Nella Saga Delle Bande Southern Rock Fratello E Sorella Mancavano Ancora All’Appello. Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep

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Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep – Mascot/Provogue Records

 Questi Thomas Wynn And The Believers sono un sestetto, vengono da Orlando, Florida, quindi in un certo senso doppiamo aspettarci radici sudiste nella loro musica: se poi aggiungiamo che il babbo del leader (e della sorella Olivia, altro importante elemento nella formazione) Tom Wynn, era stato il primo batterista dei Cowboy, storica formazione di southern-rock e county che incideva per la Capricorn, questo sospetto viene confermato. Ok, non è che il batterista fosse un elemento importante in quel gruppo, ma il fatto di essere stati cresciuti da un musicista che per anni aveva gravitato nel giro degli Allman Brothers e di tutti gruppi dell’etichetta di Macon, Georgia, ha avuto un influenza decisiva sugli anni formativi di questa nuova band. Che comunque ha avuto già diverse fasi, prima come Wynn Brothers Band, tra il 2005 ed il 2008, dove accanto a Thomas e al fratello Jordan, c’era pure il padre alla batteria. Finita la prima fase il gruppo si è sciolto, ma subito, nel 2009, e (ri)partita l’avventura come Thomas Wynn & The Believers, arriva la sorella Olivia, come seconda vocalist aggiunta, spesso cantante all’unisono nei brani della band, dove troviamo già anche l’armonicista Chris “Bell” Antemesaris, tuttora in formazione, e registrano un primo album, The Reason nel 2009, e poi Brothers And Sisters nel 2012, doppiamente esplicativo nel titolo, sia per le radici sudiste, sia per il fatto di essere veramente fratello e sorella.

In quell’album arriva anche la nuova sezione ritmica, Dave Wagner, basso e Ryan Miranda, batteria, mentre per completare l’attuale formazione arriva pure, nel 2014, il tastierista Bill Fey. Nel frattempo la band si è creata la reputazione di miglior band di Orlando e zone limitrofe, e vengono notati dalla Mascot che decide di metterli sotto contratto per registrare il loro esordio con l’etichetta, questo Wade Waist Deep. Tra le fonti di ispirazione e le influenze vengono citati anche i Black Crowes, la Band, i Creedence, i Pink Floyd, come al solito praticamente chiunque suoni: ma anche la musica soul, e il gospel, grazie all’educazione religiosa ricevuta in gioventù, oltre a parecchio sano hard rock seventies di buona fattura. Nel nuovo album la prima cosa che salta all’orecchio, ripeto, è questo uso inconsueto delle voci dei due fratelli, spesso utilizzate all’unisono, con un effetto molto gradevole e anche spiazzante. In effetti a tratti sembra quasi di sentire due voci femminili, visto che  Thomas utilizza spesso i suoi registri più alti: prendete l’iniziale Man Out Of Time, un solido groove ritmico, su cui galleggiano le due voci, chitarre e tastiere grintose, un sound che potrebbe rimandare al prog anni ’70, ma anche ai primi album delle Heart, e quindi per proprietà transitiva ai Led Zeppelin; il produttore Vance Powell (White Stripes, Jack White, Chris Stapleton), accentua gli elementi hard, con la chitarra di Wynn che inizia a farsi sentire. Ma nel secondo brano, la title track Wade Waist Deep le radici sudiste prendono il sopravvento, piano elettrico e organo, tocchi di chitarre acustiche, un cantato pieno di soul del bravo Thomas, eccellenti armonie vocali, per una ballata che rimanda alla citata Band o ai Black Crowes più rootsy.

Anche Heartbreak Alley rimane su queste coordinate sonore, un suono elettroacustico, una bella melodia, un sound avvolgente con retrogusti gospel e country, il cantato intenso della coppia e un testo che gronda buoni sentimenti, mentre il sound della band rimane compatto e gagliardo; My Eyes Won’t Be Open svolta ancora di più verso il soul, un’altra bella ballata, che parte sulla voce dei due Wynn, che entrano lentamente sui rintocchi dell’elettrica e delle tastiere, e poi in un crescendo di notevole efficacia catturano l’attenzione dell’ascoltatore, sempre con la tonalità quasi unica del leader che spesso vira quasi su un falsetto appena accennato, mentre la band costruisce arrangiamenti di notevole qualità. Thin Love ricorda nell’andatura qualche elemento dei CCR, ma le voci sono più sognanti e meno travolgenti, con strati di chitarre e tastiere sempre molto vicine ad un sound assai raffinato. I Don’t Regret è un’altra notevole deep soul ballad dove si apprezza la voce espressiva di Wynn (e della sorella), ma anche la potenza d’insieme dei Believers, con un organo gospel e la chitarra che inizia a ruggire, ottimo rock got soul. You Can’t Hurt Me alza la quota rock-blues, doppie chitarre assatanate, ritmica incattivita e le voci che si impennano e, non ce lo eravamo dimenticato, Chris Bell che per la prima volta soffia con vigore nella sua armonica.

Mountain Fog parte acustica e sognante, tipo Led Zeppelin IV, Plant e Sandy Denny, poi alza l’asticella del sound verso derive decisamente più hard, ma di ottima fattura, con le elettriche che iniziano a farsi sentire. Altro momento blues-rock con la gagliarda Burn As One, di nuovo con l’armonica di Bell a dividersi il proscenio con la chitarra di Wynn, e qui più che i Black Crowes mi hanno ricordato band recenti come i Blues Pills. Di nuovo partenza pastorale per una Feel The Good che poi prende un groove incalzante e disvela una volta di più le radici gospel-soul-rock della band, con un travolgente call and response vocale tra i due fratelli, mentre Chris Bell è di nuovo presente all’armonica. Potente anche il rock “robusto” di We Could All Die Screaming dove la band mette in luce il lato più muscolare della propria musica, con le chitarre in overdrive. E pure la violentissima e chitarristica Turn In Into Gold, è un’altra scarica di adrenalinico rock-blues, oltre sette di minuti di poderoso rock che scalda gli animi e ci consegna una “nuova” ottima band da gustare: se vi piacciono SIMO, JJ Grey & Mofro, quel mondo insomma. Esce il 19 maggio.

Bruno Conti

Si Rinnova La Tradizione Del Blues E Del Soul! Robert Cray – Robert Cray & Hi Rhythm

robert cray & hi rhythm

Robert Cray – Robert Cray & Hi Rhythm – Jay-Vee Records

Questo non è forse un disco di primizie per Robert Cray, a parte la nuova etichetta discografica (di proprietà proprio di Jordan e della moglie), ma un modo per rinnovare l’intreccio inestricabile del suo blues raffinato, ma spesso anche sapido e sanguigno, con il meglio di altre branche della musica nera, soul, R&B e funky, peraltro sempre presenti nel suo stile e nel suo DNA sonoro. Il produttore è il solito, bravissimo, Steve Jordan, incontrato la prima volta nel lontano 1987 per la registrazione del film Hail Hail Rock And Roll, l’omaggio alla musica di Chuck Berry, concepito da Keith Richards. Jordan ha prodotto svariati album di Cray: Take Your Shoes Off del 1999, già allora in quel di Memphis, come il precedente Sweet Potato Pie del ’97, registrato agli Ardent Studios. Ma per il successivo Shoulda Be Home del 2001, parte del disco venne registrato in quel di Nashville, ma alcuni brani ai leggendari Royal Studios, anche se non prevedevano ancora la presenza dei musicisti della Hi Records di Willie Mitchell, che in quegli studi hanno costruito parte della storia della soul music, grazie alle incisioni di Al Green, Ann Peebles, Otis Clay, dello stesso Mitchell, di O.V. Wright (tenete a mente il nome, ci torniamo tra un attimo) e di molti altri grandi artisti.

Poi per parecchi anni le strade di Robert e Steve Jordan non si incrociano più: Robert incide, come aveva fatto in passato, in California, a Londra, a Nashville, in Alabama, fino al 2014, quando il batterista torna per produrre l’ottimo In My Soul, e l’ancora più bello doppio live 4 Nights Of 40 Years Live http://discoclub.myblog.it/2015/09/02/quattro-decadi-del-migliori-blues-contemporaneo-robert-cray-band-4-nights-of-40-years-live/ . Finché i due non decidono di rendere omaggio ai musicisti dei mitici Royal Studios, ora gestiti dal figlio di Willie, Lawrence “Boo” Mitchell, (qui usato come ingegnere del suono) dopo la morte del babbo, avvenuta nel 2010, e lo fanno appunto utilizzando la celebre Hi Rhythm Band per questo disco. Dei fratelli Hodges, il chitarrista Teenie, non c’è più, ma Rev. Charles Hodges a piano e organo, Leroy “Flick” Hodges al basso, e il cugino Archie “Hubbie” Turner anche lui alle tastiere, sono ancora sulla breccia, e fanno sentire la loro presenza, insieme a Cray e Jordan, per un album che ha un sound formidabile. Per l’occasione, e per rendere l’omaggio ancora più completo, Robert sceglie di affidarsi ad una serie di cover di brani, magari non celeberrimi, ma di sicura efficacia, riservandosi solo tre brani a suo nome. E in due pezzi, come autore, ma anche come musicista, appare un’altra leggenda della musica americana come Tony Joe White, che saputo che Cray avrebbe inciso due delle sue canzoni per questo Hi Rhythm si è recato appositamente a Memphis, per apparire in questi brani.

Partiamo proprio da loro: Aspen, Colorado è una splendida ballata, una sorta di gemella di Rainy Nights In Georgia, un brano dove la band lavora di fino (come in tutto l’album peraltro) per ricreare quel feeling ineffabile dell’incisione originale, con la splendida voce di Robert Cray al meglio delle sue possibilità, e con White che si esibisce anche all’armonica (credo), mentre il brano scivola sulle ali di una meravigliosa serenità. Ma Tony Joe White non poteva non suonare anche la sua chitarra elettrica in una formidabile versione di Don’t Steal My Love, un fantastico brano che appariva in Black And White, il primo disco del 1969 dell’inventore dello swamp rock, un brano dove la band ci dà dentro di brutto, White a tutto wah-wah, Cray che gli risponde da par suo alla seconda solista, le tastiere e la ritmica impazzite per una cavalcata quasi psichedelica (togliete pure il quasi) di una intensità incredibile. Ma anche il resto del disco non scherza: The Same Love That Made Me Laugh è una riflessione amara firmata da Bill Withers, e qui resa come un tosto funky-soul dove si apprezzano sempre la voce melliflua di Robert e la sua chitarra; You Must Believe In Yourself è il tributo a O.W. Wright, musicista molto amato dal nostro, che in passato ha già registrato altre sue canzoni, un pezzo ritmato e funky, dove impazza anche la sezione fiati e Cray usa il suo timbro vocale più energico.

Impiegato pure in I Don’t Care, un pezzo firmato da un altro degli “eroi” musicali di Robert, quel Sir Mack Rice che molti ricordano per avere scritto Mustang Sally e Respect Yourself degli Staples Singers, ma era pure un grande cantante soul, come conferma questo delizioso mid-tempo dal ritmo contagioso, nonché la super funky e con fiati Honey Bad che arriva più tardi nel disco, e in cui la band va di groove alla grande. I tre brani scritti dal musicista di Columbus sono delle love songs, tre ballate soul, tutte molto belle e cantate splendidamente: Just Low, You Made My Heart e The Way We Are. Rimane I’m With You, un vecchio brano scritto da Lowman Pauling dei Five Royales che mescola blues, R&B e doo-wop in modo divino, e poi nella sua ripresa finale permette a Cray di dare libero sfogo alla sua chitarra solista (che comunque si sente nel disco, eccome) per il brano più blues di questo album, che una volta di più lo conferma artista di grande bravura e carisma, un pilastro della musica nera!

Bruno Conti

Comunque Lo Si Giri Un Gran Bel Disco! Samantha Fish – Chills & Fever

samantha fish chills & fever

Samantha Fish – Chills And Fever – Ruf Records

All’incirca ogni paio di anni la giovane chitarrista e cantante di Kansas City si presenta con un nuovo album e ogni volta cerca di stupire il proprio pubblico con proposte sempre fresche, varie ed accattivanti. Dopo i primi due album prodotti da Mike Zito (ma c’era stato anche un disco dal vivo autoprodotto Live Bait, che l’aveva fatta conoscere ai tipi della Ruf), inframezzati da un paio di album della serie Girls With Guitars, nel 2015 Samantha Fish si era trasferita in quel di Memphis, Tennesse (ma non solo, anche Louisiana e Mississippi) per registrare sotto la produzione di Luther Dickinson l’eccellente Wild Heart, un disco che univa lo stile più rock ed immediato dei primi due dischi, con le radici roots e blues del nuovo album, dove accanto alle notevoli doti di chitarrista metteva in mostra anche un costante miglioramento dal lato vocale, con influssi soul nel suo cantato http://discoclub.myblog.it/2015/06/10/giovani-talenti-si-affermano-samantha-fish-wild-heart/ .

Passano altri due anni e per questo nuovo Chills And Fever la troviamo in quel di Detroit, Michigan, sede ai tempi della gloriosa Tamla Motown, ma anche di una florida scena rock, e poi, in tempi più recenti, di una nuova ondata di talenti in ambito garage-rock e neo-soul: con la produzione di Bobby Harlow, vecchio sodale di Jack White agli inizi della loro carriera a Detroit, nei Go,  impegnato anche con altre band del circuito alternativo locale, tra cui i Detroit Cobras, gruppo etichettato come “Garage Rock Revival, e che, anche se non pubblicano nuovi album da una decina di anni, sono tuttora in attività, come testimonia la loro presenza nel nuovo disco della Fish: ben quattro di loro, Joe Mazzola alla chitarra ritmica, Steve Nawara al basso, Kenny Tudrick alla batteria e Bob Mervak, al piano elettrico e organo, innervati da un paio di fiati ingaggiati in quel di New Orleans, Mark Levron alla tromba e Travis Blotsky al sax. Lei si è infilata in un corpetto sexy, un paio di pantaloni leopardati e armata della sua chitarra elettrica ci regala un ennesimo disco di valore, dove tutti gli elementi citati ci sono, ma il risultato è un album dove il suono si nutre di soul, R&R, qualche deriva garage e punk, ma solo nell’attitudine, visto che il CD ha un sound molto raffinato e ricco di elementi vintage, attraverso una nutrita serie di cover che pescano nel passato, con la voce della brava Samantha sempre più autorevole e ricca di mille nuances.

L’apertura è affidata ad una scintillante He Did It, un vecchio brano delle Ronettes che era anche nel repertorio dei Detroit Cobras, con i vorticosi interventi della chitarra, un ritmo incalzante, i fiati sincopati, la voce pimpante della Fish, veramente splendida, e un’aria di festa e good time music che mettono subito l’ascoltatore in una gioiosa condizione d’animo. La title track, anche se forse non provoca “brividi e febbre”, è una vera delizia nu-soul, più che alla versione di Tom Jones di inizio anni ’60,  si ispira allo stile sexy e felpato della Amy Winehouse del periodo in cui era accompagnata dai Daptones, con piano elettrico e fiati che affiancano la voce felina della brava Samantha, che inchioda anche un breve e misurato solo della sua solista in modalità wah-wah; e pure Hello Stranger, con un organo alla Timmy Thomas, ed uno splendido e raffinatissimo arrangiamento soul, rimanda all’originale di Barbara Lewis, un’altra musicista nativa di quell’area, con la voce della nostra amica sempre accattivante e un intervento della solista di gran classe. It’s Your Voodoo Working, è stata una hit minore per tale Charles Sheffield, cantante R&B misconosciuto della Louisiana, una ulteriore piccola perla di questo Chills And Fever, musica che fa muovere mani e piedi, senza dimenticare il lavoro sempre di fino della chitarra.

Hurt’s All Gone, scritta da Jerry Ragovoy, la faceva Irma Thomas, ed è uno splendido midtempo di stampo soul, con fiati e chitarra sempre incisivi, mentre ignoro di chi fosse You Can’t Go, ma è un altro vorticoso errebi dove tutto fila a meraviglia, soprattutto la chitarra di Samantha. Either Way I Lose era nel repertorio di Nina Simone, e questa versione cerca di mantenere, riuscendoci, lo stile raffinato della grande cantante nera, Never Gonna Cry è un’altra oscura rarità di tale Ronnie Dove (?!?), una malinconica love ballad di stampo sixties, che fa il paio con Little Baby, un brano che ha il ritmo e la stamina della famosa Shout degli Isley Brothers, incalzante e irresistibile, con il lavoro della solista sempre perfetto. Che altro aggiungere? Crow Jane è il vecchio pezzo di Skip James, con la Fish alla cigar box guitar, per l’unica concessione al blues puro, ma anche le restanti Nearer To You, You’ll Never Change, la lunga Somebody’s Always Trying, con un assolo di chitarra micidiale, e la cover del vecchio successo di Lulu I’ll Come Running Over, quasi alla Blues Brothers, sono altri ottimi esempi di soul e R&B suonati e cantati con piglio e convinzione, Non si sa se apprezzare di più il lavoro della voce, della chitarra o la produzione di Harlow. Comunque lo si giri un gran bel disco.

Bruno Conti

Da Clarksville, Maryland, Con Sax Al Seguito, Arriva Il “Blues Got Soul” Di Vanessa Collier! – Meeting My Shadow

vanessa collier meeting my shadow

Vanessa Collier  – Meeting My Shadow – Ruf Records

Ogni anno la Ruf organizza un tour collettivo di tre differenti artisti, presentati in una sorta di revue vecchio stile, e la manifestazione prende il nome di Blues Caravan.  L’edizione del 2016, di cui avete letto non da molto su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2017/03/05/ancora-una-volta-lunione-fa-la-forza-ina-forsman-tasha-taylor-layla-zoe-blues-caravan-2016-blue-sisters-in-concert/ , era denominata Blue Sisters e prevedeva la partecipazione di Ina Forsman, Tasha Taylor e Layla Zoe, quella del 2017, attualmente in corso, si chiama “Blues Got Soul”, e vede la presenza di Si Cranstoun, incensato sempre da chi scrive su queste pagine per il suo ultimo album solista http://discoclub.myblog.it/2017/01/08/dalle-strade-di-londra-al-grande-vintage-soul-e-rr-si-cranstoun-old-school/ , Big Daddy Wilson e Vanessa Collier. Degli altri due sappiamo, ma chi è costei? Nativa di Clarksville, Maryland, laureata al Berklee College Of Music di Boston, per quasi due anni in giro per il mondo nella band di Joe Louis Walker, la Collier è un personaggio “anomalo”: una cantante-sassofonista, impegnata anche a flauto e tastiere, sulla falsariga di Nancy Wright, ovviamente recensita dal sottoscritto http://discoclub.myblog.it/2016/12/16/sassfoniste-donne-brava-canta-anche-nel-disco-ci-valanga-ospiti-nancy-wright-playdate/ , ma, come alcuni grandi del passato, tipo King Curtis o Jr. Walker, era più una sassofonista che saltuariamente canta.

La nostra Vanessa invece, fin dal suo esordio Heart Soul And Saxophone del 2014, preferisce presentarsi come cantante, senza dimenticare la sua attitudine di strumentista, ci sono bluesmen e soulmen che si accompagnano con chitarra, più raramente basso, o armonica, lei preferisce gli strumenti a fiato. Questo secondo album, Meeting My Shadow, esce per l’etichetta tedesca Ruf, che ultimamente è quasi sempre sinonimo di qualità. Un buon album, dove la Collier è accompagnata da una band di qualità, TK Jackson, batteria, percussioni e organo, Daniel McKee, basso; Laura Chavez, chitarre, a lungo nella band della recentemente scomparsa Candye Kane e ora impegnata nella Blues Caravan 2017; Charles Hodges,  della Hi Rhythm Section, presente nell’ultimo disco di Robert Cray, a organo, Clavinet, piano, e Wurlitzer, un grandissimo tastierista; più alcuni altri musicisti ospiti tra cui spicca Josh Roberts alla chitarra slide, poco conosciuto, ma quasi ai livelli di un Sonny Landreth. Vanessa Collier è un possesso di una buona voce, squillante e ammiccante, siamo dalle parti di Toni Price, oppure di altre “Girls With Guitars”, per rimanere in ambito Ruf, oppure ancora Bonnie Raitt o Susan Tedeschi, pur se su un gradino più basso, ma la classe c’è. Infatti il repertorio, pur partendo dal blues, spazia nel rock, nel pop, nel soul, nel funky, come nell’iniziale Poisoned The Well, quando, su un groove minaccioso del clavinet di Hodges, la band costruisce una bella ambientazione sonora dove si apprezza anche il flauto della Collier e la chitarra funky della Chavez, oltre alla sua voce sinuosa.

Ma si gode di più quando è il soul, o meglio ancora il R&B, a prendere il sopravvento, come nella brillante Dig A Little Deeper, dove la sezione fiati spalleggia il sax della brava Vanessa, brillante anche nel reparto vocale, oppure nel blues rigoroso di una eccellente When It Don’t Come Easy, dove Roberts è impegnato alla Resonator guitar. Ma si assapora anche la brillante e ritmata Two Parts Sugar, One Part Lime, dove tutta la band viaggia, da Hodges, impegnato ad un piano quasi barrelhouse, alla stessa Collier che soffia con vigore nel suo sax; When Love Comes To Town è la prima cover, ed è proprio il famoso brano scritto dagli U2 con B.B. King, che diventa un blues “paludoso”, di nuovo con la brillante slide di Josh Roberts in grande evidenza, lei canta molto bene e rilascia anche un eccellente assolo di sax, uno dei tanti del disco https://www.youtube.com/watch?v=Tta-82p7Npo . Niente male pure You’re Gonna Make Me Cry, una intensa deep soul ballad, con chitarra in tremolo, tratta dal repertorio di O.V Wright, uno dei vecchi datori di lavoro di Charles Hodges, che lavora di fino con il suo organo (cosa avete capito?!) e anche la Chavez si distingue. E anche in Whiskey & Women l’accoppiata Collier/Chavez funziona alla perfezione in un gagliardo blues, per poi “divertirsi” nella deliziosa Meet Me Where I’m At, quasi New Orleans nelle sue piacevoli derive fiatistiche, con la tromba di Mark Franklin, l’altro membro fisso della band a duettare con Vanessa. Senza dimenticare Cry Out e Devil’s Outside che si avvalgono entrambe di  brillanti arrangiamenti di fiati, creati dalla stessa titolare dell’album, uno vivace e funky, l’altro quasi con un’aria gospel/soul, cantato con grande intensità. Come pure l’ultima cover del CD, la quasi travolgente Up Above My Head, I Hear Music In The Air, scritta da Sister Rosetta Thorpe, che sta in quel crocevia tra gospel, swing e blues, eseguita alla perfezione. Come direbbe Nero Wolfe: “Soddisfacente Vanessa”!

Bruno Conti

Un’Altra Bella Coppia, Musicale. John Ginty Feat. Aster Pheonyx – Rockers

john ginty feat. aster pheonyx

John Ginty Feat. Aster Pheonyx – RockersAmerican Showplace Music                

Forse il nome John Ginty non dirà molto ai più, ma il nostro amico non è un novellino: in pista da più di 20 anni Ginty, che suona organo, piano e altre tastiere, appariva già negli anni ’90 in tutti i dischi di Neal Casal (e anche in quelli degli anni 2000), come pure in Strangers Almanac dei Whiskeytown, con i Blind Boys Of Alabama, nella prime versioni della Family Band di Robert Randolph, ha suonato anche in Shaman di Carlos Santana, nel primissimo disco di Dana Fuchs Lonely For A Lifetime, con Kathleen Edwards: io personalmente lo ricordo come produttore e musicista insieme a Todd Wolfe e con le Court Yard Hounds, con Albert Castiglia, e moltissimi altri, insomma un bel CV. Ha registrato anche alcuni album a nome suo, tra cui un buon doppio dal vivo Fireside Live, e recentemente ha deciso di unire le forze con Aster Pheonyx, che al di là di nome e cognome bizzarri (credo una storpiatura di un personaggio dei Manga giapponesi), ha già un album al suo attivo, pubblicato nel 2011. Il risultato, come si può forse intuire, per certi versi, ricorda quello dell’accoppiata Bonamassa/Beth Hart, con un tastierista al posto di un chitarrista (ma pure le 6 corde nel disco si apprezzano), la citata Dana Fuchs, e anche, andando indietro nel passato, Brian Auger & Julie Driscoll, visto che l’organo è spesso lo strumento solista. Ad esempio nei due strumentali posti in apertura e chiusura di questo Rocker: The Shark, su un groove funky e corposo creato da Justine Gardner al basso e Maurice “mOe” Watson alla batteria, l’organo Hammond B3 di Ginty sembra quello di Auger ai tempi degli Oblivion Express https://www.youtube.com/watch?v=j_wbibie_wk , mentre nella conclusiva Rockers pare addirittura di ascoltare le evoluzioni prog-rock di Keith Emerson negli E L & P.

Il resto dei brani dell’album portano la firma unita di Ginty E Pheonyx e svoltano decisamente verso un rock-blues energico, ma di qualità, grazie alla bella voce di Aster, che a tratti rivaleggia con i nomi citati in precedenza, ma nella raffinata Mountains Have My Name pare emulare Susan Tedeschi, in un gospel-rock di grande intensità, grazie anche al tocco di classe di piano e organo, suonati magistralmente dal bravo Ginty. Altrove il rock è decisamente più energico, come nella vorticosa Lucky 13, ancora con le svisate dell’organo ben controbilanciate comunque dalle chitarre tirate di Mike Buckman e Jimmy Bennett, e pur sempre con elementi soul ben presenti. Entrambi nativi del New Jersey, Ginty ha scoperto Aster mentre cantava in un bar di Asbury Park (!?!), e i due hanno creato una bella alchimia, come confermano i brani dell’album: dalla gagliarda Believe In Smoke, molto vicina al sound della Fuchs, a Target On The Ground, con un bel dualismo piano elettrico/urgano e un’aria soul che ricorda addirittura lo stile raffinato di Janiva Magness, e pure Captain Hook mixa lo stile della Tedeschi con quello di Beth Hart (con cui condivide anche una passione per i tauaggi), con ottimi risultati. Mr. Blues tiene fede al suo nome https://www.youtube.com/watch?v=7gxeipAjq8Y , su un vorticoso giro creato dall’organo, si inseriscono chitarre dal suono rock e grintoso, e la voce sempre soulful della Pheonyx che mantiene il suo aplomb, mentre Ginty sfoggia un prodigioso solo di organo degno dei grandi dello strumento.

Dopo uno strano intermezzo con un DJ di una radio locale, l’album ci presenta uno dei brani più “morbidi”, una bella ballata pianistica come Priscilla, dove si apprezza ancora la calda vocalità di Aster, di nuovo molto vicina a Susan Tedeschi (e per affinità vocale anche a Bonnie Raitt) https://www.youtube.com/watch?v=cMySu3zgs3c , con Ginty che si cimenta anche alla Melodica. Electric si regge parimenti sulla forte attitudine vocale della ragazza, forgiata da anni di musica on the road e non da qualche improbabile talent show, con John che al solito fa i numeri all’organo, ben spalleggiato in questo caso da un bel lavoro della chitarra in modalità slide. Manca solo Maybe If You Catch Me, dove si vira quasi verso uno stile decisamente jazzy, da torch singer, per confermare la validità e la varietà di questo album, dove una bella voce convive con un pugno di ottimi musicisti che ne evidenziano la qualità con classe e mestiere. Se mi sono spiegato bene ed avete afferrato il genere, e lo amate, non lasciatevi sfuggire questo Rockers, potrebbe rivelarsi una bella sorpresa.

Bruno Conti

E Invece il “Gioco” Non Cambia, Sempre Eccellente Blues, Rock & Soul! Thorbjorn Risager And The Black Tornado – Change My Game

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Thorbjorn Risager And The Black Tornado  – Change My Game – Ruf Records          

Nel recensire il precedente, ottimo, Songs From The Road doppio dal vivo (CD+DVD)  http://discoclub.myblog.it/2015/10/17/nuovo-dalla-danimarca-furore-thornbjorn-risager-the-black-tornado-songs-from-the-road/  di Thorbjorn Risager si era disquisito anche brevemente (perché non c’è molto da dire) sulla scena musicale in Danimarca, paese da cui proviene Risager. Il nostro amico è la classica rara eccezione che conferma la regola: un ottimo cantante, da chi scrive paragonato a Chris Farlowe e David Clayton-Thomas, anche per lo stile musicale che prevede l’impiego di un gruppo, i Black Tornado, con una sezione fiati di tre elementi, ma altri si sono spinti ancora in più in là citando Ray Charles, Bob Seger e Joe Cocker, cosa che mi sembra francamente eccessiva, già i paragoni con Farlowe e Clayton-Thomas erano lusinghieri e impegnativi, cerchiamo di non esagerare. Comunque tutte suggestioni utili per inquadrare il personaggio, cantante in ogni caso dalla voce duttile, roca e potente, ma capace anche di momenti di dolcezza nelle ballate, oltre che adeguato secondo chitarrista nei brani più vicini al blues e al rock, che sono, insieme a soul e R&B i principali stili impiegati anche in questo Change My Game, secondo album di studio pubblicato per la Ruf, dopo una decade in cui comunque aveva rilasciato una serie di buoni album in studio e dal vivo, che ne avevamo rafforzato la reputazione in giro per l’Europa, e anche oltre oceano.

Per il nuovo album Risager e la sua band hanno deciso di prodursi in proprio, per cercare il tipo di sound migliore per mettere in evidenza i pregi della band: otto elementi, Thornbjorn incluso, oltre ai tre fiati, un altro chitarrista, un tastierista e una sezione ritmica, tutti rigorosamente danesi, in grado di maneggiare tempi e modalità diversi con grande classe, anche se ogni tanto, a mio parere, si cade in una pop music un filo commerciale, ma giusto un poco, come nella canzone iniziale, I Used To Love You, una lenta soul ballad notturna, che utilizza un suono pop leggermente “sintetico”, adatto forse per le radio, ma non per la grinta dei Black Tornado, anche se la voce potente di Risager e la chitarra di Peter Skjerning sono adeguate alla bisogna. Ma è un attimo, Dreamland è un poderoso R&R a tutto riff, con le due chitarre che si rispondono dai canali dallo stereo, un organo gagliardo e la sezione ritmica in piena spinta, con i fiati che punteggiano il tutto, sul tutto la voce poderosa del leader che  si conferma cantante di vaglia; non male anche la funky title track, sempre con rimandi alla musica nera anni ’70, blue-eyed soul fiatistico semplice ma efficace, senza dimenticare una Holler’n’Moan, che grazie ad un dobro malandrino si spinge fino alle rive del Mississippi per un Delta Blues molto intenso, dove risalta ancora una volta la voce di Risager, e anche l’intermezzo di una tromba stile New Orleans è molto pertinente. Hard Time ricorda addirittura il suono rock West Coast anni ’70, con una slide penetrante e armonie vocali femminili insinuanti, butto lì, tipo Eagles seconda fase.

Long Gone è un’altra canzone di stampo soul dove prevale una atmosfera sonora malinconica e notturna, molto intensa, anche se il suono ha di nuovo quelle derive “moderne” che non mi convincono appieno, ma è un dettaglio personale e non inficiano la qualità. Viceversa Hold My Lover Tight è un altro pezzo rock a tutto volume, sparato in faccia dell’ascoltatore con libidine e grinta da vendere, chitarre e organo che si contendono il proscenio con i fiati, mentre il nostro canta a voce spiegata e le chitarre ruggiscono di brutto. E anche la successiva Maybe It’s Alright mantiene questo taglio rock classico, con la band al completo che pompa energicamente, sembra quasi la J.Geils Band del periodo fine anni ’70 – anni ’80, con un bel call and response finale tra Risager e una voce femminile non precisata. Si torna al blues primo amore con una Train incalzante che viaggia sulle note di una chitarra acustica slide e di un piano, prima che entri anche il resto del gruppo, per un finale ricco di vigore. Nel finale arriva Lay My Burden Down, preceduta dal rumore di un vinile su cui scende una puntina, una ballata cupa, quasi funerea, mitteleuropea, con Thorbjorn Risager che sfoggia una tonalità tra il crooner e Leonard Cohen, prima di congedarci con un altro “viaggio” tra blues e rock a tempo di boogie-blues grazie alla sincopata City Of Love, dove chitarre, organo e fiati ancora una volta offrono soluzioni di qualità. Saranno pure danesi ma sono veramente bravi e non hanno nulla da invidiare a formazioni americane ben più titolate.

Bruno Conti

Un Album Di Gospel-Soul Ed Una Voce Semplicemente Straordinari! CeCe Winans – Let Them Fall In Love

cece winans let them fall in love

CeCe Winans  – Let Them Fall In Love – Pure Springs Gospel/Thirty Tigers

Come fare un grande disco di gospel. Lezione numero uno: prendete un album di “contemporary gospel”, estraete le parti con batteria elettronica, sintetizzatori sibilanti, ritmi sintetici e agitati rappers sullo sfondo, le raccogliete, alzate la tazza del WC e le gettate all’interno. Lezione numero due: questa necessita la presenza di una cantante, con una voce vera, magari un soprano naturale, un nome a caso, CeCe Winans (comunque anche lei, in passato, autrice di qualche piccola nefandezza di tipo “nu soul”), poi le affiancate qualcuno, magari il marito Alvin Love (un nome, un programma), che le scriva una serie di canzoni che elevano le loro preci al Signore e all’amore universale, senza esagerare con lo zucchero, anche se il genere esige questo approccio. Lezione numero tre: affiancate al suddetto marito, che svolge anche la funzione di produttore, un secondo coordinatore musicale, Tommy Sims (anche lui in precedenza ha peccato con gente come Michael Bolton, Kelly Clarkson, Michelle Williams delle Destiny’s Child, ma è stato anche il bassista di Springsteen nel periodo della Other Band, ok non la migliore, ma se confrontata con il resto…e ha collaborato con Clapton, Bonnie Raitt, Susan Tedeschi), e li chiudete in un paio di studi di registrazione, tra New York e Nashville, insieme a una decina di musicisti di vaglia, alcune coriste, tra cui spiccano Wendy Moten, Bekka Bramlett (la figlia di Delaney & Bonnie) e Crystal Taliefero (esatto, quella di Mellencamp, Springsteen e ora con Billy Joel), magari aggiungete una sezione di archi e di fiati, veri!

Poi prendete il tutto, lo frullate con forza, e il risultato è questo Let Them Fall In Love, uno dei migliori dischi di gospel che mi sia capitato di sentire da lunga pezza (anche se cercando con attenzione nel sottobosco della musica americana si trovano solisti e formazioni di sicura classe, ma oggi parliamo di questo)! CeCe, all’anagrafe Priscilla Marie, fa parte di una dinastia, quella dei Winans, le cui origini risalgono a circa 30-35 anni fa, ma prima c’erano anche Mom & Pop, con una serie di fratelli, dieci per la precisione, che in diverse combinazioni, hanno percorso le strade del soul, del R&B e del gospel: quella di miglior successo è stata l’accoppiata BeBe e CeCe Winans, in azione tra il 1982 e il 1996, poi una reunion nel 2009, 3 Grammy, svariati milioni di dischi venduti, poi CeCe ha proseguito da sola, vincendo ancora nove Grammy e vendendo altri 12 milioni di dischi. Però anche lei dal 2010 sembrava ferma, l’etichetta Pure Springs Gospel formata con il marito pareva non trovare una adeguata distribuzione sul territorio degli States. Ed ecco arrivare la Thirty Tigers, che se c’è da distribuire della buona musica, di qualsiasi genere, è subito pronta.

Il risultato, come si diceva poc’anzi, è questo Let Them Fall In Love, dieci splendide canzoni di puro gospel, coniugate nelle migliori forme della musica soul (e non solo soul): si parte con He’s Never Failed Me Yet, splendida canzone che unisce un incipit voce e piano, dove si gusta la voce della Winans (pensate a Whitney Houston giovane o alla mamma Cissy, ma anche la prima Dionne Warwick) poi entrano basso, batteria, percussioni, la sezione di archi, i fiati, le coriste fiammeggianti, in un crescendo spectoriano che lascia senza fiato, una meraviglia di purezza e musica senza tempo. Ma pure la seconda canzone non scherza, Run To Him, altro inno al signore di una bellezza incredibile, un ritmo latineggiante, tra “Girls Group Sound” e gli arrangiamenti di Bacharach per Dionne Warwick, con percussioni deliziose, tamburelli e castanets (nomi desueti), voci celestiali (visto l’argomento) per il call and response d’obbligo, e poi lei che canta come posseduta, pardon, infusa dalla grazia divina, questo non è “solo” gospel, è grande musica. E se si vuole sconfiggere la tentazione, in Hey Devil! si chiamano le Clark Sisters, si dice loro di cantare come le Raelettes e si costruisce un arrangiamento degno del Ray Charles dei tempi d’oro (con tanto di citazione di Hit The Road Jack sul fade della canzone ), che era comunque uno che dalla chiese aveva tratto più di un motivo di ispirazione ( e CeCe Winans e il marito Alvin Love sono entrambi pastori della loro chiesa evangelica in quel di Nashville).

Dopo i primi tre brani straordinari, il resto dell’album è “soltanto” bello, ma ci accontentiamo: Peace From The God è una serena ballata di grande intensità, Why Me è la versione del brano di Kris Kristofferson, altra ballata sontuosa, impreziosita anche dall’intervento di una pedal  steel suonata da Russ Pahl, la Winans canta sempre con il suo timbro cristallino. Lowly è un trascinante gospel-rock che rimanda al suono dei dischi di Delaney & Bonnie o Joe Cocker, corale e splendida ancora una volta. Comincio a pensare, se amate le valutazioni, che questo forse è addirittura un disco da 4 stellette; impressione confermata dalla pianistica Never Have To Be Alone che ricorda le canzoni di Carly Simon o Carole King, oppure dalla travolgente Dancing In The Spirit cantata con l’Hezekiah Walker’s Love Fellowship Choir che pare uscire da qualcuno dei dischi gospel di Aretha Franklin, con il dancing bass di Tommy Sims in grande evidenza. Scende la pace di nuovo con la spirituale (anche nelle altre, ma in questa più di tutte) Marvelous e radiosa pure la conclusiva Let Them Fall In Love, altra notevole ballata con uno sfarzoso arrangiamento di archi e un coro quasi esagerato. Un “articolo” quasi in estinzione, assolutamente consigliato a tutti, da fare sentire a grandi e piccini.

Bruno Conti

A Proposito Di Belle Voci! Jo Harman – People We Become

jo harman people we become

Jo Harman  – People We Become – Totale Creative Feed

Ogni tanto dal Regno Unito sbuca qualche nuova voce femminile interessante, con un repertorio musicale che può essere interessante per i nostri lettori: penso a Joss Stone, potenzialmente una delle migliori voci rock & soul moderne, ma che spesso paga le scelte non felici di produttori e compagni di viaggio, che quest’anno compie 30 anni e dovrà scegliere cosa vuole fare da grande http://discoclub.myblog.it/2012/07/23/ma-che-voce-ha-il-ritorno-di-joss-stone-the-soul-sessions-vo/ , ma anche la bravissima Rumer, in possesso di una voce deliziosa, dal phrasing perfetto e con uno smisurato amore (ricambiato) per Burt Bacharach, che a chi scrive piace moltissimo http://discoclub.myblog.it/2010/11/13/perfect-pop-rumer-seasons-of-my-soul/ , tra i nomi del passato forse si potrebbe paragonare, anche se non vocalmente, a Dusty Springfield. In mezzo a questi nomi ora arriva Jo Harman, giovane cantautrice del Southwest britannico, nata a Luton e cresciuta nel Devon, poi trasferitasi a Londra per dedicarsi alla musica. Nella sua musica si trova una passione per i classici della canzone inglese, Beatles, Cat Stevens, Moody Blues, oltre alla grande soul music americana, nella persona di Aretha Franklin (passione in comune con Rumer), nomi e musiche carpiti dalla discoteca dei genitori e poi usati nei primi passi nel mondo musicale.

Di lei si parla molto bene in questi giorni per l’uscita del presente People We Become, ma in passato ha già pubblicato un album autoprodotto nel 2013, e due dischi dal vivo, tra cui un Live At The Royal Albert Hall, pubblicato dalla BBC. Inserita nel filone soul e blues (dove ha ricevuto vari premi di categoria) mi sembra che Jo Harman si possa inserire a grandi linee  in quel ramo, dove fioriscono anche voci come Beth Hart, Dana Fuchs o Colleen Rennison dei No Sinner, oltre a cantautrici, più, come le potremmo definire, “confessionali”, quelle che si ispirano a Joni Mitchell o Laura Nyro, per volare alti, o, soprattutto Carly Simon, quella del primo periodo, con cui mi pare condividere il timbro vocale. Ovviamente i nomi citati sono semplici suggestioni, anche personali, che servono comunque ad inquadrare il personaggio: questo nuovo album è stato registrato in quel di Nashville, mi verrebbe da dire a cavallo tra la Music City più commerciale e il lato più rootsy e ricercato dell’altro lato di Nashville, Il produttore scelto per l’avventura americana è Fred Mollin, un canadese trapiantato nel Tennessee,  uno che ha lavorato con Jimmy Webb, Kris Kristofferson (il di recente ristampato Austin Sessions), ma anche in moltissime colonne sonore per la Disney: e anche i musicisti utilizzati, grandi professionisti, da Greg Morrow alla batteria, Tom Bukovac alla chitarra e il bravissimo tastierista Gordon Mote, hanno lavorato, da professionisti, con Blake Shelton, Faith Hill, Amy Grant e simili, ma pure con Bob Seger e i Doobie Brothers.

Scusate questo voler esser fin troppo didascalici, ma questo dualismo nel disco, a tratti, si sente: ci sono molti brani dove si percepisce a fondo il talento di questa giovane cantante e alcuni dove è coperto da esigenze di mercato; e così si alternano brani come l’iniziale No One Left To Blame, un brano rock tirato, con chitarre, tastiere e sezione ritmica in evidenza, che sembrano essere in competizione con la voce della Harman, e non sempre, anche se l’ugola è potente, vince lei, ma pur risentendo del suono fin troppo pompato,  la classe si percepisce e non siamo lontani dagli episodi più duri di Beth Hart o dei No Sinner. Ma poi quando si passa a una canzone come Silhouettes Of You veniamo proiettati in un sound molto seventies, alla Carly Simon, con piano ed una bella slide in evidenza, oltre alla voce calda e matura di Jo. Molto bella anche la lunga, oltre i sette minuti, Lend Me Your Love, una ballata che parte solo voce e piano, e poi si sviluppa in un notevole crescendo, con l’organo, le chitarre e il resto degli altri strumenti, fiati compresi. che entrano man mano, qualcuno ha riscontrato addirittura delle similitudini in fase di costruzione sonora con i Pink Floyd, il tutto cantato con grande autorità.

Eccellente anche Unchanged and Alone, partenza acustica per un’altra splendida ballata dal crescendo irresistibile, mentre The Reformation introduce elementi blues e rock, più duri e tirati, che evidenziano la voce grintosa. Changing Of The Guard, sempre con una bella slide, è più leggera e godibile, sempre vicina alla Carly Simon citata, con Person Of Interest, intima e raccolta, che esplora il sound più acustico che veniva utilizzato nel primo album, per poi esplodere nel riff di When We Were Young https://www.youtube.com/watch?v=LyWw7ixwKjs , che sembra un pezzo dei Doobie Brothers, e quando entra la voce di Michael McDonald alle armonie vocali ne hai la conferma, il singolo dell’album, che prosegue con The Final Page, altra traccia elettroacustica sulle ali di una malinconica lap steel, ancora con la bella voce di Jo Harman da gustare, e pazienza se nell’arrangiamento c’è qualche zucchero di troppo. Infine la conclusiva Lonely Like Me, altra ballata pianistica dai saliscendi sonori e con elementi gospel conferma il valore di questo nuovo talento prodotto dalla scena britannica.

Bruno Conti

Peccato Sia Difficile Da Trovare! Marc Broussard – S.O.S. II: Save Our Soul – Soul On A Mission

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Marc Broussard – S.O.S. II: Save Our Soul – Soul On A Mission – G-Man Records         

Marc Broussard è un bianco con la voce e il cuore da nero, viene da Carencro, Louisiana, e nonostante abbia solo 34 anni, ha già alle spalle una consistente carriera solista, con ben otto album di studio (compreso questo) pubblicati in una quindicina di anni: anche lui ha fatto tutta la trafila, partito “indipendente” nel 2002, poi ha inciso per la Island, la Vanguard e la Atlantic, salvo poi approdare di nuovo alla autodistribuzione con la propria etichetta G-Man Records, per la quale pubblica questo S.O.S. 2 Save Our Soul, un disco di cover di brani soul celebri, che, manco a dirlo, nonostante i fini nobili, il 50% dei proventi viene devoluto in beneficenza per poveri e senza tetto, non è di facile reperibilità, per usare un eufemismo, e per noi europei anche costoso (potete scaricarlo o comprarlo qui http://shop.bandwear.com/collections/marc-broussard-shop, occhio alle tasse) Comunque il disco rimane molto bello e vale la pena di provare a cercarlo: l’apertura è affidata ad una splendida e fedelissima versione di Cry To Me, il super classico di Solomon Burke, dove si apprezza la bellissima voce di Broussard, ricca di mille nuances, ma anche il sound vintage e di grande fascino applicato nell’arrangiamento del brano, direi che siamo sui livelli dello splendido disco di Jimmy Barnes di qualche mese fa, il magico Soul Searchin’, http://discoclub.myblog.it/2016/07/10/supplemento-della-domenica-favoloso-vero-soul-australiano-jimmy-barnes-soul-searchin/

Emozionante anche la versione di Do Right Woman, che se non raggiunge i vertici di quella di Aretha Franklin poco ci manca, veramente deep soul senza tempo. Baby Workout è meno conosciuta, era un brano di quelli scatenati usciti dalla penna di Jackie Wilson, a tutto fiati e con deliziose armonie vocali, mentre Broussard mette la sua ugola in primo piano. E che dire di Twistin’ The Night Away di Sam Cooke? Uno dei capolavori assoluti di uno dei maestri assoluti della soul music, in una versione splendida. E se Sam Cooke era il “Maestro”, sicuramente Otis Redding è stato uno dei suoi migliori discepoli, come dimostra la splendida These Arms Of Mine, qui eseguita in una notevole versione a due voci, con Broussard che divide il microfono con un altro grande appassionato della materia, Huey Lewis. Non manca naturalmente neppure il repertorio Motown, What Becomes Of The Brokenhearted era una intensa ballata di Jimmy Ruffin, il fratello maggiore di David dei Temptations, altra versione di grande impatto emotivo, e deliziosa la cover di I Was Made To Love Her di Stevie Wonder, con tanto di armonica a bocca e Broussard che sfodera una tonalità che ricorda in modo impressionante quella di Wonder.

Altro duetto notevole è quello con JJ Grey per una potentissima In The Midnight Hour di Wilson Pickett, i due si sfidano a colpi di soul e chi ne gode è l’ascoltatore, avvolto da una calda “coperta” di sweet soul music. Non ti sei ancora ripreso che arriva subito anche Hold On I’m Comin’ altro magnifico esempio di musica dal catalogo Stax, con fiati e sezione ritmica che impazzano sotto la scintillante voce del nostro amico. It’s Your Thing arrivò in origine nel 1969, uno dei primi esempi dell’irresistibile funky degli Isley Brothers, e Broussard e i musicisti impegnati in questo Save Our Soul II gli rendono pienamente giustizia. Sarà anche musica fatta con la carta carbone, ma devono averne trovato un modello che si era nascosto in qualche macchina del tempo, la copia è quasi meglio dell’originale, o comunque difficilmente distinguibile, c’è ancora gente che è capace di scrivere con bella calligrafia. E a  dimostrarlo Fool For Your Love, scritta dallo stesso Marc Broussard, sembra in tutto e per tutto un qualche classico perduto di Sam Cooke. Broussard poi ci propone una versione intima e raccolta, acustica di Cry To Me, solo voce e un paio di chitarre (una del babbo Ted, vecchio chitarrista dei Muscle Shoals studios), ma tanto feeling.

Sunday Kind Of Love è uno dei capolavori assoluti di Etta James, una ballata incantevole, cantata con il cuore il mano, e Marc fa di tutto per catturare lo spirito dell’originale, direi riuscendoci in pieno. David Egan da Lafayette, Louisiana è stato un cantante ed autore di brani per Tab Benoit, Irma Thomas, Marcia Ball e Tracy Nelson, scomparso di recente, e Marc Broussard gli rende omaggio con Every Tear, in una penetrante ed intensa versione, di nuovo per voce e una solitaria chitarra elettrica, un distillato della soul music più profonda.

Bruno Conti

Dalle Strade Di Londra Al Grande Vintage Soul E R&R! Si Cranstoun – Old School

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Si Cranstoun  – Old School – Ruf Records

Si Cranstoun, cantante inglese, 40 anni, ha avuto una carriera particolare: proveniente da una famiglia della provincia profonda, con un babbo promotore di musica giamaicana nell’Inghilterra degli anni ’60, in seguito con i fratelli ha formato una band, The Dualers, che proponeva musica ska per le strade di Londra, quindi un perfetto busker, e non lo ha fatto per poco, le biografie parlano di circa venti anni on the road. Intorno al 2010 ha incontrato quella che sarebbe diventata la sua futura moglie e ha messo su famiglia, quindi ha abbandonato la strada (dove ai tempi anche l’allora premier Tony Blair gli ha dato la classica monetina) e iniziato a pubblicare dischi, prima a livello indipendente, con lo stile che però nel frattempo era mutato in un R&R, Rhythm & Blues e Soul vintage molto rigoroso, ma anche assai divertente. Quindi nel 2014 ha pubblicato un album Modern Life, per la East West del gruppo Warner, ottenendo un buon successo di critica e anche discrete vendite, probabilmente comunque non sufficienti per un ulteriore album con la stessa etichetta.

A questo punto interviene la Ruf che gli pubblica questo Old School, titolo quanto mai esplicativo, ma attenzione, dei 16 brani contenuti nel CD, solo due sono cover. E non vi ho ancora detto che questo signore ha pure una bellissima voce, paragonato di volta in volta a Sam Cooke, Otis Redding, soprattutto Jackie Wilson, con cui a tratti ha una somiglianza impressionante. Quindi tutte buone frequentazioni e referenze musicali. Aiutato da un gruppo dove non ci sono nomi noti, ma la formazione è corposa, con chitarra, piano, la sezione ritmica ed una di fiati con ben tre elementi, oltre allo stesso Si Cranstoun impegnato a chitarra, basso e tastiere. E il suono è veramente amabile e godibile, come pure il disco. Se già non vi eravate imbattuti con lui in passato vale la pena di farne la conoscenza: è musica revivalistica per amor di Dio, ma lo dichiara nei suoi intenti e poi è suonata e cantata con grande passione. Potrebbe essere una piacevole sorpresa, magari non vi cambierà la vita ma la renderà sicuramente più gradevole.

L’iniziale title track Old School rimanda a quel sound dell’era pre-Beatles, tra rock and roll e R&B, fiati e piano vorticosi, pensate ai vecchi Coasters, un tipo di approccio tipo quello di un altro grande vocalist misconosciuto della scena inglese, il bravissimo James Hunter http://discoclub.myblog.it/2016/02/22/forse-fin-troppo-vintage-sempre-gran-voce-james-hunter-six-hold-on/ . Vegas Baby, puro doo-wop misto a soul primordiale ricorda moltissimo i brani di Jackie Wilson tipo Reet Petite, tra assoli di trombone, fioriture vocali spericolate, senza mai dimenticare che stiamo parlando di music for fun, splendida e irresistibile, mentre Nighttime, più lenta, bluesy e riflessiva, evoca addirittura il miglior Sam Cooke, tra citazioni nel testo di vecchi brani dei tempi che furono, un delizioso assolo di piano di Neil Casey ed una atmosfera pigra e sorniona, ma appassionata. Anche Run Free, con i suoi woo-woo ripetuti ed il suo ritmo incalzante è Sam Cooke puro e non adulterato, di grande fascino, la voce scivola sulle note con grande leggiadria, ma anche con la giusta grinta. Right Girl, anche come titolo, ricorda il Billy Joel innamorato degli anni ’50, romantico e a voce spiegata e Jukebox Jump si spinge ancora di più nel passato con echi di Louis Jordan o ancora di più degli Sha Na Na (chi se li ricorda?), il ritmo si fa sempre più vorticoso, ma il divertimento non manca, con intrecci vocali anche raffinatissimi, credo sia lo stesso Cranstoun che moltiplica più volte la sua voce grazie al multi-tracking (antico nei gusti, ma moderno nell’esecuzione).

Anche un pizzico di cha-cha-cha nella languida Elise The Brasilian, sempre deliziosa, con Count On Me che getta nel calderone anche un pizzico di R&R melodico alla Buddy Holly con assoluta nonchalance. Insomma non ci si annoia mai in questo album, Si Cranstoun ha anche una bella penna, scrive canzoni ricche di melodia, come la bluesata e fiatistica Around The Midnight o la spensierata A Christmas Twist, ideale per i balli sotto l’albero, per non parlare di una Skinny Jeans propulsa da un pianino frenetico. E ancora Thames River Song, con tanto di fruscio fasullo di vinile d’epoca, che di nuovo ricorda il Sam Cooke d’antan, alle prese con il suo blues più raffinato, con tanto di assolo di armonica o Commoner To King, di nuovo alle prese con Jackie Wilson e le grandi voci del primo R&B e soul, fiati e piano a destra e manca e la voce sfavillante del nostro che titilla i padiglioni auricolari, non più usi a queste prelibatezze. Big Bess, una delle due cover, è un vecchio brano di Louis Jordan, fatto alla perfezione, in un tripudio di fiati scatenati, mentre Lover Please, firmata da Billy Swan, è di nuovo pura delizia sonora distillata. Si conclude con Happy Birthday, la nuova canzone che amerete farvi cantare al vostro compleanno, magari facendovi regalare o regalandovi questo piccolo gioiellino. Se amate tutti i nomi citati nella recensione non potete farvelo sfuggire. Consigliato di cuore!

Bruno Conti