08/03/2013

Sempre A Proposito Di Southern Rock, Vecchio e "Nuovo"! Molly Hatchet & Atlanta Rhythm Section Dal Vivo.

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Molly Hatchet – Live At Rockpalast 1996 – MIG Made In Germany CD o DVD

Atlanta Rhythm Section – Are You Ready? - BGO

Due formazioni classiche di southern rock alle prese con degli album “storici” o d’archivio. Si tratta di CD o DVD dal vivo, registrati in epoche differenti, ma entrambi interessanti,  procediamo per gradi comunque.

Nei Molly Hatchet, quando partecipano al famoso Rockpalast estivo alla roccia di Loreley, nel giugno del 1996, non c’è più nessun componente della formazione originale: il grande Danny Joe Brown, il”cantante” per antonomasia della formazione, entrava ed usciva dal gruppo per problemi di salute (morto nel 2005), ma in quel periodo non era presente, Dave Hlubek, il chitarrista e membro fondatore, se ne era andato nel 1987 e sarebbe rientrato in formazione nel 2005, Duane Roland, l’altro chitarrista originale, non c’era del più dal 1990 ed è morto nel 2006, il terzo ed ultimo chitarrista Steve Holland mancava dal 1984, praticamente un disastro? E invece no, a giudicare da quello che si può sentire (o vedere nel DVD, ma noi siamo “poveri” e “tradizionalisti”, quindi la recensione riguarda il CD) la formazione è ancora gagliarda, in buona salute, almeno per questo concerto pomeridiano di metà anni ’90, nel quale il pubblico tedesco e quello televisivo in Europa ebbe l’occasione di assistere anche ai concerti di Lynyrd Skynyrd e Allman Brothers che si dividevano il palco in quell’occasione e probabilmente, per spirito di emulazione, tutti diedero il meglio. Formazione con due chitarre e tastiere, oltre al nuovo cantante Phil McCormack, arrivato di fresco e che devo dire non fa rimpiangere troppo Danny Joe Brown (appena un poco), ci sono i chitarristi Bobby Ingram e Bryan Bassett, e un paio di voci femminili da Memphis, Tennesse, Leslie Hawkins e Therisa McCoy, per rafforzare le analogie con i Lynyrd, di cui sono sempre stati considerati gli eredi, impressione rafforzata anche dal fatto che Ronnie Van Zant, in un certo senso il loro padre putativo, avrebbe dovuto essere il produttore del primo album della band, poi, in seguito alla scomparsa di Van Zant nell’incidente aereo del 1977, affidata a Tom Werman, un produttore più abituato a lavorare con formazioni più hard come Mother’s Finest, Cheap Trick, Ted Nugent e degenerato in seguito nel metal di Poison, Motley Crue, Stryper.

L’altra grande affinità elettiva tra Hatchet e Skynyrd era il fatto che entrambe le formazioni provenivano da Jacksonville, Florida e come dichiararono ai tempi, la dissoluzione dei Lynyrd Skynyrd, l’appannamento degli Allman, per usare un eufemismo e la fase calante della Marshall Tucker, favorirono sicuramente l’ascesa dei Molly Hatchet, che pur essendo decisamente più hard e boogie, con la loro tripla chitarra solista, un cantante poderoso e una sezione ritmica rocciosa, realizzarono due signori album, come l’esordio omonimo e Flirtin’ With Disaster, dove le chitarre ruggivano e si intrecciavano, spesso all’unisono, spronate dal classico fischio che dava il via a selve di assolo vibranti e tecnicamente validi, fino al live Double Trouble del 1985, dove pur se in fase calante, non ce n’era per nessuno. In questo Live At Rockpalast gli ingredienti ci sono tutti: i brani classici, Bounty Hunter, Gator Country, Whiskey Man, Flirtin’ With Disaster, qualche cover ben piazzata, It’s All Over Now e una versione monstre, molto tirata, di oltre dodici minuti, ben posizionata, verso la fine del concerto, di Dreams di Gregg Allman, il nuovo cantante, con la voce roca e “sporca” di whisky al punto giusto, le chitarre cattive, pronte a scattare all’unisono al primo segno di fischio, le accelerazioni improvvise, il buon lavoro del tastierista John Galvin, hard quanto si vuole ma la qualità non manca mai in questo concerto.

Altro concerto, storico, è quello ripreso in questa edizione rimasterizzata del celeberrimo Are You Ready?, vecchio doppio vinile dal vivo (anche se molte parti venivano presentate come live in studio, più rifinite,  ma in quegli anni, 1978/79, usava anche così) ora riproposto dalla BGO (che ha già ripubblicato praticamente tutta la discografia), per gli Atlanta Rhythm Section, altra grande formazione del southern rock storico, ma non solo: gli ARS nascevano, nel 1970,  dalle ceneri dei Candymen prima, la band di Roy Orbison,  e dei Classics IV dopo, quelli di Spooky, Traces e Stormy, entrambe le formazioni costruite intorno alle capacità dell’autore e produttore Buddy Buie. Barry Bailey e J.R Cobb erano i due formidabili chitarristi, che con l’ottimo tastierista Dean Daughtry e il batterista Robert Nix diedero vita al nucleo originale della formazione. Che nel secondo album raggiunse la sua completezza con l’ingresso del cantante di Macon, Ronnie Hammond, che Ronnie Van Zant considerava il miglior cantante del genere southern (tra Ronnie ci si intende).

Proprio a Hammond, “Mr. Georgia Rhythm”, con uno stile vocale che poteva ricordare Paul Rodgers, scomparso nel 2011, è dedicata questa ristampa: un album che ripercorre la loro carriera, e ne esalta i pregi, che erano quelli di riunire in un solo gruppo le varie anime del southern rock, il boogie rock tosto e chitarristico di Lynyrd Skynyrd, Outlaws o Blackfoot (senza la componente country), sostituita da costruzioni rock più raffinate alla Little Feat o perfino Steely Dan e dalle improvvisazioni più blues e jazz di Allman Brothers e Marshall Tucker, unite inoltre alla capacità, ereditata dalle precedenti formazioni, di saper scrivere e suonare brani con un maggiore appeal  pop, più commerciali ma mai scontati, canzoni come Imaginary Lover, Doraville, Champagne Jam, So Into You che si affiancavano alle cavalcate chitarristiche di Cobb e Bailey in brani come Angel (What In The World’s Come Over Us) o la lunga parte lasciata alla improvvisazione della solista in So Into You che nella parte finale del disco sfocia nel R&R puro di Long Tall Sally, ma già prima in Another Man’s Woman c’è una lunghissima parte strumentale dedicata a tutta la band, assolo di basso compreso e il tributo ai Lynyrd Skynyrd nella vigorosa Large Time, dove il suono si fa duro, quasi hard rock, a smentire la fama di band un po’ troppo leccata, che spesso sembrava risultare nei dischi di studio, dove però il rock era sempre presente, anche se non così tirato come in questo notevole live, uno dei dischi dal vivo classici del decennio 70’s, finalmente disponibile in una edizione CD degna della sua fama.

Bruno Conti       

22/01/2013

Ancora "Sudisti", Ma Di Quelli Bravi! Skinny Molly - Haywire Riot

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Skinny Molly – Haywire Riot – Ruf Records -

Le tedesca Ruf Records, un tempo dedita solo a Blues e Blues-rock, negli ultimi anni ha iniziato a costruirsi un piccolo “roster” di artisti che gravitano intorno all’area southern, i più recenti sono i Royal Southern Brotherhood e Devon Allman da solista. Questi, per esempio, hanno presentato recentemente dei buoni risultati per il filone, insieme a Dixie Tabernacle, Brothers Of The Southland, Blackberry Smoke e vari altri, tenendo alta la bandiera del genere. Quasi tutti questi gruppi vedono nelle loro fila dei veterani che provengono anche dalle vecchie band storiche che hanno dato lustro all’area sudista nel passato. Senza dimenticare che molti dei gruppi originali sono tuttora in pista: Outlaws, Blackfoot, Molly Hatchet, i capostipiti Lynyrd Skynyrd (che però con gli ultimi album in studio stanno deludendo fortemente).

Proprio dall’ultimo album valido in studio degli Skynyrd, l’unplugged Endangeres Species, viene il chitarrista e cantante Mike Estes, che in quell’unico disco aveva contribuito con alcuni brani nuovi da affiancare alla rivisitazione dei classici. Estes, dopo avere pubblicato un paio di album da solista nella seconda metà degli anni ’90, con l’inizio del nuovo secolo, ha fondato questa nuova formazione, gli Skinny Molly, inizialmente con Dave Hlubek che era la chitarra solista e il primo vocalist dei Molly Hatchet, fino all’arrivo di Danny Joe Brown. Questa prima versione degli Skinny Molly nasceva come band per un tour europeo nel 2004, ma non ha mai inciso nulla perché Hlubek venne richiamato nel suo gruppo originale lasciandosi un altro “Skinny” alle spalle. Il batterista Kurt Pietro e il bassista Luke Bradshaw sono rimasti la sezione ritmica del gruppo, mentre il nuovo chitarrista è Jay Johnson già con Southern Rock Allstars e Blackfoot, e qui il cerchio si chiude, ma bene. Perché il risultato, già anticipato dal buon Good Deed del 2008, è assolutamente all’altezza delle attese: dell’eccellente southern rock, con tutti gli elementi al loro posto, doppia chitarra solista, una bella voce potente nella  tradizione dei grandi del genere (Ronnie e Danny Joe, in primis), ma soprattutto buone canzoni e niente derive hard commerciali, come nell’ultimo Lynyrd Skynyrd.

Si capisce sin dall’iniziale If You Don’t Care che siamo sulle coordinate giuste, le chitarre ruggiscono di gusto dai canali dallo stereo, Mike Estes (che scrive tutti i brani di questo Haywire Riot) canta con una convinzione e una varietà di toni che i suoi vecchi compagni di avventura non sembrano più avere. La versione di Devil In The Bottle che Estes aveva firmato con Dale Krantz, Gary Rossington e Johnny Van Zant, ha il gusto sapido dei migliori episodi del gruppo madre, con l’organo Hammond B-3 di Josh Foster ad aggiungere autenticità al suono degli Skinny Molly che non è solo una mera ripetizione degli stilemi del genere, e se lo è, prende solo il meglio dal passato. Come dimostra l’ottima Two Good Wheels che aggiunge la giusta quota di country (elemento fondante e imprescindibile, “sparito” dagli ultimi Lynyrd Skynyrd) con il mandolino e l’acustica di Estes che sovrappongono quella patina “campagnola” che è sempre stato uno degli ingredienti immancabili del southern, una bella ballatona con le palle, come il genere esige. Ma quando c’è da picchiare come fabbri e fare fischiare le chitarre come in Too Bad To Be True, si esegue con classe ed energia, senza mai cadere nel cattivo gusto, la band è in assoluto controllo del suono, rock ma se “sudista” deve essere, facciamolo bene.

Anche in quelle saghe senza tempo del vecchio West, come in Judge Parker, l’intreccio tra acustiche ed elettriche rende assolutamente l’atmosfera cercata, subito pronti all’assolo ma senza mai esagerare (nessun brano supera i 4 minuti), le cavalcate chitarristiche le riservano per i concerti dal vivo. Bitin’ The Dog, molto riffata e tirata e Lie To Me, un lento scandito dalla voce e dall’acustica di Estes illustrano bene le due anime del gruppo. Shut Up And Rock e ancora di più, After You, che ad un inizio attendista e country con il vocione minaccioso di Mike, fa seguire una bella parte centrale e finale dove alla slide del leader e alla chitarra di Johnson si aggiunge anche una terza chitarra solista, Derek Parnell, sono perfetti esempi di buon southern rock, sentito mille volte, ma sempre gradito, se è così ben eseguito. None Of Me No More forse è un po’ ripetitiva (Ok, più delle altre!) ma Dodgin’ Bullets, di nuovo con una modalità elettroacustica e le classiche improvvise accelerazioni chitarristiche, che sono il pane degli appassionati del genere, confermano il valore di questa formazione, gli Skinny Molly, attualmente una delle migliori in circolazione.               

Bruno Conti   

22/12/2012

Dagli "Archivi" Degli Anni '70! Dixie Tabernacle - Nashville Swamp

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Dixie Tabernacle – Nashville Swamp – Storm Dog Records Group  2012

A due anni di distanza dall’eccellente esordio A Good Excuse (recensito meritoriamente su queste pagine virtuali solo-del-sano-buon-vecchio-southern-rock-dixie-tabernacle...), tornano i Dixie Tabernacle, un combo musicale che nasce da un’idea del produttore Larry Good, che ha coinvolto in questo progetto alcuni tra i migliori musicisti del rock sudista. I validi componenti di questo “ensemble” oltre al citato Good alla batteria, sono: Jimmy Hall mai dimenticato cantante dei Wet Willie,  il chitarrista Jack Pearson (ex Allman Brothers Band), il batterista Artimus Pyle (Lynyrd Skynyrd), i cantanti Thane Shearon (Cold Truth) e Doug Phelps (Kentucky Headhunters), più una schiera di “sessionmen” di certificata fede sudista, per un lavoro, Nashville Swamp,  uscito (?!?) il 9 Maggio di quest’anno, che sprigiona tutta la bellezza, la potenza ed il calore dello storico Southern Rock, per 13 brani che profumano di Allman Brothers, Lynyrd Skynyrd e direi anche la primissima Marshall Tucker Band, per un “sound” (un intreccio di rock, blues, soul, country e R&B), che ha reso un genere memorabile.

Si comincia con Sixty Five Days e That Aint Right due swamp-boogie d’annata con chitarre, organo e batteria sugli scudi, seguite da una tiratissima cover di Ain’t Living Long Like This, tratta dallo sterminato repertorio di Rodney Crowell (e fatta anche da Emmylou Harris in uno dei suoi dischi più belli, Quarter Moon In A Ten Cent Town). Si riparte con una ballata Supply And Demand, che ricorda il periodo migliore della Band di Robbie Robertson e soci, mentre Shake A Leg Mama è un brano fusion-southern rock, pescato dai solchi dei vinili dei Sea Level (formazione con Chuck Leavell e il cantante Randall Bramlett), gruppo molto stimato nell’ambiente sudista, cui fa seguito una Something Else I Don’t Need dove l’organo Hammond e la voce di Hall,  hanno il potere di rievocare certe  registrazioni anni’70.

Creeper (A True Story) è un rock-blues con uno scatenato Jack Pearson alla slide ed una sezione ritmica degna degli Allman, seguita da Waiting On You che sembra uscita da un disco dei Lynyrd Skynyrd e dal country-blues di North Little Rock Blues, che rende omaggio al pastoso e potente sound della Marshall Tucker Band. L’intro di Money Grabber è il marchio di fabbrica del gruppo, mentre It Ain’t My Business è un brano rock-blues elettrico con uno sound alla Dickey Betts, e poi ancora una ballatona come It Was All a Lie (Except The Last Goodbye) con le armonie vocali di Bekka Bramlett, con le chitarre acustiche in evidenza, e verso la fine un coro “soul” a valorizzare tutto il fascino della musica del Sud. Chiude un disco “stellare” una Live Bonus Track The Long Goodbye, "catturata" dai Brothers of the Southland, dove Jimmy Hall, ancora una volta, si conferma come una delle migliori “ugole” americane...

Purtroppo Nashville Swamp, e pure il precedente A Good Excuse, sono CD-R prodotti e masterizzati da loro stessi su richiesta, e venduti anche su Amazon, ma non l’ultimo, disponibile solo sul sito dell’etichetta dixietabernacle.cfm (oppure si possono scaricare a pagamento), ma se riuscite nell’intento di procurarveli, vi consiglio di ascoltarli avvolti in una bandiera confederata, sorseggiando del buon Bourbon solido e caldo, come può esserlo un disco di southern-rock, tirato fuori dagli scaffali degli anni settanta.

Tino Montanari

*NDB Lo so avevo promesso di recensirlo a settembre, ma poi per vari motivi è rimasto nel cassetto per cui, in virtù della bonta del disco, di cui in Italia non ha parlato nessuno, ho passato la palla al buon Tino, visto che in questo Blog vige il lavoro di gruppo e non ci tengo (o meglio ci terrei ma non ho il tempo) a fare tutte le recensioni. Comunque svolgo sempre un lavoro di supervisione!

19/12/2012

Buone Nuove Dal Sud! Florida Georgia Line - Here's to The Good Times

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FLORIDA GEORGIA LINE - Here’s To The Good Times - Republic Nashville CD

Dietro l’intrigante monicker di Florida Georgia Line (FGL da qui in poi, per comodità…) si nasconde in realtà un duo di musicisti originari rispettivamente, per l’appunto, della Florida e della Georgia: Brian Kelley e Tyler Hubbard. Quella del duo è una formula non nuova nella musica country, basti ricordare gli ottimi Foster & Lloyd ed i superseller Brooks & Dunn, ma, dopo un attento ascolto di questo Here’s To The Good Times, posso dire che i FGL offrono qualcosa di diverso. Certo, la loro musica è country al 100%, ma la produzione, ad opera di Joey Moi, è decisamente rock, ed i suoni sono di una pulizia tale da far sembrare questo disco un lavoro di una band di veterani, non certo di un duo all’esordio. Per la verità un esordio totale non è: i due hanno già alle spalle due Ep, uno del 2010 ed uno pubblicato nell’estate di quest’anno, ma posso senza dubbio affermare che, se volete avere una visione più completa della musica del duo, il disco da avere è Here’s To The Good Times (che tra l’altro contiene tutti i brani dell’EP del 2012, rendendolo praticamente inutile).

Kelley e Hubbard hanno due belle voci, un’anima rock con tendenze sudiste (da lì vengono…), al suono di steel e violino preferiscono le chitarre elettriche, ma quel che più conta è che, da soli o con l’aiuto di altri, sanno scrivere brani di buon livello, mai banali e con un gusto melodico non comune. Hanno tutte le carte in regola quindi per sfondare, e credo che se lo meriterebbero pure.
Cruise, che è anche il primo singolo, è un po’ un sunto di quanto detto prima: una country song arrangiata in maniera potente, belle voci all’unisono e grande melodia, che fanno subito venire in mente spazi aperti e cieli azzurri a perdita d’occhio. Round Here prosegue sulla stessa linea, anzi a dire il vero sembra la seconda parte di Cruise, sempre ottima musica comunque; Get Your Shine On ha un suono pieno ed elettrico, ritmo cadenzato ed una pulizia degna di produzioni di alto livello, chitarre in tiro e ritornello immediato.

La title track è più lenta, ma l’elemento rock è sempre ben presente, ed anche qui si fa apprezzare il refrain corale, vero punto di forza del duo; It’z Just What We Do è la più dura del disco, un brano nel quale i nostri lasciano libere le loro radici sudiste. Con Stay rimaniamo in territori southern, ma il brano è più fluido e rilassato, una ballata coi fiocchi; Hell Raisin’ Heat Of The Summer, un’altra rock ballad scintillante, non abbassa il livello del disco, mentre Tell Me How You Like It è un filo troppo levigata nei suoni, anche se sulla canzone niente da dire: potrebbe essere il loro prossimo singolo.

Tip It Back è puro rock, appena stemperato da banjo e dobro, Dayum, Baby (con Sarah Buxton) non è male ma è la meno brillante del lotto, mentre Party People (con ospite Jaren Johnston) chiude l’album con l’ennesimo country-rock dal godibilissimo refrain e dalla pulizia sonora impeccabile. Sentiremo ancora parlare dei Florida Georgia Line, e di certo in termini positivi.

Marco Verdi

18/12/2012

Un Altro Alvin Lee, Con Fratelli! Lee Boys - Testify

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Lee Boys – Testify – Evil Teen Records

Certo che non si finisce mai di imparare. Ero convinto che Alvin Lee fosse un bianco e chitarrista dei Ten Years After. Ora crollano le mie certezze: pare che sia un nero, anche di quelli tosti come dimensioni, con due fratelli al seguito e tre nipoti che suonano nella sua band, i Lee Boys. Che non sia la stessa persona? Facezie a parte, questi Lee Boys, che provengono da Miami, Florida, fanno parte di quel movimento musicale che viene definito Sacred Steel Music, per intenderci quello da cui proviene anche Robert Randolph: si tratta di quei gruppi che si ispirano alla musica religiosa, gospel e spiritual, ma lo fanno utilizzando l’accompagnamento di una pedal steel anziché il classico organo delle congregazioni religiose. Ma, come la band di Randolph, anche questi Lee Boys inseriscono nella loro musica elementi di soul, blues, R&B, funky, country, perfino jam band style.

E infatti, non casualmente, questo Testify, che è il loro terzo album, esce per la Evil Teen Records, l’etichetta di Warren Haynes, che appare pure in due brani del CD, sia come cantante che come chitarrista. Non è l’unico ospite, anche Matt Grondin, chitarrista e cantante dell’area di New Orleans, nonché figlio del batterista dei 38 Special, è della partita, come produttore e musicista aggiunto e tra gli altri, in due brani, sempre come chitarra solista, è coinvolto l’ottimo Jimmy Herring. Ovviamente con tutta questa parata di musicisti “sudisti” anche il southern rock è tra gli elementi fondanti della musica di questo disco, vista la presenza spesso di tre o più chitarristi nello stesso brano. Ma non si possono dimenticare le armonie vocali e le voci soliste degli altri fratelli Lee, Derrick & Keith, insieme al nipote Alvin Cordy Jr, che è anche il bassista della band, che garantiscono questa aura gospel-soul-rock, con la costante della pedal steel di Roosevelt Collier,il virtuoso del gruppo, per un suono d’insieme che potrebbe ricordare anche i Neville Brothers, con l’uso di molti cantanti: l’iniziale Smile, è un ottimo esempio di questo sound. Going To Glory, dal ritmo galoppante del gospel, ma sempre fuso con una ritmica rock, è assolutamente coinvolgente, con le chitarre che viaggiano alla grande e in I’m Not Tired quando si aggiunge anche Warren Haynes, come seconda voce solista e chitarrista aggiunto, non so se sia suo un poderoso assolo di wah-wah, ma sembra di ascoltare gli Allman o la Marshall Tucker in tutta la loro gloria, e con una sezione fiati pepata per sovrappiù, per non parlare della steel che viaggia sempre a mille.

So Much To Live For parte con un riff alla Doobie Brothers, periodo circa China Grove e poi diventa un funky-rock degno dei primi Chicago o dei Blood, Sweat & Tears, ancora con i fiati in spolvero e tutto quell’incrocio di voci assolutamente coinvolgente ed euforico e dal wah-wah ricorrente non dovrebbe essere Haynes il solista neppure nella precedente, ma uno dei Lee Boys. Always By My Side è uno dei brani che vede la presenza di Jimmy Herring come solista aggiunto, con il suo bel timbro grintoso, come pure la successiva Testify, sempre in un furioso incrociarsi super funky di chitarre e voci. In tutti i brani non trascurabile la presenza delle tastiere di Matt Slocum, che aggiungono ulteriore spessore alla complessità degli arrangiamenti, con un bel suono corposo che si apprezza con piacere. Anche quando la barra del suono vira verso atmosfere più vicine al R&B, come nell’ottima Sinnerman, il gruppo non perde l’attenzione dell’ascoltatore con continui interscambi vocali e la sacred steel sempre in azione (Alvin Cordy Jr. non sarà Robert Randolph, ma gli manca veramente poco).

Per Wade In The Water si aggiunge una notevole voce femminile come quella di Gya Wire che aumenta la già cospicua quota gospel delle procedure. Praise You, reintroduce i fiati e la chitarra di Warren Haynes per una ulteriore lode al Signore a tempo di funky-rock, mentre in Feel The Music lasciano sfogare anche il produttore Matt Grondin che ci regala un bel solo di chitarra, molto lirico, in alternativa alla solita steel indemoniata (oh, non so se visto l’argomento, si può dire!). Si conclude in gloria (scusate, mi è scappato di nuovo) con lo slow di We Need To Hear From You, che conferma una seconda parte dell’album meno brillante dell’inizio scoppiettante, ma sempre ricca di musica di buona qualità e con coda finale della pedal steel, esultante e trascinante, che riabilita il pezzo finale.

Bruno Conti

03/09/2012

E Alla Fine Ne Rimase Uno! Lynyrd Skynyrd - Last Of A Dyin' Breed

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Lynyrd Skynyrd – Last Of A Dyin’ Breed – Roadrunner/Warner

Anche per i Lynyrd Skynyrd siamo ormai intorno ai fatidici 40 anni di carriera, (Pronounced ‘Lén-‘nèrd ‘Skin-‘nérd usciva nell’agosto del 1973) e tra dure prove e tribolazioni varie, il gruppo continua la sua vita, ma come dice il titolo del nuovo disco Last Of A Dyin’ Breed,” L’ultimo di una razza in via di estinzione”, si potrebbe tradurre anche con “E alla fine ne rimase uno!”. Eh sì, perché ormai della formazione originale è rimasto solo Gary Rossington: sulla carta, e nei concerti dal vivo, dove sono ancora assolutamente da non perdere, un gruppo che comprende Johnny Van Zant, che però rimarrà sempre il fratello di…, Rickey Medlocke l’ex leader dei Blackfooot (ma era anche nella primissima formazione dei Lynyrd), ora anche Johnny Colt, ex bassista dei Black Crowes e due onesti comprimari come Michael Cartellone alla batteria e Peter Keys alle tastiere, un nome, o meglio un cognome, un destino, è certamente una band di tutto rispetto, ma sulla carta.

Nei dischi ormai il southern rock è un ricordo lontano, il country e il boogie che erano due degli elementi portanti del genere sono stati sostituiti da un hard rock di mestiere (per l’amor di Dio, buono) e dal letale AOR (Adult Oriented Rock) che gli americani hanno sempre amato. Poco blues, rare ballate, però probabilmente hanno ragione loro, visto che questo disco ha esordito nelle classifiche americane al 14° posto, che è la posizione più alta dai tempi di Street Survivors, anche se i quantitativi di vendita odierni sono un pallido ricordo di quelli dei tempi che furono. Eppure ogni tanto la vecchia classe riaffiora e il prodotto in sé non è malvagio in toto, sempre se dimentichiamo chi erano e li consideriamo un altro gruppo.

Ma l’iniziale Last Of A Dyin’ Breed, con la slide insinuante di Rossington, un bel groove boogie della band, un cantato convinto e potente di Van Zant, l’arrangiamento arricchito da delle tastiere non tamarre, una spruzzatina di fiati, mi avevano illuso che questa volta forse si potesse tornare, sia pure in parte, ai fasti del passato, ma se non c’era riuscita la formazione degli anni ’80 e ’90, che aveva molti dei musicisti originali, a parte forse nel robusto unplugged Endangered Species, era quasi inevitabile che anche questa volta ci saremmo cuccati dell’onesto hard rock melodico. Fanno eccezione un paio di ballate, Ready To Fly, che però dopo l’intro pianistica alla Freebird si perde in un mare di tastiere e chitarre poco incisive, Something To Live For che ha degli sprazzi dell’antico splendore, il duetto a tempo di boogie tra Van Zant e Medlocke nell’energica Mississippi Blood introdotta da un dobro che ricorre nel brano. Dobro e slide che ritornano insieme anche nella conclusiva Start Livin’ Life Again che ha nella sua costruzione sonora quegli elementi country e southern tipici del genere.

Ma Nothing Comes Easy, con l’aggiunta dell’ex chitarrista di Marylin Manson, John 5 (ed è tutto dire) e Homegrown, che sembra un pezzo dei Nickelback o del peggior Bon Jovi, per chi scrive sono insopportabili, anche se sicuramente avranno dei fans negli amanti del genere. L’edizione Deluxe ha quattro brani aggiunti: una Poor Man’s Dream appena sufficiente, sempre per il lavoro delle soliste che spesso salva la giornata, Do It Up Right un altro brano con uso di slide e un cantato onesto di Van Zant con Dale Krantz-Rossington e socie che cantano di gusto in ricordo dei vecchi tempi. Sad Song è una hard ballad non disprezzabile e Low Down Dirty è duretta ma non orrida anche se gli arrangiamenti sono pessimi, hard rock di maniera. La sufficienza stiracchiata per meriti raggiunti e qualche buona canzone, ma non è sicuramente indispensabile da avere. Diffidate di recensioni trionfalistiche!

Bruno Conti

10/08/2012

Novità Di Agosto Parte I. Dead Can Dance, Karine Polwart, Gentle Giant, James Yorkston, Fleetwood Mac Tribute, Blackberry Smoke

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A dimostrazione che anche nella settimana di Ferragosto la musica non si ferma (Italia esclusa), anzi la vigilia per la precisione, tutti questi dischi usciranno il 14 agosto, ecco una sfornata di novità interessanti. E questa è solo la prima parte, domani o dopo il resto. Detto che il Box di 5 CD + 1 DVD Live At the BBC dei Kinks esce il 14 agosto nel Regno Unito, il 21 agosto in America e il 28 in Italia, ma ve lo avevo anticipato già a maggio, partiamo con

Dead Can Dance - Anastasis - Pias Recordings, il primo album di studio del gruppo dal lontano 1996, anno di uscita di Spiritchaser, il disco di ispirazione etnica che aveva concluso la prima fase della loro carriera. C'era già stata una reunion per una serie di concerti nel 2005, ma questa volta Brendan Perry e Lisa Gerrard, che nel frattempo hanno entrambi superato la soglia dei 50 anni, hanno registrato questo disco di "resurrezione" (dal greco Anastasis) che curiosamente era stato annunciato un paio di anni fa su una rivista musicale online bulgara. Sono 8 pezzi, quattro cantati da ciascuno (con Return Of The She-King, quello ispirato dalla musica celtica dove le voci si fondono), che rinverdiscono i fasti della produzione passata ed introducono anche una corposa strumentazione orchestrale in alcune tracce. Il disco mi sembra bello, in ogni caso si può ascoltare ancora in streaming sul sito del gruppo http://deadcandance.com/

A proposito di musica celtica, folk meglio, direi, esce il nuovo album, Traces, il quinto in studio della cantante scozzese Karine Polwart, una delle voci più interessanti del revival della musica tradizionale (anche se non se ne era mai andata, la musica folk). Accompagnata dal fratello Steven e da Inge Thompson, tra duetti di harmonium e fisarmonica, inserimenti di marimba e vibrafono, flauto ed altro strumenti a fiato, la voce classica della Polwart si libra serena e sicura nelle 10 tracce che compongono l'album. I dischi precedenti si sono sempre piazzati tra i migliori dell'anno nelle classifiche di preferenza della BBC di fine anno, anche questo, ottimo, mi sembra lanciato quietamente verso la stessa destinazione. Etichetta Hegri Music, quindi di non facile reperibilità sul mercato italiano.

Sempre nell'ambito folk-cantautorale esce il nuovo disco di James Yorkston, l'ex cantante degli Athletes, il disco si chiama I Was A Cat From A Book, viene pubblicato dalla Domino Records e tra i musicisti coinvolti ci sono Luke Flowers della Cinematic Orchestra, Emma Smith al violino e in duetto in Kath With Rhodes l'ottima Kathryn Williams. La musica è molto quieta, piana, agrodolce, giocata sulle sonorità di chitarra e piano, arricchite dagli interventi degli ospiti citati, se dovessi azzardare un paragone mi sembra che Yorkston sia una sorta di Nick Drake del 21° secolo (con i dovuti distinguo) e questo suo quinto album ne conferma il talento. Da scoprire, se non conoscete.

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Nell'ambito delle ripubblicazioni del catalogo della EMI inglese esce anche questo cofanetto quadruplo dedicato ai Gentle Giant, I Lost My Head, sottotitolo The Chrysalis Years 1975-1980, raccoglie i dischi incisi dal grande gruppo inglese negli anni successivi a quelli inarrivabili del periodo Vertigo. Si tratta comunque ancora di dischi fantastici che rispondono al nome di Free Hand, In'terview, Playing the Fool, The Missing Piece, Giant For a Day e Civilian. Il tutto condito da inediti, live, rarità e b-sides. Questa è la lista completa dei brani:

1 - Free Hand & bonus tracks

  1. Just the Same
  2. On Reflection
  3. Free Hand
  4. Time to Kill
  5. His Last Voyage
  6. Talybont
  7. Mobile
  8. 1976 Intro Tape (previously unreleased)
  9. Just the Same (John Peel Session) "never available on CD before"
  10. Free Hand (John Peel Session) "never available on CD before"
  11. On Reflection (John Peel Session) "never available on CD before"
  12. Give It Back (International 7" Mix) "never available on CD before"
  13. I Lost My Head (7" Mix) "never available on CD before"

CD 2 - In'terview & The Missing Piece

  1. In'terview
  2. Give It Back
  3. Design
  4. Another Show
  5. Empty City
  6. Timing
  7. I Lost My Head
  8. Two Weeks in Spain
  9. I'm Turning Around
  10. Betcha Thought We Couldn't Do It
  11. Who Do You Think You Are?
  12. Mountain Time
  13. As Old As You're Young
  14. Memories Of Old Days
  15. Winning
  16. For Nobody

CD 3 - Playing The Fool (Live 1976)

  1. Just the Same/Proclamation (Live)
  2. On Reflection (Live)
  3. Excerpts from Octopus (Live)
  4. Funny Ways (Live)
  5. The Runaway/Experience (Live)
  6. So Sincere (Live)
  7. Free Hand (Live)
  8. Sweet Georgia Brown (Live)
  9. Peel the Paint/I Lost My Head (Live)

CD 4 - Giant For A Day & Civilian

  1. Words from the Wise
  2. Thank You
  3. Giant for a Day
  4. Spooky Boogie
  5. Take Me
  6. Little Brown Bag
  7. Friends
  8. No Stranger
  9. It's Only Goodbye
  10. Rock Climber
  11. Thank You (7" Single Edit A) never available on CD before
  12. Words from the Wise (7" Single Edit B) never available on CD before
  13. Convenience (Clean And Easy)
  14. All Through the Night
  15. Shadows on the Street
  16. Number One
  17. Underground
  18. I Am a Camera
  19. Inside Out
  20. It's Not Imagination

Piatto ricco mi ci ficco, considerando che, come gli altri cofanetti della serie, dovrebbe costare intorno ai 20 euro, poco più, poco meno.

Un altro tributo? Ebbene sì. Questo si intitola Just Tell Me What You Want: A Tribute To Fleetwood Mac, pubblicato dalla Decca/Hear Music/Universal, a parte un paio di nomi classici (Billy Gibbons & Friends e Marianne Faithfull) raccoglie la crema del rock "alternativo" e indie. Questa lista dei brani e relativi artisti:

01. Lee Ranaldo Band feat. J Mascis – Albatross
02. Antony – Landslide
03. Trixie Whitley – Before The Beginning
04. Billy Gibbons & Co. – Oh Well
05. Best Coast – Rhiannon
06. The New Pornographers – Think About Me
07. Marianne Faithfull – Angel
08. Lykke Li – Silver Springs
09. Karen Elson – Gold Dust Woman
10. Matt Sweeney And Bonnie ‘Prince’ Billy – Storms
11. Washed Out – Straight Back
12. Tame Impala – That’s All For Everyone
13. Craig Wedren with St. Vincent – Sisters of the Moon
14. The Kills – Dreams
15. Gardens & Villa – Gypsy
16. The Crystal Ark – Tusk
17. MGMT – Future Games

I Blackberry Smoke sono, forse, attualmente, la migliore, o una delle migliori formazioni di southern rock in circolazione. Il precedente Little Bit Of Dixie che avevo recensito per il Buscadero ad inizio 2010 era un eccellente esempio di quanto detto sopra, questo The Whippoorwill, edito dalla Southern Ground, l'etichetta di Zac Brown, mi sembra anche meglio. Sarà sicuramente oggetto di un esame più approfondito quanto prima, ma da quanto già sentito il vecchio Sud, e le sue chitarre, ruggiscono ancora!

Alla prossima.

Bruno Conti

14/05/2012

Vecchie Glorie 11! Atlanta Rhythm Section - Sound And Vision Anthology

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Atlanta Rhythm Section – Sound And Vision Anthology – CD+DVD Cleopatra Records 

La Cleopatra Records alterna uscite discografiche di valore assoluto come il Box Antologico di inediti dei Quicksilver o quello quasi altrettanto interessante dedicato ai Santana degli esordi, ma anche il live dei Gin Blossoms del 2009, a nuove uscite come il doppio di William Shatner (il Capitano Kirk) o il “ritorno” di Sly Stone che al di là dei nomi altisonanti coinvolti in entrambi i progetti lasciano un po’ il tempo che trovano, collezionisti e fan esclusi. Questo nuovo dischetto (con DVD al seguito) si colloca a metà strada: interessante perché è una sorta di antologia “in movimento” della grande band sudista, che come dice il nome del gruppo e di un famoso loro disco, The Boys From Doraville , viene musicalmente dalla cittadina della Georgia.

In movimento perché si tratta di nuove versioni dei loro classici registrate in studio e dal vivo nel 2007 da una formazione che dei membri originali mantiene solo il tastierista (e co-autore di alcuni dei loro successi) Dean Daughtry. Quindi all’appello (oltre a membri passati e futuri, alcuni deceduti nel frattempo) mancano Buddy Buie e J.R. Cobb che addirittura erano nel gruppo che ha originato la loro lunghissima carriera: i Classics IV di Jacksonville, Florida (ebbene sì, anche loro vengono da lì), quelli di Spooky per intenderci, uno dei più grandi successi nelle classifiche americane nel 1968 e poi ripreso anche dalla Atlanta Rhyhtm Section nel 1979. E naturalmente qui presente in una ulteriore versione (anzi due) perché c’è sia in studio che dal vivo nel CD e pure nel DVD. Non mancano altri cavalli di battaglia, soprattutto nelle sezioni dal vivo: Imaginary Lover, Champagne Jam, Back Up Against The Wall, So Into You qualche brivido su per la schiena lo mandano ancora agli appassionati del southern rock più levigato ma sempre di gran classe degli ARS.

Il loro sound si è sempre collocato un po’ al margine del filone sudista: suoni più “lavorati”, le tastiere sempre presenti, ma anche un bel tiro delle chitarre, nitide e pulite, che però spesso sconfinavano in un rock FM o addirittura in un hard-rock-blues un po’ di maniera. Ma i primi due dischi, l’omonimo e Back Up Against The Wall e poi del periodo Polydor, Dog Days, Champagne Jam, il doppio dal vivo Are You Ready, ma un po’ tutti quelli degli anni ’70,  pur con il progressivo spostamento verso un suono più commerciale, rimangono dei bei dischi di rock classico. Non per nulla nel primo CD, accanto ad alcuni dei classici registrati dal vivo in un concerto del 2007 a Prestonburg, Kentucky (solo cinque, più tutto il DVD), e preceduti da alcuni brani della discografia, questa incarnazione della band propone una serie di cover che bene esplicano anche le loro tendenze musicali: Hold On Loosely dei 38 Special, una poderosa ripresa di The Boys Are Back in Town dei Thin Lizzy, Takin’ Care Of Business dei BTO, la ballatona Love Hurts nella versione Nazareth, Call Me The Breeze di JJ Cale ma nella versione Lynyrd Snynyrd, un medley di Sharp Dressed Man/Gimme All Your Lovin’ dal repertorio degli ZZTop e Help Is On Its Way della Little River Band si susseguono in una lunga sequenza di bella fattura. Niente di sconvolgente ma del buon rock, com’è sempre stato nella loro storia. E il discorso vale anche per tutta la doppia “antologia”, ci si può anche accontentare!

Bruno Conti

11/05/2012

"Famiglie Reali" - Royal Southern Brotherhood"

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Royal Southern Brotherhood -  Ruf Records

Questo disco segna l’incontro tra i rappresentanti di due delle “Famiglie Reali” della musica del Sud degli Stati Uniti: gli Allman, di Jacksonville, Florida, ma Devon, il figlio di Gregg, è nato a Corpus Christi, Texas e i Neville, da New Orleans, Lousiana, nella persona di Cyril, il quarto dei fratelli. Oddio, se proprio vogliamo andare a vedere non sono i migliori del lotto nelle rispettive famiglie, ma comunque due musicisti dalla carriera più che rispettabile e se uniti ad un altro “veterano” della scena rock americana, il chitarrista e cantante Mike Zito, la terza punta della corona, il risultato finale ha un suo certo appeal. Non guasta la presenza di due solidi musicisti come Yonrico Scott (dalla Derek Trucks Band) e Charlie Wooton (dei Wood Brothers) che costituiscono una sezione ritmica ricca di inventiva. La Ruf Records li ha messi insieme al produttore Jim Gaines, di cui non sempre amo tutte le produzioni ma che ha una indubbia sensibilità per il rock ed il blues e un certo suo sound professionale, commerciale ma non oltre i limiti di guardia e comunque orientato verso gli album soprattutto di chitarristi (Santana e Stevie Ray Vaughan tra i suoi “clienti). E in questo album di debutto degli RSB le chitarre hanno un ruolo preponderante anche se i tre leader si alternano come voci soliste con risultati apprezzabili. Certo, non abbiamo Gregg Allman o Art e Aaron, ma la fusione tra il rock sudista nel DNA di Devon e il classico sound “nero” marchio di fabbrica della famiglia Neville, decisamente funziona.

Se uno dovesse giudicare solo sull’apertura strepitosa dell’iniziale New Horizons, firmata dalla coppia Neville/Zito e dove l’incontro tra il soul carnale dei migliori Nevilles e il rock classico è pressoché perfetto, tra chitarre assatanate e intrecci vocali di gran classe, si potrebbe pensare ad un album di prima fascia, per mutuare un termine calcistico. Il resto non è poi sempre su questi livelli ma la “Fratellanza Reale Sudista” ha comunque molte frecce al proprio arco: l’inizio di Fired Up potrebbe far pensare al Willy DeVille del periodo di New Orleans e poi evolve in un classico groove funky-rock tipico dei Neville Brothers del periodo di Yellow Moon, con chitarre fluide e santaneggianti e un tripudio di percussioni a cura dello stesso Cyril che ha scritto il brano con il bassista Wooton. Left My Heart In Memphis è il primo contributo di Devon Allman, una bella ballata blues ma ricca anche di accenti soul con le chitarre a sottolineare il cantato ricco di pathos del “giovane” della famiglia (quest’anno compie 40 anni anche lui ma sapete che nel Blues a quell’età vengono considerati degli sbarbati). Moonlight Over The Mississippi ancora dell’accoppiata Zito/Neville è nuovamente un bel misto di funky, blues e rock con chitarre sinuose anche con wah-wah, su un tappeto ricco di percussioni.

Poi questa formula viene applicata su un brano che, ohibò, mi pare di sovvenire: firmata da Hart/Hunter, Fire On The Mountain è l’unica cover di questo album, tra ritmi vagamente reggae, una slide insinuante e il solito wah-wah innestato, il classico dei Grateful Dead subisce nuovamente un trattamento alla Neville Brothers, molto percussivo ma ricco nel reparto chitarristico. Ways About You ancora uno slow R&B della premiata ditta Zito/Neville comincia a mostrare qualche crepa di ripetitività, il sound è piacevole ma a lungo andare non siamo di fronte a brani di spessore eccelso e non sempre le chitarre possono ovviare ai difetti (piccoli ma comunque presenti). In Gotta Keep Rockin’ emerge alla superficie quel gusto di Gaines per le produzioni rock anni ’80 da FM, c’è anche del southern ma è quello del periodo più commerciale, niente di male, sempre buona musica, basta saperlo. Nowhere To Hide è ancora una composizione di Devon, elettroacustica e piacevole, ma nulla di memorabile.

Hurts My Heart del solo Mike Zito, è il brano più southern di questo album, tra ritmi rock, chitarre spiegate e belle armonie, come molto buono è il groove bluesy della successiva Sweet Jelly Donut con una bella slide ad insaporire un sound che per una volta fonde alla perfezione Allman e Neville. All Around The World, senza infamia e senza lode, è un altro brano rock dalla penna di Zito (che stranamente è l’autore principale del gruppo), mentre la conclusiva Brotherhood è una bella cavalcata strumentale che sicuramente diventerà occasione per lunghe jam strumentali in concerto ma già in questa versione concisa di quattro minuti continua a far intravedere le potenzialità di questa nuova Band.

Bruno Conti

10/05/2012

Bei Tempi! Allman Brothers Band - American University Washington, D.C. 12/13/1970

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Allman Brothers Band – American University Washington, D.C. 12/13/1970 Allman Brothers Band Recording Co. 

La storia e l’importanza degli Allman Brothers nella storia della musica rock sono arcinote quindi non vi tedierò ancora una volta con la loro storia, ma due o tre parole per inquadrare questo CD sono quantomeno doverose. Correva l’anno 1970, “Bei Tempi”, e gli Allman avevano pubblicato da poco il loro secondo album di studio Idlewild South. Provenienti da Jacksonville, Florida ma basati in quel di Macon, Georgia in quel periodo dell’autunno’70 stavano gravitando soprattutto nell’area Nord Ovest degli States con concerti equamente divisi tra stadi e locali come il Fillmore East di New York dove l’anno successivo avrebbero registrato il mitico At Filmore East.

Nelle parole di Bert Holman, attuale (ma già da molti anni) manager del gruppo e ai tempi giovane di belle speranze alla American University di Washington, DC la band era già all’apice della sua potenza dal vivo in quel periodo e tramite i suoi auspici e quelli di altri studenti dell’università gli Allman Brothers, provenienti da due date al Fillmore East nei giorni precedenti, e quindi rodatissimi, vengono ingaggiati per due concerti da tenersi nello stesso giorno nei locali dell’ateneo, una palestra con meno di 1000 posti. Se vi dicessi che il gruppo suonò questi due concerti di fronte ad un locale semi pieno ci credereste? Probabilmente no, ma sempre secondo il nostro attendibile testimone è quello che successe. Qualche previdente personaggio decise di registrare il tutto e quindi possiamo ascoltare i risultati in questo American University Washington, D.C del 13 dicembre 1970.

Ovviamente le apparecchiature tecniche dell’epoca erano un po’ rudimentali e quindi il mix finale che è arrivato ai giorni nostri consiste di un canale, quello di sinistra, preso dal soundboard originale stereo, mentre quello di destra è occupato dal suono ricavato da un microfono d’ambiente; magici tecnici ed archivisti sotto la supervisione di Tom Dowd hanno cavato dal cilindro comunque un album con un suono più che soddisfacente ancorché con dei piccoli problemi tecnici di tanto in tanto. Tipo il delitto di lesa maestà per cui la versione fantastica di Stormy Monday con un ispiratissimo Duane Allman sfuma brutalmente dopo 5 minuti perché era finito il nastro o, tra gli altri fattori negativi che non consentono una votazione migliore (perché il giudizio va inserito in una prospettiva storica) c’è il fatto che il tutto dura “solo” poco più di un’ora, quindi niente concerto completo, ma solo un estratto dalle due gigs, un bel doppio si sarebbe meritato anche 4 stellette. Per il resto è l’occasione di ascoltare Duane & Gregg Allman, Dickey Betts, Berry Oakley e i due batteristi Jaimoe e Butch Trucks quasi al top delle loro capacità che avrebbero raggiunto nei concerti al Fillmore del marzo successivo e nei mesi a seguire, documentati da altri concerti storici come lo Stonybrook del settembre 1971, sempre pubblicato in questa serie dalla loro etichetta personale, prima che la scomparsa di Duane nell’ottobre del 1971 ponesse fine alla prima fase di questa saga che continua ancora, con ottimi risultati, fino ai giorni nostri. Se Duane Allman e Dickey Betts erano una coppia formidabile di chitarristi ma non i migliori presi singolarmente (anche se Duane…), lo stesso si può dire, oggi, per Warren Haynes e Derek Trucks che insieme sono fantastici ma divisi…pure.

Tornando al CD in questione, era già uscito nel 2002 e in effetti le copie che circolano oggi non sono una ulteriore ristampa ma probabilmente solo una nuova tiratura destinata a rendere felici gli appassionati della band che se l’erano perso al primo giro.  Sono solo sette brani ma che brani! Dall’iniziale Statesboro Blues in una versione concisa ma assai efficace, passando per Trouble No more che era nel primo album e Don’t Keep Me Wonderin’ che si trovava sul citato Idlewild South, abbiamo modo di gustare la genesi di questo turbine di musica che fondeva rock, blues, psichedelia, improvvisazione, in quel genere che fu definito “southern rock” perché arrivava dagli stati del Sud ma era semplicemente grande musica. Anche Leave My Blues Alone e la già ricordata, tronca, Stormy Monday, rinforzano queste certezze, prima dell’esplosione finale con due dei loro grandi cavalli di battaglia (purtroppo non c’è In Memory Of Elizabeth Reed);, prima una ciclopica You Don’t Love Me di oltre 15 minuti, con la sezione ritmica a macinare grooves sempre scintillanti, per consentire ai tre solisti, Duane, Dickey e Gregg, di inventare musica come pochi altri hanno saputo fare nella storia del rock. Poi, annunciato da uno dei riff più conosciuti di sempre, parte un vero tour de force, con una bellissima e lunghissima versione di Whippin’ Post, oltre venti minuti di goduria totale. E in quello stesso mese sarebbe uscito Layla di Derek & The Dominos dove c’era Duane Allman alla slide e che li avrebbe proiettati verso la grande notorietà e la gloria imperitura. Forse non fondamentale, per i motivi ricordati sopra, ma per chi ama questa musica una bella (ri)scoperta! “Allman Brothers Brand” come riporta la copertina, per l’attento osservatore.

Bruno Conti