby Grape – Ebbet’s Field 1974

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Moby Grape  – Ebbet’s Field 1974 – Keyhole

Di questi tempi un bel Live di un broadcast radiofonico non si nega a nessuno, figuriamoci ad una band che ai tempi è stata leggendaria e a tutt’oggi occasionalmente si esibisce con la formazione che registrò questo concerto del 1974. Stiamo parlando dei Moby Grape, grande gruppo californiano in attività soprattutto nella San Francisco del tempi aurei, tra fine anni ’60 e primi anni ’70, autori di alcuni splendidi album pubblicati dalla Columbia (soprattutto il primo) e poi ristampati una decina di anni fa dalla Sundazed in eccellenti, ma subito scomparse, a parte i due dischi di inediti tuttora in catalogo, edizioni rimasterizzate e potenziate che mettevano in evidenza il grande potenziale di una formazione che vedeva la presenza di ben cinque cantanti e compositori nel proprio organico. Skip Spence, una delle classiche “casualties” del rock, con una carriera afflitta da perenni problemi con droghe e acidi, fu presente solo fino al 1968 e con un breve ritorno di fiamma nel 1971, ma gli altri hanno fatto vari tentativi di ravvivare la loro storia: anche verso la fine del 1973, i due chitarristi Peter Lewis e Jerry Miller, con il bassista e leader Bob Mosley, e l’aggiunta del chitarrista Jeff Blackburn e del batterista Johnny Craviotto (in sostituzione del membro originale Don Stevenson, che per motivi misteriosi diventa Jerry, nelle raffazzonate note del CD) tentarono una ennesima reunion per una serie di concerti.

Sempre dalle suddette note, presenti nel libretto allegato e che in pratica sono un articolo della rivista ZigZag del giugno 1974, apprendiamo che all’inizio di quel tour le esibizioni della band non furono all’altezza della loro fama, ma quando si presentano al famoso Ebbet’s Field di Denver per un concerto destinato ad una trasmissione radiofonica paiono in ottima forma, come testimonia questo dischetto, la cui qualità sonora è buona senza essere memorabile, ma i cui contenuti sono assolutamente destinati a piacere agli estimatori del gruppo. I cavalli di battaglia ci sono tutti, lo stile è quello tipico del quintetto, un misto di rock, blues, folk-rock e qualche traccia di soul/jazz nonché di psichedelia leggera, sciorinato con ottimi intrecci vocali, uno dei loro punti di forza e intricati passaggi chitarristici. Ecco scorrere il vorticoso medley chitarristico dell’iniziale Changes/Falling con la voce “nera” di Mosley che si fa largo in un corposo sound tra rock e R&B, caratterizzato anche dalle armonie vocali sempre presenti, Ain’t No Secret è una potente rock song che evidenzia il sound d’assieme dei Grape, mentre Hey Grandma e Murder In My Heart (For The Judge) mettono in fila due dei loro brani migliori e più celebri, il primo un blues-rock westcoastiano incalzante di Lewis, il secondo, di Miller, uno dei loro pezzi più noti, una piccola “pepita” dello psych-rock della San Francisco di fine anni’ 60, sempre punteggiato dalle chitarre.

Gypsy Wedding era un brano leggermente funky estratto dall’unico album solista di Bob Mosley, con la potente voce del bassista in evidenza, seguito da una lunga rilettura di Miller’s Blues, un “lentone” che non aveva nulla da invidiare a quelli che Bloomfield, l’altro Miller, Steve e svariati altri musicisti proponevano come variazioni rock delle classiche 12 battute. Alcuni brani come Window To My Soul e Long Black Train, come pure la countryeggiante East Train (un pezzo presentato come di Hank Williams?) manco li ricordo, ma confermano la buona vena dei Moby Grape all’epoca, sempre con le chitarre in primo piano. Anche Silver Wings ha questo sound country-rock che imperava in quel periodo, mentre Get On Up ritorna al rock più vibrante, prima di arrivare al gran finale con la potente Can’t Be So Bad, il super classico Omaha e una Goin’ Down che fa sempre la sua porca figura, tra stilettate chitarristiche e voci in libertà.

Bruno Conti

E Questi Da Dove Sono Sbucati? Various Artists – Golden State Psychedelia

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Various Artists – Golden State Psychedelia – Big Beat/Ace 

Nel corso degli anni sono uscite decine, forse centinaia, di compilations dedicate alla musica psichedelica e garage americana, la più famosa è la serie Nuggets, curata da Lenny Kaye, ma pure i due cofanetti quadrupli della Rhino sulla scena di San Francisco e Los Angeles, o i vari album dedicati ai gruppi texani dalla International Artists sono fondamentali per conoscere questa musica, e anche in Inghilterra, soprattutto attraverso l’etichetta Big Beat del gruppo Ace (e parecchie altre meno note), sono usciti molti CD dedicati a questo fenomeno musicale di fine anni ’60. Non stiamo ad addentrarci troppo nel filone che è complesso, perché rischiamo di non uscirne vivi. Diciamo solo che vanta molti estimatori, ancorché di nicchia, e passiamo oltre. Il titolo dell’album in questo caso spiega molte cose: Psychedelia è piuttosto chiaro, Golden State è il nome degli studi di registrazione fondati da Leo De Gar Kulka in quel di San Francisco nel 1965: Kulka era un ex agente dei servizi segreti americani nella II guerra mondiale, di origine cecoslovacca e con una passione sfrenata per gli aspetti audiofili della musica, da qui l’idea di creare degli studi di registrazione nella nascente industria discografica californiana, quando ancora le grandi case non avevano i loro studios, che sarebbero arrivati verso la fine dei sixties.

Comunque se volete leggervi tutta la storia, all’interno del CD c’è un libretto molto esauriente, a cura del giornalista Alec Palao (grande esperto della materia) che racconta tutti gli avvenimenti con dovizia di particolari e che è quasi più bello dei contenuti del disco, quasi. Come recita la fascetta sul retro copertina stiamo per addentrarci in “ rare o mai pubblicate gemme psichedeliche pescate dagli archivi dei Golden State Recorders Studios di San Francisco nei tardi anni ‘60” e questo può bastare. Le cose che ci interessa conoscere sono fondamentalmente due: primo, la qualità sonora è veramente eccellente, in quanto gli studi di Kulka erano quanto di meglio la tecnologia di allora era in grado di offrire, secondo, i nomi dei gruppi sono sconosciuti ai più, per quanto alcuni brani erano usciti in una compilation della Big Beat pubblicata nel 1997, What A Way To Come Down che faceva parte della serie Nuggets From The Golden State. Il sottoscritto tra i nomi presenti ricorda solo, ma a fatica, The Immediate Family, che erano nel dischetto chiamato “Suburbia” del box della Rhino Love Is The Song We SIng, dedicato alla scena di San Francisco. Ma di tutti i tredici gruppi presenti, per un totale di 25 brani, ci si meraviglia che non siano riusciti a pubblicare degli album nel dipanarsi del loro percorso musicale.

Abbiamo The Goody Box, che venivano da Pacifica, con due ottimi brani, Blow Up, tra organi sognanti e chitarre “fuzzate”, e Ah Gee, meno frenetica ma sempre molto psych (e ci mancherebbe). The Carnival, da LA, che avevano il clavinet come strumento solista, sono presenti con tre pezzi, caratterizzati da belle e complesse armonie vocali. I Tow-Away Zone, tra i più acidi, che pubblicarono un singolo per la Epic nel 1968, la qui presente Shab’d, più Daddy’s Zoo Song, The Bristol Boxkite, con ben quattro brani presenti nella compilation, sono tra i più interessanti e, insisto, ci si meraviglia come mai non pubblicarono un album, Sunless Night, Mad Rush World, Chasing Rainbows e Who Are We rivaleggiano con il meglio della produzione di quegli anni, con un interessante dualismo tra una voce solista maschile ed una femminile. I citati Immediate Family, due brani, sono più corali e sempre affascinanti, mentre The Ticket Agents, Magician con la “maligna” Fuck For Peace, The Seventh Dawn, con Don’t Worry Me, incisa nel 1970 ma ancora in mono, però molto bella, The Royal Family e The Gants, tutti presenti solo con una canzone, hanno comunque un loro perché. The Short Yellow, già presenti con entrambi i brani nel CD del 1997, molto validi, come pure Celestial Hysteria,  presenti con due brani, che suonarono anche al Fillmore e hanno un cantante che ricorda Marty Balin. Ottimi anche Royal Family, da Los Angeles, anche loro tra i tanti che Kulka e il suo tecnico del suono Larry Goldberg presentarono a varie etichette senza arrivare a pubblicare un disco, e pure i Just Slightly Richer, con tracce R&B nella loro musica, non erano male. Direi che li abbiamo citati tutti, disco di nicchia, nomi sbucati dal nulla, e che lì sono tornati, ma se amate il genere, vale assolutamente la pena.

Bruno Conti        

Quatto Ragazzi E “Una Ragazza”, 44 Anni Fa! Big Brother & The Holding Co. Feat. Janis Joplin – Live At The Carousel Ballroom 1968

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Big Brother And The Holding Co. Featuring Janis Joplin – Live At The Carousel Ballroom 1968 – Columbia/Legacy

Ieri vi ho parlato di un gruppo di “fedeli” discepoli, quest’oggi parliamo dell’originale. Janis Joplin, la più grande cantante bianca nella storia della musica rock (senza dubbi, forse Grace Slick e Patti Smith l’hanno avvicinata come carisma) agli inizi della sua carriera, quando con quattro ragazzi di San Francisco, lei texana di Port Arthur, diede vita ad una breve avventura che ha segnato la storia di questa musica.

La storia peraltro la sanno tutti: i Big Brother and The Holding Co. erano una delle più promettenti formazioni della Bay Area e con Grateful Dead, Jefferson Airplane e Quicksilver Messenger Service si dividevano a San Francisco la leadership di quella musica lisergica e particolare che mescolando blues, rock e improvvisazione venne definita acid rock o psichedelia. Pete Albin, Sam Andrew, James Gurley e Dave Getz avevano accolto nelle loro fila (con un po’ di diffidenza) Janis Joplin come “una dei ragazzi”. Quando si unì a loro, nell’estate del 1966, non era ancora quel fulmine di guerra che sarebbe diventata da lì a poco, quel rock chitarristico dal volume aspro e assordante nonché discordante non era una materia facile da domare e anche una dotata dal Signore di una voce unica ci mise quasi un anno a venirne a capo. Quando nel giugno del 1967, nel pieno della “Summer Of Love” furono tra i dominatori del Festival di Monterey, non avevano ancora pubblicato il loro omomino album di esordio che peraltro conteneva solo Down On Me dei loro futuri cavalli di battaglia. Niente Summertime, niente Ball And Chain e neppure Piece Of My Heart che sarebbero apparse, in versione dal vivo, su Cheap Thrills il disco che li avrebbe proiettati al 1° posto delle classifiche americane.

Ma a quel punto il gruppo aveva trovato la sua direzione adattando, ma non troppo, il suo free-form chitarristico ed acido alla presenza di una cantante in grado di trasformare tre brani della grande canzone americana così diversi fra loro e renderli propri: Summertime dei fratelli Gershwin uno standard dei songbooks americani, cantato dai più grandi cantanti del jazz e non solo, diventa un vero e proprio tour de force vocale, inframmezzato dalle evoluzioni delle chitarre soliste, acide e distorte, ma anche dolci e insinuanti di Gurley e Andrew. Perché in fondo, Big Brother & The Holding Co erano uno dei gruppi di punta della musica westcoastiana di quel periodo, non avevano un chitarrista come Garcia o Cipollina o una front-line con Slick, Kantner, Balin e Kaukonen, ma facevano un bel casino e Janis Joplin era unica ed insuperabile (imitata ma mai superata) con la sua voce sempre ai limiti delle proprie possibilità.

Anche Ball And Chain era un brano che era stato scritto ed interpretato da una grandissima cantante come Big Mama Thornton, una vera furia del Blues e del R&B, ma è entrato nella storia per le versioni dal vivo incendiarie ed incredibili di questa piccola cantante texana che l’ha reso immortale. Come la versione di un “piccolo classico” del soul Piece Of My Heart, scritta da Jerry Ragovoy e Bert Berns per Erma Franklin che era la sorella maggiore di Aretha (lei sì, che a ragione, può rivaleggiare e anche superare la Joplin, ma questa è un’altra storia) e cantata con grande perizia dalla cantante nera che veniva dal gospel. Ma la versione di Janis, urlata a pieni polmoni, con rabbia e veemenza, era un’altra cosa: tutti e tre i brani sono presenti e sono la colonna portante di questo eccellente Live At The Carousel Ballroom, registrato nel giugno del 1968, quindi 44 anni fa nel locale che poi sarebbe diventato il famoso Fillmore West. 

I nastri, recuperati dall’oblio dalla Columbia e affidati a Owsley Stanley il “soundman” originale del locale e poi dei Grateful Dead, noto anche come (A.k.a.) “Bear” (senza articolo, quello con era Bob Hite dei Canned Heat, a furia di citazioni finirò la carta del Blog, ah, mi dicono che non si usa più, per fortuna!): comunque questo concerto, recuperato nella sua intererezza, la data del 23 giugno, più Call On Me dalla serata del giorno prima e quindi presente due volte, è un preciso documento sonoro di quelli che erano i concerti dei Big Brother all’epoca. Le sublimi esperienze dei tre brani “principali” cantati da Janis Joplin, in versioni sempre diverse in ogni concerto (un po’ come per Hendrix ogni versione merita di essere ascoltata), sono inframmezzate dal repertorio “normale” del gruppo dove la Joplin si alternava e si integrava con la voce di Sam Andrew che era l’altro cantante del gruppo; per esempio nell’ottima Combination Of The Two sorta di inno della bay Area dove la voce maliziosa e unica lascia poi posto a una lunga improvvisazione della fuzz guitar in piena deriva psichedelica punteggiata dai classici urletti di Janis. Ottima anche la lunga e bluesata I Need A Man To love, firmata dalla stessa Joplin e Sam Andrew, dove la voce roca e potente è libera ancora una volta di spaziare in piena libertà con un “piccolo aiuto” del gruppo che nella parte centrale si riappropria del brano che diventa un tipico pezzo alla Jefferson o Quicksilver con assoli di chitarra call and response del duo Andrew/Gurley con il valore aggiunto di una cantante sempre ai limiti delle sue possibilità e spesso anche oltre.

Flower In The Sun era un’altra bella canzone scritta dalla Joplin ma apparsa solo in veste postuma nel doppio In Concert e nella ristampa di Cheap Thrills, qui in versione molto bella e stranamente succinta. Light Is FasterThan Sound era un altro dei punti fermi del repertorio dell’epoca, apparso in origine nel primo album, la lunga versione dal vivo dove le voci dei componenti si intrecciavano con quella della Joplin erano un altro dei momenti più suggestivi dei concerti prime delle lunghe divagazioni lisergiche nelle parti strumentali dove le soliste e la ritmica erano libere di spaziare in puro stile acido e psichedelico come i migliori Quicksilver o Jefferson, ma l’ho già detto.

Di Summertime si è già detto, sublime, mentre Catch Me Daddy è un’altra delle outtakes non utilizzate per Cheap Thrills, un bel pezzo di rock’n’roll, forte e vibrante, ancora in bilico tra la voce di Janis e le chitarre degli altri Brothers. It’s A Deal era un ulteriore brano del loro repertorio poi non utilizzato nei dischi, breve e tirata, anche se non memorabile. Il valzerone rock di Call On Me cantato a due voci era tra i brani migliori del disco d’esordio e questa versione dal vivo gli rende piena giustizia, mentre la Jam di I’m Mad (Mad Man Blues), dopo l’annuncio dell’intermission molto d’epoca dove lo speaker mette in guardia dagli Hell’s Angels presenti in sala, è un medley bluesato di varia provenienza da I’m a Man a John Lee Hooker tutti in versione shakerata psych-blues con il gruppo senza Janis che improvvisa in libertà. Poi c’è la versione di Piece Of My Heart che pochi mesi dopo sarebbe diventato il loro primo successo, con l’urlo primigenio e liberatorio del brano che ormai è entrato nell’immaginario collettivo ( mi è venuto così). 

Coo Coo faceva parte dei brani d’insieme del gruppo, dove la componente maschile improvvisativa del gruppo bene si integrava con la parte vocale della Joplin senza prevaricazioni tra le due “facce” del gruppo, prima della catarsi incredibile che era la versione fantastica di Ball And Chain della Janis giovane quando la sua voce non ancora ulteriormente arrocchita da anni di whisky e droghe era in grado di librarsi verso vette mai più raggiunte da cantanti bianche in seguito e da poche nere. A questo punto si poteva anche finire ma manca l’inno rock di Down On Me uno dei brani più trascinanti del loro repertorio che suggella un grande concerto. Uno dei pochi giunto ai giorni nostri nella sua interezza e per questo ancora più prezioso. Janis Joplin avrebbe ancora registrato della musica meravigliosa nella sua breve esistenza ma per parafrasare al contrario una famosa frase: “Questo s’ha d’avere!”.

Bruno Conti

L’Altra Metà Del Cielo: Chuck Prophet – Temple Beautiful

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Chuck Prophet – Temple Beautiful – Yep Roc Records 2012

Quando certi personaggi ritornano sulla scena discografica, provo sempre un po’ di emozione, se poi i ricordi portano alla mente una band che negli anni ’80 ha frantumato il cuore di molti, e parlo dei Green On Red (sguinzagliate i “cani poliziotto” e cercate l’album Scapegoats del ’91), il ricordo e la passione portano al piacere di parlare di questo lavoro. Di origine Californiana, Chuck ha fatto la gavetta in alcune band di San Francisco, prima di approdare giovanissimo alla corte dello scorbutico e mutevole Dan Stuart, nei citati Green On Red, finendo poi per imporsi diventandone una colonna portante. Il gruppo, a causa degli stati d’animo di Stuart, si concede dei momenti di stallo e proprio in uno di questi periodi Prophet, inizia a suonare da solo, giungendo all’esordio di Brother Aldo, che viene acclamato dalla critica e dal pubblico come uno dei migliori dischi del ’90, bissato nel ’93 dallo splendido Balinese Dancer, che non è semplicemente il seguito del disco di esordio, ma è la definitiva maturazione di un artista che affronta con piglio sicuro la seconda prova.

Carriera discontinua la sua, la discografia solista comprende undici dischi di varia caratura, con alti e bassi, ma sempre ricca di vero rock, cui si aggiunge questo Temple Beautiful, registrato ai Closet Studios di San Francisco e co-prodotto con Brad Jones, che ci regala un sano “sound” americano che va diritto al sodo, con una base ritmica importante, chitarre in spolvero e, quello che più conta, una manciata di belle canzoni. Lo aiutano in questa avventura, James Deprato alle chitarre, Rusty Miller al basso, Prairie Prince batteria e percussioni, Chris Carmichael violino e violoncello, Jim Hoke ai fiati, e la moglie Stephanie Finch voce e cori.

E il CD ti entra subito, a partire dal brano iniziale Play That Song Again, un rock sano, semplice e diretto. Un attacco ritmico deciso e una voce filtrata aprono Castro Halloween, in cui compaiono una tastiera digitale e chitarre dilatate. La “title track” è una canzone rock più tradizionale, puro stile anni ’60 (à la Kinks) con chitarre e organo in bella evidenza e la voce di Roy Loney dei leggendari Flamin’ Groovies in questo omaggio al leggendario locale di Frisco. Ballata acida è Museum of Broken Hearts, con accompagnamento ritmico chitarristico ed un violino in sottofondo. Willie Mays is up at Bat inizio blues con tanto di slide, si apre in un ritornello che entra subito in mente. The Left Hand and The Right Hand. e I Felt Like Jesus sono due brani un po’ incolori, che ricordano sonorità del George Harrison meno ispirato.

Who Shot John ha un inizio che ricorda i migliori Green On Red, ma poi si snoda con un ritmo alla Rolling Stones. La sognante He Came From So Far Away inizia con rumori elettrici di sottofondo, una ballata urbana con la voce della moglie Stephanie in perfetta sintonia con il tessuto sonoro dell’arrangiamento, come nella seguente Little Girl, Little Boy, in un duetto che richiama alla mente la famosa coppia Gram Parsons ed Emmylou Harris e dove spunta inaspettata anche una sezione fiati. White Night, Big City è un veloce country-rock che si snoda vivace e divertente, mentre la conclusiva Emperor Norton in The Last Year of His Life è una canzone dolcissima, una ballata dai sapori antichi, dove l’inconfondibile tocco della chitarra di Chuck punteggia una grande melodia.

Durante una lunga e onesta carriera, i suoi brani sono stati eseguiti da leggende come Solomon Burke, ha registrato con tutti da Calvin Russell a Kelly Willis, è salito sul palco con Lucinda Williams, Jim Dickinson, Aimee Mann, per citarne alcuni. Questo ultimo lavoro, dedicato alla sua città di adozione, San Francisco è consigliato a tutti e Chuck Prophet dimostra di non essere un semplice comprimario, ma un artista di spessore, che ci accompagna sull’autostrada della vita, con la sua musica suonata ad alto volume, mentre l’aria della notte entra dai finestrini aperti.

Tino Montanari