14/05/2013
Figli(a) D'Arte. Cassie Taylor - Out Of My Mind
Cassie Taylor – Out Of My Mind – Yellow Dog Records
Questa volta parliamo di “Figli D’Arte”, una categoria non numerosa ma di difficile collocazione. Che genere fanno? Chi sono? Sono bravi? Alla prima domanda non saprei rispondere, alla seconda sarebbe troppo lunga la risposta, alla terza potrei citarne alcuni: Jeff Buckley, Rosanne Cash e altri fratelli e sorelle, Rufus Wainwright e sorelle varie, Hank Williams Jr e figli e nipoti, Norah Jones e Jakob Dylan sicuramente lo sono, qualcuno mette nella lista anche Dhani Harrison, ma francamente…Cassie Taylor, 26 anni, figlia di Otis, cantante, autrice, produttrice, arrangiatrice, finanziatrice del suo disco (ha fatto vendere la macchina al marito per pubblicare questo album) e infine anche bassista, in questo Out Of My Mind. E pensate che al termine del primo brano Ol’ Mama Dean (Part 1) volevo togliere il dischetto dal lettore e scaraventarlo nel cestino, non perché fosse particolarmente brutto ma abbastanza inutile (al di là dell’ottimo lavoro del chitarrista Steve Mignano), quelle canzoni che non iniziano mai e quando iniziano sembrano opera del Lenny Kravitz meno ispirato.
Forse ho esagerato, ma era per capirci meglio, poi ho preso il Manuale del Perfetto Recensore, quello dove dice che un disco bisogna sentirlo più volte e non fermarsi mai alla prima impressione. Fatto. Il pezzo continua a non piacermi un granché, ma non mi sembra più così orribile: sarà per questo che il secondo, dove la situazione migliora un tantino, sia Mama Dean (Part 2)? Può essere: intanto comincia a definirsi il genere del CD, sapete, quello del file under. Direi tra blues e soul, più il primo, nel brano in questione, non ci sono i lati folk e etnici del babbo, ma il rock è presente e si fa apprezzare, senza grandi voli pindarici ma lentamente, anche grazie alla slide di Mignano e all’organo della stessa Taylor, con la successiva Spare Some Love, dalle atmosfere sospese e più chiaramente blues dove anche la voce di Cassie si fa più intensa e partecipe, mentre in Out Of My Mind si vira decisamente verso un soul molto piacevole e coinvolgente, quasi da “girl group”, la Taylor si sdoppia in una sorta di Diana Ross & the Supremes fai da te, prendendo sia il ruolo di voce solista che di controcanto, chitarra, organo e basso lavorato con l’archetto sono ben arrangiati (sempre lei lo fa). Lay My Head On Your Pillow, è una ballata lenta, sempre piacevole, anche in versione quasi acoustic soul, evidentemente il lavoro con il padre, nei dischi del quale appare molto spesso, ha dato i suoi frutti. New Orleans, con un tromba aggiunta al classico trio, chitarra, basso e batteria, ha un’aria più sexy e sbarazzina ancorché il sound della Crescent City non venga centrato perfettamente: perché, se mi posso permettere, sempre in accordo a quel Manuale seguito alla lettera, non è che la nostra amica abbia una voce così formidabile o particolare, come l’augusto genitore, adeguata ma non molto di più.
E il materiale, come detto tutta a sua firma, non sempre brilla, No Ring Blues, lo è nel nome, blues, ma non di fatto, altra canzone di quelle che non decollano mai, con il basso della ragazza sempre molto in evidenza ma a scapito della sostanza, il solito Mignano si difende e eleva il livello. No No è un rock più tirato ma ha sempre quel sound un po’ turgido che non entusiasma. Decisamente meglio Forgiveness, con il fascino degli arrangiamenti più ricchi del padre, elementi folk e uso di tromba e basso tuba lo rendono più efficace . Solita apertura con il basso (quasi tutti i brani iniziano così, va bene che è il suo strumento, però) anche per Gone And Dead, ma ritorna questa “indecisione” nella costruzione del brano, siamo sempre allo stesso punto, è un impressione personale, ovviamente, anche se tuba e organo cercano di dare passione, non sempre ci riescono. That’s My Man è dedicata a quel sant’uomo che ha venduto la macchina per permetterle di realizzare questo CD e spero che lo stesso venda abbastanza per ripagarlo, ed è nuovamente un rock più deciso anche se non brillantissimo (la qualità che latita in questo prodotto). Alla fine quello che è forse il brano migliore, Again, una bella ballata pianistica di impianto quasi gospel-soul, cantata con passione e con l’aggiunta di un contrabbasso suonato con l’archetto che aggiunge classe alla canzone. Se devo essere sincero, non dovendo recensirlo, non so se lo avrei comprato, ma brani come l’ultimo e qualcun altro in percorso d’opera si meritano una striminzita sufficienza, se i soldi bastano cercare con urgenza un produttore!
Bruno Conti
11:06 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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20/04/2013
Un Tributo Di Gran Classe! Shannon McNally - Small Town Talk
Shannon McNally – Small Town Talk (Songs Of Bobby Charles) –Sacred Sumac 2013
La signora (per chi scrive) è una delle più intriganti “rockers in gonnella” in circolazione, da dieci anni a questa parte. Lei si chiama Shannon McNally ed è ormai una realtà del cantautorato femminile americano: gli incidenti di percorso non sono certo mancati, ed è per questo che il talento della McNally sembrava destinato a perdersi nel sottofondo musicale a stelle e strisce. Questa ancora giovane songwriter originaria di Long Island, ma da tempo accasatasi tra le paludi della Lousiana (New Orleans), da autentica musicista di strada aveva colto l’occasione giusta entrando in contatto con l’entourage della Capitol, per la pubblicazione dell’esordio Jukebox Sparrows (2002), il più convincente Geronimo (2005), qualche EP sparso (compreso uno con Neal Casal Ran On Pure Lightnin'), per poi approdare al primo live della carriera North American Ghost Music (2006) un disco aspro e chitarristico, con brani lunghi (tra i cinque e sei minuti). In seguito senza uno straccio di contratto (ricorrendo al finanziamento dei fans), incide due buoni lavori come Coldwater (2009) e Western Ballad (2011) e un altro disco dal vivo Live At Jazz Fest 2011 di difficile reperibilità (sono quelli registrati a New Orleans e distribuiti in loco). shannon-mcnally-coldwater.html
In questo Small Town Talk, Shannon rilegge a modo suo le canzoni di Bobby Charles (una cover di una dolcissima Tennessee Blues era in Geronimo), un grande autore di New Orleans scomparso nel 2010 (i suoi brani sono stati portati al successo da artisti del calibro di Fats Domino e Bill Haley) e nel 2007 entrato a far parte della Music Hall of Fame, per il contributo dato alla musica della Louisiana. Il disco prodotto dalla stessa McNally e Mac Rebennack e con l’aiuto del grande Dr. John (che sempre Mac Rebennack è), si avvale di ottimi musicisti di “area” quali lo stesso Rebennack alle tastiere, Herman Hernest alla batteria, David Barare al basso, John Fohl alle chitarre, oltre alla presenza di ospiti di certificato spessore che rispondono al nome di Vince Gill, Derek Trucks, Luther Dickinson e Will Sexton (fratello del più noto Charlie), gli arrangiamenti di archi e fiati sono di Wardell Quezerque, il "Beethoven Creolo". Buona parte di queste canzoni, Shannon le ha pescate dall’album omonimo Bobby Charles (ristampato in edizione deluxe dalla Rhino Hamdade (2011), partendo dal funky iniziale di Street People, dalla chitarra di Luther Dickinson in Can’t Pin A Color, dal duetto dolcissimo con Vince Gill in String Of Hearts, ai riff di chitarra di Derek Trucks nel soul-blues di Cowboys and Indians, proseguendo con la ballata pianistica Homemade Songs con l’apporto alla chitarra di Will Sexton, l’inconfondibile voce del “dottore” nella ritmata Long Face, passando per la splendida tittle track Small Town Talk (co-autore Rick Danko della Band), con l’armonica di Alonso Bowens in primo piano, nella travolgente interpretazione di Love In The Worst Degree, per chiudere alla grande con la canzone forse più bella di Bobby Charles, I Must Be In A Good Place Now, una ballata soul, dove la voce della McNally si insinua alla perfezione in un brano che trasmette pace e tenerezza.
C’e qualcosa nella voce di Shannon che ti cattura e ti seduce, e questa ancora giovane ragazza di New York ormai ne ha fatta di strada e pare lontanissima dai miraggi pop-rock di inizio carriera, si è trasferita armi e bagagli a New Orleans, ha vissuto il dramma dell’uragano Katrina, si è immersa in questi suoni, inventandosi interprete di grande sex-appeal e ricca di sfumature soul. Small Town Talk è un doveroso tributo ad un autore magnifico e poco conosciuto, fatto con cuore e sentimento da Shannon McNally, un’artista che non ha nulla da invidiare a personaggi come Mary Gauthier, Kathleen Edwards e Shelby Lynne. Consigliatissimo!
Tino Montanari
13:40 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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27/02/2013
La Classe Non E' Acqua! Boz Scaggs - Memphis
Boz Scaggs - Memphis - 429 Records/Universal 05-03-2013
Questo signore non è un "pistola" qualunque (inteso come termine colloquiale milanese e non alla Los Lobos o Willy DeVille, per quanto qualche aggancio c'è, ma ci arriviamo fra un attimo)! Sulla scena da quasi 50 anni, il suo primo album, omonimo, uscito solo in Svezia è del 1965, la sua carriera ha attraversato vari fasi: rientrato negli States, nell'area di San Francisco, è stato il primo cantante della Steve Miller (Blues) Band, apparendo nei primi due album del '68, poi ha firmato un contratto con la Atlantic, che ha pubblicato il suo primo album solista, prodotto dal giovanissimo Jann Wenner (il fondatore ed editore di Rolling Stone, la rivista), dove suonava uno stuolo incredibile di musicisti, tutti quelli dei Muscle Shoals Studios, luogo dove fu inciso il disco, Eddie Hinton, David Hood, Barry Beckett, Jimmy Johnson, Roger Hawkins e uno strepitoso Duane Allman, che tra l'altre, appare in una fantastica Loan Me A Dime, brano in cui, secondo me, rilascia quello che è il più prodigioso assolo di studio della sua breve carriera (e per questo gliene sarò sempre grato). Il disco, bellissimo, e tuttora nella lista dei 500 più belli di tutti i tempi, sempre secondo Rolling Stone (sia pure al 496° posto) è stato remixato nel 1977 da Tom Perry per mettere più in evidenza la chitarra di Allman, ma non a scapito di Boz Scaggs, che fa un figurone nel suo periodo blues. Nel 1971 firma per la Columbia, dove inaugura il suo periodo morbido ma ritmato, in una parola (facciamo tre) "blue-eyed soul": con Moments, Boz Scaggs & Band, entrambi prodotti da Glyn Johns, In My Time, il ritorno a Muscle Shoals, prodotto da Roy Halee (quello di Simon & Garfunkel).
Insomma la Columbia ci credeva. E nel 1974 cominciamo ad arrivare i frutti: Slow Dancer, prodotto e con molti brani firmati da Johnny Bristol, ex grande soulman alla Motown, entra nei Top 100 delle classifiche USA e, fin dal titolo, rappresenta alla perfezione lo stile di Scaggs, un soul raffinato e leggermente danzereccio, ma di gran classe, che farà poi la fortuna due anni dopo, nel 1976, di Silk Degrees, funky vellutato rivestito di rock o viceversa, che venderà più di 5 milioni di copie, anche grazie a Lido Shuffle e soprattutto Lowdown, percorso da un riff di basso memorabile di David Hungate. Nel disco, tra i futuri Toto, oltre ad Hungate, suonano anche il tastierista David Paich e Jeff Porcaro, alla batteria, oltre a Les Dudek, Fred Tackett, Tom Scott, Chuck Findlay e altri veterani della scena californiana metà anni '70, che poi sarebbe degenerata negli anni a venire, in un suono bieco e commerciale. Questo disco è commerciale, ma c'è ancora gran classe, che poi andrà scemando lentamente, insieme al successo, nei successivi Down Two Then Left e Middle Man, che nonostante la presenza di Santana, Lukather e molti altri musicisti, nelle note se ne contano una trentina, sommerge la voce sempre valida di Scaggs sotto una miriade di tastiere (soprattutto Synth), voci e fiati, con risultati inversamente proporzionali al numero dei presenti. Poi, dopo un best, la Columbia lo mette in naftalina fino al 1988, quando riappare con Other Roads, un disco con un sound orribile, tipico anni '80, con drum machines e tastiere elettroniche a profusione, sempre nonostante i musicisti usati, ma era il periodo. Nel 1994 firma per la Virgin e riappare con Some Change, un bel disco, dove la sua bellissima voce e una manciata di buone canzoni, scritte per la maggior parte dallo stesso Boz, una a testa anche con Marcus Miller e Robben Ford, lo riportano a quel soul bianco di cui è sempre stato un maestro.
Nel 1996 fa un mezzo unplugged per il mercato giapponese, Fade Into Light, dove re-interpreta i suoi classici in versioni che pemettono di gustare vieppiù la sua voce e con Come On Home sempre su Virgin del 1997, a fianco del R&B e del Rock, reintroduce anche il blues primo amore. Dig è un altro buon disco del 2001, sempre in quel filone, mentre in But Beatiful del 2003, poi doppiato con Speak Low del 2008, si dà al jazz raffinato e agli standards, ben suonati e ben cantati, ma secondo chi scrive, un po' pallosi, senza quella scintilla, quel quid che ogni tanto lo ha distinto negli anni. E che si trova invece, nell'ottimo doppio dal vivo, Greatest Hits Live, pubblicato nel 2004 per la Mailboat di Jimmy Buffett, dove con la classe innata che lo contraddistingue, tra blues, rock e classici, ci ricorda perché è considerato uno dei "tesori nascosti" della musica americana. Mi sono dilungato un attimo, ma ne valeva la pena: veniamo ora a questo Memphis, già dal titolo una promessa di prelibatezze. Registrato ai Royal Studios, Memphis, Tennessee, quelli di Al Green e Willie Mitchell, prodotto da uno Steve Jordan (John Mayer Trio, Ex-Pensive Winos di Keith Richards, Robert Cray, Buddy Guy, Clapton, quelli che meritano) in stato di grazia, sia dietro alla consolle che alla batteria, con Ray Parker Jr., Willie Weeks, Lester Snell, il sommo Spooner Oldham alle tastiere, una batteria di voci femminili di cui non so i nomi, perché non ho ancora in mano il disco e l'accoppiata formidabile Keb' Mo' alla slide e Charlie Musselwhite all'armonica in un blues "fumante" come ai vecchi tempi, Dry Spell, dove anche il lavoro di Jordan ai tamburi è da applausi.
In tutto il disco Boz Scaggs canta con una voce che è un terzo John Hiatt, un terzo Willy DeVille e un terzo lui reincarnato in qualche grande soulman del passato (per capire con chi abbiamo a che fare se non lo avete mai sentito). Gone Baby Gone è melliflua, raffinata e melismatica come John Hiatt che canta Al Green con il divino organo di Oldham a ricreare il sound dorato della Hi Records e tutti i musicisti misurati ed evidenziati dalla produzione di Jordan. Per evitare gli equivoci So Good To Be Here è proprio quella di Al Green, con l'arrangiamento di archi e fiati di Snell ad aggiungere quel tocco di classe in più ad un brano che è l'epitome del soul perfetto, con la chitarrina di Parker maliziosa. Willy DeVille, stranamente poco conosciuto ed amato in America, dopo quello di Peter Wolf, riceve ora l'omaggio di Scaggs in una rivisitazione deliziosa di Mixed Up, Shook Up Girl, che cita, nell'arrangiamento ondeggiante e complesso a livello ritmico anche quei Drifters che erano uno dei punti di riferimento del grande Willy, i coretti sullo sfondo sono da sballo e lui, Boz, canta alla grande. In Rainy Night In Georgia sfodera un vocione alla Tony Joe White che è perfetto per la canzone, qui in una versione raccolta e felpata, quasi acustica. Love On A Two Way Street è una ballata soul scritta da Sylvia Robinson quella che ha scritto Pillow Talk per Al Green, ma anche Rapper's Delight, il brano fu un successo per i Moments nel 1970 ed è una piccola meraviglia, con quelle voci femminili che si intrecciano sotto la voce magica di Scaggs e il piano di Spooner Oldham.
Pearl Of The Quarter sarà mica degli Steely Dan? Certo che sì, nel festival della raffinatezza poteva mancare uno dei migliori rappresentanti? E poi Scaggs, con Michael McDonald canta anche nei Dukes Of September, il gruppo in cui, pure con Donald Fagen, gira il mondo per spargere il verbo del soul e della buona musica in generale, inutile dire, versione sontuosa nel magnifico lavoro ritmico di Jordan. Altro omaggio ai Mink De Ville, in questo caso, con una canzone Cadillac Walk, che risveglia i vecchi ricordi di uno che è stato anche il cantante della Steve Miller band e di rock e blues se ne intende, altro arrangiamento sospeso tra grinta e sofisticatezza, con la chitarra dello stesso Scaggs e le percussioni di Jordan in vena di magie.
Che vengono reiterate in una versione super di Corrina, Corrina, folk blues acustico di matrice sopraffina, con un assolo di chitarra acustica che non so di chi sia, ma dalla classe potrebbe essere sempre Keb' Mo' e nel soul d'annata di Can I Change My Mind, un grande successo di Tyrone Davis che gli amanti del genere forse ricordano, ma che per tutti gli altri sarà una piacevole sorpresa, con quell'intermezzo parlato della voce femminile che è da antologia del genere, l'organo ssscivola che è un piacere. Oltre alla Dry Spell ricordata all'inizio c'è poi un altro blues da manuale come You Got Me Cryin' e per concludere una ballata pianistica Sunny Gone, scritta dallo stesso Boz Scaggs e che porta a compimento l'album con un'aura di malinconica bellezza. Come si diceva nel titolo "la classe non è acqua". Gran bel disco!
Bruno Conti
19:33 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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25/02/2013
Non Una Sorpresa, Ma Una Conferma! Eric Burdon - 'Til Your River Runs Dry
Eric Burdon - 'Til Your River Runs Dry - ABKCO Universal
Non una sorpresa, ma erano tantissimi anni che Eric Burdon non faceva un disco bello come questo 'Til Your River Runs Dry, però, a conferma che la classe non è acqua (e nell'album l'acqua è veramente una metafora di vita), il grande cantante di Walker-on-Tyne, Inghilterra, 72 anni a maggio, realizza il disco della sua maturità, della terza età se volete. E che disco! Registrato sull'abbrivio dell'imprimatur ottenuto lo scorso anno al South By Southwest di Austin, dal sua grande fan Bruce Springsteen, che lo ha giustamente celebrato come uno dei più grandi cantanti bianchi della storia del blues, soul e rock, e sul palco, insieme, hanno cantato uno degli inni generazionali degli Animals, quella straordinaria canzone scritta da Barry Mann e Cynthia Weil, ma resa immortale dall'interpretazione del grande Eric (che se ha come fan numero 1 il Boss, ne ha uno non meno indemoniato in David Johansen).
Ma veniamo a questo album che se magari non è un capolavoro è sicuramente un disco di quelli solidi e poderosi, con tutti i pregi della migliore produzione di Burdon e forse, ma a cercare il pelo nell'uovo, ha degli impercettibili segni del passare del tempo nella voce che ogni tanto, ma appena appena, mostra delle piccole debolezze, che ce lo rendono ancora più umano. Lui, che la sua vita l'ha vissuta da vero rocker, anche troppo, gettando spesso al vento il suo talento vocale, in molti dischi che non rappresentavano al meglio le sue capacità di entertainer, ma avevano comunque quasi sempre almeno uno o due zampate da vecchio leone del rock. E forse ha insistito troppo sul suo repertorio classico, cantato e ri-cantato troppe volte, qualche volta con parziale successo, come nel violentissimo Sun Secrets dove rileggeva il repertorio degli Animals rifatto in ampie folate chitarristiche à la Rock'n'Roll Animal e altre volte meno, ma dal vivo è sempre rimasto un grandissimo animale da palcoscenico come posso testimoniare avendolo visto di persona, qualche "annetto" fa. Per fortuna questo CD è composto tutti da materiale scritto per l'occasione e da un paio di cover, mai incise prima, scelte con oculatezza.
La produzione è affidata a quel Tony Braunagel, batterista e bluesman, che suona nell'album, insieme allo stesso Burdon, e ad alcuni dei suoi soci nella Phantom Blues Band, come l'organista e pianista Mike Finnigan (uno dei pochi in grado di non far rimpiangere il vecchio Alan Price), il chitarrista Johnny Lee Schell (in alternanza con l'ottimo Eric McFadden), la sezione fiati composta da Joe Sublett e Darrell Leonard, più il bassista Reggie McBride, in rappresentanza del New Orleans sound (dove è stato inciso parte del disco) Jon Cleary al piano, le armonie vocali di Teresa James, blueswoman di valore, le percussioni di Lenny Castro e anche le tastiere del fido pard di Robert Cray, Jim Pugh, ma ce ne sono molti altri che sarebbe troppo lungo elencare, vi comprate il CD e li leggete nelle note. Si parte alla grande con Water, canzone ecologica che parla dello spreco delle risorse del pianeta, ma è anche un poderoso brano rock degno del miglior Bruce, con chitarre e organo che blueseggiano alla grande e la voce che, forse, ogni tanto, fa il verso a sè stessa, ma chi può fare Eric Burdon meglio dell'originale? E questo è uno dei brani che segnala quei piccoli segni di cedimento nella voce di cui vi dicevo, per il resto del disco immacolata nella sua potenza, ma anche qui non scherza comunque.
Memorial Day dedicata a tutti i morti delle guerre americane, dal ritmo scandito e con l'organo sempre in primo piano a fianco della chitarra, è cantata in modo commosso e partecipe seguita da una Devil And Jesus, gospel blues incalzante sulla religione, la voce spazia in tutta la sua gamma, dal falsetto al pieno regime di emissione, con coretti "devoti" e organo "malandrino". Wait è una tersa ballata elettrocustica, con le percussioni di Castro a fare da contraltare alla voce misurata di Burdon e Old Habits Die Hard si avventura nei territori della politica con un riffare carnale rock degno dei tempi d'oro e le chitarre che fischiano e strepitano come sempre dovrebbe essere, mentre Bo Diddley Special è uno dei due omaggi ad uno dei suoi grandi eroi musicali, il beat è quello spezzato ed inconfondibile inventato da Ellas McDaniels, uno immagina le maracas che viaggiano a tutta velocità, qui degnamente sostituite dal drumming preciso di Braunagel, mentre i riff (giocate ad indovinare quali) di organo e chitarra circondano la voce di Eric. In The Ground, uno slow blues, nuovamente sui temi dell'ecologia, alterna quei tipici parlati di Burdon che erano tra gli antenati del rap e improvvise accelerazioni vocali con le armonie degli ospiti a cercare di incatenare la potenza del nostro amico mentre la band costruisce una bella atmosfera avvolgente e trascinante.
27 Forever (magari!) è un'altra ballata, di stampo soul, con i fiati a sottolineare una interpretazione vocale molto misurata e il tema della mortalità già affrontata ai tempi di When Was I Young, questa volta vista dall'altro di una maturità raggiunta, anche se non del tutto rassegnata. River Is Rising è il brano dedicato al dramma di New Orleans, e al dramma nel dramma di Fats Domino per alcuni giorni considerato disperso durante l'uragano Katrina e poi miracolosamente riapparso, la musica profuma di Lousiana e Burdon rispolvera quel parlar cantando che gli appartiene in modo totale, il tutto suonato divinamente dai musicisti del disco. Una delle due cover del disco è la bellissima Medicine Man che si trovava sul secondo disco di Marc Cohn, Rainy Season, che subisce il trattamento alla Burdon e diventa una intensissima e bellissima ballata blues, con la doppia tastiera e la chitarra in grande evidenza nella parte strumentale. Invitation To The White House è uno slow blues pianistico e cadenzato degno (anche a livello vocale) delle migliori interpretazioni di Eric, che richiede gli straordinari alla sua voce, poi reiterati in una tiratissima cover di Before You Accuse Me, brano di Bo Diddley che molti ricorderanno in una scintillante versione dei Creedence Clearwater Revival, ma anche questa di Eric Burdon ha un suo perché Blues e conclude degnamente un album che segnala il ritorno di una delle voci più belle della storia del rock ( e del blues, e del soul, già detto ma meglio ripetere)!
Bruno Conti
13:22 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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11/02/2013
"Neri Dentro"! Jesse Dee - On My Mind/In My Heart
Jesse Dee – On My Mind/In My Heart – Alligator
Questa recensione potrebbe appartenere a due rubriche (se esistessero): “E intanto la Alligator non sbaglia un colpo” e “Neri Dentro”. Per l’etichetta di Chicago si tratta dell’ennesimo disco centrato, in una sequenza di pubblicazioni che negli ultimi anni non hanno mai mancato l’obiettivo di divertire ed emozionare. Il divertire è uno degli scopi massimi di questo CD di Jesse Dee (il suo secondo, anche se in alcune discografie gliene attribuiscono un terzo, ma è di un omonimo canadese), soulman bianco di Boston, la patria della J.Geils Band e Peter Wolf, volendo rimanere nel genere “musica nera rivisitata”. Come il suo grande amico e sodale, con cui spesso divide il palcoscenico dal vivo, e che sta dall’altra parte dell’Oceano, ovvero James Hunter, Jesse Dee è un grande appassionato e cultore del soul, ma quello vero, Al Green, Otis Redding, Etta James, soprattutto Sam Cooke, ma anche il primo Marvin Gaye, i Temptations e lo stile più leggero e pop della prima Motown e mille altri che non citiamo ma si possono immaginare.
Già il precedente Bittersweet Batch pubblicato dalla Munich Records aveva lasciato intravedere il suo talento, che ora viene confermato da On My Mind/In My Heart, non parliamo di capolavori ma di dischi piacevolissimi da gustare, centellinare, mentre ascolti questo giovane che in un mondo musicale falso e plastificato è in grado di (ri)proporre una musica fresca e frizzante come quella dei suoi predecessori, senza la stessa classe, ovviamente indirizzata ai cultori del genere, ma che può essere apprezzata da tutti senza riserve, ti consoli delle brutture di molto cosidetto “nu soul” attuale. I brani sono tutti “originali” (almeno nel nome e nel contenuto, magari le melodie un po’ meno), firmati dallo stesso Jesse Dee, che si avvale di un gruppo di musicisti, probabilmente non molto conosciuti al di fuori della’area dello stato del Massachussetts (dove è stato registrato l’album), ma assolutamente validi e pertinenti allo stile che perseguono.
Undici brani che si muovono nei meandri del soul e del R&B con leggerezza estrema: dall’apertura ricca di fiati della title-track che tra organo e chitarrine ritmiche ficcanti permette al bravo Jesse di mettere in evidenza la sua voce vellutata e senza tempo, una partenza blue-eyed soul, magari non è un testifier alla Redding o alla Pickett, ma si capisce subito che è uno bravo, come conferma il ritmo alla Marvin Gaye primo periodo della funky No matter where I Am propulsa da un basso molto marcato o le belle melodie della dolce Fussin’ and Fightin’ dove aleggia lo spettro di Sam Cooke, ma anche il miglior Robert Cray in salsa soul potrebbe essere un riferimento. I Won’t forget about you ha quella andatura alla Temptations di The Way You Do The Things I Do, divertente e spensierata, sempre con i fiati in libertà. Ottima anche Tell Me (Before It’s Too late) già nel suo repertorio live da qualche anno, con retrogusto gospel e qualche prova di falsetto sempre gradita.
E che dire del coinvolgente duetto con Rachael Price (una bravissima giovane cantante dell’area di Boston, ma nativa del Tennessee, solista nei Lake Street Dive, gruppo che vi consiglio), ha la spensieratezza dei duetti dell’epoca d’oro del soul e tutti e due i cantanti hanno quel quid inspiegabile nella voce che distingue i cavalli di razza dai ronzini. Anche in The Only Remedy sfoggia un falsetto in alternativa alla sua voce naturale arricchita da quel tocco di raucedine che fa soul dal primo ascolto, mentre la dolce ballata What’s A Boy Like Me To Do? ci riporta al Cooke più mellifluo e anche melismatico e vi assicuro che è un bel sentire, potrebbe ricordare anche i brani più melò della scomparsa Amy Winehouse. Sweet Tooth con la sua energia sixties potrebbe far parte del repertorio più scatenato del suo omologo James Hunter. Boundary Line è un sontuoso gospel soul alla Al Green, passione e grinta convogliati in una voce in grado di emozionare. E per finire una Stay Strong di nuovo sbarazzina come i singoli più spensierati di quel Sam Cooke che è un po’ il punto di riferimento irrinunciabile della musica di Jesse Dee, bianco fuori ma nero dentro. E la ricerca continua.
Bruno Conti
19:25 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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09/02/2013
Un Gregario Alla Ribalta. Sax Gordon - Showtime!
Oggi doppia razione, nel Blog ne trovate anche una scritta da Marco, ma per iniziare...
Sax Gordon - Showtime! – Continental Record Services
Certo che quando ti rivolgi ai siti degli artisti per trovare delle informazioni sui loro dischi, il più delle volte sei andato nel posto al mondo dove sono meno aggiornati. Spesso e volentieri l’ultima uscita non è ancora segnalata (come nel caso di questo Showtime di Sax Gordon, ma c’è sul suo Facebook)e le notizie e le recensioni sono spesso fuorvianti e antiche, nonché prive di qualsiasi data. Per esempio l’attestato di stima della rivista Blues Revue che appare sul sito lo possiamo sottoscrivere in toto, o quasi “ One of the best and most vibrant young sax players in the business”! Direi perfetto, ma quando è stato detto? Il nostro amico, Gordon Beadle all’anagrafe e nelle note di innumerevoli dischi di blues, soul, R&B, jazz, ai quali ha partecipato, risulta nato nel 1965 e quindi oggi ha circa 48 anni, un giovane?!? Forse quando muoveva i primi passi nei dischi di Johnny Heartsman nel 1989 o suonava in alcuni dischi di Champion Jack Dupree di inizio anni ’90. Ma al di là dell’età, Sax Gordon si è costruito una notevole reputazione suonando nel corso degli anni con Duke Robillard e dal vivo con i Roomful Of Blues, in coppia con Doug James e nei dischi di Otis Grand, con la Michelle Willson (un paio di dischi molti belli negli anni ’90, recensiti da chi scrive) e con Pinetop Perkins, anche nella sezione fiati della formazione dei Blues Brothers con Matt “Guitar” Murphy, persino con Bryan Lee e Kim Wilson e in decine di altri dischi.
Ne ha fatti anche tre a nome proprio, l’ultimo Live At The Sax Blast nel 2004 e un paio precedenti per la Bullseye. Nativo di Detroit, ha suonato per molti anni nella Bay Area ma da un po’ fa parte della scena musicale di Boston e continua ad alternare il suo ruolo di sessionman, in anni recenti nuovamente con Duke Robillard, di cui è un habitué e Kenny Wayne, con il suo lavoro di solista, ossia questo nuovo Showtime. E per la serie nomen omen non occorre neppure dire quale strumento suona, possiamo solo aggiungere che è quello tenore e si diletta anche nel canto e come autore. Si è scelto anche degli ottimi chitarristi per questo CD, Jr. Watson, Matt Stubbs e il già citato Matt “Guitar”Murphy, oltre ad una sezione ritmica molto precisa e pimpante e, in alcuni brani, anche una sezione fiati numerosa, tre o quattro oltre a lui. Ovviamente in questo tipo di dischi ci “si diverte”, dalla ritmata title-track strumentale che ci porta subito in un vortice da R&B/blues-soul revue con fiati e chitarra che si scambiano assolo con abbandono impeccabile alla cover di Coldest Cat In Town di Sonny Knight, uno dei primi cantanti di rhythm and blues degli anni ’50, cantata con nonchalance anche se non in modo memorabile: tradotto, non ha una gran voce ma molto mestiere. Get Into It ci scaraventa nel sound dei Blues Brothers o dei loro antesignani, Sam & Dave, Otis Redding e la Stax tutta, con fiati all’unisono e spazio per il sax solista di Gordon e il basso di Jesse Williams che pompa, pompa, pompa!
The Way It Is è uno slow blues, nuovamente strumentale, che permette di gustare la bravura di Beadle prima e di Matt Guitar Murphy poi, mentre Big And Hot è un brano di Ed Scheer dei Love Dogs che avrebbe fatto un figurone cantato da Willy Deville ma è più che piacevole anche in questa versione. Per I Got It si riaprono le piste da ballo, honkin’ rock’n’roll molto divertente, non male anche il ballatone mid-tempo romantico Be Careful What You Wish For con Sax Gordon che gigioneggia da consumato performer qual è. La lunga Don’t mess with me torna in territori errebì divertenti e scanzonati con i fiati in grande spolvero mentre That Girl è uno strumentale grintoso e scandito, quasi rock. La conclusione è affidata a una versione dalle atmosfere notturne di Nobody’s Fault But Mine, jazzata e in formazione a quartetto con il sax e la chitarra di Guitar Murphy in evidenza.
Bruno Conti
10:47 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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18/12/2012
Un Altro Alvin Lee, Con Fratelli! Lee Boys - Testify
Lee Boys – Testify – Evil Teen Records
Certo che non si finisce mai di imparare. Ero convinto che Alvin Lee fosse un bianco e chitarrista dei Ten Years After. Ora crollano le mie certezze: pare che sia un nero, anche di quelli tosti come dimensioni, con due fratelli al seguito e tre nipoti che suonano nella sua band, i Lee Boys. Che non sia la stessa persona? Facezie a parte, questi Lee Boys, che provengono da Miami, Florida, fanno parte di quel movimento musicale che viene definito Sacred Steel Music, per intenderci quello da cui proviene anche Robert Randolph: si tratta di quei gruppi che si ispirano alla musica religiosa, gospel e spiritual, ma lo fanno utilizzando l’accompagnamento di una pedal steel anziché il classico organo delle congregazioni religiose. Ma, come la band di Randolph, anche questi Lee Boys inseriscono nella loro musica elementi di soul, blues, R&B, funky, country, perfino jam band style.
E infatti, non casualmente, questo Testify, che è il loro terzo album, esce per la Evil Teen Records, l’etichetta di Warren Haynes, che appare pure in due brani del CD, sia come cantante che come chitarrista. Non è l’unico ospite, anche Matt Grondin, chitarrista e cantante dell’area di New Orleans, nonché figlio del batterista dei 38 Special, è della partita, come produttore e musicista aggiunto e tra gli altri, in due brani, sempre come chitarra solista, è coinvolto l’ottimo Jimmy Herring. Ovviamente con tutta questa parata di musicisti “sudisti” anche il southern rock è tra gli elementi fondanti della musica di questo disco, vista la presenza spesso di tre o più chitarristi nello stesso brano. Ma non si possono dimenticare le armonie vocali e le voci soliste degli altri fratelli Lee, Derrick & Keith, insieme al nipote Alvin Cordy Jr, che è anche il bassista della band, che garantiscono questa aura gospel-soul-rock, con la costante della pedal steel di Roosevelt Collier,il virtuoso del gruppo, per un suono d’insieme che potrebbe ricordare anche i Neville Brothers, con l’uso di molti cantanti: l’iniziale Smile, è un ottimo esempio di questo sound. Going To Glory, dal ritmo galoppante del gospel, ma sempre fuso con una ritmica rock, è assolutamente coinvolgente, con le chitarre che viaggiano alla grande e in I’m Not Tired quando si aggiunge anche Warren Haynes, come seconda voce solista e chitarrista aggiunto, non so se sia suo un poderoso assolo di wah-wah, ma sembra di ascoltare gli Allman o la Marshall Tucker in tutta la loro gloria, e con una sezione fiati pepata per sovrappiù, per non parlare della steel che viaggia sempre a mille.
So Much To Live For parte con un riff alla Doobie Brothers, periodo circa China Grove e poi diventa un funky-rock degno dei primi Chicago o dei Blood, Sweat & Tears, ancora con i fiati in spolvero e tutto quell’incrocio di voci assolutamente coinvolgente ed euforico e dal wah-wah ricorrente non dovrebbe essere Haynes il solista neppure nella precedente, ma uno dei Lee Boys. Always By My Side è uno dei brani che vede la presenza di Jimmy Herring come solista aggiunto, con il suo bel timbro grintoso, come pure la successiva Testify, sempre in un furioso incrociarsi super funky di chitarre e voci. In tutti i brani non trascurabile la presenza delle tastiere di Matt Slocum, che aggiungono ulteriore spessore alla complessità degli arrangiamenti, con un bel suono corposo che si apprezza con piacere. Anche quando la barra del suono vira verso atmosfere più vicine al R&B, come nell’ottima Sinnerman, il gruppo non perde l’attenzione dell’ascoltatore con continui interscambi vocali e la sacred steel sempre in azione (Alvin Cordy Jr. non sarà Robert Randolph, ma gli manca veramente poco).
Per Wade In The Water si aggiunge una notevole voce femminile come quella di Gya Wire che aumenta la già cospicua quota gospel delle procedure. Praise You, reintroduce i fiati e la chitarra di Warren Haynes per una ulteriore lode al Signore a tempo di funky-rock, mentre in Feel The Music lasciano sfogare anche il produttore Matt Grondin che ci regala un bel solo di chitarra, molto lirico, in alternativa alla solita steel indemoniata (oh, non so se visto l’argomento, si può dire!). Si conclude in gloria (scusate, mi è scappato di nuovo) con lo slow di We Need To Hear From You, che conferma una seconda parte dell’album meno brillante dell’inizio scoppiettante, ma sempre ricca di musica di buona qualità e con coda finale della pedal steel, esultante e trascinante, che riabilita il pezzo finale.
Bruno Conti
10:56 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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01/11/2012
Da Sola O In Compagnia, Sempre Una Gran Voce! Beth Hart - Bang Bang Boom Boom
Beth Hart – Bang Bang Boom Boom – Mascot Music 2012 Deluxe Edition
La visibilità maggiore è arrivata lo scorso anno con Don’t Explain, in collaborazione con Joe Bonamassa, un disco di “covers” scelte in ambito blues e soul, ma Beth (non più giovanissima) è in pista dalla metà degli anni ’90, e avrebbe meritato (per chi scrive) molto prima il giusto riconoscimento musicale. Nata a Los Angeles, Beth Hart ha iniziato a suonare il piano in tenera età (quattro anni), e negli anni crescendo si è appassionata ai grandi musicisti classici (da Bach a Beethoven) e a quelli rock (Led Zeppelin, Rush) e grandi cantanti di colore (James Brown, Otis Redding, Aretha Franklin, Billie Holiday e Etta James), oltre all'immancabile Janis Joplin. Il naturale passo successivo è stato quello di iscriversi alla nota High School Of Performing Arts di L.A. dove ha studiato canto e violoncello, ma le troppe esibizioni serali nei locali della periferia , finirono per allontanarla dalla scuola e fu cosi che Beth iniziò a dedicarsi alla musica mettendosi in proprio.
Nell’estate del ’93 forma un suo gruppo, The Beth Hart Band, nel quale militavano il bassista Tal Herberg e il chitarrista Jimmy Khouri, firmando un contratto con la 143 Records (l’etichetta dei Corrs), con cui registra il suo album di debutto Immortal (95). Al termine del tour mondiale intrapreso per presentare il disco, la band si sciolse, e Beth si prese un lungo periodo per pensare alla prossima mossa, che fu quella di appoggiarsi al produttore Oliver Lieber, rimettere insieme la band e pubblicare un nuovo disco Screaming’ For My Supper (99). Con Leave The Light On (2003) inizia la sua carriera solista, seguito dall’ottimo Live At Paradiso (2005), 37 Days (2007), My California (2010), il già menzionato Dont’ Explain (2011), sino ad arrivare a questo nuovo lavoro Bang Bang Boom Boom registrato ai Revolver Studios in Thousand Oaks, Ca., co-prodotto da Kevin Shirley, dal manager David Wolff e dal marito Scott Guetzkow.
Per quanto riguarda i musicisti, Beth voce e piano, si avvale di Randy Flowers alle chitarre e dei musicisti della band di Bonamassa (impegnato con i Black Country), ovvero, Michael Rhodes al basso, Arlan Schierbaum all’organo, un trio di batteristi composto da Anton Fig, Herman Matthews, Curt Bisquera, Lenny Castro alle percussioni, Ron Dziubla al sax, Lee Thornberg alle trombe, e non poteva mancare l’amico Joe Bonamassa alla chitarra solista in There In Your Heart.
Il disco si apre alla grande con Baddest Blues dall’intro pianistica per una perfetta rock song, con una interpretazione straordinaria di Beth, mentre Bang Bang Boom Boom il brano scelto come singolo, è un allegra marcetta rock, una sorta di filastrocca che esula dal suo repertorio, ma che entra subito in testa e ti rimane in mente. Better Man è grintosa quanto basta per apprezzare la voce della Hart, seguita dalla “perla” del disco, Caught Out In The Rain, un blues di rara intensità che parte dolcemente, scandito da una chitarra importante, e che pian piano sale sino ad arrivare ad un crescendo vocale che nel finale mi ricorda la grande Etta James. Una meraviglia! Si cambia ritmo con Swing My Thing Back Around, che si rifà alla musica delle grandi orchestre stile Count Basie, un tuffo nel passato eseguito con classe e raffinatezza, per poi tornare alle canzoni d’amore con With You Everyday e Thru The Window Of My Mind, due ballate lente e avvolgenti per cuori infranti. Con Spirit Of God è impossibile tenere il “piedino” fermo, un rhythm ‘n’ blues con i fiati tipico del periodo Stax, un brano trascinante, che inevitabilmente porta Beth a confrontarsi con le grandi cantanti nere del periodo, mentre in There In Your Heart, altra ballata d’atmosfera, l’ospite Joe Bonamassa può dare libero sfogo al suo talento. Si chiude con The Ugliest House On The Block un brano quasi “reggae” dal ritornello accattivante e con un’altra ballata pianistica Everything Must Change, con una bella melodia e un arrangiamento romantico.
Beth Hart, per la gran parte del pubblico italiano è una perfetta sconosciuta, ed è un peccato, perché questa quarantenne “losangelina” è un artista poliedrica, dotata di una voce potente e graffiante (il meglio lo dà nei concerti dal vivo), e nelle dodici tracce di questo Bang Bang Boom Boom dà dimostrazione di essere una cantante dalle enormi capacità e di indubbio talento, a dispetto di tante presunte acclamate “stars”. Quale occasione migliore per conoscere e apprezzare una nuova amica?
Tino Montanari
10:14 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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23/07/2012
Ma Che Voce Ha!?! Il "Ritorno" Di Joss Stone - The Soul Sessions Volume 2
Joss Stone - The Soul Sessions Vol.2 - Stone'd/S-Curve/ Warner Bros 24-07-12 Europa 31-07-2012 USA - Special Edition 15 brani
Il "ritorno" è relativo, visto che Joss Stone non se ne era mai "andata", pubblicando due album lo scorso anno, uno a nome suo, LP1, e l'altro con i SuperHeavy. Più che altro si tratta di un ritorno alle origini, a quel The Soul Sessions che nove anni fa, nel 2003, quando di anni ne compiva 16 anni, l'aveva segnalata come una delle voci più formidabili in circolazione. Joss Stone (Jocelyn Eve Stoker per la sua mamma) ha sempre avuto un contralto naturale fantastico e una sana propensione per la musica soul, genere adattissimo a quel tipo di voce, ma dopo quel primo album che conteneva una serie di cover di brani diciamo "oscuri" del repertorio black, si è affidata sempre di più, album dopo album, al lavoro e alla collaborazione con gli artisti dell'R&B e dell'Hip Hop contemporaneo che hanno snaturato il suo stile genuino (sono sempre pareri personali, poi ognuno è libero di pensarla come vuole). Anche il disco dello scorso anno, prodotto da Dave Stewart, non mi aveva entusiasmato più di tanto, al di là dei due o tre brani canonici che abbellivano comunque i suoi LP.
Per questo secondo capitolo delle Soul Sessions, la Stone si è nuovamente affidata al team della S-Curve Records (in joint venture con la sua etichetta Stone'd) e in particolare a Steve Greenberg che aveva coordinato quell'album. E i risultati si vedono o meglio si sentono, eccome se si sentono, ci sono tre o quattro brani dove canta in modo incredibile, con un feeling e una partecipazione straordinari, e la voce, senza andare sopra le righe o fare forzature innaturali, è in grado di mandare dei brividi nella schiena dell'ascoltatore, che sono sinonimi di musica di gran classe. Chi vi scrive, come forse saprete, tra le tante musiche che ascolta, ha una particolare predilezione per la musica nera e nello specifico per il soul e una passione per le belle voci femminili.
Direi che in questo album la ricerca, penso del team di produzione, si è rivolta verso brani che sono proprio da specialisti della black music, canzoni che ai tempi sono state magari anche dei successi ma che più nessuno ricorda e quindi per l'occasione, vi snocciolo una bella track-by-track anche per inquadrare i brani di cui parliamo. Per aggiungere autenticità all'album ci sono anche alcune partecipazioni i cui nomi faranno aumentare la salivazione degli appassionati, gente come Ernie Isley degli Isley Brothers alla chitarra, il grande Delbert McClinton (anche se non sono riuscito ad individuare in quale brano appare o forse sì) e il tastierista Clayton Ivey della Muscle Shoals Rhythm Section, tutta gente che è sinonimo di qualità. Sarà anche karaoke di alta classe, come ha detto qualcuno, o musica retrò, ma preferisco questo "retro" a molta musica che viene spacciata per avanguardia sonora, per lo meno c'è un'anima (soul)!
Per essere preciso e tassonomico mi sono anche fatto delle ricerche ed ho preso degli appunti che ora vado a sfogliare:
1° brano) I Got The... qualcuno aggiunge un soul al titolo, ma non c'è, brano di Labi Siffre, nonostante il nome che può ingannare, un vocalist maschile inglese di origine africana, attivo soprattutto negli anni '70, grande voce. La versione di Joss Stone, a dispetto du un suono moderno, soprattutto nella sezione ritmica, si colloca a cavallo tra certi brani del Philly Sound più classico e le minisinfonie soul di Isaac Hayes per l'uso di archi, tastiere e voci femminili di supporto, buon inizio anche se non memorabile, diciamo radiofonico. L'aveva campionata anche Eminem per My Name Is.
2° brano) (For God's Sake) Give More Power To The People, cantata a pieni polmoni e con grinta dalla Stone, è un vecchio brano dei Chi-lites, ma qui è reso con un groove segnato da un basso funkyssimo (non si potrebbe dire ma è la verita) che ricorda le cose migliori dei Rufus di Chaka Khan degli anni d'oro. C'è anche una armonica malandrina che potrebbe essere quella di Delbert McClinton.
3° brano) While You're Out Looking For Sugar è un vecchio brano del 1969 delle Honey Cone, un formidabile trio vocale femminile anche se poco conosciute se non dagli appassionati del genere. Un brano, mosso e ritmato, con un organo insinuante e la voce a piena polmoni della Stone che invade le casse dell'impianto con effetti dirompenti.
4° brano) Sideway Shuffle, e qui diamo uno schiaffo morale ai tipi di Wikipedia che così scrivono, non è un brano di Tim Renwick (peraltro grande chitarrista inglese) che ha una S in più nel titolo, ma una canzone firmata dalla grande Linda Lewis, altra formidabile vocalist di colore inglese che ha vissuto il suo periodo di fulgore negli anni '70 (ma tuttora in attività), quando oltre a pubblicare i suoi dischi la si trovava come background vocalist negli album di Cat Stevens, Rod Stewart, David Bowie e tantissimi altri, e in anni più recenti anche con i Jamiroquai. La Lewis, che ha una estensione vocale di cinque ottave, secondo alcuni è stata la prima ad utilizzare quella nota acuta, quasi un fischio inaudibile se non ai cani (scherzo), che è stata una caratteristica anche di Minnie Riperton e Mariah Carey.
5° brano) I don't want to be with nobody but you è una ballata lenta soul con fiati, scritta da Eddie Floyd di Staxiana memoria, e qui Joss Stone è nel suo campo, e canta, cazzo se canta! Senza esagerare ma con la giusta misura, a venticinque anni è nel pieno del suo sviluppo come cantante, sia come tecnica che come bravura di interprete. Varrebbe la pena solo per questo brano, se il resto non fosse comunque buono, per consigliarvi questo CD. Senti che roba!
6° brano) Teardrops è più moderna, si tratta di un brano degli anni '80 scritto da Womack & Womack, l'avevano fatta anche Elton John e Kd Lang nell'album di duetti del 1993, ma non c'è paragone con questa versione, soul music di classe cristallina con quell'organo e gli archi che si insinuano nelle pieghe della canzone. Che è anche orecchiabile come è giusto che siano le grandi canzoni pop(olari) e cantata ancora in modo perfetto, senza esagerazioni inutili, con un finale da grande interprete.
7° brano) Stoned Out Of My Mind è un altro super funky (ditemi chi è il bassista? James Alexander) scritto da Barbara Acklin ancora per i Chi-Lites, di cui appaiono due brani nel CD, versione da manuale.
8° brano) The Love We Had (Stays On My Mind), scritta da Terry Callier per i Dells è un'altra slow ballad fantastica, mi sarebbe piaciuto ascoltarla cantata da Aretha o da Dionne Warwick, armonie vocali femminili da sballo e un'altra interpretazione magnifica di Joss Stone, "accontentiamoci"!
9° brano) The High Road, introdotta dalla chitarra spaziale di Ernie potrebbe essere uno di quei brani magici degli Isley Brothers futuribili del periodo Epic dei primi anni '70, ma in effetti è un brano contemporaneo firmato da James Mercer (Shins) e Brian Burton (aka Danger Mouse) per il loro progetto come Broken Bells. Dovrebbe essere uno dei singoli dell'album come era stato per la cover del brano dei White Stripes, Fell In Love With A Boy, nelle precedenti Soul Sessions.
10° brano) Pillow Talk è un vecchio successo del 1973 di Sylvia (Robinson) che poi sarebbe stata la fondatrice a fine anni '70 della Sugar Hill Records. La canzone in origine era stato scritta per Al Green, e il brano, in quella versione, oltre a tutto, anticipava, con i suoi gemiti e lamenti e un groove molto scandito, di un paio d'anni, la Donna Summer di Love To Love you Baby e la disco. Con le sue percussioni, il wah wah, un organo magico, la giusta dose di riverbero e gli urletti mirati, questa versione della Stone è una piccola lezione su come fare del funky di classe senza scadere nello scontato. La base ritmica del brano è stata usata anche da Kate Bush per Running Up That Hill, per la serie non si butta via niente.
11° brano) Then You Can Tell Me Goodbye è un brano scritto in origine da John D. Loudermilk per Don Cherry nel 1962, poi è diventato un brano doo-wop nella versione dei Casinos, molti anni dopo il boom di questo genere e infine, in versione country, un successo per Eddy Arnold. Questa versione di Joss Stone la fa diventare una dolcissima ballata con l'accompagnamento di una chitarra acustica pizzicata e una sezione archi, nonché le immancabili voci femminili di supporto e come tutti i brani lenti è manna dal cielo per la voce di Joss Stone, forse un filo di melassa di troppo ma comunque molto buona.
Varrebbe già la pena per questi 11 brani, ma nella versione Special del disco ce ne sono altri quattro ancora più oscuri e goduriosi: una First Taste Of Hurt scritta da tale Wilson Turbinton, che sarebbe il mitico Willie Tee dei grandi Wild Magnolias, una delle formazioni cardine del suono di New Orleans, One Love In My Lifetime era un brano del repertorio della Diana Ross degli anni '70 e in generale in questo album di Joss Stone ci sono quei momenti "panterati" tipici dell'ex cantante delle Supremes. Nothing Take The Place of You è addirittura da "archeologi" del soul, un brano firmato da Toussaint McCall, altro genio minore della musica soul della Louisiana, mentre la conclusiva (1-2-3-4-5-6-7) Count The Days è stato un brano minore di Inez & Charlie Foxx che sono passati alla storia del pop per quella Mockingbird che quasi tutti conoscono però nella versione di James Taylor e Carly Simon.
Questa volta mi sono cimentato un poco nell'arte delle citazioni e dei richiami che è uno dei piaceri nascosti del parlare della musica pop e soul ma l'argomento trattato lo consentiva. Se poi vi viene voglia di andare alla ricerca anche delle versioni originali, non sarebbe una cattiva idea. Ripetiamolo, sarà musica retrò come poche, ma fatta un gran bene, insieme a quello di Rumer uno dei migliori dischi di cover dell'anno, casualmente belle voci entrambe! Adesso aspettiamo il terzo capitolo fra una decina d'anni.
Bruno Conti
15:13 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Disco UFO, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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23/06/2012
Un "Arzillo Vecchietto" Di 76 Annni, Ma Che Bravo! Johnnie Bassett - I Can Make That Happen
Johnnie Bassett – I Can Make That Happen – Sly Dog Records
Johnnie Bassett è un gagliardo settuagenario, 76 anni per la precisione, che fa dell’ottimo Blues tinteggiato di soul e ricco di funky. Questo I Can Make That Happen è solo il 6° album in una carriera iniziata già negli anni ’50, anche ci sarebbe pure un live del 1994 che inaugura la sua carriera discografica a quasi 60 anni suonati, e forse (ma senza il forse), questo ultimo è il suo miglior album in assoluto. Accompagnato dalla crema di due band locali di Detroit, i Brothers Groove e i Motor City Horns e accompagnandosi alla grande con la sua Gibson, di cui è un maestro, Bassett ci regala uno di quei rari dischi che si godono dall’inizio alla fine, un piccolo capolavoro di equilibri sonori tra blues e soul.
Nativo della Florida ma trapiantato a Detroit Mr. Bassett parte sparato con una funkyssima (si può dire!) Proud To be From Detroit con fiati in overdrive, ritmica in spolvero, la chitarra in primo piano e la voce che è ancora in grado di fare meraviglie. Love Lessons è un mid-tempo più rilassato con piano e organo a tratteggiare il suono del brano e la solita chitarra che cesella brevi e ficcanti assoli. Spike Boy è un’altra piccola meraviglia, Bassett nella presentazione sul sito la definisce una “Henry Mancini meets Blues” e per i suoi florilegi fiatistici che incontrano il suono limpido della chitarra e la voce espressiva del leader ci può stare. La title-track ha qualcosa del BB King degli anni d’oro, chitarra limpida e voce espressiva, fiati di supporto e tutta la band che gira a meraviglia intorno alla voce di Bassett, che anche nella scelta delle cover ha un gusto notevole: Cry To Me di Solomon Burke non è un brano facile da cantare, o vai allo scontro frontale con la voce del “King Of Rock’n’Soul” e rischi la figuraccia o ti inventi un arrangiamento divertente ed efficace alla Willy Deville (non so perché mi è venuto in mente lui!) e fai godere l’ascoltatore, come in questo caso.
Anche quando si passa al soul puro come nella sontuosa Teach Me To Love cantata in duetto con la “Diva” locale Thornetta Davis (che di tutte le etichette possibili nel mondo, è sotto contratto per la Sub Pop) Bassett si conferma cantante espressivo e partecipe come pochi. Dawging Around è uno strumentale swingatissimo con spazio per tutta la band ma fin troppo di maniera. Cha’mon è un altro brano ad alta gradazione funky che ci riporta ai temi musicali del brano iniziale e Bassett tenta anche un paio di urletti non male. Reconsider Baby è uno dei classici del Blues, scritto da Lowell Fulsom, l’hanno suonata e cantata un po’ tutti, da Bobby Bland e Magic Sam, per arrivare fino a Clapton e Bonamassa, ognuno nel proprio stile, la versione di Bassett ovviamente è vicina allo spirito dell’originale.
Altro blues classico ancorché scritto da Chris Codish, che è il tastierista dell’album e autore di molti dei brani, anche Motor City Blues è ancora un buon esempio della classe del vecchio Bluesman, ma nel finale il disco perde un po’ la spinta dei brani della prima parte e anche Let’s Get Hammered ha un bel groove, buoni interventi chitarristici e vigore vocale da parte di Bassett ma manca di quel quid che era presente in altri brani del’album. Dell’annunciata versione di Wind Cries Mary che mi aveva incuriosito non c’è traccia nell’album ma non inficia il giudizio più che positivo di questa prova di Johnnie Bassett.
Bruno Conti
09:25 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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