Crisi Del Terzo Disco? No, E’ Il Più Bello Dei Tre. The Secret Sisters – You Don’t Own Me Anymore

secret sisters you don't own me anymore

The Secret Sisters – You Don’t Own Me Anymore – New West CD

Devo fare una doverosa premessa: questa recensione sarà ricca di aggettivi altisonanti, e prima che pensiate che ho esagerato vi confermo che sono tutti meritati. Le sorelle di Muscle Shoals Laura e Lydia Rogers, in arte The Secret Sisters, hanno fatto parlare molto di loro con i primi due album: il primo, omonimo, del 2010 è stato un fulmine a ciel sereno, un bellissimo disco di puro country e folk nel quale le due ragazze rivisitavano diversi brani della tradizione e canzoni di Hank Williams, George Jones, Bill Monroe e Buck Owens, oltre a comporne un paio per conto loro, seguite in studio nientemeno che da Dave Cobb (all’epoca non così “prezzemolo” come oggi) e T-Bone Burnett come produttore esecutivo http://discoclub.myblog.it/2010/10/30/a-dispetto-del-nome-chiaramente-country-the-secret-sisters/ . Un album che ha ricevuto critiche positive quasi ovunque, pur non conseguendo vendite soddisfacenti; ben quattro anni dopo ecco il seguito, Put Your Needle Down, ancora con Burnett in regia e con stavolta la maggior parte dei brani ad opera delle due sisters: il risultato commerciale è stato ancora più deludente, e c’è stata stavolta anche qualche critica qualitativa non positiva, al punto che la Universal ha poi deciso di sciogliere il contratto delle ragazze. A tre anni di distanza, e con un nuovo accordo con la New West, ecco il terzo album delle Sorelle Segrete, You Don’t Own Me Anymore, per il quale è stato chiesto l’aiuto in sede di produzione della brava Brandi Carlile (e anche dei gemelli Tim e Phil Hanseroth, da sempre inseparabili collaboratori della cantautrice di Washington): ebbene, sarà per l’apporto di Brandi (che ha scritto anche diversi brani insieme alle Rogers), la quale ha dato sicuramente nuovi stimoli ed una visione differente da quella di Burnett, sarà per la grande forma compositiva di Laura e Lydia, ma You Don’t Own Me Anymore non solo è il miglior disco delle Secret Sisters, ma è anche un grande album in his own right.

Lo stile di partenza è sempre lo stesso, una musica giusto a metà tra country e folk con uno stile che rimanda a sonorità d’altri tempi, ma qui troviamo anche canzoni dall’approccio più moderno, che in un paio di casi arrivano a sfiorare il rock, il tutto dovuto senz’altro alla presenza tra i musicisti della stessa Carlile e degli Hanseroth Twins (e le Sisters hanno restituito il favore partecipando con una canzone a Cover Stories, il bellissimo tributo all’album The Story della Carlile): ma quello che fa la differenza è certamente la bellezza delle canzoni, ispirate come non mai, e le splendide e cristalline armonie vocali di Laura e Lydia, vero punto di forza del duo. Per avere un’idea di come sarà il CD basta ascoltare l’iniziale Tennessee River Runs Low, con strepitoso attacco a cappella ed atmosfera subito vintage, poi entrano in maniera potente i musicisti (che però usano strumenti acustici, ma la sezione ritmica c’è e si sente), con il banjo a dare un sapore dixieland, ottimo uso del piano, grandi voci e suono splendido. Molto bella anche Mississippi, una ballata dal sapore folk ma con un arrangiamento di grande forza, un drumming secco ed una melodia bellissima, nobilitata da un notevole crescendo; Carry Me è un’altra ballata profonda e toccante, con un arrangiamento più moderno ma non per questo meno emozionante, con le voci purissime delle due ragazze ed una chitarra twang a guidarle, mentre King Cotton è un irresistibile country-folk dal sapore antico, che sembra balzato fuori dalla colonna sonora di O Brother, Where Art Thou?, davvero splendida anche questa.

Kathy’s Song è proprio il classico brano di Simon & Garfunkel, e le ragazze mantengono intatta la bellezza dell’originale, He’s Fine è semplicemente formidabile, una folk song in purezza, dal ritmo sostenuto ma strumentazione parca, melodia cristallina e pathos incredibile; To All The Girls Who Cry è uno slow pianistico di grande intensità, mentre Little Again è giusto a metà tra una western ballad ed una scintillante folk song, anche qui con un motivo di prim’ordine. La title track è una ballata dal delicato sapore anni sessanta, la sinuosa The Damage è invece una raffinata canzone tra country, folk e jazz, davvero squisita, ‘Til It’s Over è toccante, ancora purissima e cantata in maniera eccellente, Flee As A Bird, unico traditional presente, chiude l’album con una folk song incontaminata, solo due voci ed un banjo. Mi rendo conto, come ho scritto all’inizio, che ho speso diversi aggettivi “importanti” per descrivere questo terzo disco delle Secret Sisters, ma non ho dubbi che, se vorrete farlo vostro, la penserete come me.

Marco Verdi

*NDB Anche questo uscirà il prossimo 9 giugno, così concludiamo la trilogia delle anteprime della settimana, domenica un’altra.

Dopo Trent’Anni E’ Ancora Una Goduria! Roy Orbison – Black & White Night 30

roy orbison black and white night

Roy Orbison – Black & White Night 30 – Legacy/Sony CD/DVD – CD/BluRay

Nella seconda metà degli anni ottanta ci fu una meritoria operazione di revival per quanto riguardava il grande Roy Orbison, uno degli originali rock’n’roller del periodo d’oro della Sun Records: dopo i fasti (e le tragedie personali) degli anni cinquanta e sessanta, la figura di Roy cadde nel dimenticatoio per tutti i settanta (anche se in quel periodo continuò ad incidere) e soprattutto nel primo lustro degli eighties; il primo a tirare fuori il nostro dalla naftalina fu il regista David Lynch, che nel suo controverso ma famoso film Blue Velvet diede una parte centrale alla canzone In Dreams. Poi ci fu il Grammy vinto per il duetto con k.d. lang in Crying, e nel 1987 il doppio album In Dreams, contenente versioni rifatte da capo a piedi dei suoi classici. Ma la parte centrale dell’operazione di recupero di “The Big O” fu il concerto tenutosi nel Settembre del 1987 al piccolo Cocoanut Grove di Los Angeles, un evento che rimarrà negli annali come Black & White Night, in quanto il bianco e nero era sia il dress code della serata che la tecnica con cui venne girato il filmato. Il concerto ebbe un enorme successo (passò via cavo per la HBO ed uscì anche al cinema), tanto che dopo due anni uscì anche in CD e VHS (ed in DVD diversi anni dopo): peccato che nel 1989 il vecchio e malandato cuore di Orbison avessa già ceduto, senza avere il tempo di godersi il successo del suo vero e proprio comeback album, lo splendido Mystery Girl (invece riuscì a vedere il suo nome di nuovo in testa alle classifiche con il primo disco del supergruppo dei Traveling Wilburys, formato con George Harrison, Bob Dylan, Tom Petty e Jeff Lynne).

Oggi i figli di Roy, curatori degli archivi dopo la morte della madre Barbara (che era anche la manager del nostro, oltre che la seconda moglie), ripubblicano quella storica serata nel trentennale del suo svolgimento (ma sono già passati trent’anni? Quasi), in un’elegante confezione contenente sia il CD che il DVD (o, per la prima volta, il BluRay), ed aggiungendo anche dei bonus per rendere il piatto ancora più succulento. Le cose che saltano all’occhio (e all’orecchio) sono la nitidezza dell’immagine nonostante il bianco e nero e la purezza del suono, completamente rimasterizzato, ma soprattutto il fatto che per questa edizione tutto il filmato sia stato rimontato da capo a piedi, utilizzando riprese inedite effettuate con telecamere diverse da quelle del video originale, rendendolo quindi accattivante anche per chi possedeva il vecchio DVD o VHS. Ed è un immenso piacere godere nuovamente di quella magica serata, che vede in Roy un frontman carismatico ed in forma smagliante, accompagnato da una house band coi controfiocchi, la TCB Band, ovvero il backing group di Elvis Presley negli ultimi anni di carriera: Glen D. Hardin al piano, Jerry Scheff al basso, Ron Tutt alla batteria e soprattutto l’inarrivabile chitarrista James Burton, che sarà il vero protagonista della serata, dopo Roy ovviamente.

Ma questa Black & White Night è passata alla storia anche per la quantità impressionante di “amici” sul palco ad accompagnare Orbison, un vero e proprio parterre de roi che comprende un insieme di backing vocalists composto da Jackson Browne, J.D. Souther, Steven Soles, Bonnie Raitt, Jennifer Warnes e k.d. lang, più un trio di chitarristi formato da Bruce Springsteen, Elvis Costello e T-Bone Burnett (che è anche il cerimoniere), e Tom Waits all’organo e chitarra acustica (completano il quadro Mike Utley alle tastiere, Alex Acuna alle percussioni ed un quartetto d’archi). E la cosa che si nota è che nessuno degli ospiti invade lo spazio di Roy, non ci sono neppure duetti (solo il Boss armonizza con il leader in due brani, Uptown eDream Baby https://www.youtube.com/watch?v=ANy4x3wgTSA ), anzi guardano al nostro con immenso rispetto e devozione, quasi intimoriti dal suo particolare carisma (Orbison ha sempre avuto una presenza magnetica pur non muovendo un muscolo durante le sue esibizioni, tanto bastava la sua voce formidabile per entusiasmare): la sola presenza di Waits, uno che fa fatica a muoversi anche per promuovere sé stesso, è indicativa in tal senso. E’ quindi, lo ribadisco, un immenso piacere riascoltare (e rivedere) il grande Roy alle prese con le sue inimitabili ballate, veri e propri classici quali Only The Lonely https://www.youtube.com/watch?v=4YG__LBJVZ0 , In Dreams, Crying (cantata da solo nonostante la presenza della lang), It’s Over, Running Scared, Blue Bayou, canzoni nelle quali la voce allo stesso tempo gentile e potente del nostro è davvero l’arma in più; ma se Roy è famoso più che altro come balladeer, in questo concerto ha grande spazio anche l’Orbison rocker, con versioni strepitose e coinvolgenti Dream Baby, Mean Woman Blues (durante la quale Roy gigioneggia e si diverte con il suo tipico brrrrrrrr), e due incredibili versioni di Ooby Dooby e Go!Go!Go! (Down The Line), con Burton che fa letteralmente i numeri con la sua sei corde.

Ci sono anche un paio di brani nuovi, che finiranno due anni dopo su Mystery Girl (la marziale The Comedians, scritta da Costello, e la pimpante (All I Can Do Is) Dream You), ed un gran finale con una Oh, Pretty Woman da urlo, più di sei minuti di grande rock’n’roll con Burton che sotterra tutti nella jam finale, entusiasmando non poco il pubblico del piccolo club (nel quale si riconoscono Kris Kristofferson, Billy Idol e l’attore Patrick Swayze). Abbiamo detto dei bonus, sia nella parte audio che video: due nel concerto principale (la lenta Blue Angel, assente anche dalla trasmissione televisiva dell’epoca, ed una versione alternata e più sintetica di Oh, Pretty Woman), più un mini-concerto segreto tenutosi a fine serata e con un pubblico ristretto, cinque canzoni che erano presenti anche nella setlist principale, ed eseguiti più o meno allo stesso modo (ma Claudette secondo me è più riuscita), che nel CD sono assenti ma proposti a parte come download digitale con tanto di codice, una pratica piuttosto antipatica a mio parere. Conclude il tutto un documentario di poco più di dieci minuti con immagini tratte dalle prove e brevi interviste ad alcuni ospiti della serata, un filmato interessante ma forse non indispensabile. Black & White Night era uno dei migliori live degli anni ottanta, ed in assoluto una delle cose migliori della carriera di Roy Orbison, e questa ristampa ce lo riconsegna in tutto il suo splendore.

Marco Verdi

Dal Vivo E Dal Texas! 2: Ryan Bingham/Ryan Bingham – Live

ryan-bingham-live

Ryan Bingham – Live – Axster Bingham CD

Dopo cinque album di studio, anche per Ryan Bingham è arrivata l’ora del disco dal vivo. Bingham è indubbiamente uno dei migliori talenti venuti fuori negli ultimi dieci anni, non solo in Texas (anche se lui è nativo del New Mexico, è cresciuto nel Lone Star State) ma in tutti gli Stati Uniti: il suo debut album, Mescalito, nel 2007 fa giustamente gridare al miracolo più di un critico, per le sue bellissime canzoni, le sue ballate elettriche, forti, desertiche, ben sostenute dalla voce roca, matura ed incredibilmente espressiva del leader; il disco non vende tantissimo, ma inizia a far girare il nome di Ryan nel circuito che conta, ed in più di una classifica dei migliori del 2007 viene nominato come esordio dell’anno. Roadhouse Sun, pubblicato due anni dopo, continua sulla stessa falsariga, stesso suono, stesso stile di canzoni, un rock chitarristico forte e grintoso con qualche reminescenza country, un disco che vende di più del suo predecessore anche se a mio parere è leggermente inferiore (e poi viene un po’ a mancare l’effetto sorpresa). Nello stesso anno arriva, quasi inatteso, il grande successo: T-Bone Burnett lo vuole tra gli artisti di punta della colonna sonora del film Crazy Heart (con un grande Jeff Bridges), ed il brano principale del film, The Weary Kind (scritto e cantato proprio da Ryan), vince sia il Golden Globe che l’Oscar come miglior canzone originale (il film ne vince in totale due, e l’altro va proprio a Bridges come miglior attore protagonista).

Il successivo album, Junky Star (2010), risulta ad oggi essere il più venduto della sua breve discografia, sicuramente grazie al traino della colonna sonora di cui sopra, anche se, pur non mancando qualche bella canzone, si nota un inizio di ripetitività, che viene ingigantita dal seguente Tomorrowland, uscito due anni dopo, un lavoro decisamente rock, ma involuto, poco ispirato e che mostra un autore in preoccupante stallo. Quando già sembrava che Bingham si apprestasse ad entrare nell’affollato club degli artisti che si sono persi per strada, ecco la zampata, da vero texano verrebbe da dire: Fear And Saturday Night, pubblicato lo scorso anno, è di nuovo un grande disco, forse il migliore dopo l’esordio, un album di un cantautore che ha di nuovo ritrovato il suo “mojo”, meno unidirezionato verso territori rock, ma pieno di ballate di stampo roots vere, intense ed eseguite con rinnovato feeling, in pratica uno dei dischi migliori del 2015.

Adesso, come dicevo prima un po’ a sorpresa, esce il suo primo disco dal vivo, intitolato laconicamente Live, registrato il 6 Agosto di quest’anno a New Braunfels (Texas, ovviamente), un album che conferma lo splendido momento di forma di Ryan, il quale ci regala 14 pezzi tratti dal suo songbook, suonati e cantati con una grinta ed un’energia incredibili, arrangiamenti decisamente rock e chitarristici ma con una forza interiore ed un pathos davvero elevati; Bingham è accompagnato da una band di cinque elementi, con gli ottimi chitarristi Daniel Sproul e Jedd Hughes, il bassista Shawn Davis, il batterista Nate Barnes e lo straordinario violinista Richard Bowden, da non confondersi con l’omonimo chitarrista, sempre texano (ma è comunque colui che ha suonato il violino sul mitico Lubbock (On Everything) di Terry Allen).  A dimostrazione che forse anche Ryan la pensa come me (ma vi giuro che non ci siamo sentiti!), gli album che vengono privilegiati sono proprio il primo e l’ultimo, dai quali vengono scelti ben nove pezzi complessivamente sui 14 totali del live, e da Tomorrowland non ne viene preso nemmeno uno, mentre da Junky Star provengono soltanto la discreta Depression e la folkie Hallelujah, entrambe con echi springsteeniani. Anche da Roadhouse Sun vengono estratti solo due brani, ma sono tra i più belli della serata: la trascinante Tell My Mother I Miss Her So, quasi country ma suonata con grinta e piglio da rocker (e con un grande Bowden al violino), ed una Bluebird da sballo, lunga (più di nove minuti), fluida e tersa, puro cantautorato texano deluxe, e che assolo di chitarra!

Chiaramente anche il recente Fear And Saturday Night è ben rappresentato, con quattro canzoni: la roccata e solida Top Shelf Drug, forte ed energica, la bellissima Radio, puro rock d’autore, classico e chitarristico, con un ottimo ritornello ed uno strepitoso finale a ritmo forsennato, la fulgida My Diamond Is Too Rough, una ballata davvero notevole che dimostra di che pasta è fatto il nostro, e la splendida e dylaniana (ed acustica) Nobody Knows My Trouble, tra le migliori mai scritte da Ryan. E poi c’è Mescalito, dal quale provengono ben cinque pezzi: l’iniziale Sunrise, potente e discorsiva, nella quale violino e chitarra creano un alveo perfetto per la voce arrochita di Bingham, e le ultime quattro, tra le quali spiccano la bella Southside Of Heaven, una sontuosa ballata tra Texas e tradizione, e la conclusiva Bread And Water, spedita e coinvolgente, una delle signature songs del giovane texano. Naturalmente non manca neppure The Weary Kind (messa a poco più di metà concerto), ripresa, inutile dirlo, in maniera perfetta e piena di feeling, anche se solo da Ryan con la sua chitarra.

Dopo il deludente Tomorrowland avevo frettolosamente archiviato Ryan Bingham tra le promesse non mantenute, ma sia Fear And Saturday Night sia questo Live mi hanno fatto piacevolmente cambiare opinione.

Marco Verdi

Steven Tyler – We’re All Somebody From Somewhere. Solo Una Pausa “Country” O La Fine Degli Aerosmith?

steven tyler we're all somebody

Steven Tyler – We’re All Somebody From Somewhere – Dot Records/Universal

Rispondendo al quesito che pongo nel titolo del Post, si potrebbe rispondere entrambi. Nel senso che Steven Tyler, in contemporanea con l’uscita dell’album, ha anche annunciato che nel 2017 partirà quello che sarà il Farewell Tour degli Aerosmith, aggiungendo poi che però potrebbe anche durare per sempre. E allo stesso tempo questo We’re All Somebody From Somewhere, il disco di esordio di Tyler come artista solista alla rispettabile età di 68 anni, viene presentato come un disco “country”. Il virgolettato l’ho aggiunto io, perché in effetti, pur avendone alcuni elementi, pochi per la verità, il disco di country non ha molto: ok, è stato registrato a Nashville, che però ultimamente è la Music City per eccellenza, la città dell’industria discografica in generale, si sentono pedal steel, un banjo, mandolini vari,  il violino e a tratti delle melodie vagamente country. Ma è quello mainstream di oggi, che si potrebbe confondere con qualsiasi altro tipo di musica: è vero che tra i quattro produttori coinvolti c’è anche T-Bone Burnett, però gli altri sono Marti Frederiksen, vecchio collaboratore di Tyler, Dann Huff, ai tempi leader dei Giant, che in effetti ha prodotto vari album di country contemporaneo e commerciale, e Jaren Johnston, dei Cadillac Three, che pure lui qualche frequentazione con il genere l’ha avuta, pur se i nomi sono Keith Urban, Dierks Bentley, Tim McGraw e altri, soprattutto come autore. Basta intendersi su cosa si intende per country? E’ come dire che Kid Rock fa rock perché nel suo soprannome appare il termine. E a pensarci bene ci sono delle analogie tra il “rapper rock” e il disco di Tyler, We’re All Somebody From Somewhere potrebbe sembrare un album di Kid Rock, tra i migliori magari, ma siamo lì: ci sono elementi southern, blues, country, ma anche pop bieco, sonorità becere e tutto il campionario del peggio del rock americano. Quello del cantante degli Aerosmith ha i suoi momenti da dimenticare, ma anche alcune canzoni di buone qualità. Diciamo che nell’insieme arriva forse, a fatica, alla sufficienza. Vogliano aggiungere che a parte per i fans incalliti non è un album indispensabile? L’abbiamo detto! Passiamo a vedere le canzoni, quindici, forse troppe, a caso, come vengono.

La partenza è promettente, il brano posto in apertura ha chiaramente l’imprinting del sound di T-Bone Burnett (le altre si fatica a distinguerle l’una dall’altra), My Own Worst Enemy è un bel pezzo, partenza lenta con arpeggi di chitarre acustiche, una fisarmonica, leggeri tocchi di tastiere, la ritmica misurata, lo stesso Tyler che canta con passione e buona intonazione, senza troppe esagerazioni rock, una classica canzone di stampo roots e di buona fattura, dalla melodia avvolgente, insomma un bel pezzo. Poi nel finale, una sterzata rock, con l’ingresso della batteria e di una chitarra elettrica tirata ma ben inserita nel contesto. Fosse tutto così l’album si sarebbe gridato al miracolo o quasi, perché non è che gli ultimi album degli Aerosmith, a ben vedere, fossero dei capolavori. The Good, The Bad, The Ugly And Me, bel titolo, anche se già sentito, è un pezzo rock, che spezza il dominio delle ballate che costellano l’album, un brano che ricorda il riff di Gimme Shelter degli amati Stones e poi si avvicina al classico sound Aerosmith, comunque ancora un buon brano, con la slide a farsi largo su una  solida traccia di impianto classic rock. E anche qui ci siamo: poi partono i mandolini all’inizio di Red, White And You e uno dice, però! Ma il pezzo si trasforma nella classica power ballad pseudo country che impera nella Nashville attuale, e non è neppure tra le peggiori del disco, la strumentazione e il sound non sarebbero neppure male, ma l’esecuzione e l’arrangiamento, con coretti beceri, lo sono meno. Sweet Louisiana, con mandolino, pedal steel e di nuovo fisa in evidenza, pare ancora un’idea di Burnett, ma il cantato un po’ troppo ruffiano a tratti di Tyler (ma l’ha sempre fatto, però in un ambito rock-blues faceva un’altro effetto), non malvagia comunque. What Am I Doing Right? ancora firmata dai fratelli Warren è un’altra discreta ballata di stampo prettamente acustico, niente da stracciarsi le vesti, abbastanza ripetitiva alla fine.

E fin qui potrebbe andare, ma vediamo le due cover poste in chiusura: Janie’s Got Gun, con Tyler che riprende un vecchio pezzo degli Aerosmith, tra violini, archi, chitarre e percussioni, in una melodrammatica versione adatta al testo trattato, ma fin troppo carica negli arrangiamenti, e anche qui col country non vedo il nesso. Piece Of My Heart era il pezzo più noto dei Big Brother And The Holding Co. di Janis Joplin, una bellissima canzone che viene riproposta in modo abbastanza simile all’originale, con un violino in evidenza a duettare con le chitarre, non brutta, ma Janis era un’altra cosa https://www.youtube.com/watch?v=wJxJL_BPM6A . Anche la title track è più o meno accettabile, scritta da Jaren Johnston con Steven, ha di nuovo quel suono pseudo roots, con mandolini, violino, in questo caso anche fiati, che si intrecciano con chitarre ruggenti e ritmiche sparate. Hold On (Won’t Let Go) sembra un pezzo dell’ultimo Jeff Beck, voce distorta, batteria sparatissima, su una base blues-rock esasperata, con tanto di assolo di armonica di Tyler, alla fine fin troppo “moderna”. It Ain’t Easy è un’altra ballata simil valzerone a base di mandolini, violini e pedal steel, evidentemente la sua idea di country, poi rovinata dai soliti arrangiamenti un po’ tamarri tipici del Nashville sound attuale.

Anche Love Is Your Name parte bene, ma in un battibaleno diventa un pezzo country-pop banale e francamente irritante, soprattutto per gli arrangiamenti fatti con lo stampino. I Make Your Sunshine, è un’altra di quelle canzoncine a base di mandolino o dobro, nel caso, che oggi imperano nelle classifiche pop, inutile insomma. Che dire di Gypsy Girl, con tanto di finta statica da vinile d’epoca, ennesima ballata soporifera. Mentre Somebody New, pur tra i soliti coretti irritanti, almeno ha un bel sound e una melodia piacevole e incalzante, vagamente di stampo californiano anni ’70, tra citazioni di Beatles e Stones, purtroppo solo nel testo, non male nell’insieme. Manca Only Heaven, altra power ballad chitarristica di stampo Aerosmith, sempre con pedal steel aggiunta, però sono gli Aerosmith di fine anni ’80, inizio anni ’90, non quelli del periodo di Dream On, per intenderci. Insomma alla fine sembra quasi di ascoltare uno dei dischi solisti di Mick Jagger, qualche canzone buona, altre discrete, ma anche molta “fuffa”. Country? Non pervenuto, anche se in quella classifica di settore ha debuttato al n°1. Complimenti a Tyler per baffetti e pizzetto, molto Pirata dei Caraibi!

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Il Momento Magico Continua! Elton John – Wonderful Crazy Night

elton john wonderful crazy night

Elton John – Wonderful Crazy Night – Mercury/Universal CD – Deluxe CD – Super Deluxe 2CD/LP

Il momento a cui mi riferisco nel titolo è quello che accompagna il cantante e pianista inglese fin dagli inizi del nuovo millennio, cioè quando con Songs From The West Coast (2001) si è rimesso di nuovo a fare bei dischi, suonati ed arrangiati come si deve, dopo almeno dieci-quindici anni di album altalenanti (alcuni proprio deludenti) e canzoni troppo commerciali, anche se in qualche caso il vecchio fuoriclasse veniva fuori (il problema non era compositivo, ma più che altro di costruzione sonora). Dopo quel disco Elton John ha pubblicato altri quattro album in studio, tutti abbondantemente sopra la sufficienza (solo Peachtree Road aveva qualche passaggio a vuoto, ma più per una ripetitività nelle canzoni che altro), con punte di eccellenza nel lavoro in duo con Leon Russell The Union http://discoclub.myblog.it/2010/10/24/duelin-pianos-elton-john-leon-russell-the-union/ , e soprattutto nel bellissimo The Diving Board di tre anni or sono, un disco ricco di sontuose ballate pianistiche che ci faceva ritrovare l’Elton degli anni settanta http://discoclub.myblog.it/2013/09/24/un-tuffo-negli-anni-settanta-elton-john-the-diving-board-570/ .

Ora (ma era annunciato da diversi mesi) ho tra le mani il nuovissimo CD di Reginald, intitolato Wonderful Crazy Night, che conferma il momento di forma ritrovata del nostro e si propone come il valido seguito di The Diving Board: alla produzione troviamo ancora T-Bone Burnett (per la terza volta consecutiva), ed Elton è accompagnato, oltre che dai fidi Davey Johnstone alla chitarra e Nigel Olsson alla batteria, da Matt Bissonette al basso, Kim Bullard alle tastiere ed organo, John Mahon ed il grande Ray Cooper (un altro habitué) alle percussioni, oltre ad una sezione fiati in un paio di pezzi e dallo stesso Burnett alla chitarra solista in Blue Wonderful. Ebbene sì, Wonderful Crazy Night è un altro grande disco, più immediato del suo predecessore, in quanto si torna ad atmosfere più rock, con maggior spazio riservato alle chitarre (che in The Diving Board erano quasi assenti), e che ci conferma che la forma compositiva di Elton non accenna a diminuire (tutti i brani sono scritti con l’ormai inseparabile partner Bernie Taupin); Burnett poi si (ri)afferma come produttore di vaglia, un sarto che cuce attorno alle canzoni sonorità perfette e destinate a fare di questo disco uno di quelli che ascolteremo a lungo durante tutto il 2016. Dieci canzoni, dodici nella costosa versione deluxe singola e quattordici nella solita e costosissima super deluxe (il consueto stillicidio insomma, c’è anche un’altra versione per la catena americana Target con due pezzi del disco in versione live).

L’album si apre con la title-track, un boogie pianistico gioioso e ritmato, con Elton subito in gran spolvero (sia vocalmente che con le dita, il suo assolo è breve ma da antologia), un avvio decisamente positivo. All’inizio In The Name Of You sembra un brano comune, ma poi arriva il ritornello ed il livello si alza sensibilmente: ritmica sempre sostenuta e strumentazione d’alta classe; Claw Hammer è più sinuosa e raffinata, si ode uno shaker in sottofondo e l’atmosfera è notturna (qui c’è lo zampino di Burnett), ma nel refrain il brano si apre e per pochi secondi fa filtrare un raggio di luce: bello l’assolo centrale di chitarra in puro stile jingle-jangle. Blue Wonderful è una magnifica rock ballad, una di quelle che Elton tira fuori quando è particolarmente ispirato, melodia splendida e toccante ed accompagnamento semplicemente perfetto: da sentire e risentire; molto bella anche I’ve Got 2 Wings, con un andamento vagamente country ed una fisa in sottofondo a darle un sapore roots, ma la melodia è tipica di Elton ed il refrain è uno dei migliori del CD.

A Good Heart è il primo vero slow dell’album, ma la strumentazione è ricca ed il risultato è ancora notevole, in primis per lo splendido motivo centrale (uno dei più belli del disco), che ci dimostra che Elton sta vivendo una seconda giovinezza dal punto di vista compositivo; Looking Up è in rotazione già da qualche mese, un uptempo vivace con il nostro scatenato al piano, il classico brano che cresce dopo diversi ascolti. Guilty Pleasure è un folk-rock trascinante e che fa battere le mani (o muovere il piede, vedete voi), una canzone atipica per Elton ma decisamente gustosa, mentre Tambourine riporta l’album su territori più consueti, con un lento elettroacustico servito nuovamente da un motivo di grande impatto, ed un assolo chitarristico che ricorda molto George Harrison. The Open Chord, altra ballata raffinata e strumentata con grande classe, chiude la versione “normale” del CD: la deluxe edition (che è quella in mio possesso) aggiunge la tenue Free And Easy, leggermente più risaputa delle precedenti, e l’elettrica e potente England And America, rockin’ Elton at his best (Children’s Song e No Monsters sono i due brani della versione super deluxe, ma non li ho ascoltati).

Elton John pare sia ormai tornato a fare grande musica in pianta stabile, e noi non possiamo che gioirne. Peccato che nessuno gli abbia detto che la copertina è veramente brutta.

Marco Verdi

Una Raffinata Serie Di Classici Per Due Amici Ritrovati! Betty Buckley – Ghostlight

betty buckley ghostlight

Betty Buckley – Ghostlight – Palmetto Records 2014

Betty Lynn Buckley è un’arzilla signora di 67 anni (portati benissimo), un’artista poliedrica che nella sua lunga carriera ha fatto cinema (tra i tanti Un’Altra Donna con Woody Allen, Frantic con Harrison Ford, Carrie Lo Sguardo Di Satana), programmi televisivi (La Famiglia Bradford  e la serie The Pacific, visti anche dalle nostre parti), spettacoli teatrali (il musical Cats con cui vinse il premio Tony Award nel 1983), e, a mia insaputa, anche cantante di “cabaret”, con la pubblicazione di ben 16 album, con numerosi premi ricevuti. Dopo questo “curriculum vitae” di tutto rispetto e altro, bisogna anche dire che la Buckley vanta una vecchia e lunga amicizia (fin dai tempi di Fort Worth, Texas, dove è nata e dove registrarono il primo album, per entrambi, nel lontano 1967) con il grande “coetaneo”,  prima cantante e poi produttore T-Bone Burnett, e come in tutte le favole a lieto fine Betty e TBone si sono ritrovati, e con un altro gigante della musica, Bill Frisell, hanno dato voce e corpo a questo Ghostligh, che risulta evocativo di quella amicizia.

Ghostlight è stato registrato al The Village di Los Angeles, e come in tutte le produzioni di Burnett vengono chiamati a suonare musicisti di valore come Tom Canning al pianoforte, Matt Betton alla batteria, David Piltch al basso, Charlie Bishart al violino, Cameron Stone al cello, Chas Smith alla pedal-steel, guidati dallo stesso T-Bone Burnett alla chitarra elettrice e acustica e con Bill Frisell al banjo e alle chitarre, per un mix di canzoni pescate dal repertorio dei grandi autori di Broadway degli anni ’60,  e autori contemporanei, suonati con sfumature jazz, e che vivono sulla splendida voce della Buckley.

Il disco si apre con la melodia di Come To Me Bend To Me scritta dal duo Lerner e Loewe (portata al successo tra gli altri da Andy Williams), seguita da una passionale If You Go Away, che non è altro che la versione di Ne Me Quitte Pas (una delle più belle canzoni di sempre) di Jacques Brel, qui rifatta a tempo di marcetta con l’accompagnamento del violino di Bishart, dalla famosissima Blue Skies (cavallo di battaglia di Ella Fitzgerald e Frank Sinatra) arrangiata e interpretata in perfetto “Broadway style”, e una dolcissima Throw It Away di Abbey Lincoln (moglie del famoso batterista Max Roach), con la chitarra di Frisell che dispensa note intime. Arriva il momento di una Lazy Afternoon (portata al successo da Barbra Streisand), qui estesa a più di dieci minuti ( e rivoltata come un calzino), quasi un pezzo “ambient” con tocchi di raffinata psichedelia, per poi passare alla pianistica Bewitched  e alla struggente ariosa melodia di This Nearly Was Mine, interpretate al meglio dalla Buckley in un atmosfera da “musical”, che ci introduce poi ad uno “standard” della musica jazz come Body And Soul,  resa celebre da Paul Whiterman, portata al successo da Coleman Hawkins e registrata da tutti i più grandi (Amstrong, Fitzgerald, Sinatra, Vaughan, Billie Holiday, forse la versione più famosa, Bennett e altri cento) con Bill Frisell alla chitarra elettrica e una voce senza tempo https://www.youtube.com/watch?v=tMDwvL7Q5Qc . Ci si avvia (purtroppo) alla fine con una canzone tipicamente rock di Marty Balin (cantante dei primi Jefferrson Airplane) Comin’ Back To Me (la trovate su Surrealistic Pillow), qui rifatta da Betty in una versione delicata e armoniosa, mentre Dreamsville è pescata dal noto film Colazione Da Tiffany con la colonna sonora d Henry Mancini, andando infine a chiudere omaggiando due autori contemporanei, una meravigliosa ballata di Tom Waits Take It With Me When I Go (da Mule Variatons (99), e una dolente e triste Where Time Stands Still presa in prestito da Stones In The Road (94), da una delle mie cantautrici preferite Mary Chapin Carpenter, giusto finale di un lavoro da incasellare nel genere “vocal jazz ma non solo”!

betty buckley 1967 betty biuckley t-bone burnett

T-Bone Burnett come produttore ha cambiato il mondo della musica (in quanto ha sempre cercato di rendere ogni suo progetto più perfetto di quello precedente), e in questo Ghostlight ha trovato nella “coetanea” Betty una di quelle rare cantanti che assimila tutti i generi e li rende propri, con una splendida voce che in ogni brano ci regala una tenera e calda emozione, perché in fondo la buona musica è buona musica, e le buone canzoni sono buone canzoni, e in questo lavoro se ne trovano in abbondanza!

Tino Montanari

Novità Di Febbraio Parte IA. Rhiannon Giddens, Chicago, Pops Staples, Mavericks, Amy Speace E Duke Garwood

rhiannon giddens tomorrow is my turn

A fine mese consueto riepilogo delle novità più interessanti del mese che non hanno avuto, o avranno, una loro recensione o segnalazione specifica. Nei giorni passati sono uscite anche le varie edizioni di Physical Graffiti dei Led Zeppelin, Ol’ Glory di JJ Grey & Mofro, Ooh Yea di Mahalia Barnes. Terraplane di Steve Earle, il nuovo Blackberry Smoke e diversi altri titoli di cui si è parlato più o meno diffusamente sul Blog. In attesa di altri Post completi, tra oggi e domani o dopo, vi segnalo alcune uscite che mi paiono degne di nota, e potrebbero comunque poi venire approfondite. Partiamo con l’album effigiato ad inizio post.

Si tratta dell’esordio solista di Rhiannon Giddens Tomorrow Is My Turn, il primo disco solo (a parte un paio di produzioni indipendenti di assai difficile reperibilità) per la cantante e polistrumentista dei Carolina Chocolate Drops. Il CD, pubblicato dalla Nonesuch, anche grazie alla produzione del “solito” T-Bone Burnett, si discosta abbastanza dalla musica più acustica e tradizionale dei progetti con il gruppo: oltre a country, blues e old-time music, in questo album si ascoltano anche folk, sia americano che celtico, ma puree soul e persino rock. Una cover in inglese di un brano di Charles Azanvour, Tomorrow Is My Turn https://www.youtube.com/watch?v=xhUP9RyxLKg , fatta però alla Nina Simone, O Love Is Teasin, presa da Jean Ritchie ma con accenti celtici, il folk-blues di Shake Sugaree da Elizabeth Cotten https://www.youtube.com/watch?v=FqwRro2G-qA  e Waterboy di Odetta, sempre nell’ambito voci femminili, il pre-R&R e gospel di Up Above My Head, un classico di Sister Rosetta Tharpe, ma anche una ballata assai piacevole, e con il violino della Giddens in evidenza, come Don’t Let It Trouble Your Mind, scritta da Dolly Parton o il valzerone country-soul She’s Got You scritto dal grande Hank Cochran ma legato a Patsy Cline https://www.youtube.com/watch?v=yqqdihSClis . Aiuta il tutto il fatto che nel disco suoni gente come Colin Linden, Jay Bellerose, Keefus Ciancia, Dennis Crouch, Darrell Leonard, Gabe Witcher e molti altri musicisti del giro abituale di T-Bone Burnett.

chicago live in '75

Questo doppio CD dei Chicago Live in ’75, era già uscito a fine 2010 per la Rhino Handmade, quindi a tiratura limitata e piuttosto costoso, come Chicago XXXIV, ma non va confuso con il Live In Japan sempre doppio, pubblicato ai tempi nel 1975, ma registrato in Giappone nel 1972. Al di là della confusione delle date, questo concerto, che riporta il meglio di due serate al Capital Centre di Largo, Maryland tra il 24 e il 26 giugno appunto del ’75, ci presenta la band americana ancora al meglio dello sue notevoli possibilità, prima della scomparsa del chitarrista Terry Kath e della svolta verso un suono più blando e commerciale, e lo fa ad un prezzo abbastanza contenuto. Questo la tracklist dei 2 CD, con tutti i classici dell’epoca in vibranti e tirate esecuzioni:

CD1:
1. Introduction
2. Anyway You Want
3. Beginnings
4. Does Anybody Really Know what Time It Is?
5. Call On Me
6. Make Me Smile
7. So Much To Say, So Much To Give
8. Anxiety’s Moment
9. West Virginia Fantasies
10. Colour My World
11. To Be Free
12. Now More Than Ever
13. Ain’t It Blue?
14. Just You ‘N’ Me
15. (I’ve Been) Searchin’ So Long
16. Mongonucleosis
17. Old Days
18. 25 Or 6 To 4

CD2:
1. Got To Get You Into My Life
2. Free
3. I’m A Man
4. Dialogue https://www.youtube.com/watch?v=hlPaI6Jg6eU
5. Wishing You Were Here
6. Feelin’ Stronger Every Day

pops staples don't lose this

La figlia Mavis ha gelosamente conservato per molti anni i nastri di questo disco registrato dal babbo Pops Staples nel 2000, poco prima della sua morte, anche se il padre, nell’affidarglielo, l’aveva pregata di pubblicarlo subito. Ora a distanza di quasi 15 anni si è finalmente decisa e Don’t Look This è finalmente uscito per la Anti Records, con l’aiuto di Jeff Tweedy (ormai grande amico e collaboratore di Mavis) che lo ha completato, aggiungendo le voci delle sorelle Staples e la batteria del figlio (di Jeff) Spencer, più qualche tocco personale https://www.youtube.com/watch?v=VzMC6UEUNI8 . Il risultato è un gran bel disco e anche se Roebuck “Pops” non era la star della famiglia, era comunque un ottimo musicista che nella sua carriera aveva pubblicato solo 3 album come solista, oltre alla notevole produzione come “capo” dei Staples Singers, di cui questo disco potrebbe essere considerato l’ultimo capitolo https://www.youtube.com/watch?v=U2Vdoghm8Sw , visto che nel frattempo, nel 2013, è morta anche la sorella più anziana, Cleotha Staples.

mavericks mono

Secondo disco per i Mavericks dopo la reunion del 2013 culminata con l’album In Time, questo Mono sembra riportarli agli splendori dei primi tempi: nel frattempo il bassista originale della formazione Robert Reynolds (ex marito di Trisha Yearwood) è stato licenziato a ottobre 2014 dalla formazione, in quanto la sua assuefazione agli oppiacei era andata fuori controllo (sembra che chiedesse anche soldi ai fans sotto false premesse per pagarsi la sua dipendenza): comunque a parte questa triste situazione personale, parlando di musica, Raul Malo, Paul Deakin, Eddie Perez e Jerry Dale McFadden, gli altri membri originali, sembrano in gran forma, e il disco, nella sua consueta miscela di country, rock, musica cubana e messicana (con grande uso di fisarmonica), è assai piacevole e convincente. Eichetta Valory negli USa e Decca/Universal in Europa.

amy speace that kind of girl

Di Amy Speace vi abbiamo segnalato varie volte gli album sul Blog, l’ultima volta nel 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/07/19/due-signorine-da-sposare-musicalmente-kim-richey-thorn-in-my/: ora, sempre per la Continental Song City distribuzione Ird, esce il nuovo album That Kind Of Girl (ufficialmente il 3 marzo, ma è già in circolazione): se vi piacciono le belle voci femminili, come potete leggere nella recensione del precedente album, la Speace fa centro ancora una volta con questo CD, finanziato dai fans attraverso il crowfunding della Pledge Music, e prodotto come di consueto da Neilson Hubbard, con la partecipazione di Carl Broemel dei My Morning Jacket e Will Kimbrough alle chitarre, oltre a Tim Easton, Garrison Starr, Rod Picott e Ben Glover, a livello vocale.

duke garwood heavy love

Duke Garwood chitarrista, multistrumentista e cantante inglese ha già pubblicato quattro album a proprio nome, ma un pizzico di fama e riconoscimento gli è venuta soprattutto dalla collaborazione con Mark Lanegan, per l’album Black Pudding del 2013. In possesso di una voce profonda, ma quasi sussurrata, il sound è comunque incentrato principalmente su atmosfere cupe ed intense, ballate dark di una sorta di blues futuribile, che lo presentano come personaggio interessante e diverso da gran parte di quello che circola al momento. Questo Heavy Love, esce, come il precedente, per la Heavenly e se amate un certo rock soffuso e sperimentale (ma non troppo alternativo) potrebbe valere la pena di dargli un ascolto https://www.youtube.com/watch?v=FrcCGjIX6Zo

Il seguito alla prossima.

Bruno Conti

Grande Attore, Ma Anche Musicista Coi Fiocchi ! Jeff Bridges & The Abiders – Live

jeff bridges abiders live

Jeff Bridges & The Abiders – Live – Mailboat Records

Mi viene da pensare che senza il film Crazy Heart, oggi il sottoscritto non avrebbe nel lettore questo live di Jeff Bridges & The Abiders. Jeff Bridges, noto attore americano ha sempre avuto una grande passione per la musica, e nel lontano 2000 aveva persino fatto un disco a suo nome Be Here Soon (sofisticate riletture di brani rock, country e soul, con l’aiuto di Michael McDonald e David Crosby), poi la colonna sonora di Crazy Heart lo ha definitivamente consacrato: nel film (che gli ha fruttato l’Oscar come miglior attore protagonista) Jeff canta molto bene canzoni come Hold On To You, Somebody Else, Fallin’ & Flyn’, I Don’t Know e Brand New Angel, e T-Bone Burnett (che musicalmente non è secondo a nessuno), ha capito le potenzialità di Bridges, gli ha trovato la band perfetta, poi insieme hanno trovato le canzoni, e il risultato è stato l’ottimo album omonimo Jeff Bridges (11). E siccome come dice un famoso detto “l’appetito vien mangiando”, arriva al mio ascolto anche questo Live (che non è proprio recentissimo, essendo uscito il 30 Settembre dello scorso anno), registrato durante un caldo concerto estivo al Red Rock Casino di Las Vegas, un totale di quattordici brani, in buona parte pescati dal disco d’esordio e dal film, più alcune cover scelte dal repertorio dei Byrds, Tom Waits, Townes Van Zandt, Creedence Clearwater Revival, e autori più recenti come Stephen Bruton e Greg Brown, CD pubblicato dalla Mailboat Records, l’etichetta di Jimmy Buffett.

Jeff Bridges & the Abiders Perform At The El Rey Theatre jeff-bridges-abiders

Jeff (capelli e barba bianca d’ordinanza) https://www.youtube.com/watch?v=_ct5tYkHrqY  voce, chitarra e tastiere, sale sul palco con i suoi Abiders che sono Chris Pelonis chitarra e tastiere, Bill Flores pedal steel e chitarra, Randy Tico al basso e Tom Lackner alla batteria e percussioni, iniziando con il blues incalzante di Blue Car (che arriva dalla penna di Greg Brown) cantato alla perfezione, seguito dalle atmosfere di frontiera di I Don’t Know, una ballata tra rock e country come What A Little Bit Of Love Can Do https://www.youtube.com/watch?v=oQ1lJFftyyo , la romantica Maybe I Missed The Point e la dolcissima serenata texana Exception To The Rule (del suo amico cantautore John Goodwin)  https://www.youtube.com/watch?v=nRt3Oh2fhlU , la lunga She Lay Her Whip Down con un bel lavoro della chitarra“slide”, andando a chiudere la prima parte omaggiando John Fogerty, con una pimpante e gioiosa Lookin’ Out My Back Door. Dopo una pausa e una bella bevuta di birra, si ritorna sul palco con Jeff che declama nuovamente una bellissima What A Little Bit Of Love Can Do, sorretta da batteria, pedal steel e un crescendo di chitarre, chitarre che “galoppano” anche nella successiva Van Gogh In Hollywood, per poi passare ad una delicata cover di Townes Van Zandt To Live Is To Fly (era in High, Low And In Beetwenhttps://www.youtube.com/watch?v=9J-yQuCbPjI , ad una campestre Fallin’ & Flyin’ recuperata dalla colonna sonora di Crazy Heart https://www.youtube.com/watch?v=TGJm72H31do , una inaspettata Never Let Go di Tom Waits (con Jeff al piano), per una ballata che profuma d’Irlanda (che è sempre nel mio cuore), rispolverando pure la famosissima So You Want To Be A Rock’n’Roll Star dei Byrds https://www.youtube.com/watch?v=3vT1ZsE7B6k  , chiudendo omaggiando un autore bravissimo ma poco conosciuto come il compianto Stephen Bruton (da sempre nel cuore di Jeff), con il ruspante blues di Somebody Else. Applausi!

JeffBridgesandtheAbiders jeff bridges live

Dopo il grande successo di Crazy Heart e il disco in studio prodotto da T-Bone Burnett, l’attore-cantante Jeff Bridges fa il disco che ha sempre sognato, un Live ruspante dove interpreta con il supporto di bravi musicisti, una sontuosa “setlist” di ballate, country e rock songs, cantate con una bella voce pastosa, per un CD che non ha scalato le classifiche, ma che potrebbe fare centro nel cuore degli amanti della buona musica. Sentire per credere!

Tino Montanari

P.S. Temo che stasera non vincerà nuovamente l’Oscar per il fim Il Settimo Figlio (che per fortuna non è neppure candidato), ma neanche il recente progetto, ambient e parlato, Sleeping Tapes, entrerà negli annali della musica, al di là dei suoi meriti filantropici!

Tra Leggende…Ci Si Intende! Bob Dylan – Shadows In The Night

bob dylan shadows in the night

Bob Dylan – Shadows In The Night – Columbia/Sony CD

I mondi di Bob Dylan e Frank Sinatra sono distanti soltanto in apparenza. Infatti il Vate di Duluth ha sempre avuto una smisurata ammirazione per la Voce di Hoboken (e per Charles Aznavour, ma questa è un’altra storia), ammirazione d’altronde ricambiata da Sinatra stesso, che a differenza di atteggiamenti pubblici al limite dello sprezzante, ha sempre guardato con attenzione al mondo del rock, dal celebre duetto con Elvis in diretta televisiva, all’incisione di brani di Beatles e Paul Simon, fino all’incontro negli anni settanta con Alice Cooper per discutere della possibile incisione da parte di Frank della hit del rocker di Detroit Only Women Bleed (ipotesi poi tramontata, ma esistono foto che immortalano l’incontro).

I due mondi si incontrarono nel 1995, quando, durante il concerto celebrativo per gli ottant’anni di Ol’ Blue Eyes, Dylan offrì forse la performance più toccante della serata, con una splendida versione full band della poco nota Restless Farewell (pare su richiesta di Sinatra stesso), che, come ha intelligentemente suggerito qualcuno, è un po’ la My Way di Dylan (anche se Bob l’ha scritta all’età di 23 anni, per marcare forse l’addio all’ambiente del folk politicizzato che cominciava a stargli stretto). Tutto questo per far capire che non deve sorprendere il fatto che Dylan, come suo nuovo album di studio, abbia deciso di pubblicare un disco di covers di brani di Sinatra: che poi non è esattamente così, dato che Shadows In The Night (pronto già dallo scorso anno ma slittato a favore dei Basement Tapes) è in realtà un disco di standards della musica americana che sono stati ripresi anche dal grande cantante del New Jersey.

bob_dylan_710 17th Annual Critics' Choice Movie Awards - Show

Quindi non ci sono le hit di Sinatra, niente Strangers In The Night, My Way o New York, New York, ma una bella serie di classici che Ol’ Blue Eyes ha ripreso almeno una volta in carriera, anche se difficilmente li troverete in un greatest hits di Frank. Una scelta trasversale, molto dylaniana, che però dimostra una profonda conoscenza del songbook di Sinatra e di quello americano in generale; qualcuno inoltre ha storto il naso per il fatto che uno con la voce di Dylan omaggiasse quello che è stato forse il più grande crooner della storia, ma ad un attento ascolto dei dieci brani che compongono Shadows In The Night posso dire tranquillamente che tutte queste critiche preventive crollano miseramente. Dylan ha fatto un lavoro splendido, adattando i sontuosi ed orchestrati arrangiamenti tipici di Sinatra ad un combo rock di sei elementi (oltre a Bob, la sua abituale touring band, cioè Charlie Sexton, Tony Garnier, Stu Kimball, Donnie Herron e George Receli), con appena qualche discreto intervento di fiati: il risultato è un disco meraviglioso, nel quale il nostro adatta al suo stile attuale una serie di evergreen che parevano intoccabili, spazzando via in un colpo solo, per esempio, tutti i vari volumi dell’American Songbook di Rod Stewart.

bob dylan shadows in the night 2 P1070255

Bob ha capito che riproporre questi brani con un arrangiamento “alla Sinatra” sarebbe stato rischioso e probabilmente fallimentare (lui stesso, con il solito genio, ha definito queste interpretazioni “uncovers”), così ha deciso di spogliare le canzoni e di adattarle al suo sound, con un esito molto vicino al suono che ultimamente si sente ai suoi concerti. Chitarre discrete e mai invadenti, batteria leggera e spesso spazzolata, una steel che langue in sottofondo, la voce di Dylan al centro, una voce che appare ancora più presente del solito, con punte inattese di dolcezza ed un feeling enorme; un plauso va anche al Dylan produttore (Jack Frost è lo pseudonimo che di solito usa), che migliora di disco in disco, e che qui è quasi al livello di gente come Daniel Lanois, Joe Henry o T-Bone Burnett (a cui ha affidato i cosiddetti New Basement Tapes).  Ma veniamo ad una veloce disamina dei brani presenti nel CD (che dura appena 35 minuti, ma sono minuti molto intensi).

bob dylan shadows in the night 3 t-bone burnett 2

Dylan ha trascurato il periodo Reprise di Sinatra, quello forse più popolare, prendendo solo un brano, mentre ne ha scelti quattro dal periodo Capitol (il migliore), peraltro tutti dall’album Where Are You?, ed i restanti cinque dal primo periodo, quello Columbia.

I’m A Fool To Want You: uno dei rari brani in cui Sinatra figura anche tra i co-autori, ma paradossalmente resa immortale non da Frank ma dalla grande Billie Holiday. A molti sarebbero tremate le mani, ma Dylan la fa sua con classe, leggerezza ed un tocco country (merito della steel di Herron, grande protagonista del CD), rispettando la melodia originale.

The Night We Called It A Day: uno standard jazz inciso anche da Chet Baker, Doris Day e, in anni recenti, Diana Krall. Bob la canta benissimo, non la maltratta come ogni tanto fa con i suoi classici, e la band alle spalle lo accompagna con grande discrezione, quasi accarezzando la melodia. Un’interpretazione di gran classe (ma sarà una costante in tutto il disco).

Stay With Me: questo è l’unico pezzo del periodo Reprise di Sinatra, un brano recentemente proposto più volte da Dylan come chiusura dei suoi concerti. Apre come al solito la steel, una chitarra arpeggiata, un violoncello, e la voce del nostro che sembra tornata indietro di almeno vent’anni.

Autumn Leaves: uno dei brani più famosi del disco, riadattata dalla francese Les Feuilles Mortes, l’hanno fatta in mille, oltre a Sinatra (tra di loro, Edith Piaf e Nat King Cole). Qui l’interpretazione di Dylan è decisamente sofferta, quasi drammatica, e si candida come uno degli episodi da ricordare di questo album, per merito anche dell’arrangiamento spoglio. Da brividi.

Why Try To Change Me Now: uno dei brani meno noti di Sinatra, riproposto da Bob in maniera più distesa, quasi rilassata, con la band che lo segue languidamente e fornendo un background in perfetto stile “country afterhours”.

Some Enchanted Evening: altro brano famosissimo, scritto da Rodgers e Hammerstein per il musical South Pacific. Forse tra tutte è il brano meno nelle corde di Dylan, che però se la cava ugualmente con mestiere e…l’ho già detto? Classe!

Full Moon And Empty Arms: già uscita lo scorso anno (solo per il download) con largo anticipo sull’album, vede la band più presente, con intrecci di steel, chitarra, ed una batteria appena accennata. Bob, manco a dirlo, la canta come se non avesse fatto altro nella sua carriera.

Where Are You?: canzone che vanta, tra le altre, versioni da parte di Shirley Bassey, Aretha Franklin ed Ella Fitzgerald; bella melodia, languida e distesa, ancora la steel dietro la voce (strumento al quale imputerei almeno il 40% della riuscita dell’album).

What I’ll Do: altro pezzo con mille versioni diverse (Chet Baker, Perry Como, Judy Garland, Sarah Vaughan ma anche Cher, Linda Ronstadt e Harry Nilsson); qui Dylan sembra inserire il pilota automatico, ma man mano che il brano procede canta con maggiore convinzione, e porta a casa quindi il risultato un’altra volta.

That Lucky Old Sun: un’altra tra le canzoni più popolari del lotto, grande successo per Frankie Laine, ma rifatta poi anche da Louis Armstrong, Ray Charles, Jerry Lee Lewis, Willie Nelson, Johnny Cash, Jerry Garcia e Brian Wilson. Lo stesso Dylan la suonò più volte negli anni 1986/87 durante il tour con Tom Petty.  (*NDB: Anche nel 2000.)

Questa versione, introdotta da un french horn, è splendida, con Dylan che canta in maniera superba, regalando emozioni a gogo con la sua voce imperfetta, rovinata, ma nella quale si riesce ancora a sentire il sacro fuoco di mille battaglie.

Un capolavoro, a chiusura di un album che ci accompagnerà a lungo in questo 2015. E negli anni a seguire.

Marco Verdi

Come Quei Bei Doppi Dischi Dal Vivo Di Una Volta! Another Day, Another Time: Celebrating The Music Of Inside Llewyn Davis

another-day-another-time cd

Another Day, Another Time: Inside The Music Of Llewyn David – 2 CD Nonesuch/Warner

Tutto partiva all’incirca un abbondante anno e mezzo fa, con la presentazione del film dei fratelli Coen Inside Llewyn Davis ( A Proposito Di Davis in italiano) al Festival del Cinema di Cannes del 2013. IL film era una sorta di versione riveduta e corretta della storia di Dave Van Ronk, Ramblin’ Jack Elliott e dei loro amici (qualcuno ha detto Dylan?), nella New York di inizio anni ’60, nella zona del Greenwhich Village, dove il boom della musica folk stava per esplodere in tutta la sua dirompente carica. Ma noi ovviamente non parliamo della pellicola cinematografica ma della sua bellissima colonna sonora: sul finire di quell’anno, circa tre mesi prima dell’uscita nelle sale, nel settembre del 2013, i fratelli Coen e il produtttore della musica della soundtrack, T-Bone Burnett, decidono di riunire i musicisti presenti nella colonna sonora ed altri validi alfieri, vecchi e nuovi, del filone folk, per uno storico concerto tenuto alla Town Hall di New York, il 29 settembre per la precisione, nel corso delle manifestazioni promozionali legate al lancio del film. Il tutto viene debitamente filmato (e prima al cinema e poi in DVD è uscito una sorta di documentario relativo all’avvenimento https://www.youtube.com/watch?v=-hQZyeMLMag ) e anche registrato, per la parte audio, e ora vede la luce in questo gennaio 2015 con un doppio CD pubblicato dalla Nonesuch Records di cui ora andiamo a parlare (purtroppo, come detto in altre occasioni, per questioni di diritti, essendo stati pubblicati da diverse case di produzione, non esiste una bella confezione che raggruppa i due formati). E comunque il doppio album basta e avanza.

Marcus Mumford, Oscar Isaac Another Day, Another Time the Music of "Inside Llewyn Davis"

La qualità musicale della colonna sonora era già di per sé molto elevata, ma i contenuti del doppio live, anche grazie alla partecipazione dei numerosi ospiti non presenti nella soundtrack stessa, sono ancora più eclatanti, in questa cavalcata nelle radici della musica popolare americana, ma anche nel repertorio di alcuni dei più grandi cantautori che la scena folk abbia saputo proporre, rivisitati in nuove scintillanti versioni. I primi a presentarsi sul palco sono i Punch Brothers, la strepitosa band di Chris Thile (che proprio in questi giorni presenta il nuovo album The Phosphorescent Blues), giovane talento dell’area folk-bluegrass, che, pur non avendo ancora compiuto 35 anni, ha già una discografia copiosa, con decine di album, prima a nome Nickel Creek, poi come solista e incollaborazioni varie, oltre a quelli con i Punch Brothers (dal 2006), tutti pubblicati negli ultimi venti anni: cantante, oltre che virtuoso del mandolino, Thile & Co. prima ci propongono una malinconica Tumbling Tumbleweeds, scritta da Bob Nolan dei Sons Of The Pioneers, prima di aprire le danze con la loro mossa versione di un celebre traditional come Rye Whiskey, con Thile, il violinista Gabe Witcher, il banjoista Noam Pikelny, il chitarrista Chris Eldridge e il contrabbassista Paul Kowert (tutti anche ottimi cantanti) impegnati a riversare il loro virtuosismo sul pubblico presente. Per il terzo brano, uno dei super classici della canzone americana, Will The Circle Be Unbroken, scritta negli anni ’30 da A.P. Carter della celebre famiglia, sul palco sale anche la coppia Gillian Welch e David Rawlings, per una ottima versione corale del celebre brano. In questa alternanza di classici e brani contemporanei, ma sempre inseriti nel grande filone della folk music, i due poi eseguono una loro composizione, The Way It Goes, bellissima, presente nell’album del 2011 The Harrow And The Harvest, tutt’ora l’ultimo della succinta discografia della coppia.

gillian welch old crow Another Day, Another Time the Music of "Inside Llewyn Davis"

Che rimane sul palcoscenico per unirsi all’ex Old Crow Medicine Show Willie Watson, per una superba versione di un altro capolavoro come The Midnight Special, altro brano tradizionale che molti attribuiscono a Leadbelly, ma che è stato eseguito negli anni da centinaia di musicisti, non ultimi i Creedence, la cui versione, peraltro molto bella, è forse la più conosciuta dal grande pubblico. David Rawlings esegue  un medley di I Hear Them All, brano scritto con Ketch Secor, sempre degli Old Crow, accoppiato con l’inno non ufficiale dei musicisti folk (e non) americani, This Land Is Your Land, la celeberrima canzone di Woody Guthrie che è anche l’occasione per far cantare tutto il pubblico presente (Rawlings non è un gran cantante, ma le armonie della Welch e la bontà della canzone fanno il resto). Le voci sono invece il grande pregio di un’altra coppia che si affaccia sulla scena americana, i Milk Carton Kids ci regalano una bella versione del brano New York tratta dal primo disco Prologue, impreziosita anche dagli intricati giri delle due chitarre acustiche. Ancora una coppia, le protette del produttore T-Bone Burnett, le Secret Sisters, con la dolce cantilena di Tomorrow Will Be Kinder e a seguire un altro nuovo gruppo come i Lake Street Dive, che, anche se forse perdono qualcosa nella versione acustica di Go Down Smooth, ci permettono di gustare comunque la bellissima voce della  cantante Rachael Price (e anche gli altri non scherzano http://discoclub.myblog.it/2014/03/12/raffinato-quartetto-che-voce-la-ragazza-lake-street-dive-bad-self-portraits/).

20130929-zaf-s49-010-jpgcolin meloy joan baez

Please Mr. Kennedy è una canzone del film, un bravo divertente interpretato da Elvis Costello, aiutato da Punch Brothers, Oscar Isaac e Adam Driver, mentre Conor Oberst (Bright Eyes) ci regala una ottima versione di un altro dei classici degli anni gloriosi del folk, Four Strong Winds che viene dal periodo ’60’s del duo canadese Ian & Sylvia (Tyson): canzone bellissima con le armonie vocali e l’accompagnamento musicale nuovamente di Gillian Welch David Rawlings, che rimangono anche per il brano scritto da Oberst, Man Named Thruth, molto nello spirito della musica di quel periodo. Colin Meloy dei Decemberists, in versione solitaria, come si confà alla serata, rilegge uno dei brani culto dell’epoca, quella Blues Run The Game, unica canzone “celebre” dello sfortunato Jackson C. Frank, uno dei “beautiful losers” per eccellenza. Meloy poi invita sul palco Gillian Welch e Joan Baez, la madrina del folk movement dell’epoca, per interpretare uno dei brani più noti della Baez stessa, Joe Hill, una delle grandi canzoni di protesta, resa in una versione emozionante a tre voci con la fisarmonica di Dirk Powell aggiunta per colorire il suono. Fine della prima parte del concerto (e del primo CD) con tre brani eseguiti dagli Avett Brothers: All My Mistakes è uno dei loro cavalli di battaglia, un brano dolcissimo e delizioso anche in versione acustica, molto bella pure la versione di un classico del country, scritta da Tom T. Hall come That’s How I Got To Memphis, con un bel crescendo coinvolgente e per finire un medley di altri due brani che confermano l’eccellenza di questa band americana che in pochi anni è diventata una delle migliori realtà in circolazione, Head Full Of Doubt/Road Full Of Promises si incastrano alla perfezione una nell’altra e il pubblico apprezza alla grande.

avett brothers Another-Day-Another-Time-640x478

La seconda parte del concerto riparte con ben tre brani cantati da Jack White, che in versione cantante folk fa un figurone: accompagnato da Lillie Mae Rische, violino e seconda voce, Fats Kaplin, banjo e chitarra, e Dominic Davis, basso, propone prima un brano della tradizione come Mama’s Angel Child, poi un brano di uno dei protagonisti del folk anni ’60 Tom Paxton, di cui riprende Did You Hear John Hurt?, un gioiellino, grazie anche alla deliziosa voce della Rische, per finire con un suo brano, We’re Going To Be Friends (così è scritto sul CD, ma mi sembra che il brano sia I Can Tell https://www.youtube.com/watch?v=nb70f4DtHdw) , molto sulla lunghezza d’onda della serata e accolto da un boato del pubblico. E’ poi il turno di Rhiannon Giddens (la multistrumentista e cantante dei Carolina Chocolate Drops, di cui sta per uscire il 10 febbraio per la Nonesuch il disco d’esordio da solista, prodotto guarda caso da T-Bone Burnett), reduce nel 2014 dalle partecipazioni ai New Basement Tapes e al tributo al Bitter Tears di Johnny Cash, ma per la serata alle prese, con la sua voce stentorea e potente, con il gospel-folk di una intensa Waterboys e poi con le derive celtiche delle impronunciabili (ma molto belle) Siomadh rud tha dhith orm/Ciamar a ni mi ‘n dannsa direach. Oscar Isaac è l’attore principale del film, ma si è scoperto anche ottimo cantante, qui, accompagnato dalle Secret Sisters e dai Punch Brothers, interpreta ottimamente Hang Me, Oh Hang Me, altro celebre brano tradizionale e uno dei migliori presenti nella colonnna sonora originale https://www.youtube.com/watch?v=X672aJ3iytY , nonché Green, Green Rocky Road una delle canzoni più note proprio di Dave Van Ronk, intorno alla cui figura è incentrata tutta le vicenda. Il primo brano di Dylan della serata Tomorrow Is A Long Time è affidato alla voce ed alla chitarra di Keb’ Mo’, a seguire, in una delle sue rarissime apparizioni live, uno dei vecchi amici di Bob, quel Bob Neuwirth tra gli interpreti principali di Renaldo & Clara, qui alla prese con un piccolo classico di Utah Phillips, Rock Salt And Nails, che molti ricordano nella versione di Steve Young, la voce è molto “vissuta”, ma la versione è decisamente bella.

inside-llewyn-davis-concert-mumford-650Carey-Mulligan-image-carey-mulligan-36233246-2700-1800

Per eseguire un altro dei classici della canzone folk delle isole britanniche Auld Triangle (anche questa presente nella soundtrack del film), molto irish (anche se tra l’ilarità del pubblico, precisano che nessuno di loro è irlandese), si presenta Marcus Mumford con tutti i Punch Brothers, in versione rigorosamente accappella, solo voci https://www.youtube.com/watch?v=9vi14x4nCpQ ; formato che prosegue anche nella successiva Didn’t Leave Nobody But The Baby, cantata dal trio Gillian Welch, Rhiannon Giddens, Carey Mulligan. Nell’ultima parte del concerto altra accoppiata inconsueta per uno dei brani più celebri del repertorio di Pete Seeger, Which Side Are You On, cantata con passione dalla strana coppia Elvis Costello e Joan Baez, con un congruo e sostanzioso accompagnamento strumentale guidato dal mandolino di Chris Thile. Baez che rimane ancora per la ripresa di un ennesimo super classico come The House Of The Rising Sun, che tutti ricordiamo per la versione meravigliosa degli Animals, ma che è sempre stata nel repertorio di tutti i grandi folksingers, da Dylan in giù, la voce non difetta certo alla nostra amica Giovanna, come dimostra in un altro bel duetto con il “giovane” Marcus Mumford, alle prese con un enesimo traditional come Give Me Conbread When I’m Hungry. Gli ultimi tre brani sono affidati proprio al leader dei Mumford And Sons, e non a caso sono tutti e tre di Bob Dylan: la prima è I Was Young When I Left Home, cantata benissimo da Marcus, che si conferma un ottimo talento, a dispetto dei tanti detrattori che si sono manifestati dopo l’enorme successo planetario e transgenerazionale (secondo l’assioma che se vende, fa musica commerciale e quindi risaputa). Fare Thee Well, cantata con Oscar Isaac, è il brano tradizionale a cui Dylan si è ispirato per scrivere proprio Farewell, la canzone che chiude il film (nella versione di Bob Dylan), mentre in questa serata speciale Mumford è accompagnato ancora una volta dai Punch Brothers https://www.youtube.com/watch?v=QyVo_AT-DYM , veri co-protagonisti del concerto. Scusate se mi sono dilungato un po’, ma il disco vale assolutamente tutti i complimenti utilizzati.

Domani ripartiamo proprio da Bob Dylan, quello nuovo, e non aggiungo altro.

Bruno Conti