11/04/2013
Li Ho Già Visti Da Qualche Parte?!? Tributi a Lynyrd Snynyrd e ZZ Top
Pride of The South – All-Star Tribute To Lynyrd Skynyrd
Four Flat Tires On A Muddy Road – All-Star Tribute To ZZ Top
Rokkarola Records/Music Avenue
Una Premessa: sono quasi più lunghi i titoli, delle recensioni di questi tributi. Perché? Va bene la moda del tributo, ad un artista o a un disco, ma obiettivamente mi pareva strano che fossero usciti due ennesimi dischetti dedicati alla musica di Lynyrd Skynyrd e ZZ Top. La materia trattata è ampia ma, soprattutto la band di Jacksonville, ha avuto moltissimi album dedicati alla propria musica nel corso degli anni. Uno degli ultimi, uscito in origine nel 2008, se togliete il Pride Of The South dal titolo, cambiate la copertina e l’ordine dei pezzi, è esattamente lo stesso disco uscito per la Cleopatra Records alcuni anni fa. Invece l’altro pure. Quindi uomo avvisato, se li avete già presi, non è il caso di ripetersi. Se viceversa mancano all’appello, un pensierino lo potete anche fare per i Lynyrd Skynyrd, evitare quello agli ZZ Top.
Una volta tanto i nomi impegnati in questa operazione sono congrui (per il primo dischetto) con i soggetti trattati e se nessuno può migliorare gli originali in alcuni casi ci vanno vicino, essendo fatti decisamente bene. Superato il disappunto della riproposizione “mascherata” alcune versioni sono veramente gagliarde: dall’iniziale Sweet Home Alabama ripresa dagli Outlaws con una resa vocale e strumentale quasi pari all’originale, con il basso che pompa, le chitarre tirate al punto giusto, il piano perfetto e una notevole interpretazione vocale; bene anche Double Trouble nella versione di Artimus Pyle e Ed King, due che conoscono l’argomento alla perfezione. La versione bluesata di That Smell dei Canned Heat ricorda il boogie del passato e anche gli Atlanta Rhythm Section rendono onore a Call Me The Breeze. Rick Derringer, Pat Travers e Great White vanno giù duretti ma le loro versioni non sono male. La Gimme Three Steps di Walter Trout è decisamente buona. Addirittura ottima The Seasons che compariva in First…And Last, scritta e cantata ai tempi (‘71/’72) da Rickey Medlocke, ora ripresa dai “suoi” Blackfoot. Black Oak Arkansas, Jason McMaster e Sky Saxon (l’ex Seeds è scomparso nel 2009, ed era una dei motivi per cui non mi “tornava” questo tributo del 2013!) non c’entrano moltissimo, mentre la versione di Free Bird di Molly Hatchet e Charlie Daniels, uniti per la causa sudista, ha un suo “vigoroso” perché.
Four Flat Tires… è meno valida, per usare un eufemismo, come compilation, alcuni dei nomi sono gli stessi, ma qui l’argomento più che il southern è un boogie rock-blues che spesso sconfina nell’hard rock di maniera: si parte bene con Gimme All Your Lovin’ di Walter Trout e Sharp Dressed Man dei Molly Hatchet e anche Pat Travers rende giustizia a Waitin’ For The Bus e al bluesaccio di Jesus Just Left Chicago mentre tutta la parte centrale e finale con Mick Moody, Lea Hart (un uomo nonostante il nome), Steve Overland sfocia in un heavy AOR veramente scarso e anche la versione di La Grange, nonostante il vocione di Jim Dandy dei Black Oak Arkansas non è proprio memorabile e pure i National Dust picchiano a vuoto, un filo meglio Legs di Artimus Pyle ma tale Ray Calcutt riesce a peggiorare Planet Of Women che già non era bella in originale, il periodo “sintetico” anni ’80 e fino al finale, anche con un Fee Waybill dei Tubes che c’entra come i cavoli a merenda, si va sempre peggiorando, fino alla ripresa in medley dei primi due brani del tributo fatta dalla Atlanta Rhythm Section, appena decente, e posta in coda al progetto. In definitiva, mi ripeto, nonostante trattasi di CD già usciti, il primo è un buon tributo, l’altro da evitare, bello il titolo ma il contenuto…
Bruno Conti
10:21 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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08/09/2012
Un Grande Piccolo Trio Da Houston, Texas Di Nuovo In Pista. ZZ Top - La Futura
ZZ Top – La Futura – American Recordings/Universal 11-09-2012
Se vogliamo aprire brutalmente, non è che gli ultimi album degli ZZ Top siano stati memorabili, e per ultimi intendiamo almeno un trentennio (forse anche qualcosa di più, perché molti non hanno ancora metabolizzato i sintetizzatori di Eliminator e i video su MTV, ma quelli almeno avevano le belle donnine). Gli ultimi album buoni (El Loco,) o anche eccellenti (Deguello), i 30 anni di vita li hanno superati da un bel pezzo e, casualmente, o forse no, sono stati gli ultimi ad avere un titolo in spagnolo, come quasi tutti i loro grandi dischi. Non a caso, anche l’ultimo disco decente del trio, Antenna del 1994, aveva quelle radici linguistiche, se non musicali.
Gli ZZ Top sono sempre stati un gruppo anomalo nel mare magnum del southern rock: un trio di boogie-rock-blues texano che però non aveva tra gli elementi fondanti del proprio sound anche quella quota country che era (ed è) uno degli elementi quasi indispensabili per chi fa musica “sudista”. Però hanno sempre abbondantemente bilanciato con spruzzate corpose di (hard) rock. Cosa ci voleva per far sì che tornassero a fare della buona musica? Questo era il quesito fondamentale. La risposta ovvia era: un buon produttore! Hanno scelto Rick Rubin che è un buon alchemista del suono ma non quel genio della consolle che ci vogliono far credere (chiedere a CSN!) o non sempre (anche se tra barbuti ci si intende). Uno dei grandi problemi di Rubin sono i tempi: questo album è in gestazione da almeno quattro anni, per un totale di dieci brani, fa una canzone ogni cinque mesi. Poi è ovvio che non è così e si dice che il materiale registrato, e scartato, avrebbe potuto riempire 20 CD, ma la percezione esterna è quella. Se poi aggiungiamo che a giugno, in formato digitale, era già stato pubblicato l’EP Texicali, le canzoni nuove da ascoltare rimangono solo sei. Comunque se prendiamo La Futura globalmente come album c’è di che rimanere soddisfatti. Non un capolavoro ma un solido lavoro di quel southern-boogie-hard-rock-blues che ce li ha sempre fatti amare (beh, non proprio sempre!).
Gotsta Get Paid, il brano di apertura, è una sorta di risposta virtuale a Just Got Paid, uno dei loro super classici che si trovava su Rio Grande Mud,e se la voce di Billy Gibbons ti fa venir voglia di prenotargli una visita dall’otorino, le chitarre di Billy, il basso di Dusty Hill e la batteria di Frank Beard martellano i loro ritmi con gusto rinnovato come ai vecchi tempi e senza l’ombra di un synth all’orizzonte, ma una “ispirazione” da un pezzo rap degli anni ’90 trattato alla ZZ Top. Chartreuse, che si pronuncia all’inglese, per fare rima con Blues, proprio quello è, un bel blues vecchio stile, l’unico firmato da tutto il gruppo (e anche in questo caso, partendo da un brano di Gillian Welch) e cantato da Dusty Hill che pompa con rinnovato vigore sul suo basso, come peraltro con i soci non aveva mai cessato di fare dal vivo. E la caratteristica principale di questo album è proprio l’immediatezza, che non lascia intendere i quattro anni che ci sono voluti per realizzarlo. Anche Consumption è un funky-blues di quelli ribaldi, nella loro migliore tradizione. Over You è una lenta ballata vagamente soul, in omaggio a quei grandi della musica nera che li hanno ispirati ad amare questa musica. Billy Gibbons la canta con passione prima di lasciarsi andare ad un assolo ispirato e conciso.
E qui finisce l’EP. L’album continua sulla stessa falsariga con Heartache In Blue dove fa capolino anche una armonica, suonata da James Harman, che conferma l’autenticità degli intenti. I Don’t Wanna Lose, Lose, You è una canzone costruita intorno ad un riff che Gibbons dice viene per metà da Keith Richards e metà da Bo Diddley, il risultato è ZZ Top al 100%. Tra l’altro Over You e I Don’t Wanna Lose sono state scritte da Gibbons in coppia con l’ottimo produttore/batterista Tom Hambridge, quello degli ultimi notevoli lavori di Joe Louis Walker, Thorogood e Buddy Guy e mille altri, ha una lista di collaborazioni tipo pagine gialle del Blues. Flyin’ High ha un altro riff poderoso, da rock-blues classico, un po’ alla Free o Bad Company, ed è il famoso brano che è stato sparato nello spazio insieme all’astronauta della Nasa. It’s Too Easy Manana è il brano scritto da Gillian Welch e David Rawlings con Gibbons e riceve il trattamento alla ZZ Top per diventare uno slow blues “lavorato e atmosferico” di qualità. Anche Big Shiny Nine è un brano di cui dici subito dalla prima nota, ZZ Top! Have A Litte Mercy nelle loro intenzioni originali avrebbe dovuto essere un brano alla BB King. Sì, ma come l’avrebbe suonato se fosse stato bianco e nato in Texas. Perché questo è, come tutto il disco: un grande piccolo trio di texani che suona il Blues visto dal profondo Sud. E questa volta ritornano a farlo bene!
Bruno Conti
15:45 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
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06/07/2012
It's Only Country-Rock (E Un Pizzico di Southern), But I Like It! Zac Brown Band - Uncaged
Zac Brown Band - Uncaged - Atlantic Records - 10-07-2012
E per essere precisi e tassonomici, anche qualche tocco di bluegrass, reggae e jam rock (soprattutto dal vivo), ma fondamentalmente la Zac Brown Band fa del sano, onesto, country-southern-rock, come dicono peraltro loro stessi. Questo Uncaged è il loro quinto album di studio (il terzo per una major) a cui aggiungiamo tre dischi dal vivo, tra cui lo strepitoso Pass The Jar. Non saranno originalissimi (ma come dico spesso, chi lo è ultimamente?) però suonano con una freschezza, una grinta, una voglia di divertire e divertirsi, e soprattutto una bravura, invidiabili.
La formazione si è ampliata nel corso degli anni fino a stabilizzarsi nell'attuale settetto che vede violino e percussioni affiancarsi alle classiche tre chitarre del southern rock, ma Clay Cook e Coy Bowles, i due solisti con Brown, si alternano anche alle tastiere e a vari strumenti a corda, soprattutto nei tuffi nel country o nel bluegrass più classico. E in più c'è la voce di Zac Brown, una di quelle voci tipiche del country-rock della più bell'acqua, alla Richie Furay o Paul Cotton dei Poco più commerciali (ma sempre di gran classe, gruppo che ho amato molto), ma a chi scrive ricorda anche Kenny Loggins o il Craig Fuller dei Pure Prairie League, quel timbro arioso che consente di passare dal country al rock nello spazio di una battuta.
Anche questo Uncaged ha tutto gli elementi per piacere agli appassionati del classico suono americano: dalle arie scanzonate ed orecchiabili (nel senso più nobile del termine) dell'iniziale Jump Right In, scritta in coppia con Jason Mraz, con elementi caraibici e country miscelati con le consuete perfette armonie vocali si passa al rock sudista della tirata Uncaged con l'organo che si aggiunge al muro di chitarre e un suono che ricorda i classici di Marshall Tucker o Charlie Daniels Band, i due gruppi che meglio sapevano fondere il country e il rock nel filone southern. Goodbye In Her Eyes è una lunga ballata, l'unico brano che supera i cinque minuti, in un crescendo irresistibile, con gli strumenti che entrano nel tessuto acustico del brano, di volta in volta, chitarre acustiche, poi il violino, le fantastiche armonie vocali, le percussioni, fino all'ingresso di basso e batteria e la struttura aperta del brano che promette lunghissime jam strumentali, come d'uso, nei loro concerti dal vivo, il brano migliore del disco.
The Wind è un bluegrass elettrico frizzante, con violini, mandolini, chitarre, organo che si incrociano vorticosamente con le voci del gruppo per un intermezzo di puro country delizioso. Island Song (di Nic Cowan, l'unico brano non firmato da Brown con qualche componente della band, a rotazione), già dal titolo è una reggae song, genere che non amo particolarmente, ma in questo esercizio di white reggae rock si ascolta con piacere in questa calura estiva. Sweet Annie ha una apertura di organo alla Joe Cocker a Woodstock che poi diventa una ballata country mid-tempo con qualche retrogusto gospel, violino, steel e chitarre a contendersi il proscenio con le voci all'unisono dei componenti della band e la bella voce di Zac Brown che guida con autorevolezza le operazioni. Ancora l'organo in apertura di Natural Disaster che poi diventa una country song in crescendo con qualche reminiscenza con la Travelin' Prayer del primo Billy Joel. Overnight è una trasferta virtuale in quel di New Orleans, una soul ballad morbida ed insinuante con la partecipazione di Trombone Shorty, sia a livello vocale che al suo strumento di pertinenza, forse un tantino di melassa di troppo ma le classifiche e le radio hanno le loro esigenze (un piccolo peccatuccio ci può stare).
Lance's Song rimette a posto le cose, una bella slow song malinconica con il violino e la steel a duettare con gli strumenti acustici a corda della band mentre Zac, con il consueto aiuto a livello armonie vocali dal resto del gruppo ci regala una bella performance in perfetto stile country. Day That I Die è un altro bel duetto, questa volta con Amos Lee, una canzone dalla atmosfere ariose e molto piacevoli che sfociano in un sound più commerciale senza mai essere troppo fastidiose, anzi, fatte per piacere a tutti (la Zac Brown Band vende moltissimo negli States) e se vogliamo è forse l'unico fattore negativo di questo album che è serbatoio di nuove canzoni per il repertorio Live della formazione e, nelle parole del chitarrista Clay Cook, il primo disco concepito come una costruzione unica e non un semplice insieme di canzoni. Io non ho colto queste finezze rispetto agli album precedenti, comunque nell'insieme l'album (come da titolo Post) mi è piaciuto e la conclusiva Last But Not Least, dal titolo quanto mai esplicativo, firmata in società con Mac McAnally, è una degna conclusione, nuovamente in territori decisamente country, per questo Uncaged.
Bruno Conti
12:54 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Disco UFO, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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02/10/2011
Ragazzi, Che Grinta! JJ Grey And Mofro - Brighter Days
JJ Grey And Mofro - Brighter Days - Film And Live Concert Album - CD+DVD - Alligator
Anzi, per essere più chiari e precisi, azzarderei un "Minchia ragazzi, che grinta!" Ho visto che in rete per i dischi precedenti di JJ Grey & Mofro fervevano dibattiti sul fatto se facessero musica "nera", o rock bianco, o funky marrone, grigia come i suoi capelli o qualsiasi nuance di colore vi venga in mente qui la trovate. Questo Brighter Days è un disco dal vivo come recita il suo sottotitolo e anche se non sempre l'assioma del - Caspita, ma dovrebbero fare un disco dal vivo oppure dal vivo sono fantastici - basandosi sul contenuto dei loro ottimi cinque dischi di studio precedenti nel caso del doppio manufatto in questione (perché c'è anche il DVD) si superano anche le più rosee previsioni. Si tratta di un album dal vivo fantastico registrato nella tana del lupo, The Variety Playhouse, Atlanta, Georgia, la città e lo stato che hanno "inventato" il southern rock, ma anche il deep soul viene dagli Stati del Sud e la sfida lanciata ai detentori è sicuramente vinta. Per dirla tutta JJ Grey e il suo gruppo vengono da Jacksonville, Florida, la patria dei Lynyrd Skynyrd e quindi conoscono molto bene l'argomento, ma questo doppio mi ha veramente colpito per la potenza dei suoi contenuti.
Per iniziare, e non è poco, lui ha una voce incredibile, rauca, potente ma capace anche di dolcezza e di sottigliezza, poi è un vero animale da palcoscenico con un assoluto e completo controllo sul pubblico che in vari momenti del concerto va assolutamente Gazongas (mi è scappato ma erano anni che non usavo il termine in una recensione e vuole intendere fuori di testa non di tetta). La sua aria suadente e soave e quel pizzetto luciferino non traggano in inganno, JJ Grey non tratta solo la musica del diavolo, ma anche rock, soul, funky, R&B, southern inseriti in un vorticoso shaker che frulla tutti questi stili con una irresistibile classe.
Sono quasi ottanta minuti nel CD e due ore nel DVD (preferibile, se avete tempo per vederlo) dove si gode ripetutatemente come ricci: dall'iniziale call and response fantastico tra JJ Grey, il suo batterista (e cantante) Anthony Cole e il pubblico, il ritmo è subito torrido. Un funky-rock-blues con uso di armonica che alza subito la temperatura, la voce anche distorta dal microfono dell'armonica, i fiati sincopati, la batteria e il basso che pestano di gusto, tutti i trucchi della grande musica dal vivo sono subito in azione e siamo solo all'inizio. Nella successiva A Woman una straordinaria ballata di deep soul JJ Grey inizia a titillare il pubblico con un brano che avrebbe potuto essere nel repertorio del grande Otis, con la voce che assume tonalità nere e ti emoziona per la sua carica incredibile, mentre il sassofonista Art Edmaiston comincia a scaldare lo strumento. Ma il vero protagonista è sempre Grey che incita il pubblico alla partecipazione in modo fantastico; un pubblico eterogeneo, multirazziale, bianchi, neri, giovani e meno giovani, tante donne estasiate e tutti si divertono, hanno dipinta sul volto quell'espressione ebete che ti viene quando ascolti della musica che ti prende, quando sembra che te la stai facendo addosso ma è solo concentrazione e piacere!
In Brighter Days, un pezzo superbo in un continuo crescendo da vecchie revue della soul music, più coinvolgente e travolgente con continui rilanci della sezione fiati, dell'organo, di una slide malandrina e del gruppo tutto, con quella voce straordinaria in "coppa" a tutto, si raggiunge la perfezione del genere anche se non saprei dirvi quale e il pubblico chiamato a partecipare risponde alle fantastiche evoluzioni vocali di JJ con grande calore. Ma anche lo stile raffinato, quel soul di finezza alla Gil Scott-Heron ma con la potenza di un Bill Withers, viene sviscerato in Air con il piano elettrico di Anthony Farrell chiamato al proscenio e seguito da un bel assolo jazzato di sax.
Breve interludio. Quando guarderete il DVD (perché do per assodato che lo acquisterete) oltre al concerto troverete vari intermezzi con JJ Grey nella sua casa in Florida, tra laghi, paludi ed alligatori presenti anche nei testi delle canzoni (altro che Mr.Crocodile Dundee), interviste con il boss della Alligator Bruce Iglauer, che ammette che il suo protetto non fa proprio del blues canonico ma chi se ne frega se è così bravo, e un fan ed amico, sorprendente ma non troppo, Derek Trucks (che ha suonato con loro) e che ne tesse le lodi. E tre tracce extra rispetto al CD tra cui una bollente Slow, Hot & Sweaty ricca di doppi sensi (ma anche espliciti) molto apprezzata dal pubblico femminile presente in sala.
In War il gruppo innesta la marcia rock e parte una travolgente cavalcata in stile southern con doppia chitarra solista che neanche i Wet Willie dei tempi d'oro e il nostro amico risponde colpo su colpo ai fendenti dell'altro chitarrista Andrew Trube senza perdere un colpo a livello vocale, sempre ad altra gradazione e con il gruppo in overdrive con organo, fiati e sezione ritmica che si scatenano sempre più. Lochloosa è il momento topico del concerto: dedicata al lago della località che loro chiamano casa e preceduta da una lunga introduzione di JJ Grey alla Springsteen, il brano è semplicemente meraviglioso, Grey viene posseduto dallo spirito del Joe Cocker di Woodstock e la canzone tra picchi e valli diventa una sorta di novella With A Little Help From My Friends, specie nella seconda parte quando inizia a urlare ed a urlare sempre più in una sorta di trance emotiva di dimensioni epiche come raramente è dato di sentire in un concerto dal vivo, una intensità che dilaga in un assolo di chitarra liberatorio dello stesso JJ Grey quasi alla Jimmy Page (che suonava nella versione originale del brano di Cocker), ma anche sulla falsariga di Freebird che è l'altra pietra di paragone per questo brano. Oltre dieci minuti di musica fantastica!
E qui è difficile superarsi anche per lui, ma ci prova: con il funky in overdrive di Dirtfloorcracker dove sfodera un assolo di wah-wah devastante che crea una immediata risposta da parte dell'altro chitarrista Trube che non scherza un c...o anche lui. Orange Blossoms era il titolo del loro esordio su Alligator ma è anche un bellissimo brano con una chitarra dal riff trillante soul alla Sam&Dave mentre Ho Cake è un travolgente funky dai ritmi alla James Brown, con JJ Grey che ne cattura alla perfezione lo spirito ma ha anche improvvise aperture e cambi di tempo in puro stile southern jazz (ammesso che esista) con la chitarra di Trube, il sax di Edmaiston e la tromba di Dennis Marion che si dividono gli assoli con spazio anche per la batteria di Cole, il basso di Todd Smallie e le tastiere di Farrell. Peccato che nella versione per il CD sia stata tagliata nel finale la presentazione della band che è uno spettacolo nello spettacolo, come lo Springsteen dei tempi d'oro con la E Street Band, con Grey che inventa aggettivi e soprannomi per i vari musicisti nella più pura tradizione delle revue soul o se preferite come gli MC dei Famous Flames di James Brown. Ma nel DVD c'è tutto.
The Sweetest Thing è un'altra soul ballad dal profondo sound cantata ancora una volta in modo fantastico e anche The Sun Is Shining Down avrebbe reso orgogliosi Otis Redding o Al Green per questo discepolo dalla voce vellutata e ricco anche di accenti gospel nel suo modo di cantare e con un altro assolo di chitarra fantastico di Grey. Si conclude come si era cominciato con il funky-soul-rock di On Fire che ancora infiamma il pubblico e la voce alla carta vetrata di JJ Grey che mi ha ricordato (anche in altri momenti del concerto) il Captain Beefheart meno estremo e più bluesy. Andrew Trube maltratta per un'ultima volta la sua chitarra e la sezione fiati, sempre ballando a tempo, lo segue, per la gioia dei presenti.
Dischi dal vivo così belli se ne fanno raramente e anche se questa è una buona annata per le uscite discografiche non lasciatevelo sfuggire.
E il nuovo album di Ryan Adams Ashes and Fire, in uscita il 10 ottobre, si annuncia come un ritorno ai fasti di Heartbreaker e Gold. Ma questa è un'altra storia.
Bruno Conti
19:04 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Disco UFO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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11/07/2011
Basta Cercarle! Un'Altra "Bella Voce" - E.G. Kight - Lip Service
E.G. KIGHT - Lip Service - Vizztone Records
Di belle voci in America ce ne sono in giro parecchie (ma meno di quello che si possa credere): di quelle che hanno quel “quid” inesprimibile che le fa svettare sul gruppone ancora meno. E.G. Kight è sicuramente una di queste: un paio di anni fa concludevo la mia recensione per il Busca del disco precedente It’s Hot In here con queste testuali parole – “Per gli amanti delle brave cantanti non è affatto male, la voce c’è per il repertorio vedremo! –
Questo nuovo album realizza i miei desideri (e quelli degli amanti della buona musica); al settimo album la signora, conosciuta come The Georgia Songbird, in quanto nativa di Dublin, Georgia, mi sembra che abbia fatto centro. Già da alcuni album Eugenia Keil se le scrive e se le canta, nel senso che i brani sono frutto della sua opera, lei si accompagna anche alla chitarra ritmica e sceglie fior di collaboratori per i suoi dischi, sudisti come lei. La produzione di questo Lip Service è affidata completamente al veterano Paul Hornsby (uno degli “inventori” del southern rock) che si adopera da par suo anche all’organo, la chitarra è nelle abili mani di Tommy Talton il leader storico dei Cowboy una delle migliori formazioni southern famosa, oltre che per un’ottima e lunga serie di album, per essere stata la backing band di Gregg Allman quando non suonava con il suo gruppo. Dalla stessa formazione proviene anche il batterista Bill Stewart e, sempre dai paraggi, proviene anche il tastierista e sassofonista Randall Bramblett. I nomi sono importanti, non è una questione di nozionismo: se sai chi suona spesso (ma non sempre) saprai anche cosa ascolti.
In questo caso del sano blues con venature southern per iniziare, ma poi tanto soul, per inventarsi un sottogenere direi “soul got soul”, favorito dalla presenza di una ottima sezione di fiati e da un ottimo repertorio che favorisce le doti vocali della Kight: la voce, lo ribadisco, è molto bella e mi ricorda molto quella stupenda di Phoebe Snow (che non è più tra noi), quindi notevole estensione e quella piccola vena “drammatica” che affiorava anche tra le pieghe del cantato della Snow. Ma per ingolosirvi potrei citare anche Kelley Hunt, Susan Tedeschi, Bonnie Raitt e, perché no, anche Koko Taylor che è il punto vocale di riferimento della Kight.
Le dodici canzoni scorrono tra ritmi serrati errebi e fiati in libertà come nell’iniziale Sugar Daddies o ancora più sincopati con retrogusti funky alla Stax nella vivace I’m In It To Win It con la chitarra di Talton che comincia a mettersi in evidenza ( e proseguirà per tutto l’album). Non manca il deep soul del Sud nella emozionante That’s How A Woman Love dove organo hammond, wurlitzer e chitarra mettono la voce della Kight in grado di esprimere tutto il notevole potenziale con una interpretazione da manuale del perfetto soul singer, l’assolo di sax è la ciliegina sulla torta. Sempre di gran classe anche la bluesata Lip Service con un pianino a districarsi tra gli immancabili fiati e la slide di Talton in evidenza. Savannah è un brano particolare, dalle atmosfere sospese con una slide acustica che gli fornisce una patina sonora molto ricercata. Koko’s Song, lo dice già il titolo, è il sentito omaggio alla grande Koko Taylor, una delle più grandi cantanti blues di tutti i tempi, bella canzone, dal sound classico, con un pungente intervento della solista di Talton, mentre Somewhere Down Deep è un bel duetto con l’emergente John Nemeth un altro vocalist che sa coniugare blues e soul come pochi, sentito recentemente nel live di Bishop. Anche senza fiati, come nella piacevole I Can’t Turn Him Off, l’esplosiva combinazione di rock, blues e soul con una bella voce funziona alla grande. E anche sfrondando ulteriormente, solo il piano e l’organo di Paul Hornsby e una sezione ritmica, magari un sax, come in It’s Gonna Rain All Night scritta dallo stesso Hornsby, in territori quasi jazz da crooner, ebbene anche così la qualità non cala di una virgola, anzi. Certo i ritmi che fanno muovere il piedino come nella vigorosa Goodbye forse le se addicono di più ma anche il country-flavored southern-fried blues (c’è scritto nel retro della copertina, giuro) alla Tony Joe White dell’ottima Married Man non dispiace. E anche nel Blues puro della conclusiva I’m Happy With The The One I Got Now se la cava alla grande.
Per gli amanti del genere direi che è un disco da tre stellette e mezzo, ma mi sento di consigliarlo a tutti quelli che vogliono ascoltare delle musica di qualità da una cantante di gran pregio.
Bruno Conti
18:31 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Carbonari | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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