16/05/2013

Finalmente Un Disco Come Si Deve! Deep Purple - Now What?!

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Deep Purple – Now What ?! – EarMusic CD/DVD

Uno degli eventi dell’anno, almeno per gli appassionati di quello che ultimamente viene definito Classic Rock, è indubbiamente il nuovo album di studio dei Deep Purple, a ben otto anni da Rapture Of The Deep.

Bisogna innanzitutto dire che c’era un po’ di scetticismo sulla reale capacità della storica band inglese di sfornare ancora canzoni degne di essere pubblicate, specie dopo che gli unici due lavori del nuovo secolo, Bananas e appunto Rapture Of The Deep, erano forse gli episodi più scadenti della loro discografia, insieme a The House Of Blue Light del 1986 (non considero l’album del 1990 Slaves And Masters, in quanto più che un brutto disco dei Deep Purple era un discreto disco dei Rainbow): i Purple stessi sembravano poco convinti, almeno fino ad un anno fa, di rientrare in studio e mettersi di nuovo in gioco, ed il titolo del nuovo CD, Now What?!, ironizza sulle richieste che venivano fatte in continuazione alla band circa i progetti futuri.

Le prime avvisaglie che le cose potevano andare per il verso giusto si sono avute quando è stato svelato il nome del produttore: Bob Ezrin è una specie di leggenda per certo tipo di musica, ha lavorato, tra gli altri, con Lou Reed, Alice Cooper, Kiss e Pink Floyd, ed è uno che difficilmente produce delle ciofeche. Ebbene, credeteci o no, Now What?! è un gran bel disco, ispirato, potente, con il classico Purple-sound che esce da ogni nota, dove quasi tutto funziona a meraviglia (un solo brano brutto su undici, dodici nell’immancabile edizione deluxe, è una bella media dopo 46 anni di carriera). Un disco non certo inferiore ai primi due del periodo post-Blackmore (Purpendicular ed Abandon), ma forse addirittura un gradino sopra: la cosa più stupefacente, dato che il manico dei cinque nel suonare e la perizia di Ezrin li davo per scontati, è la bontà delle canzoni, particolare fondamentale per fare un bel disco, ma abbastanza latitante negli ultimi lavori del gruppo.

Sul fatto che Ian Paice (unico membro originale rimasto, anche se per tutti i veri Purple sono quelli del Mark II) e Roger Glover fossero ancora due macigni non c’erano dubbi, come non ce n’erano sulla bravura e sulla tecnica di Steve Morse (anche se per me il chitarrista dei Deep Purple rimarrà sempre Blackmore), mentre a stupire è la forma di Ian Gillan, anche se tirate alla Child In Time non se le può più permettere da anni, e soprattutto il tastierista Don Airey, sostituto di Jon Lord (a cui il disco è dedicato) dal 2002. Si sa che Airey non è un pivellino, ha suonato con mezzo mondo (Whitesnake, Black Sabbath, Rainbow, Jethro Tull, iniziando negli Hammer con Cozy Powell e nei Colosseum II), ma che riuscisse a non far rimpiangere Lord non pensavo: il suo organo è il protagonista assoluto di quasi tutti i brani, dando al disco un sapore classico e deliziosamente retrò, come se la scomparsa di Lord avvenuta lo scorso anno lo avesse ispirato in maniera decisiva.

Che le cose siano cambiate in meglio lo si intuisce dalle prime note di A Simple Song: intro di grande atmosfera a base di organo, seguito da un assolo di chitarra molto melodioso, poi arriva Gillan ed inizia a cantare in maniera chiara, sillabando le parole; una pausa ed il brano esplode, diventando una rock song tipica (con Airey che inizia a fare i numeri), per terminare ancora lenta, come era iniziata. Peccato che arrivi subito Weirdistan a rovinare tutto: è l’unico brano brutto di cui parlavo prima, una canzone confusa, priva di una melodia vera e propria, nel quale l’impegno dei cinque non basta; meglio la lunga Out Of Hand, che richiama da vicino il classico suono anni settanta, un po’ di autocitazione non fa mai male e comunque dai Purple questo ci si aspetta (Morse qua fa sentire di sapere una cosa o due in fatto di chitarra). Hell To Pay è un ottimo rock’n’roll, diretto, solido, immediato, con Morse ancora protagonista con un assolo formidabile e blackmoriano (ed Airey che, sfidato a duello, risponde per le rime), mentre Body Line è un rock blues tosto e grintoso, con Gillan lucido ed il gruppo che lo segue a memoria: il disco cresce di brano in brano, e Weirdistan è solo un ricordo.

Above And Beyond inizia con un mood cupo, con Don che prosegue la sua eccellente prestazione, Gillan entra solo dopo un paio di minuti, ma non fatica a mettersi alla pari con gli altri: il brano ha quasi accenti folk nella melodia, anche se l’accompagnamento è 100% Purple. Blood From A Stone è un lento di gran classe, notturno e bluesato, un brano atipico ma riuscito, cantato da Ian in maniera insinuante e con Steve che schitarra alla grande; un altro lungo assolo di Morse introduce Uncommon Man, un’altra rock song di grande impatto, anche se qui l’interpretazione di Gillan è forse un po’ piatta. La solida Apréz Vous sembra uscita dalle sessions di Fireball, con uno splendido duello centrale chitarra-organo, mentre l’orecchiabile All The Time In The World è quasi radio friendly (almeno per i loro standard), una delle più gradevoli del CD.

L’album si chiude con la maestosa ed inquietante Vincent Price e, nell’edizione deluxe, con It’ll Be Me, una cover addirittura di un brano di Jack Clement, reso con uno scintillante arrangiamento rock’n’roll. Nel DVD troviamo un’intervista di venti minuti ai membri della band e tre brani audio: un remix di All The Time In The World e due versioni live recenti di Perfect Strangers e Rapture Of The Deep.

Un ottimo e gradito ritorno: ora aspettiamo Giugno per vedere come sapranno rispondere i Black Sabbath.

Marco Verdi

11/04/2012

"Dischi Virtuali"! Tommy Bolin & Friends - Great Gypsy Soul

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Tommy Bolin And Friends – Great Gypsy Soul – Samson Records

La moda del duetto virtuale o del “disco virtuale” si può far risalire alla famosa Unforgettable del 1991, il brano in cui la voce di Nat King Cole fu inserita in modo elettronico su una base con voce già registrata dalla figlia Natalie. Poi nel 1995 fu perfezionata per il brano dei Beatles Free As A Bird dove un demo voce e piano di John Lennon venne completato dai “Threetles” per il primo volume della serie Anthology e nel corso degli anni è diventata una sorta di abitudine, da Celine Dion con Sinatra fino ad arrivare a Kenny G che duetta con Armstrong in What A Wonderful World (ho ancora i brividi, ma non di piacere!). In questa ultima decade la pratica è andata scemando ma non dimentichiamo che questo sistema di registrazione è quasi una prassi tra musicisti viventi: lo scambio di nastri e registrazioni nell’era del digitale, quando persone che spesso vivono in diverse città, stati o anche continenti, e per vari motivi non si possono incontrare, è uno dei metodi quasi più comuni utilizzati per gli album di duetti o i Tributi.

In questo caso, essendo Tommy Bolin scomparso nel lontano 1976, è ovvio che questo poteva essere l’unico sistema di registrazione. A dare una patina di autorevolezza al progetto ha provveduto la presenza di Warren Haynes che insieme a Greg Hampton ha curato la produzione di questo Great Gypsy Soul per la Samson Records e ha anche scritto le note del libretto. In effetti anche se si dice che sono brani “incompiuti” sembra perlopiù trattarsi di outtakes, versioni diverse di pezzi già apparsi originariamente in Teaser (tutti meno uno), che la stessa etichetta aveva pubblicato lo scorso anno in edizione Deluxe e, volendo, di Bolin, nel corso degli anni, sono uscite varie raccolte di inediti e rarità a partire dal cofanetto doppio The Ultimate negli anni ’90 poi ampliato a triplo nel 2008 con l’aggiunta della parola Redux e, sempre lo stesso anno, i due volumi di outtakes Whips And Roses. Come saprete la carriera del musicista americano non è stata particolarmente lunga né gloriosa, quando è morto aveva 25 anni, e aveva suonato con gli Zephyr, poi nella James Gang al posto di Joe Walsh e al momento della morte suonava con i Deep Purple e in contemporanea a Come Taste The Band era uscito Teaser. Ma la sua fama, soprattutto tra gli appassionati di chitarra, è legata alla partecipazione a Spectrum di Billy Cobham, dove i furiosi duetti con la batteria del titolare del disco (e con il synth di Jan Hammer) avevano contribuito alla riuscita di quel disco, che ancora oggi è uno dei migliori esempi del cosiddetto jazz-rock.

Anche Teaser era una sorta di Spectrum più blando, con l’aggiunta della voce, tra funky, hard rock, blues, jazz con la partecipazione di musicisti come Jan Hammer, David Foster, Jeff Porcaro, David Sanborn, Narada Michael Walden, Glenn Hughes e molti altri. Questo Great Gypsy Soul, brano dopo brano, alla voce e alla chitarra di Bolin, aggiunge una lista di “ospiti” impressionante: da Peter Frampton nel funky-rock dell’iniziale The Grind cantata dallo stesso Tommy, che detto per inciso non aveva un gran voce ma compensava in abbondanza con la perizia alla chitarra. In Teaser lo sentiamo duettare con l’ottimo Warren Haynes e in Dreamer, uno dei brani più belli del disco, una ballata dove la voce è quella di Myles Kennedy degli Alter Bridge, l’altra chitarra è di Nels Cline dei Wilco, uno “strano” terzetto ma funziona. Per Savannah Woman, tra jazz e latino, vagamente Santaneggiante, il duetto virtuale è con John Scofield mentre per Smooth Fandango uno dei brani migliori che ricorda i ritmi frenetici di Spectrum si aggiunge l’ottimo Derek Trucks. Nella reggata e francamente irritante People People ci sono Gordie Johnson con i canadesi Big Sugar, meglio il rock di Wild Dog anche se c’è l’Aerosmith “sbagliato” Brad Whitford.

Homeward Strut è un funkaccio strumentale molto anni ‘70 con Steve Lukather e le chitarre viaggiano. Sugar Shack con Glenn Hughes e la slide di Sonny Landreth non so da dove arriva (non era su Teaser) ma è un solido blues-rock, Crazed Fandango è l’occasione per pirotecnici scambi strumentali con Steve Morse e il sax di Sanborn. La conclusione è affidata alla lunga e scintillante Lotus con Glenn Hughes che si porta l’amico Joe Bonamassa per duettare con Nels Cline. Ovviamente si tratta di un disco per fans e completisti di Bolin e/o della chitarra nelle sue varie forme, non male e credibile nel risultato finale. Solo per il mercato americano, in esclusiva su Amazon.com ne è uscita una versione doppia Deluxe con quattro lunghe jam dove i vari partecipanti si “accoppiano” strumentalmente tra loro!

Bruno Conti

09/09/2011

Un "Fenomeno" Della Chitarra! Johnny Hiland -All Fired Up

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Johnny Hiland – All Fired Up – Shrapnel/Provogue

Vi risparmio la battuta sul “grosso” talento (tanto l’ho già fatta) su questo pacioso e robusto ragazzone americano che è considerato uno dei nuovi talenti della chitarra negli Stati Uniti. Scoperto da Steve Vai nel 2004 che gli ha anche pubblicato il primo album per la sua Flavored Nations lo stesso anno (ma già da metà anni ’90 aveva suonato come session-man con molti artisti country come Toby Keith, Ricky Skaggs e Hank Williams III), nel 2008 ha pubblicato un disco autogestito Loud And Proud ed ora approda alla Shrapnel/Provogue di Mike Varney che produce questo All Fired Up. Evidentemente i “metallari” ma virtuosi (nel senso dello strumento) hanno una predilezione per questo chitarrista, cieco dalla nascita, che è un iradiddio al suo strumento, una Fender Telecaster (che lo sponsorizza da un po’ di anni, caso raro per un musicista senza un contratto con una grande casa) dove è in grado di creare vere cascate di note in uno stile che sta fra country, bluegrass elettrico (se esiste) ma anche tanto rock e blues.

Quando ho messo nel lettore il dischetto ed è partito il primo brano mi è venuto uno scioppone, vuoi vedere che ho inserito Hiding di Albert Lee o qualche disco degli Hellecasters per sbaglio? No, no è proprio lui, che fa tutto da solo (con un consistente aiuto dal bassista Stuart Hamm e del batterista Jeremy Colson, e nel primo disco c’era Billy Sheehan al basso) con vere e proprie cascate di note che si susseguono velocissime, una tecnica mostruosa che non ha nulla da invidiare, nel proprio ambito, a un Danny Gatton o a un Roy Buchanan, oltre al già citato Albert Lee.

Anche quando si cimenta in pezzi decisamente country come la deliziosa Bakersfield Bound con un sound che vira quasi verso quello di una pedal steel, gli assoli di Hiland sono una vera miniera di trovate e ricchi di inventiva. Forse mi sono dimenticato di dirvi che è tutto rigorosamente strumentale, ma penso che si intuisse. Non mancano momenti più lirici e melodici come Forever Love dove anche il tastierista Jesse Bradman si ritaglia un suo spazio.

Six String Swing come da titolo si avvicina a tematiche più jazzate sempre con la chitarra di Hiland in un perenne overdrive tecnico mentre la conclusiva Bluesberry Jam dai tempi decisamente rock darebbe dei punti anche allo Steve Morse più inventivo dei tempi dei Dixie Dregs, un vero fulmine di guerra, o meglio di note.

E non contento di tutto ciò il nostro amico nelle due bonus vocal tracks finali si rivela anche un ottimo cantante country nelle scintillanti Breaker, Breaker 1-9 e Party Time. Se le scrive, se le suona e volendo, se le canta. Un vero mostro di tecnica, magari soprattutto per appassionati della chitarra elettrica e il giudizio molto positivo è anche mirato in quel senso ma molto piacevole da ascoltare per tutti.

Una bella sorpresa.

Bruno Conti

03/01/2010

Ma esistono ancora? Take 1: Kansas -There's Know Place Like Home

kansas there's know place.jpgNuovo anno, inauguriamo un'altra rubrica: ero indeciso con "Ancora Tu", ma poi ho optato per questo Ma esistono ancora, devo decidere se con punto interrogativo o punto esclamativo visto che il significato cambia e di parecchio.

Per l'occasione optiamo per la domanda: la risposta ovviamente sarà sempre un sonoro Sì con significative furtive toccatine degli artisti interessati, ma non è questo il punto, ovviamente.

Intanto vi giuro che non parleremo di Bay City Rollers, A Flock of Seagulls e di tutti i gruppi e solisti che il mio quasi omonimo Carlo Conti invita regolarmente nelle sue trasmissioni.

Ma veniamo a bomba: questo dovrebbe essere il settimo (tra CD e DVD) album dal vivo dei Kansas, gloriosa formazione rock americana che proprio quest'anno ha festeggiato il 35° anniversario (anche se sotto altre forme esistevano da qualche anno prima, questa è la formazione classica). Ci sono, naturalmente, il leader del gruppo, Steve Walsh, il batterista Phil Ehart, il bassista Billy Greer, il violinista David Ragsdale e il chitarrista Richard Williams (gli ultimi quattro, per non aspettare i comodi del leader, hanno formato una band collaterale, Native Window che ha pubblicato un omonimo esordio nell'estate del 2009), non mancano, visto l'aspetto commemorativo del concerto Kerry Livgren, tastierista e chitarrista della formazione originale e Steve Morse, che ha militato a più riprese nel gruppo, in prestito dai Deep Purple, suo attuale gruppo. Risultato finale?

Dopo un primo ascolto gli avrei sparato, soprattutto per le parti cantate di Walsh che in alcuni momenti sono veramente imbarazzanti, poi agli ascolti successivi ho un po' rivisto la mia posizione. Non siamo di fronte ad un capolavoro ma c'è di peggio: i primi cinque album e il live Two for the Show rimangono i dischi da avere (se volete e amate il genere!), prog-rock, AOR, melodic rock, i Genesis americani con un violino in più e un Peter Gabriel in meno, varie sono le definizioni che li hanno contraddistinti.

Questo Live registrato in quel di Topeka (la località ha scatenato anche commenti ilari, ma loro da lì vengono, Topeka, Kansas, capito il perchè del nome, astuti) è uscito in 5 (cinque) versioni diverse: per il mercato americano DVD oppure Cd singolo con alcuni brani in meno, in Europa Cd doppio, 2cd + dvd, dvd, oppure in entrambi i continenti anche blu-ray (in effetti farebbe sei!).

Brani salienti? Point of Know Return (è un vizio con questi titoli), la lunga Song For America che inizia come una outtake da Selling England dei Genesis e finisce come un brano dei primi E,L&P, tutto, però meglio di come sembra sulla carta ( o se preferite in un post), i classiconi Dust On The Wind e Carry On Wayward Son, che secondo alcuni commenti che ho letto in rete non avrebbero dovuto suonare per svecchiare il repertorio. A parte il fatto che avrebbero rischiato il linciaggio, sarebbe come se Springsteen, per partito preso, non suonasse Born to Run, o gli U2 One. Oltre a tutto non avendo registrato un album nuovo dal lontano 2000 e quelli precedenti erano del 1995 e 1988 non è che abbiamo un repertorio nuovo immane. Per i fans c'è comunque una sorta di live jam inedita, registrata nel pomeriggio delle prove, Down the road, non male devo dire.

Che altro? Ah, un piccolo particolare, il gruppo è accompagnato da una orchestra di archi, più o meno presente nei vari brani ma che sicuramente caratterizza il live in questione.

Interrogativo o esclamativo? Non so, devo decidere, giudicate voi

Per la serie strano ma vero, il tutto pubblicato anche in Italia.

Bruno Conti