Ci Sono Voluti Più Di Cinquant’Anni, Ma Questo E’ Un Signor Disco Dal Vivo! Steve Winwood – Greatest Hits Live

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Steve Winwood – Greatest Hits Live – 2 CD Wincraft Records

Ve ne avevo anticipato l’uscita ancora alla metà di luglio, ma il 1° settembre è finalmente uscito questo doppio CD dal vivo di Steve Winwood. Come ricordavo in quel Post pare incredibile ma, in oltre 50 anni di carriera, Winwood non aveva mai pubblicato un disco dal vivo a nome suo: ne ha fatti con i Traffic, con i Blind Faith, con gli Airforce di Ginger Baker e i Go di Stomu Yamash’ta, oltre allo splendido doppio CD e DVD con Eric Clapton Live At Madison Square Garden, uscito nel maggio del 2009, quindi poco prima della nascita del Blog, e quindi non avevo potuto parlarvene. Ma ora rimedia con questo eccellente Greates Hits Live che fin dal titolo ci ricorda che si tratta di una carrellata su tutti i suoi grandi successi (e non solo) attraverso 23 brani che coprono tutto l’arco della sua carriera, dagli esordi con lo Spencer Davis Group fino a Fly, unico brano tratto dal suo ultimo album in studio Nine Lives, uscito nel 2008, dove era proprio accompagnato da alcuni degli stessi musicisti che suonano in questo doppio CD, ovvero Jose Neto alla chitarra, Richard Bailey alla batteria, Paul Booth al sax, flauto e Hammond (quando Winwood passa alla chitarra), più il percussionista Edson “Cafe” da Silver. Musicisti non notissimi ma solidi e professionali che regalano all’album, inciso benissimo, un sound molto caldo ed espansivo, rodato dai vari tour effettuati da Steve e compagni, e da cui sono stati estratti i brani inseriti in questo disco dal vivo.

Che come richiede l’iconografia della migliore musica rock è un classico doppio Live. Non depone a favore della discografia mondiale che Steve Winwood se lo sia dovuto pubblicare sulla propria etichetta personale, la Wincraft, distribuita dalla Thirty Tigers negli Stati Uniti, ma forse ha preferito così per essere più libero nelle scelte. Veniamo al concerto che si apre su I’m A Man, un brano che faceva parte del repertorio dello Spencer Davis Group (uscito come singolo in Inghilterra, e che dava il titolo al loro secondo album americano del ’67, di cui ricordo una versione formidabile nel primo album dei Chicago), scritta da Jimmy Miller e lo stesso Steve, qui in una versione dal sapore funky e latineggiante all’inizio, con ampio uso di percussioni, fino all’entrata dell’organo Hammond di Winwood che inizia a lavorare di fino e poi lascia spazio al sax di Booth, poi si passa al classico riff di Them Changes, un brano molto Hendrixiano di Buddy Miles (già nello show del Madison Square Garden con Clapton), dove si apprezza molto la voce grintosa e senza tempo di Winwood (come in tutto il disco peraltro), anche se l’uso del sax, in certi momenti, è fin troppo invadente, ma l’assolo di chitarra è notevole. Fly, come si diceva in fase di presentazione, è il brano più recente, una delle classiche ballate del musicista inglese, che dimostra di non avere perso la capacità di scrivere belle canzoni e cantarle ancora meglio, interessante anche l’arrangiamento con organo, sax e flauto che si incrociano come nei brani dei Traffic. mentre con Can’t Find My Way Home Had To Cry Today, i due pezzi dei Blind Faith, si entra nel vivo del concerto, anche se le versioni odierne non sono belle come gli originali, comunque si tratta di brani immortali, felpata e avvolgente la prima, molto grintosa la seconda, con la band che entra in un mood più rock e le chitarre cominciano a scaldarsi.

Mentre The Low Spark Of High-Heeled Boys è il primo brano dei Traffic in scaletta, stranamente, nonostante i suoi otto minuti, comunque più breve della versione originale, in ogni caso una versione jazzata e raffinata, seguita da Empty Pages, uno dei brani più belli di John Barleycorn e di tutta la discografia del nostro, bellissima, con l’organo che scivola maestoso, sostenuto dal sax e dalla voce senza tempo di Winwood (veramente 69 anni e non sentirli) che intona questa melodia con piglio deciso. Back In The High Life Again fa parte del periodo più leggero e “modaiolo” dello Steve anni ’80, ma comunque in questo arrangiamento elettroacustico, con Steve al mandolino, guadagna molti punti, e anche Higher Love, tratta dallo stesso disco del 1986, ha quel tocco funky e blue-eyed soul tipico del musicista di Birmingham (ok, Handsworth). Poi si torna al passato con un a grande versione di Dear Mr. Fantasy, dove si apprezza anche lo Steve Winwood chitarrista, che non ha nulla da invidiare all’organista, con il celebre brano dei Traffic, uno dei brani classici del rock britannico, dal crescendo entusiasmante, fino alle esplosioni ripetute della solista che mulina di brutto nella parte centrale e finale. E anche Gimme Some Lovin’ è un altro dei cavalli di battaglia del repertorio del nostro amico, un pezzo dove è impossibile rimanere fermi senza seguire quel riff irresistibile e che gli ha guadagnato ad inizio carriera la nomea di Ray Charles bianco. A questo punto finisce il primo CD, ed alcuni dei brani più noti ce li siamo già giocati nella sequenza inconsueta in cui sono stati impostate le canzoni.

Il secondo CD si apre con Rainmaker, un altro dei brani di Low Spark, uno dei pezzi più “atmosferici” della band inglese, con Booth che riprende il lavoro del flauto di Chris Wood per una versione complessivamente affascinante. E anche Pearly Queen, uno dei pezzi più rock dei Traffic non scherza, ottima versione, come pure quella del celeberrimo strumentale Glad (a lungo sigla della trasmissione radiofonica Per Voi Giovani), anche questo estratto da John Barleycorn e dal riff notissimo, con sax e organo a duettare con libidine. A sorpresa poi tocca alla seconda cover del doppio Live, una versione di Why Can’t We Live Together, notissimo brano di Timmy Thomas del 1972, tra R&B e jazz light, molto adatto allo stile di Winwood che ne dà una versione molto bella, sospesa e sorniona, con organo, chitarra acustica e voce che sembrano nuotare sul groove della canzone. 40,000 Headmen era.sul 2° omonimo disco dei Traffic, quando Dave Mason era ancora in formazione, ed è firmata anche da Jim Capaldi, un brano quasi folk-rock psichedelico che mantiene lo spirito innovativo dell’originale. In questo balzare avanti e indietro nel tempo, a questo punto del concerto tocca a Walking In The Wind, uno dei brani più funky e sinuosi del songbook dei Traffic, era su When The Eagle Flies, caratterizzato da un giro di basso ricorrente e dalle svisate del B3 di Winwood, e poi a Medicated Too, sull’ultimo disco della prima fase dei Traffic, altro pezzo tra i più rock-psych della band inglese, con la chitarra in bella evidenza. John Barleycorn Must Die è uno dei capolavori del gruppo, un brano folk tradizionale che è diventato a sorpresa una sorta di inno transgenerazionale e che ancora oggi non manca di emozionare, una sorta di anticipazione all’epoca dei Led Zeppelin più pastorali e del folk britannico.

Per la parte finale del concerto Winwood si concede al sound più americano e di successo commerciale della sua carriera solista:prima con While You See A Chance Arc Of A Diver, le due canzoni tratte da quel disco del 1980, quello inciso in solitaria con una forte preponderanza del suono del synth, tanto che il disco venne etichettato anche come synthpop e new wave, oltre che blue-eyed soul, ma le canzoni erano belle e hanno ben sopportato il passar del tempo, grazie ad una melodia solare e radiosa, che risalta anche in queste versioni più d’assieme e  dal piglio rock’n’soul, e poi con quella voce può cantare quello che vuole, e in questa porzione del concerto, probabilmente tratta da altre date, appaiono anche delle belle voci femminili di supporto. Diciamo che la scelta delle sequenza dei brani del CD non è forse felicissima perché i brani migliori mi sembra siano andati tutti (con qualche pezzo mancante nella tracklist ideale, qualcuno ha detto Presence Of The Lord?, però l’ha scritta Eric, allora Sea Of Joy, ma non si può avere tutto dalla vita). Comunque prima della fine c’è tempo ancora per una vivacissima e  molto funky Freedom Overspill, con wah-wah, e tocco magico dell’organo e sax a dividersi gli spazi e per Roll With It, in una versione quasi da soul revue, molto calda e ritmata. Insomma un bel doppio dal vivo, con tutte le anime della musica di Steve Winwood ben rappresentate, anche se, ripeto, il sottoscritto avrebbe messo i brani del concerto in un’altra sequenza, ma è un piccolo appunto, per il resto ottimo ed abbondante!

Bruno Conti

Un Sudista “Anomalo”. Randall Bramblett – Juke Joint At The Edge Of The World

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Randall Bramblett  – Juke Joint At The Edge Of The World – New West

Nuovo album per Randall Bramblett, veterano della scena southern e blues americana: secondo AllMusic è il suo 11° album, ma al sottoscritto ne risultano almeno quattordici, compresi un paio di Live e uno in coppia con il chitarrista australiano Geoff Achison. Diciamo che la fama del cantante di Jesup, Georgia, eccellente tastierista e anche sassofonista, è legata, almeno nella parte iniziale di carriera, ai Sea Level Mark II, quelli più funky e jazz-rock a fianco del classico rock sudista, ma anche a Gregg Allman, la quasi omonima Bonnie Bramlett, Elvin Bishop, Bonnie Raitt, Robbie Robertson, più avanti nel tempo Steve Winwood e Warren Haynes, oltre a decine di altri artisti a cui ha prestato le sue doti di sessionman. Comunque i suoi album solisti, che dagli inizi anni 2000 escono, più o meno regolarmente, ogni due o tre anni, quasi tutti per la New West, sono sempre piuttosto buoni, nessuno un capolavoro, ma spesso e volentieri dischi solidi e ben fatti che mescolano tutti gli ingredienti citati.

Anche questo nuovo Juke Joint At The Edge Of The World, che almeno nel titolo farebbe presagire a un omaggio ai tipici locali della zona del Mississippi dove la gente andava (e forse va ancora) a sentire il vecchio blues, in effetti poi ruota attorno a tutti gli elementi tipici della musica di Bramblett. I dieci brani portano tutti la firma di Randall, a parte una cover abbastanza particolare che poi vediamo e spaziano dal futuristico boogie-blues dell’iniziale Plan B dove la voce roca e vissuta, per quanto non molto potente, di Bramblett si fa largo tra un giro di basso funky, un drum loop che poi sfocia nell’ottimo drive del batterista Seth Hendershot, un piano elettrico e la chitarra cattiva e distorta di Nick Johnson, uno dei due ottimi solisti che si alterna con Davis Causey. Lo stile è insomma quello solito del nostro amico, southern raffinato, ma anche ruvido, sulla falsariga dei vecchi Sea Level, come conferma il sinuoso funky-blues di Pot Hole On Main Street, dove Randall comincia a soffiare anche nel suo sax, tra derive R&B e light jazz, mentre Trippy Little Thing, inserisce addirittura qualche leggero elemento psichedelico anni ’70, con la chitarra con wah-wah di Causey ancora in evidenza, a fianco del sax.

Garbage Man, che aggiunge una tromba alle procedure, vira di nuovo verso un funky/R&B che potrebbe rimandare sia al rock sudista quanto al sound dello Steve Winwood vecchia maniera, grazie al piano elettrico insinuante del nostro; I Just Don’t Have The Time miscela ancora elementi blues e atmosfere sudiste, sempre viste però più dal lato Sea Level o Wet Willie, quindi con funky e R&B sempre presenti, e un sopraffino assolo di organo di Bramblett molto laidback., con uno stile che si può accostare, a grandi linee, a gente come Mose Allison o Ben Sidran, soprattutto il secondo. Since You’re Gone è una strana ballata dalle atmosfere sospese, mentre la cover di cui vi dicevo è Devil’s Haircut, il brano di Beck, che ben si accoppia con il mood sonoro dell’album, ritmica in spolvero, tempi sincopati, voce laconica, inserti di tastiere e fiati e il classico riff della chitarra a guidare le danze, piacevole, seppur non memorabile, un po’ come tutto l’album, che raramente decolla verso l’eccellenza assoluta, pur mantenendo sempre un buon livello qualitativo. E anche la fiatistica Fine e l’Afro Funk di Mali Katra si mantengono su queste traiettorie ricche di classe e stile, ma a cui forse manca la scintilla del fuoriclasse. E la morbida “ballad” conclusiva Do You Want To Be Free, per quanto delicata e deliziosa non modifica il giudizio complessivo.

Bruno Conti

Il Primo Disco Dal Vivo Di Steve Winwood? Ebbene Sì, Esce Il 1° Settembre. Steve Winwood – Greatest Hits Live

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Steve Winwood – Greatest Hits Live – 2 CD/4 LP Wincraft – 01-09-2017

Lo ribadisco, per quanto possa sembrare incredibile, questo è il primo disco dal vivo ufficiale di Steve Winwood, per essere onesti come solista: perché ovviamente, nel corso degli anni, sono usciti album Live praticamente di quasi tutte le formazioni in cui ha militato, Spencer Davis Group escluso. Sono state pubblicate registrazioni dei Blind Faith (per quanto solo in DVD), Traffic, Airforce (il supergruppo con Ginger Baker), dei Go di Stomu Yamash’ta, il Live At Madison Square Garden con Eric Clapton, ma mai a nome proprio. E quindi il buon Steve per colmare la lacuna ha deciso di pubblicare un bel doppio dal vivo con la propria etichetta personale, la Wincraft.

Le canzoni sono estratte dagli archivi personali dello stesso Winwood e registrate nel corso delle ultime tournée, anche se al momento non è dato sapere dove e quando: quindi non un unico concerto, ma una serie di brani scelti da Steve dal suo immenso songbook, e che toccano tutte le fasi della sua carriera, iniziata ben 54 anni fa nel 1963, quando il ragazzo prodigio Stevie Winwood esordiva a 15 anni nello Spencer Davis Group. Ecco la lista completa dei brani.

[CD1]
1. I’m A Man
2. Them Changes
3. Fly
4. Can’t Find My Way Home
5. Had To Cry Today
6. Low Spark of High Heeled Boys
7. Empty Pages
8. Back In The High Life Again
9. Higher Love
10. Dear Mr Fantasy
11. Gimme Some Lovin’

[CD2]
1. Rainmaker
2. Pearly Queen
3. Glad
4. Why Can’t We Live Together
5. 40,000 Headmen
6. Walking In The Wind
7. Medicated Goo
8. John Barleycorn
9. While You See A Chance
10. Arc Of A Diver
11. Freedom Overspill
12. Roll With It

Come vedete tra i brani eseguiti c’è anche Them Changes il brano di Buddy Miles che veniva suonato dalla Band Of Gypsys di Jimi Hendrix, oltre ai classici dei Blind Faith, Spencer Davis Group, Traffic e quelli tratti dei suoi dischi solisti.

Bruno Conti

Per Ricordare Uno dei Grandissimi :Un Fine Settimana Con Lou Reed The RCA & Arista Album Collection, Parte II

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Lou Reed – The RCA & Arista Album Collection – Sony Box Set 17CD

Parte 2

Berlin (1973): quando tutti si aspettano un bis di Transformer, Lou arriva con Berlin, un concept duro, drammatico e difficile, con testi che parlano di violenza, droga e morte, un disco all’epoca ferocemente criticato. Prodotto da Bob Ezrin, e con sessionmen come Jack Bruce, Stevie Winwood e la fantastica coppia di chitarristi Steve Hunter e Dick Wagner, Berlin è stato col tempo rivalutato, ed oggi è considerato uno dei capolavori reediani, a partire dalla gelida title track (molto diversa da quella su Lou Reed), passando per la potente Lady Day, alla struggente Men Of Good Fortune, alle due diverse Caroline Says (la seconda è una meraviglia), fino ai due capolavori assoluti: How Do You Think It Feels, rock ballad sontuosa con splendido assolo di Wagner, e l’angosciosa ma emozionante The Kids. Grande disco, anche se ostico.

Rock’n’Roll Animal (1974): se non ci fosse stato il Live At Fillmore East degli Allman Brothers Band, questo sarebbe il mio disco dal vivo preferito degli anni settanta, e quindi probabilmente di sempre. Registrato a New York, Rock’n’Roll Animal vede un Lou Reed in forma assolutamente strepitosa, accompagnato da una band da sogno (ancora Hunter e Wagner alle chitarre, Prakash John al basso, Pentti Glan alla batteria e Ray Colcord al piano), per un’esplosione elettrica che raramente è stata immortalata altre volte su disco. Solo cinque canzoni (di cui quattro dei Velvet), ma nella loro versione definitiva: la Sweet Jane più bella di sempre (imperdibile il boato del pubblico quando riconosce il famoso riff alla fine della lunga intro strumentale), una Heroin mai così agghiacciante, una devastante White Light/White Heat in versione boogie, una Lady Day che cancella persino quella di Berlin, ed il finale ad altissimo tasso elettrico con Rock’n’Roll. Qui cinque stelle sono pure poche.

Sally Can’t Dance (1974): uno dei dischi più immediati del nostro (è stato anche l’unico ad entrare nella Top Ten), che si apre e chiude con due straordinarie ballate, Ride Sally Ride e Billy, e presenta brani come l’ottimo rock’n’roll Animal Language, la raffinata e suadente Baby Face, la controversa, ma musicalmente ineccepibile, Kill Your Sons e la potente title track, con grande uso di fiati, quasi un brano southern. Un lavoro più che buono, anche se inevitabilmente inferiore sia a Transformer che a Berlin.

Metal Machine Music (1975): il più sonoro vaffanculo di un artista verso la sua casa discografica (che si limitava a chiedere un disco come da contratto), ma anche un atto poco rispettoso verso i fans, Metal Machine Music è un esperimento di noise music lungo più di un’ora (in origine era un doppio LP), ottenuto mediante il feedback della chitarra ed altre diavolerie tecnologiche. Un disco inascoltabile, si fa fatica ad arrivare a due minuti, figuriamoci i 64 totali, anche se c’è da dire che Lou pagherà in prima persona questa specie di scherzo. Non date retta ai critici snob che negli ultimi anni hanno tentato di rivalutarlo: Metal Machine Music era e rimane una solenne e rumorosa ciofeca.

Coney Island Baby (1976): dopo il disastro del disco precedente, la RCA ordina a Lou di tornare in studio e registrare un disco rock, e lui, unico caso in carriera, obbedisce (forse aveva capito che non poteva tirare oltremodo la corda): il risultato è Coney Island Baby, uno dei suoi migliori album in assoluto. Un disco solido, asciutto (anche nelle ballate), diretto e vigoroso, che ci fa ritrovare un Lou Reed tirato a lucido, con canzoni come la splendida Crazy Feeling, orecchiabile come poche altre volte, la soave Charley’s Girl, quasi un rifacimento di Walk On The Wild Side, la fluida She’s My Best Friend, dallo strepitoso finale chitarristico, e due classici assoluti come Kicks, con il suo progressivo crescendo, e la stupenda title track, una sontuosa ballata, tra le più belle mai messe su disco da Lou. Nella mia top three di dischi reediani (in studio) dopo Transformer e New York.

Rock And Roll Heart (1976): un album poco considerato (anche a posteriori), in quanto ha la sfortuna di essere “schiacciato” in mezzo a due pezzi da novanta come Coney Island Baby ed il successivo Street Hassle, e che fallirà addirittura l’ingresso nella Top 50 (Lou sta in parte ancora pagando l’affronto di Metal Machine Music). Il disco in certi momenti è persino leggero e fruibile (alla maniera del nostro, ovviamente), con brani corti e diretti come l’allegra I Believe In Love, o il rock’n’roll di Banging On My Drum, pura adrenalina, o ancora You Wear It So Well e Ladies Pay, due ottime ballate pianistiche, dai toni epici la prima (e con Garland Jeffries ai controcanti), più distesa e rilassata la seconda. Per non dire della deliziosa title track, in cui Lou canta in maniera rigorosa; il resto è piuttosto nella norma, facendo di Rock And Roll Heart un disco di facile ascolto ma alla lunga privo di brani che facciano la differenza.

Street Hassle (1978): altro grande disco, duro (nei testi), poetico, crudo, urbano, che concede poco all’ascoltatore occasionale. La parte del leone la fa sicuramente la lunga title track, una mini-suite in tre movimenti, una delle migliori prove di songwriting del nostro, pur se di difficile assimilazione (e con un cameo vocale non accreditato di Bruce Springsteen, che stava registrando Darkness On The Edge Of Town nello studio accanto). Altri highlights dell’album, che è stato registrato parzialmente dal vivo in Germania (pur con solo brani nuovi), sono la scintillante Gimme Some Good Times, che riprende volutamente il riff di Sweet Jane, il boogie sbilenco I Wanna Be Black, la folgorante (e quasi disturbante) Shooting Star. E gli perdoniamo l’insulsa Wait.

Live: Take No Prisoners (1978): l’unico doppio CD del box, questo live composto da dieci pezzi registrati al mitico Bottom Line di New York è spesso stato criticato per le lunghe parti parlate anche in mezzo alle canzoni, da parte di un Lou Reed insolitamente loquace ed estroverso, ma da qui a definirlo cabarettistico (ho sentito anche questa) ce ne vuole. Certo, non sarà Rock’n’Roll Animal, ma quando il gruppo suona il suo dovere lo fa alla grande, con eccellenti versioni di Sweet Jane, Satellite Of Love, Pale Blue Eyes (peccato il synth), una I’m Waiting For The Man riarrangiata blues, Coney Island Baby, ed anche una buona Street Hassle ed una I Wanna Be Black nettamente meglio dell’originale, con un grande Marty Vogel al sax. Dall’altro lato, a corroborare le critiche, una Walk On The Wild Side tirata per le lunghe e che non arriva mai al dunque.

Fine parte 2

Marco Verdi

Eric Clapton & Guests – Crossroads Revisited. Dopo I DVD Ecco Il Cofanetto Triplo Con I CD!

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Eric Clapton And Guests – Crossroads Revisited – 3 CD Rhino/Warner

Questo cofanetto esce ora anche in formato CD, e quindi a eventuali fans di Eric Clapton (e di tutti gli altri grandi artisti coinvolti) si pone il quesito se si debbano eventualmente ricomprare, per collezione, anche questa edizione in un formato diverso dai DVD e Blu-Ray in cui erano stati pubblicati in origine, ma il manufatto, peraltro molto bello esteticamente, come vedete qui sopra, e con un prezzo contenuto, si rivolge anche a quella platea che non ama il formato video come supporto di queste uscite (e vi assicuro che, stranamente, sono molti). Quindi ben venga pure questa versione audio, ancorché delle varie edizioni, quella del 2013, era già uscita in un doppio CD,  sia pure solo con una selezione di brani estratti da quel concerto. Quindi direi che ora ci manca solo Neil Young che ne faccia la versione in Pono. Per completare la disamina dei contenuti in questo caso parliamo di una selezione di pezzi scelti dagli eventi del 2004, 2007 e 2010, e anche 2013, per cui bando alle ciance e vado a (ri)ascoltare e rivedere (come ripasso) cosa troviamo in questi favolosi festival della chitarra. Sotto trovate la tracklist completa dei contenuti:

[CD1]
1. Sweet Home Chicago Eric Clapton, Robert Cray, Buddy Guy, Hubert Sumlin, & Jimmie Vaughan (2004)
2. Rock Me Baby Eric Clapton, Buddy Guy, B.B. King, & Jimmie Vaughan (2004)
3. Steam Roller James Taylor with Joe Walsh (2004)
4. What The Cowgirls Do Vince Gill with Jerry Douglas (2004)
5. After Midnight J.J. Cale with Eric Clapton (2004)
6. Green Light Girl Doyle Bramhall II (2004)
7. Hell At Home Sonny Landreth with Eric Clapton (2007)
8. City Love John Mayer (2004)
9. Funk 49 Joe Walsh (2004)
10. Drums Of Passions (Jingo) Carlos Santana with Eric Clapton (2004)
11. Cause We’ve Ended As Lovers Jeff Beck (2007)
12. Have You Ever Loved A Woman (Blues In C) Eric Clapton (2004)
13. Layla Eric Clapton (2004)

[CD2]
1. Little By Little Susan Tedeschi with The Derek Trucks Band (2007)
2. Poor Johnny The Robert Cray Band (2007)
3. Paying The Cost To Be The Boss B.B. King with The Robert Cray Band, Jimmie, Vaughan, & Hubert Sumlin (2007)
4. Tulsa Time Sheryl Crow with Eric Clapton, Vince Gill, & Albert Lee (2007)
5. On The Road Again Willie Nelson with Sheryl Crow, Vince Gill, & Albert Lee (2007)
6. Isn’t It A Pity Eric Clapton (2007)
7. Belief John Mayer (2007)
8. Mas Y Mas Los Lobos (2007)
9. Big Block Jeff Beck (2007)
10. Presence Of The Lord Steve Winwood & Eric Clapton (2007)
11. Cocaine Eric Clapton (2004)
12. Waiting For The Bus/Jesus Just Left Chicago ZZ Top (2010)
13. Don’t Owe You A Thing Gary Clark Jr. (2010)
14. Bright Lights Gary Clark Jr. (2010)

[CD3]
1. Our Love Is Fading Sheryl Crow with Eric Clapton, Doyle Bramhall II, & Gary Clark Jr. (2010)
2. Lay Down Sally Vince Gill with Sheryl Crow, Keb Mo , Albert Lee, James Burton, & Earl Klugh (2010)
3. Space Captain Derek Trucks & Susan Tedeschi Band with Warren Haynes, David Hildago, Cesar Rosas, & Chris Stainton (2010)
4. Hammerhead Jeff Beck (2010)
5. Five Long Years Buddy Guy with Jonny Lang & Ronnie Wood (2010)
6. Hear My Train A Comin’ Doyle Brahmhall II (2010)
7. Dear Mr. Fantasy Steve Winwood & Eric Clapton (2010)
8. Born Under A Bad Sign Booker T. with Steve Cropper, Keb’ Mo’, Blake Mills, Matt “Guitar” Murphy, & Albert Lee (2013)
9. Everyday I Get The Blues The Robert Cray Band with B.B. King, Eric Clapton, & Jimmie Vaughan (2013)
10. Please Come Home Gary Clark Jr. (2013)
11. Tumbling Dice Vince Gill with Keith Urban & Albert Lee (2013)
12. I Shot The Sheriff Eric Clapton (2010)
13. Crossroads Eric Clapton (2013)

L’apertura è affidata ad uno dei super classici del blues, parliamo di Sweet Home Chicago, con Eric che incrocia subito la sua chitarra con Robert Cray, Hubert Sumlin, Jimmie Vaughan e Buddy Guy, che è anche la voce solista, ed è subito goduria estrema, in una jam da brividi, anno 2004, come quasi tutto il primo CD. Vi segnalo solo i brani più interessanti, ma ce ne sono ben 40 nel triplo, e tutti validi: Rock Me Baby, con il vecchio B.B. King in gran forma, che si unisce a Guy e Vaughan, è in una grande versione, e anche James Taylor, in versione bluesman, alle prese con Steamroller, con Joe Walsh alla chitarra, è una bella sorpresa. Le varie serate, oltre al blues e al rock, che fanno la parte del leone, ospitano anche altri stili, per esempio il country di What The Cowgirls Do con Vince Gill che canta ( e suona, capperi se suona!) e Jerry Douglas che lo spalleggia da par suo al dobro, mentre After Midnight, è “genere” JJ Cale, e il suo autore inizia a cantare e suonare, poi arriva Eric. Hell At Home, anno 2007, con Clapton che accompagna il maestro della slide Sonny Landreth; Drums Of Passions (Jingo) è l’incontro con il latin rock di Carlos Santana, in un duello titanico di soliste, con Eric che poi lascia il palcoscenico a Jeff Beck per una splendida Cause We’ve Ended As Lovers, il tributo a Roy Buchanan dal concerto del 2007. A seguire Clapton sale al proscenio con due suoi cavalli di battaglia, una lunghissima Have You Ever Loved A Woman, il brano più lungo del triplo CD e Layla, la più bella canzone mai scritta da Enrico (ma anche Presence Of The Lord, che però è legata alla voce di Steve Winwood).

Il secondo CD si apre con il rock got soul eccitante di Little By Little, cantata da Susan Tedeschi, accompagnata dalla Derek Trucks Band, annata 2007, dallo stesso anno una eccellente Paying The Cost To Be The Boss, di nuovo B.B. King, con Robert Cray, Hubert Sumlin e Jimmie Vaughan. Ottima anche la versione, tutti insieme appassionatamente, di Tulsa Time, Sheryl Crow, Eric Clapton, Albert Lee e Vince Gill, che rimangono poi per accompagnare Willie Nelson in On The Road Again. Altro momento topico una splendida versione di Isn’t It A Pity, il bellissimo brano di George Harrison, cantato dal padrone di casa, che inchioda anche un assolo magnifico. Gagliardi anche i Los Lobos con Mas y mas e John Mayer che con Belief dedicata a BB King, dimostra di non essere solo un belloccio, ma anche un grande chitarrista. Jeff Beck viene da un altro pianeta, e in Big Block ci introduce per la prima volta ai grandi talenti della allora giovanissima bassista Tal Wilkenfeld. A questo punto c’è Presence Of The Lord con Winwood che cede all’inizio il microfono a Clapton, poi scatenato al wah-wah e pure Cocaine, di nuovo dall’annata 2004, non è male come canzone, potrebbe avere successo.

Gli ZZ Top dal vivo sono sempre micidiali, il medley Waiting For The Bus/Jesus Just Left Chicago del 2010 lo testimonia, Billy Gibbons non ha più voce ma alla chitarra se la “cava” ancora. Come pure Gary Clark Jr. con l’uno-due di Don’t Owe You A Thing e Brights Light, uno dei nuovi talenti. Terzo CD che si apre con Sheryl Crow Our Love Is Fading, poi Lay Down Sally, Vince Gill, di nuovo la Crow, e per il reparto chitarre Keb’ Mo’, Albert Lee, James Burton e Earl Klugh.  Bellissima Space Captain, l’omaggio a Joe Cocker, con Derek Trucks e Susan Tedeschi Band insieme a Warren Haynes, David Hildago, Cesar Rosas e Chris Stainton. Jeff Beck (presente in tutti e tre i CD) in Hammerhead e Buddy Guy, con Jonny Lang e Ron Wood, in Five Long Years, strapazzano le chitarre da par loro. E Steve Winwood dimostra di essere anche un grande chitarrista con una versione siderale di Dear Mr. Fantasy, insieme a Clapton, che rimane anche per una notevole Everyday I Have The Blues, guidata da Robert Cray, di nuovo con BB King e Jimmie Vaughan, uno dei cinque pezzi estratti dall’annata 2013. Ricorderei altri due altri classici di Clapton, I Shot The Sheriff, dal 2010, e a chiudere il tutto, non poteva mancare, una potente versione di Crossroads! Ma sono belle tutte, ripeto, anche quelle non citate. Una annata non male per uno che si è “ritirato”, il disco nuovo di studio, fra poco il Live con JJ Cale, e ora anche questo.

Bruno Conti

Speriamo Che Ci Ripensi! Eric Clapton – Slowhand At 70: Live At The Royal Albert Hall

eric clapton slowhand at 70 live at royal albert hall

Slowhand At 70: Live At The Royal Albert Hall – Eagle Rock/ 2CD/DVD – 3LP/DVD – DVD – BluRay – Deluxe 2CD/2DVD

Nel corso della sua lunga carriera Eric Clapton non ci ha mai fatto mancare incisioni dal vivo, sotto forma, a seconda dei momenti di LP, CD o DVD, e con almeno due di essi assolutamente imperdibili (l’elettrico Just One Night del 1980, del quale ancora attendo una ristampa come si deve, ed il famoso e pluripremiato Unplugged del 1992) (*NDB E il cofanetto quadruplo Crossroads 2 tutto con materiale dal vivo anni ’70 dove lo mettiamo?), ma questo Slowhand At 70 ha un’importanza particolare, in quanto testimonia il meglio delle serate conclusive (lo scorso mese di Maggio) del suo ultimo tour, in quanto il nostro al compimento dei 70 anni ha deciso di appendere la chitarra al chiodo, almeno come live performer. Non è un caso che questo doppio CD (o DVD/BluRay se vi interessa anche la parte video) sia stato registrato nella splendida cornice della Royal Albert Hall, in quanto il famoso teatro londinese è sempre stato un po’ la sua seconda casa, avendoci suonato la bellezza di 178 volte come solista e 205 se aggiungiamo anche le esibizioni con i vari Yardbirds, Cream, Delaney & Bonnie e partecipazioni varie a spettacoli benefici insieme ad altri artisti. Alcune di queste apparizioni fanno peraltro parte del DVD aggiuntivo della versione Deluxe (comprese alcune con i Cream e, purtroppo, anche una con Zucchero), che per una volta mi sento di consigliare dato il costo stranamente contenuto e la bella confezione a libro con stupende foto in alta definizione.

Ma veniamo al concerto documentato su questo doppio CD, che è manco a dirlo, bellissimo (direbbe il Mollicone nazionale, come lo chiama Bruno *Altro NDB Anche Vince Breadcrump per gli anglofili!)): Clapton sapeva che erano le ultime volte che calcava un palco, e quindi ha dato tutto sé stesso, sia come chitarrista che come cantante, seguito dalla sua abituale band, un combo dal suono assolutamente potente e con una serie di fuoriclasse assoluti al suo interno (il grande Chris Stainton al pianoforte, l’altrettanto bravo Paul Carrack all’organo e voce, la possente sezione ritmica formata da quei due maestri di Nathan East al basso e Steve Gadd alla batteria, oltre alle coriste Michelle John e Sharon White), un gruppo che fornisce l’alveo perfetto per le canzoni del nostro, un suono potente e robusto, dove ovviamente domina la chitarra di Manolenta, ma anche piano ed organo dicono la loro; dulcis in fundo, il disco è registrato in maniera magnifica, l’ho ascoltato a volume adeguato e mi sembrava di avere Eric davanti che suonava per me.

eric clapton live at rah

L’album inizia con un dovuto e sentito omaggio all’amico e fonte d’ispirazione JJ Cale, con una versione robusta della poco nota Somebody’s Knockin’ On My Door, che serve per scaldare l’ambiente a dovere; l’amore principale di Clapton, si sa, è il blues, ed in questo concerto ce n’è parecchio, a partire da una strepitosa Key To The Highway, trascinante come non mai, con il nostro che arrota come sa e la band che lo segue a ruota (e Stainton inizia a fare i numeri sulla tastiera). Tell The Truth è uno dei brani di punta di Layla And Other Assorted Love Songs, e qui la troviamo in una roboante versione che potrei definire quella definitiva, con assolo finale formidabile (altro che mano lenta…); Pretending sul disco Journeyman non mi piaceva molto a causa dei suoi synth e di un suono un po’ gonfio, ma qui gli strumenti sono veri ed il brano aumenta notevolmente il suo appeal, mentre il classico di Willie Dixon (o Muddy Waters) Hoochie Coochie Man è blues deluxe, classe e potenza che si fondono insieme per una rilettura tutta da godere (un plauso anche alle due ottime coriste). You Are So Beautiful è un pezzo di Billy Preston che Eric fa cantare a Carrack, che è bravo ma in un concerto di Clapton io vorrei sentire solo Clapton, ancora di più quando il classico dei Blind Faith Can’t Find My Way Home è ceduto a Nathan East, grande bassista ma come cantante non proprio (ma non si poteva coinvolgere Steve Winwood anche se solo per una canzone?).

Per fortuna Manolenta si riprende la scena con una fluida e possente I Shot The Sheriff: io non amo il reggae, ma se Eric è in serata riuscirebbe a farmi digerire anche l’hip hop, e poi questa volta il classico di Bob Marley ha un arrangiamento decisamente più rock (e che chitarra!); è quindi il momento della parte acustica, con quattro pezzi: due classici blues, Driftin’ Blues e Nobody Knows You When You’re Down And Out, nei quali Eric ci dà un saggio della sua immensa classe (e la seconda è davvero splendida), la sempre toccante Tears In Heaven, dedicata al figlioletto tragicamente scomparso, alla quale uno strano arrangiamento questa volta sì reggae toglie un po’ di pathos, ed una Layla eseguita in puro unplugged style, sempre bella ma per le serate finali di una carriera avrei preferito la versione elettrica. La band riattacca la spina per una vibrante e maestosa Let It Rain, seguita dalla famosissima Wonderful Tonight, una ballad che non ho mai amato moltissimo (e secondo me neppure George Harrison…scusa George per la battuta squallida ma anche tu da lassù so che apprezzi l’ironia), ma non potevo certo pretendere che Eric non la facesse.

Poteva mancare Robert Johnson? Assolutamente no, e quindi ecco una solida Crossroads ed una scintillante Little Queen Of Spades, ancora con un formidabile Stainton; chiude la serata Cocaine (ancora Cale, come all’inizio), una scelta forse scontata ma sempre una grande canzone. L’unico bis, al quale partecipa anche Andy Fairweather-Low, è in tono secondo me minore: non è che High Time We Went di Joe Cocker sia brutta (a proposito, il buon Fornaciari deve aver ascoltato una o due volte questa canzone, per usare un eufemismo, prima di “comporre” la sua Diavolo In Me), ma perché come gran finale avrei preferito ascoltare una White Room o una Sunshine Of Your Love, anche perché, a parte Crossroads che è comunque una cover, i Cream sono stati incredibilmente ignorati. Ma alla fine sono quisquilie: Slowhand At 70 è un signor album dal vivo (se consideriamo il superbox dei Grateful Dead una ristampa potrebbe essere anche il live dell’anno), che mi fa sperare che, come dico nel titolo del post, Eric Clapton ritorni sulle sue decisioni e si faccia ancora vedere su qualche palcoscenico ogni tanto.

Marco Verdi

Ma E’ Ancora Vivo, Eccome! Van Morrison – Duets: Re-Working The Catalogue, La Recensione.

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Van Morrison – Duets: Re-Working The Catalogue – Yada/Yasca – RCA/Sony – 24-03-2015 “Ma è ancora vivo!”: circa un mesetto fa così titolavo il post dove vi annunciavo l’uscita del nuovo disco di “Van The Man”, ora l’attesa è finita e il nostro amico è vivo e vegeto, pronto anche a lui a compiere i 70 anni alla fine di agosto, e li festeggia con un bel disco di duetti, andando a pescare nel suo enorme catalogo passato di canzoni, lasciando per una volta da parte i classici per rivisitare episodi cosiddetti minori, che parlando però di uno come Van Morrison , tali non sono, diciamo meno conosciuti. Inutile dire che l’album suona un gran bene e lui ha ancora una voce strepitosa, non sempre, forse, i suoi partners sono all’altezza, ma nel complesso il disco pare destinato a diventare un piccolo classico del suo catalogo, per rimanere in tema con il titolo e in ogni caso l’arte del duetto è sempre stata insita nella natura di Morrison. Quindi andiamo a vedere, brano per brano, cosa succede in questo Duets. Per l’occasione si è preso come collaboratori per completare l’album, registrato lo scorso anno tra Belfast e Londra, non uno ma addirittura due produttori, Don Was e Bob Rock, e dall’aria che si respira nel disco sembra che si sia divertito parecchio a farlo, a giudicare dalle risate di compiacimento tra i due alla fine di How Can A Poor Boy?, il duetto dal vivo con Taj Mahal, o la complicità che traspare nello scambio di battute musicali tra lui e Chris Farlowe nella rilettura di Born To Sing, il brano più recente, apparso nel disco omonimo del 2012.

1. Some Peace Of Mind – Van Morrison & Bobby Womack Il brano che apre questa raccolta era stato in origine pubblicato nel doppio album (l’unico in studio dell’irlandese) del 1991, Hymns To The Silence. E Morrison in un’intervista recente https://www.youtube.com/watch?v=1mYkDbmJ8S8 dice che non era a conoscenza delle cattive condizioni di salute di Womack che sarebbe morto a fine giugno del 2014, anzi, gli pareva in buona forma, almeno esteriormente. Il brano viene proposto in una versione più grintosa rispetto a quella del 1991, con Van e Bobby che si alternano alla voce solista e poi armonizzano nel finale, mentre un bel arrangiamento di archi e fiati irrobustisce il sound della canzone, con due soli di sax e trombone che lo impreziosiscono. Un classico esempio di soul alla Van Morrison, tanto per aprire alla grande.

2. If I Ever Needed Someone – Van Morrison & Mavis Staples La voce di Mavis Staples ha combattuto mille battaglie sonore nel corso degli anni e risente, con una certa raucedine, del passare del tempo, ma è ancora animata dal fuoco del gospel e del soul e in questa versione di un brano che appariva su His Band And The Street Choir, un disco del 1970, è assolutamente paritaria con il “vecchio” Van, per un risultato che emoziona non poco, grande musica.

3. Higher Than The World – Van Morrison & George Benson

Questo brano viene da Inarticulate Speech Of The Heart, uno degli album più spirituali della discografia del rosso irlandese, che in questo caso appoggia il suo stile al jazz-soul di Benson, con una versione ritmata e mid-tempo dove l’artista americano ha modo di mettere in evidenza il suo vellutato stile chitarristico e anche accenni del suo tipico scat vocale, piacevole senza essere memorabile, bello l’assolo di sax nel finale, ma a memoria l’originale mi sembrava più bello.

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4. Wild Honey – Van Morrison & Joss Stone

Wild Honey era su Common One, un altro dei dischi del periodo soul celtico degli anni ’80 e Joss Stone se la cava alla grande, mettendo a disposizione del suo ospite quella bella voce che la conferma come uno dei migliori giovani talenti del soul contemporaneo https://www.youtube.com/watch?v=10lpglxnM0I , l’interscambio tra le due voci è perfetto, e per una volta entrambi possono duettare tra pari, su uno sfondo quasi jazzato di gran classe. Il tono della voce di Van pare essere quasi compiaciuto e deliziato nello splendido finale con i due in assoluta libertà.

5. Whatever Happened To P.J. Proby – Van Morrison & P.J. Proby P.J. Proby ormai veleggia verso i 77 anni, ma già nel 2002 il nostro Van si chiedeva cosa gli fosse successo, in questo piccolo divertissement che all’origine si trovava su Down To Road. Il vecchio texano (ma tutti sono convinti che sia inglese, perché lì si è svolta la sua carriera), una dozzina di anni dopo gli fa sapere che tutto va bene e dimostra di essere ancora in grado di fare un bel duetto tra leggende, anche se il brano obiettivamente era e rimane, in questo caso, “minore”!

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6. Carrying A Torch – Van Morrison & Clare Teal

Clare Teal è considerata una delle più grandi cantanti jazz inglesi contemporanee (sentire per credere https://www.youtube.com/watch?v=0ppqwywWias), quella che ha avuto in tempi recenti il contratto più sostanzioso da una etichetta discografica. La voce è in effetti deliziosa e contribuisce non poco alla bellezza di una ballata sentimentale come Carrying A Torch, sempre tratta da Hymns To The Silence, dove gli archi e il piano sono gli altri elementi portanti di questo intenso brano.

7. The Eternal Kansas City – Van Morrison & Gregory Porter

The Eternal Kansas City era su A Period of Transition, forse a ragione considerato il disco “più brutto” del primo periodo di Van Morrison, anche se non si direbbe, a giudicare da questa versione registrata con Gregory Porter, una delle stelle del nuovo jazz americano https://www.youtube.com/watch?v=zbBbI8N2qJc , vincitore del Grammy 2014 di categoria ed in possesso di una voce in grado di spaziare con estrema facilità tra jazz e soul, come dimostra in questa canzone, anche grazie all’intermezzo strumentale che è jazz puro e all’incrociarsi libidinoso delle due voci https://www.youtube.com/watch?v=r5iS336UiDw .

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8. Streets Of Arklow – Van Morrison & Mick Hucknall Veedon Fleece è uno dei miei album preferiti in assoluto di Van Morrison, uno dei più complessi ed intensi della sua discografia e Streets Of Arklow una delle canzoni più belle del disco. Questa versione che segna l’incontro tra i due “rossi” mantiene la magia mistica dell’originale ed è uno dei punti più alti di questo album di duetti, anche grazie a “Mister Simply Red” Mick Hucknall che realizza una delle migliori interpretazioni vocali della sua carriera. Perfetta. 9. These Are The Days – Van Morrison & Natalie Cole La canzone era una delle più belle in Avalon Sunset, uno degli album di maggior successo della carriera di Morrison, quello per intenderci che conteneva anche Whenever God Shines His Light e Have I Told You Lately. Si tratta di una ballata mid-tempo, leggera e scorrevole, che si attaglia perfettamente alla voce di Natalie Cole. van morrison 4

10. Get On With The Show – Van Morrison & Georgie Fame

Georgie Fame è stato l’organista della band di Morrison dal 1989 al 1997, ma è stato anche uno degli artisti di maggior successo nelle classifiche inglesi degli anni ’60 con ben tre brani al numero uno, poi si è ritagliato una carriera R&B e Jazz che prosegue a tutt’oggi: i due vanno a nozze con questa canzone tratta da What’s Wrong With This Picture?, un disco dei primi anni 2000 uscito per la Blue Note, qui ripreso in una divertente versione a tempo di cha-cha-cha.

11. Rough God Goes Riding – Van Morrison & Shana Morrison

La figlia di Van, Shana, ha già duettato parecchie volte con il babbo, sia nei suoi dischi come in quelli del padre e fa la sua porca figura (nel senso che canta veramente bene) in questa bellissima riscrittura di un brano che appariva in origine su The healing game, il disco del 1997 che è uno dei migliori del Morrison dell’ultimo periodo. Classico celtic soul con Van che però viene interrotto e sfumato quando cominciava ad infervorarsi da par suo nel finale della canzone, che rimane comunque tra le più soddisfacenti dell’album.

12. Fire In The Belly – Van Morrison & Steve Winwood

L’incontro tra due delle più belle voci della musica britannica avviene sulle note della bluesata Fire In The Belly, sempre tratta da The healing game, e i due cantano, cazzo che se cantano, scusate, mi è scappato, ma ci voleva.Oggigiorno, in una pletora di dischi inutili dove ci vengono magnificati e propinati improbabili cantanti provenienti da talent show e gare sonore varie, presentati come fenomenti, sentire due che cantano (e suonano, sentire l’assolo di organo di Steve Winwood) così è un vero piacere per le orecchie https://www.youtube.com/watch?v=aH9R0KN7y5s

13. Born To Sing – Van Morrison & Chris Farlowe A proposito di gente nata per cantare, come recita il titolo del brano, Born To Sing, che era anche il titolo dell’ultimo album di Van Morrison sino ad oggi (in effetti era No Plan B), pure il duetto con Chris Farlowe,  uno che a livello di talenti canterini non scherza, è notevole. Tra Sam Cooke e Ray Charles i due si sfidano in un brano fiatistico di grande appeal, musica “semplice”, in fondo stanno “cantando il blues”, ma lo fanno con un impegno ed una passione sempre ammirevoli, non scalfita dal passare degli anni e senza quell’aria di deja vu o se preferite, “già sentito”, che ogni tanto percorre stancamente certi dischi dell’irlandese, ma per il sottoscritto, che è assolutamente imparziale, ci mancherebbe, potrebbe anche cantare l’elenco del telefono e andrebbe sempre bene, ma non è il caso di questo disco. La rivista Mojo che ultimamente non sempre era stata tenera con i dischi di George Ivan Morrison gli ha assegnato le canoniche quattro stellette che spettano ai dischi “importanti”!

14. Irish Heartbeat – Van Morrison & Mark Knopfler Irish Heartbeat era il titolo della title-track del disco registrato da Morrison con i Chieftains nel 1988, un brano bellissimo nella versione originale, ma se è possibile questa registrata con Mark Knopfler nel suo studio è ancora più bella, a conferma dello stato di grazia raggiunto dall’ex Dire Strait con l’ultimo Tracker e che viene ribadita in questo brano dove nel finale Van vocalizza e duetta nel suo modo inconfondibile con la chitarra di Knopfler. Stupenda versione. Il brano era stato inciso per la prima volta su Inarticulate Speech Of The Heart. https://www.youtube.com/watch?v=_oPb2Ma9z2M.

15. Real Real Gone – Van Morrison & Michael Bublé Nell’anticipazione sul Blog del nuovo album ipotizzavo, sulla base dell’ascolto di questo solo brano, che se perfino il brano cantato con Michael Bublé era bello, l’intero album si preannunciava, come poi è stato, un successo a livello creativo e di idee; la canzone Real Real Gone, è una delle tipiche composizioni gioiose di Morrison, di quelle da cantare a voce spiegata, orecchiabili e radiofoniche, ma sempre a livello sublime in confronto a quello che si ascolta abitualmente on the radio.

16. How Can A Poor Boy? – Van Morrison & Taj Mahal Si finisce a tempo di Blues, John Lee Hooker e Jimmy Witherspoon che erano due dei partner abituali di Morrison, quando voleva cantare il blues, non ci sono più, ma Taj Mahal è ancora in grado di infiammare le dodici battute con la sua classe immensa e i due, come dicevo all’inizio del Post si divertono davvero tra loro e divertono l’ascoltatore con questa versione incandescente di How Can A Poor Boy?, un brano che si trovava su Keep It Simple, ma in questo nuovo duetto è infinitamente superiore. Chi paventava la ciofega o la patacca non tema, questo Duets è un grande disco, con due o tre brani non dico scarsi, ma “normali”, e il resto decisamente sopra la media, esce martedì 24 marzo.

Bruno Conti

Sono 70 Anche Per Lui. Si Potevano Festeggiare Meglio, Ma Non E’ Detto! Eric Clapton – Forever Man

eric clapton forever man

Eric Clapton – Forever Man – 3CD – 2CD – 2 LP – Reprise/Warner 28-04-2015

Il 30 Marzo anche il vecchio “Enrico Manolenta” compie 70 anni! E per l’occasione la Reprise, una delle etichette per cui ha inciso Eric Clapton, pubblicherà una compilation retrospettiva dedicata al materiale che il chitarrista inglese ha inciso per il gruppo Warner (che come è noto non è proprio il migliore della sua carriera, ma ha comunque delle punte di nota). Purtroppo non si è colta l’occasione per pubblicare un cofanetto antologico che raccogliesse il meglio di tutta la sua carriera, quindi multilabel, e magari ricco di inediti, ma mai dire mai, c’è sempre tempo – infatti si parla da tempo anche della ristampa potenziata di No Reason To Cry, il disco uscito nel 1976 a cui parteciparono Bob Dylan, Van Morrison e la Band, curata da Bill Levenson  e di un non meglio identificato Slowhand Box Live, dedicato ai 50 anni di carriera concertistica, dagli Yardbirds ai prossimi concerti alla Royal Albert Hall, mi sembra di essere Biscardi quando parlo di questi “sgub” – e comunque in passato di box ne sono già usciti parecchi. L’operazione ha tutta l’aria di essere stata organizzata in fretta e furia, visto che l’uscita è prevista per il 28 aprile, quasi un mese dopo il compleannno di Clapton, ma magari mi sbaglio visto che è pubblicizzata anche sul suo sito, con varie edizioni Bundle, come le chiamano loro, di quelle composite e costose, con magliette, litografie, tazze e quant’altro. In un certo senso forse è meglio che non ci siano inediti, considerando che spesso quei pochi pezzi aggiunti sono croce e delizia per fans e collezionisti, costretti ad acquistare confezioni spesso costose per un minimo di materiale extra, ma non sembrerebbe questo il caso, leggendo le tracklists delle varie edizioni, quella doppia e quella tripla, con un CD di materiale dal vivo:

FOREVER MAN TRACK LISTINGS

3CD and Digital Download Edition
CD1 – Studio
01.  Gotta Get Over
02.  I’ve Got A Rock ‘N’ Roll Heart
03.  Run Back To Your Side
04.  Tears In Heaven
05.  Call Me The Breeze
06.  Forever Man
07.  Believe In Life
08.  Bad Love
09.  My Father’s Eyes
10.  Anyway The Wind Blows – with J.J. Cale
11.  Travelin’ Alone
12.  Change The World
13.  Behind The Mask
14.  It’s In The Way That You Use It
15.  Pretending
16.  Riding With The King – with B.B. King
17.  Circus
18.  Revolution
CD2 – Live
01.  Badge
02.  Sunshine Of Your Love
03.  White Room
04.  Wonderful Tonight
05.  Worried Life Blues
06.  Cocaine
07.  Layla (Unplugged)
08.  Nobody Knows You When You’re Down & Out (Unplugged)
09.  Walkin’ Blues (Unplugged)
10.  Them Changes – with Steve Winwood
11.  Presence Of The Lord – with Steve Winwood
12.  Hoochie Coochie Man
13.  Goin’ Down Slow
14.  Over The Rainbow
CD3 – Blues
01.  Before You Accuse Me
02.  Last Fair Deal Gone Down
03.  Hold On, I’m Comin’ – with B.B. King
04.  Terraplane Blues
05.  It Hurts Me Too
06.  Little Queen Of Spades
07.  Third Degree
08.  Motherless Child
09.  Sportin’ Life Blues – with J.J. Cale
10.  Ramblin’ On My Mind
11.  Stop Breakin’ Down Blues
12.  Everybody Oughta Make A Change
13.  Sweet Home Chicago
14.  If I Had Possession Over Judgement Day
15.  Hard Times Blues
16.  Got You On My mind
17.  I’m Tore Down
18.  Milkcow’s Calf Blues
19.  Key To The Highway – with B.B. King
2CD and Digital Download Edition
CD1
01.  Gotta Get Over
02.  I’ve Got A Rock ‘N’ Roll Heart                            
03.  Anyway The Wind Blows – with J.J. Cale                    
04.  My Father’s Eyes                                          
05.  Motherless Child                                          
06.  Pretending                                                
07.  Little Queen Of Spades                                    
08.  Bad Love                                                  
09.  Behind The Mask
10.  Tears In Heaven
11.  Change The World
12.  Call Me The Breeze
13.  Forever Man
14.  Riding With The King – with B.B. King
15.  It’s In The Way That You Use It                           
16.  Circus
17.  Got You On My Mind
18.  Travelin’ Alone
19.  Revolution
CD2 – Blues
01.  Before You Accuse Me
02.  Last Fair Deal Gone Down
03.  Hold On, I’m Comin’ – with B.B. King
04.  Terraplane Blues
05.  It Hurts Me Too
06.  Little Queen Of Spades
07.  Third Degree
08.  Motherless Child
09.  Sportin’ Life Blues – with J.J. Cale
10.  Ramblin’ On My Mind
11.  Stop Breakin’ Down Blues
12.  Everybody Oughta Make A Change
13.  Sweet Home Chicago
14.  If I Had Possession Over Judgement Day
15.  Hard Times Blues
16.  Got You On My mind
17.  I’m Tore Down
18.  Milkcow’s Calf Blues
19.  Key To The Highway – with B.B. King

Quindi tanti auguri a Eric Clapton per il suo compleanno, che verrà festeggiato anche con un tour mondiale (forse tour è troppo, saranno due date al Madison Square Garden e sette alla Royal Albert Hall nel mese di maggio), ma, per fortuna, non sarò tra i fruitori di questo disco fondamentalmente inutile (mi chiedo sempre chi li concepisce)!

Per ingannare l’attesa.

Bruno Conti

Ma E’ Ancora Vivo! Van Morrison – Duets: Re-Working The Catalogue

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Van Morrison – Duets: Re-Working The Catalogue – Yada/Yasca – RCA/Sony – 24-03-2015

Ormai avevo quasi perso le speranze, le grandi case discografiche le aveva girate tutte (litingando con chiunque) e invece all’appello mancava ancora la Rca del gruppo Sony e quindi, dopo tre anni di silenzio (pensavo di più), torna anche il grande Van Morrison, uno dei miei preferiti in assoluto, con un disco di duetti dove rivisita il vecchio catalogo. Oddio, alcuni dei protagonisti di queste accoppiate non li avrei scelti, a favore di altri, ma se persino Michael Bublé risulta sopportabile, speriamo in bene.

Comunque, questa è la lista completa dei brani e degli artisti coinvolti (vi sorprenderà Clare Teal https://www.youtube.com/watch?v=wKE04wbOcYc):

1. Some Peace Of Mind – Van Morrison & Bobby Womack
2. If I Ever Needed Someone – Van Morrison & Mavis Staples
3. Higher Than The World – Van Morrison & George Benson
4. Wild Honey – Van Morrison & Joss Stone
5. Whatever Happened To P.J. Proby – Van Morrison & P.J. Proby
6. Carrying A Torch – Van Morrison & Clare Teal
7. The Eternal Kansas City – Van Morrison & Gregory Porter
8. Streets Of Arklow – Van Morrison & Mick Hucknall
9. These Are The Days – Van Morrison & Natalie Cole
10. Get On With The Show – Van Morrison & Georgie Fame
11. Rough God Goes Riding – Van Morrison & Shana Morrison
12. Fire In The Belly – Van Morrison & Steve Winwood
13. Born To Sing – Van Morrison & Chris Farlowe
14. Irish Heartbeat – Van Morrison & Mark Knopfler
15. Real Real Gone – Van Morrison & Michael Bublé
16. How Can A Poor Boy? – Van Morrison & Taj Mahal

Sembra in forma il grande Van The Man https://www.youtube.com/watch?v=AjhSr4pqLGo , anche lui compie 70 anni nel 2015 https://www.youtube.com/watch?v=NIIAip9F-ws . Manca solo un mese all’uscita.

Bruno Conti

Musica Di “Peso”, Non Fate Caso Al Titolo Del CD! Matt Andersen – Weightless

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Matt Andersen – Weightless – High Romance/True North/Ird

A giudicare dal titolo e dalla piuma che svolazza senza peso, Weightless, sulla copertina del disco, uno non potrebbe neppure immaginare che siamo di fronte ad una “personcina” che ha più il peso e le dimensioni di un Popa Chubby. Ma il talento, in questo caso, non è inversamente proporzionale: ogni etto contiene talento a profusione! Presentato sullo sticker della copertina come vincitore dell’European Blues Award e dell’International Blues Challenge uno si aspetterebbe un disco sulla falsariga di un Duke Robillard, un Matt Schofield, un Johnny Lang. Ma in effetti, anche se il Blues è presente, sarebbe come dire che i Jethro Tull sono una band di heavy metal? Come dite? Ah, gli hanno dato un Grammy proprio per quello! Strano.

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Se dovessi definire lo stile di Matt Andersen. ottimo musicista canadese mi riferirei a gente come John Hiatt, il primo Joe Cocker, il Clapton influenzato da Delaney & Bonnie, la Band. Tutta musica buona: non per nulla il disco è stato prodotto dall’ex Blasters e Los Lobos, Steve Berlin, registrato ad Halifax, nella Nova Scotia canadese, i fiati (elemento integrante del sound) sono stati aggiunti ad Austin, Texas, mixato a Newbury Park, in California e masterizzato da Hank Williams (giuro, non III o Jr.!), in quel di Nashville, Tennessee, Se dovessi sintetizzare, gran bel disco, canzoni notevoli, splendida voce, ottimi musicisti. E qui, se volete, potete smettere di leggere, ma conoscendomi, sapete che non posso esimermi dall’elaborarne un po’ i contenuti, per cui vediamo cosa stiamo per ascoltare, anche se il consiglio sentito è di acquistare questo album https://www.youtube.com/watch?v=SqZtVvziHJA .

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Dodici brani, tutti firmati dallo stesso Matt Andersen, quasi sempre con diversi parolieri e musicisti, uno migliore dell’altro: oltre alla produzione di Berlin il CD si avvale anche del decisivo lavoro del chitarrista Paul Rigby (quello dei dischi di Neko Case). Questo è l’ottavo album di Andersen, già il precedente Coal Mining Blues, prodotto da Colin Linden, era un bel disco https://www.youtube.com/watch?v=unh4gbcanoI , ma in questo Weightless la qualità migliora ancora, prendete la canzone d’apertura, I Lost My Way, un brano che mescola il meglio di Steve Winwood, John Hiatt e Delbert McClinton, un filo di Joe Cocker, la chitarra lavoratissima di Rigby, una sezione fiati che aggiunge pepe al brano, le vocalist di supporto, guidate da Amy Helm, che donano una patina soul à la Band, un’aria rootsy-rock che ricorda anche le mid-tempo ballads del Marc Cohn più ispirato, tanto per non fare nomi https://www.youtube.com/watch?v=GC8jw0LM_z0 .

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My Last Day prosegue con questo groove rilassato ed avvolgente, anche le tastiere si fanno sentire, il cantato è sempre delizioso, una voce avvolgente che ti culla e ti scuote al contempo, sembra di essere in quel di Memphis per qualche session dei tempi che furono, una meraviglia https://www.youtube.com/watch?v=WKbht9nKFKI . Paul Rigby, ha un sound chitarristico inconsueto ma affascinante e tutti i musicisti sono al servizio delle canzoni e non viceversa, come ogni tanto accade. Anche So Easy, con una bella intro di chitarra acustica, ruota intorno alla voce espressiva di Andersen, qui ancora più suadente ed emozionante, e alla pedal steel incisiva di Rigby, che sorpresa, un cantante che sa esporre i suoi sentimenti attraverso la voce senza dovere urlare come un ossesso https://www.youtube.com/watch?v=tNEC6NVDRd4 . Per Weightless tornano i fiati e le voci femminili di supporto, il suono è tra la Band più soul e gli Stones di Honky Tonk Women, qui Matt lascia andare un po’ di più la voce e l’amico Mike Stevens aggiunge un gagliardo assolo di armonica. Alberta Gold è un’altra gioiosa ode ai grandi cantautori degli anni ’70, mossa e ritmata, con Rigby sempre magico alla chitarra https://www.youtube.com/watch?v=ek1-swOBYfY , Let’s Go To Bed viceversa è un gioiellino elettroacustico, molto intimista, “canadese” se vale come aggettivo, sempre con la voce sugli scudi e la chitarra che lavora di fino sullo sfondo.

matt andersen 3

The Fight ha un attacco molto pettyano, acustica e organo in evidenza, Berlin al piano (?!), l’elettrica minacciosa subito in primo piano, ma il brano prende quota quando la voce e la chitarra acquistano grinta e stamina per un crescendo entusiasmante, bellissima canzone. Drift away, nuovamente dolce e tranquilla, potrebbe ricordare l’Hiatt più bucolico, ma è solo l’impressione di chi scrive, potete sostituire con chi volete, solo gente brava mi raccomando! Ottima anche Let You Down, dove un mandolino, le armonie vocali avvolgenti e il lavoro di fino del batterista Geoff Arsenault, potrebbero ricordare ancora la Band, ma anche il sound del primo album di Bruce Hornsby, esatto, così bello. Un po’ di country-rock-blues per City Of Dreams, una fantastica ballata tra soul e Cooder, Between The Lines, con la slide di Rigby perfetta, e la conclusione con l‘errebì rauco di What Will You Leave. Cosa volere di più?

Bruno Conti