Una (Parziale) Rivincita Per L’Hank “Sbagliato”! Hank Williams Jr. – It’s About Time

hank williams jr. it's about time

Hank Williams Jr. – It’s About Time – Nash Icon/Universal CD

Nascere figli di Hank Williams e voler fare i musicisti non è facile, ma Hank Williams Jr., nel corso delle ormai quasi sei decadi di carriera, ci ha messo spesso e volentieri del suo per offrire il fianco alle critiche, complice una qualità media discografica altalenante (però comprensibile quando hai quasi sessanta album all’attivo, live ed antologie esclusi) e soprattutto testi che palesavano uno spirito patriottico un tantino qualunquista (per usare un eufemismo), una religiosità un po’ stucchevole ed una simpatia politica abbastanza evidente per il partito repubblicano (quasi un peccato mortale in ambito artistico per l’intellighenzia americana, mentre io penso che ognuno abbia il diritto di professare la propria ideologia in santa pace, tanto quello che conta è la musica). Ma Hank Jr. non è mai stato un beniamino della critica, anche perché musicalmente molto spesso si è lasciato andare a soluzioni non proprio raffinatissime, altre volte rivestendo le proprie canzoni con arrangiamenti discutibili, ma sovente, bisogna dirlo, i suoi dischi non sfiguravano affatto nell’ambito di un certo country-rock imparentato con la musica del Sud (sua area d’origine peraltro), e diverse volte il suo suono robusto non ha mancato di intrattenere a dovere gli ascoltatori, come è successo anche con il suo penultimo lavoro, il discreto Old School New Rules del 2012.

Ora Hank fa anche meglio, in quanto It’s About Time è, testi a parte, un signor disco di rockin’ country vigoroso ma non banale, con una dose più che sufficiente di feeling ed una serie di buone canzoni, suonate e cantate con il piglio giusto ed arrangiamenti asciutti e diretti (la produzione è di Julian Raymond, già collaboratore per molti anni di Glen Campbell): un bel disco dunque, direi anche un po’ a sorpresa dato che Williams Jr. non ha mai sfornato capolavori, né ha mai goduto di un gran credito (a differenza dei figli Holly, davvero brava, e Hank III, che però a fianco di ottimi dischi country ha pubblicato anche immani porcate quasi metal) ed è sempre stato guardato dall’alto in basso. L’album inizia subito col piede giusto, intanto perché Are You Ready For The Country di Neil Young è una grande canzone, e poi perché Hank ne fa una versione accelerata e decisamente più roccata (tra l’altro in duetto con Eric Church), un trattamento che dà nuova linfa ad un classico: chitarre e sezione ritmica dominano, ma c’è anche un tagliente violino a dire la sua (il grande Glen Duncan, e nel disco suona anche il leggendario steel guitarist Paul Franklin). La sciovinista Club U.S.A. è un rock’n’roll tiratissimo che non sfigurerebbe nel repertorio dei migliori Lynyrd Skynyrd, che in quanto a sciovinismo pure loro non scherzano, un pezzo davvero trascinante (e Hank, è giusto ricordarlo, ha anche una bella voce), God Fearin’ Man è ancora un southern country roccioso e potente, Hank non molla la presa e ci circonda di ritmo e chitarre a manetta (ed anche il refrain non è niente male), mentre Those Days Are Gone è più rilassata, un honky-tonk cadenzato dal suono comunque pieno e con la giusta dose di elettricità e “sudismo”.

https://www.youtube.com/watch?v=aoA-KwmUaAk

La divertente (nel testo) Dress Like An Icon ha anch’essa un bel tiro e non fa calare la tensione di un disco fino a questo momento sorprendente; God And Guns la conoscevamo già nella versione proprio degli Skynyrd (era anche il titolo di un loro album del 2009), e se il testo è una dichiarazione di intenti a favore di Donald Trump (o di chiunque vincerà le primarie repubblicane), musicalmente il brano è un southern rock teso ed affilato, con un trascinante finale a tutta potenza. Just Call Me Hank è invece una ballata scorrevole e molto più country, ma con un suono sempre deciso, la saltellante Mental Revenge (un classico di Mel Tillis, ne ricordo una bella versione anche dei Long Ryders) è scintillante e godibilissima; la title track è invece un country-rock dalla melodia contagiosa che conferma lo stato di ottima forma di un musicista spesso bistrattato.     L’album si chiude con il rutilante swing roccato di The Party’s On, la lunga Wrapped Up, Tangled Up In Jesus, puro gospel del Sud ( e ci sono le McCrary Sisters ai cori), dal ritmo sempre sostenuto e con un tocco swamp, e con la travolgente Born To Boogie (titolo che è tutto un programma), nella quale Hank divide il microfono con Brantley Gilbert, Justin Moore e Brad Paisley, il quale rilascia anche un assolo chitarristico dei suoi.

Bando agli snobismi: Hank Williams Jr. non sarà certo diventato all’improvviso un genio della musica, ma It’s About Time è un bel disco, e questo bisogna riconoscerglielo.

Marco Verdi

Una Longeva Band Dal Suono “Camaleontico”! Sister Hazel – Lighter In The Dark

sister hazel lighter in the dark

Sister Hazel – Lighter In The Dark – Croakin’ Poets Records/Rock Ridge

I Sister Hazel (di cui ci eravamo già “occupati” per il Live celebrativo del ventennale http://discoclub.myblog.it/2014/10/29/venti-stagioni-on-the-road-sister-hazel-20-stages/ ), sono una delle band più longeve attualmente in circolazione nell’ambito del rock americano, e in tutto il loro percorso non hanno mai avuto un cambiamento nella loro “line-up”. Assenti da sei anni, ovvero dall’ultimo lavoro in studio l’ottimo Heartland Highway (10), i Sister Hazel tornano con questo nuovo Lighter In The Dark, dove come al solito fanno una musica che spazia dal folk-rock al country, dal rock più classico al southern rock, privilegiando più la qualità che la quantità (certificata dai solo nove dischi in più di vent’anni, compreso questo). I cinque che vengono da Gainesville (come un certo Tom Petty), formano un gruppo capitanato dal leader Ken Block, voce solista e chitarra acustica, Andrew Copeland alla chitarra ritmica, Ryan Newell,  chitarra solista, oltre a banjo, dobro e mandolino, Jett Beres al basso, Mark Trojanowski alla batteria, e come ospiti il polistrumentista Dave LaGrande, soprattutto alle tastiere, Kyle Aaron al violino, Steve Hinson alla pedal-steel, si sono ritrovati a Nashville nei Tin Ear Studio sotto la produzione del loro ingegnere del suono di lunga data Chip Matthews (Lady Antebellum, Brooks & Dunn, Richard Marx), per 14 tracce per la maggior parte firmate globalmente dai membri della band e che segnalano una decisa svolta counrtry-southern nel suono del gruppo.

Lighter In The Dark inizia con la bella ritmica galoppante di Fall Off The Map con ottime armonie vocali https://www.youtube.com/watch?v=Ag5niMusW-g , a cui fanno seguito una rock song chitarristica come That Kind Of BeautifulKaraoke Song in duetto con l’ex Hootie And The Blowfish, Darius Rucker (coautore del brano) https://www.youtube.com/watch?v=hjjozkkmQKo , per poi passare ad un guizzo di alta classe come la ballata Something To Believe In, e ad una intrigante Kiss Me Without Whiskey con un saltellante pianoforte honky-tonk. Con la pianistica e dolce Almost Broken si fa la conoscenza con la voce emergente di Jillian Jacqueline, mentre con la gioiosa Take It With Me si cambia marcia con un bel mid-tempo, per poi lasciare spazio di nuovo alle chitarre spiegate di We Got It All Tonight, il moderno-gospel di Danger Is Real, il country classico di Prettiest Girl At The Dance, con un eccellente lavoro di Hinson alla pedal-steel e belle armonie vocali che ricordano per certi versi le prime canzoni degli Eagles. Armonie che si ripetono anche in una dolce e acustica Thoroughbred Heart, e nel puro rock’n’roll di Run Highway Run (da ascoltare magari mentre si guida), e finire con le ballate Back To Me e una sontuosa Ten Candle Days, dalla inconfondibile aria celtica, scritta e cantata  da Jett Beres che fa il suo esordio come voce solista e con il violino di Kyle Aaron a toccare le corde del cuore.

Anche se negli ultimi anni si erano leggermente defilati, con questo Lighter In The Dark i Sister Hazel rimettono in un certo senso le cose a posto e il disco si colloca come uno dei più riusciti nella carriera del quintetto, in quanto ormai Ken, Andrew, Ryan, Jett e Mark suonano a memoria, proponendo una musica varia e senza fronzoli, con brani solari e energici, suonati con grinta e in modo professionale. La carriera dei Sister Hazel sicuramente non cambierà di una virgola la storia del rock americano, ma è difficile non restare favorevolmente colpiti dalla loro musica, e se volete conoscere più a fondo questa band vi consiglio di partire con gli ascolti dei loro primi dischi, e siate certi che non rimarrete delusi, il loro rock è di prima fascia.

Tino Montanari

Un “Sudista” Alla Francese – Leadfoot Rivet – Southern Echoes

leadfoot rivet southern echoes

Leadfoot Rivet – Southern Echoes – Dixiefrog/Ird 

Ammetto di non conoscere molto il personaggio, ricordo il nome Leadfoot Rivet perché era uno dei partecipanti al tributo a Roy Buchanan che era uscito a nome Fred Chapellier & Friends nel 2007 e so che ha registrato sei o sette album, tra cui un ottimo Live lo scorso anno https://www.youtube.com/watch?v=VIMhPpWCtw4 . Anche Rivet, come Chapellier è francese, ma non è un chitarrista, più cantante e armonicista, per quanto se la cavi alla electric resonator. Nel libretto del nuovo CD Southern Echoes c’è una lista di tutte le sue collaborazioni passate e presenti, che è lunga come un elenco telefonico, ma che sinceramente non ricordo: da Albert King, Wilson Pickett, Bobby Bland, Irma Thomas, i Flying Burrito Brothers, agli Ozark Mountain Daredevils, Irma Thomas, Steve Young, Duke Robillard, Tom Principato, e mille altri, sarà vero, può essere, visto che il nostro non è più un giovanotto, boh! Sicuramente Larry Garner gli ha dato il soprannome “Leadfoot” mutuato da nomignoli che girano in Louisiana, ma anche se il cognome d’arte viene da quella zona, però non è quello vero, in quanto il nostro all’anagrafe fa Alain Rivey. Al di là di tutto comunque il disco è piacevole, undici pezzi firmati da Rivet e quattro cover, con un buon gruppo di musicisti che lo accompagnano, in gran parte francesi e non particolarmente noti, a parte il texano Anson Funderburgh che suona la solista in Highly Educated Fool, uno dei brani migliori, più vicino al blues elettrico, dove si gusta anche la guitar-sitar di Thomas Weirch.

Per il resto lo stile musicale è molto ibrido, “sudista” nelle intenzioni (Leadfoot viene dalla Provenza, quindi sud della Francia), con elementi country, cajun, zydeco, soul e R&B bianco, un po’ di jazz after-hours leggerino, una sorta di Willie Nelson “de noantri”, anche se lì siamo su ben altri livelli. Comunque la voce è piacevole, rauca, vissuta, non memorabile, ma ben impostata, specie quando si cimenta con una versione gospel-soul di He Ain’t Heavy (He Is My Brother), il famoso brano portato al successo dagli Hollies, qui in una versione quasi knopfleriana, che al primo ascolto mi era parsa abbastanza pacchiana, anche per il lavoro forse troppo complesso alla batteria di Stephane Avellaneda, dalla band di Ana Popovic, ma poi la doppia voce di Slim Batteux e le armonie delle coriste alla fine portano a casa il risultato. Per il resto troviamo pigre ma grintose tracce tra country, soul e blues, come l’iniziale The Bullfrog, dove armonica, chitarre slide e soliste si intrecciano con gusto o Shed My Old Skin dove il profumo delle paludi della Louisiana è insaporito da tocchi R&B, e ancora Hangover In Hanover, che al di là del gioco di parole da quattro soldi è un buon country-folk alla Willie Nelson, non fosse per il vocione di Rivet.

Highly Educated Fool è il blues elettrico con Funderburgh di cui si è detto, e Ghost Train è un veloce country-rockabilly gospel à la Johnny Cash. Slow Motion, cover di tale Billy Stone si muove tra gospel e deep soul, quindi nuovamente territori sudisti, anche grazie alla presenza delle coriste, con JP Avellaneda (fratello del batterista) che rilascia un buon solo di chitarra. Di nuovo aria di New Orleans per Livin’ With Me Is Funny, con l’armonica che fa la parte della fisa, con He Is A Loner di nuovo una di quelle ballate country soul valzerate di cui Willie Nelson è maestro. Somewhere South Of Macon, dall’andatura più marcata e rock è un ottimo brano dal songbook della sottovalutata Marshall Chapman, mentre Damned Tourist con un bel piano elettrico a menare le danze è di nuovo New Orleans style. Non entusiasma il jazz-blues afterhours di una raffinata ma loffia Miss Paranoia, meglio l’ultima cover, ma di poco, il country-swing di Dinosaur, scritta da Hank Williams Jr., a tratti fin troppo gigionesca, Bromberg questo tipo di brani li farebbe molto meglio. Rimangono Why Lie? Need Beer!, una bella traccia countryfied elettroacustica con uso di mandolino e la conclusiva, discorsiva, lunghissima (oltre 8 minuti) The Game Of Love, di nuovo in area country got soul, o se preferite soul blues, con un crescendo intenso e ricco di spirito gospel sudista.

Bruno Conti

Succedeva Più Di 40 Anni Fa, Un Piccolo Classico Del Rock Riscoperto! Black Oak Arkansas – The Complete Raunch ‘n’ Roll Live

black oak arkansas complete raunch

Black Oak Arkansas – The Complete Raunch ’n’ Roll Live – Real Gone Music 

Il disco originale, uscito in origine nel 1973, è considerato a ragione uno dei piccoli classici Live della storia del rock. I Black Oak Arkansas, vengono proprio dalla piccola cittadina dell’Arkansas, e  come molti altri gruppi nati in quel epoca si trasferirono alla fine degli anni ’60 a Memphis, una delle capitali della musica, prima come The Knowbody Else (pubblicando addirittura un album per la Stax, rimasto ignoto ai più), poi un ulteriore trasferta in California, cambiando anche il nome in B.O.A e venendo messi sotto contratto dalla Atco, pubblicando tra il ’70 e il ’72 ben tre album di studio,  piuttosto buoni e caratterizzati da un certo successo commerciale (allora bastava arrivare intorno al 100° posto delle classifiche per vendere mezzo milione di copie), e circondati dalle polemiche per i contenuti pseudo satanici nascosti nei testi del cantante Jim Dandy, che, leggenda vuole, in un concerto borbottò tre volte “natas”, ma era probabilmente più dovuto al tasso alcolico e a quello che si fumava (non sigarette) che a motivi trasgressivi veri.

Comunque Jim “Dandy” Mangrum era effettivamente un personaggio sopra le righe, un prototipo per i futuri biondi con capello lungo, torso nudo, pantalone attillato, tipo Axl Rose e David Lee Roth, più che una copia di Robert Plant, che però era un grande cantante: comunque, anche con quella voce, che lui stesso definiva “l’urlo di un rospo”, sgraziata e rovinata dall’uso dell’hashish, non dal fumo di sigarette normali, era un animale da palcoscenico, con dei lunghi discorsi, spesso senza senso, tra un brano e l’altro, che avevano un effetto scatenante sul pubblico presente https://www.youtube.com/watch?v=KDJEfd4O0Ro . Oltre a tutto il repertorio della band era ottimo, gli album di studio, alcuni prodotti da Tom Dowd, pure Raunch’n’Roll, erano degli ottimi esempi di southern rock, sguaiato e “sporco” rispetto ai classici del genere, ma comunque di grande efficacia. Il gruppo era una vera potenza, con tre ottimi chitarristi, Harvey Jett, Stanley Knight e Rick Knight, alla dodici corde e con un batterista esplosivo come Tommy Aldridge (futuro collaboratore di Pat Travers, Gary Moore e Ozzy Osbourne) da poco entrato in formazione, in quel dicembre del 1972 in cui furono registrati i due concerti al Paramount Theatre di Portland.

Eh sì, perché qui sta la bellezza di questa ristampa doppia potenziata (già uscita nel 2008 per la Rhino Handmade, molto costosa e sparita in fretta dalla circolazione), dai sette brani del vinile originale dell’epoca (con la lunga Up, sfumata a 9 minuti dai quindici della versione completa) passa a ben 24 canzoni, le due serate complete, che anche se presentano molti brani in comune, offrono in ogni caso quattordici brani diversi. Ci sono naturalmente tutti i classici, Dandy canta con quella voce strozzata e gutturale, che ha comunque una sua rozza efficacia, ma sono i suoi compari che portano a casa il risultato: pezzi come l’iniziale Gettin’ Kinda Cocky, che apre entrambi i concerti, e che è una sorta di dichiarazione di intenti del gruppo, fonde un rock sudista poderoso e tirato, con l’energia e la grinta live di gruppi come gli MC5, con le chitarre che inanellano una serie di soli, anche ricchi di classe e tecnica, mentre Mangrun è una sorta di dinamo inarrestabile che proietta la sua carica sul pubblico presente, con presentazioni che sono versioni distorte dei sermoni imparati dalla mamma, tutt’ora maestra del coro in una chiesa nella natia Black Oak.

Ma sono i chitarristi e il batterista i veri protagonisti del concerto, andatevi a sentire il grande lavoro che fanno in un brano come Fever In My Mind, che è potenza rock allo stato puro, con le soliste che intrecciano duelli di grande intensità, ma anche la capacità di imbastire versione bastardizzate di un country malandrino e quasi punk , come in Uncle Liijah e R&R winteriano nella tiratissima Keep The Faith, con le due/tre soliste all’unisono, in puro stile sudista. Anche Mutants Of The Monster è un’altra sberla in faccia, con il suo crescendo vorticoso https://www.youtube.com/watch?v=muPcr4LIWiI  e Hot Rod è un’orgia wah-wah cattivissima, per non parlare di  devastanti versioni di Lord Have Mercy On My Soul e Full Moon Ride, ancora rock galoppante alla ennesima potenza o i canti tribali di una When Electricity Came To Arkansas, dove Dandy, con un primitivo washboard, detta i tempi di una sorta di rito pagano rock, prima di lasciare spazio alla band che nella parte strumentale del brano non ha nulla da invidiare ai migliori Allman Brothers, Dixie è il classico pezzo sudista che parte come un inno e poi “degenera” in puro stile Black Oak, altro super classico è Hot And Nasty, nuovamente puro southern rock della più bell’acqua https://www.youtube.com/watch?v=pDyp75O0kyc , prima di lanciarsi in una lunghissima Up, che è la quintessenza del sound della band, anarchico e disordinato (un assolo di batteria di 8 minuti era necessario?), ma con un assolo micidiale di slide nella parte finale https://www.youtube.com/watch?v=ZzlnpiH6SXY . Conclude la serata dell’1 dicembre una Movin’, quasi free form rock orgasmico che poi sfocia in un’altra micidiale cavalcata. La seconda serata, con alcune variazioni (anche sonore, per cui vale la pena di averla) replica il repertorio della prima, con l’aggiunta di un altro classico della band come Gigolò, che mancava dalla prima. Classico R&R con gli attributi, come usava un tempo.

Bruno Conti

E’ Tempo Di Jam! Barry Waldrep – Smoke From The The Kitchen

barry waldrep smoke from the kitchen

Barry Waldrep – Smoke From The Kitchen – Singular Recordings CD+DVD

Come diceva il compianto maestro Manzi, “Non è mai troppo tardi”! Anche per parlare di questo album di Barry Waldrep, in circolazione ormai da parecchio tempo, un anno e oltre, ma poco noto ai più, per cui come nuovo. Come poco conosciuto è il personaggio che lo ha confezionato (con l’aiuto dei produttori Brian Brinkerhoff e Paul Lani e di molti amici). Waldrep è una sorta di autorità nel genere Americana, bluegrass, country, southern, blues, non sono dei segreti per il nostro, sulla scena da fine anni ’60,  con decine di dischi realizzati, da solo, o nel gruppo dei Rollin’ In The Hay https://www.youtube.com/watch?v=z6914xrhQ1M . Soprattutto a cavallo della decade precedente, in pochissimi anni, ha inciso una quantità di tributi bluegrass impressionante, dedicati a chiunque, Allman Brothers, Widespread Panic, Phish, ma anche Clapton, Neil Diamond, Brooks & Dunn, oltre a quelli come Barry Waldrep Projects e il gruppo bluegrass or ora citato. E non ne ho sentito (ma neanche visto) neppure uno, anche se il nome mi era familiare https://www.youtube.com/watch?v=YN_y_QQlwTk , in quanto si trovava come membro aggiunto per esempio nel doppio dal vivo della Zac Brown, o nei dischi del cugino Charlie Starr, il cantante e chitarrista dei Blackberry Smoke https://www.youtube.com/watch?v=btVyC99-iqE .

Naturalmente le sue frequentazioni, unite al fatto che per anni ha suonato dal vivo nel circuito delle jam band, fanno sì che in questo interessante Smoke From The Kitchen, dove Waldrep, suona banjo ( di cui è un vero virtuoso), mandolino e chitarra acustica, appaiano moltissimi ospiti di pregio, oltre a Charlie Starr, che appare come cantante in tre brani, per un disco per il resto strumentale, ci sono Oteil Burbridge degli Allman Brothers al basso, Paul T. Riddle, il batterista della Marshall Tucker Band, Benji Shanks, chitarrista, anche lui del giro Blackberry Smoke, Coy Bowles, tastierista e altro della Zac Brown Band, che canta anche un brano, oltre a Chuck Leavell in due pezzi e David Grisman al mandolino, in un brano. Quindi, come vedete, motivi di interesse ce ne sono parecchi: si potrebbe catalogare come bluegrass/southern/country/Jam e nei dieci brani, più due interludi, si ascolta sempre della buona musica. Dalle vorticose improvvisazioni dell’iniziale Black Jack Mountain, dove il banjo si districa tra elettriche slide, soliste e organo, in un’orgia di virtuosismi continui, mentre Dig A Hole, un vecchio traditional arrangiato ad arte dai musicisti coinvolti, è un piacevole country-rock, energicamente cantato da Starr e con Waldrep che si produce anche al mandolino, con lo spirito sudista ben presente, nelle rasoiate della slide di Shanks.

Molto piacevole anche Melody, dove la presenza di Leavell al piano potrebbe rimandare ai Sea Level o alle scorribande strumentali degli Allman più country di Brothers And Sisters, con un banjo aggiunto. Sure Does Hurt è una bella e classica country song cantata nuovamente da Charlie Starr, mentre la title-track, quella con la presenza di Grisman, è un altro ottimo esempio della capacità jam di questi musicisti, sempre coinvolgenti nelle loro traiettorie sonore che profumano del miglior southern rock. Eccellente anche la lunga cover del vecchio blues Keep Your Lamp Trimmed And Burning, di nuovo con Starr alla voce solista e che nell’insieme non fa rimpiangere, anzi per certi versi è più tradizionale di quella degli Hot Tuna, quando parte il segmento strumentale sembrano quasi gli Old & In The Way. Georgia Breeze, dedicata allo stato sudista, è una bellissima ballata strumentale, con Starr alla pedal steel e Leavell al piano, mentre Waldrep si divide tra acustica e banjo https://www.youtube.com/watch?v=iv2jTEXtwY0  e This Ol’ Town, scritta e cantata da Bowles, vira di nuovo in territori southern, con un suono tra Marshall e Allman, con una fantastica coda strumentale elettrica dove Shanks si scatena alla solista. Assai gradevoli anche gli arpeggi raffinati della bucolica Morgan Valley Mile che potrebbero ricordare i brani più riflessivi di Bruce Hornsby con i Range. In conclusione Barry Waldrep passa al claw hammer banjo per Coal Dust revenge, dove lo spirito folk e tradizionale prevale sul resto, con Burbridge addirittura al banjo bass (?!?) https://www.youtube.com/watch?v=LMnoZ-T5-dE . Se avete tempo e pazienza il disco vale la ricerca e contiene anche un DVD di 40 minuti.

Bruno Conti       

Facce Poco Raccomandabili, Ma Disco Molto Raccomandato! Da Birmingham, Alabama Via Nashville, Banditos

Banditos_Cover_1500_0

Banditos – Banditos – Bloodshot Records/Ird

Quando vi capita tra le mani il CD di una band all’esordio, e questo omonimo album è tale per i Banditos, nell’era di internet digiti il nome e vai a vedere cosa trovi. Uno dei primi luoghi dove capiti è il sito del gruppo o della casa discografica, quindi leggi e vai ad approfondire. Nel frattempo inizi ad ascoltare, perché se l’occhio vuole la sua parte, anche l’orecchio reclama la sua quota, meglio se allenata. Nel caso in questione, sul sito della Boodshot trovi questa frase: “con la potenza di una locomotiva Super Chief, il disco di esordio dei Banditos magnificamente si appropria di elementi di acid-rock-blues anni ’60, boogie alla ZZ Top, Garage punk e rockabilly (aggiungo io), southern rock “ibrido” à la Drive-By Truckers (vengono da Birmingham, Alabama e più a sud ci sono solo la Florida, la Louisiana, un pezzo di Texas e le Hawaii), il choogle dei Creedence, il groove blues alla Slim Harpo, l’hill country della Fat Possum (sarà il banjo di Stephen Pierce), dove incidevano i Black Keys degli inizi. e il rock furibondo dei Georgia Satellites, senza dimenticare infusioni di bluegrass, soul e doo-wop”. E intanto pensi, sì figurati, e magari una cantante che ricorda Janis Joplin! “Eh la Madonna!”, avrebbe detto Pozzetto ai tempi, e invece è tutto vero, naturalmente con le dovute proporzioni e pensando che siamo al disco di esordio ( comunque rodato da 600 spettacoli in giro per gli Stati Uniti), ma questo sestetto che ha scelto Nashville, città di elezione e residenza, è un gruppo da tenere d’occhio, ascoltare e inserire nei “names to watch and listen” ( e a questo proposito ci sono parecchi video su YouTube dove si può apprezzare la valentia dei ragazzi)!

Il risultato finale poi, pur non essendo per forza di cose originale a tutti i costi, è comunque genuino e sorprendente e non è la somma dei singoli fattori citati. Oltre a Pierce al banjo (anche elettrificato) e voce, troviamo Corey Parsons, chitarre elettriche ed acustiche, nonché una delle tre voci soliste, la prorompente Mary Beth Richardson, il fattore Janis della band, che per certi versi li avvicina anche agli Alabama Shakes di Britanny Howard (quelli del primo disco, però); completano la formazione Jeffrey Salter, chitarra e Danny Vines e Randy Wade, la sezione ritmica. Tanti baffi, barbe, capelli e cappelli, nella foto di copertina che li ritrae con una bandiera a stelle e strisce sullo sfondo, ma anche qualità nei dodici brani a firma collettiva, tutti assai vari e diversificati nelle loro soluzioni sonore. La cosa che si nota subito dall’ascolto, fin dal primo brano The Breeze, è l’energia e la grinta che trasuda dalle canzoni, un banjo frenetico, una voce maschile tirata e il controcanto della Richardson che potrebbero ricordare l’incrocio di voci dei vecchi Jefferson Airplane, ma anche i primi Lone Justice di Maria McKee, tra batterie punkeggianti, un organo aggiunto che fa molto 60’s acid rock, chitarre in feedback ma controllate nel loro furore garage, e siamo solo al primo pezzo https://www.youtube.com/watch?v=jj7rCnkvSEM .

Banditos_Artist_header_2banditos-e1415639184865

Poi si vira improvvisamente, con Waitin’, verso un country energico, con stilettate cow punk, con la voce potente di Mary Beth a guidare le danze, tra chitarre twangy, ritmi sempre mossi e piacevoli intermezzi strumentali quasi bluegrass https://www.youtube.com/watch?v=_qvom4ca68c . Golden Grease, ci porta a sonorità tra il boogie e l’energia di band come i Truckers o i Georgia Satellites per la parte maschile, con chitarre elettriche quasi psichedeliche e il cantato che, a tratti, si spinge verso lidi jopliniani, nel lato femminile, con la somma delle parti che crea una sorta di voce ibrida che ha tratti simili al Marty Balin dei primi Jefferson https://www.youtube.com/watch?v=EeZ-lPz3EnI . No Good, influenze soul e rock, è una ballata degna della miglior Janis, cantata con passione e grande stamina dalla Richardson https://www.youtube.com/watch?v=nGcWEOBotmc , mentre Ain’t It Hard, con l’organo Farfisa aggiunto alle procedure sonore di chitarre e banjo, amplifica l’effetto psych-garage e continue variazioni di tempi ed atmosfere sonore. Still Sober (After All These Years) ,(ispirata da Simon?), è un country rockabilly futuribile https://www.youtube.com/watch?v=Mqk2OJHZrj0 , mentre Long Gone, Anyway accentua l’effetto old style con un assolo (?) di kazoo di Beth, giuro!

Old ways è un’altra ballata blues accorata, dove i paralleli con quella signora texana sono inevitabili e non sfavorevoli https://www.youtube.com/watch?v=_T-7MEJz2CQ , Can’t Get Away potrebbe uscire da qualche session segreta per riproporre Highway 61 Revisited con i Lone Justice e Blue Mosey #2, con l’aggiunta di una pedal steel sognante è puro country-rock di ottima grana, mentre in Cry Baby Cry, tornano a viaggiare a velocità da locomotive lanciate, con un pianino scatenato a duellare con le chitarre e il banjo, e le voci si incrociano in modo perfetto. Chiude Preachin’ The Choir, un’altra ballatona atmosferica, dove la pedal steel non addolcisce il suono ma lo rende ancora più acido e psichedelico, soprattutto nella lunga jam strumentale. Se vi piacciono Beth Hart e Dana Fuchs, oltre a tutti gli altri ricordati. Decisamente bravi!

Bruno Conti

Oscure E “Rumorose” Trame Sonore. Midnight Ghost Train – Cold Was The Night

midnight ghost train cold was the ground midnight ghost train cold was the ground back

The Midnight Ghost Train – Cold Was The Ground – Napalm Records

Vengono da Topeka, Kansas, o meglio, questi Midnight Ghost Train nascono a Buffalo, nello stato di New York, nel 2008, ma già nel 2010 sono nel Kansas dove registrano il primo album omonimo nel loro studio casalingo, ora con questo Cold Was The Ground approdano al terzo disco di studio, inframmezzato da un disco dal vivo, uscito nel 2013. Si tratta del primo album pubblicato dopo avere firmato per la Napalm Records, etichetta austriaca nota per il suo catalogo di heavy metal estremo, ma che ogni tanto si cimenta anche con gruppi dell’area stoner e hard rock più classico. La prima cosa che colpisce è la copertina inquietante del CD, una foto da american gothic, alleggerita e mitigata dalla foto sul retro che ci presenta una “panterona” discinta su un divano, che ammicca verso la camera del fotografo. Lo stile musicale, come forse si intuisce da questa breve presentazione, oscilla appunto tra lo stoner rock cattivo di band come Fang, Clutch ed altre simili, che abitualmente non frequento nei miei ascolti musicali, ma che hanno ovviamente un loro seguito e anche elementi dei Kyuss, tra i progenitori del genere, e andando più indietro, il classico hard dei primi Black Sabbath. La voce del leader, cantante e chitarrista della band, Steve Moss, è stata descritta come una via di mezzo tra Chuck Billy (sempre per non chi frequenta, cantante della band trash metal dei Testament) e Tom Waits, e qui conosciamo.

the-midnight-ghost-train1 The-Midnight-Ghost-train-portrait-620x350

Per il sottoscritto mi sembra più avvicinarsi ai “cantanti” di band di death metal nordiche, e quindi non propriamente tra i miei preferiti, francamente faccio abbastanza fatica (per usare un eufemismo) a digerire questo stile canterino (Lemmy è un “raffinatone” al confronto), ma la parte prettamente strumentale non è male: il classico heavy power trio, direi assai heavy, pochissimi gli assolo, quasi assenti, comunque capace di escursioni in un rock-blues sporco e cattivo, molto “polveroso”, dove le storie di donne, birra, tabacco e whisky si mescolano a narrazioni più oscure in cui voodoo, dark ladies, pastori protestanti e strani personaggi che popolano le lande americane si confondono con atmosfere musicali laddove anche una certa dose di southern rock (giusto un briciolo), quello più cattivo, neanche a dirlo, si amalgama con il desert rock e il primo heavy metal degli anni ’70. Quindi siete stati avvisati e sapete cosa aspettarvi ascoltando questo disco.

Se siete ancora qui, vediamo anche una breve disamina dei brani contenuti in Cold Was The Ground. Il suono è duro e grezzo, la voce è difficile da digerire (ma anche Tom Waits, fatte le debite proporzioni, non è un cantante “facile”, però ha un suo lato romantico, totalmente assente nell’attitudine di questo Steve Moss): Among The Chasm, l’intro strumentale, sembra un brano di Master Of Reality dei Sabbath (o dei Masters Of Reality), con ampio uso di wah-wah, mentre già in Gladstone le atmosfere si stemperano e si fanno più complesse, pur se in un ambito costantemente heavy https://www.youtube.com/watch?v=L1ep1mzAsi8 , anche se l’ascolto della vocalità di Moss è da subito “faticoso” per non i non adepti, con il suo timbro ursino. BC Trucker, un inno ai conducenti di camion, accelera i tempi verso un classico metal seventies con un suono denso di riff https://www.youtube.com/watch?v=0sCRSZPfHHA , mentre Arvonia   vira verso lo stoner, o desert rock, se preferite, alla Kyuss, con chitarre, basso e batteria che pestano di brutto, con leggere variazioni sul tema https://www.youtube.com/watch?v=fvUZB0ft-7g . One Last Shelter, è un altro strumentale, che, tra accelerazioni e frenate, si muove sempre negli stessi territori https://www.youtube.com/watch?v=32YmNIldGJ0 , seguito da un’altra durissima The Canfield. Insomma, più o meno ci siamo capiti, 227 è un blocco unico, granitico, mentre per Little Sparrow, parlando di passerotti, Moss ci concede un attimo di tregua, quasi waitsiano nella sua inconsueta, per lui, lievità. Ma è un attimo, le conclusive Twins Souls e Mantis, i brani più lunghi del disco, tornano sulle consuete coordinate di “viulenza abatantuoniana”.

Bruno Conti

Tipi Tosti E Senza Fronzoli, Altro Gran Disco! JJ Grey & Mofro – Ol’ Glory

jj grey & mofro ol' glory

JJ Grey & Mofro – Ol’ Glory – Mascot/Provogue – 24-02-2015

JJ Grey e i suoi Mofro per molti anni, in virtù del fatto di essere sotto contratto per la Alligator, venivano spesso catalogati come un gruppo di Blues ( genere che è comunque presente in quantità rilevante nella loro musica): ma sarebbe come dire che gente come John Hiatt, Willy DeVille, Boz Scaggs, Delbert McClinton, i primi che mi vengono in mente, in qualità di “spiriti affini” a Grey,  siano semplicemente dei cantanti blues, tout court. Quindi unendo gli elementi blues, miscelati con la canzone d’autore, funky, soul, rock ovviamente, e volendo aggiungiamo pure R&B, gospel e southern music in generale, otteniamo questo stile meticciato a cui ascrivere un personaggio come JJ Grey. In possesso di una voce “nera”, potente, ma al tempo stesso suadente e ricercata, leader di una band che, nel corso di sei album in studio e lo strepitoso live Brighter Days  http://discoclub.myblog.it/2011/10/02/ragazzi-che-grinta-jj-grey-and-mofro-brighter-days/ , ha saputo regalarci piccole pepite di buona musica, una fusione di di Florida e Georgia, i due poli di provenienza, shakerata, in un cocktail ad alta gradazione, con elementi aggiunti di soul e R&B da Memphis, il vigore del miglior roots-rock americano, senza dimenticare, per carità, il blues, più volte evocato https://www.youtube.com/watch?v=rojN_3s88RA .

jj grey jj grey 1

Il cambio di etichetta non mi pare abbia portato nessuna variazione nel loro stile, Grey canta in questo Ol’ Glory https://www.youtube.com/watch?v=j0xlugIvxcE sempre con una passione ed un abbandono incredibili, i suoi pard lo spalleggiano come meglio non si potrebbe e quando serve i vecchi amici Luther Dickinson e Derek Trucks forniscono i loro servizi al dobro e alla slide in alcuni brani. I Mofro sono una band dal tiro rispettabile, con le chitarre di Andrew Trube e dello stesso JJ (che si disimpegna con classe anche a tastiere ed armonica a bocca) sempre taglienti, ma capaci, a tratti, di dolcezza, la sezione fiati con Edmaiston e Marion, aggiunge un sapore speziato alle procedure, ben coadiuvata dalle tastiere di Anthony Farrell e da una sezione ritmica con il basso fondante di Todd Smallie e le variegate evoluzioni di Anthony Cole alla batteria, anche, come tutti gli altri componenti della band, ottimo vocalist di supporto. Prendiamo l’iniziale Everything Is A Song, sembra qualche perduto brano del repertorio di Ben E. King con i Drifters, un brillante R&B d’annata, innervato dai fiati e dalle armonie vocali di gruppo, con la bella melodia intonata da JJ che attinge agli stilemi della musica nera, con la voce che subito cattura l’attenzione dell’ascoltatore. The Island è anche meglio, uno slow gospel-blues dall’atmosfera rarefatta e sognante, con il dobro e la slide (probabilmente Dickinson, non ho le note sottomano), che disegnano traiettorie di grande pathos, lui canta come meglio non si potrebbe e la canzone, in un leggero crescendo, dove man mano si aggiungono i vari strumenti, è un piccolo capolavoro di equilibri sonori. Molto bella anche Every Minute, con la slide elettrica di Derek Trucks (questa lo so) aggiunta, un rock-blues sudista di grande impatto, arricchito da un pacchetto di pimpanti voci femminili, con il solito crescendo tipico della band, gli strumenti che si aggiungono gradatamente, ma con precisione quasi matematica, per creare uno sfondo perfetto per le evoluzioni vocali di Grey e, nel finale, della slide di Trucks, ancora grande musica https://www.youtube.com/watch?v=tKJVA37aEl0 .

jj grey & mofro jj grey & mofro 2

A Night To Remember è un altro brano sincopato, tra blues e R&B, dove la voce nerissima del nostro si fa strada tra slide e chitarra solista, il basso macina note e i fiati che lo fronteggiano mettono in luce la sua grinta incredibile. In questa alternanza di storie musicali sudiste, Light A Candle è una deep soul ballad di quelle sanguigne e coinvolgenti, mentre Turn Loose è un funky-rock della categoria “cattivi e pericolosi”, con la band che trovato un groove non lo molla più, siamo a cavallo tra New Orleans e Sly & Family Stone, con la chitarrina wah-wah che titilla la voce del leader, mentre i fiati si fanno largo nel suono d’assieme. Anche Brave Lil’ Fighter esplora territori musicali che stanno a metà tra R&R e musica nera, sempre con una carica incredibile nel reparto vocale, poi addolcita, in questa alternanza di soluzioni sonore, da un altro soul-blues come Home In The Sky, dove la slide è nuovamente protagonista del contrappunto alla voce ispirata di JJ Grey. Hold On Tight, viceversa, con una violentissima chitarra wah-wah suonata probabilmente dallo stesso JJ, vive su un call and response tra Grey e la seconda voce di Cole, in questa esplorazione delle radici “bianco-nere” della loro musica e Tic Tac Toe è uno slow blues con fiati, dagli immancabili crescendi e ripartenze, tipico della musica dei Mofro;  Ol’ Glory, la title-track è un ennesimo trascinante R&B, ritmato ed incontenibile, con voce, fiati, chitarra wah-wah ed il gruppo tutto, che si sfidano in una orgia di suoni devastante. The Hurricane, posta in chiusura, nonostante il titolo, è una ballata di impronta acustica che chiude in dolcezza questo album che conferma ancora una volta il talento di JJ Grey e dei Mofro. Esce martedì 24 febbraio.

Bruno Conti

Meglio “Solo” Che Accompagnato, O Anche Non Un Vero Texano Ma… Mike Zito And The Wheel – Songs From The Road

mike zito songs from the road cd dvd

Mike Zito And The Wheel – Songs From The Road – CD+DVD Ruf Records

Questa volta telecamere e tecnici della Ruf (o chi per loro), sono in trasferta in Texas, al Dosey Doe In The Woodlands, nei sobborghi di Houston. A differenza di altri titoli recensiti della serie, parliamo del DVD (visto che i contenuti sono più interessanti, e diversi, nel supporto video). La confezione si vende sempre insieme, il CD ha undici brani, il DVD tredici: però il DVD ha sei brani non presenti nel disco audio (più un lungo contenuto extra), che a sua volta ha tre canzoni non inserite nel DVD. Non facevano prima a farli uguali, dato che sono uniti? Sì, ma SSQCD (sono strane queste case discografiche, ci devono essere dei pensatori non indifferenti alle spalle di queste mosse)! Quello che conta è che il contenuto è tra i migliori in assoluto di questa serie Songs From The Road. Mike Zito, oltre ad essere uno dei Royal Southern Brotherhood, ha anche una avviata carriera solista, con i suoi The Wheel, e l’ultimo album, Gone To Texas , ma anche i precedenti non sono male, è stato segnalato da chi scrive tra le cose migliori in ambito rock-blues-roots-soul-southern, c’è un po’ di tutto nella sua musica e io ve lo ricordo http://discoclub.myblog.it/2013/06/15/girovagando-per-il-sud-degli-states-mike-zito-gone-to-texas/ .

mike zito 1mike zito 2

Anzi, vi dirò di più, lo preferisco in questa versione rispetto ai RSB. Ma torniamo sul palco, Zito è accolto come uno di casa (anche se in effetti è un texano oriundo di St. Louis, Missouri) sull’accogliente palco del piccolo locale caratteristico Dosey Doe, il pubblico è caldo e affettuoso e Mike li ripaga con una grande prestazione: Don’t Break A Leg, posta in apertura, sembra un incrocio tra James Brown e l’Average White Band, un funky-rock che, grazie anche alla presenza di Jimmy Carpenter al sax, scalda i presenti. Greyhound è subito un grande brano di stampo southern, ma con un riff stonesiano, venature soul e con Mike Zito bollente alla slide. I Never Kwew A Hurricane, scritta con il “socio” Cyril Neville, è un’ottima ballata deep soul che mette in evidenza la bella voce roca del nostro, nonché l’ottimo lavoro del sax di Carpenter, che è il solista del brano, e ottima spalla di Zito in tutto il concerto. Hell On Me è il primo Texas rock-blues, con chitarra, organo (Lewis Stephens, a occhio un veterano di mille battaglie) e sax a spalleggiare Mike, che inizia a pigiare sul pedale del wah-wah con mucho gusto. Notevole anche Pearl River, nuovamente firmata con Neville, uno slow blues di grande intensità, con Zito ispirato sia nella parte vocale come in quella solistica, con un assolo da sentire, per tecnica e feeling.

mike zito 3 mike zito 4

Dirty Blonde è sempre Texas blues, ma innervato anche da una dose di R&R, grazie alla presenza del sax e con Stephens che ci regala un bel intervento quasi barrelhouse al piano, prima di lasciare spazio alla solita chitarra malandrina. One Step At A Time è una bellissima canzone scritta da Anders Osborne, con Zito che passa all’acustica e trasforma questa ballata mid-tempo con accenti quasi segeriani (nel senso di Bob). Ottimo anche Subtraction Blues, un funky-blues-rock alla Little Feat, con Stephens e Zito che fanno i Payne e i Lowell George (o Barrére, fate voi) della situazione, mentre Judgment Day, scritta con Gary Nicholson, è il momento Stevie Ray Vaughan della serata, un ennesimo Texas Blues, ma di quelli veramente “cattivi”, sempre sostenuto dall’ottimo lavoro di raccordo del sax, la solista ci regala un assolo, diviso in due parti, teso e lancinante, rilanciato da un finale che termina in un’orgia di wah-wah. Gone To Texas è la canzone più bella di Mike Zito, praticamente la storia della sua vita verso la redenzione, un southern rock d’autore, cantato a voce spiegata, melodia ben delineata e la parte strumentale che ricorda la Marshall Tucker Band per quella interazione sax/chitarra (eh, Toy Caldwell, bei tempi).

Let Your Light Shine On Me, solo voce e chitarra acustica, è l’occasione per un simpatico siparietto, con la piccola figlia di Zito che sale sul palco ad “aiutare” il babbo, che poi, per il finale del concerto, passa a una bellissima Gibson Flying V azzurra, quella a freccia per intenderci, infila il bottleneck e anche un blues di quelli duri e puri, Natural Born Lover, torrenziale e travolgente, con la slide che vola scatenata sul manico della chitarra. L’ultimo brano, Texas Flyer, è un altro funky blues molto coinvolgente, con tutto il gruppo in spolvero. Negli extra del DVD, c’è una sezione chiamata Storyteller Videos (sulla falsariga della trasmissione di VH1) dove Zito racconta la genesi di tre suoi brani e li esegue in acustico: Tornando al CD, troviamo ancora una bella cover di Little Red Corvette di Prince, quasi springsteeniana, una “libidinosa” Rainbow Bridge, che ricorda ancora il miglior Seger e C’mon Baby, altra lunga ballatona struggente. Gli americani dicono “Value For Money”, non posso che ribadire, gran bella musica. La recensione è finita, ma me lo sparo un’altra volta e confermo, meglio “solo” (ossia senza RSO), che “male” accompagnato!

Bruno Conti   

Capitolo Secondo, Più O Meno! Royal Southern Brotherhood – heartsoulblood

Royal Southern Brotherhood – heartsoulblood royal southern brotherhood back cover

Royal Southern Brotherhood – heartsoulblood – Ruf Records/Ird

Facendo un po’ di contabilità spicciola questo è il terzo album che esce in circa due anni, dalla primavera 2012, a nome Royal Southern Brotherhood (compreso il CD+DVD dal vivo Songs From The Road), un disco solista per ciascuno dei tre leader del gruppo, Devon Allman, Cyril Neville e Mike Zito, in rigoroso ordine alfabetico, due dischi anche per il batterista della band, Yonrico Scott, mentre il bassista Charlie Wooton, che io sappia, si è limitato a partecipare al disco di Deanna Bogart. In ogni caso hanno anche trovato il tempo per riunirsi a Los Angeles per registrare questo heartsoulblood con il loro produttore Jim Gaines https://www.youtube.com/watch?v=Nd1wrfJy9n0(che come dicevo in relazione al disco omonimo precedente, chi scrive non ama particolarmente, ancora meno in questa occasione in cui si fa aiutare da David Z). http://discoclub.myblog.it/2012/05/11/famiglie-reali-royal-southern-brotherhood/

Royal Southern Brotherhood 1

Intendiamoci, due signori professionisti, però con il vizietto delle contaminazioni tra rock, soul, funky, blues e certa musica dalle sonorità “moderne” che ogni tanto fa a cazzotti con le attitudini dei loro assistiti, ma è un punto di vista personale. Ovviamente le contaminazioni fra generi diversi sono all’ordine del giorno per questo gruppo, anzi sono una delle loro ragioni di vita, ma non sempre riescono alla perfezione. Il migliore del mazzo, a giudicare dai dischi solisti, dovrebbe essere il chitarrista e cantante Mike Zito, ma anche il secondo chitarrista Devon Allman tiene alta la bandiera di famiglia e così pure il quarto dei fratelli Neville, Cyril. Vi sto forse dando l’impressione di parlare di un disco brutto? Tutt’altro, però mi sembra sempre che manchi quel “piccolo” quid che distingue i “grandi” dagli onesti artigiani, seppure di notevole caratura. World Blues, uno sforzo compositivo di gruppo che apre le danze è un gran brano, molto Allman meets Neville, chitarre, solista e slide, ciondolanti tra rock, southern e blues, con un notevole suono d’assieme e la giusta grinta anche della sezione ritmica, bella partenza https://www.youtube.com/watch?v=QoDctjmEgY4 . Rock And Roll, un titolo che non assoceresti d’acchito con Cyril Neville, è viceversa un bel tuffo nelle radici della musica rock classica, da Memphis a New Orleans sulle ali di una slide tagliente, d’altronde proprio lo stesso Cyril ha detto che “il R&R è il figlio del R&B” e lo ribadisce nel testo di questa canzone https://www.youtube.com/watch?v=IYU6SpTGZv0 .

Royal Southern Brotherhood 2

Groove On, viceversa, stranamente, visti gli autori Allman e Zito, è un funky molto marcato che sta fra Neville Brothers e Santana, magari con risultati non straordinari, anche se il lavoro delle due soliste, e del contorno ritmico, è assolutamente pregevole https://www.youtube.com/watch?v=i0j5I-AaYCA . Here It Is, costruita su un giro di basso di Charlie Wooton, porta la firma di Zito, Scott e Wooton per la musica, ma secondo me il suono è molto farina del sacco dei due produttori, tanto groove e poca musica https://www.youtube.com/watch?v=zrFWg_J3wGU . Ancora tanto funky e poco rock (per non parlare di blues o soul) per una Callous, discreta ma che fa rimpiangere i migliori Neville, suoni molto nitidi e produzione di pregio, a fronte di poca sostanza, anche se l’impegno vocale e strumentale, soprattutto nella parte finale, è notevole e dal vivo avrà un altro impatto. Decisamente meglio Ritual, più rock ancorché pasticciato e non diretto verso i lidi che il loro nome richiederebbe. Shoulda Known, finalmente, è una bella ballata sudista che è nelle corde della famiglia Allman, scritta da Devon ricorda le cose migliori del babbo Gregg, con l’aggiunta anche di una forte componente deep soul.

royal southern brotherhood 3

Let’s Ride, firmata da Cyril e Omari (?!?, da dove sbuca, questo mi mancava nella famiglia, a occhio direi il figlio) Neville, è a sua volta una cavalcata nel suono della dinastia di New Orleans, funky e rock mescolati con la consueta perizia https://www.youtube.com/watch?v=9w3RcXDEwg4 . Trapped, di nuovo firmata dalla band al completo è un altro buon esempio delle due anime del gruppo, rock e soul, quando funzionano insieme, ma manca sempre quell’ulteriore passo qualitativo, anche se ad averne di ensemble di questo livello. She’s My Lady francamente non saprei, smooth soul anni ’70, morbido e levigato, che in inglese si traduce proprio con smooth, mah! Takes A Village, è un’altra bella ballata, questa volta di Mike Zito, dall’impronta blues elettroacustica, difficile gridare al miracolo però, mentre il rock blues sudista torna in Zona Cesarini con una vibrante Love And Peace che ci riporta a temi più energici, quantunque sempre un po’ incompiuti, insomma la somma dei singoli non aumenta il valore del gruppo.

Bruno Conti