Il Meglio Degli Anni Del Blues, Fase Due, Raccolto In Un Box. Gary Moore – Blues And Beyond

gary moore blues and beyond frontgary moore blues and beyond box

Gary Moore – Blues And Beyond – Santuary/BMG Rights Management 4CD/2 CD

Robert William Gary Moore, come altri giovani artisti nati in Irlanda (ma anche e soprattutto in Inghilterra) e vissuti a cavallo tra la fine anni ’60 e i primi ’70, ha vissuto le ultime propaggini dell’epopea del cosiddetto British Blues: Moore si presentava come un arrivo tardivo, visto che la sua carriera inizia intorno al 1968, quando entra negli Skid Row, band dove militava il suo futuro pard Phil Lynott, un gruppo ritagliato sulla falsariga dei Taste di Rory Gallagher, ma soprattutto dei Fleetwood Mac del suo idolo Peter Green, che durante un tour dove la band irlandese faceva da supporto proprio ai Mac lo presentò alla CBS/Columbia, che fece incidere un paio di dischi a Moore e soci. Poi, rimanendo sempre in un ambito blues-rock, pubblicherà un eccellente album solista nel 1973 Grinding Stone, prima di entrare nei Thin Lizzy in sostituzione di Eric Bell (che proprio in questi giorni ha pubblicato un album solo), ma rimanendo brevemente in formazione, per ritornare in pianta più stabile nel periodo di Black Rose, incidendo però con il gruppo la prima versione di Still In Love With You, il suo brano più celebre, per quanto accreditato a Phil Lynott, la cui carriera si intersecherà a più riprese con quella di Moore. Nel frattempo, dopo l’esperienza con i Colosseum II, Gary Moore prosegue la sua carriera solista che però approda ad un hard-rock, per il sottoscritto, abbastanza di maniera e non sempre brillante, per quanto la sua chitarra era sempre in grado di infiammare le platee, soprattutto dal vivo.

Nel 1990 il nostro amico (ri)approda al Blues con una serie di album veramente belli, Still Got The Blues, After The Hours e Blues For Greeny, uscito nel 1995 e dedicato al suo mentore Peter Green, che dopo l’abbandono dei Fleetwood Mac gli aveva affidato la sua Gibson Les Paul del 1959, strumento dal suono splendido. Però i brani contenuti in questo box antologico non vengono da quel periodo, ma dal “secondo ritorno” al blues, quello avvenuto tra il 1999 e il 2004, attraverso quattro album pubblicati per la Sanctuary e di cui, nei primi due CD di questo quadruplo, c’è una abbondante scelta, sempre orientata verso il lato più blues del chitarrista irlandese, per quanto meno limpidi e genuini del periodo Virgin anni ’90, comunque nobilitati da un eccellente scelta di brani Live aggiunti “inediti” inseriti nel CD 3 e 4 del cofanetto, che rivisitano classici delle 12 battute misti a molti dei brani migliori del suo repertorio. Nella bella confezione è anche contenuto un libro, I Can’t Wait, che è la sua biografia autorizzata. Nei primi due dischetti, che si possono acquistare anche a parte, come una buona doppia antologia di quel periodo, spiccano l’iniziale Enough Of The Blues, l’hendrixiana (altro pallino di Moore) Tell Woman, a tutto wah-wah, una lancinante versione di Stormy Monday dove la chitarra scivola maestosa e sicura, una sincera That’s Why I Play The Blues (molti pensano che la svolta blues di Gary fosse dovuta ad a una sorta di opportunismo, ma BB King, che ha suonato spesso con lui dal vivo, la pensava diversamente).

Troviamo ancora Power Of The Blues, tra Gallagher e i Thin Lizzy, una chilometrica Ball And Chain (non quella della Joplin e Big Mama Thornton), di nuovo molto ispirata dall’opera di Jimi Hendrix, la pimpante Looking Back di Johnny Guitar Watson, il lungo e sognante strumentale Surrender, molto alla Peter Green via Santana, la tirata Cold Black Night, un altro slow come There’s A Hole, Memory Pain di Curtis Mayfield, di nuovo molto hendrixiana, l’ottima The Prophet, l’omaggio a BB King nella fiatistica You Upset Me Baby e quello a Otis Rush (e ai Led Zeppelin) in una carnale I Can’t Quit You Baby, un’altra delle sue classiche e sognanti ballate come Drowning In Tears, una cattivissima Evil di Howlin’ Wolf, ma più o meno tutti i brani contenuti nel doppio antologico sono di eccellente fattura, fino alla versione Live di Parisienne Walways del Montreux Festival 2003.

Il doppio CD dal vivo inedito è ancora meglio: versioni fantastiche di Walking By Myself, Oh Pretty Woman veramente ottima, una splendida Need Your Love So Bad che forse neppure Green (forse) avrebbe saputo fare meglio, All Your Love brillantissima e una struggente Still Got The Blues, molto vicina a Santana, lo shuffle perfetto di Too Tired e una devastante versione di 13 minuti diThe Sky Is Crying, con una serie di assoli veramente magistrali, e poi ancora Further On Up The Road, una scatenata Fire di Jimi Hendrix, la trascinante The Blues Is Alright e le versioni dal vivo di Enough Of The Blues e dello strumentale The Prophet. Insomma Gary Moore era uno di quelli di bravi e questo cofanetto lo certifica una volta ancora.

Bruno Conti

Meglio Di Quanto Ricordassi! Gary Moore – Back On The Streets Ristampa Potenziata

gary moore back on the streets deluxe.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gary Moore – Back On The Streets – Universal 24-09-2013 UK 1-10-2013 ITA

Sono passati all’incirca due anni  e mezzo dalla morte di Gary Moore, avvenuta nel febbraio del 2011, e dopo la pubblicazione, soprattutto di materiale dal vivo inedito, da parte della Eagle/Edel che era l’ultima etichetta dell’artista irlandese, ora anche la Universal comincia a ristampare i vecchi dischi del chitarrista. E lo fa partendo proprio dal primo disco solista di Moore (se non contiamo Grinding Stone che era uscito nel 1973 come Gary Moore Band, disco interlocutorio ma non malvagio, dopo gli anni con gli Skid Row, non quelli “terribili” americani, ovviamente): il disco, pubblicato in origine nel 1978 dalla MCA, risentito oggi, a parere di chi scrive, non è per nulla male, anzi, decisamente un buon disco di rock. Rock in tutte le sfaccettature: hard rock, jazz-rock, blues rock, rock melodico e persino punk rock. Con tutta la maestria di Gary, che anche se non sempre viene riconosciuto tra i maestri dello strumento, è comunque un signor chitarrista. Gli anni passati nei Colosseum II e i vari passaggi con i Thin Lizzy del suo grande amico Phil Lynott hanno lasciato un segno più che evidente sullo stile eclettico e forse un po’ frammentario di Back On The Streets. Ma anche se quelli erano gli anni dell’esplosione del punk e della new wave in Gran Bretagna, il rock classico aveva sempre un forte seguito tra gli appassionati e gruppi e solisti non erano irreggimentati in generi a compartimento stagno.

E così nel disco vengono praticamente utilizzate due formazioni: quella jazz-rock dei brani dal 4 al 7, dove a fianco di Moore sono nuovamente Don Airey alle tastiere e John Mole al basso, reduci dall’appena terminata avventura con i Colosseum II e con l’aggiunta di Simon Phillips alla batteria, soprattutto nei tre strumentali, la lunga Flight Of The Snow Moose, Hurricane e What Would You Rather Bee Or A Wasp, che dimostrano che non avevano nulla da invidiare nelle loro evoluzioni a velocità supersonica  a formazioni come i Brand X di Phil Collins o i Gong di Pierre Moerlen, senza risalire a Mahavishnu Orchestra, Return To Forever o Tony Williams Lifetime. Ma c’era tutto un florilegio di chitarristi inglesi in quegli anni, da Allan Holdsworth a Gary Boyle, passando per lo stesso Jeff Beck, che frequentavano questo genere musicale, magari un po’ turgido e iper tecnico che però ha sempre avuto molti seguaci. Ma nel disco c’è anche l’hard poderoso dell’iniziale Back On the Streets, dove Phillips e Airey dimostrano di saperci fare anche in un ambito rock, la chitarra solista raddoppiata di Gary Moore ricorda molto il sound dei Thin Lizzy e il wah-wah innestato nell’assolo è devastante.

Phil Lynott canta e suona il basso, con Brian Downey alla batteria, in una magnifica versione della “sua” Don’t Believe A Word, una delle più belle canzoni scritte dal colored irlandese, anche con il suo repentino cambio di tempo nel finale, grande brano, con la chitarra di Moore che attinge a sonorità mutuate dal suo grande maestro Peter Green! La stessa formazione accelera ulteriormente temi e ritmi, in una frenetica Fanatical Fascists, scritta sempre da Lynott, ma cantata da Gary, che per la veemenza potrebbe ricordare il punk di gruppi come i Clash o gli Stiff Little Fingers che imperavano in quegli anni. In mezzo ai brani jazz rock c’è una strana Song For Donna, una canzone d’amore che illustra anche il lato più dolce della musica di Moore, sempre presente negli anni, con delle ballate spesso melodiche (e scritte con Lynott) come la insinuante Parisienne Walkways, qui cantata da Phil ma che sarebbe diventata un cavallo di battaglia imprescindibile nei concerti di Moore e il suo primo grande successo nelle classifiche inglesi, una via di mezzo tra le melodie di Peter Green e Carlos Santana.

Il brano Track Nine, il primo delle bonus tracks, nonostante il nome, non ha nulla a che vedere con gli esperimenti dei Beatles, ma è sempre un furioso jazz-rock, mentre l’altra bonus, Spanish Guitar, uscita nel 1979 come singolo in Norvegia, appare in ben tre versioni (non c’era altro?), una cantata da Lynott, una da Moore e una strumentale ed è una specie di variazione sul tema francese di Parisienne Walkways, questa volta in “salsa” spagnola e santaneggiante. In definitiva un bel dischetto, considerando anche che esce a prezzo speciale,  per la gioia degli amanti dei chitarristi, ma non solo, un ulteriore tassello nella carriera di Gary Moore, che toccherà i suoi vertici nel periodo Blues!

Esce a fine mese.

Bruno Conti   

Due Grandi Chitarristi Al Prezzo Di Uno! Gary Moore – Blues For Jimi

gary moore blues for jimi.jpggary moore blues for jimi dvd.jpggary moore blues for jimi bluray.jpg

 

 

 

 

 

 

Gary Moore – Blues For Jimi – CD DVD o Blu-Ray – Eagle Rock 25-09-2012

E’ passato circa un anno e mezzo dalla scomparsa di Gary Moore, avvenuta nel febbraio 2011, e proseguono le pubblicazioni di materiale inedito dal vivo da parte della Eagle Rock (in attesa di un eventuale album di studio postumo che pare fosse quasi pronto al momento della morte). Dopo il Live At Montreux 2010 esce ora questo Blues For Jimi che è la registrazione di un concerto tenuto al London Hippodrome (che è un famoso locale e non l’ippodromo di Londra, come mi è capitato di leggere) il 25 ottobre del 2007 in occasione delle manifestazioni per la ripubblicazione di Live At Monterey di Jimi Hendrix nel quarantennale della nascita degli Experience. In quella serata Gary Moore e il suo gruppo, con Darrin Mooney (ex Primal Scream) alla batteria e Dave Bronze al basso (già con Robin Trower, Procol Harum, Dr.Feelgood e il Clapton anni ’90 di From The Cradle) eseguono solo materiale hendrixiano e per tre brani, nella fase finale del concerto, si riunisce per l’ultima volta, la seconda versione degli Experience, quella con Billy Cox al basso e Mitch Mitchell alla batteria, che morirà poi nel 2008 proprio alla fine dell’Experience Hendrix Tour di quell’anno.

Gary Moore non è abitualmente considerato un epigono di Hendrix quanto piuttosto di Albert King per il Blues (ma ha suonato anche con l’altro King, B.B.) e soprattutto di Peter Green, il suo grande mentore, oltre naturalmente al suo lungo sodalizio con il grande amico Phil Lynott, leader dei Thin Lizzy dei quali ha fatto periodicamente parte. Ma nella sua carriera, iniziata nell’Irlanda di fine anni ’60, con il blues-rock psichedelico degli Skid Row e poi proseguita con il proto hard-rock di Grinding Stone, primo album solista del 1973, dove alla seconda chitarra c’era anche Philip Donnelly, grande chitarrista che ha suonato con Donovan, Townes Van Zandt e soprattutto nei bellissimi dischi di Lee Clayton, dove, se siete amanti della chitarra potreste avere delle belle sorprese, fine della digressione, dicevo che dopo Grinding Stone ha suonato del jazz-rock con i Colosseum II e poi si è dato ad un rock “duretto” che gli ha dato la fama ma non lo soddisfaceva completamente, tanto da tornare al Blues negli anni ’90 soprattutto nella formula del power-rock trio. Questa serata è l’occasione per tornare a Hendrix, musicista visto nella Belfast della sua adolescenza e che evidentemente deve avere lasciato delle tracce indelebili nella formazione musicale del giovane Gary, che una quarantina di anni dopo ha l’occasione per rendere omaggio al grande chitarrista di Seattle.

Premetto che sto recensendo Blues For Jimi qualche settimana prima dell’uscita e quindi non ho avuto l’occasione di vedere la versione video ma il CD audio basta e avanza e molti lettori so che sono ancora fedeli a questo formato e non amano DVD e Blu-Ray per ascoltare la musica. La qualità del suono è eccellente e la scelta del repertorio ha privilegiato i brani più celebri del repertorio di Jimi, come è giusto che sia per una serata celebrativa, i brani più “oscuri” si possono riservare per altri occasioni: e quindi, con il pedale del wah-wah quasi sempre innestato, si parte con una tripletta da sogno, Purple Haze, Manic Depression e Foxy Lady. Per una volta non è necessario illustrare la eccelsa qualità di queste canzoni, Gary Moore è in ottima serata a livello vocale e non sarò certo io a dovervi magnificare le sua qualità di chitarrista, assolutamente in grado di rendere onore a colui che tuttora viene considerato, a ragione, il più grande chitarrista della storia della musica rock, un uomo venuto da un altro universo. La serata scorre con The Wind Cries Mary, I Don’t Live Today, una non meglio identificata My Angel, Angel, una tiratissima Fire introdotta brevemente da Moore con i suoi modi spicci da irlandese e poi il trio di brani registrati con Cox e Mitchell, una lunga versione di Red House, dove il blues hendrixiano raggiunge il suo apice, Stone Free e Hey Joe, da dove tutto cominciò. Per il gran finale il gruppo ritorna per l’immancabile Voodoo Chile (Slight return). Tutto molto bello, solo un piccolo appunto, niente Little Wing?

Bruno Conti

P.s. Il video di YouTube viene dal Giappone perché laggiù Blues For Jimi esce una settimana prima per la Watd Records e anche in versioni CD+DVD e CD+ Blu-Ray, son forti ‘sti giapponesi!

Un Ultimo Saluto? Gary Moore – Live At Montreux 2010

gary moore montreux 2010 cd.jpggary moore montreux 2010 dvd.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Gary Moore – Live At Montreux 2010 – Eagle/Edel CD o DVD

La storia di Gary Moore al Festival di Montreux è lunga e risale fino agli inizi degli anni ’90 come è stato documentato dall’eccellente cofanetto di 5 CD Essential Montreux o dai vari DVD che si sono succeduti negli anni con le registrazioni delle sue partecipazioni alle serate del Festival svizzero ma la gran parte erano dedicate al suo repertorio diciamo “più Blues,” anche se nel corso della sua carriera il rock, prima con Skid Row, Thin Lizzy e gli album degli anni ’80 ha sempre avuto una notevole importanza. Anche la breve militanza nei Colosseum II ha evidenziato le sue grandi attitudini di guitar hero L’irlandese era forse un rocker prestato al Blues (e quindi un blues-rocker) o quella prima chitarra data da Peter Green al connazionale ha avuto un effetto indelebile sulle sue scelte di gran parte degli ultimi anni della sua carriera quando aveva deciso di dedicarsi con più regolarità a questo stile musicale.

Sarà un caso ma gli album migliori dopo Still Got The Blues che ha segnato una svolta nella sua carriera sono stati, a mio parere, quelli più bluesati: da After Hours all’eccellente Blues For Greeny, omaggio al suo mentore per arrivare fino a Old New Ballads Blues del 2006 quando erano le 12 misure del blues a guidare le sue scelte certi suoi “eccessi metallurgici” venivano meglio tenuti a freno. Indubbiamente Gary Moore è stato un grande chitarrista, forse non uno dei numeri uno ma sicuramente uno di quelli in grado di far confluire le varie influenze della sua musica in uno stile fluido e vario che incorporava le derive celtiche della sua terra con il rock muscolare e di gran classe dei Thin Lizzy (uno dei gruppi più sottovalutati della storia dell’hard rock dove però il vero protagonista era il suo grande amico Phil Lynott, autore e cantante dalle sopraffine qualità). Perché dobbiamo ammettere che la parte vocale è sempre stata il lato più debole della sua musica, sulla chitarra nulla da dire, la voce diciamo che non era il suo forte.

Anche questo concerto registrato al Festival di Montreux del 2010, che rimarrà la sua ultima partecipazione vista l’inattesa morte avvenuta quest’anno il 6 febbraio in Spagna per un attacco cardiaco, conferma luci e ombre dei suoi ultimi anni. Intanto segnala un ritorno al rock anche in attesa di un nuovo album che doveva essere registrato e del quale tre brani inediti fanno parte di questo album: Days Of heroes, un brano lizzyano che reitera con grande vigore quel connubio tra rock e arie celtiche già ben evidenziato da Over The Hills and Far Away (non quella dei Led Zeppelin) che apre il concerto, una rock ballad melodica e in crescendo come Where Are You Now  e nuovamente lo stile “irlandese” di Oh Wild One. Tre brani interessanti anche se non memorabili che fanno la loro bella figura nell’ambito del concerto, arricchiti come di consueto da una bella serie di assoli di chitarra. Nel mezzo ci sono Military Man un brano anni ’80 a firma Phil Lynott con una bella costruzione sonora, la prima parte sparatissima e poi una seconda parte più ricercata e raffinata come era tipico del bassista dei Thin Lizzy.

Il lungo Medley tra So far away e Empty Rooms è uno dei momenti topici del concerto con il classico lavoro di toni e coloriture sonore utilizzato nelle  parti strumentali con quelle note lunghe e lancinanti tipiche del suo solismo. Blood Of Emeralds che appariva in After The War era il suo tributo al grande amico Phil, colorato di Irlanda nella musica e nei testi, una delle sue canzoni più belle del periodo rock. Anche Out In The Fields era una collaborazione con Lynott, l’ultimo brano registrato dal colored irlandese ed apparso in Run For Cover l’album più saccheggiato per questo concerto dal vivo. Naturalmente non manca il blues, in un angolino ma sempre presente, molto tirata la versione di Walking By Myself, il trio di musicisti che suona con Moore non è il massimo della finezza ma ci danno dentro di gusto, anche troppo in certi momenti. Per Johnny Boy sfodera anche la chitarra acustica per un brano un po’ ruffiano che non è mai stato tra i miei preferiti, prima del gran finale con il cavallo di battaglia Parisienne Walkways uno dei suoi più grandi successi sempre scritto con Lynott e che è l’occasione per ascoltare per l’ultima volta il suo grande virtuosismo alla chitarra. Forse non il miglior live della sua carriera ma un onesto commiato per il rocker irlandese. Riposa in pace, se le case discografiche vorranno!

Il DVD ha due brani in più, Thunder Rising e Still Got The Blues.

Bruno Conti