Un Live Molto Interessante, Ma Occhio Alla (Mezza) “Truffa”! The Allman Brothers Band – Unplugged

allman brothers band unplugged

The Allman Brothers Band – Unplugged (+ The Gregg Allman Band Live 1987) – Predator CD

Avviso ai naviganti: premettendo che questo CD (che non appartiene né alle pubblicazioni ufficiali, né è gestito dagli archivi della band) è piacevole ed a tratti perfino entusiasmante, devo però rimarcare come il titolo sia truffaldino. Infatti il disco è accreditato alla Allman Brothers Band, ed il titolo Unplugged si riferisce proprio alla famosa trasmissione di MTV, alla quale lo storico gruppo southern partecipò nel 1990 (registrando al National Video Center di New York), mentre quel And The Gregg Allman Band Live 1987 farebbe pensare ad un’aggiunta di due-tre canzoni alla fine come bonus tracks. Niente di più sbagliato, in quanto la parte degli ABB si riduce a quattro misere, ancorché splendide, esecuzioni poste all’inizio del disco (e con una qualità di registrazione strepitosa), mentre il resto, ben nove pezzi, appartiene ad una serata di tre anni prima appunto della Gregg Allman Band, durante il tour a supporto del loro album I’m No Angel, per l’esattezza ad Austin, Texas, il tutto con un buon suono, anche se un po’ ovattato, niente a che vedere con la parte degli ABB. Ed anche la qualità della performance è diversa, in quanto per i primi quattro pezzi siamo obiettivamente su un altro pianeta: gli Allman (che si erano riformati l’anno prima con il nucleo storico formato da Gregg Allman (RIP), Dickey Betts, Butch Trucks e Jaimoe, al quale si erano aggiunti Warren Haynes, Allen Woody e Johnny Neel, pubblicando il bellissimo Seven Turns) dimostrano di essere un gruppo di fuoriclasse anche con gli strumenti acustici, a partire dall’apertura di Midnight Rider, la signature song di Gregg: suono caldo, grande voce ed intrecci chitarristici tra Betts e Haynes che sono una goduria nella goduria.

Melissa è uno spettacolo, fluida e distesa, riesce ad entusiasmare anche in questa scintillante versione a spina staccata (per questioni di tempi televisivi i brani sono più corti del solito), mentre Seven Turns, brano portante dell’album omonimo, è una delle composizioni migliori di Betts, uno splendido brano di pura americana e sfiorato dal country, che in veste acustica fa risaltare ancora di più la melodia tersa e cristallina. Chiude il mini set una sontuosa ripresa di Come On In My Kitchen di Robert Johnson, con Warren gigantesco alla slide, che ci lascia la voglia di sentirne ancora (oltre all’interrogativo sul perché non sia mai stato pubblicato tutto il concerto in veste ufficiale). Il set della GAB, che a differenza di quello della ABB è elettrico, non è allo stesso livello di eccellenza, sia per la qualità del repertorio (comunque mediamente più che buona), sia soprattutto per la differente grandezza dei musicisti coinvolti: Gregg come al solito non si discute, e se vogliamo nemmeno il chitarrista e band leader Dan Toler (già con gli Allman nel loro periodo meno celebrato, dal 1979 al 1982), ma il resto del gruppo è formato perlopiù da onesti mestieranti, seppur di alto livello (specie il pianista Tim Heding).

L’inizio è appannaggio dell’ottima It’s Not My Cross To Bear, un rock-blues caldo e con un gran lavoro di organo, forse il brano migliore di I’m No Angel, dal quale sono tratti altri tre pezzi: Faces Without Names, soul ballad discreta anche se non all’altezza delle composizioni migliori di Gragg, la potente Anything Goes, non male, e la title track, la più diretta e radio friendly delle quattro. Sweet Feelin’ proviene da Playin’ Up A Storm, disco di Allman del 1977, ed è un trascinante boogie, grande voce del nostro e formidabile performance di Heding, mentre Please Call Home arriva da Laid Back, il suo miglior album da solista, ed è una grande ballata sudista, anche se avrei fatto a meno del piano elettrico. Dulcis in fundo, abbiamo tre brani presi dal repertorio della ABB, Trouble No More di Muddy Waters, Hot’Lanta e Whipping Post, tre pezzi che la band dei due fratelli suonava ad un livello decisamente superiore, ma comunque è sempre un bel sentire, soprattutto grazie alla classe di Gregg (ed anche Toler non è proprio un pivellino). In definitiva, se dovessi esprimere il giudizio in stellette, ne darei quattro (abbondanti) alla parte della ABB e tre al resto.

Marco Verdi

Un Sudista “Anomalo”. Randall Bramblett – Juke Joint At The Edge Of The World

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Randall Bramblett  – Juke Joint At The Edge Of The World – New West

Nuovo album per Randall Bramblett, veterano della scena southern e blues americana: secondo AllMusic è il suo 11° album, ma al sottoscritto ne risultano almeno quattordici, compresi un paio di Live e uno in coppia con il chitarrista australiano Geoff Achison. Diciamo che la fama del cantante di Jesup, Georgia, eccellente tastierista e anche sassofonista, è legata, almeno nella parte iniziale di carriera, ai Sea Level Mark II, quelli più funky e jazz-rock a fianco del classico rock sudista, ma anche a Gregg Allman, la quasi omonima Bonnie Bramlett, Elvin Bishop, Bonnie Raitt, Robbie Robertson, più avanti nel tempo Steve Winwood e Warren Haynes, oltre a decine di altri artisti a cui ha prestato le sue doti di sessionman. Comunque i suoi album solisti, che dagli inizi anni 2000 escono, più o meno regolarmente, ogni due o tre anni, quasi tutti per la New West, sono sempre piuttosto buoni, nessuno un capolavoro, ma spesso e volentieri dischi solidi e ben fatti che mescolano tutti gli ingredienti citati.

Anche questo nuovo Juke Joint At The Edge Of The World, che almeno nel titolo farebbe presagire a un omaggio ai tipici locali della zona del Mississippi dove la gente andava (e forse va ancora) a sentire il vecchio blues, in effetti poi ruota attorno a tutti gli elementi tipici della musica di Bramblett. I dieci brani portano tutti la firma di Randall, a parte una cover abbastanza particolare che poi vediamo e spaziano dal futuristico boogie-blues dell’iniziale Plan B dove la voce roca e vissuta, per quanto non molto potente, di Bramblett si fa largo tra un giro di basso funky, un drum loop che poi sfocia nell’ottimo drive del batterista Seth Hendershot, un piano elettrico e la chitarra cattiva e distorta di Nick Johnson, uno dei due ottimi solisti che si alterna con Davis Causey. Lo stile è insomma quello solito del nostro amico, southern raffinato, ma anche ruvido, sulla falsariga dei vecchi Sea Level, come conferma il sinuoso funky-blues di Pot Hole On Main Street, dove Randall comincia a soffiare anche nel suo sax, tra derive R&B e light jazz, mentre Trippy Little Thing, inserisce addirittura qualche leggero elemento psichedelico anni ’70, con la chitarra con wah-wah di Causey ancora in evidenza, a fianco del sax.

Garbage Man, che aggiunge una tromba alle procedure, vira di nuovo verso un funky/R&B che potrebbe rimandare sia al rock sudista quanto al sound dello Steve Winwood vecchia maniera, grazie al piano elettrico insinuante del nostro; I Just Don’t Have The Time miscela ancora elementi blues e atmosfere sudiste, sempre viste però più dal lato Sea Level o Wet Willie, quindi con funky e R&B sempre presenti, e un sopraffino assolo di organo di Bramblett molto laidback., con uno stile che si può accostare, a grandi linee, a gente come Mose Allison o Ben Sidran, soprattutto il secondo. Since You’re Gone è una strana ballata dalle atmosfere sospese, mentre la cover di cui vi dicevo è Devil’s Haircut, il brano di Beck, che ben si accoppia con il mood sonoro dell’album, ritmica in spolvero, tempi sincopati, voce laconica, inserti di tastiere e fiati e il classico riff della chitarra a guidare le danze, piacevole, seppur non memorabile, un po’ come tutto l’album, che raramente decolla verso l’eccellenza assoluta, pur mantenendo sempre un buon livello qualitativo. E anche la fiatistica Fine e l’Afro Funk di Mali Katra si mantengono su queste traiettorie ricche di classe e stile, ma a cui forse manca la scintilla del fuoriclasse. E la morbida “ballad” conclusiva Do You Want To Be Free, per quanto delicata e deliziosa non modifica il giudizio complessivo.

Bruno Conti

Una Delle Due Gretchen Del Country Americano. Gretchen Wilson – Ready To Get Rowdy

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Gretchen Wilson – Ready To Get Rowdy – Redneck Records

Così a occhio, mi pare che al momento ci siano due Gretchen in azione nella scena musicale country di Nashville; una, la più longeva e nota (per quanto) è la Peters, forse anche la più vicina ai nostri gusti musicali, dallo stile più raffinato e da cantautrice, anche coinvolta con artisti come Tom Russell. Mary Gauthier, o nel progetto Orphan Brigade, mentre l’altra, Gretchen Wilson, di cui ci occupiamo, è più tirata, ruspante, già basta leggere il nome della etichetta per cui incide, Redneck Records, per capire che il genere è più vivace, con connotazioni country-rock e anche qualche elemento southern, poi anche il titolo che ci avvisa di tenerci pronti per un po’ di chiasso è sintomatico. Pure lei comunque, ad inizio carriera, aveva avuto un successo clamoroso, proprio con un brano Redneck Woman, giunto al numero uno delle classifiche, e non solo country, e l’album che lo conteneva aveva venduto un botto. Ma erano altri tempi, i dischi uscivano per la Epic e Columbia, poi ha avuto un problema legale perché per un suo brano era stata accusata di plagio dai Black Crowes (comunque meglio da loro che dai Backstreet Boys o simili) e la sua carriera è diventata “indipendente”,  la musica è rimasta grintosa , più o meno lontana dal country-pop che impera a Nashville, l’unica cosa non tosta del suo personaggio è il nome della cittadina in cui è nata, Pocahontas nell’Illinois (non sapevo neppure esistesse).

Questo Ready To Get Rowdy è già il suo nono album, come detto un disco di country(rock) vivace ed elettrico, e scorrendo il nome dei musicisti ce ne sono alcuni interessanti, da Larry Franklin a Jim Horn, poi Pat Buchanan e Greg Morrow, anche se uno, che vi dico tra un attimo, forse ce lo poteva risparmiare. Quindi questo nuovo album più che un ritorno allo stile redneck country, da sempre praticato, è semplicemente un ritorno, dopo una pausa di quattro anni per crescere la propria figlia adolescente, che nel frattempo parrebbe avere ormai circa 17 anni (e comunque nel 2013 la nostra amica aveva pubblicato ben tre album): diciamo che i nomi dei suoi co-autori non ti mandano un “friccico” di piacere su per la schiena, a partire da Desmond Child, il più noto, ma poi i risultati, senza essere eccitanti sono comunque più che dignitosi. A parte il brano appena citato, firmato con Child, che è un duetto con Kid Rock, ebbene sì, un brano di stampo soul, dall’arrangiamento un “filo” ruffiano, e non è che l’ex (?) rapper sia poi questo grande cantante per un pezzo soul, insomma non è il primo nome che mi verrebbe in mente per un duetto, ma forse condividono credo politico e passione per la musica sudista. Per il resto, l’iniziale Stacy è un bel boogie-rock molto riffato, anche con uso di una armonica guizzante e di una bella slide che risponde colpo su colpo, lei canta bene (forse non avevamo detto che ha decisamente una bella voce, calda e potente) e la musica scorre piacevole; vocalmente mi ricorda Ann Wilson delle Heart (non a caso dal vivo canta Barracuda), anche se in altri momenti è decisamente più country, un po’ tipo Wynonna Judd,  per esempio nell’ottima ballata Salt Mines, intensa ed avvolgente, con uso di pedal steel, e comunque con le chitarre sempre molto presenti nel sound del disco.

Non male anche Summertime Town, forse con qualche retrogusto pop anni ‘80, di quello buono e nei limiti del gusto, e comunque con tocchi di armonica, tastiere e chitarre, e una buona melodia che non guasta mai; Rowdy, come da titolo, alza l’asticella, i riff si fanno più incalzanti, il southern rock non è duro e puro, qualche deriva tamarra è dietro l’angolo, anche se i chitarristi continuano a “suonarsele”, diciamo che siamo più dalle parti dei 38 Special o dei Point Blank, o delle Heart, che di Allman Brothers e Marshall Tucker, ma c’è in giro molto di peggio. Whiskey And My Bible addirittura non sfigurerebbe in qualche album prodotto da Dave Cobb, e cantato magari dalla moglie di Stapleton, quasi, perché poi arriva il pezzo con Kid Rock, e anche la successiva Letting Go Of Hanging On qualche velleità deleteria da classifica la coltiva, e non bastano il mandolino e la pedal steel per redimerla. Insomma alti e bassi, I Ain’t That Desperate è decisamente più redneck country, con ritmo, grinta e chitarre twangy, e anche la ballatona avvolgente Hard Earned Money la sua porca figura la fa, con Mary Kay & Maybelline che tenta anche la strada del brano elettroacustico, intimo, intenso e raccolto, un pezzo tipo le vecchie Dixie Chicks, a tutta pedal steel. E  niente male pure una vivacissima A Little Loretta, dedicata proprio alla grande Loretta Lynn, un bel pezzo di puro country classico della più bell’acqua, ribadito nella conclusiva Big Wood Deck, dove il violino di Larry Franklin guida le danze e l’atmosfera ondeggia tra honky tonk e bluegrass, per un ottimo finale di disco.

Bruno Conti

L’Ultima Corsa Del Viaggiatore Di Mezzanotte: Ma La Strada Continua Per Sempre. Ci Ha Lasciato Anche Gregg Allman, Aveva 69 Anni.

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Devo constatare purtroppo una ripresa dell’attività da parte di “The Reaper” (cioè la morte secondo i Blue Oyster Cult): dopo un periodo di relativa calma: nella stessa settimana della scomparsa di Jimmy LaFave ci ha lasciato, proprio ieri, in seguito a complicazioni dovute, pare, al cancro al fegato con cui aveva già lottato in passato e per cui aveva subito anche un trapianto, una vera e propria leggenda (e questa volta il termine non è usato a sproposito),Gregory LeNoir, in arte Gregg, Allman. Se dovessi dire che la notizia mi ha colto impreparato direi una mezza bugia: da tempo infatti il biondo tastierista e chitarrista nativo di Nashville, ma georgiano di adozione soffriva di vari problemi di salute, e l’annullamento di tutti i concerti programmati per il 2017 con conseguente rimborso dei biglietti, e senza nessun aggiornamento successivo, non era certo un buon segnale.

Figura fondamentale per la musica rock americana, Gregg è stato si può dire (con il fratello Duane) l’inventore del genere denominato southern rock, una miscela di rock e blues con implicazioni, a seconda del gruppo di appartenenza, soul, country, jazz e gospel: grande appassionato di blues fin dalla giovane età, Gregg muove i primi passi negli anni sessanta proprio insieme al citato fratello Duane, che si rivelerà a breve come uno tra i migliori chitarristi del suo tempo (e di sempre), prima in diverse band giovanili, per poi avere qualche minimo successo prima con gli Allman Joys, che si evolveranno negli Hour Glass e poi definitivamente nella leggendaria Allman Brothers Band (nella quale sarà presente in tutte le configurazioni, unico elemento insieme a Butch Trucks e Jaimoe), semplicemente uno dei più grandi gruppi di sempre, e non solo in ambito southern rock. Se siete abituali frequentatori di questo blog, ma anche occasionali, non devo star qui a spiegarvi di chi stiamo parlando, ma giova ricordare che, a mio parere ma non solo mio, il loro Live At Fillmore East è probabilmente il più grande disco dal vivo mai pubblicato, un album che ha beneficiato di una serie infinita di ristampe ma che ogni volta che lo si ascolta è come se fosse la prima volta, un lavoro epocale nel quale l’organo e la voce “nera” di Gregg erano delle parti fondamentali, insieme alle formidabili chitarre di Duane e Dickey Betts e ad una sezione ritmica incredibile formata dai due batteristi e dal bassista Berry Oakley.

In quegli anni Gregg riesce a tenere insieme il gruppo ed a registrare anche splendidi album di studio, nonostante problemi sempre crescenti con le droghe e soprattutto superando anche le tragiche scomparse prima del fratello Duane e poi di Oakley, entrambi morti in incidenti motociclistici incredibilmente simili: album come Idlewild South, Eat A Peach (in parte live) e Brothers And Sisters (nel quale Betts assume in pratica la leadership del gruppo, e dove vengono introdotti elementi country) sono dischi di un livello che poche band al mondo possono vantare. Problemi all’interno del gruppo, causati in minima parte anche dalle situazioni personali del nostro (in quegli anni protagonista di una relazione parecchio tribolata con Cher), portano Allman prima a sciogliere il gruppo per un anno (1977) e poi a riformarlo con alcune modifiche nella line-up, pubblicando altri album discreti ma senza quel sacro fuoco che era presente nei loro capolavori, fino ad un break-up nel 1982 che sembra definitivo. La band però si riunisce a sorpresa nella formazione “quasi” originale nel 1990 (e con l’ingresso in formazione del grande Warren Haynes, allora sconosciuto, ed autore proprio ieri di un toccante quanto lungo omaggio a Gregg pubblicato sul suo Facebook https://www.facebook.com/warrenhaynes/posts/10154722537472799 ), con due splendidi album, Seven Turns e Shades Of Two Worlds nel 1991, e soprattutto ricominciando a dare i loro proverbiali concerti, documentati da alcuni bellissimi album live, fino al 2014, anno della separazione definitiva per impossibilità di reggere certi ritmi dovuta all’età (e nel frattempo c’era stata anche la defezione di Betts, con il quale Allman non si lasciò benissimo, sostituito in maniera degnissima dal giovane Derek Trucks).

Gregg ha negli anni portato avanti anche una carriera solista, inizialmente abbastanza simile allo stile del suo gruppo madre, anche se più da cantautore rock e meno blues, con il bellissimo Laid Back (che contiene il suo brano più famoso, Midnight Rider, già inciso in precedenza con gli Allman), seguito dopo quattro anni dal meno riuscito Playin’ Up A Storm e negli anni ottanta da altri due lavori contraddistinti da sonorità piuttosto mainstream (I’m No Angel e Just Before The Bullet Fly), per tacere del disco del 1977 in coppia con Cher, Two The Hard Way, che è meglio dimenticare. Nel 2011 Gregg pubblica il bellissimo Low Country Blues, il suo disco in assoluto più “allmaniano” (nel senso di ABB) http://discoclub.myblog.it/2011/01/12/il-notaio-conferma-grande-disco-gregg-allman-low-country-blu/ , seguito nel 2015 dallo splendido live Back To Macon  http://discoclub.myblog.it/2015/09/01/anche-senza-fratelli-ed-amici-sempre-grande-musica-gregg-allman-live-back-to-macon-ga/ (e non dimentichiamo lo stupendo tributo al nostro, sempre dal vivo, All My Friends, uscito nel 2014): dovrebbe essere tra l’altro imminente l’uscita di un album di studio nuovo di zecca di Gregg, Southern Blood, da tempo in preparazione e prodotto da Don Was, disco che a questo punto uscirà postumo (nel suo sito è già in preordine). Che altro dire? Ci mancheranno la sua figura carismatica, ma anche la sua eccezionale abilità come organista e la sua capacità di aver letteralmente creato un suono ed un genere, il southern rock, che ha avuto decine di epigoni più o meno bravi, ma mai nessuno al livello della ABB: una menzione anche per la sua grande voce, una caratteristica del nostro mai troppo lodata, una voce potente, nera, piena di soul ed in grado di emozionare ogni volta, come ha fatto notare Haynes nel suo sentito tributo.

Riposa In Pace, vecchio Midnight Rider: ho un po’ di invidia per gli angeli, che stasera assisteranno ad una fantastica jam tra te, Duane, Berry e Butch.

Marco Verdi

*NDB

Dal concerto ai CMT Music Awards di inizio giugno.

Un Gradito Ritorno Alle Loro Atmosfere Più Consone. Zac Brown Band – Welcome Home

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Zac Brown Band – Welcome Home – Southern Ground/Elektra CD

L’ultimo album della Zac Brown Band, Jekyll + Hyde (2015), pur avendo venduto molto, ha rappresentato una grande delusione per parecchi fans della prima ora del gruppo, in quanto, accanto alla consueta miscela di rock, country e musica del Sud, trovavano spazio anche i generi più disparati come pop, hard rock (con la presenza anche di Chris Cornell, a proposito R.I.P. Chris, non eri la mia “cup of tea”, ma la tua scomparsa non mi ha lasciato indifferente), reggae ed addirittura musica dance elettronica: un pasticcio stilistico che aveva fatto temere ai più che, in nome della fama e delle vendite, avessimo perso per strada un altro musicista di talento. Zac deve però essersi ravveduto, in quanto questo suo nuovo disco, dal rassicurante titolo di Welcome Home (ed anche la copertina fa pensare al meglio) è un vero e proprio ritorno alle sonorità grazie alle quali il nostro si è creato un nome, un country-rock dal sapore sudista, con accenni di soul e gospel, e che ci aveva portato dischi molto belli come The Foundation, You Get What You Give ed il live Pass The Jar, oltre alla raccolta di successi http://discoclub.myblog.it/2014/12/14/country-zac-brown-band-greatest-hits-so-far/

Intanto alla produzione troviamo l’uomo del momento, cioè Dave Cobb, uno che sta facendo passare come un fannullone anche Joe Bonamassa, che riporta Brown e soci nel giusto alveo, con sonorità magari un filo più “rotonde” e radio friendly, ma senza l’uso di computer, sintetizzatori, drum machines e diavolerie varie, e dando un sapore leggermente più country del solito, anche se stiamo parlando di un country robusto e suonato con il piglio da rock band da Zac e compagni, gli inseparabili Coy Bowles, Clay Cook, Daniel De Los Reyes, Matt Mangano, Jimmy De Martini, Chris Fryar e John Driskell Hopkins, che creano un vero e proprio muro del suono perfetto per le canzoni del leader, che in questo disco tornano ad essere ai livelli dei dischi citati sopra, e superiori quindi anche a quelle del discreto, ma non imprescindibile, Uncaged. Già l’iniziale Roots promette bene: introdotta da uno splendido pianoforte, vede poi l’entrata prepotente della sezione ritmica subito seguita dalla voce di Zac che intona un motivo molto interessante, con un crescendo elettrico e potente che trasforma il brano in una luccicante e tonica rock ballad. Real Thing è un’ottima rock song corale e dalla strumentazione molto ricca ma non ridondante (Cobb sa il fatto suo), con uno spirito soul che aleggia qua e là, spirito che si fa più concreto nella fluida Long Haul, altra canzone piena di suoni “giusti”, cantata benissimo e con una melodia decisamente vincente, un’altra conferma del fatto che la vera Zac Brown Band è tornata tra noi.

La tenue Two Places At One Time è più country, quasi bucolica, un brano vibrante che cresce ascolto dopo ascolto fino a diventare uno dei migliori, Family Table è sudista al 100%, sembra un incrocio tra la Charile Daniels Band e la Marshall Tucker Band più country, un pezzo terso e godibile, mentre My Old Man è un delicato e toccante bozzetto acustico che Zac ha dedicato a suo padre. Start Over è diversa, almeno per lo stile dei nostri, in quanto è una vera e propria Mexican song con un tocco anni sessanta, un brano molto carino che però ricorda più i Mavericks che la ZBB; la bella Your Majesty è caratterizzata da un’altra melodia diretta e vincente, un potenziale singolo, mentre Trying To Drive, ancora molto southern e suonata alla grande (e con la seconda voce femminile di Aslyn Mitchell, che è anche co-autrice del pezzo), va messa anch’essa tra le più riuscite, ed è perfetta per essere rifatta dal vivo (ed infatti era già presente su Pass The Jar, ma la versione in studio mancava all’appello). Il CD si conclude con l’unica cover, All The Best, uno splendido brano di John Prine (era sul bellissimo The Missing Years del 1991, uno dei migliori album del baffuto cantautore), riletto in maniera rispettosa ma personale allo stesso tempo, con l’aiuto della doppia voce di Kacey Musgraves.

Un bel disco, che ci fa ritrovare un gruppo che, personalmente, avevo dato in grave crisi creativa, se non proprio per perso.

Marco Verdi

Nella Saga Delle Bande Southern Rock Fratello E Sorella Mancavano Ancora All’Appello. Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep

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Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep – Mascot/Provogue Records

 Questi Thomas Wynn And The Believers sono un sestetto, vengono da Orlando, Florida, quindi in un certo senso doppiamo aspettarci radici sudiste nella loro musica: se poi aggiungiamo che il babbo del leader (e della sorella Olivia, altro importante elemento nella formazione) Tom Wynn, era stato il primo batterista dei Cowboy, storica formazione di southern-rock e county che incideva per la Capricorn, questo sospetto viene confermato. Ok, non è che il batterista fosse un elemento importante in quel gruppo, ma il fatto di essere stati cresciuti da un musicista che per anni aveva gravitato nel giro degli Allman Brothers e di tutti gruppi dell’etichetta di Macon, Georgia, ha avuto un influenza decisiva sugli anni formativi di questa nuova band. Che comunque ha avuto già diverse fasi, prima come Wynn Brothers Band, tra il 2005 ed il 2008, dove accanto a Thomas e al fratello Jordan, c’era pure il padre alla batteria. Finita la prima fase il gruppo si è sciolto, ma subito, nel 2009, e (ri)partita l’avventura come Thomas Wynn & The Believers, arriva la sorella Olivia, come seconda vocalist aggiunta, spesso cantante all’unisono nei brani della band, dove troviamo già anche l’armonicista Chris “Bell” Antemesaris, tuttora in formazione, e registrano un primo album, The Reason nel 2009, e poi Brothers And Sisters nel 2012, doppiamente esplicativo nel titolo, sia per le radici sudiste, sia per il fatto di essere veramente fratello e sorella.

In quell’album arriva anche la nuova sezione ritmica, Dave Wagner, basso e Ryan Miranda, batteria, mentre per completare l’attuale formazione arriva pure, nel 2014, il tastierista Bill Fey. Nel frattempo la band si è creata la reputazione di miglior band di Orlando e zone limitrofe, e vengono notati dalla Mascot che decide di metterli sotto contratto per registrare il loro esordio con l’etichetta, questo Wade Waist Deep. Tra le fonti di ispirazione e le influenze vengono citati anche i Black Crowes, la Band, i Creedence, i Pink Floyd, come al solito praticamente chiunque suoni: ma anche la musica soul, e il gospel, grazie all’educazione religiosa ricevuta in gioventù, oltre a parecchio sano hard rock seventies di buona fattura. Nel nuovo album la prima cosa che salta all’orecchio, ripeto, è questo uso inconsueto delle voci dei due fratelli, spesso utilizzate all’unisono, con un effetto molto gradevole e anche spiazzante. In effetti a tratti sembra quasi di sentire due voci femminili, visto che  Thomas utilizza spesso i suoi registri più alti: prendete l’iniziale Man Out Of Time, un solido groove ritmico, su cui galleggiano le due voci, chitarre e tastiere grintose, un sound che potrebbe rimandare al prog anni ’70, ma anche ai primi album delle Heart, e quindi per proprietà transitiva ai Led Zeppelin; il produttore Vance Powell (White Stripes, Jack White, Chris Stapleton), accentua gli elementi hard, con la chitarra di Wynn che inizia a farsi sentire. Ma nel secondo brano, la title track Wade Waist Deep le radici sudiste prendono il sopravvento, piano elettrico e organo, tocchi di chitarre acustiche, un cantato pieno di soul del bravo Thomas, eccellenti armonie vocali, per una ballata che rimanda alla citata Band o ai Black Crowes più rootsy.

Anche Heartbreak Alley rimane su queste coordinate sonore, un suono elettroacustico, una bella melodia, un sound avvolgente con retrogusti gospel e country, il cantato intenso della coppia e un testo che gronda buoni sentimenti, mentre il sound della band rimane compatto e gagliardo; My Eyes Won’t Be Open svolta ancora di più verso il soul, un’altra bella ballata, che parte sulla voce dei due Wynn, che entrano lentamente sui rintocchi dell’elettrica e delle tastiere, e poi in un crescendo di notevole efficacia catturano l’attenzione dell’ascoltatore, sempre con la tonalità quasi unica del leader che spesso vira quasi su un falsetto appena accennato, mentre la band costruisce arrangiamenti di notevole qualità. Thin Love ricorda nell’andatura qualche elemento dei CCR, ma le voci sono più sognanti e meno travolgenti, con strati di chitarre e tastiere sempre molto vicine ad un sound assai raffinato. I Don’t Regret è un’altra notevole deep soul ballad dove si apprezza la voce espressiva di Wynn (e della sorella), ma anche la potenza d’insieme dei Believers, con un organo gospel e la chitarra che inizia a ruggire, ottimo rock got soul. You Can’t Hurt Me alza la quota rock-blues, doppie chitarre assatanate, ritmica incattivita e le voci che si impennano e, non ce lo eravamo dimenticato, Chris Bell che per la prima volta soffia con vigore nella sua armonica.

Mountain Fog parte acustica e sognante, tipo Led Zeppelin IV, Plant e Sandy Denny, poi alza l’asticella del sound verso derive decisamente più hard, ma di ottima fattura, con le elettriche che iniziano a farsi sentire. Altro momento blues-rock con la gagliarda Burn As One, di nuovo con l’armonica di Bell a dividersi il proscenio con la chitarra di Wynn, e qui più che i Black Crowes mi hanno ricordato band recenti come i Blues Pills. Di nuovo partenza pastorale per una Feel The Good che poi prende un groove incalzante e disvela una volta di più le radici gospel-soul-rock della band, con un travolgente call and response vocale tra i due fratelli, mentre Chris Bell è di nuovo presente all’armonica. Potente anche il rock “robusto” di We Could All Die Screaming dove la band mette in luce il lato più muscolare della propria musica, con le chitarre in overdrive. E pure la violentissima e chitarristica Turn In Into Gold, è un’altra scarica di adrenalinico rock-blues, oltre sette di minuti di poderoso rock che scalda gli animi e ci consegna una “nuova” ottima band da gustare: se vi piacciono SIMO, JJ Grey & Mofro, quel mondo insomma. Esce il 19 maggio.

Bruno Conti

“Finalmente” Un Nuovo Gruppo Di Southern Rock! Preacher Stone – Remedy

preacher stone remedy

Preacher Stone  – Remedy – NoNo Bad Dog Productions

Nella terza (o quarta) ondata dei gruppi southern rock, chiamiamola quella 2.0, i migliori, secondo chi scrive, sono sicuramente Blackberry Smoke e Whiskey Myers, ma poi c’è tutta una foltissima pattuglia di band, nate per lo più negli anni 2000, che affollano il sottobosco della scena musicale americana, e delle quali ci siamo spesso occupati su questo pagine, e di cui, per brevità, non citerò i nomi, ma gli appassionati più accaniti le conoscono, e per gli altri spero abbiamo seguito i consigli del sottoscritto. Oggi parliamo dei Preacher Stone, band del North Carolina (patria tra i tantissimi, degli Avett Brothers, di Ryan Adams, Doc Watson, Nina Simone, Charlie Daniels, per restare nell’ambito sudista, ma anche luogo di nascita di John Coltrane e Thelonius Monk, quindi uno stato “importante” a livello musicale), e dalla Carolina del Sud viene pure la Marshall Tucker Band, un altro dei gruppi più importanti nel genere: nel loro sito si autodefiniscono “new hard southern rock” e questo Remedy (come un famoso brano dei Black Crowes con cui non c’entra comunque) è il loro quarto album. Purtroppo, come i precedenti, e basta leggere il nome della loro etichetta per capirlo, il disco non è facilmente reperibile, ma visto che la musica è comunque di buona fattura, ne parliamo lo stesso, anche se ormai il CD è stato pubblicato da alcuni mesi, ma la musica, come è noto, non ha scadenza (o non dovrebbe).

Nella formazione ci sono sei elementi, Ronnie Riddle, voce solista, armonica e mandolino, e Marty Hill, chitarra solista, slide e dobro, sono i due leader e compositori principali (non ci sono cover nel CD), a completare la line-up troviamo Ben Robinson alla seconda chitarra, Johnny Webb alle tastiere, e la sezione ritmica composta da Jim Bolt e Josh Wyatt. Hill è anche il produttore del disco, che è stato registrato in quel di Asheville, città del NC da dove vengono anche Warren Haynes e la recente scoperta Rayna Gellert, ma loro sono di Charlotte: il disco contiene undici brani in tutto, che si aprono sul classico suono di una poderosa Blue Collar Son, puro Lynyrd Snynyrd sound con la voce potente di Riddle (ma è parente di quello della Marshall Tucker Band?), le chitarre arrotate e l’organo immancabile nel southern rock di qualità. Formula che viene ripetuta anche nella successiva Lazarus, con la slide di Hill in bella evidenza, a fianco delle tastiere di Webb e della seconda chitarra di Robinson, co-autore del brano. Più che hard southern rock mi sembra quello “classico” e migliore, con gli strumenti e la voce mai sopra le righe, un bel tiro, ma il suono è raffinato, per il genere ovviamente; come conferma una ottima ballata elettroacustica come The Sign, dove le melodie avvolgenti del brano vengono innervate dall’eccellente lavoro delle chitarre elettriche. Lo dico o non lo dico? Niente di nuovo, ma se l’aderire a schemi già rodati e conosciuti fino all’eccesso in ambito sudista viene fatto con passione e bella scrittura si apprezza sempre; anche il boogie-rock di Living The Dream lo abbiamo sentito mille volte sui dischi dei Lynyrd o degli ZZ Top, e pure in quelli recenti dei Whiskey Myers o dei Blackberry Smoke, ma non per questo ci piace di meno.

La band in questo album conferma a tratti anche una propensione per le buone melodie, un brano come Grace ha nel DNA pure elementi country e gospel, grazie alla presenza di voci femminili di supporto, ma il piatto forte sono sempre gli assoli di chitarra, lirici e ficcanti. La title track, dopo una partenza attendista e “lavorata” si getta di nuovo sui ritmi gagliardi del southern più ruspante, con eccellente finale delle twin guitars, un classico del genere; e pure Country Comes To Town, firmata collettivamente da tutto il gruppo, non tradisce lo spirito R&R classico, forse manca quel piccolo quid che fa il fuoriclasse, ma i sei ci mettono molto impegno e regalano buone sensazioni. She Loves è un bel mid-tempo d’atmosfera, con un piacevole interplay tra le chitarre soliste e le tastiere, organo e piano elettrico, sempre presenti, mentre la voce di Riddle è una garanzia. Silence Is Golden, nonostante la presenza di un mandolino è una delle più dure, ma sempre in un ambito che ricorda gruppi come la Charlie Daniels Band o gli Outlaws, e il ritmo non scema neppure nella successiva Lucky, a tutto wah-wah, con i Lynyrd Skynyrd modello da seguire con fede. Rimane la conclusiva Levi’s Song, altra ballata evocativa, forse un filo scontata. ma che conferma la qualità di questo sestetto , tutto cappelli, barbe e capelli, ma anche all’occorrenza dal cuore tenero. Gli appassionati del genere, se già non frequentano, possono aggiungere un nuovo nome alla lista: ce ne sono mille, facciamo mille e uno!

Bruno Conti

Dal Vivo Non Tradivano Mai! Allman Brothers Band – Concord Pavilion, August 10th 1989

allman brothers band concord pavillion 1989

Allman Brothers Band – Concord Pavilion, August 10th 1989 – Silver Dollar CD

Chi mi conosce sa che non sono mai stato molto favorevole al proliferare, da qualche anno a questa parte, di CD live tratti da broadcast radiofonici del passato, dei veri e propri bootleg che solo per un cavillo nel Regno Unito sono considerati legali. Come in tutte le regole però ci sono le eccezioni, ed una di queste è certamente questo dischetto che riporta parte di un concerto tenutosi a Concord (una cittadina della Bay Area) nell’agosto del 1989, durante il reunion tour della Allman Brothers Band, che si era riformata dopo sette anni di separazione e che da lì a meno di un anno avrebbe dato alle stampe l’eccellente comeback album Seven Turns. La band in quel periodo era formata da sette elementi, il nucleo originale (Gregg Allman, Dickey Betts, Butch Trucks e Jaimoe), più le new entries Warren Haynes ed Allen Woody (che pochi anni dopo avrebbero contribuito a scrivere parte della storia del rock americano con i Gov’t Mule, anche se Woody ci lascerà prematuramente) oltre al formidabile tastierista Johnny Neel. La reunion, e ciò verrà confermato negli anni a seguire, non era avvenuta per pure ragioni pecuniarie, ma soprattutto per la voglia di ricominciare a fare (grande) musica insieme: infatti quei concerti avevano ripresentato una band in forma smagliante, quasi ai livelli stratosferici dei primi anni settanta, e questo Concord Pavilion, August 10th 1989 ne è la parziale testimonianza: solo sette canzoni, ma che occupano tutto lo spazio disponibile sul CD, anche se non nascondo che avrei preferito ascoltare il concerto completo.

L’incisione è più che buona, anche se ho sentito di meglio: gli strumenti si distinguono tutti nitidamente, solo la batteria è leggermente ovattata, ed a volte la voce è in secondo piano; ma ciò che manca a livello sonoro è ampiamente compensato dalla qualità della performance. I “magnifici sette” scaldano i motori con Statesboro Blues, il classico di Blind Willie McTell che i nostri resero immortale nel Live At Fillmore East: questa versione non è di molto inferiore, con l’ugola di Gregg subito in palla, Haynes che cerca di non far rimpiangere Duane con la slide (ed in parte ci riesce) e Neel stratosferico al piano: una rilettura trascinante. Introdotta da un lungo assolo di armonica abbiamo poi Blues Ain’t Nothing, un saltellante e classico blues scritto da Ferlin Husky non frequente nelle performances degli Allman (e che vanta versioni da parte di Taj Mahal e Clarence “Gatemouth” Brown), proposto con sonorità decisamente calde ed un ottimo senso del ritmo da parte dei due batteristi. Il concerto entra nel vivo con la splendida Blue Sky, una delle signature songs di Betts, tipica del suo stile terso e limpido, ripresa alla grande e con la chitarra liquida del nostro in grande spolvero, per sette minuti di godimento assoluto, in cui anche Haynes dice la sua in maniera strepitosa.

Ed è la volta del poker finale di classici, formato dalle inarrivabili In Memory Of Elizabeth Reed, Dreams, Jessica e Whipping Post, che da sole arrivano quasi ad un’ora di musica: un’ora piena di assoli, cambi di ritmo, improvvisazioni tra rock, blues e shuffle, che ci fanno ritrovare la stessa band che negli anni settanta scrisse la storia del southern rock. In particolare, una Elizabeth Reed così bella, lunga e fluida l’avevo sentita raramente, un quarto d’ora di pura poesia strumentale, ed anche Jessica non è da meno, con performances incredibili da parte di Neel (un grandissimo pianista, purtroppo spesso dimenticato) e di Betts che, non me ne voglia Derek Trucks, per me sarà sempre il vero chitarrista degli Allman (oltre ovviamente a Duane). Di live della Allman Brothers Band, legali o meno, sul mercato non ne mancano di certo, ma ignorare questo Concord Pavilion sarebbe a mio parere un grande errore.

Marco Verdi

Una Eredità Per Nulla Smarrita, Anzi Molto “Viva”! Outlaws – Legacy Live

outlaws legacy live

*NDB Leggendo un commento su loro Live dell’86 che vedete a fianco, e che a grandi linee condivido, mi sono accorto che non avevo ancora postato la recensione di questo doppio dal vivo degli Outlaws, uscito qualche tempo fa, e visto che il Southern rock è sempre bene accetto sul Blog e il Live è notevole, rimedio subito.

Outlaws – Legacy Live – 2 CD SPV/Steamhammer

Ultimamente c’è stata una vera proliferazione di pubblicazioni dedicate a dischi dal vivo degli Outlaws, spesso eccellenti, come il Los Angeles 1976, o comunque molto buone, vedi Live At The Bottom Line Live ’86, entrambi editi dalla Cleopatra http://discoclub.myblog.it/2016/09/14/meglio-il-live-uscito-lo-scorso-anno-anche-male-the-outlaws-live-at-the-bottom-line-new-york-86/ . Ora esce questo Legacy Live, registrato nel tour del 2015 dall’ultima formazione della band, quella che vede presenti dei membri originali solo il cantante e chitarrista Henry Paul e il batterista Monte Yoho. Con loro ci sono anche, nella line-up comunque a tre chitarre, Steve Grisham (Henry Paul Band, Brothers Of The Southland), già presente nel periodo 1983-1986 e Chris Anderson (anche con Dickey Betts, Lucinda Williams e Lynyrd Skynyrd) dal 1986 al 1989, entrambi alla solista, oltre al bassista Randy Threet e al tastierista Dave Robbins, tutti (ri)entrati nella band negli anni 2000. Non c’è più Hughie Thomasson, l’altro leader, scomparso nel 2007, mentre nel disco del 2012 It’s About Pride, l’ultimo in studio, alla chitarra c’era l’ottimo Billy Crain. E contrariamente alle mie aspettative (e a quelle di molti altri fan) anche questo doppio dal vivo è molto buono, la band della Florida è in gran forma e propone il proprio southern aggressivo e chitarristico con una grinta e una vivacità che latitano in altre formazioni storiche del rock sudista.

Niente di nuovo, e ci mancherebbe, ma i nostri non appaiono bolliti e neppure troppo sopra le righe, riuscendo a non fare troppo rimpiangere il periodo d’oro degli anni ’70, il 1975 per la precisione, l’anno di uscita del primo album, di cui nel tour si festeggiava il 40° Anniversario. 21 canzoni (compresa la breve intro iniziale) dove scorrono i grandi successi del gruppo, ma anche alcuni brani tratti da It’s About Pride: si parte subito bene con una gagliarda There Goes Another Love Song, che mette subito in evidenza anche gli elementi country presenti nel DNA del gruppo, sia con ottime armonie vocali, sia con il sound dove le chitarre sono regine, ma la melodia non è mai assente, senza esagerare con continue prove troppo muscolari (che non mancano comunque, non temete). Eccellente anche un altro classico come Hurry Sundown, dove i classici e continui rilanci del loro credo musicale sono in bella evidenza, con assoli di chitarra che si susseguono a ritmo serratissimo. Ma pure la recente Hidin’ Out In Tennessee non sfigura rispetto al vecchio repertorio, con le chitarre spesso impegnate ad armonizzare all’unisono nel classico sound à la Outlaws e poi scatenarsi in micidiali call and response; Freeborn Man era su Lady In Waiting, quando c’era ancora Billy Jones, ed è la consueta perfetta miscela di country e rock di gran classe, anche con cambi di tempo repentini e raffinati. Ma nell’alternanza tra nuovi e vecchi pezzi non ci sono discrepanze, buoni entrambi, come conferma la riffatissima Born To Be Bad del 2012 dove sembra di ascoltare degli ZZ Top più melodici, o Song In The Breeze dal 1° omonimo album.

Girl From Ohio ricorda un pezzo di country-rock degli Eagles, della Nitty Gritty o dei Poco, mentre nell’unisono splendido delle soliste in Holiday sembra di ascoltare i Wishbone Ash migliori. Poi, certo, ci sono i cavalli di battaglia: Gunsmoke, di nuovo da Hurry Sundown o la lunga e tirata Grey Ghost, la title-track del disco omonimo, dove si apprezza di nuovo il finissimo intrecciarsi delle varie chitarre soliste; si torna di nuovo al country velocissimo e corale di una South Carolina che mi ha ricordato di nuovo moltissimo i primi Eagles e nell’attimo successivo passiamo ad una ballata mid-tempo avvolgente come So Long e ancora a una Prisoner, tratta da Lady In Waiting, che ondeggia tra Pink Floyd ed Allman Brothers. Cold Harbor,elettroacustica e raccolta, quasi alla CSNY, è seguita da Trail Of Tears, dall’inedito Once an Outlaw, l’ultima prova postuma con Thomasson. Notevole pure la corale It’s About Pride, dove risalta anche il piano di Robbins, ma a ben vedere non c’è un brano debole in questo bellissimo doppio dal vivo, come conferma il gran finale, prima con la scatenata Waterhole, che rievoca certi strumentali splendidi dei dischi dei Poco, poi la deliziosa Knoxville Girl, sempre dal primo classico album e Green Grass And High Tides, che è la loro Free Bird, un vero festival delle chitarre elettriche, tredici minuti di pura goduria dove le soliste si rincorrono, si intrecciano e si scatenano in modo splendido. E non è finita, perché pure l’entusiasmante (Ghost) Riders In The Sky dimostra che gli attuali Outlaws, almeno dal vivo, non hanno nulla da invidiare alla loro versione più giovane dei tempi che furono. Grande disco!

Bruno Conti

Un’Altra Band Sudista? Ebbene Sì! C.C. Rocktrain – Fast Way of Living

c.c. rocktrain fast way of living

C.C. Rocktrain – Fast Way of Living – C.C. Rocktrain                    

Nell’immenso mercato discografico Americano, anche quello più o meno indipendente, c’è sempre stato, e c’è tuttora, tutto un sottobosco di band genuine che fanno rock, spesso con spiccate tendenze sudiste, ma anche più semplicemente con il vecchio classico hard-rock nel cuore: alcune di quelle “nuove” sudiste tipo Whiskey Myers, Blackberry Smoke e molte altre che non citiamo per brevità, si uniscono a quelle classiche, dai Lynyrd Skynyrd ai Blackfoot agli Outlaws, nel farsi portabandiera di quel movimento southern rock che, con alti e bassi, è una costante della scena musicale americana dagli anni ’70. Poi c’è tutto un filone di band diciamo più “durette”, mi vengono mente quelle del roster della Grooveyard Records (sempre per non fare nomi Black Mountain Prophet, Blindside Blues Band, i Janeys, babbo e figlio, l’hendrixiano Randy Hansen), ma anche quelle a guida femminile come Blues Pills o No Sinner, che introducono nel loro stile, a fianco degli elementi sudisti, anche tratti blues, oltre all’immancabile hard rock targato 70’s, senza dimenticare gente come Rival Sons, Supersonic Blues Machine, Apocalypse Blues Revue, o quelli più raffinati tipo SIMO, Marcus King Band, The Record Company.

Alcune band sono più caciarone di altre, ma il tratto distintivo di quasi tutti è “chitarre, chitarre e poi ancora chitarre” che potrebbe essere il loro motto. I C.C. Rocktrain arrivano dalla Carolina del Nord, e quindi fanno del southern rock per definizione di provenienza, però sono più vicini al sound degli ultimi Lynyrd Skynyrd, dei Blackfoot o dei Molly Hatchet, quindi abbastanza hard e tirati, anche se in questo Fast Way Of Living, il loro esordio, già in circolazione da un paio di anni, sono in grado comunque di proporre un sound a tratti più rilassato e ricercato, vicino a quello di gruppi come la Marshall Tucker Band o gli Outlaws. Quando è stato pubblicato il disco in formazione c’erano il chitarrista Tommy “T” Tessneer e il bassista Charlie Gossett, sostituiti nel frattempo rispettivamente da Jeff Gates e Billy Hedgepeth. Rimangono i due leader, il fondatore della band nel 2011, voce e chitarra solista, nonché autore dei brani Rob “Feet” Crawford , oltre al batterista, entrato in formazione nel 2013, il roccioso Bruce “Thunderfoot” Camp (spesso i nomignoli sono più esplicativi di mille descrizioni tecniche).

Tra le influenze che il gruppo cita, oltre ai canonici Blackfoot, Molly Hatchet e Lynyrd Skynyrd, il “lato oscuro della forza” southern, ci sono anche Eric Clapton (per chi scrive non pervenuto), Judas Priest (!), Bad Company e ZZ Top. Detto che non siamo di fronte a un dischetto imprescindibile, gli appassionati dei vari generi ricordati, soprattutto southern e ’hard guitar rock. si potranno comunque sparare tre quarti d’ora di vecchio sano rock. A partire dalla poderosa sfuriata boogie-rock dell’iniziale These Guitar Strings, con l’ottima voce di Crawford in evidenza, oltre a chitarre e batteria che picchiano di gusto, subito seguita dalla più raffinata Just Wanting You, una tipica southern song in classico stile Marshall Tucker, con chitarre in punta di dita e una bella melodia in evidenza. Movin’ On Man è decisamente più dura, incisione ruspante e basica, hard-rock a forte densità appunto rock, scuola Molly Hatchet e Blackfoot, mentre No Big Deal non si discosta molto dal copione, quindi vai di chitarre!

E anche Fast Way Of Living, con un timido organo sullo sfondo, fa parte della scuola sudista degli ZZ Top più cattivi, della serie un assolo tira l’altro. Senza tregua poi arriva Bad Love, molto hard-rock seventies, mentre Rock And Roll Satisfaction, nonostante il titolo, è più lenta e cadenzata, con un pianino alla Lynyrd Skynyrd dei primi tempi e il vecchio Sud che risorge ancora una volta, con una chitarra lirica ed ispirata. I brani sono quasi tutti intorno ai 4 minuti, con l’eccezione del brano appeno citato e di Crazy Over You, l’unica oltre i sei minuti, altro esempio dei C.C Rocktrain più raffinati, un mid-tempo molto bluesato, degno di nuovo della migliore Marshall Tucker Band, con una bella coda strumentale. Prima e dopo troviamo di nuovo il boogie-rock fischiettante (alla Molly Hatchet) della gagliarda Whiskey In The Pail e i quasi sei minuti in crescendo dell’ottima Don’t Want You Around, molto alla Skynryd ma anche Outlaws, con i classici intrecci chitarristici tesi al solito gran finale che in un brano come questo non può mancare.

Bruno Conti