Supplemento Della Domenica: Ci Mancavano Solo Le Ristampe Dei “Cinquantesimi”! Grateful Dead 50th Anniversary Deluxe Edition

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Grateful Dead – Grateful Dead 50th Anniversary Deluxe Edition – Rhino 2CD – LP Picture

I Grateful Dead, soprattutto in seguito alla scomparsa del loro storico leader Jerry Garcia avvenuta nel 1995, non hanno mai seguito le normali leggi del marketing, inondando negli anni il mercato di un vero e proprio fiume di pubblicazioni d’archivio, specie dal vivo: nello specifico gli ultimi due anni, tra cofanetti celebrativi, tributi, tour d’addio e concerti del passato, hanno messo davvero a dura prova i portafogli dei tanti seguaci della band di San Francisco. Si pensava però che la loro discografia “ufficiale” studio e live, cioè quella che va dal 1967 al 1990 (anno di uscita di Without A Net, ultimo loro album dal vivo per così dire in “tempo reale”), fosse stata già sistemata qualche anno fa con i due splendidi cofanetti The Golden Road e Beyond Description (dal quale peraltro Without A Net era stato stranamente escluso): eppure avremmo dovuto sapere che, quando si parla dei Dead, ci si può aspettare di tutto. Ecco quindi l’idea “geniale”: ripubblicare tutti gli album della loro discografia in edizione deluxe, ciascuno allo scadere del cinquantesimo anniversario dall’uscita originale; avete capito bene: non una serie di uscite programmate con tre-quattro dischi ogni tot mesi (come è successo con i Led Zeppelin), ma un CD all’anno, o due se in una particolare annata i Dead avevano pubblicato più di un album, fino al 2039, anno in cui cadrà il cinquantesimo anniversario di Built To Last, loro ultimo album di studio (o 2040 se questa volta Without A Net verrà preso in considerazione).

grateful dead picture vinyl

Un’operazione che potrei benissimo definire demenziale, considerato soprattutto il fatto che molti fans del gruppo non sono proprio di primo pelo (e quindi molti di essi potrebbero non arrivare al completamento della serie, faccia pure gli scongiuri chi di dovere), ma anche la possibilità che fra più di vent’anni il CD non sarà più un supporto preso in considerazione per la fruizione della musica, dato la velocità con la quale corre la tecnologia oggi. L’iniziativa non ha mancato di attirare molte critiche, anche da parte dei Deadheads più duri e puri (basta andare sul sito dei Dead e leggere i commenti): personalmente sono curioso di vedere se verranno affrontati in pompa magna allo stesso modo tutti gli episodi della discografia dei Dead, dato che un conto è celebrare vere e proprie pietre miliari quali Workingman’s Dead, Live/Dead o American Beauty, un conto è valorizzare episodi non proprio di primo piano come Shakedown Street o il deludente live del 1976 Steal Your Face (che nel box Beyond Description è stato addirittura saltato). Il primo episodio di questa campagna di ripubblicazioni è naturalmente il loro esordio del 1967, l’omonimo Grateful Dead, uscito da pochi giorni in una versione doppia, mentre il vinile è stato ristampato solo con i brani originali, anche se in una bella edizione picture (e se dovessimo fare i pignoli, avrebbe dovuto uscire a Marzo per rispettare alla lettera la regola dei cinquant’anni).

Grateful Dead non è mai stato considerato un album fondamentale nella discografia della band californiana, in quanto ancora acerbo e poco rappresentativo di ciò che sarebbero diventati in seguito (e che dal vivo erano già): a me è sempre piaciuto, vuoi per la sua sinteticità (dura appena 35 minuti), vuoi per il suono decisamente rock-blues che raramente tornerà nei dischi di studio del gruppo. Garcia è già la guida incontrastata ed indiscussa, ma il tastierista Ron “Pigpen” McKernan è molto più di un semplice membro, incarnando l’anima blues del quintetto ed assumendo quasi la carica di co-leader musicale grazie all’importanza dell’organo nel sound della band, mentre Bob Weir, Phil Lesh e Bill Kreutzmann (Mickey Hart ancora non c’era) già forniscono il supporto ritmico perfetto. In questo album ci sono diversi brani che servono come base per le future e famose improvvisazioni dal vivo, pezzi che superano di poco i due minuti di durata, come il rock’n’roll di Beat It On Down The Line, o vari blues come la celebre Good Morning. Little Schoolgirl (di Sonny Boy Williamson, l’unica a durare quasi sei minuti), il traditional Sitting On Top Of The World, che come abbiamo visto di recente era già nel repertorio di Garcia fin dai tempi degli Hart Valley Drifters, o come New, New Minglewood Blues di Noah Lewis, in futuro ripreso moltissime volte dal vivo.

La maggior parte dei nove brani sono covers, ma Garcia comincia già a farsi largo come autore (per ora senza il futuro partner Robert Hunter) con le interessanti The Golden Road e Cream Puff War. Ma i centerpieces del disco sono le due folk songs Cold Rain And Snow e l’inquietante e post-apocalittica Morning Dew, entrambe elettriche e con accenni di quella psichedelia per la quale i nostri si distingueranno presto, e soprattutto Viola Lee Blues, unico pezzo a superare i dieci minuti, un blues ancora scritto da Lewis che diventa un pretesto per una furiosa jam chitarristica nella quale Jerry inizia a mostrare di che pasta è fatto. Il secondo CD è costituito da un concerto inedito, e se proprio non ci troviamo di fronte ad un’idea rivoluzionaria (direi che live dei Dead in giro non ne mancano), almeno è decisamente interessante l’annata, in quanto ci viene proposto un raro show del 1966, cioè un anno prima del loro debutto, quando erano praticamente sconosciuti al di fuori della Bay Area (per l’esattezza il dischetto documenta la serata del 29 Luglio al PNE Garden Auditorium di Vancouver, in Canada, con in aggiunta quattro pezzi dallo show tenutosi il giorno successivo sempre nella stessa location).

Il suono è ottimo, e nonostante siano agli albori, i nostri suonano già con quella sicurezza e quella tecnica che gli conosciamo, con Garcia e Pigpen assoluti protagonisti: ci sono diversi brani che finiranno poi sul disco d’esordio, tra cui la sempre eccellente Viola Lee Blues, con Jerry che è già una macchina da guerra, ma anche con dilatate versioni di Cream Puff War (superba) e Good Morning, Little Schoolgirl (più lunghe che nel disco in studio, anche se le loro tipiche jam interminabili non ci sono ancora), e le sempre trascinanti Beat It On Down The Line ed una Sittin’ On Top Of The World dal ritmo sostenuto. Ci sono anche tre brani originali che in seguito non verranno più ripresi: Standing On The Corner, tipica rock song anni sessanta, neanche male, You Don’t Have To Ask e Cardboard Cowboy, nella quale Lesh fa già vedere di essere un cantante quantomeno discutibile; i nostri avevano già in scaletta anche il traditional I Know You Rider, che diventerà uno dei loro classici assoluti, in una versione molto più spedita del solito e con l’organo di McKernan in grande evidenza. C’è anche parecchio blues: oltre ai pezzi che andranno a costituire l’ossatura di Grateful Dead, troviamo qui liquide riletture di Next Time You See Me di Junior Parker, Big Boss Man di Jimmy Reed e One Kind Favor di Lightnin’ Hopkins (conosciuta anche come See That My Grave Is Kept Clean). Come ciliegina, una fluida It’s All Over Now, Baby Blue, che dimostra che Bob Dylan era già allora un solido riferimento per loro.

Che altro aggiungere? Non posso certo dire che questa ristampa sia imperdibile (anche perché il concerto si trova facilmente, e gratuitamente, anche online), ma se siete dei completisti, o meglio ancora dei neofiti, un pensierino ce lo potete fare. E se siete giovani potete anche puntare a completare la serie di ristampe!

Marco Verdi

Il Titolo Dice (Quasi) Tutto, Per Il Resto Ci Pensa Lui! David Bromberg Band – The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues

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David Bromberg Band – The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues – Red House/Ird

Come spara a titoli cubitali in prima pagina il “Delta Times – Dispatch” (?!?(, fittizio giornale inventato dal come sempre ironico David Bromberg (è uno dei tratti salienti e più apprezzati del suo carattere), questa volta parliamo di The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues: non che nel passato il musicista nativo di Philadelphia (ma da lungo con base a Wilmington, nel Wisconsin, dove ha anche una bottega di liutaio, specializzata nella riparazione di violini) non abbia trattato l’argomento con la sua grande classe e perizia tecnica, ma questa volta le 12 battute classiche vengono sviscerate in tutte le declinazioni conosciute. Il blues elettrico tosto e tirato di scuola urbana, il blues jazzato e swingante, anche con fiati, quello acustico di stampo folk, il country blues, con qualche deviazione anche verso New Orleans e dei tocchi di stile cantautorale. Insomma quello che Bromberg ha sempre fatto nel passato, ma con l’occhio decisamente rivolto al Blues. Il nostro, come è noto, dopo una lunga e gloriosa carriera, soprattutto negli anni ’70 come solista, ma anche come sideman di lusso per Dylan, Jerry Jeff Walker, Willie Nelson, Jorma Kaukonen, più o meno ad inizio anni ’80 sembrava avere appeso la chitarra al chiodo, anche se a fine anni ’80 erano usciti ancora un paio di ottimi album, poi però il silenzio, interrotto nel 2007 dal disco in solitaria Try Me, e soprattutto dai due eccellenti Use Me del 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/06/06/in-deciso-anticipo-ma-david-bromberg-use-me-uscita-ufficiale/ e il successivo Only Slightly Mad http://discoclub.myblog.it/2013/12/10/recuperi-fine-anno-parte-1-david-bromberg-band-only-slightly-mad/.

Ora, nel 2016, con una nuova etichetta alla spalle, la Red House, David Bromberg e la sua Band ci provano ancora una volta: e il risultato è notevole, come di consueto per questo signore. Di Bromberg è nota la perizia alla chitarra acustica ed elettrica (ma in passato anche a violino, mandolino, dobro e pedal steel), oltre alla sua enciclopedica conoscenza del repertorio musicale americano (un po come Ry Cooder), sfruttata per andare a pescare sia brani tradizionali come canzoni note e meno note di autori anche importanti, il tutto sempre con quella levità, arguzia e perizia tecnica, che unite al suo stile vocale asciutto, sempre sornione, benché rigoroso quando serve, pronto comunque all’uso di testi salaci e “vignette” divertenti che spesso provengono anche dalla propria penna. Tutti ingredienti che troviamo profusi a piene mani nel nuovo album. Con la brillante produzione di Larry Campbell (bastino ricordare le sue collaborazioni con Levon Helm Dylan), aiutato dalla sua ottima band abituale, aumentata da una sezione fiati, e in un brano da alcune vocalist di supporto, tra cui la moglie di Campbell, Teresa Williams e la moglie di Bromberg, Nancy Josephson (leader della Angel Band), oltre al luminare delle tastiere, il grande Bill Payne dei Little Feat.

L’apertura è affidata a Walkin’ Blues, uno dei classici assoluti, attribuito a molti, ma come ricorda lo stesso Bromberg nelle note del CD, ripreso dalla versione di Robert Johnson. Per l’occasione il brano diventa un blues elettrico urbano, quasi scuola Chicago, con doppio assolo di chitarra, il primo del secondo solista Mark Cosgrove, il secondo dello stesso David, impegnato anche alla slide, grande lavoro di Payne al piano, e il sound rimanda proprio ai Little Feat appena ricordati, con la sezione ritmica eccellente formata da Butch Amiot al basso e Josh Kanusky alla batteria. Il pezzo successivo viene definito di autore ignoto, in quanto di How Come My Dog Don’t Bark When You Come ‘Round? esiste anche una versione di Dr. John, ma Bromberg dice non trattarsi della stessa canzone, in quanto questa ha un testo diverso, salace ed ironico (quasi zappiano a tratti, quando faceva i suoi blues parlati) tipico del buon David, che musicalmente si avvicina al sound di un suo vecchio datore di lavoro, quel Jorma Kaukonen degli Hot Tuna, che vengono citati per l’uso del violino da parte di Nate Grower (in ricordo di Papa John Creach) anche se l’arrangiamento di Campbell prevede pure un uso corposo della sezione fiati, con ben quattro elementi, oltre a Payne alle tastiere, e quindi un suono quasi da big band, delizioso. Il George “Little Hat” Jones autore di Kentucky Blues, non è la nota stella del country, ma un quasi omonimo degli anni ’30 e il pezzo è un gustoso e saltellante country-blues, come evidenziato dal titolo, di nuovo con Nate Grower protagonista al violino, mentre David è all’acustica e Mark Cosgrove al mandolino, giocoso. Un altro brano assai godibile è la versione di Why Are People Like That, una canzone scritta dal musicista di New Orleans Bobby Charles, ma interpretata anche da Muddy Waters nel suo Woodstock Album, quello dove apparivano musicisti della Band, e la fusione tra la chitarra pungente e bluesy di Bromberg, l’assolo di piano elettrico geniale di Payne e l’uso costante dei fiati lo rendono un ponte ideale tra blues classico e musica della Louisiana. Per non doversi misurare con l’immane bravura di Ray Charles e del suo piano, il nostro amico trasforma la sua A Fool For You, in un delicato folk blues per sola voce, con arditi falsetti, e chitarra acustica, strepitosa.

E anche il trattamento che viene riservato a Eyesight To The Blind è geniale. Molti ricorderanno il pezzo di Sonny Boy Williamson nella versione elettrica che ne faceva Eric Clapton nella colonna sonora di Tommy, ma anche in una versione torrida live di oltre venti muniti, con Carlos Santana, nel Crossroads II Live In The Seventies. Per l’occasione diventa un delizioso swing blues, incentrato sul violino di Grower e l’organo di Payne, notevole anche l’assolo in punta di fioretto di David alla chitarra. 900 Miles è un altro brano pescato dalla tradizione country e folk, la faceva anche Woody Guthrie, ma qui viene rifatto come se fosse un pezzo blues alla Howlin’ Wolf, duro e tirato, con un sound rock-blues gagliardo e la slide di Bromberg di nuovo in azione, mentre Yeld Not To Temptation era un brano scritto da Deadric Malone portato alla fama da Bobby Blue Bland, ma David dice di essersi ispirato alla versione che ne facevano Tracy Nelson, Marcia Ball Irma Thomas in uno splendido disco che si chiamava Sing It: in effetti la canzone è quella dove appare la formazione più ampia, i cinque fissi del gruppo, con Payne di nuovo eccellente all’organo, la sezione fiati e le tre vocalist aggiunte, oltre a Campbell e a un percussionista, e il brano profuma di gospel e blues in pari misura, splendido. I fiati rimangono anche per la successiva You’ve Been A Good Ole Woman, ma con l’aggiunta di violino e mandolino il vecchio pezzo di Bessie Smith, diventa simile ad uno classici del periodo fine anni ’70 della David Bromberg Band, di nuovo tra swing, New Orleans sound e i divertiti doppi sensi aggiunti dal nostro amico alla canzone.

Delia, altro traditional, compariva già nel primo splendido album di Bromberg, ma qui appare come un duetto tra lo stesso David e Larry Campbell, alla slide acustica, per un brano tradizionale che racconta di un assassinio avvenuto la viglia di Natale del 1900 e di cui viene usata una versione arricchita da un verso di Townes Van Zandt, versione intima ed intensa, un classico del folk blues. La title-track, scritta da Gary Nicholson e dal grande Russell Smith (facciamo il giochino, chi ricorda gli Amazing Rhythm Aces alzi la mano?), è un altro brano full band, con Marco Benevento al piano e la sezione fiati Lou Marini, Steve Bernstein Birch Johnson (e citiamoli, sono bravissimi) aggiunta, di nuovo un tuffo nel suono classico della band di Bromberg dei tempi d’oro, grande blues fiatistico. Gli ultimi due brani portano la firma del titolare dell’album,This Month che è una vera jam elettrica e pulsante, uno slow blues tirato, con Bromberg, Cosgrove Payne che vanno di brutto, e come traccia finale You Don’t Have To Go, un perfetto shuffle con uso di slide, violino e piano che riassume alla perfezione lo spirito del disco “Blues, solo blues, nient’altro che blues”!. Fatto in modo splendido!

Bruno Conti   

E’ Sempre Stato Difficile “Fermare” Van Morrison, Ma In Questa Nuova Versione Espansa Ancora di Più, Si Ferma Il Tempo Per Uno Dei Live Più Belli Di Sempre: It’s Too Late To Stop Now II, III, IV & DVD

van morrison it's too late 3cd+dvd

Van Morrison – It’s Too Late To Stop Now II, III, IV & DV – 3 CD + DVD Sony Legacy

Chi legge abitualmente questo Blog o mi segue anche sul Buscadero sa che Van Morrison è sempre stato uno dei miei musicisti prediletti in assoluto (nella Top 10 delle preferenze, in passato anche tra i primi cinque, per esempio all’epoca della versione originale di questo splendido It’s Too Late To Stop Now, il doppio vinile che uscì per la Warner Bros nel lontano 1974). Un disco dal vivo incredibile, registrato tra il maggio ed il luglio 1973 in tre diverse locations (e anche questo doppio è stato ristampato in CD rimasterizzato), Troubadour di Los Angeles, Santa Monica Civic Auditorium, sempre in California e al Rainbow di Londra, con una selezione di 18 brani tratti dai tre concerti. Giustamente quel disco viene considerato uno dei dischi dal vivo più belli di tutti i tempi, insieme al Fillmore degli Allman Brothers, Waiting For Columbus dei Little Feat, Rock Of Ages Last Waltz della Band, Johnny Cash At Folsom Prison, James Brown Live At The Apollo, Lou Reed Rock’n’Roll Animal, gli Who Live At Leeds, Rolling Stones Get Yer Ya-ya’s Out, qualche titolo a scelta di Jimi Hendrix, In The West, Monterey Winterland, CSN & Y Four Way Street o il recente 1974, Bob Dylan & The Band Before The Flood, Woodstock, qualche bootleg di Springsteen del tour 1978 e qualche altro titolo, tipo Bob Seger, Grateful Dead Live/Dead Europe ’72, Led Zeppelin How The West Was Won più che The Song Remains The Same, Sam Cooke Live At The Harlem Square Club, Elvis Presley il Comeback Special del 1968, gli MC5 Kick Out the Jams, BB King Live At The Regal, Aretha Franklin At Fillmore West, e potremmo andare avanti per delle ore ma mi fermo. Comunque questo di Van Morrison è degno di rientrare a pieno merito in questa lista, soprattutto ora in questa versione riveduta e corretta, che contiene anche il filmato originale del concerto del Rainbow di Londra che ai tempi fu visibile solo al cinema o alla televisione (persino sulla Rai), ma mai in VHS o DVD. E comunque in rete si trovano altri concerti splendidi dell’epoca, tipo questo che vedete sotto, tratto dallo stesso tour 1973-74.

Accompagnato dalla Caledonia Soul Orchestra, ovvero una delle migliori formazioni con cui Morrison abbia mai suonato, e li citiamo tutti, perché meritano: John Platania, chitarra, David Hayes, basso, Jeff Labes, piano e organo, Dahaud Shaar (David Shaw), batteria, più la sezione fiati, con Jack Schroer ai sassofoni e Bill Atwood alla tromba, e gli archi affidati a Nathan Rubin, Tom Halpin, Tim Kovatch, Nancy Williams Teressa Adams. Prodotto da Van Morrison Ted Templeman. Nella nuova edizione ci sono 45, dicasi quarantacinque brani inediti, alcuni in più versioni, non apparsi nel doppio vinile originale e nelle ristampe successive, distribuiti sui 3 CD, ciascuno con un concerto. E andiamo a vedere i contenuti dei compact, con i singoli brani:

CD1: Recorded live at The Troubadour, Los Angeles, May 23, 1973

1. Come Running è una partenza sparata con una sincopata e breve versione di uno dei brani più belli capolavoro Moondance, e si capisce subito che sarà una grande serata, Van Morrison è in forma vocale strepitosa e la band gira subito a mille. 2. These Dreams of You sempre dallo stesso album è un’altra scarica di adrenalinico celtic soul, con i fiati in fibrillazione 3. The Way Young Lovers Do viene da un altro capolavoro di Morrison, quel Astral Weeks che rientra, come Moondance, tra i più bei dischi di ogni tempo, versione jazzata, con gli archi che si unsicono ai fiati e al piano per creare una atmosfera sonora ancora più raffinata , e allora il grande Van usava ancora ringraziare il pubblico 4. Snow in San Anselmo viene da Hard Nose The Highway, l’album che uscirà poco dopo nell’agosto 1973, inferiore ai precedenti, si fa per dire perché siamo comunque a livelli stratosferici, ma con alcune punte di eccellenza, tra cui questo brano , bellissimo ed in una versione da brividi, con continui cambi di tempo, accelerazioni improvvise e poi quiete assoluta, mentre la voce di Morrison regala brividi di piacere 5. I Just Want to Make Love to You, brano firmato da Willie Dixon, è il primo omaggio dell’irlandese a quella musica nera tanto amata, in questo caso sia il blues, nella versione di Muddy Waters, sia il soul in quella di Etta James, con Van the Man che incita il pubblico a cantare e poi stende tutti con la sua voce incredibile (come sapete da anni sostengo che Morrison da bambino abbia ingoiato un microfono, perché pare impossibile che abbia una voce così potente) prima di lasciare il proscenio a John Platania, autore di un assolo di chitarra splendido e e persino presentato dal suo boss. 6. Bring It on Home to Me Questa è una delle canzoni più belle di tutti i tempi, scritta e cantata da Sam Cooke, uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi, amatissimo dal nostro che gli rende giustizia con una versione felpata ed emozionante 7. Purple Heather è un brano “minore”, sempre tratto da Hard Nose The Highway, una ballata lenta ed avvolgente che molti ucciderebbero per poterla scrivere 8. Hey, Good Lookin’ il brano di Hank Williams è l’omaggio del nostro amico alla musica country, altro genere molto amato, in una versione pimpante e “soulizzata” , 9. Bein’ Green un brano scritto da Joe Raposo, viene sempre dall’album di quell’anno, un’altra intensa ballata alla Van Morrison, con Platania di nuovo in evidenza 

10. Brown Eyed Girl  è uno dei brani più amati (e più coinvolgenti) da sempre della sua discografia, e qui appare in una delle versioni più belle che abbia mai sentito, con David  Hayes strepitoso al basso (ma lo è in tutti i concerti, forse il più bravo bassista che abbia mai suonato con Van Morrison), anche lui ringraziato nel corso del brano 11. Listen to the Lion è uno dei momenti top di questo concerto, il pezzo tratto da Saint Dominic’s Preview è uno dei brani in cui il rosso irlandese lascia andare la voce in piena libertà in un crescendo inarrestabile, una delle canzoni che preferisco in assoluto, tra tante meravigliose 12. Hard Nose the Highway ma c’è un brano brutto, la title-track del disco del 1973 non lo è di sicuro, con il fluido piano di Jeff Labes a sottolineare il tutto 13. Moondance è solo Moondance, che altro si può dire di questa canzone che non sia stato detto? Forse versione classica? 14. Cyprus Avenue Un’altra perla tratta da Astral Weeks, in una versione “magica” , con i crescendo e i momenti di quiete che sono unici nei brani di Van Morrison.15. Caravan E per concludere la serata del 23 maggio una versione di questo pezzo che definire esuberante è fare un torto all’aggettivo, con il gruppo che macina musica in modo splendido e viene presentato con tutti i crismi, come si conviene ad un gruppo di musicisti formidabile, per un altro dei brani “perfetti” della sua discografia, in una versione da manuale del soul.

CD2: Recorded live at the Santa Monica Civic, California, June 29, 1973

Un mese e mezzo dopo il nostro è di nuovo in California per un altro concerto memorabile: 1. I’ve Been Working  Questa serata si apre con un brano preso da His Band And The Street Choirsolita versione sincopata, con l’organo di Labes in evidenza 2. There There Child è uno dei rari brani scritti da Morrison in coppia con John Platania, per anni rimasta inedita è stata pubblicata su The Philosopher’s Stone nel 1998, bella canzone  3. No Way è un pezzo jazzato scritto da Jeff Labes che fino ad oggi non avevo mai senitito, non indispensabile 4. Since I Fell for You Anche questo brano che porta la firma di Buddy Johnson appartiene al repertorio più jazz dell’irlandese, forse ripreso dal repertorio di Charles Brown, grande classe e grinta 5. Wild Night E qui torniamo ai super classici, era il brano che apriva Tupelo Honey, il disco del 1971, il pubblico lo riconosce subito e Van li premia con una versione travolgente 6. I Paid the Price Anche questa, scritta dall’accoppiata Morrison/Platania non la ricordavo, splendida ballata in crescendo vocale del canone morrisoniano con le sue tipiche scansioni sonore, una bella (ri)scoperta 7. Domino era anche questa su His Band And The Street Choir, uno dei due dischi di Van Morrison del 1970, erano proprio altri tempi, due album lo stesso anno e uno più bello dell’altro, versione gagliarda, che poi sfocia in una breve ma intensa

8. Gloria, stranamente posta a metà concerto, ma sempre irresistibile grazie al suo riff inconfondile e ad un ritornello tra i più cantabili della storia del rock 9. Buona Sera se aggiungiamo Signorina, in Italia la conosciamo per la versone di Fred Buscaglione, ma il primo ad inciderla fu Louis Prima nel 1950 e Van Morrison l’ha sempre amata moltissimo ed eseguita spesso dal vivo in versioni vorticose, come quella che appare in questo concerto 10. Moonshine Whiskey di nuovo da Tupelo Honey, è un’altra di quelle canzoni splendide che viaggiano su continui cambi di tempo e inserti vocali da brivido, anche in questa versione dal vivo 11. Ain’t Nothing You Can Do viene dal repertorio di Bobby “Blue” Bland, uno dei musicisti più amati in assoluto da Van, ed è un altro inno alla soul music più genuina, con Hayes che pompa sul suo basso come un disperato, fiati in overdrive, chitarra slide tagliente di Platania e il gruppo tutto che tira come un treno 12. Take Your Hand Out of My Pocket è un blues classico di Sonny Boy Williamson, altro mito per Van The Man, qui in una versione con di nuovo Platania in evidenza e anche l’armonica del nostro13. Sweet Thing è un altro dei capolavori assoluti di Astral Weeks che mancava ancora all’appello, altra versione splendida, con Platania che ribadisce la sua classe assoluta di chitarrista raffinatissimo, seguita da 14. Into the Mystic, altro brano memorabile tratto da Moondance, canzone tra le più belle mai scritte dal nostro George Ivan, mistica e “mitica” la versione, come pure quella di 15. I Believe to My Soul, il brano di Ray Charles “The Genius” che è la quintessenza della soul music e conclude in modo splendido il secondo CD, che forse è una anticchia inferiore al primo, ma sono quisquilie (anche se forse a completare il pantheon dei “numi tutelari” di Morrison manca qualcosa di John Lee Hooker Jimmy Witherspoon, che verranno omaggiati anni dopo in A Night In San Francisco).

CD3: Recorded live at The Rainbow, London, July 23 & 24, 1973

Alla fine di luglio di quell’anno splendido Mr. Van Morrison approda al Rainbow di Londra per due serate consecutive, preservate per i posteri sia in versione audio che in video. Inevitabilmente nei concerti londinesi i brani si ripetono rispetto ai concerti californiani, ma in versioni spesso diverse e comunque memorabili. Solo tre brani, Everyone, Wild Children e Here Comes The Night non appaiono nei due CD precedenti

1. Listen to the Lion Più breve, ma ancora più calda ed intensa della versione “americana” 2. I Paid the Price Anche questa versione londinese è magnifica, tra l’altro il sound sembra ancora più brillante in questo terzo CD, più definito e con una presenza sonora incredibile, e il gruppo suona sempre in modo impeccabile. Con la sequenza jazzy di 3. Bein’ Green e 4. Since I Fell for You di grande impatto sonoro. Bellissima anche 5. Into the Mystic mentre 6. Everyone un altro dei brani tratti da Moondance non lo ricordavo così bello, una sorta di minuetto soul, dolce ed intrigante, seguita da una versione più breve di 7. I Believe to My Soul, sempre con i fiati e gli archi che elevano la loro preghiera con veemenza, fino all’esplosione della tromba di Bill Atwood 8. Sweet Thing il pubblico la riconosce subito e la versione rilasciata da  Morrison è sempre splendida, con Platania ancora una volta sugli scudi, tutti brani che non ti stancheresti mai di ascoltare 9. I Just Want to Make Love to You è il Blues con la B magnifica, mentre10. Wild Children è un altro dei brani “nuovi” tratti da Hard Nose The Highway che uscirà da lì a poco, un’altra canzone che in questa versione Live acquista una nuova vita  11. Here Comes the Night è l’altro grande brano tratto dal repertorio dei Them, anche questa illustra il lato ludico e di puro divertimento della musica di “Van The Man” , altro riff memorabile e gioia pura, stesso discorso per una più succinta e rapida 12. Buona Sera, con 13. Domino che completa il trittico della music for fun, prima di lanciarsi a rotta di collo nel gran finale, prima 14. Caravan, sempre in versione lunghissima e di grande fascino con gli equilibrismi vocali del musicista irlandese che lascia il pubblico con il fiato sospeso, chiamando al proscenio i suoi splendidi solisti, prima di stenderlo definitivamente con una 15. Cyprus Avenue tra sacro e profano che quando accelera i ritmi già frenetici della serata e reitera il suo canto poderoso è di nuovo pura magia sonora, le ultime parole del concerto sono “It’s Too Late To Stop Now” e mai furono più vere. E non ho esagerato, come potete rilevare anche dalla visione del DVD allegato a questo cofanetto, altra goduria superba!

DVD: Recorded live at The Rainbow, London, July 24, 1973

1. Here Comes the Night 2. I Just Want to Make Love to You 3. Brown Eyed Girl 4. Moonshine Whiskey 5. Moondance 6. Help Me 7. Domino 8. Caravan 9. Cyprus Avenue

Forse dopo questo album termina uno dei periodi di creatività artistica più straordinari della storia della musica rock (anche se la carriera di Van Morrison avrà altri momenti di grande ispirazione non raggiungerà più questi vertici), ma tra il 1968 e il 1973 si è ritagliato uno spazio nell’Olimpo dei grandi e questo cofanetto, assolutamente imperdibile, ne è il giusto coronamento. Il classico disco da cinque stellette: ristampa Live dell’anno!

Bruno Conti

Ennesimo Bravo Armonicista E Cantante Blues. Rob Stone – Gotta Keep Rollin’

rob stone gotta keep rollin'

Rob Stone – Gotta Keep Rollin’ – Vizztone 

La Vizztone è una etichetta di cui Bob Margolin fu uno dei co-fondatori ad inizio 2007 e nel corso degli anni si è costruita un roster di artisti che non gravitano solo nell’area del blues più canonico ma si allarga a comprendere anche artisti soul e R&B (a questo proposito se non lo avete già letto altrove mi dispiace segnalare la morte del grande cantante Otis Clay, avvenuta lo scorso’8 gennaio), spesso già in azione in ambito indipendente ma che con l’aiuto di questa etichetta, faticosamente cercano di raggiungere una maggiore diffusione a livello internazionale, Tra i tanti messi sotto contratto dalla Vizztone c’è anche Rob Stone, di cui questo Gotta Keep Rollin’ è in effetti già uscito a settembre 2014 (ma come dice il famoso detto “meglio tardi che mai”). Si tratta del quarto (o quinto CD) di Stone, ma i primi tre sono fuori produzione da tempo e il quarto, una antologia, viene venduto solo ai concerti dell’armonicista di Boston, che peraltro come molti degli adepti del Blues vive e opera in quel di Chicago da parecchio tempo https://www.youtube.com/watch?v=2eYHqkWKHDU .

Anche in questo album il nostro amico, che oltre a soffiare con vigore nel suo “attrezzo” è anche un buon vocalist, come evidenzia la copertina, si è circondato di un gruppo di musicisti tra i migliori nelle 12 battute classiche: Chris James, chitarrista in tutti i 12 brani del disco e co-produttore con Stone, John Primer, sempre alla chitarra, ospite in un paio di canzoni, il grande David Maxwell al piano in molte tracce e Henry Gray agli 88 tasti in Wired And Tired, più Eddie Shaw al sax in un paio di brani e la sezione ritmica fissa, composta da Patrick Rynn al basso e Willie Hayes alla batteria, oltre ad un manipolo di altri musicisti che si sono divisi tra gli studi di Chicago, Illinois e Tempe, Arizona, dove è stato registrato il disco. Non vi dirò, mentendo, che siamo di fronte ad un capolavoro, ma ad un onesto e solido disco di blues classico, destinato soprattutto agli appassionati del genere, ma anche se non siete degli stretti adepti troverete comunque motivi per un piacevole e corroborante ripasso degli stilemi classici del genere. Sei brani originali firmati dalla triade Stone/James/Rynn e sei cover di brani non celeberrimi: si spazia dal classico Chicago Blues dell’iniziale Wait Baby con il dualismo tra solista di James e l’armonica di Stone che canta con voce sicura sul drive ondeggiante della ritmica, Wonderful Time di Sonny Boy Williamson, oltre all’armonica indaffaratissima ci consente di gustare il piano swingante di David Maxwell.

Lucky 13 è uno shuffle come mille, sempre piacevole comunque, grazie alla chitarra di Primer; Anything Can happen è uno dei due brani che prevede la presenza del sax di Eddie Shaw e va di jump & boogie, come pure, lo dice il titolo, Move Baby Move, con She Belongs To Me che grazie alla sua batteria accarezzata con spazzole dell’ospite Frank Rossi ha un approccio più ricercato. Strollin’ With Sasquatch è l’unico strumentale dell’album, uno slow dove Rob Stone dà fiato con vigore alla sua armonica, con Wired And Tired che ha un bel feel alla Muddy Waters, anche grazie, di nuovo, al piano scandito di Henry Gray e Cold Winter Day, ancora con Primer alla solista, è una cover di un brano di Blind Willie McTell, un altro bel lento dove oltre alla chitarra si apprezzano il piano di Maxwell e l’immancabile armonica. It’s Easy To Know How è l’unica canzone dove si vira leggermente verso un ambientazione R&B, per poi tornare alla “retta via” con Blues Keep Rollin’ On e concludere in bellezza con la swingante Not No Mo’ che ci permette di gustare in azione di nuovo tutti i solisti del disco in un divertente finale.

Bruno Conti

Tre Album Belli Di Fila Non Sono Un Caso, Ormai E’ Uno Dei “Nostri”! Tom Jones – Long Lost Suitcase

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Tom Jones – Long Lost Suitcase – Virgin/EMI CD

Thomas Jones Woodward, meglio conosciuto come Tom Jones, a settant’anni suonati (75, per la precisione) si è finalmente deciso a fare musica come si deve. Per più di cinque decenni infatti il cantante gallese ha messo la sua formidabile voce al servizio di canzonette pop di poco conto ( non sempre), che hanno sicuramente contribuito a portare il suo conto in banca a livelli notevoli, ma lo hanno sempre reso indigesto ai veri music lovers, perdendo poi anche una buona parte di dignità a inizio secolo con il suo comeback nelle classifiche grazie allo strepitoso successo della pessima Sex Bomb, dopo che ormai buona parte del pubblico lo riteneva artisticamente sepolto in quel cimitero degli elefanti che può essere per certi artisti Las Vegas. Poi, nel 2010, il clamoroso colpo di coda con l’ottimo Praise & Blame, un bellissimo disco nel quale Tom esplorava le sue radici folk, blues e gospel con un suono spoglio ed in gran parte acustico, con Ethan Johns (figlio del grande Glyn) in cabina di regia: un disco in cui il nostro dava nuova linfa a brani della tradizione più profonda, ai quali affiancava covers (Tom è sempre stato un interprete più che un autore) di gente come Bob Dylan, Billy Joe Shaver e Pops Staples.

Una metamorfosi che aveva dell’incredibile, con Johns nei panni di quello che Rick Rubin è stato per Johnny Cash nell’ultimo periodo della carriera dell’Uomo in Nero (che però non aveva mai smesso di fare buona musica, ma veniva soltanto da uno sfortunatissimo periodo alla Mercury, dopo essere stato lasciato a casa negli anni ottanta dalla Columbia) e, in parte, per Neil Diamond (gli album 12 Songs e Home Before Dark), che invece non aveva mai avuto un problema di vendite o di bontà nel songwriting, ma semmai di arrangiamenti gonfi e ridondanti e attitudine da superstar (del tipo “Io sono Neil Diamond e voi non siete un c****!”). La reazione a Praise & Blame fu tale che Tom nel 2012 bissò con l’altrettanto valido Spirit In The Room, che con lo stesso tipo di arrangiamenti essenziali prendeva in considerazione più che altro autori contemporanei (ancora Dylan, Tom Waits, Leonard Cohen, Paul McCartney, Paul Simon, Richard Thompson) ed anche talenti più recenti del calibro di Joe Henry e dei bravi Low Anthem. Ora Tom completa quella che può sembrare una trilogia con l’eccellente Long Lost Suitcase (che viene proposto come il CD di accompagnamento alla nuovissima autobiografia del gallese), un nuovo, bellissimo lavoro che dopo appena un paio di ascolti si rivela perfino superiore ai due precedenti.

Sempre prodotto da Johns Jr., Long Lost Suitcase vede il solito schema, cioè Jones che riprende classici del presente e del passato che hanno avuto una qualche influenza su di lui, ma stavolta con una maggiore propensione elettrica e diversi omaggi al blues (ma folk e anche qualcosa di country non mancano). Tom ha sempre una voce straordinaria nonostante i 75 anni (e l’età gli ha conferito anche un feeling che, repertorio commerciale a parte, in passato non aveva mai palesato), ha ormai trovato la sua dimensione ideale in queste interpretazioni, e Johns è il suo perfetto alter ego: in questo CD c’è molto blues come ho già accennato, ma anche più chitarre ed una sezione ritmica che si fa sentire in misura maggiore rispetto ai due album precedenti, decisamente più folk oriented. I musicisti presenti nel disco non sono molti: a parte Johns, che suona un po’ di tutto, abbiamo l’ottimo Fiachra Cunningham al violino, il noto chitarrista Andy Fairweather-Low (Eric Clapton, Roger Waters, ecc.) alla ritmica, Jeremy Stacey alla batteria, mentre al basso si alternano Ian Jennings e Dave Bronze.

L’album si apre con un pezzo poco noto di Willie Nelson, Opportunity To Cry (era su Pancho & Lefty, il disco del 1983 con Merle Haggard): la melodia è tipica del barbuto countryman texano, e l’arrangiamento spartano non fa che rendere giustizia al brano, con Tom che vocalmente si allinea alle performance da brivido di Willie. Honey Honey è la prima scelta sorprendente, un brano dei Milk Carton Kids, riproposto come se fosse un bluegrass di quando Tom aveva sì e no dieci anni, con banjo e violino a dettare legge e la brava irlandese Imelda May alla seconda voce; Take My Love (I Want To Give It) è il primo blues del CD (di Little Willie John), un giro classico, cantato in maniera potente dal gallese e la band che lo accompagna in maniera tesa ed elettrica, con un bel assolo centrale di Ethan. La nota Bring It On Home (Sonny Boy Williamson, ma anche Led Zeppelin) mantiene il disco in territori blues, con il gruppo che qui è molto più discreto e lascia campo libero alla voce di Tom, il quale si comporta come il più consumato dei bluesman; Everybody Loves A Train è un’altra bella scelta trasversale, un brano poco noto dei Los Lobos (era su Colossal Head, forse il disco più ermetico dei Lupi): Tom con la voce fa ciò che vuole, inizia parlando, quasi gigioneggia, poi nel refrain si lascia andare in tutta la sua potenza, mentre la band commenta in maniera quasi sporca, in pieno stile Lobos.

Nella sua biografia Jones darà sicuramente spazio anche ad Elvis Presley (nel booklet del CD è ritratto insieme a lui e Priscilla), ma invece di scegliere un brano del King opta per Elvis Presley Blues di Gillian Welch, offrendone un’interpretazione sofferta, drammatica, quasi alla Odetta, con Johns che lo circonda con una chitarra vibrata al limite della distorsione: quasi impensabile pensare che stiamo parlando dello stesso personaggio che cantava Delilah. Ed eccoci all’high point del disco (a mio parere): He Was A Friend Of Mine è un pezzo inciso da molti in passato, soprattutto in ambito folk (di Dave Van Ronk la versione più nota, ma anche Dylan la cantava spesso nelle coffeehouses del Village), e qui troviamo solo Tom ed Ehtan con la slide acustica, con il nostro che tira fuori una performance da pelle d’oca, al limite della commozione, sentire per credere. Factory Girl è proprio quella dei Rolling Stones, e qui Jones rispetta la melodia originale (ma che voce) e Johns la riveste di sonorità decisamente bucoliche, mentre con I Wish You Would (Billy Boy Arnold) si torna al blues ruspante, con una versione spedita e roccata, molto anni sessanta, ed una serie di assoli quasi ipnotici.

‘Til My Back Ain’t Got No Bone (di Eddie Floyd, l’ha fatta anche Albert King) rimane in zona blues, ma in maniera più tranquilla, con la solita voce che si staglia imperiosa; Why Don’ You Love Me Like You Used To Do? è un noto brano di Hank Williams, che vede Tom divertirsi con una interpretazione gioiosa e solare, in linea con l’originale, dandoci una delle prove più godibili del disco, quasi non avesse fatto altro che country nella sua carriera. L’album si chiude con la famosa Tomorrow Night (Lonnie Johnson, ma anche Elvis e Dylan), qui in veste jazz afterhours, molto raffinata, e con la deliziosa e countreggiante Raise A Ruckus, un traditional che hanno rifatto in mille, da Jesse Fuller a Uncle Earl, passando per Bill Kirchen e gli Old Crow Medicine Show.

Tom Jones è definitivamente rinsavito (meglio tardi che mai), e Long Lost Suitcase è indubbiamente uno dei dischi più belli del 2015.

Marco Verdi

Anche Senza Fratelli Ed Amici E’ Sempre Grande Musica! Gregg Allman – Live: Back To Macon, GA

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Gregg Allman – Live: Back To Macon, GA – Rounder/Universal 2CD + DVD

Mandati definitivamente in pensione gli Allman Brothers Band (anche se nel mondo della musica non è mai detta l’ultima parola, basti vedere i Grateful Dead che, dopo i concerti d’addio, ci hanno preso gusto e hanno deciso di proseguire con l’aiuto di John Mayer) Gregg Allman ha oramai soltanto più la carriera solista della quale prendersi cura, anche se l’età avanzata e la salute non proprio di ferro lasciano più di un dubbio per il futuro (anche se ha già programmato concerti fino al 2016). Il suo ultimo disco di studio, Low Country Blues (del 2011) http://discoclub.myblog.it/2011/01/12/il-notaio-conferma-grande-disco-gregg-allman-low-country-blu/  era forse il suo lavoro migliore insieme all’esordio solista Laid Back, un solido disco di rock-blues nel quale il vecchio Gregg dimostrava di non aver perso un’oncia né dell’antico magic touch né della sua proverbiale maestria (oltre a mostrare una grinta invidiabile per un quasi settantenne). Ora il nostro pubblica questo doppio Back To Macon, GA, registrato nella cittadina dove tutto ebbe inizio (ma anche dove finirono in maniera tragica le vite prima del fratello Duane e poi di Berry Oakley) il 14 Gennaio dello scorso anno nella suggestiva cornice della Grand Opera House, un teatro di appena mille posti costruito nel lontano 1884.

Nel corso del concerto Gregg ripercorre un po’ tutta la carriera, inserendo naturalmente anche parecchi brani della band che gli ha dato la popolarità (ma evitando fortunatamente Two the Hard Way, il disco inciso nei settanta con l’allora fidanzata Cher), fornendo una performance solida e vibrante, lontana dell’essere solamente un pretesto per autocelebrarsi come hanno fatto di recente, peraltro molto bene, i Lynyrd Skynyrd con One More For The Fans (nel quale compare pure Allman stesso con la splendida Tuesday’s Gone), anche perché un progetto analogo dedicato a Gregg era già uscito lo scorso anno, il bellissimo All My Friends. In Back To Macon vediamo quindi Gregg accompagnato solo dalla sua road band (oltre al figlio Devon ospite alla chitarra e l’ex Allman Brothers Marc Quinones alle percussioni, abbiamo Scott Sharrard alle chitarre, Ron Johnson al basso, Ben Stivers alle tastiere, Steve Potts alla batteria, Jay Collins al sassofono, Art Edmaiston e Dennis Marion alla tromba, mentre Gregg si divide tra piano, organo e chitarra), senza neppure mezzo ospite (Warren Haynes in almeno una canzone potevo anche aspettarmelo, Dickey Betts no dato che non si parlano da anni), ma il risultato finale è forse ancora più compatto ed unitario, in quanto c’è solo Gregg con le sue canzoni, senza gli alti e bassi tipici dei tributi.

Inutile dire che nei  sedici brani del doppio CD (nel DVD, o BluRay, ce ne sono due in più, Stormy Monday e Floating Bridge) c’è di che godere, grazie ad una serie formidabile di pezzi che, anche se in molti casi si conoscono a menadito, fa sempre un immenso piacere riascoltare, anche se in versioni più sintetiche e meno dilatate di quelle proposte dagli Allman Brothers. Circa un’ora e mezza (nel CD) di grandissima musica, durante la quale Gregg, che è ancora in possesso di una formidabile voce, ci delizia con una serie di performance elettriche e ad alto tasso emozionale, ben seguito da un ensemble di musicisti che non ha paura di nessuno.

Il primo CD si apre, forse non a caso, nello stesso modo del mitico Live At Fillmore East, cioè con il classico di Blind Willie McTell Statesboro Blues, potente come sempre, con Sharrard che cerca di non far rimpiangere Duane (compito assai arduo), Gregg che canta subito alla grande e piano e fiati che girano a mille. Poi il nostro alterna classici degli Allman ad episodi del suo passato solista (qui presenti in misura maggiore): tra i primi troviamo una grintosa Ain’t Wastin’ Time No More, con un grande assolo chitarristico, e soprattutto la strumentale Hot’Lanta, infuocata come nelle migliori serate degli ABB, mentre tra i secondi la fluida I’m No Angel, tipica southern ballad, calda e profonda (e che voce), il blues lento e notturno con accenni jazzati Queen Of Hearts, eseguito con classe sopraffina, lo scattante blues di Muddy Waters I Can’t Be Satisfied, unico estratto da Low Country Blues a parte Floating Bridge sul DVD, la cover di These Days di Jackson Browne (era su Laid Back), che ci fa apprezzare il Gregg Allman balladeer, lo scintillante slow Brightest Smile In Town, introducendo il quale Gregg ricorda con orgoglio che è stato inciso anche da Ray Charles, per terminare con una squisita cover di I’ve Found A Love di Wilson Pickett, piena di anima, con Gregg che canta come se non ci fosse domani e la band che suona da Dio.

Nel secondo dischetto si ribaltano le gerarchie, in quanto del repertorio solista di Gregg sono presenti soltanto la solida Before The Bullets Fly e l’inedita Love Like Kerosene, un veloce rock-blues scritto da Sharrard, buono ma non trascendentale. Poi è tutto ABB, a partire da quella che è erroneamente considerata la canzone più popolare del Gregg Allman solista, cioè Midnight Rider: la versione famosa è infatti quella su Laid Back, ma Gregg l’aveva già “provata” qualche anno prima con i Brothers su Idlewild South; a seguire abbiamo una tostissima Don’t Keep Me Wonderin’, la leggendaria Melissa, una ballata che non ha bisogno di presentazioni ma va solo ascoltata in religioso silenzio, la mitica Whipping Post, che qua non è forse nella sua versione definitiva (è molto più corta di come la facevano gli ABB) ma è sempre un gran bel sentire, ed il classico di Sonny Boy Williamson One Way Out (che chiude il concerto), un pezzo che Gregg secondo me riuscirebbe anche a suonare bendato e con una mano sola.

Un bellissimo live album, che chiude, forse, il cerchio di una splendida carriera, con il rimpianto di non aver mai visto passare dalle nostre parti un musicista di questo calibro.

Marco Verdi

Dal Vivo In Canada, Mais Oui! Brandon Santini – Live & Extended

brandon santini live & extended

Brandon Santini – Live & Extended! VizzTone Label

Nuovo e terzo album per Brandon Santini, il primo per una label “importante” (almeno nel blues), dopo due CD pubblicati a livello indipendente. Il nostro amico, che è considerato uno dei migliori armonicisti emergenti (e non solo), è andato la scorsa estate in Canada, come lascia intuire il logo del Festival di Quebec in copertina e la presentazione in francese ad inizio concerto (mais oui!), per registrare quello che è il suo primo album dal vivo e che quindi gode di pregi (tanti) e difetti (inesistenti) delle prove live: molti classici nel repertorio del giovane artista di Memphis! In ogni caso ci sono anche alcuni pezzi che sono farina del suo sacco, tra cui un paio che vengono presentati come nuovi nel lancio dell’album. Il “ragazzo” (a poco più di 30 anni nel blues lo si è) è veramente bravo, ha un ottimo phrasing, potenza e varietà nel suonare l’armonica ed è pure in possesso di una bella voce, che volete di più  https://www.youtube.com/watch?v=EVslLijkURY ? La partenza è subito micidiale con una poderosa versione di One More Mile, che nel caso porta la canonica firma Mckinley Morganfield, la band, con l’eccellente Timo Arthur alla chitarra ed una sezione ritmica che pompa di gusto, nelle persone di Nick Hern al basso e Chad Wire alla batteria,e  permette a Santini di soffiare con vigore e classe inusitati nella sua armonica: è un veloce hors-d’oeuvre, per rimanere in questa ambientazione francese, ma permette di apprezzare subito la bravura di questo musicista https://www.youtube.com/watch?v=TPQSDFTZxBo .

Le cose si fanno subito serie con una lunga e turbinante versione di This Time Another Year, il brano firmato con Charlie Musselwhite, che era anche la title-track dell’ultimo album di studio (di cui naturalmente vi avevo parlato http://discoclub.myblog.it/2014/01/12/quasi-gemelli-nel-blues-brandon-santini-jeff-jensen/ e poi uno slow di quelli “importanti” come Elevate Me Mama, altri sei minuti di puro Chicago blues, a firma di uno dei maestri, Sonny Boy Williamson e nella migliore tradizione del genere, con la voce e l’armonica di Brandon che si ergono imperiose sul classico groove del brano, veramente eccellente! Evil Woman, altra lunga escursione nella maestria all’armonica di Santini, permette di gustare anche un assolo di grande trasporto da parte di Timo Arthur,  prima della conclusione da vero showman, solo voce, armonica e batteria, con il pubblico incitato a partecipare. In Have A Good Time, come da titolo, continua la festa, con un brano che unisce temi surf e rockabilly, grazie alla chitarra guizzante di Arthur, mentre l’armonica riposa e Santini delizia il pubblico con la sua voce potente ed espressiva. Ma è un attimo, il soffio della mouth harp ritorna imperioso nella vorticosa Help Me With The Blues, sempre ben coadiuvato dai guitar licks del bravo Timo, per altri sette minuti di blues dal vivo da sballo, con tutti i “trucchetti” dei grandi performers all’opera.

brandon santini 1 Brandon+Santini

E se non bastasse, dopo una breve pausa, arriva subito una versione della famosa Got Love If You Want It, il celebre brano di Slim Harpo, che una band inglese, anzi “la” rock’n’roll band per eccellenza (ce l’ho qui sulla punta della lingua, inizia per Rolling e finisce per Stones), adattando una parola, ha utilizzato come titolo per il loro primo album dal vivo, in questa versione siamo in ambito rock-blues con la chitarra di Arthur che urla e strepita in risposta alle “provocazioni” dell’ottimo Santini, vero showman sia alla voce quanto all’armonica. Con No Matter What I Do ci “riposiamo” un attimo, si fa per dire, nelle braccia di un caldo Chicago Blues, prima di rituffarci in uno dei brani migliori del repertorio di Santini, What You Doing To Me, una raffinata New Orleans song composta insieme a Victor Wainwright e Jeff Jensen, compagni d’avventura nell’album di studio, e ottimi bluesmen in proprio. A seguire, il tour de force della lunghissima, oltre otto minuti, My Backscratcher, un brano di Frank Frost,  che parte forte e poi accelera ancora, sembra quasi di sentire la mitica J Geils Band dei tempi d’oro, tra rock e blues, come se loro vita dipendesse da questo. I Wanna Boogie With You, un titolo, un programma, è uno dei brani nuovi di Santini, con la band ancora in overdrive, fuoco e fiamme che covano nei classici ritmi del blues e del R&R, grandissimi, prima di lasciarci ancora con un esempio da manuale del miglior blues urbano offerto in una pimpante Come On Everybody che conclude in gloria un concerto che sancisce la gran classe di questo combo e del suo leader, il bravissimo Brandon Santini!

Bruno Conti

Trentuno Anni Dopo Ancora I Ten Years After – The Friday Rock Show Sessions – Live At Reading ’83

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Ten Years After – The Friday Rock Show Sessions – Live At Reading ’83 – Talking Elephant

Poco più di un anno fa, il 6 marzo del 2013, ci lasciava Alvin Lee, per le complicazioni a seguito di un intervento di routine avvenuto in Spagna pochi giorni prima. Stranamente, da allora, non c’è stato il solito diluvio di pubblicazioni postume e ristampe che di solito fanno seguito a questi eventi luttuosi (ma c’è sempre tempo, fido nell’industria discografica, un po’ di sana ironia non guasta), solo un Last Show, documentazione di uno degli ultimi concerti di Alvin Lee e ora la ristampa di questo The Friday Rock Sessions. E sì perché di ristampa parliamo, questo concerto era già uscito una prima volta nel 1990, sia in CD che in LP, per la Raw Fruit Records, quindi non una novità assoluta, ma comunque un disco non di facile reperibilità e poco noto. Parliamo di un concerto registrato dalla BBC al Festival di Reading nell’agosto del 1983, per la loro famosa trasmissione radiofonica dallo stesso nome (non è il concerto completo https://www.youtube.com/watch?v=lppp7Wf64qU).

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Una delle rare reunion della band originale, dopo lo scioglimento avvenuto nel 1975, e che si sarebbe ripetuta solo nel 1988-89 per un album di studio, About Time, e poi nel 1994 per l’EuroWoodstock a Budapest. Anche questa prima reunion in realtà avvenne una prima volta, nel marzo dell’83, per festeggiare il 25° anniversario del Marquee, il locale di Londra dove era iniziata la leggenda dei Ten Years After https://www.youtube.com/watch?v=fUElIoXqA3o . Nella replica di agosto, sul palco sale una formazione ancora in grande spolvero, non ci sono dischi da promuovere, quindi il repertorio ruota attorno ai classici, otto brani in tutto, con i due cavalli di battaglia, Can’t Keep From Cryin’ Sometimes e I’m Going Home (stranamente abbreviata in Going Home sul retro copertina), entrambi non nelle solite versioni monstre oltre i dieci minuti, ma in ogni caso posti a chiusura del concerto. Va anche detto che la qualità della registrazione è eccellente e la scelta delle canzoni ci permette di gustare ancora una volta uno dei migliori gruppi della storia del rock(blues) britannico e anche un chitarrista che del virtuosismo era uno dei massimi rappresentanti: il riff di Love Like A Man è uno dei più famosi di sempre, e la sezione ritmica di Leo Lyons e Ric Lee è sempre solidissima, come pure il lavoro di raccordo alle tastiere di Chick Churchill, essenziale e discreto https://www.youtube.com/watch?v=ecczfXTHHZM . Così Lee può scatenarsi anche con una devastante Good Morning Little Schoolgirl, dove le sue scale velocissime alla chitarra sono ancora oggi un piacere per le orecchie, il duetto chitarra-basso nel lungo assolo è come al solito da sballo, uno degli originatori dell’air guitar davanti agli specchi, con il pezzo di Sonny Boy Williamson che diventa l’epitome del rock’n’roll, con una forza e una potenza devastanti https://www.youtube.com/watch?v=w4m1wCCWCrM .

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Non manca il primo amore di Alvin Lee (o forse il secondo, perché il primo fu il R&R di Elvis) con una Slow Blues in “C” da incorniciare, lenta e maestosa, classica nel suo dipanarsi, rispettosa degli stilemi del genere, ma attraversata dalla grinta che alcuni bianchi seppero dare al genere, bellissimo l’assolo di chitarra, fatto di tecnica ma anche di tanto feeling, con Churchill che ci mette del suo all’organo https://www.youtube.com/watch?v=IkL_rt5l-i8 . Suzie Q è una scelta inconsueta per il quartetto britannico, quasi irriconoscibile, sin dall’inizio, con un tempo accelerato che viene poi mantenuto per il resto del brano ed è solo una scusa per le evoluzioni della solista di Alvin, come già detto grande estimatore del rock’n’roll delle origini. Hobbit è in pratica l’immancabile assolo di batteria di Ric Lee, un rito immancabile nei concerti dal vivo dei tempi (ma spesso praticato anche oggigiorno). I May Be Wrong But I Won’t Be Wrong Always era sul primo live della band, quell’Undead registrato al Marquee che illustrava il lato più jazz e raffinato della band e poi parte un altro riff storico, preceduto da un breve scat voce/chitarra di Lee, quello di I Can’t Keep From Cryin’ Sometimes, scritto da Al Kooper per la sua prima band, i Blues Project, ma da sempre associato ai TYA, per dare sfogo alla lunga improvvisazione denominata Extension On One Chord dove la solista di Alvin Lee rivisita alcune delle icone musicali della storia del rock. Manca solo la sua, quella I’m Going Home, che dopo Woodstock è diventata uno dei riti collettivi pagani più eseguiti di sempre, inutile dire che questa versione non può fare a meno di risvegliare mille ricordi, tutti piacevoli. Forse non il miglior Live della discografia del gruppo, il citato Undead, Recorded Live e soprattutto il Live At the Fillmore East 1970 sono superiori, ma questo viene subito dopo.

Bruno Conti

Sempre Nove Sotto Zero, Ma Più Di Trent’Anni Dopo! Nine Below Zero – Don’t Point Your Finger + Third Degree

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Nine Below Zero – Don’t Point Your Finger – 2 CD A&M Universal

Nine Below Zero – Third Degree – 2 CD A&M Universal

Dopo la folgorante ristampa nel 2012 del bellissimo Live At The Marquee, in versione CD+DVD (di cui potete leggere qui http://discoclub.myblog.it/2012/10/06/un-piccolo-classico-nine-below-zero-live-at-the-marquee/), prosegue la ripubblicazione, da parte della Universal, dei primi album dei Nine Below Zero, quelli di studio, usciti per la A&M nel 1981 e 1982. Entrambi, rispetto alle versioni pubblicate dalla BGO, aggiungono un disco, o di materiale dal vivo, nel caso di Don’t Point Your Finger o la versione alternativa dell’album, quella prodotta da Glyn Johns, mai pubblicata prima, e molto migliore rispetto a quella uscita all’epoca, aggiungo io. Il disco da avere è indubbiatemente il Live At The Marquee, e i motivi, come ricordato sopra, li trovate nel Post a lui dedicato, ma soprattutto Don’t Point Your Finger (At The Guitar Man), per restituirgli il titolo completo, è ancora un signor disco. Siamo nel 1981, in piena epoca New Wave (anche il precedente Live era uscito solo l’anno prima), ma il gruppo, almeno per questo disco, resiste ancora alle mode musicali del tempo: c’è la grinta del punk e del combat rock di alcuni gruppi e solisti britannici che impazzavano all’epoca, ma anche il rigore di certo pub rock e blues corrosivo, tipico dei Dr. Feelgood, c’è l’onda lunga della second wave del British Blues (o terza, se preferite), con gruppi come la Blues Band di Paul Jones, la De Luxe Blues Band di Danny Adler, o band come i Rockpile, che avevano elementi roots, R&R e blues nella loro musica, per non parlare dei vari Costello, Graham Parker, il primo Joe Jackson, Nick Lowe, i Jam di Paul Weller, che suonavano un rock energico, misto a pop, che aveva molti punti di contatto con i Nine Below Zero, e ne parliamo tra un attimo, in relazione a Third Degree.

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La differerenza sostanziale rispetto a molti dei nomi citati era la presenza di un’armonicista al limite del virtuosismo come Mark Feltham che alzava molto la quota Blues nell’ambito sonoro del gruppo. E in Don’t Point Your Finger armonica ce n’è ancora molta, suonata in un modo particolare, molto energico, vicino al rock, simile a quello che avrebbe usato nella decade successiva John Popper dei Blues Traveler. Un soffio poderoso, elettrico, che si fa largo tra le sciabolate e i riff energici di Dennis Greaves, il chitarrista e voce solista, nonché autore principale della band che, forse anche per colpa delle scelte della casa discografica, emarginerà sempre di più la presenza di Feltham dai loro dischi, con la fine della prima parte della loro storia dopo l’uscita di Third Deegree. Non dimenticate che il nome derivava da un famoso brano dell’armonicista Sonny Boy Williamson, ma era diventato a sua volta molto conosciuto in Inghilterra perché veniva utilizzato in una popolarissima sitcom della BBC, The Young Ones,  in onda proprio in quel periodo e dove appariva anche il gruppo, nella prima puntata, con 11 Plus 11.

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Musicalmente, si diceva, il disco attinge molto dal blues, ma anche dal R&B, da certa mod music di cui erano stati maestri gli Who negli anni ’60 e uno dei loro produttori preferiti, Glyn Johns, si occupa dell’album. Dennis “The Menace” Greaves scrive la quasi totalità dei brani, con un piccolo aiuto dal batterista Mickey Burkey in tre, mentre le tre cover sono dei classici: Treat Her Right, del soul, un brano che hanno fatto in tantissimi, da Otis Redding a Jerry Lee Lewis, passando per Thorogood e Rory Gallagher, le cui traiettorie si sono intrecciate per alcuni anni con quelle di Feltham, quando l’armonicista entrò nella sua band, portandosi poi via la sezione ritmica per dare vita ad una nuova breve versione dei Nine Below Zero, versione in stile NBZ a tutta velocità, con armonica e chitarra in grande spolvero; Sugar Mama, il pezzo di Chester Burnett (a.k.a. Howlin’ Wolf) è uno slow blues di quelli canonici e tosti, grande versione, in tutto degna del disco dal vivo http://www.youtube.com/watch?v=ie4LPys-A8g , mentre Rockin’ Robin è un altro piccolo gioiello dal passato, un rock’n’roll scatenato che permette alla sezione ritmica di mettersi in evidenza mentre Greaves e Feltham sono indaffaratissimi. Ma tutto l’album funziona, dall’iniziale tiratissima One Way Street, che ha il solito tiro frenetico dei migliori brani dei NBZ, passando per il rock di Doghouse, con l’armonica di Feltham che ricorda moltissimo le sonorità del suo “discepolo” John Popper http://www.youtube.com/watch?v=PWOrE5UMGtU . Helen è una delle loro rare concessioni (fino a quel momento) al pop melodico, deliziosa comunque, ma si torna subito al blues classico con una Ain’t Comin’ Back dove Greaves si cimenta anche alla slide http://www.youtube.com/watch?v=04NS3jTvCbs , ottime anche I Won’t lie e Three Times Enough che ricorda i migliori Dr. Feelgood, ma tutto il disco è di ottima qualità.

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E in più gli hanno aggiunto, in questa versione doppia, il concerto completo, registrato il 24 ottobre del 1981 al Granary di Bristol per la serie BBC Session – In Concert http://www.youtube.com/watch?v=taiyq3nCZns , che se non raggiunge lo splendore di Live At The Marquee, poco ci manca: tra le chicche una scoppiettante Don’t Point Your Finger At The Guitar Man che riscopre gli splendori del migliore rockin’ blues, Three Times Is Enough che nella versione in concerto, se possibile, acquista ulteriore grinta, il loro classico Ridin’ On The L&N cantata a squarciagola e con Feltham che fa i numeri all’armonica, Eleven Plus Eleven che sarebbe uscito nel successivo Third Degree, una sontuosa I Can’t Quit Baby, blues all’ennesima potenza, Treat Her Right (abbiamo un riff, geghe geghe geghe, uhm!) http://www.youtube.com/watch?v=QyXzuCZ2jN4 , Sugar Beat (And Rhythm Sweet), il nuovo singolo che ha un giro di basso e un ritmo che ricorda i migliori Police, più scatenati. Per concludere con i quasi dieci minuti di una versione indemoniata di One Way Street che incorpora nel lungo medley classici del soul, del r&R e del blues.

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Più o meno un paio di mesi prima erano entrati in studio ancora con Glyn Johns, per registrare il nuovo album Third Degree (ma questo il pubblico non lo sapeva). E non sapeva neppure che la casa discografica, la A&M, aveva respinto quella versione, in favore di una nuova versione, prodotta da Simon Boswell, che incorporava tutti gli stereotipi del pop britannico di quegli anni, 11 brani 11, tutti firmati da Greaves, ma con un sound molto commerciale, quasi new wave, basso slappato, ritmi spezzati, più di un accenno di reggae. Di 11+11 abbiamo detto, la versione è gagliarda http://www.youtube.com/watch?v=ExM1vP-rhH4 , con Feltham ben presente all’armonica e Greaves alla chitarra, come nella successiva, ancora buona, Wipe Away Your Kiss, un giro di basso alla Taxman o tipo Jam (che erano quasi la stessa cosa), tastiere aggiunte, coretti sgargianti, la chitarra tagliente, ma niente armonica. Che però riappare nella vivace Why Can’t We Be What We Want To Be, pop ma ancora di buona qualità. Tearful Eye sembra un brano di Nick Lowe, come solista o con i Rockpile, niente male devo dire, e anche True Love Is A Crime rimane su quelle coordinate sonore, con un breve intermezzo, pur se brevissimo, dell’armonica di Feltham. Ma Egg On My Face ha sempre quel sound dove il basso è in primissimo piano, l’organo si fa largo e lo spazio per l’armonica è meno marcato, in questo suono decisamente pop. Sugarbeat (and Rhythm Sweeet) nella versione di studio accentua le somiglianze con i Police, l’armonica è tristemente in sottofondo, come nella successiva Mystery Man, che ricorda gli episodi più orecchiabili dei Jam o addirittura dei Level 42, niente di male http://www.youtube.com/watch?v=TNCyc32M-B8 , ma con i NBZ, come direbbe Tonino, che c’azzecca. Loro sono sempre bravi ma East Street, SE 17 con i suoi ritmi ska-reggae sembra un pezzo dei Madness e You Don’t Love Me oscilla addirittura verso Spandau Ballet e New Romantics, prima di una ultima vigorosa scrollata di armonica e chitarre a tutto ritmo con la conclusiva You Can’t Say Yes And You Can’t Say No, ma sempre con il basso molto marcato di Brian Bethell in primo piano nel missaggio.

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La versione di Glyn Johns, che appare nel secondo CD, è meno pompata e commerciale, ma forse più vicina allo spirito della band e anche se la versione di Why Don’ You Try Me Tonight, che era apparsa su Borderline, non raggiunge i vertici di quella di Ry Cooder, è sempre un bel sentire rispetto ad alcuni brani della versione ufficiale di Third Degree, e l’armonica si sente, eccome se si sente http://www.youtube.com/watch?v=J15SPf2OEZ0 . Mama Talk To Your Daughter è un blues coi fiocchi, i controfiocchi e tutto il pappafico, bellissima. E anche Johnnie Weekend non presente nell’album uscito nel 1982 è un brano per nulla disprezzabile. E, come dicevo all’inizio, tutta questa versione mi sembra decisamente migliore di quella di Boswell, più naturale e organica al sound della band. Comprando questa versione doppia del CD, con il combinato dei due album, anche Third Degree rimane un album su cui mettere le mani, mentre Don’t Point Your Finger, nell’economia del gruppo, ma non solo, si avvicina quasi all’indispensabile. Se poi pensate che sono usciti a prezzo speciale, io un pernsierino ce lo farei.

Bruno Conti

Un “Nuovo” Disco di Big Walter Horton, E Che Disco! Live At The Knickerbocker

big walter horton live knickerbocker

Big Walter Horton – Live At The Knickerbocker – JSP Records

Un nuovo album di Big Walter Horton, uno dei più grandi armonicisti del Blues, a circa 33 anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel dicembre del 1981? Quasi. Riprovo: una nuova versione in CD di un disco dal vivo che ha vissuto diverse incarnazioni nel corso degli anni? Già meglio. In effetti questo Live At The Knickerbocker è uscito varie volte nel corso degli anni: una prima volta, in vinile, nel 1980 (mi sa che ce lo avevo ai tempi, la copertina mi ricorda qualcosa), a nome Walter Horton e con il titolo di Little Boy Blue, sette brani e diversa sequenza degli stessi, con una traccia attribuita a Left Hand Frank.

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Stessa copertina e titolo, per una prima edizione in CD, sempre per la JSP, uscita nel 1989, i brani diventano nove, la sequenza è quella esatta ed i primi tre sono giustamente attribuiti a Sugar Ray & The Bluetones, che poi diventano la band di supporto del grande musicista di Horn Lake, Ms, per i restanti sei. Nel 2001 (qui vado un po’ a memoria, mi sembra), esce nuovamente, questa volta come Walter Horton Live At The Knickerbocker. E siamo al 2014, questa versione appare con il nome di Big Walter Horton Featuring Ronnie Earl-Sugar Ray, nuova copertina, nuove foto, con le vecchie liner notes dell’edizione 1998 (ebbene sì, ne era uscita una versione anche quell’anno), quello che non cambia è lo straordinario contenuto di questo concerto, forse l’ultimo registrato da Horton, nel 1980, un anno prima della sua morte, ma quando era ancora in grandissima forma.

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Ed i comprimari non sono da meno: tutti giovani e molto tempo prima di essere riconosciuti tra i grandi del blues bianco degli ultimi 30 anni. Sugar Ray Norcia, alla voce e all’armonica è già un grande talento e ancor di più, alla chitarra c’è un tale Ronnie Horvath, prima di acquisire il suo titolo nobiliare di Earl del blues. Gli altri tre accompagnatori sono “Little Anthony Geraci”, ottimo pianista, il bassista Michael “Mudcat” Ward e l’unica nera del gruppo (a parte Big Walter, ovviamete), la flemmatica e misteriosa batterista Ola Mae Dixon. Nella sua lunga carriera, Big Walter Horton, definito da Willie Dixon il più grande armonicista che abbia mai ascoltato, non è quasi mai stato un prim’attore, la sua discografia è abbastanza scarna, a differenza di quella di gente come Little Walter o Sonny Boy Williamson, però ha partecipato a molte delle registrazioni cruciali della storia del blues di Chicago, come spalla di lusso.

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In questa veste forse qualcuno se lo ricorda nel film Blues Brothers, dove era l’armonicista nel gruppo di John Lee Hooker. Ma dal vivo era una forza della natura, acustico od elettrico, a detta di tutti gli appassionati di blues e di armonica in particolare, quello in possesso di una tecnica unica e di una forza nel soffio che hanno influenzato intere generazioni di strumentisti negli anni a venire https://www.youtube.com/watch?v=FghNW94YUaM . Sentite proprio uno dei suoi discepoli, Sugar Ray, come si faceva semplicemente chiamare agli esordi, nella tripletta di brani che aprono questo concerto: una Cry For You dal repertorio di Billy Boy Arnold, con il gruppo che ricorda moltissimo i Bluesbreakers dei primi anni, seguita da uno slow eccellente come Lord Knows I Tried, dove Ronnie Earl dimostra già di essere quel chitarrista formidabile che abbiamo apprezzato nel corso degli anni, al sottoscritto sembra di ascoltare un giovane Michael Bloomfield, fantastico e Sugar Ray Norcia mi ricorda alla voce il giovane Peter Green. Country Girl era uno dei cavalli di battaglia della coppia Buddy Guy/Junior Wells e i “giovani” Norcia e Horvath fanno di tutto per non farli rimpiangere https://www.youtube.com/watch?v=N-6CqQz3ilI .

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E Big Walter non è ancora arrivato, quando sale sul palco stende subito tutti con una poderosa Walter’s Shuffle, con la band che attacca un groove micidiale ed il pubblico del piccolo Knickerboxer (un caffè nel mezzo del nulla a Westerly, Rhode Island, un posto che ancora esiste, il locale ovviamente) dimostra di apprezzare https://www.youtube.com/watch?v=ZHxo3APxurI . Little Boy Blue, che dava il titolo al disco originale, è un brano di Robert Lockwood Jr., Horton non ha una gran voce, ma tonnellate di feeling e quando inizia a soffiare nell’armonica è un grande trascinatore (fisicamente non era messo molto bene, come si vede dalla foto, ma la grinta non manca). It’s Not Easy è un altro dei pezzi da novanta del suo repertorio, in origine si chiamava Easy ed era una canzone di tale Jimmy Deberry, poi qualcuno gli ha fatto notare che il brano non era poi così “easy” nel suo intricato lavoro di armonica ed il nuovo nome è rimasto, sentire per credere. Two Old Maids viaggia ad una velocità molto più sostenuta dell’originale 78 giri pubblicato da Horton per la Sun nel 1953 e dimostra che il nostro amico era ancora in forma strepitosa, circa un anno prima della sua scomparsa. Altro slow blues ed altra occasione per mostrare la sua classe per un Ronnie Earl in grande spolvero, questa volta alla slide in una grandissima What’s On Your Worried Mind? dove l’interscambio con l’armonica è continuo. La conclusione è affidata ad un altro shuffle come Walter’s Swing in cui l’armonica viaggia ancora alla grande, caspita se viaggia.

magic sam live

Questo CD, se amate il Blues, va preso e messo lì nella vostra discoteca accanto al recente Magic Sam, Live At The Avant Garde, dischi così non se ne fanno quasi più!

Bruno Conti