E’ Ora Di Rivalutare Uno Dei Grandi Gruppi Rock “Dimenticati”! Ten Years After – 1967-1974

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Ten Years After – 1967-1974 – Chrysalis/Warner 10CD Box Set

Già annunciato in precedenza da Bruno su questo blog (inizialmente doveva uscire lo scorso Novembre, poi il tutto è stato posticipato di un paio di mesi) è finalmente giunta l’ora di occuparsi di questo bel cofanetto intitolato 1967-1974 dedicato ai Ten Years After, storica band britannica inizialmente associata al British Blues, e guidata dal cantante e chitarrista Alvin Lee (insieme a Leo Lyons al basso, Ric Lee, nessuna parentela, alla batteria e Chick Churchill a piano ed organo), uno dei gruppi migliori del periodo, oggi purtroppo quasi dimenticato, anche se sono ancora attivi seppur con solo due membri originali (Alvin è passato a miglior vita nel 2013). Gruppo che iniziò come band di rock-blues, i TYA (così chiamati perché si formarono nel 1966, dieci anni dopo l’inizio della carriera di Elvis Presley) aggiunsero man mano elementi psichedelici ed anche pop, riuscendo a sfondare anche in America: non hanno mai fatto il classico album da cinque stelle, ma hanno lasciato comunque una serie di bei lavori, tutti con comune denominatore l’eccezionale abilità di Alvin Lee, definito il più veloce chitarrista del mondo (cosa forse non vera, ma all’epoca comunque gli stavano dietro in pochi): la sua performance della celebre I’m Going Home è uno degli episodi più leggendari del mitizzato Festival di Woodstock.

1967-1974 è un box a tiratura limitata (1.500 copie in tutto il mondo), che comprende nei suoi dieci CD quasi tutti gli album della band, in una bella confezione slipcase poco più grande di un 45 giri, e con le note scritte dal giornalista del Melody Maker Chris Welch. Qualcosa manca, come il live del 1973 Recorded Live (ed anche quelli postumi), la compilation di inediti Alvin Lee & Company e la reunion del 1989 dei membri originali About Time (che però uscì per un’altra etichetta), ma la cosa che soprattutto ha fatto discutere è che i dischi sono stati inclusi nella versione originale (seppur rimasterizzati alla grande), senza neanche le bonus tracks aggiunte nelle ristampe di qualche anno fa, anche se una lunga schiera di puristi gli album li ama così come erano in origine. Per giustificare l’alto costo del box però è stato incluso un CD completamente inedito, The Cap Ferrat Sessions, cinque brani mai sentiti prima per 27 minuti di durata incisi dal gruppo nel 1972 in Francia durante le sedute di Rock & Roll Music To The World, registrazioni ritrovate di recente dall’ex moglie di Lee (quando nomino Lee mi riferisco ad Alvin) nella loro villa in Spagna, e ripulite e rimixate dal produttore originale, Chris Kimsey.

E questi cinque brani, tutti molto rock, meritavano certamente di essere pubblicati, essendo alcuni di essi superiori anche al materiale poi finito su Rock & Roll Music To The World, a partire da Look At Yourself, potente rock song con un bel riff insistito, ripreso anche dalla linea melodica vocale, ed un basso molto pronunciato: forse non una perla di songwriting, ma un pezzo dal tiro notevole e con un paio di assoli come solo Lee sapeva fare. Stesso discorso per Running Around, grande rock-blues, vibrante e chitarristico, un brano che avrebbe sicuramente aumentato il valore dell’album poi pubblicato. Holy Shit, ancora bluesata e dal ritmo frenetico, è l’unica di livello inferiore, anche se suonata in maniera inappuntabile, la ficcante There’s A Feeling è un rock’n’roll decisamente bello e coinvolgente, mentre la conclusiva I Hear You Calling My Name è l’highlight assoluto del dischetto, una strepitosa rock song di grande intensità e con Lee che giganteggia con una prestazione mostruosa, undici minuti davvero formidabili che non capisco perché fossero rimasti in un cassetto.

I primi nove CD del box, come ho già detto, comprendono il resto della discografia dei TYA, a partire dal buon esordio di Ten Years After (1967), dal suono ancora molto blues, con higlights come la bella I Can’t Keep From Crying Sometimes (di Al Kooper), tipicamente anni sessanta con i suoi caldi interplay tra chitarra ed organo (ci sono similitudini coi Doors), l’ottima cover di Spoonful di Willie Dixon, anche se non al livello di quella dei Cream, e lo strepitoso slow blues di Sonny Boy Williamson Help Me, con Alvin devastante (all’inizio la band si rivolgeva spesso a brani di altri, ma presto Lee prese in mano il pallino della scrittura). Undead (1968) è dal vivo anche se con brani inediti (e almeno qui, dato che ci sono solo cinque canzoni, qualche bonus track si poteva mettere): è il disco di I’m Going Home, che qui è più swingata di quella di Woodstock, ma anche della lunga I May Be Wrong, But I Won’t Be Wrong Always, tra blues e jazz e con Alvin superlativo, lo strumentale Woodchopper’s Ball e la fluida Spider In My Web, puro blues. In Stonedhenge (1969) c’è un maggior approccio alla psichedelia, con pezzi come l’affascinante Going To Try o la potente e complessa No Title, anche se non mancano blues e derivati, come la swingata Woman Trouble ed il boogie Hear Me Calling, ed anche qualche stranezza o brano minore.

Ssssh (1969) e Cricklewood Green (1970) sono probabilmente i due album migliori del quartetto, roccati e diretti, con perle come il trascinante rock’n’roll Bad Scene (con Lee formidabile), una roboante Good Morning Little Schoolgirl ancora di Williamson e la limpida rock ballad If You Should Love Me nel primo, e la splendida cavalcata elettrica Working On The Road, la magnifica 50.000 Miles Beneath My Brain, grandissimo pezzo rock, tra i più belli del gruppo, e la diretta Love Like A Man, primo loro singolo da Top 10, nel secondo. Watt (1970), considerato dai più un passo falso, non è in realtà così male, soprattutto la fluida I’m Coming On, la solida My Baby Left Me, decisamente trascinante, la diretta e pianistica I Say Yeah e lo splendido intermezzo western The Band With No Name, purtroppo brevissimo. A Space In Time (1971) è il disco con cui i nostri hanno sfondato in America, un album più pop e con la preponderanza di ballate elettroacustiche che riflettono le atmosfere bucoliche della copertina, come I’d Love To Change The World, il loro più grande successo in classifica; ma il rock non è assente, come confermano la potente One Of These Days, la travolgente Once There Was A Time e l’ottima I’ve Been There Too.

I due ultimi lavori prima dello scioglimento, Rock & Roll Music To The World (1972) e Positive Vibrations (1974), sono due buoni album di rock anni settanta, con diversi episodi degni di nota (You Give Me Loving, Religion, l’irresistibile Choo Choo Mama, Positive Vibrations, Going Back To Birmingham e Look Me Straight Into The Eyes), ma anche con qualche sintetizzatore di troppo, che fa sfiorare ai nostri addirittura territori prog. Se siete già fans dei Ten Years After non sono sicuro che questo box faccia per voi, nonostante la bellezza del CD inedito, ma se del gruppo possedete poco o nulla (come il sottoscritto, che aveva appena un paio di album in vinile) allora vale la pena di fare un sacrificio economico.

Marco Verdi

Non E’ Male, Ma Manca “Qualcuno”! Ten Years After – A Sting In The Tale

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Ten Years After  – A Sting In The Tale – Ten Years After/Butler Records

Oibò, un nuovo Ten Years After! Ma non era morto Alvin Lee? Ve lo chiederete voi e me lo sono chiesto anch’io. Ma poi mi sono visto recapitare sul mio desco questo A Sting In The Tale e ho dovuto in parte ricredermi. Per la verità, e per voler essere sinceri sino in fondo, già dal 2003 gli altri membri del gruppo, con un colpo di mano, avevano rimpiazzato Alvin Lee con tale Joe Gooch e pubblicato un nuovo disco di studio Now, poi seguito da un doppio Live e da un altro disco di studio, Evolution, nel 2008. Poi nel 2014 anche Gooch e il bassista originale Leo Lyons hanno lasciato la formazione ( o sono stati fatti fuori), e a fianco di Ric Lee, il batterista e Chick Churchill, il tastierista, sono arrivati il nuovo chitarrista e cantante Marcus Bonfanti, e un’altra vecchia gloria del british blues, il grande bassista Colin Hodgkinson, già con Alexis Korner e soprattutto i gloriosi Back Door, dove svolgeva il ruolo di basso solista e leader del gruppo (in una formazione particolare jazz-rock dove non c’era un chitarrista https://www.youtube.com/watch?v=QJODInAKn4k ): quasi meglio di Dynasty (che non casualmente è tornata in TV nel 2017, con nuovi protagonisti).

Ammetto che non è il disastro che uno potrebbe attendersi, tipo i Creedence senza Fogerty, i Doors senza Jim Morrison, oppure la Band senza Robbie Robertson (ma lì i restanti membri erano grandissimi musicisti comunque), però comunque i TYA sono sempre stati Alvin Lee & Co., che era pure il titolo di una loro compilation di inediti del 1972. I quattro della nuova formazione vanno d’amore e d’accordo, tanto che hanno firmato collettivamente i 12 brani del  nuovo album, già portato in tour questa estate, dove veniva venduto pure il CD. Il leader è Marcus Bonfanti, discreto cantante, armonicista e chitarrista inglese, con quattro album solisti nel carnet e una buona reputazione alle spalle: e in fondo, volendo, non è che anche i dischi della band con Alvin Lee degli ultimi 40 anni (pochi conunque, due o tre, dopo lo scioglimento del 1974) fossero memorabili, a parte i Live. Come pure i dischi solisti di Alvin, con l’eccezione dell’ultimo Still On The Road To Freedom http://discoclub.myblog.it/2012/09/02/quasi-forty-years-after-alvin-lee-still-on-the-road-to-freed/ . Quindi pollice verso? No, non del tutto, la “posta in gioco non ci riserva una brutta sorpresa” (doppio gioco verbale con il significato del titolo), i quattro sanno ancora fare del buon rock (blues) stile 70’s: ripeto, chi paventava la tavanata galattica, come il sottoscritto, si trova di fronte un disco onesto, a tratti solido, con due o tre brani che ricordano il sound e gli arrangiamenti della vecchia band.

L’attacco di Land Of The Vandals, ricorda vagamente One Of These Days su A Space In Time, con I suoi incroci di organo e chitarra, un buon groove della sezione ritmica di Lee e Hodgkinson, subito un lavoro fluido della solista, e la voce di Marcus Bonfanti che ricorda curiosamente quella di Stan Webb, leader dei Chicken Shack, grandi rivali dei TYA ai tempi del british blues; buona partenza ribadita nella cadenzata Iron Horse, sempre del discreto rock-blues made in Britain, vivace e movimentato e anche in Miss Constable, dove l’organo di Churchill è co-protagonista dell’arrangiamento che comunque ruota sempre attorno alle evoluzioni della chitarra di Marcus. Up In Smoke, il brano più lungo, con i suoi oltre sei minuti, introduce l’uso di una chitarra acustica che rimanda nuovamente ai TYA del periodo americano, ma l’arrangiamento sospeso ed elettroacustico, è talmente sospeso che non decolla mai, al di là del buon lavoro delle tastiere, ci fosse stato Alvin avrebbe scatenato uno dei suoi celebri soli. Retired Hurt ha un riff che fa molto Love Like A Man, poi lo svolgimento è meno travolgente, ma qualche sprazzo delle vecchia classe c’è, nel buon lavoro della solista di Bonfanti.

Anche Suranne Suranne utilizza il vecchio sound, per poi arrivare a Stoned Alone, una buona ballata, introdotta da chitarra acustica e organo, che anche in questo caso alla fine rimane un po’ irrisolta. Ancora sound elettroacustico per Two Lost Souls, che introduce l’uso dell’armonica di Bonfanti, per un brano più bluesato e provvisto di maggior nerbo. Diamond In the Girl parte come I’d Love To Change The World (lo so, insisto a mettere il disco nella piaga), ma poi lo svolgimento non è proprio alla pari, con Last Night Of The Battle che ci riporta “vibrazioni positive” (sono crudele) ma l’originale era un’altra cosa. Titolare che viene omaggiato, credo, con Guitar Hero, dove la solista finalmente viaggia come si deve e tutta la band “rolla” di gusto, prima di salutarci con un buon boogie-rock con elementi R&R, Silverspoon Lady, come prediligeva il buon vecchio Alvin Lee. Nel caso meglio rivolgersi qui http://discoclub.myblog.it/2017/09/16/cofanetti-per-lautunno-2-ten-years-after-1967-1974-box-set/

Bruno Conti

Dopo 30 Anni Sempre “Smilzo” Ma Pure Molto Tosto! Too Slim And The Taildraggers – Bad Moon

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Too Slim And The Taildraggers – Blood Moon – Underworld Records 

Tim Langford, in arte Too Slim, con la sua band dei Taildraggers, in circa 30 anni di attività, che festeggiano quest’anno, ha pubblicato una ventina di album, compresi Live ed antologie, oltre ad un paio di dischi in solitaria (non memorabili) http://discoclub.myblog.it/2012/07/21/one-man-ban-tim-too-slim-langford-broken-halo/ , più o meno sempre centrando l’obiettivo di regalarci delle abbondanti dosi di sano blues(rock) misto a roots music e “americana”, partendo dalla loro base di Spokane, nello stato di Washington (quindi dei “nordisti”), anche se la loro sede negli ultimi anni è stata fissata in quel di Nashville, dove era stato registrato anche l’ultimo album del 2013, quel Blue Heart dove la produzione era affidata allo specialista Tom Hambridge http://discoclub.myblog.it/2013/07/10/di-nuovo-lo-smilzo-too-slim-the-taildraggers-blue-heart-5501/ . Ora dopo tre anni di pausa, interrotti da una doppia antologia pubblicata nel 2014 (con brani anche re-incisi per l’occasione), tornano con questo nuovo album Blood Moon, pubblicato come di consueto a livello indipendente dalla loro etichetta Underworld Records,, che ci propone dieci brani di coinvolgente musica sempre dalle parti del rock e dintorni.

In un neppur troppo velato omaggio a Hendrix, uno dei brani, Twisted Rail, ha una breve Slight Return Version, che se non impensierisce Voodoo Child, ha comunque grinta e wah-wah da vendere. Per il resto, business as usual per Too Slim And The Taildraggers: dopo la parentesi dell’album precedente, dove suonavano i musicisti scelti da Hambridge, si ritorna al classico power trio, con Jeff “Shakey” Fowlkes, come di consueto alla batteria e il nuovo bassista Eric “Stretch” Hanson, che riprendono imperterriti a macinare cavalcate chitarristiche, come ad esempio l’iniziale Evil Mind, che ha, questa sì, più di un sapore hendrixiano, grazie al continuo impiego del pedale wah-wah da parte di Tim Langford. E più di una parentela con il sound di Jimi ce l’hanno anche i due brani più lunghi dell’album, la title-track Blue Moon, minacciosa e avvolgente, una sorta di slow rock-blues futuribile che qualche (lontana) parentela con il classico di Hendrix ce l’ha, grazie ai continui rilanci della solista, e la citata prima parte di Twisted Rails, che va verso un sound sempre caratterizzato dalla grinta chitarristica e dal buon lavoro della sezione ritmica, agile e al contempo rocciosa, con continui cambi di tempo come il genere richiederebbe.

Langford non è un cantante formidabile, ma è un fedele seguace della scuola del power trio, come traspare anche da un commento favorevole e rispettoso, letto sul suo Facebook, dove dice di avere visto per la prima volta dal vivo Robin Trower, e di essere rimasto impressionato dalla classe del chitarrista britannico, da sempre una delle sue fonti di ispirazione. Get Your Goin’ Out On ha ritmi e sapori più stonesiani e comunque vicini ad un southern boogie che pur sempre american music è, mentre Gypsy è una sorta di “hard ballad” dalle atmosfere più sospese, anche se forse un tantino irrisolte, insomma il brano fatica a decollare, a parte il consueto buon lavoro chitarristico nella parte centrale che evidenzia l’ottima tecnica di Too Slim. My Body inserisce anche degli elementi acustici, per una specie di ballata malinconica che si regge su un sound più ricercato grazie ad un arrangiamento sofisticato e meno caciarone. Ma poi si ritorna subito a tutto riff con Dream dove Langford si sdoppia a due chitarre, per un brano anche questo che però fatica a rimanere nella memoria, pur se con qualche vaga reminiscenza dei Pink Floyd lato Gilmour, inutile dire che tutto ruota intorno alla solista del nostro, che è poi il motivo per cui si ascolta questo tipo di dischi. Letter accelera i ritmi e si torna al boogie’n’roll sudista, grintoso ma poco più e Good Guys Win, ancora più veloce, ricorda certe cose dei Ten Years After di Alvin Lee, rock-blues potente e incentrato sul lavoro della solista. Insomma in questo disco molto rock, volendo anche rude e potente, ma poco blues, se le orecchie non mi ingannano direi che Langford non tocca in modo significativo una sola volta la sua chitarra in modalità slide, e per uno che ne è considerato un virtuoso è un fatto quantomeno curioso.

Bruno Conti

In Belgio Non Solo Ciclisti, Anche Bluesmen Bravi! Guy Verlinde – Better Days Ahead

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Guy Verlinde – Better Days Ahead – Dixiefrog/Ird

Lo ammetto, ero già pronto a della facile ironia: mancava solo il bluesman belga per completare la mia “collezione” di rappresentanti delle 12 battute in giro per il mondo (di recente arricchita con austriaci e svedesi). Chi è questo Guy Verlinde? Un ciclista forse … al limite se fosse stato Van Der Linden avrebbe potuto essere l’organista degli Ekseption, ma quelli erano olandesi. E invece questo signore, con lo pseudonimo Lightnin’ Guy, ha già fatto parecchi album, gli ultimi due per la Dixiefrog, che peraltro nello spazio sul proprio sito ufficiale riesce anche a ciccarne il nome, scrivendolo senza n, Lightin’ Guy! Il nostro amico non è più un giovanotto, veleggia verso i 40 anni,  ha già pubblicato sei album negli ultimi anni, vincendo tutti i premi disponibili: come miglior musicista blues belga (giustamente direte voi, sì ma la concorrenza?), piazzandosi anche al 4° posto agli European Blues Awards del 2012 e vincendo il premio come miglior Live Blues Act nel 2014. Nell’Europa del Nord dove è sempre in tour come un disperato è in effetti una sorta di celebrità, oltre al Belgio, all’Olanda (dove è stato registrato questo nuovo Better Days Ahead), anche Germania e Francia, ma pure Austria, Lussemburgo e Slovacchia vengono visitati dal buon Guy.

Nel frattempo, mentre scrivo queste note, sto ascoltando il CD, e devo ammettere che è piuttosto buono, non si può gridare al miracolo, ma è decisamente valido: come ricorda lui stesso nelle note del CD le sue radici non si trovano certamente nel fango della zona tra Clarksdale e il Mississippi o lungo le strade di Chicago, Illinois, ma la sua visione del blues, non essendo “Vecchia scuola” e quindi più contemporanea, tiene conto però della lezione del passato (per esempio alla musica di uno come Hound Dog Taylor ha dedicato un intero album dal vivo) e citando il famoso motto del grande B.B. King ricorda che il blues è una musica che parla “ di un uomo buono, a cui tutto va male e cerca di migliorarsi”, più o meno. Quindi contano i sentimenti e anche se lo stile sonoro che usa Verlinde è più contemporaneo, non per questo è meno valido. La voce è interessante, morbida a tratti, più grintosa in altri, da bianco comunque, lo stile chitarristico è molto completo, in grado di spaziare dalla tiratissima apertura di Better Days Ahead, dove la chitarra viaggia spedita e sicura su una ritmica di chiaro stampo rock, con i continui rilanci della solista, dal sound pulito e ricco di tecnica, anzi se tutto il disco fosse al livello di questa apertura, parlerei di piccolo gioiellino. Comunque  il resto del disco è più che buono, nelle derive più ortodosse di una Heaven Inside My Head, dove Guy sfodera la sua chitarra Resonator e Steven Troch aggiunge una armonica tosta, o nel rock-blues tirato di Wild Nights dove vengono evocate atmosfere quasi alla Rory Gallagher, o dell’amato Hound Dog Taylor via Thorogood, e comunque vicine pure al classico british blues elettrico, innervato ancora dalla ficcante armonica di Troch.

Al sound giova sicuramente la presenza di un secondo chitarrista, tale Luc Alexander, che ampia lo spettro sonoro delle canzoni, tutte firmate da Guy Verlinde.  Nei momenti più riflessivi, quasi rootsy, di Sacred Ground, dove la resonator slide del belga è circondata da acustiche, organo e dalle voci di un paio di coriste femminili, spesso presenti nelle canzoni del disco, si respira comunque un aria che non è mai troppo deferente verso il blues, ma lo arricchisce di spunti cantautorali. Into The Light, con le due chitarre a rispondersi dai canali dello stereo ha la stamina del rock classico, con l’organo che aggiunge tratti quasi heavy, prima di lasciare un breve spazio solista alla chitarra  in modalità slide, sembra quasi di sentire i Ten Years After dei bei tempi che furono. Non mancano blues più canonici, come lo shuffle di Learnin’ How To Love You, con chitarra e armonica di nuovo in primo piano, ballate mid-tempo come la piacevole Call On Me, sempre con la slide di Verlinde in bella evidenza o il folk-blues meticciato da sprazzi di elettricità della sinuosa The One. Niente per cui stracciarci le vesti, ma questo signore si ascolta con piacere. Feel Alive vira nuovamente verso cavalcate blues-rock, senza la veemenza di un Thorogood ma pervase da un buon lavoro delle onnipresenti chitarre che danno un feeling quasi sudista, Release Yourself From Fear è un altro classico esempio di buon blues con ampie dosi di rock e Don’t Tell Me That You Love Me è una inconsueta morbida ballata che conclude l’album su una nota più riflessiva. Per chi vuole conoscere la via belga al Blues!

Bruno Conti   

Trentuno Anni Dopo Ancora I Ten Years After – The Friday Rock Show Sessions – Live At Reading ’83

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Ten Years After – The Friday Rock Show Sessions – Live At Reading ’83 – Talking Elephant

Poco più di un anno fa, il 6 marzo del 2013, ci lasciava Alvin Lee, per le complicazioni a seguito di un intervento di routine avvenuto in Spagna pochi giorni prima. Stranamente, da allora, non c’è stato il solito diluvio di pubblicazioni postume e ristampe che di solito fanno seguito a questi eventi luttuosi (ma c’è sempre tempo, fido nell’industria discografica, un po’ di sana ironia non guasta), solo un Last Show, documentazione di uno degli ultimi concerti di Alvin Lee e ora la ristampa di questo The Friday Rock Sessions. E sì perché di ristampa parliamo, questo concerto era già uscito una prima volta nel 1990, sia in CD che in LP, per la Raw Fruit Records, quindi non una novità assoluta, ma comunque un disco non di facile reperibilità e poco noto. Parliamo di un concerto registrato dalla BBC al Festival di Reading nell’agosto del 1983, per la loro famosa trasmissione radiofonica dallo stesso nome (non è il concerto completo https://www.youtube.com/watch?v=lppp7Wf64qU).

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Una delle rare reunion della band originale, dopo lo scioglimento avvenuto nel 1975, e che si sarebbe ripetuta solo nel 1988-89 per un album di studio, About Time, e poi nel 1994 per l’EuroWoodstock a Budapest. Anche questa prima reunion in realtà avvenne una prima volta, nel marzo dell’83, per festeggiare il 25° anniversario del Marquee, il locale di Londra dove era iniziata la leggenda dei Ten Years After https://www.youtube.com/watch?v=fUElIoXqA3o . Nella replica di agosto, sul palco sale una formazione ancora in grande spolvero, non ci sono dischi da promuovere, quindi il repertorio ruota attorno ai classici, otto brani in tutto, con i due cavalli di battaglia, Can’t Keep From Cryin’ Sometimes e I’m Going Home (stranamente abbreviata in Going Home sul retro copertina), entrambi non nelle solite versioni monstre oltre i dieci minuti, ma in ogni caso posti a chiusura del concerto. Va anche detto che la qualità della registrazione è eccellente e la scelta delle canzoni ci permette di gustare ancora una volta uno dei migliori gruppi della storia del rock(blues) britannico e anche un chitarrista che del virtuosismo era uno dei massimi rappresentanti: il riff di Love Like A Man è uno dei più famosi di sempre, e la sezione ritmica di Leo Lyons e Ric Lee è sempre solidissima, come pure il lavoro di raccordo alle tastiere di Chick Churchill, essenziale e discreto https://www.youtube.com/watch?v=ecczfXTHHZM . Così Lee può scatenarsi anche con una devastante Good Morning Little Schoolgirl, dove le sue scale velocissime alla chitarra sono ancora oggi un piacere per le orecchie, il duetto chitarra-basso nel lungo assolo è come al solito da sballo, uno degli originatori dell’air guitar davanti agli specchi, con il pezzo di Sonny Boy Williamson che diventa l’epitome del rock’n’roll, con una forza e una potenza devastanti https://www.youtube.com/watch?v=w4m1wCCWCrM .

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Non manca il primo amore di Alvin Lee (o forse il secondo, perché il primo fu il R&R di Elvis) con una Slow Blues in “C” da incorniciare, lenta e maestosa, classica nel suo dipanarsi, rispettosa degli stilemi del genere, ma attraversata dalla grinta che alcuni bianchi seppero dare al genere, bellissimo l’assolo di chitarra, fatto di tecnica ma anche di tanto feeling, con Churchill che ci mette del suo all’organo https://www.youtube.com/watch?v=IkL_rt5l-i8 . Suzie Q è una scelta inconsueta per il quartetto britannico, quasi irriconoscibile, sin dall’inizio, con un tempo accelerato che viene poi mantenuto per il resto del brano ed è solo una scusa per le evoluzioni della solista di Alvin, come già detto grande estimatore del rock’n’roll delle origini. Hobbit è in pratica l’immancabile assolo di batteria di Ric Lee, un rito immancabile nei concerti dal vivo dei tempi (ma spesso praticato anche oggigiorno). I May Be Wrong But I Won’t Be Wrong Always era sul primo live della band, quell’Undead registrato al Marquee che illustrava il lato più jazz e raffinato della band e poi parte un altro riff storico, preceduto da un breve scat voce/chitarra di Lee, quello di I Can’t Keep From Cryin’ Sometimes, scritto da Al Kooper per la sua prima band, i Blues Project, ma da sempre associato ai TYA, per dare sfogo alla lunga improvvisazione denominata Extension On One Chord dove la solista di Alvin Lee rivisita alcune delle icone musicali della storia del rock. Manca solo la sua, quella I’m Going Home, che dopo Woodstock è diventata uno dei riti collettivi pagani più eseguiti di sempre, inutile dire che questa versione non può fare a meno di risvegliare mille ricordi, tutti piacevoli. Forse non il miglior Live della discografia del gruppo, il citato Undead, Recorded Live e soprattutto il Live At the Fillmore East 1970 sono superiori, ma questo viene subito dopo.

Bruno Conti

Un Disco Per La Vita! Walter Trout – The Blues Came Callin’

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Walter Trout – The Blues Came Callin’ – Provogue CD CD/DVD 03-06-2014

Ho sempre considerato Walter Trout uno dei migliori chitarristi di rock-blues attualmente in circolazione, uno degli ultimi grandi prodotti dalla scena americana, negli anni ’70 molta gavetta, poi nei Canned Heat nel 1981 e da lì il passaggio all’ultima grande formazione dei Bluesbreakers di John Mayall, quella che negli anni ’80 lo ha visto a fianco di Coco Montoya, una coppia per una ultima volta in grado di rinverdire i fasti del passato. Nel 1990 ha pubblicato il primo album a nome proprio e quindi si avvicinava a grandi passi il 25° Anniversario della sua carriera da festeggiare nella giusta maniera. Purtroppo, come forse avrete letto, Trout è molto malato, le varie cure che ha tentato nell’ultimo anno per combattere la malattia al fegato che lo ha colpito non hanno dato i frutti sperati, ha perso tra i 50 e i 60 chili di peso, diventando l’ombra di sé stesso, l’unica soluzione per risolvere la situazione, che è sempre più disperata, è quella di un trapianto, ma si tratta di operazioni molto costose, tra annessi e connessi, si parla di 250.000 dollari. Mentre pubblico queste righe siamo circa alla metà di Maggio e la sottoscrizione avviata dalla moglie di Danny Bryant (suo pupillo e protetto) ha comunque raccolto oltre duecentoventimila dollari, e dovrebbe essere chiusa, se volete verificare questo è il link al sito  http://www.youcaring.com/medical-fundraiser/walter-trout-needs-a-new-liver-you-can-help-/151911, sperando di arrivare in tempo.

Ho deciso di anticipare la recensione di questo nuovo CD, The Blues Came Callin’, che uscirà il 3 giugno, anche per permettervi di conoscere la situazione, di esorcizzarla se possibile, come ha fatto Walter  in questo ultimo anno, dopo l’uscita dell’ottimo Luther’s Blues di cui vi avevo parlato giusto un anno fa http://discoclub.myblog.it/2013/06/16/tra-bluesmen-ci-si-intende-walter-trout-his-band-luther-s-bl/ . Nel frattempo la malattia è progredita ma Trout ha continuato a fare concerti e ad incidere questo nuovo album, fino a che le condizioni di salute glielo hanno concesso, ora entra ed esce dall’unità di cura intensiva tra un ospedale del Nebraska e l’UCLA in California. I testi delle canzoni, sono molto influenzati, ovviamente, dalla sua attuale situazione, ma il disco è sorprendentemente vivo e vitale, uno dei suoi migliori in assoluto e dove non arriva la sua voce, a tratti affaticata, ci pensa una chitarra ancora tagliente e vibrante come nelle sue migliori prove. Nello stesso periodo, per raccogliere altri fondi, sono previste anche la pubblicazione della sua biografia Rescued From Reality – The Life And Times of Walter Trout e un documentario, attualmente in produzione, che verrà allegato alla edizione Deluxe del CD.

https://www.youtube.com/watch?v=btiS6ijncMk

Torniamo alla musica: vi assicuro che non si tratta di piaggeria, il disco è veramente bello, il musicista nativo del New Jersey, ma californiano di adozione, ha scritto per l’occasione dieci brani nuovi, due sono le cover, una dell’amato JB Lenoir, conosciuto tramite il suo mentore John Mayall, proprio presente come ospite nell’album e autore dell’altro pezzo non a firma Trout, una Mayall’s Piano Boogie, che come dice il titolo è un boogie creato all’impronta al piano da John, con i vari musicisti che improvvisano una sorta di jam spontanea e divertente. Per il resto tanto blues(rock) in tutte le sue forme: la tirata e grintosa Wastin’ Away, che nel suo incedere ricorda i migliori Ten Years After, nell’interplay tra la chitarra sempre tagliente di Trout e l’organo dell’immancabile Sammy Avila, con il testo che ricorda che anche se il corpo “se ne sta andando”, lui non molla. Il riff roccioso di The World Is Goin’ Crazy con la chitarra imperiosa di Walter, The Bottom Of The River, altro brano che affronta la sua attuale condizione su uno sfondo musicale elettroacustico di notevole spessore con una bella armonica aggiunta al sound d’insieme.

Take A Little Time è un brano più R&R vecchio stile, una sorta di omaggio al Chuck Berry del periodo Chess, con tanto di pianino suonato da Avila, The Whale è la cover di JB Lenoir, con Mayall punto di riferimento nel blues classico. Willie è una canzone dedicata da Trout alle infinite fregature prese negli anni dall’industria discografica, nella persona di un ipotetico “maneggione”, a tempo di boogie-blues, solido e con un bel alternarsi di chitarra ed armonica, poderoso. Detto della boogie jam con Mayall, c’è spazio anche per uno slow blues torrido come Born In The City, vero marchio di fabbrica di Walter, uno strumentale alla Freddie King, Tight Shoes, che illustra la grande tecnica del nostro, un altro sapido blues elettrico, The Blues Came Callin’, con un eccellente Mayall all’organo e la risposta puntuale della solista in grande spolvero di Trout a dispetto della salute, altro brano che vuole esorcizzare i fantasmi che lo tormentano ultimamente. Se il Blues è una musica che illumina i sentimenti “tristi” della vita, Hard Time è una variazione a tempo di funky-blues di questo tema mentre Nobody Moves Me Like You Do è un sentito omaggio alla moglie Marie, compagna e amore di una vita, madre dei suoi ancora giovani figli, una “hard” ballad che conclude in gloria questo ottimo album, ripeto uno dei suoi migliori di sempre. Forza Walter speriamo che tutto vada bene!

Bruno Conti

Il Miglior Chitarrista Blues Di San Diego?! Charles Burton Blues Band – Sweet Potato Pie

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Charles Burton Blues Band – Sweet Potato Pie – Charles Burton.com

Il mondo è bello perché e vario, ma anche no. Prendete la musica, il blues in particolare e ancora più nello specifico i chitarristi Blues. Ogni stato e città degli USA ha un suo “eroe locale”, un virtuoso dello strumento che dai piccoli e fumosi locali dove si aggira dispensa la sua arte, piccola o grande che sia. Non so dirvi se sempre sia vera gloria, perché nel caso dovremmo avere decine, centinaia, per non dire migliaia di musicisti di cui è indispensabile avere, se non l’opera omnia, almeno una testimonianza del loro lavoro. Forse non tutti sono dei fenomeni come vengono dipinti dalla stampa specializzata e di settore, ma sicuramente sono degli onesti e valorosi lavoratori delle sette note. Prendiamo questo Charles Burton, il “miglior chitarrista” della scena blues di San Diego, come testimoniano molti premi colà ricevuti nel corso degli anni, con cinque album già alle spalle, tutti rigorosamente autogestiti, ma la cui fama difficilmente può raggiungere tutti gli angoli del mondo.

Indubbiamente bravo ma, come dicevo prima, non più di tanti altri, per intenderci forse non ha quel quid, quella scintilla che lo eleva nettamente sopra la media della produzione in circolazione. Ma gli appassionati del blues elettrico e della chitarra in particolare, si possono rivolgere ai suoi prodotti con la certezza di avere tra le mani un prodotto solido e consono alle loro aspettative. Prendiamo questo Sweet Potato Pie, l’iniziale Shake It! con il suo abbrivio quasi R&R alla Thorogood o alla Little Charlie (al leader dei quali; Charlie Baty, Burton viene spesso accostato) poi si trasforma in un vigoroso blues(Rock) che tanto mi ha ricordato i migliori Ten Years After di Alvin Lee, con la chitarra di Charles Burton (non parente dell’altro Burton, quel James che giustamente rientra tra i grandissimi della chitarra) che corre velocissima sul solido groove creato dalla sua band e l’ospite Karl Cabbage che fornisce il suo contributo all’armonica. Anche Double Up ha la giusta grinta, ritmo da vendere, una solista molto presente e ricca di inventiva. Qualità che si confermano in Drivin’ Home un altro blues elettrico di quelli tosti con Burton che duetta con tale Chill Boy, mai sentito, probabilmente una leggenda locale, ma che bisogno c’era di prendere uno senza voce, già il buon Charles non è un fulmine di guerra a livello vocale (un po’ alla Robillard), quando in giro ci sono miliardi di ottimi cantanti? La parte strumentale ottima però. In comune con Robillard Burton ha una passione per il jazz classico che si estrinseca in una New York Jump che spezza un poco la tensione sonora decisamente bluesata del resto dell’album.

Goin’ To Memphis aggiunge un sapore di spezie sudiste al sound dell’album, mentre lo strumentale Crackdown dimostra che la Charles Burton Band è in grado, quando vuole, anche di dare del filo da torcere ai vecchi Double Trouble di SRV. Livin’ Without You (Blues For Simon) è un brano che nasce da una promessa fatta in uno dei viaggi nel Nord Europa (dai nomi i componenti del gruppo mi sembrano svedesi o norvegesi) ed è la classica ballata blues. La title-track è un divertente rockin’ blues dai ritmi spezzati, mentre New Boogie è un brano, fin dal titolo, che non sfigurerebbe tra i migliori del repertorio degli ZZ Top, uno strumentale che consente a tutta la band di mettersi in luce e non permette al vostro piede di rimanere fermo. Torna l’armonica di Cabbage per Used To Love That Woman e Your Number, due onesti esemplari di blues classico, senza infamia e senza lode, inframmezzati dalla tirata Brown Paper Bag dove Burton ha occasione di mettere in mostra ancora il suo stile chitarristico che mi ricorda, per certi versi, il classico British Blues dei tempi che furono, ancora TYA ma anche Chicken Shack o i Bluesbreakers di Mayall. Si torna in territori jazzati per la conclusiva Drop A Dime, un po’ fine a stessa, come altri brani di questo Sweet Potato Pie che alterna punte di eccellenza a momenti decisamente soporiferi,  non indispensabile, ma assai piacevole.

Bruno Conti

Vecchi Guitar Heroes, Per Un’Ultima Volta! Alvin Lee – The Last Show

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Alvin Lee – The Last Show – Rainman Records

Alvin Lee ci ha lasciati qualche mese fa, quando l’inverno si stava mutando in primavera, all’inizio del mese di marzo, a 68 anni, per le complicazioni di un intervento chirurgico di routine, e ora, giustamente, famiglia ed amici pubblicano questo album postumo dal vivo, che lo fotografa nel suo elemento preferito, su un palco, al Ribs & Blues Festival, in quel di Raaite, Olanda, il 28 maggio del 2012, per quello che è stato il suo ultimo concerto dal vivo. Anche se la sua ultima prova discografica rimane Still On The Road To Freedom, uscita a settembre dello scorso anno (e che come ha testimoniato chi scrive, lo aveva riportato a livelli più che buoni dopo anni di dischi non fantastici, per usare un eufemismo  quasi-forty-years-after-alvin-lee-still-on-the-road-to-freed.html), la dimensione Live era quella ideale per uno dei “guitar heroes” più carismatici della storia del rock, forse non tra i più bravi in assoluto, ma in grado di regalare emozioni agli amanti del rock e del blues elettrico, e anche del R&R.

Lee amava da sempre esibirsi soprattutto sui palchi dei Festival, anche per l’ambiente e la musica che si respirava intorno e quindi anche la sua ultima esibizione è avvenuta in questo tendone di fronte a 5.000 spettatori, ai quali ha regalato ancora una volta i classici del suo repertorio, insieme agli amati country e rock’n’roll. Con Richard Newman alla batteria e Pete Pritchard al basso e contrabbasso, Alvin rivisita, in trio per l’occasione, le pietre miliari del suo repertorio , in compagnia della sua amata e immancabile Gibson 335 e quindi scorrono i due super classici I Can’t Keep From Cryin’ Sometimes, il brano di Al Kooper, posto come di consueto nella prima parte del concerto, e che è l’occasione per rendere omaggio ai classici di Cream, Hendrix e altri grandi della chitarra, oltre a qualche new entry inserita nel corso degli anni e nel finale, Going Home, che ancora una volta rinverdisce il mito di Woodstock, con i suoi riffs velocissimi, le citazioni di brani r&r e rockabilly e la sua consumata abilità di showman.

In mezzo c’è spazio per uno dei vecchi riti del rock, l’assolo di batteria in I’m Writing You A Letter, la veloce citazione di Country Thing, l’immancabile Slow Blues In C , che ci riporta alle origini dei Ten Years After, qui resa con feeling e le immancabili nuances jazzate, sempre presenti nello stile del chitarrista inglese. Il R&R dal repertorio di Elvis (suo grande eroe) di My Baby Left Me e la tripletta di classici del rock dei TYA, Hear Me Calling, posta in apertura di concerto e le due perle rock-blues I Woke Up This Morning e Love Like A Man (ripresa in una nuova versione nell’ultimo album solista, allora non ancora pubblicato). Sentite mille volte, ma si ascoltano sempre con piacere, Alvin, ancora in ottima voce, in quel tardo pomeriggio dà ancora una volta, parafrasando il titolo di un brano dei Kinks “Give The People What They Want”, quello che la gente vuole, ascoltare del sano ed inossidabile rock, che purtroppo ha perso per la strada uno dei suoi interpreti più “leggendari”! Sicuramente non un capolavoro, ma un onesto lavoro, arricchito da qualche zampata della vecchia classe,  per concludere degnamente quasi 50 anni on the road! Sarà veramente l’ultimo? Non credo.

Bruno Conti

Alvin Lee: 1944-2013. “Il Chitarrista Più Veloce Del Mondo”!

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Quando la sera del 17 agosto 1969, poco dopo le 20, nella terza serata del Festival di Woodstock, Alvin Lee sale sul palco per la sua esibizione con i Ten Years After, non immagina due cose: che sarà una “serata di merda” e che, in seguito, cambierà completamente il corso della sua carriera. A causa della fortissima umidità della serata gli strumenti, ed in particolare la chitarra del leader, avranno una miriade di problemi, andando di continuo fuori accordatura, costringendoli a frequenti pause durante il loro set, come se non bastasse anche la troupe che riprendeva l’evento, per i medesimi problemi, riuscirà a riprendere solo il brano finale dell’esibizione, il bis, I’m Going Home. Ma in quella serata era comunque presente all’incirca mezzo milione di persone e quando l’anno successivo appare il film, la scena in cui lo schermo si divide prima in due e poi in tre parti ed appare un biondo chitarrista inglese con una Gibson rossa fiammante che attacca a velocità supersonica il riff di I’m Going Home, fa sì che nell’immaginario collettivo dell’epoca nasca la leggenda del “chitarrista più veloce del mondo”. Probabilmente, anzi sicuramente, non era vero, ma a quei tempi chitarristi più tecnici come John Mclaughlin, Larry Coryell, Ollie Halsall e molti altri, che basavano la loro “velocità” sulla costruzione di scale musicali mutuate dal jazz e non sui riff del rock and roll, erano noti solo a pochi aficionados e quindi anche sulla scia del triplo album che uscì l’anno successivo molte “leggende” del rock nacquero in quella occasione. Lo spastico dondolio di Joe Cocker, l’incazzoso Pete Townsend che distrugge la sua chitarra durante l’esibizione degli Who (già “provato” a Monterey un paio di anni prima), il vaffanculo collettivo di Country Joe McDonald, l’assolo di batteria di Michael Shrieve durante l’esibizione dei Santana, la trance quasi mistica di Richie Havens mentre canta Freedom, il bombardamento al napalm della chitarra di Jimi Hendrix durante l’esecuzione dell’inno nazionale americano, si dividono con l’inno al rock and roll e al blues dei Ten Years After di Alvin Lee il titolo di momenti indimenticabili del film e del disco, anche se ovviamente c’era tantissima altra buona musica, meno legata ad un particolare effetto audiovisivo!

Lee nasceva Graham Alvin Barnes il 19 Dicembre 1944, durante le ultime propaggini della IIa Guerra Mondiale, a Nottingham, per noi italiani, la patria dello sceriffo di Robin Hood. Già nel corso della sua giovinezza, con l’amico Leo Lyons, sviluppa un amore per il jazz e il blues (che rimarrà una costante nella sua carriera, soprattutto nella parte iniziale) ma è l’incontro con il R&R a dargli la spinta a diventare un musicista. Il suo primo gruppo sono i Jaybirds, che passano dallo Star Club di Amburgo un paio di anni dopo i Beatles, nel 1962. Ma è quando approdano a Londra, verso la metà anni ’60, che persa prima la s e poi mutato il nome in Blues Yard, finalmente, nel 1966, arrivano alla ragione sociale definitiva di Ten Years After (esattamente dieci anni dopo “l’avvento” di Elvis Presley, da cui il nome) e ai concerti al Marquee che li porteranno a firmare un contratto con la Decca/Deram e alla pubblicazione dei primi dischi.

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I primi tre dischi, l’omonimo Ten Years After ***, il live Undead ***1/2 e Stonedhenge ***1/2, tutti ristampati in CD con varie bonus, sono quelli che li aiutano a costruirsi una certa fama nel periodo del British Blues Revival di quegli anni, in embrione ci sono moltissimi dei brani che costituiranno il corpo delle loro esibizioni dal vivo dell’epoca e successive, compresa quella di Woodstock. Usciti nel 1967, 1968 e 1969 ci presentano un gruppo, e soprattutto, il loro leader, Alvin Lee, ancora impegnati in uno stile asciutto e influenzato sia dal blues quanto dal jazz, dallo swing e dalle big bands alla Woody Herman, altro grande amore musicale di Alvin. Nel primo album ci sono già le prime versioni di I Can’t Keep From Cryng, Sometimes, la canzone di Al Kooper, scritta per i Blues Project, che costituirà poi il canovaccio per il lunghissimo brano dal vivo, eseguito anche a Woodstock, dove i TYA citavano praticamente tutta la storia del rock, del blues e dei grandi chitarristi passati e presenti, con un medley di dimensione spesso pantagrueliche. C’è anche Help Me, lo slow blues di Sonny Boy Williamson, che è tuttora uno dei cavalli di battaglia in concerto di Van Morrison.

In Undead si trova la prima versione di I’m Going Home, dal vivo al Klooks Kleeks di Londra nel maggio del 1968, è una ancora una versione “breve”, poco più di 6 minuti, più jazzata e legata a boogie, blues e swing, ma il brano di Al Kooper citato poc’anzi è già nel suo formato monstre da oltre 17 minuti (nelle bonus del CD, all’epoca non lo si conosceva ancora) con la Extension On One Chord che era la lunga parte centrale dedicata all’improvvisazione. Il gruppo esegue Woodchoppers’s Ball di Woody Herman e Summertime, ma anche Rock Your Mama, Spoonful e Standing At The Crossroads che già segnalano la prossima svolta verso il rock-(blues). L’anno successivo esce Stonedhenge che già dal titolo ci parla di questo incrocio tra cerchi magici e strane cose “fumate”: è un disco particolare, quasi psichedelico, leggermente sperimentale ed improvvisato, ma contiene un paio di classici Hear Me Calling e Speed Kills, oltre alla lunga Boogie On (oltre 14 minuti), sempre tra le bonus, che riportano anche la versione del singolo, abbreviata, di I’m Going Home.

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La successiva fase è quella che potremmo definire dei Chrysalis Years 1969-1972, Think About The Years è il titolo di una bella antologia tripla uscita in CD nel 2010, con inediti e rarities, che copre questo periodo, che si può definire il migliore per i dischi di studio, anche se all’epoca i dischi uscirono ancora per la Deram e il solo A Space in Time, negli USA uscì per la Columbia. Occorre precisare che nessuno dei dischi dei Ten Years After si può definire memorabile, ci sono tre o quattro brani molto buoni e il resto meno, ma se ne dovessimo scegliere due o tre, i migliori vengono da questo periodo. Ssssh.***1/2uscito ancora nel 1969,  nello stesso mese di Woodstock,  in poco più di 37 minuti presenta la svolta rock-blues chitarristica che avrebbe fatto la fortuna del gruppo: Good Morning Little Schoolgirl, eseguita anche al Festival, era una feroce rivisitazione di un classico, sempre dal repertorio di Sonny Boy Williamson, Bad Scene, Two Time Mama e I Woke Up This Morning sono tra le migliori del loro repertorio e Stoned Woman è un altro inno allo “sballo”, figlia del periodo.

Anche il successivo Cricklewood Green***1/2 è tra i migliori in assoluto della discografia e contiene Love Like A Woman, il veicolo per uno dei migliori assolo della carriera di Alvin Lee, oltre ad una serie di brani solidi e vibranti, mentre Watt*** è un mezzo passo falso, uscito come il precedente nel 1970, perché in quegli anni se ne pubblicavano almeno due per anno, risentito oggi è comunque meglio di come lo ricordavo, My Baby Left Me, She Lies In The Morning e un altro R&R primo amore, Sweet Little Sixteen dal vivo, fanno la loro porca figura. A Space In Time***1/2 del 1971,  è l’album della svolta pop-rock, alla ricerca del mercato americano, I’d Love To Change The World è un ottimo singolo elettroacustico, che sarà il loro maggior successo, e anche gli altri brani introducono questo suono delle chitarre acustiche, probabilmente influenzato dal sound dei Led Zeppelin di quell’anno, che mescolava il rock a momenti più intimisti.

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Da qui in avanti, peraltro solo per due album, Rock And Roll Music To The World del ’72 e Positive Vibrations del 1974, inizia la china discendente prima dello scioglimento nello stesso anno, inframmezzata da sempre eccellenti esibizioni live (anche al Palalido di Milano, mi pare nella primavera del ’71, io c’ero e lo ricordo, apriva la Mick Abrahams Band, ma qualche pirla mi aveva ciulato il posto numerato sul parterre per cui è una memoria agrodolce). In ogni caso il doppio Recorded Live ***1/2, uscito nel 1973 e Recorded Live At Fillmore East 1970****, pubblicato postumo nel 2001 su CD, sono assolutamente da avere, come l’ottimo disco solo country-rock-blues-gospel On The Road To Freedom***1/2 in coppia con Mylon LeFevre, pubblicato nel 1973 e bissato nel 2012 con Still On The Road to Freedom, l’ultimo disco bello della sua discografia, dopo una lunga serie di album, anche piacevoli, compresa qualche reunion, guidati soprattutto dal mestiere.

Ed ora, il 6 marzo del 2013 ci ha raggiunto la notizia della sua morte, per le complicazioni dopo una operazione di routine (si dice così) che solo da poco si è scoperto essere avvenuta in Spagna. Possiamo solo dirgli grazie di tutto e Rest In Peace.

Bruno Conti   

Un “Piccolo Classico”! Nine Below Zero – Live At The Marquee

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Nine Below Zero – Live At The Marquee – Fontana/Universal CD+DVD 23-10-2012

Torna in circolazione, in edizione rimasterizzata e potenziata, uno dei “piccoli classici” di culto del rock britannico dello scorso secolo. Un album, Live At The Marquee, registrato nello storico locale di Londra nel giugno del 1980 e pubblicato, a distanza di pochi mesi, nello stesso anno. Un esordio folgorante e un’idea brillantissima, quella di iniziare direttamente una carriera discografica, con un album registrato dal vivo, che fosse testimonianza dell’incredibile carica che emanava dai live shows del quartetto, come vogliamo definirlo, Blues? Ci aggiungiamo pub rock, l’energia del punk migliore, boogie e rock’n’roll, ampie spruzzate di soul e r&b, persino un pizzico di beat, il tutto condito dalla classe della frontline della band: Dennis Greaves, chitarrista dalla tecnica notevole ma anche dalla pennata pesante e con il riff facile, e Mark Feltham, armonicista potente e dallo stile coinvolgente, entrambi impegnati pure come cantanti e trascinatori di un pubblico molto eterogeneo, che vedeva tra le proprie fila non solo esteti del blues, ma anche punkettari, estimatori della NWOBHM (New Wave Of British Heavy Metal), nonché “nostalgici” del pub rock dei grandi Dr.Feelgood, forse il gruppo più speculare rispetto ai Nine Below Zero.

Tutti felici e contenti, impegnati a cantare con il gruppo a squarciagola, brani come Homework di Otis Rush o Ridin’ On The L&N, una canzone scritta da Lionel Hampton, ma conosciuta ai più per la versione dei Bluesbreakers di Mayall, apparsa su Hard Road. Non proprio dei singalongs, al limite brani che uno si può aspettare di sentire in qualche fumoso locale di Chicago. Ma i NBZ li fanno loro con delle versioni tiratissime e strabordanti, dove la chitarra di Greaves e l’armonica di Feltham sparano veloci e stringati solo e la sezione ritmica pompa ritmi che fanno muovere il piedino e anche tutto il resto del corpo. Ma Dennis Greaves è capace di estrarre dal cilindro una versione di I Can’t Quit You Baby di Willie Dixon, che per eloquenza chitarristica e tiro non ha nulla da invidiare alla versione dei Led Zeppelin.  O tutto il gruppo è capace di scatenarsi e scatenare il pubblico in un uno-due soul/errebì da casa Motown con I Can’t Help Myself  e Can I Get A Witness. Ma che la temperatura non sia “Nove Gradi Sottozero” si intuisce fin dall’iniziale rilettura di un classico come Tore Down, un classico di Freddie King anche nel repertorio di Clapton, ma che qui viaggia a velocità supersonica e ricorda tra tanti, a chi scrive, quelle cavalcate tra boogie, blues e R&R dei Ten Years After più arrapati dal vivo, qualcuno ha detto “Hau, hau, hau”?

Anche Straighten Her Out, scritta dai componenti del gruppo, non ha nulla da invidiare ai brani più tirati dei Dr.Feelgood, o anche a un Thorogood o un Johnny Winter d’annata, lo spirito è quello. Dopo le delizie citate prima, il gruppo ci regala delle versioni al fulmicotone di Hootchie Cootchie Coo di Hank Ballard e una deragliante Woolly Bully, proprio quella di Sam The Sham & The Pharaos, con armonica e chitarra a sostituire il Farfisa dell’originale. Stop Your Naggin’, sempre più frenetica, tanto da far sembrare la parte centrale di I’m Going Home, un brano al ralenti, è un originale di Greaves. Una versione sontuosa di Got My Mojo Working che avrebbe reso orgoglioso il suo titolare Muddy Waters, ma anche i suoi discepoli Animals, Stones, Them e Pretty Things, nei primi anni di carriera, precede una Pack Fair And Square che sembra presa di sana pianta da Johnny Winter And Live, rock’n’rollin’ blues alla ennesima potenza, mentre Watch Yourself è Chicago Blues Elettrico di gran classe.  Conclude il concerto uno strumentale tra boogie e swing, Swing Job appunto, dove tutti i componenti del gruppo danno il meglio di sé.

E questo è solo il disco originale; ora, nella versione espansa, ci sono anche gli Encores, altri 7 brani fenomenali. Una Rocket 88 da multa per eccesso di velocità nel Blues, (Just) A Little Bit, un R&B roccato con la chitarra di Greaves e l’armonica di Feltham (che ricorda un poco il sound di John Popper dei Blues Traveler), Twenty Yards Behind  è pub rock misto a ska accelerato e punkizzato, grandissima versione, super classica, di Stormy Monday, a sancire le loro credenziali Blues. Un altro estratto da Johhny Winter And Live è il R&R iper vitaminizzato di Is That You mentre chiudono Keep On Knockin’ in una versione violentissima come neppure gli MC5 dei tempi d’oro e una Madison Blues con bottleneck d’ordinanza e un tiro musicale che ricorda ancora le annate migliori di Thorogood e Winter. I Nine Below Zero non si sono mai più ripetuti a questi livelli, ma questo Live At the Marquee basta e avanza per ricordarli con piacere tra gli outsiders di lusso. Il DVD contiene filmati d’epoca girati a 16 mm, da una vecchia VHs trasmessa dalla Rai ai tempi e altre chicche. L’imperativo è comprare!         

Bruno Conti