Nuove Conferme Dal Paese Delle Giubbe Rosse. Elliott Brood – Ghost Gardens

elliott brood ghost gardens

Elliott Brood – Ghost Gardens – Paper Bag Records

Per i tanti (presumo) che non li conoscono, gli Elliott Brood sono un trio canadese originario dell’Ontario, e si sono fatti conoscere al mondo musicale con l’ottimo Work And Love (15) http://discoclub.myblog.it/2015/01/21/il-canada-ci-tradisce-mai-elliott-brood-work-and-love/ , che era già il loro quarto lavoro, EP esclusi, un album che mischiava “roots-rock” con le radici alternative del gruppo, ottenendo incondizionati e positivi riscontri da tutte le più importanti riviste musicali del settore. A due anni di distanza (confesso che colpevolmente me li ero scordati), tornano con un nuovo lavoro Ghost Gardens, che non è altro che una manciata di canzoni “demo”, riscoperte dopo un decennio (vengono da inizio carriera) a cui sono state date una nuova vita, con nuovi testi aggiornati e idee melodiche ampliate, e quindi il bellissimo titolo “Giardini fantasma” risulta più che appropriato. Il trio è sempre composto da Mark Basso alle chitarre, banjo e voce, Casey Laforet alle tastiere, basso, mandolino e voce, Stephen Pitkin alla batteria e percussioni, con il contributo di musicisti e amici tra i quali Aaron Goldstein alla pedal steel e John Dinamore al basso, che dopo lo spartiacque del disco precedente, propongono una perfetta fusione di bluegrass, folk e rock e ottime armonie vocali, che vanno a formare una “tappezzeria” musicale che si aggiunge al loro già eccellente catalogo di apparati sonori.

Diciamo subito che le canzoni che compongono questi “giardini fantasma” sono più che altro undici bozzetti brevi (da un minimo di un minuto ad un massimo di tre), che iniziano con il gioioso “bleugrass” di  ‘Til The Sun Comes Up Again, dove fa la sua bella figura il banjo di Mark Grasso, a cui fanno seguito il country-rockabilly di Dig A Little Hole (entrambe ricordano a tratti il suono dei Lumineers), la pulizia degli strumenti che caratterizza una dolcissima Gentle Temper, mentre 2 4 6 8 è la traccia più “ibrida” e più lunga del disco (quasi 5 minuti), con la chitarra distorta di Laforet che accompagna il banjo di Grasso, prima di esplodere nel finale in un “sound” quasi garage-punk. Si ritorna ai momenti più intimi per poter apprezzare la chitarra riverberata e seducente di The Fall, a cui segue una meravigliosa ninna nanna come Adeline (dedicata alla figlia di Grasso), eseguita solo con il banjo ed un pianoforte “minimale”, per poi passare ad un “valzerone” quasi country tradizionale come The Widower (la storia di una vedova suicida per alcolismo), e allo strumentale Thin Air con il suono “vintage” di un grammofono in stile anni venti. La parte finale è affidata al banjo di Mark che accompagna la pianistica e seducente T.S. Armstrong, il tintinnio rumoroso (e forse anche inutile) grazie agli effetti statici dei nastri di una Searching un po’ arruffona,, per poi chiudere con la melodica e tenera For The Girl, con il mandolino di Casey in evidenza e cantata da Mark quasi “scimmiottando” il McCartney più minimale.

Ormai sono passati diversi anni da quando Sasso, Pitkin e Laforet ( Elliott Brood) hanno esordito, partendo come una band di country “alternativo”, per poi passare al più generico stile “americana”, fino ad arrivare a vincere i Juno Awards (gli Oscar Canadesi della musica) con il roots-rock variegato di Days Into Years, e farsi conoscere anche nel resto del mondo con Work And Love, per arrivare infine a questo Ghost Gardens forse il loro lavoro più eclettico, con le consuete belle armonie vocali (che fanno venir voglia di ascoltare gli album di Simon & Garfunkel), e  per chi non conosce gli Elliott Brood direi che questi “giardini fantasma” meritano tutta la vostra attenzione.

Tino Montanari

Crisi Del Terzo Disco? No, E’ Il Più Bello Dei Tre. The Secret Sisters – You Don’t Own Me Anymore

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The Secret Sisters – You Don’t Own Me Anymore – New West CD

Devo fare una doverosa premessa: questa recensione sarà ricca di aggettivi altisonanti, e prima che pensiate che ho esagerato vi confermo che sono tutti meritati. Le sorelle di Muscle Shoals Laura e Lydia Rogers, in arte The Secret Sisters, hanno fatto parlare molto di loro con i primi due album: il primo, omonimo, del 2010 è stato un fulmine a ciel sereno, un bellissimo disco di puro country e folk nel quale le due ragazze rivisitavano diversi brani della tradizione e canzoni di Hank Williams, George Jones, Bill Monroe e Buck Owens, oltre a comporne un paio per conto loro, seguite in studio nientemeno che da Dave Cobb (all’epoca non così “prezzemolo” come oggi) e T-Bone Burnett come produttore esecutivo http://discoclub.myblog.it/2010/10/30/a-dispetto-del-nome-chiaramente-country-the-secret-sisters/ . Un album che ha ricevuto critiche positive quasi ovunque, pur non conseguendo vendite soddisfacenti; ben quattro anni dopo ecco il seguito, Put Your Needle Down, ancora con Burnett in regia e con stavolta la maggior parte dei brani ad opera delle due sisters: il risultato commerciale è stato ancora più deludente, e c’è stata stavolta anche qualche critica qualitativa non positiva, al punto che la Universal ha poi deciso di sciogliere il contratto delle ragazze. A tre anni di distanza, e con un nuovo accordo con la New West, ecco il terzo album delle Sorelle Segrete, You Don’t Own Me Anymore, per il quale è stato chiesto l’aiuto in sede di produzione della brava Brandi Carlile (e anche dei gemelli Tim e Phil Hanseroth, da sempre inseparabili collaboratori della cantautrice di Washington): ebbene, sarà per l’apporto di Brandi (che ha scritto anche diversi brani insieme alle Rogers), la quale ha dato sicuramente nuovi stimoli ed una visione differente da quella di Burnett, sarà per la grande forma compositiva di Laura e Lydia, ma You Don’t Own Me Anymore non solo è il miglior disco delle Secret Sisters, ma è anche un grande album in his own right.

Lo stile di partenza è sempre lo stesso, una musica giusto a metà tra country e folk con uno stile che rimanda a sonorità d’altri tempi, ma qui troviamo anche canzoni dall’approccio più moderno, che in un paio di casi arrivano a sfiorare il rock, il tutto dovuto senz’altro alla presenza tra i musicisti della stessa Carlile e degli Hanseroth Twins (e le Sisters hanno restituito il favore partecipando con una canzone a Cover Stories, il bellissimo tributo all’album The Story della Carlile): ma quello che fa la differenza è certamente la bellezza delle canzoni, ispirate come non mai, e le splendide e cristalline armonie vocali di Laura e Lydia, vero punto di forza del duo. Per avere un’idea di come sarà il CD basta ascoltare l’iniziale Tennessee River Runs Low, con strepitoso attacco a cappella ed atmosfera subito vintage, poi entrano in maniera potente i musicisti (che però usano strumenti acustici, ma la sezione ritmica c’è e si sente), con il banjo a dare un sapore dixieland, ottimo uso del piano, grandi voci e suono splendido. Molto bella anche Mississippi, una ballata dal sapore folk ma con un arrangiamento di grande forza, un drumming secco ed una melodia bellissima, nobilitata da un notevole crescendo; Carry Me è un’altra ballata profonda e toccante, con un arrangiamento più moderno ma non per questo meno emozionante, con le voci purissime delle due ragazze ed una chitarra twang a guidarle, mentre King Cotton è un irresistibile country-folk dal sapore antico, che sembra balzato fuori dalla colonna sonora di O Brother, Where Art Thou?, davvero splendida anche questa.

Kathy’s Song è proprio il classico brano di Simon & Garfunkel, e le ragazze mantengono intatta la bellezza dell’originale, He’s Fine è semplicemente formidabile, una folk song in purezza, dal ritmo sostenuto ma strumentazione parca, melodia cristallina e pathos incredibile; To All The Girls Who Cry è uno slow pianistico di grande intensità, mentre Little Again è giusto a metà tra una western ballad ed una scintillante folk song, anche qui con un motivo di prim’ordine. La title track è una ballata dal delicato sapore anni sessanta, la sinuosa The Damage è invece una raffinata canzone tra country, folk e jazz, davvero squisita, ‘Til It’s Over è toccante, ancora purissima e cantata in maniera eccellente, Flee As A Bird, unico traditional presente, chiude l’album con una folk song incontaminata, solo due voci ed un banjo. Mi rendo conto, come ho scritto all’inizio, che ho speso diversi aggettivi “importanti” per descrivere questo terzo disco delle Secret Sisters, ma non ho dubbi che, se vorrete farlo vostro, la penserete come me.

Marco Verdi

*NDB Anche questo uscirà il prossimo 9 giugno, così concludiamo la trilogia delle anteprime della settimana, domenica un’altra.

La Classe Non Manca: Una Piacevole Sorpresa “Acustica”! Eric Johnson – ej

eric johnson EJ

Eric Johnson – EJ – Mascot/Provogue

Nel 2014 erano usciti Europe Live http://discoclub.myblog.it/2014/06/17/prossimo-disco-dal-vivo-eric-johnson-europe-live/  e Eclectic, il disco registrato in coppia con Mike Stern http://discoclub.myblog.it/2015/02/11/rock-blues-jazz-eric-johnson-and-mike-stern-eclectic/ , ora, quasi a smentire le voci di scarsa prolificità che sono sempre state accostate a Eric Johnson (anche da chi scrive), esce già un nuovo album, EJ, il primo completamente acustico della sua carriera, diciamo meglio unplugged, perché non tutti i brani sono stati realizzati in solitaria. E volete sapere una cosa? Mi sembra decisamente bello, uno dei migliori della sua discografia, forse alla pari con Tones, con  Eric che si divide tra diversi tipi di chitarra acustica e il pianoforte: nove composizioni originali e quattro cover. Se vogliamo ulteriormente approfondire, contrariamente alle sue abitudini, il disco è stato registrato in presa diretta, con pochissime sovraincisioni, nel suo studio Texas Saucer Sound di Austin, con l’aiuto di alcuni musicisti, l’altro chitarrista Doyle Dykes, la violinista Molly Emerman, John Hagen al cello, e gli abituali accompagnatori di Johnson, la doppia sezione ritmica, a seconda dei pezzi, Tommy Taylor e Wayne Salzmann alla batteria e Roscoe Beck e Chris Maresh al contrabbasso.

Partiamo dalle cover: Mrs. Robinson di Simon And Garfunkel è la prima, una versione strumentale per sola chitarra acustica, molto bella, con un approccio sonoro che ricorda molto quello dei dischi della Windham Hill, pensate a William Ackermann, Alex De Grassi, ma anche Michael Hedges, tra fingerpicking e quei tocchi più moderni che hanno caratterizzato l’etichetta fondata da Ackermann. Eric Johnson è da sempre considerato un vero virtuoso della chitarra elettrica (tra i suoi fans più insospettabili c’era anche il conterraneo Stevie Ray Vaughan che lo considerava uno dei solisti più eclettici in circolazione e ne ammirava la tecnica e la dedizione allo strumento). Tutti elementi che risaltano in questo EJ, proprio a partire dalla appena citata rilettura del classico di Simon, un vero turbine di corde acustiche, accarezzate, pizzicate e percosse con vigore dal nostro amico, che pare quasi moltiplicarsi in questa dimostrazione di tecnica, ma anche di gusto squisito, al pari con i grandi virtuosi del passato. La seconda cover, sorprendente, è l’omaggio a Jimi Hendrix (da sempre tra i  miti di Johnson) qui ripreso con una versione di One Rainy Wish, uno dei brani di Axis: Bold As Love che secondo gli appassionati del mancino di Seattle evidenziava le influenze di chitarristi jazz come Jim Hall e Wes Montgomery (altri punti fermi di Johnson) rivisti nell’ottica unica di Hendrix, e pure nella rilettura del texano ritornano e si evidenziano quegli elementi jazz, tra chitarre acustiche, piano, una sezione ritmica agile ed inventiva e il cantato caldo e partecipe del nostro amico, non sempre vocalist di grande pregio, che però nel brano in questione e in generale in tutto l’album dimostra di essere a proprio agio in questa atmosfera più intima e raccolta.

Il terzo brano non originale è una vorticosa cover, accelerata allo spasimo, quasi a tempo tra bluegrass e ragtime, del classico di Les Paul e Mary Ford (ma era nata come canzone popolare americana degli anni ’20, la facevano anche Stanlio e Olio), The Word Is Waiting For The Sunrise, un duetto con Doyle Dykes che rievoca quelli dei virtuosi della chitarra degli anni ’70. Ancora Simon & Garfunkel per Scarborough Fair, anche se la canzone è in effetti  un traditional imparato da Simon da Martin Carthy, che include la famosa lirica Parsley, Sage, Rosemary And Thyme, titolo di uno dei loro dischi più belli: nell’interpretazione di Eric Johnson diviene una fluente ballata per solo piano e voce dove vengono alla luce anche i lati più melodici del musicista di Austin.

Il resto del disco è tutto farina del suo sacco: dalla delicata e deliziosa canzone Water Under The Bridge, ancora solo piano e voce, passando per Wonder, altro esempio di approccio folk che potrebbe ricordare musicisti inglesi come Carthy, Jansch e Renbourn, e ancora Wrapped In A Cloud, splendido esempio di brano soft-rock (un termine forse desueto ma efficace) con piano, cello, sezione ritmica e voce femminile di supporto, che rimanda ai migliori brani di Elton John, ma anche di vecchi datori di lavoro di Johnson come Carole King e Cat Stevens. Once Upon A Time In Texas è un eccellente strumentale che si rifà a gente come Leo Kottke, con le corde d’acciaio della chitarra di Eric sollecitate al meglio, e anche Serinidad è uno splendido strumentale, questa volta più malinconico, con le mani che scivolano delicate sul nylon delle corde. In Fatherly Downs si accompagna con una Martin D-45 in un’altra bella ballata cantata di stampo folk e svolazzi virtuosistici di chitarra. Mentre November, dove appare anche uno struggente violino, è una ulteriore bella ballata pianistica con tutto il gruppo che lo accompagna e All The Things You Are, solo voce e acustica, se non fosse per la voce più sottile di Johnson, potrebbe rimandare di nuovo ai brani in fingerpicking di Leo Kottke. A chiudere Song For Irene, altro complesso strumentale dove suona la steel string guitar. Veramente tutto bello!

Bruno Conti

Sempre Il Solito Simon, Complesso E Moderno, Ricco Di Suoni “Stranieri”. Paul Simon – Stranger To Stranger

paul simon stranger to stranger

Paul Simon – Stranger To Stranger – Concord/Universal

Quell’occhio, benevolo ma inquietante, che ti scruta dalla copertina di questo nuovo Stranger To Stranger è quello di un signore di 75 anni (a metà ottobre) che, a differenza per esempio di Dylan, ha preferito rivolgere il suo sguardo verso il “futuro”, con un album costruito su sonorità “moderne”, forse con più grooves e ritmi rispetto alle melodie del passato, ma sempre ricco di fascino e complessi intrecci sonori. Che poi ci riesca completamente magari è soggetto ai diversi punti di vista degli ascoltatori, ma sicuramente ci prova. Questo disco in fondo è “solo” il tredicesimo album di studio in una carriera solista iniziata nel lontano 1972 (e contando anche il Paul Simon Songbook, pre-Simon & Gafrunkel, del 1965 e la colonna sonora di One Trick Pony): quindi non una carriera particolarmente ricca di prove discografiche, e in questo senso ogni nuovo CD di Paul Simon è un evento. Il precedente album So Beautiful Or So What era un buon disco, magari non un capolavoro (http://discoclub.myblog.it/2011/04/10/temp-d60b04cfdc8f0c74be0a93f5c8899c81/), e, a mio modesto parere, neppure questo Stranger To Stranger lo è, pur se superiore a quel disco e non così formidabile come lo sta dipingendo la parte della critica musicale mondiale che ne ha già parlato.

Nell’ambito della “modernità” dei suoni è sicuramente superiore a Surprise, il disco del 2006 registrato con Brian Eno, che non aveva retto alle aspettative della strana coppia, e come contenuti musicali a You’re The One, il disco del 2000 e al pasticciato musical Songs From The Capeman, quindi forse il miglior disco di Simon dai tempi di The Rhythms Of The Saints, ma comunque nettamente inferiore sia a quel disco, come ai capolavori Graceland Hearts & Bones (quello che prediligo in assoluto). A proposito di modernità per l’occasione Simon rispolvera l’ottuagenario Roy Halee, il produttore ed ingegnere del suono dei suoi dischi migliori, non più avvezzo al suono di pro-tools ed altre diavolerie elettroniche (e Paul ha dovuto fargli da tramite verso le nuove tecnologie) ma che non sembra avere perso il tocco magico nel fondere nuovi suoni con il calore del suono analogico. Come al solito (da cui il titolo del post) Paul Simon non ha perso il vizio di sperimentare ardite e, in parte, riuscite aggregazioni di diverse sonorità: lo spirito folk e melodico della sua tradizione, la musica popolare di diversi paesi e continenti, dal folklore del Perù al flamenco della Spagna, passando per l’amata Africa, e anche i beat elettronici dell’italiano Clap! Clap (Digi D’Alessio, con la D, all’anagrafe Stefano Crisci da Firenze), oltre all’utilizzo di strumenti mutuati dalla musica contemporanea di Harry Partch e alla batteria di Jack De Johnette e la voce di Bobby McFerrin, da un ambito jazz. Ed ecco quindi apparire, nei vari brani, strumenti come il gopichand, la Hadjira, la trombadoo, il Big Bong Mbira, il chromelodeon, lo zoomoozophone, accanto a glockenspiel, celeste, marimba e flamenco dancing (prego?!?).

Ebbene sì, perché è il groove, l’afflato ritmico, quello che vince in questo Stranger To Stranger, ogni tanto la volontà di sperimentare nuovi suoni va a scapito della melodia, spesso in passato protagonista principale delle canzoni più belle di Paul Simon, e qui ce ne sono comunque alcune notevoli. Però, andando a stringere, due brani sono strumentali, The Clock, che è un breve sketch di un minuto per orologio, mbira e chitarra acustica e la delicata e deliziosa In The Garden Of Edie, dedicata alla moglie Edie Brickell, una sorta di ninna nanna pastorale sussurrata a bocca chiusa su uno strato di strumenti suonati dallo stesso Paul. Poi ci sono i tre brani dove appare l’elettronica di Clap! Clap!, molto presente ma non troppo invasiva, utilizzata con giudizio ed un certo gusto: nell’iniziale The Werewolf dove viene incorporata in un maelstrom di percussioni etniche, batterie elettroniche, fiati, organo, celeste, chitarra slide, battiti di mano, schiocchi di dita, inserti di fiati e mille altri particolari che la rendono affascinante e unica. Wristband, molto ritmata, viaggia sul suono del basso di Carlos Henriquez, strumento sempre molto amato da Paul, gli inserti vocali di Keith Montie, i fiati di Andy Snitzer CJ Camerieri e di mille percussioni, per un altro intreccio non inconsueto nella musica del nostro, mentre la breve Street Angel è costruita solo sul groove di vari strumenti e percussioni, il campionamento delle voci del Golden Gate Quartet (che qualcuno ha inserito tra i musicisti del disco, peccato che quelli originali non esistono più da una cinquantina di anni), ma mi sembra più irrisolta rispetto alle due precedenti.

La title-track Stranger To Stranger è una canzone splendida, sognante ed avvolgente, un classico di Simon, con la chitarra intrigante del fedele Vincent Nguini, l’apporto ritmico del bravissimo batterista (e polistrumentista) Jim Oblon, il flauto di Alex Sopp e gli inserti dei fiati di C.J. Camerieri, oltre al flamenco dancing sinuoso di Nino De Los Reyes, affascinante. Particolare anche la breve In A Parade (uno dei quattro brani che faticano ad arrivare ai due minuti), solo la voce di Paul e le percussioni di Oblon, canzone che è “interpretata” dallo stesso carattere del brano Street Angel, ma non mi acchiappa particolarmente nella sua sequenza di liriche di cui non afferro a fondo il senso. Proof Of Life, viceversa, è un altro brano splendido, intenso ed incalzante, ma al tempo stesso soffuso, con un cantato tipico di Simon ed una ricca strumentazione, dove fiati, percussioni e tratti orchestrali si integrano perfettamente con le chitarre del nostro e di Vincent Nguini, questa volta alle acustiche. Molto bella anche Riverbank, una canzone vivace ed elettrica, caratterizzata da un doppio basso, acustico ed elettrico, dalla chitarra circolare dello stesso Simon e dal tocco magico della batteria di Jack De Johnette, che si unisce ai mille percussionisti impiegati nel disco, con viola e cello, oltre alla marimba, a dare tocchi di colore al sound. E splendida Cool Papa Bell, dove ci rituffiamo nei suoni e nei ritmi africani di Graceland, di nuovo con la chitarra elettrica di Vincent Nguini a menare le danze, il basso tuba di Marcus Rojas a fornire la quota New Orleans del sound e tutti gli strati di percussioni che avvolgono, questa volta senza soffocarla o nasconderla troppo, la melodia della canzone. Ottima anche la conclusiva, dolcissima Insomniac’s Lullaby, di nuovo una ninna nanna minimale, costruita intorno alla chitarra e alla voce di Paul Simon, circondate comunque da mille strumenti appena accennati e dalla voce di McFerrin, impegnati a dare profondità e spessore al suono.

Esiste anche una immancabile e costosa versione Deluxe (singola) che aggiunge altri cinque brani: Horace and Pete, l’unico inedito, Duncan ( Live) bellissima https://www.youtube.com/watch?v=IPjzRZCCAPA , Wristband ( Live), entrambi registrati nel febbraio del 2016 nella nota trasmissione televisiva A Prairie Home Companion, Guitar Piece 3 ( un altro breve brano strumentale), e New York is My Home con Dion, già apparso nell’omonimo disco del cantante newyorkese. Quindi, concludendo, un bel disco, a tratti ottimo, ma, almeno per il sottoscritto, non un capolavoro assoluto. Poi ce lo dirà il tempo, se rimarrà come questa canzone https://www.youtube.com/watch?v=T0tmgmBBm4E

Esce oggi 3 giugno.

Bruno Conti

Novità Di Aprile Parte Ib. Leisure Society, Rilo Kiley, Crystal Bowersox, Webb Sisters, Milk Carton Kids, Evie Sands

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Ecco gli altri titoli “interessanti” in uscita il 2 aprile: le date sono quelle “ufficiali”, poi non sempre vengono rispettate, alcune volte escono prima, altre dopo, usatele a livello indicativo, visto che si tratta di materiale che esce in giro per il mondo. Anche le date dei Post non sono assolute, alcune volte li preparo prima e poi li pubblico anche in base alle “creazioni” dei collaboratori (oggi è già andato in rete Stephen Stills). In ogni caso partiamo con il primo terzetto.

Leisure Society sono una interessante band britannica, già nominata all’Ivor Novello, un premio della critica inglese, questo Alone Aboard The Ark è il loro terzo album, esce per la Full Time Hobby, è stato registrato negli studi Konk di proprietà di Ray Davies dei Kinks, e qualche similitudine con la band inglese nel loro periodo pop più raffinato c’è, insieme a un certo baroque sound, al sound del giro Mumford And Sons (a cui sono stati accostati anche perché hanno fatto un tour delle cattedrali con Laura Marling). Si citano pure Belle And Sebastian e Decemberists (tutta musica buona quindi) e nel 2009 erano stati cooptati dalla rivista Mojo per una delle loro compilations esclusive, registrando Something dei Beatles. Fiati e una elettronica umana convivono con il loro pop tipicamente british ed elementi più acustici, mi sembrano interessanti e bravi, date un piccolo ascolto.

I Rilo Kiley a livello discografico non danno segni di vita dal 2007, e anche la loro frontwoman Jenny Lewis non pubblica nulla dal 2010, anno di Jenny & Johnny, salvo una breve apparizione quest’anno nel disco dei surf punk-rocker Wavves dove canta i coretti nella title-track di Afraid Of Heights. Quindi immaginate la mia sorpresa quando ho visto annunciato un nuovo disco del gruppo, Rkives, per una piccola etichetta di proprietà del bassista, la Little Record Company. Vi confesso che non avevo afferrato subito il titolo del CD, Ar-chives, quindi “Archivi”, si tratta di una compilation di materiale raro ed inedito, meglio di niente, comunque:

01 Let Me Back In *
02 It’ll Get You There *
03 Runnin’ Around *
04 All the Drugs *
05 Bury, Bury, Bury Another *
06 Well, You Left *
07 Draggin’ Around
08 I Remember You
09 Dejalo (Zondo remix ft. Too $hort)
10 A Town Called Luckey
11 Emotional
12 American Wife
13 Patiently
14 Rest of My Life (demo) *
15 About the Moon
16 The Frug

* previously unreleased

A proposito di gentili donzelle, Crystal Bowersox nel 2010 si è piazzata al secondo posto nel talent show American idol, e in questo blog non sarebbe una nota di merito. La Jive del gruppo Sony/BMG/Rca lo stesso anno ha pubblicato il suo debutto Farmer’s Daughter, che pur non avendo un sound memorabile lasciava intravedere delle possibilità soprattutto in una interessante cover di For What’s Is Worth dei Buffalo Springfield di Stephen Stills. E tutto poteva finire lì. Invece sul finire del 2012, dopo essere stata mollata dalla Sony (quindi tutto come al solito), è stata messa sotto contratto dalla Shanachie che l’ha affidata al produttore Steve Berlin (proprio quello dei Los Lobos, non un omonimo) e il nuovo disco, che contiene anche un duetto con Jakob Dylan, Stitches, si chiama All That For This ed è uscito la scorsa settimana negli Stati Uniti. E non è per niente male, c’è anche Joel Guzman alla fisarmonica, lei ha una bella voce, senza usare eufemismi, non per fulla è stata scelta per rappresentare Patsy Cline in una prossima commedia musicale a Broadway. Una piacevole sorpresa degna di essere investigata, nel secondo video guardate bene nella descrizione.

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Altre voci femminili ed una interessante uscita di un nuovo gruppo.

Le Webb Sisters, Webb & Hattie, sono le due fedeli coriste (con Sharon Robinson), che da cinque anni a questa parte accompagnano Mastro Leonardo in giro per il mondo. Dal 2006 a oggi hanno anche trovato il tempo per pubblicare due album a nome loro (oltre ad uno pubblicato nel lontano 2000 in quel di Nashville) oltre ad alcuni EP, l’ultimo dei quali, esce proprio in questi giorni. Si intitola When Will You Come Home, su etichetta Proper Records, e contiene ben due diverse versioni di Show Me The Place (una con orchestra) di Mister Leonard Cohen, tratte da Old Ideas e che dal vivo è uno dei momenti in cui il grande canadese lascia loro “ampio” spazio.

Il dischetto è molto piacevole, costa molto poco e contiene anche una bella cover di Always On My Mind reso celebre prima da Elvis Presley e poi da Willie Nelson (e anche dai Pet Shop Boys). Ci sono anche due brani nuovi che non erano sul disco del 2011 Savages: Missing Person e la profetica It May Be Spring But I Still Need A Coat.

Any Way That You Want Me di Evie Sands non è proprio nuovo, la Rev-ola lo aveva già pubblicato in CD nel 2005 (ma ora è di nuovo disponibile) e il disco all’origine uscì nel lontano 1969. Questa signora è quella che ha registrato le prime versioni di Take Me For A Little While, I Can’t Let Go, Angel Of The Morning, Any Way That You Want, gli originali sono tutti suoi, anche se poi sono diventate famose nelle versioni di Dusty Springfield, Hollies, Troggs, Juice Newton e tanti altri. Se vi piacciono appunto la Springfield o la prima Laura Nyro, ma anche Linda Ronstadt o Karen Carpenter che hanno inciso i suoi brani qui c’è trippa per gatti. Nel disco in questione ci sono Any Way… e Take me for a little while, oltre a belle versioni di Carolina On My Mind di James Taylor, anni prima che diventasse un successo, Maybe Tomorrow, Until It’s Time For You To Go di Buffy Sainte-Marie e tanti brani firmati da Chip Taylor (di cui, in un certo senso, è stata la musa) e Al Gorgoni che erano anche i produttori del tutto. E nel disco suona anche gente come Eddie Hinton e Paul Griffin, il pianista dei primi dischi di Dionne Warwick (ma ha suonato anche con Dylan). Se amate il genere cantanti e autrici (scrive anche lei qualche brano) sconosciute, ma brave, potreste avere una bella sorpresa.

A proposito di anni a cavallo tra i ’60 e i ’70 i Milk Carton Kids sono stati presentati come i figli illegittimi di Simon & Garfunkel e degli Everly Brothers. E un grosso fondo di verità c’è, non si può negare, si sente, ma in The Ash And Clay, che esce in questi giorni per la Epitaph/Anti,  c’è anche altro. Duo folk, quindi i nomi son quelli, non ci sarebbe nulla di male, fossero così bravi. Altri hanno scomodato, per il tipo di suono, anche Gillian Welch e David Rawlings, senza dimenticare un signore semisconosciuto ma bravissimo come Joe Purdy, con cui hanno condiviso il palco e del quale sono stati la backing band nel tour dove presentavano l’album precedente, Prologue del 2011. Hanno suonato dal vivo anche con Old Crow Medicine Show e Lumineers, insomma il filone si è capito, quel new folk con mille sfaccettature, ma una per loro con una patina tipicamente acustica. Uno dei loro fans è Joe Henry che ha scritto le note del libretto. Per gradire un paio di brani.

Di altri dischi, appena trovo il tempo, vorrei occuparmi nello specifico, ad esempio, Poco, Hiss Golden Messenger, Last Bison, JJ Grey & Mofro. Dico i nomi, così mi prendo l’impegno. E Marco Verdi si occuperà dell’ultimo dei nuovi Dylan, Thom Chacon, mentre a Tino Montanari tocca il nuovo Elliott Murphy. Ebbene sì, sono uno schiavista!

Alla prossima.

Bruno Conti

Il Disco Live Dell’Anno? Paul Simon – Live In New York City

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Paul Simon – Live In New York City – Hear Music 2CD/DVD

In realtà per decidere se questo sarà il disco dal vivo dell’anno dovrei aspettare l’uscita di Celebration Day dei Led Zeppelin, ovvero quella che considero la più grande rock band di tutti i tempi (sorry Stones, sorry Fab Four, sorry Who), anche se sono quasi tentato di escluderli dalla tenzone. E’ troppo facile infatti fare un grande concerto nel 2007, pubblicarlo ben cinque anni dopo e pretendere la vittoria: posso concedere ad un disco dal vivo di presentare un’esibizione, al massimo, dell’anno precedente all’uscita, se no non vale, perché se no io che mi chiamo Bruce Springsteen, decido di pubblicare Live at Hallenstadion Zurich 1981 e vi fotto tutti!

Facezie a parte, sono qui per parlare del nuovo doppio CD di Paul Simon, Live In New York City (gioca in casa, gli piace vincere facile), registrato il Giugno dello scorso anno alla Webster Hall della Big Apple: Simon nel corso della sua carriera, da solo e con Art Garfunkel ha pubblicato diversi live tra LP (e poi CD), VHS e DVD, ma devo dire che uno così bello non lo aveva mai prodotto. Certo, il famoso concerto in Central Park con Garfunkel ha il suo perché, ma forse più per una questione emotiva che tecnica: a me, sempre a Central Park, era piaciuto molto il live del solo Paul uscito nel 1991, ma questo secondo me è anche meglio.

Simon ha un songbook incredibile, tra i primi cinque al mondo, ma molto spesso questo non è bastato per fare un bel concerto: io l’ho visto varie volte dal vivo, e non sempre mi sono entusiasmato (qualche anno fa, era la tournèe seguita al mediocre Surprise, mi aveva addirittura deluso), ma lo scorso anno l’ho rivisto in una piovosa serata di fine Luglio all’Arena Civica di Milano e mi era piaciuto parecchio, più partecipe e convinto, forse grazie anche alle buone reazioni ricevute dalla sua ultima fatica in studio, So Beautiful Or So What, non eccezionale ma un deciso passo avanti rispetto a Surprise e You’re The One, forse i due dischi peggiori della carriera di Paul (assenti per fortuna da questo live). Paul non è mai stato uno caldo sul palco, spesso è scostante e non molto simpatico, ma in questo disco ci mette l’anima ed il risultato si sente.

Simon è accompagnato come di consueto da musicisti formidabili, un ensemble di otto elementi che suona a memoria, con un deciso uso delle percussioni e dei fiati, ma anche più chitarristico del solito, con sonorità molto solari e Paul molto ispirato ed ineccepibile anche nel canto: come ciliegina sulla torta, il CD ha un suono spettacolare (non scontato nei dischi dal vivo), decisamente scintillante; non ho ancora visto il DVD ma presumo che anche le immagini non siano da meno. Paul suona solo quattro brani dal nuovo disco (Rewrite e The Afterlife le migliori), e poi è un profluvio di classici, una serie di canzoni incredibili per le quali molti autori ucciderebbero (e ne mancano: ci sono solo due brani del periodo con Garfunkel, e poi anche molti capolavori solisti non ci sono, tra cui Me And Julio Down By The Schoolyard e American Tune), suonate alla perfezione da una band in stato di grazia.

Non è il caso che vi faccia una disamina brano per brano, ma senz’altro vanno citate la coinvolgente The Obvious Child, che apre la serata, la gospel-oriented dai ritmi caraibici Mother And Child Reunion, il cajun irresistibile That Was Your Mother, vari estratti dal capolavoro Graceland (ma manca stranamente la title track), tra i quali una Diamonds On The Soles Of Her Shoes da sballo, le classiche Hearts And Bones e Slip Slidin’ Away, puro Simon-sound.

Ho detto solo due brani di Simon & Garfunkel: ovviamente non può mancare The Sound Of Silence (acustica), un brano capace di dare i brividi anche al millesimo ascolto, ma la vera sorpresa è The Only Living Boy In New York, un brano che in radio non passano mai, ma che a mio parere è tra i cinque-sei più belli mai scritti da Paul (se non sbaglio anche il titolare di questo blog approva), e la versione proposta in questo disco è semplicemente da pelle d’oca.

Il finale è in crescendo, con Kodachrome, Gone At Last (bellissima), Late In The Evening e Still Crazy After All These Years sparate una dopo l’altra, per il godimento del pubblico presente e dell’ascoltatore casalingo. Unica pecca a mio parere (il compito del critico è anche cercare l’ago nel pagliaio) è l’assenza di The Boxer: in questa serata sarebbe stata forse la versione definitiva.

Ma non ci si può lamentare: un disco da non perdere assolutamente, due ore da favola trascorse in un battibaleno. Paul Simon si è finalmente ricordato chi è.

Marco Verdi

Nell’attesa! Brandi Carlile – Live At Benaroya Hall With The Seattle Symphony

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Brandi Carlile – Live At Benaroya Hall With The Seattle Symphony  – Columbia 03/05/2011

L’attesa del titolo del Post è riferita sia a questo album sul quale torniamo tra un attimo sia a quella per il nuovo disco di Paul Simon So Beautiful Or So What di cui da tempo vi prometto la recensione. Però in questi giorni leggo che il disco in Inghilterra è stato posticipato a Giugno (il 13 per la precisione) e anche in Italia non c’è più una data di uscita sicura mentre negli States sembrerebbe confermato per il 12 aprile. A questo punto non so se rompere gli indugi e lanciarmi con la recensione (visto che l’advance CD ce l’ho da illo tempore) o aspettare ancora qualche giorno.

Nel frattempo aggiorniamo la situazione del nuovo disco di Brandi Carlile: intanto come vedete ha una copertina e la data è confermata per il 3 maggio. Ulteriori dettagli che si sono aggiunti: il CD è tratto da due concerti sold-out che si sono tenuti a Novembre in quel di Seattle accompagnata da una orchestra e con gli arrangiamenti curati da Sean O’Loughlin (che ha lavorato con Chris Isaak, Belle & Sebastian e Feist tra gli altri) e, soprattutto, dal leggendario (e qui il termine ci vuole) Paul Buckmaster che ha lavorato con Elton John, David Bowie (Space Oddity), Shawn Phillips, Leonard Cohen e una valanga di altri tra cui Angelo Branduardi (di cui avrei da raccontarvi un aneddoto, quando mi ricordo).

Naturalmente c’è anche la band di Brandi Carlile: Tim Hanseroth chitarra, Phil Hanseroth basso, Josh Neumann cello, Alison Miller batteria oltre a lei che suona il piano. Sono dodici brani come da lista che vedete qui sotto:

1. Curtain Call
2. Sixty Years On
3. Looking Out
4. Before It Breaks
5. I Will
6. Shadow On The Wall
7. Dreams
8. Turpentine
9. The Sound Of Silence
10. The Story
11. Pride And Joy
12. Hallelujah

Nove brani originali e tre cover di gran classe. Sixty Years On è il famoso brano di Elton John e il fatto di avere lo stesso arrangiatore della versione originale aggiunge al fascino, The Sound Of Silence (visto che si parlava di Simon) e Hallelujah è quella di Leonard Cohen anche se molti la conoscono nella versione di Jeff Buckley ( e di mille altri visto che ormai è diventato uno standard come Summertime o Yesterday, immancabile nei talent show). Ma questa non è una versione da talent show. La ragazza è una delle migliori delle nuove leve di cantautrici, brava e bella!

Naturalmente in Italia non verrà pubblicato come tutti i precedenti (ma la Sony ha tempo per smentirmi) e quindi vai con l’import!

Questo è il duetto con il suo idolo ( e amico) Elton John nell’ultimo album Give Up The Ghost del 2009.

Lo scorso anno doveva venire in Italia ma poi prima il vulcano islandese e poi la mancanza di fondi hanno fatto saltare tutto (lo so, lo avevo già detto ma la delusione brucia!). Speriamo per il 2011. Se no ci acconteremo del CD ( o di YouTube, di filmati suoi ce ne sono a iosa)!

Bruno Conti

Occhio Alla Ristampa Di Bridge Over Troubled Water Di Simon & Garfunkel!

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Simon and Garfunkel – Bridge Over Troubled Water (40th Anniversary Edition) – SBme Legacy – Sony/Bmg

Sorvoliamo sul fatto che essendo il disco originale uscito il 26 Gennaio 1970 questo è il 40° anniversario + 1 dall’uscita dell’edizione originale di Bridge Over Troubled Water di Simon & Garfunkel, perché pare che ormai l’anno esatto non si rispetti più ( a giorni esce anche l’edizione speciale di Layla di Derek and The Dominos altro disco del 1970), ma mi devono spiegare il gioco delle tre carte. Ok, la versione singola rimasterizzata esiste da alcuni anni, quindi l’8 marzo (ma non in Italia) esce l’edizione CD + DVD con grande battage pubblicitario, il DVD contiene due documentari, uno è il making of realizzato nel 2010 con nuove interviste a Paul Simon, Art Garfunkel, il produttore Roy Halee e altri personaggi coinvolti nella realizzazione del disco.

L’altro è il leggendario Songs Of America che andò in onda nel 1969 senza pubblicità perche gli sponsors si rifiutarono di promuovere un filmato chiaramente anti-Vietnam che alternava documenti dal vivo del tour 1969 ad altre considerazioni contro la guerra. Da allora questo documentario è caduto nell’oblio e quindi questo recupero è interessantissimo. Ma come direbbe il Tonino “Benedetti Uomini” perché poi, un po’ in sordina, il 29 marzo ne esce una versione tripla ad un prezzo inferiore di quella doppia con inserito anche il cd Live 1969, forse con delle bonus (non è chiaro se ci sono le bonus, in un sito giapponese parrebbe di sì ma la lingua nipponica non è il mio forte)?

Chissà perché vige sempre la tendenza di portelo in quel posto, salvo poi meravigliarsi per l’inarrestabile crisi del disco?

Un bel mah è d’uopo!

Comunque il disco è bello, meditate ma poi acquistate!

Bruno Conti

Ma Allora Esiste Ancora! Sufjan Stevens – All Delighted People

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Sufjan Stevens – All Delighted People EP – Asthmatic Kitty Records Download 5 US Dollars

Ogni decade produce uno o più musicisti che forse non si possono considerare dei “Grandi” ma che sicuramente sono degli Artigiani con la A Maiuscola, di quelli di lusso, che forse hanno il difetto di produrre troppo e di disperdere la loro arte. Dei nomi che mi vengono in mente sono Todd Rundgren nel periodo a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70 oppure Andy Partridge degli Xtc nella decade successiva, fine ’70 + anni ’80, giusto per citarne un paio ma ce ne sono altri.

Sufjan Stevens mi sembra un altro personaggio degno di nota: un nativo di Detroit di 35 anni, ha studiato anche a NYC dove attualmente vive. Ma questo ci interessa relativamente. La mia esclamazione di gioia nel titolo del post fa riferimento alla sua produzione (o mancanza di produzione) degli ultimi anni. Un disco di canzoni natalizie (peraltro delizoso) nel 2006 e sempre nello stesso anno era uscito The Avalanche, che era un disco di outtakes e extra dal precedente, ottimo Illinois dell’anno precedente, che nelle intenzioni del nostro amico doveva far parte di un gigantesco progetto dedicato alla pubblicazione di un disco per ogni stato degli USA. Quello era il secondo dopo l’altrettanto buono Michigan (si inizia da casa) del 2003. Ora che il Bluff è stato chiamato (in un’intervista di fine 2009 ha ammesso che era una trovata pubblicitaria) e forse una vita intera non sarebbe bastata, avrebbe potuto dedicarsi ad altro. E infatti l’ha fatto: prima un disco Run Rabbit Run che rivisita in chiave cameristica il vecchio Enjoy Your Rabbit e poi il megaprogetto BQE con Cd, DVD, proiezioni, prodotti multimediali, un’operazione di musica classica contemporanea che aldilà delle proporzioni gigantesche mi sembra che a livello qualitativo abbia prodotto un topolino, a me non è piaciuta, a ognuno il suo, Stevens fa della fantastica musica pop (magari mista a arrangiamenti classici geniali) ma della mediocre musica classica.

Siamo arrivati al 2010 e non c’erano segnali di vita dal pianeta Sufjan Stevens (si sapeva che stava incidendo un nuovo album, ma stop) quando improvvisamente un paio di giorni fa è apparso in rete un nuovo EP per il download, All Delighted People (io non amo questo tipo di prodotti ma è gia il secondo che scarico in pochi giorni dopo quello della Natalie Merchant, d’altronde se ti piace un artista si fa il sacrificio), prezzo contenuto 5 dollari, 8 brani.

Solo che essendo Stevens quello che è, cioe un musicista “eccessivo” nei suoi comportamenti musicali, l’EP dura la bellezza di 60 minuti e passa (più di molti suoi album) e contiene due brani eccezionali All Delighted People (una sua variazione sul tema dell’Apocalisse, il nostro amico è un personaggio religioso, ma non bigotto e i temi biblici e natalizi fanno spesso parte della sua produzione discografica), in due versioni, una di quasi dodici minuti, fantastica, “esagerata”, arrangiata per coro e orchestra ma con una base rock e una seconda versione definita “classic rock” più contenuta, si fa per dire. Sufian Stevens suona chitarra, basso, banjo, sitar, piano, xilophono, vibrafono, corno inglese, oboe, flauto, batteria, credo che se avesse potuto avrebbe suonato anche le parti degli archi e cantato le parte corali (una alla volta, con pazienza come fa di solito): il risultato è notevole anche perchè a un certo punto si è accorto (o glielo hanno fatto notare) che la sua composizione aveva delle notevoli analogie con un altro brano e allora ha deciso di incorporarlo nel suo brano, non farne un cover attenzione, infatti quando su un crescendo orchestrale strepitoso a un certo punto il nostro amico canta “Hello Darkness My Old Friend I’ve Come to Talk With You Again” ti ritrovi a dire, ma questa la conosco, in effetti è proprio The Sounds Of Silence di Simon & Garfunkel ma inserita come un tutt’uno inestricabile nella maestosa composizione originale di Sufjan Stevens. La seconda versione, quella più rock. dura “solo” 8 minuti e si conclude su uno stranissimo assolo di chitarra elettrica suonata sempre dall’onnipresente Stevens. Non pago di tutto ciò, l’ultimo brano Djohariah è uno strumentale di quei 17 minuti introdotto da un assolo di chitarra elettrica stranissimo che dura quasi la metà del brano sempre su una base con cori, fiati vari, una sezione ritmica ed una atmosfera che potrebbe ricordare il sound dei primi dischi di Isaac Hayes, con quelle lunghissime introduzioni strumentali arrangiate divinamente, solo che lì poi entrava il vocione di Isaac che cantava “walk on By”, questa se posso azzardare è una sorta di versione per bianchi. Gli altri 5 brani, belli ma molto più scarni, acustici, illustrano il suo lato più intimista, quasi alla Nick Drake, sempre valido ma meno impegnativo.

Per chiudere la “discussione” su Sandy Denny senza né morti né feriti (scherzo!) ma per chiarire il mio pensiero (rispondo in questo post per comodità e celerità): il mio “rimprovero ” alla Island e quindi alla Universal (io lì qualche amico ce l’ho e non mi ameranno) e alle Majors in generale era riferita alla loro politica delle ristampe. Lo so che sono passati anni dal box in vinile, ma nel frattempo sono uscite le versioni normali, quelle remastered, quelle deluxe, i cofanetti, le antologie con inediti e comunque tutto il materiale contenuto anche nei vari Box pubblicati da altre etichette era licenziato sempre dalla Island/Universal che lo “vendeva” ad altri salvo poi ripubblicarlo per la ennesima volta.

Domanda al mio interlocutore che vedete nei “Commenti” sulla destra? Se il numero totale dei brani inediti era di circa 60, mi dici che hai verificato e mi fido, non era meglio fare un bel cofanetto triplo o quadruplo solo con gli inediti? Che so “The Unreleased Sandy Denny”, troppo facile per una major!

Per concludere, a proposito di major e, guarda caso, sempre Universal, l’uscita del Cd di John Mellencamp No better Than This è stata ri-anticipata al 31 agosto per il mercato italiano, fine della telenovela, si spera!

Dimentico sempre qualcosa! Qui c’è il link se volete ascoltare il download CD di Sufjan Stevens prima di un eventuale acquisto, è bellissimo, comunque verficate (pare che uscirà anche in CD fisico e vinile, prossimamente) http://sufjanstevens.bandcamp.com/

Bruno Conti

Le 500 Più Grandi Canzoni Di Tutti I Tempi Secondo La Rivista Rolling Stone Parte V

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Così, ridendo e scherzando siamo arrivati alla quinta puntata, brani dal n° 41 al n.° 50 e fioccano ancora i capolavori.

41) Band – The Weight

Robbie Robertson, uno dei grandi “poeti” della storia della musica rock, accompagnato da uno dei gruppi più straordinari che questa musica ha prodotto, anzi Il Gruppo, in uno dei film concerto più belli, direi perfetto.
42) Kinks – Waterloo Sunset
Ray Davies, un altro genio all’opera sull’altro lato dell’oceano.
43) Little Richard – Tutti Frutti
Le origini del rock and roll con uno degli incipit più memorabili, ce ne fossero due versioni uguali!
44) Ray Charles – Georgia On My Mind
Questo è “The Genius”
45) Elvis Presley – Heartbreak Hotel
Una curiosità, l’autrice del brano del 1956, Moe Axton era la mamma di Hoyt Axton, che avrebbe scritto (tra le altre) The Pusher diventata celeberrima nella colonna sonora di Easy Rider nella versione degli Steppenwolf.
46) David Bowie – Heroes
Questa è la versione dal concerto di New York City, dopo le Torri Gemelle nel 2001.
47) Simon & Garfunkel – Bridge Over Troubled Water
Aretha Franklin ne ha fatto una versione altrettanto bella!
48) Jimi Hendrix Experience – All Along the Watchtower
Una delle rarissime occasioni in cui la cover è superiore all’originale (e parliamo di Bob Dylan). Per me, di diritto, nei Top 5.
49) Eagles – Hotel California
Nel video, per scaldarsi, anche una versione accappella di Seven Bridges Road del grande Steve Young.
50) Smokey Robinson And The Miracles – The Tracks of my tears
Bob Dylan (ancora lui) lo ha definito il più grande poeta vivente d’America, non ” nero”, il più grande in assoluto.
Fine della puntata.
Bruno Conti