Delaney & Bonnie (E Pure Eric Clapton) Avrebbero Approvato. Tommy Castro & The Painkillers – Stompin’ Ground

tommy castro stompin' ground

Tommy Castro & The Painkilles – Stompin’ Ground – Alligator Records/Ird

Il motto della Alligator è “Genuine Houserockin’ Music”, e mi sembra si attagli perfettamente alla musica di Tommy Castro, 62 anni di età, 25 anni di onorata carriera discografica ed una ventina di album alle spalle.. Da sempre innamorato del blues, del soul e del R&R, ne ha fatto una sorta di filosofia di vita applicata ai suoi dischi: ormai da parecchi anni la qualità delle sue uscite è sempre elevata http://discoclub.myblog.it/2011/06/15/ma-allora-e-un-vizio-quelle-delle-crociere-tommy-castro-pres/  e difficilmente uno termina l’ascolto di uno dei suoi lavori senza un bel sospiro di soddisfazione. Al sottoscritto è successo, dopo avere ascoltato questo Stompin’ Ground, che ancora una volta centra l’obiettivo di divertire, con classe, grinta e belle canzoni. Il primo paragone che mi sarei sentito di fare dopo il suddetto ascolto è stato “ma ca…spiterina, sembra un disco di Delaney & Bonnie”, e pure di quelli buoni, o anche di qualche blues&soul revue alla Ike & Tina Turner, comunque la si giri sempre buona musica. Il nativo di San Jose, California, per l’occasione si fa aiutare dal compagno di etichetta Kid Andersen (nonché chitarrista dei Nightcats di Rick Estrin), che proprio nella “cittadina” californiana (si fa per dire, con 1 milione di abitanti) della Silicon Valley ha aperto i suoi studi di registrazione Greaseland, dove l’album, co-prodotto dai due, è stato registrato.

Oltre a Kid Andersen, che suona anche la chitarra rimica, nel disco troviamo i fedeli Painkillers, Randy McDonald al basso, Bowen Brown alla batteria e Michael Emerson alle tastiere, che sono una band formidabile, ma anche le “truppe di riserva” non scherzano, con la moglie di Andersen Lisa Leuschner, alle armonie vocali, la brava Nancy Wright al sax, John Halbleib alla tromba, a rendere ancora più corposo il suono vibrante del disco, e un quartetto di ospiti che fanno sentire la loro presenza in modo cospicuo. Partiamo proprio dai pezzi con gli ospiti, che si trovano nella seconda parte del CD, la vecchia facciata B dei vinili: Rock Bottom, un pezzo di Elvin Bishop, che era sul suo primo disco solista del 1972, Rock My Soul, un titolo, un programma, è una scarica di southern-rock, con chitarre all’unisono e Castro che si misura con Mike Zito per decidere chi è il più bravo e tosto, il match è alla pari, con le chitarre e le voci, e tutta la band che tirano come delle “cippe lippe”, un brano formidabile.

E pure Danielle Nicole (ex Schnebelen e Trampled Under Foot) ci mette del suo in una vibrante ripresa di Soul Shake, un vecchio pezzo di Peggy Scott & JoJo Benson, che però tutti ricordano proprio nella versione di Delaney & Bonnie su Motel Shot, in quel caso c’era Duane Allman alla chitarra, ma la Danielle e Castro ci danno dentro come due forsennati, Emerson va di tastiere alla grande e il resto della band ribadisce quel soul-rock che all’epoca frequentava anche Clapton nel suo primo disco omonimo.Terzo ospite del disco David Hidalgo dei Los Lobos per una tiratissima Them Changes, il pezzo di Buddy Miles (e Hendrix) di recente apparso anche nel fantastico doppio dal vivo di Steve Winwood, grande versione con le chitarre “fumanti” dei due protagonisti, come pure una Live Every Day scritta da Castro, ma veicolo ideale per Charlie Musselwhite, voce solista (insieme a Tommy) ed armonica in un blues lento che sembra qualche gemma perduta del repertorio di John Lee Hooker.

E il resto dell’album non è da meno, anzi: l’iniziale Nonchalant, con fiati aggiunti guidati dalla Wright, viene sempre da quella scuola da blues and soul revue di ferina efficacia, con la Leuschner che fa da grintosa seconda voce femminile e un assolo di piano elettrico di Emerson che è pura libidine, prima dell’ingresso della solista di Castro, che ribadisce chi sia il Boss delle chitarre. Ancora Delaney & Bonnie sugli scudi per una saltellante Blues All Around Me, tutta ritmo e feeling sopraffino, tra sferzate della solista e fiati e tastiere impazzite, perfetta; Fear Is The Enemy è un rock-blues di rara potenza, alla J.Geils Band, con il gruppo che tira di brutto per tenere dietro alla Leuschner e a Castro, che strapazza di gusto la sua chitarra in una serie di soli impressionanti. Per non dire di My Old Neighborhood una lirica e languida soul ballad che sembra venire da qualche vecchio disco della Stax registrato nel profondo Sud, cantato divinamente, in modo felpato, come se Castro fosse un novello Eddie Hinton; Enough Is Enough alza i ritmi per una canzone a tutto boogie in stile ZZ Top, con Gibbons e soci che sono sicuro scuoterebbero le loro barbe in approvazione sul riff assassino della solista del buon Tommy che va di slide alla grande. Love Is, in un tripudio di percussioni, è un funky rotondo e sensuale che profuma di blaxploitation anni ’70.

Dei brani con gli ospiti abbiamo detto, mancano una splendida Further On Down The Road, il vecchio pezzo di Taj Mahal, sentito anche sul recente Old Sock di Eric Clapton, non so quale versione è la migliore, una bella lotta. Molto bella anche la conclusiva Sticks And Stones, un vecchio pezzo del repertorio di Ray Charles che illustra il lato R&B di un album complessivamente solido e di grande qualità. Consigliato vivamente!

Bruno Conti

Questa Volta Non Si Scherza, Bentornati A Bordo. The Nighthawks – All You Gotta Do

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The Nighthawks – All You Gotta Do – EllerSoul

Imperterriti, più o meno una volta all’anno (anche se lo scorso anno avevano “bigiato”), tornano i Nighthawks, dalla loro base di Richmond, Virginia, tramite la piccola etichetta EllerSoul, continuano a sfornare piacevoli album di blues (con innesti, rock, soul e R&B) e anche se non hanno più il vigore delle loro prove migliori degli anni ’70, quando sotto la doppia guida di Jimmy Thackery e Mark Wenner, erano una delle più eccitanti formazioni di blues-rock del panorama americano, comunque non deludono gli appassionati. Thackery non suona con loro ormai da diverso tempo (facciamo 31 anni) e quei livelli ormai sono forse solo un bel ricordo, ma la band, come si dice negli States, è “still alive and well”, anche se, se mi passate un ardito gioco di parole, quella sorta di esperimento unplugged del 2015, Back Porch Party, non era poi troppo viv(ace), specie considerando che ne avevano già fatto un altro pure nel 2009. Questa volta la spina è riattaccata e il suono è più brillante, gagliardo a tratti: come dimostra subito That’s All You Gotta Do, un poderoso blues-rock dal repertorio di Jerry Reed, con Wenner, pimpante ad armonica e voce, Paul Bell  a tutto riff e Johnny Castle e Mark Stutso, che pompano di gusto su basso e batteria, e tutta la band che mette a frutto, quel lavoro vocale corale che hanno messo a punto negli ultimi anni e dà alle canzoni una patina rock gioiosa e frizzante.

Se c’è da suonare il blues comunque non si tirano mai indietro, come in una piacevole When I Go Away, scritta da Larry Campbell per i Dixie Hummingbirds, quindi anche con un deciso retrogusto gospel, o più “rigorosi” in una brillante e scandita Baby, I Want To Be Loved dal songbook di Willie Dixon, con Mark Wenner che soffia a fondo nella sua armonica. Let’s Burn Down The Cornfield di Randy Newman diventa un minaccioso blues a tutta slide, con Paul Bell che lavora di fino con il bottleneck con risultati eccellenti. Anche quando fanno da sé, come in Another Day, scritta e cantata da Johnny Castle, o in VooDoo Doll, dalla penna di Stutso, un’aura tra rock e R&B bianco alla Blood, Sweat And Tears, si respira nei rispettivi brani, con risultati che sembravano perduti da tempo. Ninety Nine di Sonny Boy Williamson permette a Mark Wenner di dimostrare nuovamente perché è tuttora considerato uno dei migliori armonicisti bianchi.

Pure Three Times A Fool, una bella ballata soul dell’accoppiata Nardini e Stutso, certifica della ritrovata vena dei Nighthawks, poi ribadita nell’eccellente cover di Isn’t That So di Jesse Winchester, un altro ottimo brano che aggiunge anche uno spirito swamp, quasi alla Tony Joe White o alla Creedence, grazie alla chitarra “riverberata” di Paul Bell. E la cover di Snake Drive di R.L. Burnside, con un micidiale call and response tra l’armonica di Wenner e la slide di Bell, è ancora meglio, veramente fantastica. Blues For Brother John, uno strumentale scritto da Mark Wenner, ha forti agganci con Spoonful e altri classici delle 12 battute, ma nel blues è sana usanza “prendere in prestito”, di solito non si offende nessuno. E come ciliegina sulla torta di un album che è il loro migliore da “illo tempore”, per concludere una versione sparatissima di Dirty Waters degli Standells, che sembra uscire da qualche vecchio vinile degli Stones o degli Yardbirds, pure citati a colpi di riff classici nella parte strumentale. Peccato si fatichi a trovare il CD, ma questa volta ne varrebbe la pena: bentornati “Falchi della Notte”!

Bruno Conti

Una Stella Che Brilla Con “Grazia” Nel Panorama Jazz, Soul & Gospel. Lizz Wright – Grace

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Lizz Wright – Grace – Concord/Universal Records

Nel corso degli anni in questo blog abbiamo parlato e recensito bravissime cantanti donne: penso a Dana Fuchs, Grace Potter, Beth Hart, Susan Marshall, Ashley Cleveland (rock), Mary Black, Maura O’Connell, Pura Fè, Buffy Sainte-Marie (folk), Bettye Lavette, Candi Staton, Ruthie Foster, Kelly Hunt (soul), Rory Block (blues), Barb Jungr (jazz), senza dimenticare la compianta Eva Cassidy e tantissime altre che meriterebbero di essere citate, ma stranamente (e forse colpevolmente) non ci siamo mai occupati di Lizz Wright, eccellente vocalist di colore che spazia fra jazz, soul, rock e gospel. Originaria della Georgia, Lizz (guarda caso, ma forse no, figlia di un Pastore) si è rivelata nel 2003 grazie ad uno dei tanti tributi a Billie Holiday, incantando gli addetti ai lavori con una voce che non si dimentica tanto facilmente. Il suo primo album da solista Salt,proprio di quel anno, fu subito un successo, bissato poi con Dreaming Wide Awake (05), dove rileggeva in chiave “jazzy” anche classici rock come Old Man e Get Together, per poi arrivare ad un disco di gospel e soul strepitoso come The Orchard (08), con i componenti dei Calexico coinvolti. Arrivata ad un certo successo, la Wright proseguiva la sua carriera con un disco ambizioso Fellowship (10), che rileggeva pagine di Jimi Hendrix, Eric Clapton, Gladys Knight, con la presenza di ospiti del valore tra cui Angelique Kidjo e Me’Shell Ndegèocello, sino ad arrivare all’ultimo lavoro in studio Freedom & Surrender (15), dove spiccava una notevole versione di Right Where You Are (del duo rap Jack & Jack) in duetto con il cantante jazz Gregory Porter.

Per questo nuovo lavoro Grace, Lizz Wright alza ulteriormente l’asticella affidando la produzione all’ottimo Joe Henry, di cui consiglio sempre di ascoltare Shuffletown (90), disco che al sottoscritto piace parecchio; per l’occasione Joe negli studi United Recording di Hollywood porta i suoi soliti musicisti di fiducia, a partire da Jay Bellerose alla batteria e percussioni, David Piltch al basso, Marvin Sewell alle chitarra elettrice e acustica, Marc Ribot chitarra e voce, Patrick Warren alle tastiere, Kenny Banks al piano, e con il supporto vocale di Angela e Ted Jenifer, Cathy Rollins, Artia Lockett, Valorie Mack, tutti impegnati ad accompagnare la bellissima voce della WrightGrace parte con il blues acustico Barley, che evoca immagini di territori densi di piantagioni di cotone, a cui fanno seguito il classico di Cortez Franklin Seems I’m Never Tired Lovin’ You (splendida la versione di Nina Simone che trovate su Nina Simone And Piano), interpretata da Lizz al meglio e che non sfigura con l’originale; viene riproposto anche uno dei più celebri cavalli di battaglia di Sister Rosetta Tharpe Singing In My Soul, in una chiave veramente “soulful”, e viene rivoltata come un calzino Southern Nights diel grande Allen Toussaint, trasformata in una sofisticata ballata quasi da “piano bar”di lusso.

Con What Would I Do Without You,  la Wright rende omaggio pure a Ray Charles con una rilettura sublime da ascoltare a tarda notte, mentre la title track Grace, scritta dalla cantautrice canadese Rose Cousins e da Mark Erelli, è cantata da Lizz in maniera sofferta e commovente, che poi prosegue sullo stesso standard qualitativo con le note raffinate di Stars Fell On Alabama (dove si apprezza  la bravura di Marc Ribot), eccellente anche il Bob Dylan di Shot Of Love, con una Every Grain Of Sand interpretata in una versione “spirituale” da premio Nobel. La personalità di Lizz emerge ancora nella parte finale del disco, con una bella versione di una ballata di K.D. Lang Wash Me Clean (la trovate su Ingènue), trasformata in una sorta lamento ansioso sulle note di un organo e con un brillante lavoro di chitarra, e le note finali di un brano autobiografico All The Way Here, scritto con la cantautrice Maia Sharp, e cantato in uno stile quasi sussurrato Il filo comune che lega le dieci canzoni di Grace è sicuramente rappresentato dall’estrema eleganza della voce della Wright, ma anche dalla bravura di Joe Henry nel trovare il modo e il tempo giusto di assecondarla, ed è inutile cercare di nasconderlo, ci sono voci diverse dalle altre, non solo per essere uniche e incompatibili, ma soprattutto per la loro capacità di arrivare direttamente al cuore e all’orecchio, e sicuramente Lizz Wright è una icona perfetta della cantante jazz, gospel e soul raccolta in una unica figura (per certi versi vicina allo stile di Cassandra Wilson), una sicura protagonista della musica di qualità, capace di elevare una qualsiasi canzone ad un livello superiore, e quindi di far parte a pieno titolo della pattuglia di voci femminili citate all’inizio. Deliziosamente ammaliante!

Tino Montanari

Ci Ha Lasciato Anche “The Screaming Eagle Of Soul”, Il 23 Settembre E’ Morto Charles Bradley, Un Breve Ricordo!

charles bradley

Questo ricordo di Charles Bradley è ricavato da alcuni Post che gli avevo dedicato in passato sul Blog e che vi ripropongo in versione aggiornata.

Questo signore ha aspettato di arrivare alla rispettabile età di 63 anni prima di pubblicare il suo primo disco,  No Time For Dreaming, quindi figuriamoci se si offende perchè il sottoscritto lo ha fatto attendere alcuni mesi prima di decidersi a recensirlo. Intanto diciamo subito che è bellissimo e valeva l’attesa, si tratta di uno dischi soul migliori dell’anno 2011. La Daptone Records (l’etichetta di Sharon Jones e di Naomi Shelton) se lo è “giocato” con calma, pubblicandogli un 45 giri ogni 2 anni circa dal 2002 al 2010 per un totale di sette, poi, sempre affiancato dalla Menahan Street Band (che sono bianchi fuori ma neri dentro), ha deciso che era il momento di fare uscire l’album completo. Vogliamo chiamarlo retro-soul pensando di offenderlo? Con una voce così, nata da mille “battaglie” vissute tra i più disparati lavori per sbarcare il lunario, Charles Bradley non fa certo mistero di quali siano le sue preferenze musicali e basta guardarlo per capire.

Trattasi di soul, infatti lo chiamano “The Screaming Eagle Of Soul” e nella sua voce ci sono echi di Otis Redding, James Brown (il suo idolo), Marvin Gaye (più a livello musicale che vocale ma anche…), sicuramente Al Green, un pizzico abbondante di Wilson Pickett, mica pischelli qualsiasi. A furia di aspettare di pubblicare il suo album, questo genere, nei corsi e ricorsi, è tornato di moda quindi Bradley al momento è perfetto. E i fiati, le chitarre, l’organo, le voci delle coriste, la ritmica rimbombante della Menaham Street Band richiama alla mente Booker T & the Mg’s, i Mar-Keys, il vecchio Isaac Hayes nella sua veste di arrangiatore. Ci sono brani più belli e vissuti, come l’iniziale The World (Is Going Up In Flames), la straordinaria Lovin’ You, Baby che se Otis fosse ancora vivo avrebbe fatto sua, i temi sociali alla Marvin Gaye di The Golden Rule (e anche quel tipo di ritmi) ma cantati con la grinta di un Wilson Pickett. Momenti più leggeri, tipo The Telephone Song che sembra una versione di Buonasera dottore di Claudia Mori rivista in un ottica maschile e black, ma molto migliore dell’originale. La ballata sofferta alla Al Green di I Believe In Your Love, con un giro di basso strepitoso e coriste e fiati ai limiti della perfezione.

Il funky reiterato alla James Brown della gagliarda title-track e lo slow fantastico (sempre vicino alle tematiche dei lentoni à la Brown) con una chitarrina col reverbero sfiziosa che contrappunta, insieme ai fiati, “l’urlato” di Bradley. In You I Found Love, con i suoi fiati sincopati è un’altra variazione sul tema della perfetta canzone soul da declamatore/urlatore più Wilson che Otis ma con con gli ottoni sempre di provenienza Stax. Eccellente anche Why Is it So Hard, altro brano con il testo che si immerge nel sociale e la musica che sprofonda sempre più nel soul, “deep” come non mai. La chitarrina acustica, i ritmi latineggianti, il classico organo hammond, le percussioni e i fiati che entrano in sequenza nello strumentale Since Our Last Goodbye rimandano più ai Mar-Keys che agli Mg’s ma sempre di piacevolissima musica parliamo.Sarà tutto un gioco di rimandi e citazioni come nella conclusiva Heartaches And Pain, che ci riporta nuovamente al miglior Otis Redding ma lasciamoli “citare” ed essere derivativi se il risultato è questo, meglio retro che avant-soul mille volte se sono così bravi.

Per la serie, bravi, fateci incazzare anche proprio voi della Daptone che siete i paladini del vinile, la “nuova” versione per il download dell’album aggiunge alla tracklist le cover di Heart Of Gold di Neil Young e Stay Away dei Nirvana (anche se pare che ci sia nel LP un codice per il download gratuito dei 2 brani). Comunque, in ogni caso, la versione in CD da dodici brani basta e avanza, è di un “derivativo” mostruoso ma così autentico che sembra quasi vero e si gode come ricci sempre quando c’è buona musica!

charles bardley changes

Charles Bradley aveva esordito nel 2011, a 63 anni, con l’album No Time For Dreaming uscito per la meritoria etichetta Daptone (quella di Sharon Jones, anche lei scomparsa alla fine dello scorso anno), o meglio per la divisione Durham Records. Poi, il figlio illegittimo nato dall’unione tra James Brown e Otis Redding (non si può? Scusate!), con qualche gene di Wilson Pickett e Marvin Gaye caduto casualmente nella provetta, aveva confermato il suo talento pubblicando il secondo album, Victim Of Love, nel 2013, e quell’anno, ad inizio novembre era anche passato dal Bloom di Mezzago, dove avevo avuto il piacere di vederlo in concerto. In precedenza, nel 2012 era uscito Soul of America, un eccellente documentario sulla sua vita, e nell’aprile 2016 Changes, quello che rimarrà il suo ultimo album. Poi nel mese di agosto gli venne riscontrato un cancro al fegato e dovette sospendere il suo tour mondiale e tutte le sue altre attività. Da allora non si è più ripreso, fino alla scomparsa avvenuta alla età di 68 anni sabato 23 settembre in quel di  Brooklyn, New York, dove viveva da parecchi anni. Riposa In Pace Vecchia Aquila Del Soul!

Bruno Conti

Funky, Soul, Desert-Rock, Psichedelia E Tanto Blues-Rock. Tornano I SIMO Con Rise And Shine

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SIMO – Rise And Shine – Provogue/Mascot

Il disco precedente http://discoclub.myblog.it/2016/01/29/ritmi-sudisti-blues-vecchie-chitarre-simo-let-love-show-the-way/ , uscito a gennaio 2016, era stato, non dico un fulmine a ciel sereno, ma una bellissima sorpresa: un album come quelli che si facevano una volta, tra blues, rock e southern, suonato alla grande, con il suo protagonista principale, il chitarrista JD Simo, in grado di utilizzare nelle registrazioni la vecchia Gibson Les Paul che fu di Duane Allman, custodita proprio nella Big House di Macon, Georgia, la vecchia magione degli Allman Brothers nel loro periodo più fertile, libero e selvaggio, dove incidevano e provavano. E lo spirito di quello strumento e di quelle sonorità era presente in modo massiccio nell’album Let Love Show The Way, un tipico disco da power trio vecchia maniera: irruente, ma anche ricco di finezza, e con l’aggiunta di una bella cover come Please Be With Me, Cowboy via Eric Clapton. Dopo quell’album i SIMO sono partiti per un tour mondiale durato tutto l’anno, 215 date in giro per il mondo (Italia compresa, grande concerto anche a Milano come opening act dei Blackberry Smoke): poi sono tornati alla loro base di Nashville, e da febbraio del 2017 sono entrati in studio di registrazione per incidere il nuovo album Rise And Shine, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Don Bates, e producendosi da soli, oltre a JD Simo alla chitarra, Elad Shapiro al basso e Adam Abrashoff alla batteria.

Undici canzoni nuove, scritte dal gruppo, che per l’occasione, oltre ai generi citati, esplora anche altre forme sonore, secondo le loro stesse parole, Stax soul, funky, desert-rock e psichedelia, quindi andiamo a sentire. Come spesso accade sto ascoltando in streaming in anteprima l’album, parecchio prima dell’uscita e quello che sento mi sembra veramente più che valido: Return è un sinuoso, moderno, quasi futuribile, R&B degli anni duemila, con voce filtrata, ritmo quasi minimale e sospeso, con un corposo giro di basso ad ancorarlo, e una chitarrina sorniona che poi esplode in un assolo dalle timbriche inconsuete, con la solista che quasi se la “ride”. In effetti lo stesso JD Simo ha ricordato che nella sua collezioni di dischi, ai fianco dei nomi e degli stili citati, ci sono anche artisti contemporanei, tipo D’Angelo, Alabama Shakes, Prince e i Roots, solo che, a modesto parere di chi scrive, lui li rielabora molto meglio nella sua visione musicale. Meditation è un funky-rock che fonde Stax, Sly And Family Stone e un pizzico di Blaxploitation, con le scintille di una chitarra hendrixiana e la voce nera del musicista di Chicago, per una eccitante cavalcata a tutto ritmo nella musica rock del futuro o nel futuro della musica rock, come preferite. Shine, potrebbe rimandare a degli ZZ Top leggermente schizzati e psych, con una tastiera ad irrobustire il power rock del trio e ad un assolo di chitarra con wah-wah che rallenta improvvisamente in un blues acidissimo e poi riesplode a tutta velocità, mentre People Say insiste in questa carnale combinazione di blues-rock alla Cream, voci e chitarre impazzite e acrobazie sonore di basso e batteria che ne sostengono le divagazioni verso sonorità che ricordano Funkadelic o Parliament https://www.youtube.com/watch?v=fPqgQiItkEo .

I nostri amici, soprattutto Simo, mettono a fuoco suoni e grooves probabilmente studiati in centinaia di dischi di altri musicisti, ascoltati o perché ci hanno suonato, il melting pot ogni tanto funziona bene, altre volte è più pasticciato, ma ci sono comunque sempre interessanti situazioni musicali anche in un brano “strano” come Don’t Waste. In I Want Love il buon JD sfodera il suo miglior falsetto da soul crooner, per una ballata lenta ed avvolgente che ogni tanto viene percorsa da brevi e brusche sferzate di chitarra che cercano di turbarne la quiete; The Climb è quello che abbiamo definito desert-rock psichedelico, uno strumentale che deve qualcosa sia alle furiose schitarrate dell’Hendrix sperimentale, quanto, in parte, anche alle colonne sonore dei western all’italiana. Non poteva mancare ovviamente uno slow blues cattivissimo e malevolo come Light The Candle, dove la chitarra va in overdrive verso il blues-rock più heavy di stampo power trio anni ’70, con un assolo selvaggio ed incontenibile che conferma la reputazione di JD Simo come uno dei guitar heroes più fenomenali del nuovo millennio, anche senza la chitarra di Duane Allman.

E il trio, non pago, dopo gli oltre sette minuti di questo tour de force, rilancia con altri sette di minuti di gran classe in Be With You, una lenta soul ballad che viene travolta da un’altra torrenziale cascata di note della solista del nostro che sale e scende nei volumi e nell’intensità in un altro assolo, formidabile per timbri, feeling e gusto squisito, e che nel crescendo finale ricorda With A Little Help From My Friends, il loro cavallo di battaglia delle loro esibizioni Live, mirabilmente registrata in una unica take notturna. Siamo quasi al finale, ma prima uno sketch acustico, The Light che è una sorta di folk blues intimo e intenso, solo voce e chitarra; a questo punto manca un solo brano, ma che brano, tredici minuti di “follia” sonora in modalità jam, per una I Pray, di nuovo tra derive psichedeliche alla Grateful Dead e rintocchi chitarristici tribali che rimandano al Peter Green esoterico di End Of The Game, in una orgia di wah-wah di rara potenza, ma anche passaggi jazzati di rara finezza e tocco. Se volevamo una conferma questo Rise And Shine ce la dà a pieno titolo: non solo per JD Simo, ma per tutta la band, un trio di musicisti veramente, si spera, dal luminoso futuro,  ma per ora anche dal presente brillante e stimolante!

Esce domani venerdì 15 settembre.

Bruno Conti  

Una Storia Complicata Ma Ricca Di “Gloria”. Joe Cocker – Mad Dog With Soul

joe cocker mad dog with soul

Joe Cocker – Mad Dog With Soul – Eagle Rock/Universal DVD

Sono passati ormai più di 2 anni dalla scomparsa di Joe Cocker http://discoclub.myblog.it/2014/12/23/conclusione-anno-terribile-livello-decessi-nellambito-musicale-ieri-morto-anche-lacciaio-sheffield-joe-cocker-1944-2014/ ,  quindi pareva quasi inevitabile che prima o poi al grande cantante di Sheffield venisse dedicato un documentario che ne tracciasse il percorso umano e musicale. Di DVD dal vivo di Cocker ne esistono molti, a partire dallo splendido Mad Dog And Englishmen, quello da avere assolutamente, e poi vari concerti dal vivo registrati soprattutto nella seconda parte della sua carriera, ma nessuno si era spinto a tracciare in modo così approfondito la sua biografia, e questo Mad Dog With Soul (titolo che dice già tutto) lo fa in modo eccellente, anche se come quasi tutti i vari tipi di “rockumentary”, lo fa, purtroppo, a scapito della musica, perché di materiale dal vivo ce n’è veramente poco. Intendiamoci, il film è fatto molto bene, con familiari, amici e musicisti che lo hanno conosciuto che raccontano la storia della sua travagliata vicenda con ricchezza di particolari, in modo molto umano, a tratti persino emozionante nei continui saliscendi della sua vicenda artistica e umana, ma su 90 minuti di durata (più altri 30 minuti di materiale extra), a voler esagerare, ci saranno dieci forse quindici minuti di pezzi tratti da concerti o apparizioni televisive, sempre in brevissimi spezzoni che finiscono praticamente quasi subito.

D’accordo, la storia è appassionante e ricca di colpi di scena, però il DVD non ha neppure i sottotitoli in italiano e qualche pezzo musicale completo ci sarebbe stato molto bene. Comunque la vicenda parte nell’Inghilterra della fine anni ‘50 attraverso le voci dei vari protagonisti: lo stesso Joe Cocker con interviste d’archivio, il fratello Victor, la vedova Pam Baker Cocker che entra nella vicenda solo verso la fine degli anni ’70, e poi Chris Stainton, Jerry Moss, Rita Coolidge, Billy Joel, Jimmy Webb, Randy Newman, uno dei suoi manager Michael Lang (proprio lui, l’organizzatore del Festival di Woodstock) e altri “interpreti minori”. Il film, tra l’altro parte alla grande, con un filmato di Joe Cocker, dal vivo a New York, nel 1970, che canta una With A Little Help From My Friends tratta dal tour di Mad Dog, con Leon Russell e il suo cilindro che lo affiancano, ma in meno di un minuto è già finito. E questo già indica come sarà il contenuto del film: interviste con un giovane ed arruffato Joe, spesso trasandato, timido, ma ancora dotato del bene dell’intelletto, che racconta di quando da bambino, intorno ai dodici anni, a casa, davanti allo specchio, si esercitava con una racchetta da tennis in quella che poi sarebbe stata definita “air guitar”; Phil Crookes, uno dei suoi primi amici nella Sheffield degli anni ’50, racconta che sin da allora Joe ascoltava molto la radio e aveva già sviluppato la sua passione per quello che sarebbe stato il faro e il modello di tutta la sua carriera, Ray Charles. Insomma, il film si vede con piacere, nella sua narrazione che ci porta dal primo brano di successo, scritto con Chris Stainton, Marjorine, al primo album, prodotto da Denny Cordell, e con Jimmy Page, Steve Winwood e altri luminari dell’epoca impegnati nel disco, l’incontro con i Beatles, Harrison e McCartney che gli regalano Something e She Came In Through The Bathroom Window, per il secondo disco, e anche quello con Jerry Moss, il boss dell’A&M che lo lancerà, dopo il grandissimo successo di Woodstock (anche qui proprio un filmato da intramuscolo, con Billy Joel che ricorda di averlo visto ed essere rimasto folgorato da quella voce incredibile).

E ancora, Rita Coolidge che ricorda l’esperienza del tour di Mad Dog, guidato da Leon Russell, delegato dallo stesso Cocker, e al termine del quale gli oltre 50 protagonisti erano praticamente senza un soldo, e Joe sviluppò la sua dipendenza per qualsiasi tipo di droga, alcol e pasticche, che nel giro di un anno lo avrebbero trasformato in una sorta di relitto umano, e  le foto e i filmati di un Joe Cocker simile a un barbone, ormai privo del lume della ragione sono impressionanti: fino al culmine del suo concerto di rientro, in cui c’era tutta l’industria discografica e Joe non riuscì non dico a cantare ma neppure a muoversi. Poi ci sono i tentativi di recupero con l’aiuto di Lang, alcuni momenti felici, dall’incontro con l’idolo (anzi il Dio)  Ray Charles, al piano di fianco ad un adorante Cocker mentre cantano You Are So Beautiful, a quello con la futura moglie Pam che dividerà con lui gran parte della vita, il ritorno al successo con Up Where We Belong in coppia con Jennifer Warnes e You Can Leave Uour Hat On, fino agli anni ’90 e oltre, quando grazie all’incontro con il nuovo manager (mollando Lang senza un ringraziamento), lo stesso di Tina Turner, tornerà ad essere una superstar in giro per tutto il mondo, anche se, aggiungo io,  i livelli qualitativi dei primi anni non verranno mai più raggiunti. Motivi quindi per guardare questo DVD ce ne sono, pur se con i limiti espressi all’inizio.

Bruno Conti

Di Padri In Figli. AJ Croce – Just Like Medicine

aj croce justt like medicine

AJ Croce – Just Like Medicine – Compass Records CD

Il plurale nel titolo è voluto: diciamo che i “padri” sono quello vero, genetico, Jim Croce, uno dei cantautori più validi (e anche di successo) dei primi anni ’70, tra gli inventori di quello stile che poi è stato definito soft-rock, scomparso in un incidente aereo nel settembre del 1973, e Dan Penn, uno dei padri della soul music, autore, cantante e produttore tra i più prolifici nella diffusione della musica nera di qualità, scritta e suonata anche dai bianchi. E tra gli ospiti di questo Just Like Medicine, alla chitarra troviamo anche Steve Cropper, un altro che dell’argomento se ne intende. Penn negli ultimi anni ha ripreso ad apparire, di tanto in tanto, sia come ospite, ad esempio nello splendido Soul Searchin’ di Jimmy Barnes http://discoclub.myblog.it/2016/07/10/supplemento-della-domenica-favoloso-vero-soul-australiano-jimmy-barnes-soul-searchin/  o in Dedicated il tributo del 2011 ai Five Royales proprio di Cropper, sia come produttore, penso ad alcuni dischi degli Hacienda Brothers negli anni 2000, a uno di Julian Dawson nel 2008 e al bellissimo Make It Through This World, il disco del 2005 del compianto Greg Trooper. Per cui ogni sua apparizione è preziosa, e quando avevo letto che avrebbe prodotto il nuovo album di Aj Croce ero curioso di sentire quali sarebbero stati i risultati.

Il figlio di Jim (e Ingrid) Croce forse non ha il talento dei genitori, ma nel corso della sua carriera, iniziata nel 1993 con il disco omonimo, ogni tanto ha saputo proporre dei dischi di buona qualità, dove accanto alle sue indubbie qualità di pianista e organista si potevano gustare anche canzoni raffinate dove il blues, il rock, un pop raffinato con qualche venatura country e degli elementi New Orleans, venivano veicolati attraverso una voce duttile e con qualche similitudine con quella del babbo, nonché quella di altri praticanti di quello stile che fonde musica nera e rock bianco: uno di questi firma, in una delle sue ultime apparizioni, come co-autore, una delle canzoni migliori di questo album, parlo di Leon Russell, che firma appunto con Croce The Heart That Makes Me Whole, il brano dove compare anche Steve Cropper come chitarrista aggiunto; un pezzo che pare uscire dai solchi di qualcuno dei vecchi dischi Stax che Penn produceva ai tempi d’oro, e non guasta certo la presenza degli attuali Muscle Shoals Horns, Charles Rose, Doug Moffet Steve Herrmann, oltre che delle McCrary Sisters alle armonie vocali, di David Hood al basso, Bryan Owings alla batteria e del chitarrista Colin Linden, un canadese prestato alla scena musicale della Nashville più ruspante. Con tutti questi luminari in azione non solo il brano in oggetto, ma tutto il disco profuma di soul e R&B, la canzone in particolare è ruspante e fiatistica, ma si apprezzano anche momenti più ricercati e sonicamente diversi, come l’atmosferica e swampy Gotta Get Outta My Head, dove i ritmi salgono e scendono a comando in una bel ambiente sonoro persino leggermente futuribile, o il recupero di un brano inedito di Jim Croce, la godibilissima The Name Of The Game, dove il country-blues-pop del musicista della Pennsylvania rivive nell’ugola del figlio, pezzo che vede anche la presenza della chitarra acustica di Vince Gill, altro ospite di pregio del disco.

Cures Just Like Medicine è una bella e tersa ballata sudista, che si spinge fino al profondo Sud, anche delle Louisiana, ma attinge pure dal roots-rock e dall’Americana sound della Band e dal gospel-soul impersonificato dalle splendide voci delle sorelle MCCrary. Il disco, dieci brani, dura solo poco più di 31 minuti, ma nella sua compattezza risiede anche gran parte della qualità globale dell’album stesso: Move On rimanda alle ballate rock’n’soul di Russell o Joe Cockertre minuti quasi perfetti, replicati nella deliziosa The Other Side, la canzone scritta insieme a Dan Penn. Full Up, con un Aj Croce magistrale al piano, potrebbe uscire da qualche album di Dr. John, puro New Orleans sound. Forse se un appunto si può fare è alla voce di AJ, che pur essendo un buon cantante non è un fuoriclasse come quelli frequentati da Penn in passato. godibile ed intenso ma non memorabile, per esempio nella romantica I Couldn’t Stop, dove fa capolino anche la fisarmonica di Jeff Taylor, una grande voce avrebbe potuto fare sfracelli. Hold You è un altro mid-tempo fiatistico di classe cristallina, degno confratello dei brani che Penn componeva a getto continuo negli anni gloriosi del Muscle Shoals Sound, nuovamente breve e conciso, senza un oncia di “grasso” da scartare. E pure il pop alla Box Tops della conclusiva The Roads non delude l’ascoltatore innamorato delle vecchie sonorità classiche. Che come si è capito abbondano in questo Just Like Medicine, forse non arte pura ma artigianato vintage di onesta fattura, che però può bastare per gli amanti della buona musica.

Bruno Conti

Ripassi Estivi 3: Come Chitarrista Niente Da Dire, Per Il Resto… Glenn Alexander & Shadowland

glenn alexander & shadowland

*NDB In effetti questo album rientra proprio a pieno diritto nella categoria dei “ripassi estivi”, considerando che il disco in origine era uscito nel luglio del 2016, ma visto che neppure del maiale si butta via nulla, recuperiamo anche questa uscita: buona lettura.

Glenn Alexander & Shadowland – Glenn Alexander & Shadowland – Rainbow’s Revenge CD

Glenn Alexander è un chitarrista originario di Wichita, Kansas, in attività da più di trent’anni, e nel corso del tempo coinvolto in una lunga serie di sessions ed iniziative varie (tra cui il combo jazz-rock-fusion Mahavishnu Project), ma è maggiormente noto per essere da qualche anno la chitarra solista degli Asbury Jukes di Southside Johnny. Il suo ultimo progetto in ordine di tempo è un gruppo di sette elementi (compreso sé stesso) da lui denominato Shadowland, un combo che propone una miscela di rock, blues, funky, soul e rhythm’n’blues, una sorta di Asbury Jukes di secondo piano: infatti il suono del gruppo non è molto diverso da quello della band capitanata da John Lyon, anche perché la sezione fiati è esattamente la stessa (Chris Anderson alla tromba, John Isley al sassofono e Neal Pawley al trombone), e pure il batterista Tom Seguso fa parte di entrambi i gruppi, mentre al basso troviamo Greg Novick ed alle armonie vocali una certa Oria, che non è altro che la figlia di Alexander (in qualità di ospiti troviamo anche l’organista dei Jukes, Jeff Kazee, e lo stesso Southside ospite all’armonica in un brano).

Glenn Alexander & Shadowland è quindi una sorta di session dei Jukes senza Johnny, e la differenza, sarò banale, si sente: Glenn è un ottimo chitarrista (se no non suonerebbe coi Jukes), ma forse non ha del tutto la statura adatta per fare l’artista solista, sia dal punto di vista compositivo che vocale. Il suo timbro infatti è discreto, ma manca di quella profondità necessaria se si affronta il tipo di musica proposta, va bene nei pezzi più rocciosi, ma nei brani più soulful nei quali servirebbero maggiori sfumature mostra la corda: rimane comunque un eccellente axeman, ed il gruppo (ma questa non è una sorpresa) suona che è un piacere, e quindi il disco alla fine, pur se non imprescindibile, risulta piacevole, alternando canzoni di buon spessore ad altre tagliate un po’ con l’accetta. If Your Phone Don’t Ring è una rock’n’roll song potente e chitarristica, con i fiati a dare più colore ed un ottimo assolo da parte di Glenn, che mostra che il manico c’è, ed una voce che qui non sfigura. Anche Earl Erastus è un pezzo piuttosto granitico, non originalissimo ma se vi piace il rock-blues chitarristico un po’ di grana grossa qui troverete trippa per i vostri gatti; Memphis Soul è invece un funky abbastanza riuscito, gradevole e con i fiati maggiormente dentro alla canzone, mentre Big Boss Man, il noto classico di Jimmy Reed, è rifatto in maniera non convenzionale: il blues c’è eccome, ma la ritmica ed i fiati le danno un tono errebi, e la chitarra fa benissimo la sua parte.

Con I Picked The Wrong Day (To Stop Drinkin’) si cambia registro, in quanto ci troviamo di fronte ad una ottima soul ballad con elementi gospel, molto classica e con un motivo fluido, anche se forse qui serviva un cantante con più profondità; la mossa Get A Life è un jumpin’ blues con fiati, puro Southside Johnny sound (e difatti Mr. Lyon compare all’armonica), solo che il cantante del New Jersey l’avrebbe cantata molto meglio, mentre la lunga Blues For Me And You è a metà tra jazz e blues, un pezzo raffinato e suonato con discreta classe, con Oria che duetta con il padre (mostrando che forse la cantante solista del gruppo avrebbe dovuto essere lei) e la solita inappuntabile chitarra. Get Up è ancora funky suonato in maniera impeccabile ma che mostra ancora una volta l’assenza di un vero cantante, mentre con Common Ground siamo di nuovo in territori soul, forse uno dei pezzi più riusciti del CD, Come Back Baby è un blues swingato di ottimo livello (i fiati suonano alla grande), anche se dal punto di vista vocale il paragone con l’originale di Ray Charles è impietoso. Chiudono la roccata e monolitica The Odds Are Good e C.O.D., altro godibile blues ricco di swing e ritmo. Un discreto disco quindi, anche se sono comunque dell’idea che Glenn Alexander possa continuare a dare il meglio di sé come chitarrista per conto terzi.

Marco Verdi

Pensavo (Al) Peggio… Anche Se. The Isley Brothers & Santana – Power Of Peace

isley brothers santana

The Isley Brothers & Santana – Power Of Peace – Sony/Bmg

Dopo l’uscita di Santana IV dello scorso anno (recensito sul Blog casualmente sempre di domenica http://discoclub.myblog.it/2016/04/10/supplemento-della-domenica-anticipazione-unoperazione-marketing-anche-finalmente-gran-bel-disco-santana-santana-iv/ ), e poi anche del successivo ottimo CD/DVD dal vivo, c’era curiosità per questa collaborazione tra Carlos Santana e gli Isley Brothers, una delle istituzioni della black music americana, prima R&B e soul, poi ancora ottimo funky, anche hendrixiano, nei primi anni ’70, ma sinceramente, per il mio gusto personale, non ricordo un disco veramente valido dei fratelli Isley da lunga pezza, anche se qui e là sprazzi della vecchia classe non sono mai mancati, sia nei dischi come gruppo che in quelli di Ronald ed Ernie Isley (ne ricordo solo uno per la verità). Comunque Ronald Isley era presente appunto, come cantante aggiunto, in due brani di Santana IV, e il suo tipico vocione ben si era amalgamato con il sound classico della Santana Band migliore della storia. Quindi forse, ma forse, i presupposti per questa sorta di supergruppo c’erano, anche se poi leggendo le anticipazioni si era visto che il gruppo utilizzato per questo album era la road band di Carlos Santana, con il solo bassista Benny Reitveld tra quelli utilizzati nel disco, e la moglie di Carlos Cindy Blackman, alla batteria, nonché “produttrice” dell’album insieme al marito. Gli altri musicisti non mi fanno impazzire, a partire dal tastierista Greg Phillinganes, nonostante il suo passato nella band di Stevie Wonder, e, sulla carta, anche l’idea di fare un disco di sole cover (ma non degli Isley Brothers o dei Santana, anche se forse poi le suoneranno nel tour di promozione dell’album), visto il “tragico” precedente del pessimo Guitar Heaven, non era il massimo.

E invece, pur non potendo parlare certo di capolavoro, anzi, questo Power Of Peace, è un disco piacevole, per quanto non memorabile, insomma si lascia ascoltare (a fatica), con una buona scelta dei brani da rivisitare, e un sound che solo a tratti raggiunge i limiti di guardia del cattivo gusto, ma lo fa: la partenza avviene con il classico groove santaneggiante dell’iniziale Are You Ready, un vecchio brano dei Chambers Brothers, una delle prime formazioni a fondere rock, psichedelia e musica nera, con ottimi risultati, tra fine anni ’60 e inizio anni ’70, le chitarre di Carlos e Ernie, in modalità wah-wah (di cui è sempre stato uno dei maestri, e discepolo hendrixiano di Jimi che aveva suonato a lungo ad inizio carriera con gli Isley) interagiscono con grinta, la voce di Ronald è ancora potente, e il lavoro di Karl Perazzo (l’altro musicista di vaglia presente) alle congas è pregevole. Partenza buona quindi, confermata dal classico rock’n’soul della vibrante Total Destruction Of Your Mind, un brano del misconosciuto Swamp Dogg, con le chitarre ancora assolutamente in piena libertà, soprattutto quella di Santana. E non male, anche se forse troppo carica di sonorità un filo turgide, la cover di Higher Ground di Stevie Wonder, diciamo che l’assolo di wah-wah di Ernie Isley non riesce forse a salvarla del tutto, ma la rappata di tale Andy Vargas non aiuta.

Una lunga rilettura di God Bless The Child di Billie Holiday è tra le sorprese del CD, parte come una ballata pianistica, poi entra la voce ancora intensa, per quanto segnata dal tempo, di Ronald, e il pezzo diventa una soul ballad alla Isley Brothers, con i due chitarristi impegnati in un fine lavoro di cesello, soprattutto il classico solo melodico di Carlos, suo marchio di fabbrica. L’unico brano originale dell’album, I Remember, firmata da Santana e da Cindy Blackman, che poi la canta, in una lotta di falsetti con Ronald, è un’altra onesta ballata, molto “nu soul”, ma non deleteria. Mentre Body Talk, un  vecchio pezzo di Eddie Kendricks dei Temptations, pur se ricorda il sound Motown, rimanda anche al brano omonimo degli Imagination, e francamente, come la precedente, se ne poteva fare anche a meno, si salva giusto l’assolo di Santana.Gypsy Woman di Curtis Mayfield è il veicolo ideale per il classico falsetto di Ron, e anche l’idea di dargli una atmosfera gitana, ispirata dal titolo, non è del tutto peregrina ,, quindi il brano risulta uno dei migliori dell’album, con le due chitarre sempre in brillante spolvero, mentre I Just Want To Make Love To You  di Willie Dixon l’ho riconosciuta giusto perché ho letto il titolo, per il resto tra un riff di Foxy Lady e rullate a tutto campo della batteria della Blackman sembra un pezzo, di quelli brutti, di Eric Gales, e in questo le chitarre wah-wah ovunque non aiutano (e qui i limiti del cattivo gusto si superano).

Love, Peace And Happiness, l’altro pezzo dei Chambers Brothers, pur con qualche eccesso, riporta i binari del sound su un rock’n’soul energicomeglio la melliflua cover del classico di Burt Bacharach What The World Needs Now Is Love, portata al successo da Dionne Warwick Jackie De Shannon, che qui riceve il trattamento Santana + Isley Brothers, con Ronald Isley che la canta veramente bene, e poi il pezzo è bello, comunque lo giri. E non dispiace neppure la rilettura molto fedele del classico di Marvin Gaye Mercy Mercy Me (The Ecology), soul anni anni ’70 di gran classe, come pure la jazzata Let The Rain Fall On Me, una ballata suadente del poco conosciuto Leon Thomas, dove si apprezza nuovamente il phrasing impeccabile di Ronald Isley, e un assolo di piano mirabile, presumo del bistrattato dal sottoscritto Phillinganes, e zero chitarre.. Let There Be Peace On Earth di Sy Miller Jill Jackson, francamente non me la ricordavo, e forse è meglio, un pezzo simil gospel-natalizio portato al successo da Vince Gill, cantato coralmente da Blackman e Isley, anche in questo caso, l’unica cosa che si salva è l’assolo di chitarra di Carlos. In definitiva il disco, pur non dando ragione in toto al titolo del Post, non è, diciamo, indispensabile, quindi, come direbbero a Roma, “Aridatece Santana IV”!

Bruno Conti

Il Disco Blues Dell’Anno? Forse No, Ma Soltanto Perché Non E’ (Solo) Blues! Taj Mahal & Keb’ Mo’ – TajMo

tajmo

Taj Mahal & Keb’ Mo’ – TajMo – Concord CD

Henry Saint Clair Fredericks, meglio conosciuto come Taj Mahal, è una vera e propria leggenda della musica americana. Considerato giustamente uno dei giganti del blues, Taj non è mai stato però solo un bluesman: certo, la musica del diavolo è sempre stata quella più presente nei suoi dischi, ma spesso e volentieri il musicista di Harlem si è fatto contaminare da folk, rock, soul, R&B, country, musica africana e, sue grandi passioni, le musiche caraibica e hawaiana. Nella sua carriera ha inciso, live compresi, più di trenta dischi, meno di quanto uno potrebbe pensare (preferendo quindi la qualità alla quantità), ma è stato coinvolto negli anni in una serie innumerevole di collaborazioni, le più note delle quali sono il famoso e variopinto Rock And Roll Circus dei Rolling Stones ed il supergruppo dei Rising Sons insieme a Ry Cooder, una band giovanile dalle enormi potenzialità che avrebbe meritato ben altra fortuna: discograficamente Mahal è fermo dal 2008, anno in cui diede alle stampe l’ottimo MaestroKeb’ Mo’, pseudonimo di Kevin Moore, è invece un personaggio di minor profilo, ma pur sempre di una certa importanza: attivo dagli anni ottanta, Moore è sempre stato un bluesman raffinato e con spesso un occhio rivolto alle vendite, con non infrequenti ammiccamenti al pop e diversi Grammy vinti, anche se ultimamente sembra aver preso stabilmente la strada del blues; Moore e Mahal non avevano mai collaborato, almeno fino ad oggi, dal momento che hanno deciso di unire le forze e pubblicare questo album di coppia, intitolato semplicemente TajMo.

Ed il disco è una vera sorpresa, non tanto per Mahal che sappiamo essere un fuoriclasse, quanto per Moore, il quale, forse stimolato dalla presenza del grande Taj, ha dato il meglio di sé, forse come raramente aveva fatto prima. Un album splendido, suonato e cantato alla grande dai due leader (davvero due generazioni a confronto) e con una lunga serie di ottimi sessionmen che rendono il suono del disco davvero ricco e pieno di sfumature e sfaccettature; come ho scritto nel titolo, il disco non è solo blues, almeno non nel senso canonico del termine: certo, il blues è quasi sempre presente, ma il più delle volte mescolato con il soul (i fiati sono molto presenti), il folk, la musica roots ed anche un paio di ballate, con un giusto bilanciamento di cover e brani originali, questi ultimi, sei su undici totali, tutti scritti da Moore, e due di essi insieme a Taj. Dulcis in fundo, abbiamo anche diversi ospiti di nome (e sostanza), come Bonnie Raitt, l’Aquila Joe Walsh, il songwriter canadese Colin Linden, la percussionista Sheila E. (sorella di Alejandro Escovedo), il grande batterista Chester Thompson, già con Frank Zappa Genesis e la cantante soul e jazz Lizz Wright. Quello che forse stupisce di più è però l’affiatamento tra i due leader, quasi come se TajMo non fosse il primo disco in coppia ma l’ultimo di una lunga serie, con il vecchio Taj (ma anche Kevin non è certo un ragazzino) che si presta volentieri a collaborare in brani non proprio tipici del suo stile.

Si parte benissimo con Don’t Leave Me Here, uno scintillante e potente rock-blues, con i fiati a colorare il suono e le due grandi voci che si alternano, con ottimi interplay tra la chitarra di Moore e l’armonica di Billy BranchShe Knows How To Rock Me è un vecchio brano di William Lee Perryman, alias Piano Red (ed inciso anche da Little Richard), che qui assume le tonalità di un country-blues rurale, con le due voci arrochite e le due chitarre acustiche (quella di Kevin è slide) a guidare le danze, mentre All Around The World è un ritmato soul-errebi di grande presa, vivace, colorato e coinvolgente, con grande uso del pianoforte ed un ottimo background da parte dei fiati e cori femminili, un pezzo più nelle corde di Moore che di Mahal, ma comunque davvero godibile. Om Sweet Om è una ballata decisamente raffinata, quasi vellutata, arrangiata con gusto e con la gran voce della Wright che si unisce a quelle del duo, un brano quasi easy listening ma di gran classe; Shake Me In Your Arms è un rock’n’soul scritto da Billy Nichols, mosso e grintoso, con fiati e chitarre (l’assolo è di Walsh) che si contendono la scena ed i due “giovanotti” che secondo me si divertono un mondo; That’s Who I Am è ottima, un vibrante blues-got-soul dalla melodia orecchiabile e train sonoro diretto (il genere in cui eccelle uno come Robert Cray), ancora con i fiati in gran spolvero ed i nostri che sembrano interagire da sempre.

Diving Duck Blues, di Sleepy John Estes, è l’unico blues “duro e puro” del CD, affrontato alla maniera di Mississippi John Hurt, due voci, due chitarre ed un’aria leggermente folkeggiante, ed il risultato finale è, manco a dirlo, superlativo; Squeeze Box, proprio il brano degli Who, di recente l’ho sentita anche rifatta da Bruce Robison ma, con tutto il rispetto per il countryman texano, qui siamo su un altro pianeta: gran ritmo, atmosfera vagamente caraibica, grande uso di fisarmonica (squeeze box, appunto) da parte di Phil Madeira, ed i due che divertono divertendosi: senza dubbio tra gli highlights del disco. Disco che si chiude con altri due brani scritti da Moore (il secondo con Mahal), la bella Ain’t Nobody Talkin’, altro travolgente errebi venato di rock, e la solare, colorata e godibilissima Soul, nella quale il vecchio Taj si trova nel suo ambiente musicale naturale, per finire con Waiting On The World To Change, una soul ballad di John Mayer, ancora in veste spoglia ma con un leggero accompagnamento ritmico, oltre alle armonie vocali della Raitt.

Un gran bell’album quindi, cosa prevedibile se si mettono insieme una leggenda ed un veterano: consigliato anche a chi non ha il blues come sue genere preferito.

Marco Verdi