Ripassi Estivi 3: Come Chitarrista Niente Da Dire, Per Il Resto… Glenn Alexander & Shadowland

glenn alexander & shadowland

*NDB In effetti questo album rientra proprio a pieno diritto nella categoria dei “ripassi estivi”, considerando che il disco in origine era uscito nel luglio del 2016, ma visto che neppure del maiale si butta via nulla, recuperiamo anche questa uscita: buona lettura.

Glenn Alexander & Shadowland – Glenn Alexander & Shadowland – Rainbow’s Revenge CD

Glenn Alexander è un chitarrista originario di Wichita, Kansas, in attività da più di trent’anni, e nel corso del tempo coinvolto in una lunga serie di sessions ed iniziative varie (tra cui il combo jazz-rock-fusion Mahavishnu Project), ma è maggiormente noto per essere da qualche anno la chitarra solista degli Asbury Jukes di Southside Johnny. Il suo ultimo progetto in ordine di tempo è un gruppo di sette elementi (compreso sé stesso) da lui denominato Shadowland, un combo che propone una miscela di rock, blues, funky, soul e rhythm’n’blues, una sorta di Asbury Jukes di secondo piano: infatti il suono del gruppo non è molto diverso da quello della band capitanata da John Lyon, anche perché la sezione fiati è esattamente la stessa (Chris Anderson alla tromba, John Isley al sassofono e Neal Pawley al trombone), e pure il batterista Tom Seguso fa parte di entrambi i gruppi, mentre al basso troviamo Greg Novick ed alle armonie vocali una certa Oria, che non è altro che la figlia di Alexander (in qualità di ospiti troviamo anche l’organista dei Jukes, Jeff Kazee, e lo stesso Southside ospite all’armonica in un brano).

Glenn Alexander & Shadowland è quindi una sorta di session dei Jukes senza Johnny, e la differenza, sarò banale, si sente: Glenn è un ottimo chitarrista (se no non suonerebbe coi Jukes), ma forse non ha del tutto la statura adatta per fare l’artista solista, sia dal punto di vista compositivo che vocale. Il suo timbro infatti è discreto, ma manca di quella profondità necessaria se si affronta il tipo di musica proposta, va bene nei pezzi più rocciosi, ma nei brani più soulful nei quali servirebbero maggiori sfumature mostra la corda: rimane comunque un eccellente axeman, ed il gruppo (ma questa non è una sorpresa) suona che è un piacere, e quindi il disco alla fine, pur se non imprescindibile, risulta piacevole, alternando canzoni di buon spessore ad altre tagliate un po’ con l’accetta. If Your Phone Don’t Ring è una rock’n’roll song potente e chitarristica, con i fiati a dare più colore ed un ottimo assolo da parte di Glenn, che mostra che il manico c’è, ed una voce che qui non sfigura. Anche Earl Erastus è un pezzo piuttosto granitico, non originalissimo ma se vi piace il rock-blues chitarristico un po’ di grana grossa qui troverete trippa per i vostri gatti; Memphis Soul è invece un funky abbastanza riuscito, gradevole e con i fiati maggiormente dentro alla canzone, mentre Big Boss Man, il noto classico di Jimmy Reed, è rifatto in maniera non convenzionale: il blues c’è eccome, ma la ritmica ed i fiati le danno un tono errebi, e la chitarra fa benissimo la sua parte.

Con I Picked The Wrong Day (To Stop Drinkin’) si cambia registro, in quanto ci troviamo di fronte ad una ottima soul ballad con elementi gospel, molto classica e con un motivo fluido, anche se forse qui serviva un cantante con più profondità; la mossa Get A Life è un jumpin’ blues con fiati, puro Southside Johnny sound (e difatti Mr. Lyon compare all’armonica), solo che il cantante del New Jersey l’avrebbe cantata molto meglio, mentre la lunga Blues For Me And You è a metà tra jazz e blues, un pezzo raffinato e suonato con discreta classe, con Oria che duetta con il padre (mostrando che forse la cantante solista del gruppo avrebbe dovuto essere lei) e la solita inappuntabile chitarra. Get Up è ancora funky suonato in maniera impeccabile ma che mostra ancora una volta l’assenza di un vero cantante, mentre con Common Ground siamo di nuovo in territori soul, forse uno dei pezzi più riusciti del CD, Come Back Baby è un blues swingato di ottimo livello (i fiati suonano alla grande), anche se dal punto di vista vocale il paragone con l’originale di Ray Charles è impietoso. Chiudono la roccata e monolitica The Odds Are Good e C.O.D., altro godibile blues ricco di swing e ritmo. Un discreto disco quindi, anche se sono comunque dell’idea che Glenn Alexander possa continuare a dare il meglio di sé come chitarrista per conto terzi.

Marco Verdi

Per Una Volta Il Boss E’ Lui! Little Steven – Soulfire

little steven soulfire

Little Steven – Soulfire – Universal CD

Erano anni che Little Steven, nome d’arte di Steven Van Zandt, a sua volta nome d’arte di Steven Lento (ed è conosciuto anche come Miami Steve, probabilmente è l’uomo con più nicknames sulla terra) non pubblicava un album a suo nome, per l’esattezza dal non indispensabile Born Again Savage del 1999. Come tutti sanno, il suo lavoro principale è fare il chitarrista e braccio destro di Bruce Springsteen nella E Street Band, ma negli ultimi anni, oltre a condurre un programma radiofonico a sfondo musicale, si è reinventato anche attore per serie di successo come The Sopranos o Lilyhammer (e lo scorso anno ha splendidamente prodotto il bellissimo comeback album di Darlene Love), lasciando pochissimo spazio, anzi nullo, per la sua carriera solista. A dire il vero non è mai stato attivissimo, se si escludono gli anni ottanta (anche perché, all’indomani dell’uscita di Born In The U.S.A., lasciò Bruce e la band), che erano partiti benissimo con l’ottimo Men Without Women ma poi c’era stato un costante peggioramento con l’incerto Voice Of America ed i pessimi Freedom-No Compromise (nel quale era presente il suo più grande successo, Bitter Fruit, esatto, Prendilo Tu Questo Frutto Amaro non è di Venditti!) e Revolution, due album privi di canzoni valide ed in più con un terribile suono elettro-pop anni ottanta.

Oggi, approfittando di una lunga pausa, sia di Springsteen sia dei suoi doveri di attore, Steven pubblica finalmente il seguito di Born Again Savage, cioè Soulfire, che si ricollega però direttamente al suono di Men Without Women, cioè quel misto di rock’n’roll ed errebi che è la musica con il quale è cresciuto, e che veniva suonata nei primi, bellissimi dischi anni settanta di Southside Johnny & The Asbury Jukes, lavori che erano infatti prodotti da Steven, e che per i quali aveva scritto una grande quantità di canzoni. Per Soulfire Van Zandt riforma anche i mitici Disciples Of Soul, anche se con membri totalmente nuovi rispetto agli anni ottanta (Marc Ribler alle chitarre, Rich Mercurio alla batteria, Jack Daley al basso ed Andy Burton alle tastiere), ma con la stessa attitudine rock’n’soul calda e “grassa”, e si circonda di una enorme quantità di fiati (e qui qualche nome già presente nel 1982 c’è, per esempio, il sax baritono e tenore di Eddie Manion e Stan Harrison) e cori, tra i quali i Persuasions, leggendario gruppo vocale di Brooklyn. Nelle dodici canzoni di Soulfire quindi, oltre a tornare alle origini di un suono che ha formato le carriere sia di Southside Johnny che in misura minore di Springsteen stesso (ed entrambi stranamente mancano nel disco), Steven fa praticamente un omaggio a sé stesso, cantando per la prima volta brani che negli anni ha scritto e prodotto per altri artisti, oltre ad inserire qualche pezzo nuovo ed un paio di cover di canzoni tra le sue preferite. Un ritorno in grande stile quindi, con il nostro in grado ancora di graffiare, trascinare ed in certi momenti perfino entusiasmare, circondandosi di un suono caldissimo, vibrante, dal gran ritmo e con il fine principale di divertire e divertirsi, un suono nel quale la voce ancora grintosa di Steven e la sua abilità chitarristica si inseriscono alla perfezione, il tutto grazie anche alla sua ormai risaputa esperienza come produttore (qui coadiuvato da Geoff Sanoff).

Soulfire è quindi un gran disco di rock’n’roll meets soul, come oggi purtroppo nessuno fa più, superiore anche alle ultime prove di Southside Johnny (anche se Soultime! del 2015 era ottimo) e direi meglio anche della media degli ultimi dischi in studio del Boss, Wrecking Ball escluso. La title track dà il via al CD con il ritmo subito alto, chitarra ficcante, un insinuante organo ed un’esplosione di suoni e colori, un rock-soul gustoso e con Steve che mostra di avere ancora una gran voce ed una grinta immutata, e con le chitarre che vogliono dire la loro: negli anni settanta un pezzo così sarebbe stato un sicuro hit. I’m Coming Back è già una splendida canzone (era su Better Days, l’ultimo grande disco di Southside Johnny, targato 1991), con un scintillante suono à la E Street Band ed un ritornello killer, ed il binomio chitarre-fiati a creare un background unico; Blues Is My Business, un brano del 2003 di Etta James, è un saltellante pezzo tra blues e soul, con il nostro che arrota mica male, il solito trattamento deluxe a base di fiati e cori femminili ed un assolo di organo davvero “caliente”. I Saw The Light non è il classico di Hank Williams, bensì una canzone nuova, un irresistibile e ballabile (in senso buono) brano ancora tra errebi e rock’n’roll, una miscela vincente che pezzo dopo pezzo coinvolge sempre di più; Some Things Just Don’t Change (dall’album del 1977 ancora di Southside Johnny This Time It’s For Real) vede i fiati più protagonisti che mai, per un lento pieno d’anima, un blue-eyed soul sanguigno e vibrante, suonato alla grande e con la sezione ritmica inappuntabile, mentre Love On The Wrong Side Of Town, ancora originariamente sull’album del 1977 di John Lyon ed i suoi Jukes, e scritta da Steve insieme a Bruce Springsteen, ha una melodia che risente (e ci mancherebbe) della mano del Boss, ed un arrangiamento potente e “spectoriano”, ma per nulla ridondante.

The City Weeps Tonight (con i Persuasions ai cori) è un lento da ballo della mattonella che fa scaturire l’anima da straccione romantico del pirata Steve, un pezzo tra doo-wop e Roy Orbison, delizioso; Down And Out In New York City (cover di un pezzo del 1972 di James Brown) ha un suono che più anni settanta non si può, un errebi-funky con tanto di archi pre-disco, un pezzo di pura blaxploitation, ancora con sonorità caldissime, quasi bollenti (ed i fiati si superano), mentre Standing In The Line Of Fire (che dava il titolo ad un album del 1984 di Gary U.S. Bonds) sembra presa pari pari da un western con colonna sonora di Ennio Morricone, con la sua chitarra twang, le campane e l’assolo di tromba, uno dei pezzi migliori e più coinvolgenti del disco. La fluida e diretta Saint Valentine’s Day, scritta dal nostro nel 2009 per le Cocktail Slippers, una rock band al femminile di Oslo, è un’altra notevole rock song in odore di Springsteen, tra le più orecchiabili, e precede l’imperdibile I Don’t Want To Go Home, il pezzo più noto contenuto in Soulfire (era la title track del mitico esordio datato 1976 di Southside Johnny, ed anche il primo brano mai scritto da Steve), una canzone che non ha bisogno di presentazioni, splendida era quarant’anni fa e splendida rimane oggi; il CD si chiude con Ride The Night Away (incisa da Jimmy Barnes nel 1985 ed ancora da Southside nel 1991), altro ottimo rock-soul dal tempo spedito e melodia vincente, ennesimo tourbillon di suoni che non può che creare dispiacere per la fine del disco.

Un grande ritorno da parte di Little Steven, ed un disco che secondo me ci ritroveremo “tra i piedi” nelle classifiche di fine anno: speriamo che il prossimo esca un po’ più ravvicinato, anche per ragioni di età del nostro (e degli ascoltatori).

Marco Verdi

Questo E’ Quasi Indispensabile! Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Bottom Line New York City ’77

southside johnny bottom line '77

Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Bottom Line New York City ’77 – 2CD Echoes 

Nel 2015 Southside Johnny ha pubblicato Soultime!, uno dei dischi migliori dell’ultimo periodo della sua carriera (ma anche Going To Jukesville, Pills & Ammo e Grapefruit Moon, quello dei brani di Tom Waits, non erano per niente male): diciamo che più diventano difficili da reperire, distribuiti dalla Leroy Records tramite sito o ai concerti, più ci si riavvicina al periodo di grande splendore dell’era springsteeniana, a cavallo anni ’70/anni ’80. Ma in quegli anni la band era veramente formidabile dal vivo, nella versione con sezione fiati  una soul revue allo stato puro, con una con forte componente rock, l’altra faccia della E Street Band, con cui spesso si scambiavano musicisti e canzoni. Johnny Lyon ha tutt’ora una gran voce, ai tempi era uno dei “negri bianchi” migliori in circolazione: i primi album, I Don’t Want To Go Home, This Time It’s For Real e Hearts Of Stone sono dei mezzi capolavori, e il gruppo, sulla scia di Springsteen, era anche molto popolare (pur se il successo commerciale era moderato, infatti vennero mollati dalla Epic) . Proprio da quel periodo d’oro viene questo concerto al Bottom Line di New York: non è la serata immortalata nel mini album Live At The Bottom Line, pubblicato come promo nel 1976, ma una serata del giugno 1977, organizzata per lanciare, via broadcast radiofonico, l’appena uscito This Time It’s For Real.

Puro Asbury Sound, con in più la chicca della presenza di Ronnie Spector, in ben cinque brani, uno dei quali presente anche nel Very Best Of pubblicato di recente dalla ex cantante della Ronettes, ed ex di Phil Spector http://discoclub.myblog.it/2015/11/26/darlene-love-ecco-la-piu-famosa-delle-spector-girls-ronnie-spector-the-very-best-of-ronnie-spector/ . Ma la serata è incentrata tutta sulla esplosiva miscela di R&B, blue-eyed soul e rock che era il menu del gruppo all’epoca: le note del doppio CD della Echoes sono molto scarne, ma nella formazione c’erano anche i quattro Miami Horns, guidati da Richie “LaBamba” Rosenberg, con Billy Rush alla chitarra e Kevin Kavanaugh al piano, oltre allo stesso Lyon che suonava anche l’armonica. Qualità sonora molto buona e repertorio al fulmicotone: si parte subito fortissimo con This Time It’s For Real, la title track del nuovo album dell’epoca, scritta da Little Steven, poi è un tripudio di soul, Got To Get You Off On My Mind era un grande brano di Solomon Burke con l’ottimo Billy Rush alla chitarra ed il resto del gruppo in evidenza, Without Love, scritta da Carolyn Franklin, la sorella di Aretha e Ivory Joe Hunter, sempre tratta dal secondo album, è puro Jukes sound, per non parlare di Love On The Wrong Side Of Town, altra perla del duo Springsteen/Van Zandt, sincopata e spectoriana come si conviene.

Little By Little, un pezzo scritto da Mel London, mai inciso su dischi ufficiali dalla band, ma pescato dal repertorio di Junior Wells, è un bel blues & soul tirato con Southside in tiro all’armonica e Billy Rush alla solista, mentre She Got Me Where She Wants Me, sempre dalla penna di Steven Van Zandt (che firma ben otto brani del secondo album) è una sorta di soul ballad con la band che spalleggia Southside Johnny a livello vocale. It Ain’t The Meat (It’s The Motion), dal primo album, era uno dei brani salaci di Henry Glover, un musicista nero poco noto ai non addetti (ma tanto per dirne una ha scritto Drown in my own tears), e anche I Choose To Sing The Blues, che era nel repertorio di Ray Charles (e Billie Holiday). A questo punto sale sul palco Ronnie Spector per un ripasso del “Wall Of Sound”: quattro pezzi in sequenza, con la “Queen Of Rock’N’Roll” come viene presentata, Baby I Love You, e qui finisce il primo CD. Si riprende subito con Walkin’ In The Rain, una splendida versione di Say Goodbye To Hollywood, il pezzo di Billy Joel, che per me in questa versione è anche più bello dell’originale e una grandissima Be My Baby, una delle canzoni più belle di sempre.

Poi si prosegue con The Fever, l’inedito di Bruce che li aveva lanciati sul mercato discografico, gran bella versione con lunga intro di armonica, e ancora I Don’t Want To Go Home, il pezzo che comprende il famoso verso Reach Up And Touch The Sky che sarebbe stato il titolo del loro Live ufficiale. E per celebrare la festa una chilometrica (oltre tredici minuti) e fenomenale Havin’ A Party, uno dei capolavori assoluti della soul music, legata indissolubilmente a Sam Cooke, ma che non manca mai di entusiasmare il pubblico. Mancano ancora un altro brano con Ronnie Spector, questa volta a duettare con Southside Johnny per la bellissima You Mean So Much To Me, e per concludere un’altra formidabile canzone come You Don’t Know Like I Know, un pezzo di Isaac Hayes e David Porter, ma che tutti conosciamo nella versione di Sam & Dave, soul all’ennesima potenza per finire in gloria una magnifica serata. Forse si meriterebbe anche quattro stellette questo doppio CD!

Bruno Conti