Peccato Perché E’ Bravo, Ma Non Basta. John Mayer – The Search For Everything

john mayer the search for everything

John Mayer – The Search For Everything – Columbia/Sony

Mmmhhh, maaah?! Perché questa presentazione quasi onomatopeica? Non lo so, mi è venuta così. O meglio un’idea ce l’avrei: di solito in una recensione la prima cosa che si scrive è il giudizio critico, le classiche stellette o il voto numerico, ebbene, se vi interessa, tradotto in voti scolastici è forse un 5- -, il classico “il ragazzo è bravo, ma non si impegna”!. A parte a cercare di accontentare la sua casa discografica, a cui ha dato una serie di album che quando sono andati male sono arrivati comunque al 2° posto delle classifiche di Billboard, ma le cui vendite, in un mercato in continuo calo, dai 2 milioni e passa di Heavier Things del 2003 sono arrivati alle 500.000 copie circa dell’ultimo Paradise Valley, ma al giorno d’oggi bisogna contare anche i download e le visualizzazioni su YouTube e Spotify. Perché in fondo John Mayer deve vivere in due mondi diversi: il “bel fioeu” (si dice così al nord), fidanzato con Jessica Simpson, Jennifer Aniston, Katy Perry e Taylor Swift, per citarne solo alcune, e il grande appassionato di Eric Clapton, nonché il nuovo chitarrista dei  Dead & Co, che si è imparato tutto il repertorio dei Grateful Dead, per andare in tour con loro.

Dopo due album come Born And Raised e il citato Paradise Valley, dove, anche grazie alla produzione di Don Was, sembrava avere prevalso il secondo, in questo The Search For Everything torna il Mayer più tamarro, il quasi “gemello” di Keith Urban, in quel caso un country-pop pasticciato e mediocre, nel disco in esame un neo-soul-pop-rock, molto morbido e all’acqua di rose, dove il ritorno di Steve Jordan, alla batteria, ma non alla produzione, e Pino Palladino al basso, oltre al bravo Larry Goldings  alle tastiere, non serve a salvare il lavoro a livello qualitativo. Anche la presenza di Cary Grant alla tromba in un brano (ma non era morto? Si scherza) non risolleva le sorti del disco, peraltro già parzialmente pubblicato a rate in due EP usciti nella prima parte del 2017 come Wave One e Wave Two, quindi otto dei dodici brani totali si erano già sentiti, e i restanti quattro non sono così formidabili da ribaltare il giudizio. Siamo di fronte al classico disco da ascoltare come musica di sottofondo in qualche party sofisticato (non disturba neanche) o se esistesse ancora la filodiffusione negli ospedali sarebbe l’ideale per anestetizzare le preoccupazioni dei pazienti.

E se mi passate il gioco di parole bisogna essere veramente pazienti per ascoltare questo The Search For Everything: dal malinconico (nel testo, e questo è il sentimento che prevale nell’album) neo-soul soporifero con “ardito” falsetto di una Still Feel Like Your Man dedicata alla non dimenticata Katy Perry, alla morbida ballata acustica Emoji Of A Wave, che non è disprezzabile, intima e delicata, anche se al solito forse troppo carica nella produzione a cura dello stesso Mayer e del suo storico ingegnere del suono Chad Franscowiak,, non male comunque, anche grazie alle armonie vocali di Al Jardine dei Beach Boys. Helpless è un funky-rock non malvagio dove John Mayer arrota la chitarra nel suo miglior stile alla Clapton, ma poi vira verso un sound alla Clapton anni ’80 o Lenny Krarvitz, con coretti insulsi, però la solista viaggia, peccato non la suoni di più nel disco, lui è veramente bravo come chitarrista. Love On The Weekend ripristina il John Mayer Trio solo con Jordan e Palladino, ma purtroppo è un’altra ballata “moderna” con suoni molto pensati per la radio di oggi, poca grinta e molto pop. Meglio In The Blood, non un capolavoro, ma la lap steel di Greg Leisz e la seconda voce di Sheryl Crow aggiungono un poco di pepe al brano, che comunque fatica a decollare, molto Nashville Pop Country, con la solita chitarra che non basta a salvare il tutto.

Changin’, nonostante il titolo, non cambia molto, ma è una ballata piacevole e ben suonata, con Mayer al piano oltre che alla chitarra, Goldings all’organo e Leisz che passa al dobro, forse il brano che ricorda di più gli ultimi due dischi. Theme For “Search For Everything”, è un breve strumentale, con arrangiamento di archi aggiunto, dove Mayer si produce all’acustica, senza infamia e senza lode. Moving On And Getting Over sembra un brano del George Benson anni ‘80, funky “sintetico” e mellifluo, ma non è un complimento, e pure il falsetto non fa impazzire, a meno che non amiate il genere. Ancora piano e archi per una ballata strappalacrime come Never On The Day You Leave, molto simile a mille altre già sentite. Rosie è un mosso mid-tempo in cui qualcuno ha ravvisato analogie con Hall & Oates, ma a me sembra sempre il Clapton anni ’80, nonostante i fiati con Cary Grant. Finalmente un po’ di vita e di rock in Roll It On Home con doppia batteria, uno è Jim Keltner, più Greg Leisz alla pedal steel, sembra sempre Clapton, ma quello buono. You’re Gonna Live Forever On Me è una ennesima ballata, solo voce, piano e archi, ricorda vagamente un brano à la Billy Joel, discreto. Speriamo nel prossimo album.

Bruno Conti  

Si Rinnova La Tradizione Del Blues E Del Soul! Robert Cray – Robert Cray & Hi Rhythm

robert cray & hi rhythm

Robert Cray – Robert Cray & Hi Rhythm – Jay-Vee Records

Questo non è forse un disco di primizie per Robert Cray, a parte la nuova etichetta discografica (di proprietà proprio di Jordan e della moglie), ma un modo per rinnovare l’intreccio inestricabile del suo blues raffinato, ma spesso anche sapido e sanguigno, con il meglio di altre branche della musica nera, soul, R&B e funky, peraltro sempre presenti nel suo stile e nel suo DNA sonoro. Il produttore è il solito, bravissimo, Steve Jordan, incontrato la prima volta nel lontano 1987 per la registrazione del film Hail Hail Rock And Roll, l’omaggio alla musica di Chuck Berry, concepito da Keith Richards. Jordan ha prodotto svariati album di Cray: Take Your Shoes Off del 1999, già allora in quel di Memphis, come il precedente Sweet Potato Pie del ’97, registrato agli Ardent Studios. Ma per il successivo Shoulda Be Home del 2001, parte del disco venne registrato in quel di Nashville, ma alcuni brani ai leggendari Royal Studios, anche se non prevedevano ancora la presenza dei musicisti della Hi Records di Willie Mitchell, che in quegli studi hanno costruito parte della storia della soul music, grazie alle incisioni di Al Green, Ann Peebles, Otis Clay, dello stesso Mitchell, di O.V. Wright (tenete a mente il nome, ci torniamo tra un attimo) e di molti altri grandi artisti.

Poi per parecchi anni le strade di Robert e Steve Jordan non si incrociano più: Robert incide, come aveva fatto in passato, in California, a Londra, a Nashville, in Alabama, fino al 2014, quando il batterista torna per produrre l’ottimo In My Soul, e l’ancora più bello doppio live 4 Nights Of 40 Years Live http://discoclub.myblog.it/2015/09/02/quattro-decadi-del-migliori-blues-contemporaneo-robert-cray-band-4-nights-of-40-years-live/ . Finché i due non decidono di rendere omaggio ai musicisti dei mitici Royal Studios, ora gestiti dal figlio di Willie, Lawrence “Boo” Mitchell, (qui usato come ingegnere del suono) dopo la morte del babbo, avvenuta nel 2010, e lo fanno appunto utilizzando la celebre Hi Rhythm Band per questo disco. Dei fratelli Hodges, il chitarrista Teenie, non c’è più, ma Rev. Charles Hodges a piano e organo, Leroy “Flick” Hodges al basso, e il cugino Archie “Hubbie” Turner anche lui alle tastiere, sono ancora sulla breccia, e fanno sentire la loro presenza, insieme a Cray e Jordan, per un album che ha un sound formidabile. Per l’occasione, e per rendere l’omaggio ancora più completo, Robert sceglie di affidarsi ad una serie di cover di brani, magari non celeberrimi, ma di sicura efficacia, riservandosi solo tre brani a suo nome. E in due pezzi, come autore, ma anche come musicista, appare un’altra leggenda della musica americana come Tony Joe White, che saputo che Cray avrebbe inciso due delle sue canzoni per questo Hi Rhythm si è recato appositamente a Memphis, per apparire in questi brani.

Partiamo proprio da loro: Aspen, Colorado è una splendida ballata, una sorta di gemella di Rainy Nights In Georgia, un brano dove la band lavora di fino (come in tutto l’album peraltro) per ricreare quel feeling ineffabile dell’incisione originale, con la splendida voce di Robert Cray al meglio delle sue possibilità, e con White che si esibisce anche all’armonica (credo), mentre il brano scivola sulle ali di una meravigliosa serenità. Ma Tony Joe White non poteva non suonare anche la sua chitarra elettrica in una formidabile versione di Don’t Steal My Love, un fantastico brano che appariva in Black And White, il primo disco del 1969 dell’inventore dello swamp rock, un brano dove la band ci dà dentro di brutto, White a tutto wah-wah, Cray che gli risponde da par suo alla seconda solista, le tastiere e la ritmica impazzite per una cavalcata quasi psichedelica (togliete pure il quasi) di una intensità incredibile. Ma anche il resto del disco non scherza: The Same Love That Made Me Laugh è una riflessione amara firmata da Bill Withers, e qui resa come un tosto funky-soul dove si apprezzano sempre la voce melliflua di Robert e la sua chitarra; You Must Believe In Yourself è il tributo a O.W. Wright, musicista molto amato dal nostro, che in passato ha già registrato altre sue canzoni, un pezzo ritmato e funky, dove impazza anche la sezione fiati e Cray usa il suo timbro vocale più energico.

Impiegato pure in I Don’t Care, un pezzo firmato da un altro degli “eroi” musicali di Robert, quel Sir Mack Rice che molti ricordano per avere scritto Mustang Sally e Respect Yourself degli Staples Singers, ma era pure un grande cantante soul, come conferma questo delizioso mid-tempo dal ritmo contagioso, nonché la super funky e con fiati Honey Bad che arriva più tardi nel disco, e in cui la band va di groove alla grande. I tre brani scritti dal musicista di Columbus sono delle love songs, tre ballate soul, tutte molto belle e cantate splendidamente: Just Low, You Made My Heart e The Way We Are. Rimane I’m With You, un vecchio brano scritto da Lowman Pauling dei Five Royales che mescola blues, R&B e doo-wop in modo divino, e poi nella sua ripresa finale permette a Cray di dare libero sfogo alla sua chitarra solista (che comunque si sente nel disco, eccome) per il brano più blues di questo album, che una volta di più lo conferma artista di grande bravura e carisma, un pilastro della musica nera!

Bruno Conti

Ca…spita Se Suonava(no), Uno Dei Migliori Concerti di Sempre Di Eric Clapton – Live In San Diego (With JJ Cale)

eric clapton live in san diego

Eric Clapton – Live In San Diego (With Special Guest JJ Cale) –  2 CD Reprise/Warner EU/

Come dicevo in fase di presentazione del disco, nella rubrica delle anticipazioni, più di un mese fa, lo scorso anno Eric Clapton ha annunciato il suo ritiro dalle scene, poi “fotografato” nei concerti di addio e nella pubblicazione dell’ottimo Slowhand At 70: Live At The Royal Albert Hall, e noi del Blog nel Post dedicato all’evento abbiamo titolato http://discoclub.myblog.it/2015/11/30/speriamo-che-ci-ripensi-eric-clapton-slowhand-at-70-live-at-the-royal-albert-hall/. In effetti il buon Eric da allora sembra averci ripensato: a maggio è uscito un nuovo album http://discoclub.myblog.it/2016/05/22/si-era-ritirato-fortuna-che-almeno-studio-lo-fa-eric-clapton-i-still-do/, preceduto da una serie di date in Giappone, in contemporanea alle date alla RAH lo scorso anno era uscita anche una raccolta Forever Man, dedicata al suo periodo con la Warner Bros e nel 2016 sembrava esserci  una nuova edizione del Crossroads Guitar Festival, ma era un refuso creato da un video in rete https://www.youtube.com/watch?v=Nn8tfnF39ek (in cui era caduto anche chi scrive)  e dall’apparizione di un cofanetto in 3 CD, peraltro bellissimo,con il meglio delle varie edizioni passate http://discoclub.myblog.it/2016/08/27/eric-clapton-guests-crossroads-revisited-i-dvd-ecco-il-cofanetto-triplo-i-cd/. Non contenti di tutto ciò ieri è uscito questo Live In San Diego di cui andiamo a parlare tra un attimo.

Breve premessa: in occasione della pubblicazione del disco The Road To Escondido, registrato in coppia con il suo amico e mentore JJ Cale, non fu intrapresa nessuna tournée particolare per promuovere l’album, per la nota riluttanza di Cale ad esibirsi dal vivo, ma Eric Clapton era già in giro per gli Stati Uniti con una super band. dove oltre ad Eric, alle chitarre c’erano anche Derek Trucks Doyle Bramhall II, entrambi presenti nel disco, oltre a Willie Weeks al basso e Steve Jordan alla batteria, più le doppie tastiere di Tim Carmon Chris Stainton, e le vocalist aggiunte Michelle John Sharon White, per dirla alla Pozzetto, una band della Madonna! Allora Clapton era in uno dei suoi vari vertici espressivi e il tour, in particolare la data al iPayOne Center di San Diego, dove Cale si unì alla compagnia per eseguire cinque brani nel corso del concerto, sono tra le cose migliori mai sentite (almeno dal sottoscritto) nell’intera carriera concertistica di Manolenta, una serata magica, non ancora inficiata dai problemi di salute, parlando con serietà dell’annunciato ritiro, causati dalla malattia degenerativa nervosa, una neuropatia periferica, che gli procura dei dolori molto forti che gli impediscono di suonare come lui sa, o comunque ne limitano parecchio il lavoro chitarristico.

Quel tour fu anche l’occasione per Eric, avendo altri due chitarristi in formazione, di proporre molti brani tratti dal disco classico di Derek And Dominos Layla & Other Assorted Love Songs: e infatti il concerto si apre con ben cinque brani tratti da quell’album splendido. In tutto il concerto le chitarre, e quella di Eric in particolare, sono il punto nodale dell’esibizione, con una serie di assoli fluidi e ricchi di tecnica ed improvvisazione, come solo in particolari e rare occasioni è dato sentire, La tetralogia di brani tratti da Layla si apre con una vibrante Tell The Truth, dove la slide di Derek Trucks si divide subito gli spazi solisti che le chitarre di Clapton e Bramhall, mentre la band crea un suono potente e corale, dove Doyle e le coriste sostengono con le loro voci quella di Eric e anche tastiere e ritmica sono immediatamente sul pezzo. Key To The Highway è uno degli standard assoluti del blues, qui ripresa in una versione elettrica e vibrante che non ha nulla da invidiare a quella  del disco originale, sempre con Bramhall II nella parte di seconda voce che fu di Bobby Whitlock,  la slide guizzante di Trucks nel ruolo di Duane Allman e il piano di Stainton a cesellare note. Ottima anche la ripresa di Got To Get Better In A Little While con la batteria di Steve Jordan che trovato un groove funky e coinvolgente non lo molla più, ben coadiuvato da tutta la band, Willie Weeks in particolare, mentre la versione di Little Wing, il pezzo di Jimi Hendrix che nel corso degli anni è diventato a sua volta uno standard nei concerti di Clapton, questa volta è più vicina al mood della ballata originale di Jimi, meno “galoppante”, più lenta e sognante, splendida e liquida come sempre, a parere di chi scrive una della dieci canzoni più belle della storia del rock, Per concludere la prima parte del concerto rimane Anyday, brano scritto con la collaborazione di Whitlock, un altro blues got rock got soul che esemplifica alla perfezione lo spirito e l’ispirazione di quell’album seminale per la carriera solista di Eric.

A questo punto viene chiamato sul palco JJ Cale per un quartetto di brani tratti dal meglio del suo repertorio e uno tratto da The Road To Escondido: bellissima l’apertura con Anyway The Wind Blows, che ci introduce subito al sound pigro e ciondolante tipico dei brani di Cale, per cui è stato coniato giustamente il termine laidback, JJ e Enrico la cantano all’unisono e il brano che si intensifica lentamente in un crescendo inesorabile si gusta alla grande, seguita da After Midnight, il brano apparso nel primo album di solista di Clapton, quello dove c’erano Delaney & Bonnie, e che fece conoscere il musicista dell’Oklahoma al mondo intero, con la band che si adegua allo stile più raccolto e meno scintillante di Cale, con i vari solisti più misurati nei loro interventi. Who I Am Telling You? è una delle canzoni meno conosciute del songbook di JJ, ai tempi era nuovissima, ma fa la sua bella figura, una ballata pianistica calda ed avvolgente, cantata a voci alternate; Don’t Cry Sister è un pezzo di taglio blues-rock, appariva su 5, forse non ha la fama di altre canzoni di Cale, ma conferma il gusto squisito e la finezza delle composizioni del chitarrista americano, anche nella versione che appare in questo Live In San Diego. Il riff di Cocaine è entrato nel subconscio di tutti gli amanti della musica rock, inconfondibile ed inesorabile, ti prende e ti trascina in un gorgo di sensazioni senza tempo che ammaliano il pubblico presente, assoli brevi e concisi per tutti, ma grande musica.

La parte finale del concerto è quella più blues, ma anche dei classici: Motherless Children, un altro dei riff più noti del canzoniere di Enrico, con l’uso della doppia slide e l’andatura incalzante tipica di questa versione dello standard di Blind Willie Johnson. Poi una versione monstre di Little Queen Of Spades, oltre diciassette minuti per questo brano di Robert Johnson che Clapton eseguiva già negli anni ’70, ma ha riscoperto nell’ultimo periodo, la versione di San Diego di questo slow blues è una delle più belle mai sentite, con il piano di Stainton che si prende i suoi spazi in vari momenti del pezzo e la solista di Eric che ci regala un primo assolo fluido e tagliente, nella migliore tradizione di quello che è stato definito, non a caso, “God”, per il suo stile unico ed inarrivabile (anche se l’arrivo di Hendrix da un altro universo, ai tempi gli creò non pochi problemi), nel prosieguo del brano anche Bramhall e la slide di Trucks hanno diritto ai loro interventi, fino al tripudio finale. Nel greatest hits di Clapton anche Further On Up The Road, uno splendido shuffle con uso di chitarre e assolo di organo, ha il suo giusto spazio, mentre Wonderful Tonight è una delle sue ballate più note, forse un filo caramellosa ma non può mancare nei concerti del nostro, scritta ai tempi per Pattie Boyd, rimane una delle più belle canzoni amore della storia della musica rock e la versione di San Diego non è priva di finezze, mentre Layla è un altro dei dieci pezzi rock all-time preferiti dal sottoscritto, qui riproposto nella prima versione, con Derek Trucks impegnato alla slide a non far rimpiangere quella che fu la parte di Duane Allman, e devo dire che ci riesce, in una versione gagliarda ed imperiosa, elettrica e vibrante, in una parola, splendida. Per l’ultimo brano, visto che i chitarristi erano pochi, sale sul palco pure Robert Cray, anche voce solista, in una ripresa solida e poderosa di un altro degli highlights del repertorio di Clapton, Crossroads, intensa e palpitante in un vorticoso interscambio di chitarre, per un trionfo del rock e del blues. Grande concerto, direi imperdibile, senza tema di ripetermi.

*NDB Anche se la presenza di tanti filmati del concerto in rete mi fa sperare (o temere) che prima o poi uscirà anche la versione video.

Bruno Conti

Qui Di Strabico C’è Solo Il Cuore! Keith Richards – Crosseyed Heart

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Keith Richards – Crosseyed Heart – Mindless/Virgin/Universal CD

Nella loro più che cinquantennale carriera i Rolling Stones hanno sbagliato ben pochi dischi (a mio personale giudizio solo tre – Their Satanic Majesties Request, Emotional Rescue ed Undercover – tra l’altro non brutti ma al massimo pasticciati), mantenendo anzi una media qualitativa sempre piuttosto alta, mentre diverso è il discorso quando si prendono in esame gli album solisti dei componenti delle Pietre. A parte i membri “di contorno” (e comunque Ronnie Wood qualche bel disco lo ha fatto, a differenza di Bill Wyman, di cui ho già detto cosa penso nel mio post sul suo ultimo disco http://discoclub.myblog.it/2015/07/11/speriamo-che-del-prossimo-disco-passino-altri-33-anni-bill-wyman-back-to-basics/ , mentre le avventure jazz del combo di Charlie Watts saranno anche impeccabili ma non sono il mio pane quotidiano); Mick Jagger è stato senza dubbio quello dal rendimento più altalenante: l’unico bel disco tra i quattro pubblicati dal cantante è Wandering Spirit, mentre sia She’s The Boss che Primitive Cool sono davvero brutti, e Goddess In The Doorway raggiunge la sufficienza di stima.

Keith Richards, invece, anche nei pochi episodi senza la sua band madre si è confermato personaggio di una coerenza esemplare, la vera anima rock degli Stones, sia con il discreto Talk Is Cheap del 1988 ma soprattutto con il roccioso Main Offender del 1993 (tra i due, anche un buon disco dal vivo con la sua band, gli X-pensive Winos), due lavori riusciti che però vengono messi in ombra dal nuovo CD di “Keef The Riff”, Crosseyed Heart, da qualche settimana nei negozi. Keith è sempre stato onesto fino all’autolesionismo (basta leggere la sua autobiografia, Life) e tutto ciò si riflette anche in questo bellissimo album, che ci presenta un musicista particolarmente ispirato alle prese con tutti i vari generi musicali da lui amati, proposti a modo suo, e cioè in maniera forse non formalmente perfetta ma ricca di pathos e con un cuore (strabico) grande così.

Tanto rock, un po’ di blues (meno del previsto comunque), una spruzzata di country e reggae ed una buona dose di soul fanno di Crosseyed Heart il miglior disco solista di Richards ed un ottimo surrogato in assenza di novità da parte del suo gruppo principale. Sono della partita musicisti da lui già utilizzati in passato (Waddy Watchel alle chitarre, Steve Jordan – che produce anche il disco con Keith – alla batteria, mentre il basso, e spesso anche il pianoforte, sono suonati dallo stesso Richards), con aggiunte quali Larry Campbell alla steel guitar, lo scomparso Bobby Keys al sassofono in un paio di brani (credo siano le sue ultime incisioni) ed alcuni ospiti di vaglia che citerò man mano. Un cenno lo merita la voce di Keith: sempre poco considerato come cantante (il minimo che ti può capitare se sei in un gruppo con Jagger), il nostro, che conosce i suoi limiti e quindi non esagera, sfodera in questo album una prestazione molto positiva, con il suo timbro non perfetto ma profondo e vissuto che dona alle canzoni quel quid in più.

La title track apre il disco in tono minore, un blues acustico, solo voce e chitarra, ma eseguito con una montagna di feeling: il pezzo è breve e confluisce nella martellante Heartstopper, una rock song elettrica, diretta e potente, con le schitarrate tipiche del nostro, voce minacciosa ed un tiro mica da ridere. Amnesia è rock’n’roll alla maniera di Keith, batteria e basso a stantuffo, un mood leggermente annerito ed il gradito intervento di Keys; Robbed Blind è invece una ballata toccante, con il piano (suonato da Richards) a svolgere un ruolo importante, un arrangiamento delicatamente country ed il nostro che non canterà come Pavarotti ma nelle rughe della sua voce si possono sentire tutte le tracce della vita vissuta nella corsia di sorpasso.

Trouble, che è il primo singolo, dimostra la fantasia e l’amore per il rischio delle case discografiche, in quanto ci troviamo di fronte al brano più stonesiano, classico, ed in un certo senso prevedibile del CD: avercene comunque di pezzi così; Love Overdue è un reggae, un genere molto amato da Keef (e meno dal sottoscritto), con Ivan Neville all’organo ed una sezione fiati a colorare il suono: c’è da dire che Richards risulta molto credibile in queste vesti e ci regala una melodia molto gradevole e solare, cantando anche piuttosto bene.

In Nothing On Me c’è il più famoso dei fratelli Neville, cioè Aaron, alle backing vocals, per una bella canzone, fluida e tersa, dal sapore soul-errebi sudista, un pezzo che con l’ugola istrionica di Jagger avrebbe spaccato, ma che anche così fa la sua porca figura; lo slow Suspicious, sempre molto soulful, riesce ad emozionare non poco, grazie anche al tono confidenziale della voce di Richards, mentre con Blues In The Morning siamo in pieno territorio rock’n’roll, ma quello puro, anni cinquanta, suonato ed arrangiato in modo volutamente vintage. Keith si diverte un mondo, e chi siamo noi per disapprovare? Something For Nothing è un curioso rock’n’roll, piuttosto Stones-style, con coro gospel alle spalle, non un gospel-rock, ma proprio rock’n’roll con coro: risultato decisamente intrigante, ed il gioco di chitarre è da applausi. Illusion, che si avvale della collaborazione di Norah Jones sia in sede di scrittura che di duetto vocale, è un lento pieno d’atmosfera con il piano a guidare le danze, e la strana coppia funziona. Just A Gift è uno degli highlights del disco, una splendida ballata elettroacustica cantata con il cuore in mano, con il piano ancora protagonista ed una melodia struggente; il famoso traditional Goodnight Irene diventa una sorta di valzer obliquo di grande fascino, con Keith che fa la parte del nonno ubriaco che canta la ninna nanna al nipotino. Chiudono Substantial Damage, un rockaccio nero, sporco e pericoloso (ma è quella che mi piace meno) e la deliziosa Lover’s Plea, altra ballata nel più puro filone country got soul, con un importante contributo all’organo del grande Spooner Oldham.

Un gran bel disco, con il quale Keith Richards conferma ancora volta di essere dalla parte giusta.

Marco Verdi

Quattro Decadi Del Miglior Blues Contemporaneo Dal Vivo. Robert Cray Band – 4 Nights Of 40 Years Live

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Robert Cray Band – 4 Nights Of 40 Years Live – 2CD+DVD/2CD+Blu-Ray/” LP – Provogue/Mascot

In effetti, a ben vedere, gli anniversari discografici sono sempre abbastanza vaghi, prendiamo il caso di questo peraltro bellissimo piccolo box dedicato a Robert Cray: da dove si parte a contare? Dalle prime apparizioni di Cray con band regionali assolutamente sconosciute ai più (lui nel video racconta che tutto iniziò nel gennaio 1974), però il primo album Who’s Been Talkin’? risale al 1980 e i primi riconoscimenti arrivano con Bad Influence del 1983! Certo, nelle varie brevi interviste che corredano la versione in DVD, Bonnie Raitt, Jimmie Vaughan, Eric Clapton magnificano il giovane Cray come una speranza del blues già dagli anni ’70, ma ho seri dubbi che lo conoscessero. Comunque sofismi e lamentele del vostro recensore a parte, questo 4 Nights Of 40 Years Live è una eccellente dimostrazione del perché il nostro sia sempre stato giustamente considerato uno dei “futuri del blues”, sin dalle sue prime apparizioni negli anni ’80. Keith Richards lo ha voluto nella house band per il film Hail! Hail!Rock’n’Roll su Chuck Berry, Clapton lo considera un suo pari e lo ho invitato spesso nei suoi Crossroads Guitar Festival, John Lee Hooker, Muddy Waters e B.B. King erano suoi amici ed estimatori, Buddy Guy ne esalta senza riserve le doti di chitarrista e cantante nel suo intervento nel video, dove appaiono anche alcune testimonianze sonore dal vivo del giovane Robert, con baffi e afro, nelle sue prime apparizioni al SFO Blues Festival di San Francisco del 1982, alle prese con versioni già da manuale del perfetto bluesman di T-Bone Shuffle e Too Many Cooks, con la sua Fender Stratocaster dal suono inconfondibile in bella evidenza, e una formazione con fiati, che ritorna poi per il concerto recente registrato a Los Angeles, prodotto da Steve Jordan, presente in un paio di filmati delle prove che aprono il DVD e nel concerto, con i musicisti che in giro in automobile raccontano episodi della carriera di Cray, integrati da vecchi interventi dello stesso Robert e poi da spezzoni tratti da un concerto per la televisione olandese nello spettacolo “Showdown” del 1987.

Se volete la sequenza esatta, l’ideale è ascoltare il doppio CD, ma il DVD ha comunque una immagine nitida, un suono perfetto e segue le evoluzioni di Cray e soci con dovizia di telecamere. Per l’occasione sul palco ci sono Richard Cousins, il suo bassista sin dai tempi dell’infanzia (va bene, facciamo dal ’79), il “nuovo” tastierista Dover Weinberg che era nella band nei primordi, dal 1974 al 1979 e il batterista Les Falconer che si alterna con Jordan sullo sgabello. Detto tutto questo ci possiamo tranquillante sparare una novantina di minuti di blues and soul dal vivo come solo Robert Cray sa fare: è pur vero che nella sua discografia in studio ci sono stati alti e bassi, comunque da quando è arrivato alla Provogue solo album eccellenti, ma in concerto il nostro amico è sempre stato una forza della natura e questo ennesimo disco Live è uno dei suoi migliori in assoluto. Shiver e Love Gone To Waste, presi dalle prove, danno subito una idea di quello che ci aspetta, poi seguono delle versioni da antologia di I’ll Always Remember You e di una intensa e sofferta Your Good Thing Is About To End, con la stupenda voce soul di Cray e la chitarra Fender dal suono cristallino e ricco di feeling, tecnica e forza, come il suo maestro e mentore Albert Collins gli ha insegnato,  ci deliziano come nel blues contemporaneo è difficile riscontrare. Le locations si susseguono, quattro diverse come ricorda il titolo, al Belly Up di Aspen arriva Kim Wilson dei Fabulous Thunderbirds per una versione fantastica della loro Wrap It Up, senza dimenticare che i musicisti impiegati ai fiati sono Trevor Lawrence, Steve Madaio e Tom Scott, non certo i primi che passano per strada https://www.youtube.com/watch?v=uuAf7lJFAD0 .

Tra gli ospiti, all’armonica appare anche il leggendario Lee Oskar dei War. Per inciso, come ricorda lo stesso Robert nelle interviste del video, ormai il nostro amico non è più un giovanissimo (62 anni compiuti all’inizio di agosto) e quindi oggi i giovani e le famiglie mostrano verso di lui la stessa deferenza che aveva il giovane Cray verso Buddy Guy & Junior Wells, Collins e gli altri grandi del Blues. Tornando al concerto Won’t Be Coming Home è una delle sue consuete blues ballads, ricche di soul e del suono limpido della sua chitarra, Smoking Gun, uno dei classici, viene dal concerto olandese, anche se il suono eighties fa un po’ a pugni con il lavoro ottimo della chitarra. Sittin’ On Top Of The World è quella con Lee Oskar all’armonica, una versione rispettosa ma ricca di fuoco https://www.youtube.com/watch?v=sORnx51VECA , mentre Two Steps From The World, molto bella, viene da Twenty, a conferma che il concerto va a pescare in tutta la produzione, nuova e vecchia, e non manca, con l’introduzione di Clapton che ricorda di averla incisa per August, Bad Influence, un brano che come puntualizza lo stesso Eric ha qualche parentela con il repertorio dei Dire Straits dell’epoca, gran bella canzone.

Altro classico di Cray, These Things, versione tirata e ad altissima densità chitarristica, prima di entrare nella fase finale con un trittico fantastico, Right Next Door (Because Of Me) viene da Strong Persuader, il suo album più celebre ed è una classica canzone tra soul e blues, tipicamente alla Robert Cray, chiamiamolo contemporary blues, con la solista che si lancia in saliscendi vorticosi di inarrivabile tecnica chitarristica, anche The Forecast (Calls For Pain) come These Things, viene da Midnight Stroll, e con i fiati sincopati ci rimanda a quel Memphis Soul & blues tanto amato dal nostro (Otis Redding un altro mito che Cray ricorda a tratti nel timbro vocale), infine, a chiudere, Time Makes Two, altra ballata che unisce i due amori di Robert Cray, la soul music e il blues, esecuzione fantastica, come peraltro in tutto il concerto https://www.youtube.com/watch?v=uuAf7lJFAD0 . Si dice spesso, ma per questa volta (non la sola) si può dire: imperdibile!

Bruno Conti

Novità Di Settembre Parte IV. Keith Richards, Judy Collins, Dave & Phil Alvin, Robert Forster, Glen Hansard

keith richards crosseyed heart

Altre novità in uscita venerdì 18 settembre: prima di tutto il nuovo album solista di Keith Richards, Crosseyed Heart esce a 23 anni di distanza dal precedente Main Offender, ma il suo principale collaboratore è rimasto il batterista e produttore Steve Jordan, con l’aiuto di Waddy Watchel e Bernard Fowler. Quindici brani contenuti nel CD pubblicato dalla Republic/Universal (ma negli USA la catena Best Buy ne pubblica una versione con una traccia extra, che però è solo una versione alternata di Love Overdue:

1. Crosseyed Heart
2. Heartstopper
3. Amnesia
4. Robbed Blind
5. Trouble
6. Love Overdue
7. Nothing On Me
8. Suspicious
9. Blues in the Morning
10. Something for Nothing
11. Illusion
12. Just a Gift
13. Goodnight Irene
14. Substantial Damage
15. Lover’s Plea

Tra i musicisti presenti anche gli altri X-Pensive Winos Ivan Neville alle tastiere e Sarah Dash alla voce, oltre all’ospite Norah Jones che duetta con Keith in Illusion. Goodnight Irene è proprio il celebre brano di Leadbelly, l’unica cover del disco, mentre il singolo estratto dall’album è Trouble.

judy collins strangers again

Altra giovinetta, alla tenera età di 76 anni Judy Collins pubblica un nuovo album Strangers Again, per la propria etichetta Wildflowers distribuzione Cleopatra; si tratta di un disco di duetti, credo una novità assoluta per “Judy Blue Eyes” e a differenza di altri prodotti similari della Cleopatra, questa volta sembra tutto materiale originale, niente brani riciclati da altri dischi e il cast che appare nel disco comprende sia grandi nomi della musica del passato quanto interessanti personaggi emergenti. Questa la lista delle canzoni con relativi ospiti:

 1. Strangers Again feat. Ari Hest
2. Miracle River feat. Michael McDonald
3. Belfast To Boston feat. Marc Cohn
4. When I Go feat. Willie Nelson
5. Make Our Garden Grow feat. Jeff Bridges
6. Feels Like Home feat. Jackson Browne
7. From Grace feat. Thomas Dybdahl
8. Hallelujah feat. Bhi Bhiman
9. Someday Soon feat. Jimmy Buffett
10. Stars In My Eyes feat. Aled Jones
11. Send In The Clowns feat. Don McLean
12. Races feat. Glen Hansard

Un paio, Ari Hest (anche se ha pubblicato una quindicina di dischi fino a oggi e ha scritto la title-track del nuovo album https://www.youtube.com/watch?v=bjS9o5W2WSc ) e Aled Jones (cantante gallese anche lui con una discografia sterminata), non sono molto popolari, ma Michael McDonald, Marc Cohn, Willie Nelson, Jeff Bridges, Jackson Browne, Jimmy Buffett Don McLean, in ordine di apparizione, non hanno certo bisogno di una presentazione, mentre gli emergenti Thomas Dybdahl, Bhi Bhiman Glen Hansard, hanno già mostrato il loro valore in più occasioni (e di un paio abbiamo parlato nel Blog). E anche alcune delle canzoni sono molto celebri: pezzi di Leonard Bernstein, Sondheim, Randy Newman, James Taylor e l’amato Leonard Cohen con una versione di Hallelujah che non vedo l’ora di sentire!

glenn hansard didn't he ramble

Proprio Glen Hansard, uno dei partecipanti al disco della Collins, pubblicherà il 18 settembre per la Epitaph/Anti Didn’t He Ramble, il suo secondo album solista, dopo l’esordio con Rhythm And Repose del 2012, ed una lunga serie di EP usciti a cavallo dei due album. L’irlandese Hansard, ex Frames Swell Season, si fa aiutare in questo disco da due Sam, Amidon Bean (conosciuto dai più come Iron And Wine). 

Questa è la lista dei brani, l’uscita del disco è anticipata dal video di Winning Streak che conferma la classe e le qualità di questo cantautore classico, uno dei migliori delle ultime generazioni, in possesso anche di una gran voce:

Tracklist
1. Grace Beneath The Pines
2. Wedding Ring
3. Winning Streak
4. Her Mercy
5. McCormack’s Wall
6. Lowly Deserter
7. Paying My Way
8. My Little Ruin
9. Just To Be The One
10. Stay The Road

dave alvin and phil alvin lost time

Ormai sembrano averci preso gusto e vogliono recuperare il tempo perduto. Secondo disco in coppia per Dave Alvin & Phil Alvin, a poco più di un anno dal precedente Common Ground, uscito a giugno dello scorso anno e che celebrava la musica di Big Bill Broonzy, questo Lost Time è sempre un disco di blues, visto nell’ottica dei due ex Blasters, con brani di James Brown, Leadbelly, Willie Dixon, Blind Boy Fuller e Leroy Carr, e quattro pezzi dal repertorio del loro primo mentore, il grande Big Joe Turner:

1. Mister Kicks
2. World’s In A Bad Condition
3. Cherry Red Blues
4. Rattlesnakin’ Daddy
5. Hide And Seek
6. Papa’s On The House Top
7. In New Orleans (Rising Sun Blues)
8. Please Please Please
9. Sit Down Baby
10. Wee Baby Blues
11. Feeling Happy
12. If You See My Savior

A giudicare da un paio di brani che anticipano l’album in uscita per la Yep Rock, sempre il 18 settembre, hanno fatto centro ancora una volta.

e

robert forster songs to play

Altro musicista che mi piace moltissimo è l’australiano Robert Forster, prima gloria nazionale nei grandissimi Go-Betweens, insieme all’altrettanto grande Grant McLennan, scomparso per un attacco di cuore nel 2006. Forster, era dal 2008, anno in cui venne pubblicato The Evangelist (peraltro molto bello, come sempre), che non pubblicava un disco nuovo e ora rompe il silenzio con questo Songs To Play che uscirà su etichetta Tapete Records (?1?), etichetta tedesca che ha distribuito anche gli ultimi album di Lloyd Cole, antologie escluse, a dimostrazione di un certo buon gusto. Vado sulla fiducia, poi in occasione dell’uscita effettiva ci sarà un post più sostanzioso, visto che nel Blog in passato non si è mai parlato di questa musicista.

Anche per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Il Titolo Del Disco Dice Tutto! Keb’ Mo’ – Bluesamericana

keb' mo' bluesamericana

Keb’ Mo’ – BLUESAMERICANA – Kind Of Blue Music

Se dovessi indicare un erede di Taj Mahal, anche se il buon Taj è tuttora vivo e vegeto, diciamo un epigono, un “seguace”, forse ancora meglio, vi farei sicuramente il nome di Keb’ Mo’. Entrambi eclettici polistrumentisti, Taj se la cava discretamente a chitarra, armonica, banjo, piano e ukulele, Kevin Moore, più virtuoso del “maestro”, suona chitarra, acustica, elettrica e slide, banjo, tastiere, basso, armonica, bravissimo pure alla resonator (e in questo album li suona tutti), come tecnica musicale è sicuramente superiore a Mahal, che però dalla sua ha una voce straordinaria, in grado di districarsi in tutti i generi, dal blues al soul e R&B, la musica reggae e caraibica in generale, naturalmente world music e tutti i sottogeneri, blues-rock, jazz blues, blues del delta, country music. Anche Keb’ Mo’ spazia attraverso vari stili, non per nulla, per ribadire questa caratteristica, ha voluto chiamare questo disco BluesAmericana, per ribattere a chi definisce la sua musica semplicemente Blues, mentre nei suoi dischi, fin dagli esordi ufficiali, con il disco omonimo del ‘94 (anche per lui, come per altri, forse il migliore, ma la qualità nel corso degli anni è rimasta sempre elevata, con qualche calo di tensione http://discoclub.myblog.it/2011/09/10/non-ci-ha-riflettuto-abbastanza-keb-mo-the-reflection/), ci sono sempre stati anche gli elementi della cosiddetta “Americana”: country, folk, rock, roots music, musica nera in generale e pure questo CD, al di là del titolo, si allinea su questi stilemi https://www.youtube.com/watch?v=jCXEv_1LavU .

keb' mo'1

La voce di Keb’ Mo’ è pure notevole, calda e suadente, meno “vissuta” forse di quella di Taj Mahal, più pulita, ma non priva di forza e grinta, come testimoniano anche i recenti tributi a Jackson Browne e Gregg Allman.Tra i tanti con cui ha collaborato in questo album troviamo Colin Linden, che per non entrare in rotta di collisione con il virtuosismo di Moore, si cimenta qui al mandolino in The Worst Is Yet To Come, il brano che apre questo CD e che ben evidenzia la musica che poi troveremo a dipanarsi nei successivi pezzi: c’è il blues, il rock, un tocco di gospel, che non avevamo citato (nei cori), e il risultato, per certi versi, può ricordare alcunii episodi della Band, con banjo e mandolino che si inseguono armoniosamente in questo divertente inventario di piccole disgrazie che si succedono senza soluzione di continuità, “il peggio deve ancora arrivare”, recita il titolo https://www.youtube.com/watch?v=1hul1kuWDKE . Keb’ Mo’ parte sempre da una base acustica, che doveva essere nelle intenzioni, il fil rouge del disco, ma poi, grazie all’intervento di molti ospiti e all’ottimo lavoro del co-produttore Casey Warner, che suona anche la batteria in alcune canzoni, ottiene un suono più ricco e complesso. Ad esempio in Somebody Hurt You, che è un blues intriso di spiritual, con un bel call and response con i quattro vocalists che curano le armonie vocali nel brano, impreziosito dalle chitarre elettriche del titolare, un organo suonato da Michael Hicks e una tenue speziatura di fiati.

keb' mo' 2

Come è successo a molti artisti prima di lui, tutti direi, la vita scorre e quindi Keb’ Mo’ non è più di primo pelo, va per i 63 anni, con una lunga gavetta alle spalle, ha acquisito una esperienza che gli permette di districarsi nei vari umori che compongono questo BluesAmericana, ad esempio Do It Right, dove banjo e armonica colorano le tessiture armoniche del brano che viene attraversato da una delicata slide acustica che caratterizza questo brano. I’m Gonna Be Your Man è un blues più canonico, anche se citazioni di celebri frasi di altre canzoni e quell’aria tra soul e gospel sono sempre presenti, come l’immancabile slide acustica e la resonator, mentre una sezione ritmica, precisa e presente comunque in quasi tutti i brani, lascia spazio nel finale anche ai fiati. Move è il brano più elettrico della raccolta, Tom Hambridge siede dietro i tamburi, Paul Franklin aggiunge la sua pedal steel al corpo musicale della canzone e il risultato potrebbe ricordare le cose migliori di Robert Cray https://www.youtube.com/watch?v=ejm-js8JW9c .

keb' mo'3

La pedal steel rimane anche per la successiva For Better Or Worse, una di quelle ballate struggenti, sulle pene d’amore in questo caso, che di tanto in tanto il nostro amico ci regala, cantata con grande partecipazione e suonata in modo compiuto, con slide e steel che si integrano perfettamente, avete presente il Ry Cooder più ispirato?   That’s Alright è una cover di un brano di Jimmy Rogers, il bluesman, Moore suona tutti https://www.youtube.com/watch?v=vtTxLIrumSYgli strumenti, lasciando solo la batteria a Steve Jordan, in un blues elettrico, di quelli duri e puri, molto bello, tipo il ricordato Taj Mahal dei primi dischi https://www.youtube.com/watch?v=sh16F0PguE0 . The Old Me Better, firmata con John Lewis Parker, è un perfetto esempio di Crescent City sound, con tanto di marching band aggiunta, i California Feet Warmers, che aggiungono autenticità al brano, difficile tenere fermi i piedi. Altro brano che giustifica l’Americana nel titolo è More For Your Money, scritta con Gary Nicholson, spesso pard di Delbert McClinton, una sorta di moderno ragtime elettroacustico sulla falsariga di certe cose di David Bromberg, come pure So Long Goodbye altra ballatona amorosa, dolce il giusto, senza essere troppo zuccherosa. Un buon album, tra i migliori della sua discografia.

Bruno Conti    

70 Anni E Non Sentirli: Un Grande! Garland Jeffreys – Truth Serum

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Garland Jeffreys – Truth Serum – Luna Park Records

Questa estate, all’incirca alla metà di luglio, ho avuto il grande piacere di assistere ad un concerto di Garland Jeffreys, in quel di Pavia, nella piazza principale della città (lo so, non ve ne ho parlato, ma lo faccio ora, incidentalmente, in coincidenza con l’uscita del nuovo album, Truth Serum). Un ottimo concerto: Garland si era esibito anche pochi giorni prima al Buscadero Day, ma nella data di Pavia il tempo a suo disposizione era decisamente superiore e quindi anche la possibilità di sviscerare il suo “magico” repertorio. Garland Jeffreys, come dico nel titolo, ha da poco superato i 70 anni, ma non lo sa, non se ne rende conto, non lo hanno avvisato, un insieme di tutti questi fattori e quindi un suo concerto è un piccolo evento: non ha perso l’abitudine di saltare giù dal palco (diciamo scendere), aggirarsi tra il pubblico con fare birichino, incitarli a cantare, creare alcune gags, anche involontarie.

In quella serata, ad un certo punto, si vede del movimento sul palco, e una signora comincia ad inveire (gentilmente) verso i musicisti della band di Jeffreys, in italiano naturalmente, e questi, non capendo cosa dice questa signora, e pensando ad una pazza, sembrano anche spaventati (in effetti, probabilmente, era un abitante della piazza che si lamentava per il volume della musica, ma erano passate da poco le dieci di sera!), Garland, memore dei suoi trascorsi italiani a Firenze, ai tempi dell’Università, prende in mano la situazione e accompagna, con tatto ma con fermezza, la distinta signora giù del palco, rivolgendosi poi al pubblico e dicendo che in tanti anni di carriera non gli era mai successo nulla del genere e che l’invaditrice ( termine non comune, ma al femminile fa così, non comune anche l’accaduto, peraltro) avrebbe potuto essere sua madre, forse dimenticando, e molti del pubblico non lo sapevano, che anche lui la sua bella settantina di anni ormai l’aveva raggiunta e quindi la “tipa” avrebbe dovuto averne più di 90, di anni, e francamente non mi sembrava. Poi ha ripreso il suo spettacolo, sciorinando con gran classe Wild In The Streets, Matador, R.o.c.k., Mistery Kids, Spanish Town, pezzi del penultimo album King Of In Between, bellissimo (vecchie-glorie-7-garland-jeffreys-the-king-on-in-between.html), cover di Dylan e del suo grande amico Lou Reed e tanti altri brani stupendi.

Nel corso del concerto annuncia ed esegue anche qualche anteprima del nuovo album Truth Serum, in uscita per l’autunno. Ottobre è arrivato e anche l’album, prodotto da Larry Campbell, con lo stesso Campbell e Duke Levine alle chitarre, Steve Jordan alla batteria, Brian Mitchell alle tastiere e Zev Katz al basso. E sapete una cosa, è un gran bel disco, ancora una volta Garland Jeffreys si conferma uno dei migliori autori e cantanti, quindi cantautore, della scena musicale americana, dai tempi dell’esordio nel lontano 1973 con un album omonimo, fiancheggiato dall’ottimo singolo Wild In The Streets e poi nelle decadi successive, la sua discografia, uscita con parsimonia, soprattutto negli ultimi anni passati a crescere la figlia Savannah, raramente ha avuto scadimenti di qualità, anche se le prove migliori, insieme all’eponimo album citato, potrebbero essere Ghost Writer, Escape Artist e l’eccellente live Rock’n’Roll Adult, ma come si fa a dimenticare American Boy & Girl e Guts For Love, quindi tutti in pratica, comunque al link della recensione di The King Of In Between trovate altre informazioni. Bruce Springsteen e David Letterman lo vogliono sui loro palcoscenici e lui non si fa certo pregare, ha detto che ha intenzione di calcare le scene almeno fino ad 80 anni e quindi gli servono nuove canzoni e quelle di Truth Serum sono ottime. Prima di parlarne, per inciso, vi ricordo anche che, a Garland Jeffreys insieme a Robyn Hitchock e al cantante cinese Cui Jian è stato assegnato il Premio Tenco 2013: secondo voi l’ineffabile “Vince Breadcrump” detto anche il Mollicone nazionale di chi avrà parlato nella sua rubrica sul TG1? Si, è proprio quello che state pensando, la Cina è vicina.

Ma veniamo alle canzoni del nuovo album del cantautore di Brooklyn: si apre con la bluesata, à la Jeffreys, title-track Truth Serum, con la slide di Levine a duettare con la solista di Campbell e Brian Mitchell all’armonica, grande partenza. Any Rain è un medium tempo rocker, nella migliore tradizione del suo repertorio, scritta per l’album precedente e conclusa nelle sessions del nuovo disco, grande lavoro ancora di Brian Mitchell, questa volta all’organo, ottimo come sempre Steve Jordan alla batteria e i due solisti pennellano con le loro chitarre, tutta la band nell’insieme è perfetta e la voce di Garland è pimpante come sempre. It’s What I Am è una bellissima ballatona acustica che ricorda il Van Morrison più ispirato o anche il Dylan di Blonde on Blonde, tra folk e soul, una vera delizia aggiunta il lavoro del pianoforte. Dragons To Slay è un “reggae-one” di quelli esagerati, chi legge queste pagine sa che non amo il genere, ma come mi pare di avere detto altre volte faccio una eccezione per Jeffreys, la Armatrading e Joe Jackson, ma non si sappia in giro (Bob Marley aveva detto ai tempi che Garland Jeffreys era il miglior cantante americano di reggae)! Is This The Real World, se non sapessimo chi l’ha scritta, potrebbe essere una canzone, e pure di quelle belle, del songbook del nostro amico Bruce, e non aggiungo altro, anzi…ma no, va bene così! Se fosse un vecchio LP, fine della prima facciata.

La seconda parte inizia con Ship Of Fools, un bel brano di impianto elettroacustico, chitarre elettriche ed acustiche si intrecciano con una fisarmonica suonata da Mitchell, il jolly dei strumentisti presenti nel CD, altra canzone che delizia i nostri padiglioni auricolari. Collide The Generations, scritto con la 17enne figlia Savannah in mente, destinata anche lei ad una carriera artistica, è il pezzo più rock di questa raccolta, con una chitarra tra lo psichedelico e l’hendrixiano nell’abbrivio del brano ed uno svolgimento nello stile del suo amico Lou Reed, gran ritmo e grinta come ai vecchi tempi. Far far away è uno di quei tipici brani in crescendo del repertorio di Jeffreys, parte lenta, con gli strumenti che entrano uno ad uno e poi diventa inarrestabile nelle ondate di melodia che si riversano sull’attonito e felice ascoltatore, ma allora si ancora buona musica in questo mondo? Ebbene sì! Colorblind Love è un funky blues dai ritmi spezzati e in levare, con il drumming agile ed inventivo di Jordan che fa da sfondo alle evoluzioni dei grandi musicisti che suonano in questo disco, con Garland Jeffreys che si lancia brevemente anche nel suo celebre falsetto. E per il finale, un po’ in tono minore, ma è l’unica, di questo Truth Serum, devo dire, ci si sposta ancora su tempi vagamente reggae, ma il ritmo lo detta il banjo(?!?) dell’ospite James Maddock, e Revolution Of The Mind, nonostante il titolo, non resterà negli annali delle migliori canzoni di Garland Jeffreys. Molte altre presenti nel disco però si’, e quindi a buon intenditore poche parole, anzi una: acquistare! Così, brutalmente.

Bruno Conti

Piccoli (Ri)Passi Della Storia Del Rock! Garland Jeffreys In Concerto A Pavia 17 Luglio 2013

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Ultima data del tour italiano di Garland Jeffreys, questa sera, 17 luglio 2013, in Piazza Vittoria a Pavia, concerto gratuito che chiude il breve tour italiano, 4 date, di questo autentico newyorkese, nato a Brooklyn il 3 luglio del 1943, quindi ha appena compiuto 70 anni. Grande amico di Lou Reed, conosciuto all’università di Syracuse nel 1964 e da allora i due sono rimasti grandi amici. In attesa della pubblicazione del nuovo album, finanziato dai fans, che stando al sito di Jeffreys  http://garlandjeffreys.com/ è in dirittura di arrivo, vi ripropongo quanto avevo scritto sul Blog in occasione dell’uscita dell’album The King Of In Between. Nel frattempo, come ha scritto anche sul suo sito “Viva Italia”. Il nostro amico, tra l’altro ha studiato proprio anche nel nostro paese all’Università di Firenze, sempre nei lontani anni ’60, e parla un discreto italiano!

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Garland Jeffreys – The King Of In Between – Luna Park Records

Ma vi sembrava possibile che fosse “scomparso” uno come Garland Jeffreys, anni 67 (le biografie danno come anno di nascita o il 1943 o il 1944, forse perché è nato il 1° gennaio del ’44?), luogo Brooklyn, New York, compagno di scuola (all’università) di Lou Reed, amico personale di Springsteen, nei suoi dischi hanno suonato, tra gli altri: Stan Getz, Dr. John, Sonny Rollins, James Taylor, David Bromberg, Linton Kwesi Johnson, Sly & Robbie, Phoebe Snow e ora, nuovamente, anche il buon Lou! Dicevo, vi sembra possibile che fosse scomparso? E infatti eccolo qua con un nuovo disco dopo quattordici anni di silenzio interrotti solo dalla raccolta I’m Alive pubblicata dalla Universal e qualche best e twofer rilasciato dalla australiana Raven.

E torna in pompa magna con un signor disco (a parte la eventuale reperibilità), uno dei suoi migliori in assoluto, nettamente superiore a quel Wildlife Dictionary del 1997 dove provava a cimentarsi anche con electrodance e trip hop, non con grandi risultati. E questo nonostante Jeffreys sia sempre stato un maestro delle fusioni di più musiche, nei suoi dischi più riusciti (e anche negli altri) hanno sempre convissuto rock, folk, soul e reggae (confesso di non essere un amante del reggae, per usare un eufemismo, ma Garland Jeffreys, con Joan Armatrading e Joe Jackson, è uno dei pochi da cui lo “reggo”). Don’t Call Me Buckwheat del 1991 era il disco dove meglio era riuscito a fondere “modernismo” e rock tradizionale, forse per merito di alcune ottime canzoni e dei testi a sfondo “razziale”, ma i suoi migliori, per il sottoscritto, rimangono quelli del periodo “rock”, l’ottimo Ghost Writer del 1977 e l’uno-due irresistibile di Escape Artist (dove apparivano anche Roy Bittan e Danny Federici) e il grandissimo disco dal vivo Rock’n’Roll Adult con Brinsley Schwarz dei Rumour alla chitarra.

Questo nuovo The King Of In Between (si sarebbe potuto chiamare Streets of New York se non l’avesse già fatto Willie Nile) lo riporta ai fasti del passato: prodotto da Larry Campbell, che ultimamente non sbaglia un colpo, da Tara Nevins agli Hot Tuna, passando per Levon Helm, con Roy Cicala che si occupa della parte tecnica (era l’ingegnere del suono ai Record Plant Studios ai tempi di Lennon e Springsteen), una manciata di ottime canzoni e lo spirito di un ragazzino (dimostra almeno dieci anni meno di quelli che ha), e una figlia di 14 anni (l’età non casualmente coincide con il suo ritiro dalle scene), Savannah, che vuole fare la musicista di professione e duetta proprio ai cori con Lou Reed in The Contortionist.

Coney Island Winter è una partenza fulminante, come ai tempi d’oro, un brano rock in crescendo, con basso funky, la batteria di Steve Jordan, le chitarre di Campbell e Duke Levine, e un tiro musicale che oltre che nel titolo ricorda anche nel suono il miglior Lou Reed e, perché no, anche il miglior Garland Jeffreys, uno dei migliori cantori della città di New York con lo scomparso Willy Deville. I’m Alive era uno dei due brani inediti nella raccolta del 2007, raffinatissimo negli arrangiamenti, tirato nei ritmi rock and soul e con un ritornello facilmente memorabilizzabile, praticamente una canzone perfetta. Streetwise è un funky-rock contaminato da una sezione archi da disco anni ’70 ma non può non piacere nella sua immediatezza e freschezza. La già citata The Contorsionist ha i ritmi cadenzati dei migliori pezzi di Garland con il vocione di Lou Reed che si presta per i coretti simil doo-wop del delizioso ritornello e la chitarra di Larry Campbell che ricama note. All around the world è il primo dei brani in stile reggae ma rivisto nell’ottica newyorkese di Jeffreys, con fiati e cori femminili a impreziosire la struttura sonora.

C’è spazio anche per il Blues con una fantastica ‘til John Lee Hooker Calls Me con la slide di Campbell, una fisarmonica insinuante e un ritmo boogie inesorabile. E di nuovo in Love Is A Not Cliché, quasi atmosferico alla Tom Waits se non fosse per le evidenti differenze tra il vocione di Waits e la voce più malleabile ed acuta di Jeffreys. Rock and Roll Music tiene fede al suo titolo, un brano che oscilla tra rockabilly e blues con grande energia. The Beautiful Truth è un altro brano anomalo, atmosferico, con un sound di chitarra che ricorda le “minisinfonie Stax” di Isaac Hayes mescolate a ritmi reggae e con il falsetto del nostro amico che galleggia sui ritmi spezzati. Roller Coaster Town è proprio reggae, con un filo di ska nei fiati sincopati però con New York sullo sfondo e Junior Marvin dei Wailers a unire passato e presente. In God’s Waiting Room è il pezzo acustico che non ti aspetteresti, solo la voce e una chitarra acustica slide, bellissimo peraltro con la voce che si arrampica improvvisamente verso dei falsetti incredibili.

La “traccia nascosta” sinceramente se la poteva risparmiare, si chiama Rock On, ma di rock non c’è nulla, su un tappeto di batterie elettroniche e synth a go-go cita a casaccio pezzi di vecchi brani e non mi entusiasma per nulla.

Per il resto nulla da eccepire, un signor album. Ora non vi resta altro da fare che trovarlo.

Bruno Conti

La Classe Non E’ Acqua! Boz Scaggs – Memphis

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Boz Scaggs – Memphis – 429 Records/Universal  05-03-2013

Questo signore non è un “pistola” qualunque (inteso come termine colloquiale milanese e non alla Los Lobos o Willy DeVille, per quanto qualche aggancio c’è, ma ci arriviamo fra un attimo)! Sulla scena da quasi 50 anni, il suo primo album, omonimo, uscito solo in Svezia è del 1965, la sua carriera ha attraversato vari fasi: rientrato negli States, nell’area di San Francisco, è stato il primo cantante della Steve Miller (Blues) Band, apparendo nei primi due album del ’68, poi ha firmato un contratto con la Atlantic, che ha pubblicato il suo primo album solista, prodotto dal giovanissimo Jann Wenner (il fondatore ed editore di Rolling Stone, la rivista), dove suonava uno stuolo incredibile di musicisti, tutti quelli dei Muscle Shoals Studios, luogo dove fu inciso il disco, Eddie Hinton, David Hood, Barry Beckett, Jimmy Johnson, Roger Hawkins e uno strepitoso Duane Allman, che tra l’altre, appare in una fantastica Loan Me A Dime, brano in cui, secondo me, rilascia quello che è il più prodigioso assolo di studio della sua breve carriera (e per questo gliene sarò sempre grato). Il disco, bellissimo, e tuttora nella lista dei 500 più belli di tutti i tempi, sempre secondo Rolling Stone (sia pure al 496° posto) è stato remixato nel 1977 da Tom Perry per mettere più in evidenza la chitarra di Allman, ma non a scapito di Boz Scaggs, che fa un figurone nel suo periodo blues. Nel 1971 firma per la Columbia, dove inaugura il suo periodo morbido ma ritmato, in una parola (facciamo tre) “blue-eyed soul”: con Moments, Boz Scaggs & Band, entrambi prodotti da Glyn Johns, In My Time, il ritorno a Muscle Shoals, prodotto da Roy Halee (quello di Simon & Garfunkel).

Insomma la Columbia ci credeva. E nel 1974 cominciamo ad arrivare i frutti: Slow Dancer, prodotto e con molti brani firmati da Johnny Bristol, ex grande soulman alla Motown, entra nei Top 100 delle classifiche USA e, fin dal titolo, rappresenta alla perfezione lo stile di Scaggs, un soul raffinato e leggermente danzereccio, ma di gran classe, che farà poi la fortuna due anni dopo, nel 1976, di Silk Degrees, funky vellutato rivestito di rock o viceversa, che venderà più di 5 milioni di copie, anche grazie a Lido Shuffle e soprattutto Lowdown, percorso da un riff di basso memorabile di David Hungate. Nel disco, tra i futuri Toto, oltre ad Hungate, suonano anche il tastierista David Paich e Jeff Porcaro, alla batteria, oltre a Les Dudek, Fred Tackett, Tom Scott, Chuck Findlay e altri veterani della scena californiana metà anni ’70, che poi sarebbe degenerata negli anni a venire, in un suono bieco e commerciale. Questo disco è commerciale, ma c’è ancora gran classe, che poi andrà scemando lentamente, insieme al successo, nei successivi Down Two Then Left e Middle Man, che nonostante la presenza di Santana, Lukather e molti altri musicisti, nelle note se ne contano una trentina, sommerge la voce sempre valida di Scaggs sotto una miriade di tastiere (soprattutto Synth), voci e fiati, con risultati inversamente proporzionali al numero dei presenti. Poi, dopo un best, la Columbia lo mette in naftalina fino al 1988, quando riappare con Other Roads, un disco con un sound orribile, tipico anni ’80, con drum machines e tastiere elettroniche a profusione, sempre nonostante i musicisti usati, ma era il periodo. Nel 1994 firma per la Virgin e riappare con Some Change, un bel disco, dove la sua bellissima voce e una manciata di buone canzoni, scritte per la maggior parte dallo stesso Boz, una a testa anche con Marcus Miller e Robben Ford, lo riportano a quel soul bianco di cui è sempre stato un maestro.

Nel 1996 fa un mezzo unplugged per il mercato giapponese, Fade Into Light, dove re-interpreta i suoi classici in versioni che pemettono di gustare vieppiù la sua voce e con Come On Home sempre su Virgin del 1997, a fianco del R&B e del Rock, reintroduce anche il blues primo amore. Dig è un altro buon disco del 2001, sempre in quel filone, mentre in But Beatiful del 2003, poi doppiato con Speak Low del 2008, si dà al jazz raffinato e agli standards, ben suonati e ben cantati, ma secondo chi scrive, un po’ pallosi, senza quella scintilla, quel quid che ogni tanto lo ha distinto negli anni. E che si trova invece, nell’ottimo doppio dal vivo, Greatest Hits Live, pubblicato nel 2004 per la Mailboat di Jimmy Buffett, dove con la classe innata che lo contraddistingue, tra blues, rock e classici, ci ricorda perché è considerato uno dei “tesori nascosti” della musica americana. Mi sono dilungato un attimo, ma ne valeva la pena: veniamo ora a questo Memphis, già dal titolo una promessa di prelibatezze. Registrato ai Royal Studios, Memphis, Tennessee, quelli di Al Green e Willie Mitchell, prodotto da uno Steve Jordan (John Mayer Trio, Ex-Pensive Winos di Keith Richards, Robert Cray, Buddy Guy, Clapton, quelli che meritano) in stato di grazia, sia dietro alla consolle che alla batteria, con Ray Parker Jr., Willie Weeks, Lester Snell, il sommo Spooner Oldham alle tastiere, una batteria di voci femminili di cui non so i nomi, perché non ho ancora in mano il disco e l’accoppiata formidabile Keb’ Mo’  alla slide e Charlie Musselwhite all’armonica in un blues “fumante” come ai vecchi tempi, Dry Spell, dove anche il lavoro di Jordan ai tamburi è da applausi.

In tutto il disco Boz Scaggs canta con una voce che è un terzo John Hiatt, un terzo Willy DeVille e un terzo lui reincarnato in qualche grande soulman del passato (per capire con chi abbiamo a che fare se non lo avete mai sentito). Gone Baby Gone è melliflua, raffinata e melismatica come John Hiatt che canta Al Green con il divino organo di Oldham a ricreare il sound dorato della Hi Records e tutti i musicisti misurati ed evidenziati dalla produzione di Jordan. Per evitare gli equivoci So Good To Be Here è proprio quella di Al Green, con l’arrangiamento di archi e fiati di Snell ad aggiungere quel tocco di classe in più ad un brano che è l’epitome del soul perfetto, con la chitarrina di Parker maliziosa. Willy DeVille, stranamente poco conosciuto ed amato in America, dopo quello di Peter Wolf, riceve ora l’omaggio di Scaggs in una rivisitazione deliziosa di Mixed Up, Shook Up Girl, che cita, nell’arrangiamento ondeggiante e complesso a livello ritmico anche quei Drifters che erano uno dei punti di riferimento del grande Willy, i coretti sullo sfondo sono da sballo e lui, Boz, canta alla grande. In Rainy Night In Georgia sfodera un vocione alla Tony Joe White che è perfetto per la canzone, qui in una versione raccolta e felpata, quasi acustica. Love On A Two Way Street è una ballata soul scritta da Sylvia Robinson quella che ha scritto Pillow Talk per Al Green, ma anche Rapper’s Delight, il brano fu un successo per i Moments nel 1970 ed è una piccola meraviglia, con quelle voci femminili che si intrecciano sotto la voce magica di Scaggs e il piano di Spooner Oldham.

Pearl Of The Quarter sarà mica degli Steely Dan? Certo che sì, nel festival della raffinatezza poteva mancare uno dei migliori rappresentanti? E poi Scaggs, con Michael McDonald canta anche nei Dukes Of September, il gruppo in cui, pure con Donald Fagen, gira il mondo per spargere il verbo del soul e della buona musica in generale, inutile dire, versione sontuosa nel magnifico lavoro ritmico di Jordan. Altro omaggio ai Mink De Ville, in questo caso, con una canzone Cadillac Walk, che risveglia i vecchi ricordi di uno che è stato anche il cantante della Steve Miller band e di rock e blues se ne intende, altro arrangiamento sospeso tra grinta e sofisticatezza, con la chitarra dello stesso Scaggs e le percussioni di Jordan in vena di magie.

Che vengono reiterate in una versione super di Corrina, Corrina, folk blues acustico di matrice sopraffina, con un assolo di chitarra acustica che non so di chi sia, ma dalla classe potrebbe essere sempre Keb’ Mo’ e nel soul d’annata di Can I Change My Mind, un grande successo di Tyrone Davis che gli amanti del genere forse ricordano, ma che per tutti gli altri sarà una piacevole sorpresa, con quell’intermezzo parlato della voce femminile che è da antologia del genere, l’organo ssscivola che è un piacere. Oltre alla Dry Spell ricordata all’inizio c’è poi un altro blues da manuale come You Got Me Cryin’ e per concludere una ballata pianistica Sunny Gone, scritta dallo stesso Boz Scaggs e che porta a compimento l’album con un’aura di malinconica bellezza. Come si diceva nel titolo “la classe non è acqua”. Gran bel disco!

Bruno Conti