Non Solo “Mandriani”, Ma Anche Ottimi Countrymen! Matt & The Herdsmen – Still Sane

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Matt & The Herdsmen – Still Sane – Smith Entertainment CD

Nonostante Jason Isbell affermi che il vero suono di Nashville sia ben altro, è indubbio che la situazione qualitativa della musica country nella capitale del Tennessee sia poco più che desolante, e spesso per trovare dischi che meritino attenzione bisogna rivolgersi ad altre piazze. Il Texas è sicuramente una di queste, e proprio dal Lone Star State provengono Matt & The Herdsmen, un quintetto originario di Edinburg, una cittadina che sorge proprio nella punta più a Sud dello stato: il gruppo ha già un disco alle spalle, Small Town Stories (2014), un album che è stato un piccolo successo a livello locale, e già con questo secondo lavoro, intitolato Still Sane, lo scopo dei cinque è certamente quello di espandere la propria popolarità, ma solo con l’ausilio della buona musica. Sì, perché i ragazzi (Matt Castillo è il leader, voce principale ed autore di tutti i brani, coadiuvato dai “mandriani” Everto Cavazos alle chitarre, Danny Salinas al basso, Ruben Cantu alla batteria ed Omar Oyoque alla steel) fanno del vero country, di quello sano e diretto, con le chitarre sempre in primo piano ed un notevole senso del ritmo, il tutto con l’ausilio solo degli strumenti e delle loro voci, senza diavolerie di studio ad opera di produttori di grido (alla consolle qui c’è David Percefull, uno che ha lavorato con Brandon Jenkins, Jason Boland e Cody Canada, quindi un tipo giusto).

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https://www.youtube.com/watch?v=AYLENCHhYh8

Come se non bastasse, Castillo sa anche scrivere delle buone canzoni, e dunque Still Sane non fatica ad essere uno dei migliori album di country degli ultimi tempi: a conferma di questo, in session troviamo anche i nomi di Kim Deschamps dei Blue Rodeo e di Bukka Allen (figlio di Terry), due che si muovono solo se fiutano buona musica. Il disco si apre con I Don’t Love You Anymore, un rock’n’roll ruspante, energico e robusto, con le chitarre a manetta, gran ritmo ed un ottimo refrain, decisamente vicino alle prime cose di Steve Earle (ed anche con la voce siamo da quelle parti). Hello Heartache è più country, ma fatto alla maniera texana, un honky-tonk elettrico di grande presa, con una guizzante steel ed ancora una ritmica sostenuta, così come Right Hand Man, vivace country-rock tra modernità e tradizione, un tipo di musica che anche uno come Dwight Yoakam approverebbe, davvero godibile.

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https://www.youtube.com/watch?v=vhbDlMEMX1Y

Miss My Chance è più roccata, fin dal riff chitarristico iniziale, ed è uno di quei pezzi che danno il loro meglio se ascoltati in macchina, magari sotto un cielo azzurro, Wait For Me è più gentile, anche se il ritmo è sempre mosso, la steel ricama bene sullo sfondo e spunta anche una fisarmonica, suonata da Allen Jr., mentre Still Sane è puro country, delizioso e diretto, una delle più limpide ed orecchiabili del CD. Molto bella anche She Won’t Cry, un rockin’ country terso e vibrante, sempre con le chitarre in gran spolvero e senza il minimo cedimento a sonorità commerciali; 7th Street è la prima ballata (all’ottavo brano, quantomeno insolito), ma anche qui la strumentazione è ricca e priva di mollezze. Il CD si chiude con Let You Go, altra country song dalla melodia pura e fruibile, la fluida Find Our Love Again e la squisita For You, un country & western elettrico e potente, con una chitarra knopfleriana, degna conclusione di un disco bello, sorprendente e, perché no, inatteso.

Marco Verdi

Country(Rock) Di Classe E Sostanza In Una Delle “Mecche” Del Genere. Shooter Jennings – Live At Billy Bob’s Texas

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Shooter Jennings-  Live At Billy Bob’s Texas – Smith Music Group CD O DVD

Waylon Albright Jennings detto “Shooter”, a voler essere sinceri fino in fondo, non è bravo come il babbo, l’unico vero e unico Waylon, e probabilmente neppure come la mamma Jessi Colter, ma i geni di famiglia non possono avere fallito completamente, come dimostrano parecchi dei suoi album precedenti. Però da alcuni anni sembra aver perso un po’ la bussola: prima la collaborazione quasi “metal” con Stephen King in Heirophant, poi l’incrocio francamente imbarazzante di country ed elettronica, Countach (for Giorgio) dedicato a Moroder, inframezzato dal discreto EP Don’t Wait Up (For George), di quello “giusto”, Jones, non facevano sperare per il meglio ed erano pallidi ricordi dell’ottimo uno-due del 2013 The Other Life e The Other Live http://discoclub.myblog.it/2013/03/15/finalmente-degno-di-tanto-padre-shooter-jennings/ . Ovviamente il nostro amico è libero di avere i propri gusti e se a Shooter piace indulgere anche nei suoi piaceri dedicati agli ascolti giovanili, noi siamo altrettanto liberi di non acquistarli, basta saperlo. Nel frattempo Jennings almeno dal vivo continua però a fare ottime cose, come dimostra questo concerto, di cui tra un attimo, e anche la sua presenza in vari Live, tributi e dischi di colleghi (per esempio è già annunciato che il nuovo disco di Brandi Carlile, By The Way I Forgive You https://www.youtube.com/watch?v=2adTSxUqnc4 , in uscita a febbraio 2018, sarà prodotto da lui e Dave Cobb, bella accoppiata https://www.youtube.com/watch?v=z865nKpgH0Q ).

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https://www.youtube.com/watch?v=CtOn5WdwNzk

Il Billy Bob’s Texas, come è noto, è uno dei più grandi locali honky-tonk d’America, anzi il più grande, situato a Forth Worth, ci hanno suonato un po’ tutti, anche artisti non country, ma principalmente si pratica quella branca della musica; Waylon Jennings per esempio ci suonava già negli anni ’70, prima della nascita del figlio, e, di solito, i vari CD e DVD dal vivo registrati laggiù sono sempre stati degli ottimi album. E pure questo non manca il bersaglio: oddio, la giacchetta in copertina con la scritta From Here To Eternity, da uno dei titoli più noti di Moroder, di cui poi nel concerto appaiono tre brani, potrebbe far pensare al peggio, ma in effetti il concerto è ottimo e abbondante. Il tutto è stato registrato a novembre del 2016, Shooter Jennings è accompagnato da una eccellente band dal sound “robusto” e variegato, con Ted Russell Kamp, anche cantautore in proprio, al basso, la brava Aubrey Richmond, dei Calico The Band, al violino e armonie vocali, John Schreffler Jr. alla chitarra, Erik Deustch dei Leftover Salmon al piano e organo, e Jamie Douglass alla batteria: Poi al resto ci pensa Shooter, voce rauca e potente, ma anche suadente all’occorrenza, pure lui a chitarre e piano: nell’iniziale Electric Rodeo il suono è subito poderoso e grintoso, un southern rock dove le chitarre e le tastiere conferiscono una patina molto classic rock anni ’70, con il violino a colorire il sound. Steady At The Wheel, dal primo album Put The O Back In Country, è una giusta  miscela tra l’outlaw country del babbo e un rock sudista molto alla Marshall Tucker o alla Charlie Daniels Band per l’uso del violino, le chitarre ruggiscono, la ritmica picchia, ma le armonie vocali della band sono ottime, senza soluzione di continuità si passa alla dura Don’t Feed The Animals che era su Hierophant, una canzone scritta con Dave Cobb, che dal vivo, per quanto tirata, ha comunque un suo perché

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https://www.youtube.com/watch?v=ASRz22QUwgI

The Real Me da Family Man è una bella ballata elettroacustica di puro honky tonk country di qualità, con il violino e il pianoforte a ricamare, e anche la bellissima e guizzante Outlaw You, da The Other Life, probabilmente dedicata al padre, ha i profumi e le sonorità della migliore outlaw country music con i “grandi” citati nel testo. Anche Wild And Lonesome è una deliziosa country ballad dallo stesso album, e pure la mossa Nashville From Afar, uscita solo come singolo, conferma che la classe c’è. Il trittico dedicato a Giorgio Moroder è meno “letale” che su Countach, l’elettronica viene bandita a favore di un rock cattivo ma ben suonato dall’ottima band, e quindi I’m Left, You’re Right, She’s Gone, Born To Die (notevole questo brano) e Love Kills, che molti ricordano nella versione di Freddie Mercury https://www.youtube.com/watch?v=BXz86_9wKYw , scorrono senza troppe concessioni alla disco-rock dance, a parte il terzo brano; ma è un attimo e poi si ritorna al country classico, con The Door, un vecchio pezzo di Billy Sherrill per George Jones, anche se in questa versione sembra un pezzo dei Curved Air. Living In A Minor Key, solo voce, chitarra acustica e violino è un gioiellino country-folk e anche il valzerone romantico di The Other Life conferma che la classe non manca, come ribadisce la cowboy song Manifesto NO.1, ancora con il violino della Richmond grande protagonista. Il concerto ormai è decollato: notevoli anche le versioni di All Of This Could Have Been Yours, The Gunslinger in splendido crescendo chitarristico, 4th Of July, non quella di Dave Alvin, ma altrettanto bella https://www.youtube.com/watch?v=NIHe7LNVtzY  e per concludere una bellissima Goodtime Charlie, un grande brano di Danny O’Keefe, legato anche alla figura di Waylon Jennings. Veramente un bel concerto.

Bruno Conti

Pochi Ma Buoni: Ora Anche Dal Vivo. Jimmie Vaughan Trio Featuring Mike Flanigin – Live At C-Boy’s

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Jimmie Vaughan Trio Featuring Mike Flanigin – Live At C-Boy’s – Proper Records           

Dire che Jimmie Vaughan sia un musicista prolifico significa essere degli inguaribili ottimisti: in effetti sette album in 30 anni non sono molti, specie se consideriamo che il primo disco da solista, quello del 1990, era a nome Vaughan Brothers (ovviamente insieme al fratello Stevie Ray), e che quello del 2007 On The Jimmy Reed Highway era più un disco di Omar Kent Dykes, e infine che i due dischi più recenti, entrambi della serie Blues, Ballads And Favorites erano degli sforzi di gruppo con i Tilt-A-Whirl, e comunque il secondo risale al lontano 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/07/28/capitolo-secondo-jimmie-vaughan-plays-more-blues-ballads-fav/ . Strano, se consideriamo che con i Fabulous Thunderbirds ne ha pubblicati ben sette in dieci anni, di cui i primi quattro in rapida sequenza, uno all’anno, tra il 1979 e il 1982. Forse perché fa una musica non particolarmente “di moda o di tendenza”, anche all’interno di un genere specializzato come il blues, o ancora perché, diciamocelo, non è che abbia mai fatto degli album straordinari: sempre piacevoli, suonati con classe e stile, ma lontani anni luce dallo stile vibrante dei Thunderbirds, per non dire del fratello SRV.

E lo dice uno che se forse non è un suo ammiratore sfegatato, ne ha comunque sempre apprezzato la musica e lo considera una dei chitarristi più sottovalutati della scena musicale, texana in particolare, e statunitense in generale, molto amato dai colleghi, e stimato da gente come Eric Clapton (con il quale condivide una passione per le automobili d’epoca, oltre a quella per il blues), che lo ha voluto nel suo Crossroads Guitar Festival del 2010 e da BB King e Muddy Waters che lo consideravano uno dei migliori chitarristi bianchi in ambito blues. E anche questo nuovo disco non credo che farà molto per far ricredere i suoi detrattori o gli ammiratori più blandi: si tratta di un disco di guitar/organ blues-jazz, principalmente strumentale, suonato alla grande, oltre che da Jimmie da Mike Flanigin, uno dei veri virtuosi dell’organo Hammond B3 (autore un paio di anni fa dell’eccellente The Drifter) e dal batterista Frosty Smith. Tra l’altro, quando guida la formazione il buon Mike, il gruppo si chiama Mike Flanigin Trio, della serie cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: anche la location è spesso quella, il C-Boy’s di Austin, Texas, un locale dello stesso proprietario del Continental Club e di altre venue della capitale texana. Otto pezzi in tutto, che spaziano dal groovy pop&soul dell’iniziale You Can’t Sit Down, un vecchio pezzo dei Dovells, che molti conoscono nella versione di Booker T & Mg’s, che potrebbero essere il gruppo di riferimento principale per il sound di questo CD, chitarra e organo che si fronteggiano con divertimento, mentre Smith esplora con gusto e libidine il suo kit percussionistico; sempre da quell’epoca viene anche Hey! Baby, altro brano dei primi anni ’60, con un testo molto complesso “Hey Baby, I Wanna To Know If You Be My Girl”, ripetuto ad libitum, su un ritmo tra pop e musica ballabile, presente nella colonna sonora di Dirty Dancing e pare amato da Lennon e dai Beatles.

E quindi non è forse un caso se il brano successivo è una versione di Can’t Buy Me Love dei Beatles, trasformata in un gioiellino jazz alla Jimmy Smith/Wes Montgomery. Saint James Infirmary nasce folk, passa per il blues, il jazz (Louis Armstrong), il gospel, un brano per tutte le stagioni, con la chitarra nella parte che fu della tromba, mentre l’organo suona la melodia principale, prima che entri la chitarra, intensa ma misurata com’è caratteristica di Jimmie Vaughan; Come On Rock Little Girl è un altro brano dell’epoca pre-rock https://www.youtube.com/watch?v=bpIbK3RZwMw , la facevano gli Smokey Brothers con Freddie King alla chitarra, e qui si entra a piedi uniti nel blues, il primo pezzo cantato, che avrebbe fatto il suo figurone anche nei dischi dei Fabulous Thunderbirs o di Stevie Ray Vaughan,  e già che ci siamo anche la successiva Dirty Work At The Crossroads, pure questa cantata, è un piccolo classico del blues, uno slow dal repertorio di Clarence “Gatemouth” Brown, suonata alla grande dal trio. Se tutto il disco fosse al livello dei brani conclusivi sarebbe ancora migliore: Frame Fot The Blues, un altro lento di grande classe ed impeto, uno strumentale di Maynard Fergsuon che diventa occasione per brillanti lavori solisti sia di Vaughan come di Flanigin, entrambi in grande spolvero di tecnica e feeling. Per finire un ulteriore pezzo strumentale, Cleo’s Mood, dal repertorio di Jr. Walker & The Allstars, per chiudere il concerto tra ritmo, R&B e divertimento, come era iniziato, volendo, per avere una idea di massima, siamo dalle parti dei dischi di Garcia con Merl Saunders. Non male, per gli amanti del genere una mezza stelletta oltre la sufficienza piena ci sta anche.

Bruno Conti           

Questa E’ Una Grande Voce (E Anche Chitarrista)! Carolyn Wonderland – Moon Goes Missing

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Carolyn Wonderland – Moon Goes Missing – Home Records

L’ultima volta che ho avvistato (e ascoltato) Carolyn Wonderland era come ospite in un brano dell’eccellente Amazing Texas Blues Voices del “nostro” Fabrizio Poggi, alle prese con una versione grintosa e sanguigna di Nobody’s Fault But Mine, dove si apprezzava la sua voce potente e l’ottimo stile chitarristico http://discoclub.myblog.it/2016/08/31/piccolo-aiuto-dai-amici-gran-bel-disco-fabrizio-poggi-and-the-amazing-texas-blues-voices/ . Parafrasando il titolo di quel disco la Wonderland è effettivamente una “strabiliante voce texana”, nativa di Houston, vive da parecchi anni a Austin, dove è considerata una delle “regine” della scena blues locale. Con una discografia che con questo Moon Goes Missing approda al decimo album (tra dischi di studio e live), tutti rigorosamente poco reperibili, come spesso capita per i dischi belli, l’ultimo di studio era stato Peace Meal del 2011, ma nel 2015 ne era uscito anche uno dal vivo in trio per la Bismeaux Records, l’etichetta di Ray Benson degli Asleep At The Wheel, che è anche il proprietario degli studi discografici dove è stato registrato questo CD.

Ma la nostra amica non fa “solo” blues, anche la roots music e la musica dei cantautori non sono estranee al suo stile: e Bob Dylan è un fan dichiarato, al punto che nel 2004 chiese a Carolyn di scrivere alcuni versi di “risposta”al testo di una sua celeberrima canzone, che per l’occasione del nuovo album diventa  Brand New Leopard Skin Pillbox Hat, ed è uno dei maggiori motivi di interesse di questo disco, ma non l’unico. Partiamo proprio da questo pezzo: insieme alla Wonderland appare come seconda voce, slide e resonator guitar, ukulele e armonica (anche nel resto del disco), un ingrifato Guy Forsyth, che contribuisce al call and response di questa versione che evidenzia ancora di più l’aspetto blues del brano, con una versione dove le voci e le chitarre pimpanti dei due protagonisti  contribuiscono a creare una atmosfera calda e coinvolgente, e poi lei canta veramente bene. Ma questa non è una sorpresa, come si evidenzia fin dall’iniziale title track Moon Goes Missing, con le armonie vocali di Shelley King e un sound da bayou, misterioso e felpato, dove si apprezza anche il piano di  Cole El-Saleh, oltre alla chitarra della stessa Wonderland, che ha un tocco molto raffinato, ma è la voce ovviamente l’elemento che colpisce, potente e con quel tocco di “negritudine” che non guasta. Se aggiungiamo che i due musicisti che completano il suo trio, Kevin Lance alla batteria e Bobby Perkins al basso, sono due “vecchie volpi” della scena locale, si capisce perché la nostra amica è considerata una delle migliori cantanti della musica texana, più volte laggiù premiata (curiosamente Carolyn si è sposata nel 2011 sempre a Austin in una cerimonia officiata da Michael Nesmith).

Tornando alla musica Open Eyes è il blues classico che ti aspetteresti in un suo disco, uno slow intenso dove si apprezza anche l’organo Hammond B3 di Red Young,  e la voce sale e scende ben sostenuta dal lavoro eccellente della solista della stessa Wonderland, che è una chitarrista di notevole valore. Molto buono anche il duetto, scritto e cantato insieme a Ty Taylor, la turbina umana che è il leader dei Vintage Trouble, i due se le “suonano e se le cantano di gusto” nel funky-gospel-blues che risponde al nome di Hellfire Bitters; e pure la cover di  Can’t Nobody Hide From God dal repertorio di Blind Willie Johnson non scherza, elettrica e passionale, a tutta slide, con la voce che rimane padrona assoluta della canzone. In Swamp ci aiuta il titolo, una breva trasferta dal Texas alla Louisiana, con Forsyth all’armonica e tocchi di bayou-rock alla Creedence , della cover di Dylan abbiamo detto, ma anche la lunga e bellissima She Wants To Knows, con l’aggiunta di fiati, piano e organo a colorare il sound, ha una aura roots-rock ante litteram che non può non rimandare alla Janis Joplin di Pearl, e la parte centrale strumentale è fantastica, grande brano. Molto piacevole e rilassato l’old fashioned style di una birichina To Be Free, con “assolo” di voce alla Armstrong di Carolyn Wonderland, che è anche una brava trombettista, mentre Everytime You Go è un tagliente blues texano, con elettrica ed armonica a sostenere la voce a pieni polmoni della Wonderland, che poi si concede a un ritmato gospel-soul come Come Together, scritto insieme a Ruthie Foster, prima di chiudere con l’ultima sorpresa del disco, una versione intima ed acustica, ma di grande intensità, di Bad To The Bone di George Thorogood, solo voce e chitarre, ma che voce. Se già non la conoscete vale la pena di esplorare, per i fan una conferma.

Bruno Conti

Un Vero Cantastorie Della Musica “Americana”. Tom Russell – Folk Hotel

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Tom Russell – Folk Hotel – Frontera Records/Proper Deluxe Edition

Tom Russell, nella sua lunga carriera, ha sfornato diversi “concept album” di sicuro interesse, uno dedicato alle “western songs” Indians Cowboys Horses Dogs (04), e soprattutto la bellissima, e in parte innovativa, “trilogia” iniziata con The Man From God Knows Where (una saga familiare che narra la storia della famiglia Russell (99), proseguita con Hotwalker (un viaggio a ritroso nella memoria e nella storia dell’America (05), e conclusa (per ora) con l’affascinante The Rose Of Roscrae (una saga popolare che parte dall’Irlanda e raggiunge il Canada (15) http://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ . Alcuni puntualmente recensiti su queste pagine: fino ora ad arrivare a questo nuovo lavoro Folk Hotel, un intrigante album, ricco di argomenti su personaggi e storie della provincia americana, raccontate al Chelsea Hotel di New York (raffigurato sulla cover del disco, dipinta dallo stesso Russell), tanto caro al grandissimo Leonard Cohen (di cui sentiamo la mancanza), e ad altri artisti di quel periodo. Folk Hotel come consuetudine è stato registrato ad Austin in Texas presso lo studio Congress House, e il buon Tom (che suona anche parte degli strumenti), è aiutato dalla presenza di illustri musicisti della scena “roots” americana, come il mitico e amico fisarmonicista Joel Guzman (Joe Ely e Los Lobos fra i tanti suoi “clienti”), Mark Hallman alle percussioni e bouzouki, Redd Volkaert alle chitarre, Augie Meyers al pianoforte e voce, Hansruedi Jordi alla tromba, e come graditi ospiti i nostri Max De Bernardi e Veronica Sbergia rispettivamente alla chitarra e washboard e armonie vocali, nonché con Joe Ely e la brava Eliza Gilkyson a duettare con lui, il tutto prodotto dallo stesso Russell con Mark Hallman.

La canzone d’apertura Up In The Old Hotel (si riferisce al famoso libro di Joseph Mitchell) è una dolce ballata con l’intro della tromba di Jordi e dove si sente subito l’impronta di Guzman, per poi passare subito alle atmosfere “messicane” di una spumeggiante Leaving El Paso, cantata in duetto con Eliza Gilkyson,  a seguire le trame acustiche di una accorata e soave I’ll Never Leave These Old Horses (dedicata al leggendario Ian Tyson), e poi ancora un duetto con la Gilkyson nell’elegia musicale The Sparrow Of Swansea (scritta con Katy Moffatt e dedicata al poeta inglese Dylan Thomas), con una bella melodia che ricorda vagamente Streets Of London di Ralph McTell.  Le narrazioni “antiche” di Tom continuano con l’intro recitativo di All On A Belfast Morning (da una poesia del poeta di Belfast James Cousins), a cui fanno seguito il moderno bluegrass” di una “agreste” Rise Again, Handsome Johnny, dove fa una bella figura il duo italiano Max De Bernardi e Veronica Sbergia. Ci inchiniamo davanti alla bellezza di Harlan Clancy, dettata dalle note del pianoforte di Augie Meyers e dell’armonica di Tom, mentre The Last Time I Saw Hank è la classica ballata texana, che tanti presunti nuovi “fenomeni” probabilmente non saranno mai in grado di scrivere. Con The Light Beyond The Coyote Fence e The Dram House Down In Gutter Lane, Russell propone la parte più acustica del lavoro (brani perfetti da suonare sotto le stelle del Texas), a cui fa seguito il secondo recitativo di un’altra poesia totale come The Day They Dredged The Liftey / The Banks Of Montauk / The Road To Santa Fe-O, per poi volare col cuore in Danimarca per una struggente e triste The Rooftops Of Copenhagen (dedicata al navigatore danese Ove Joensen).

L’edizione deluxe è ampliata da una riscrittura di Just Like Tom Thumb’s Blues (del premio Nobel Bob Dylan  *NDB Nella stessa pagina del Blog oggi trovate anche l’anticipazione del nuovo cofanetto di Bob, il vol. 13 delle Bootleg Series Trouble No More, un fil rouge perfetto), che Tom canta in duetto con Joe Ely, accompagnati  entrambi dalla magica fisarmonica di Guzman, e dal blues acustico di Scars On His Ankles, un commovente incontro immaginario tra lo scrittore Grover Lewis e il grande cantante e chitarrista blues Lightnin’ Hopkins, due canzoni piuttosto lunghe, una di sei e una di nove minuti, quindi non dei riempitivi, anzi. Come nei dischi citati inizialmente, questo ultimo Folk Hotel come sempre è un gesto di grande affetto verso storie e personaggi che Tom Russell (romanziere, criminologo, oltre che artista e cantautore) ha certamente amato, dando vita a questa bella raccolta di canzoni, che ci confermano un cantautore ancora in piena forma (e anche prolifico visto il recente omaggio con Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia http://discoclub.myblog.it/2017/05/29/un-sentito-omaggio-da-parte-di-un-grande-musicista-ad-un-grande-duo-tom-russell-play-one-more-the-songs-of-ian-sylvia/ ), ed in grado di emozionare con ballate dirette che hanno la forza e la capacità di raccontare la sua America, ma soprattutto di scavare nella nostalgia della gente.

Tino Montanari

Ancora Un Disco Di Qualità Per Questo Texano Mancato. Jon Wolfe – Any Night In Texas

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Jon Wolfe – Any Night In Texas – Fool Hearted CD

Jon Wolfe, countryman originario di Tulsa, Oklahoma (ma texano d’adozione) si è rivelato al mondo con il suo secondo album, l’ottimo It All Happened In A Honky Tonk, uscito una prima volta nel 2010 e ristampato in versione deluxe dalla Warner ben tre anni dopo. Wolfe non è molto prolifico, in quanto da allora ha pubblicato solo altri due lavori, Natural Man nel 2015 ed ora questo nuovissimo Any Night In Texas, ma è uno che non fa dischi tanto per farli, né incide prodotti commerciali tipicamente made in Nashville solo per vendere, insomma ci tiene alla qualità. La sua musica è un country robusto ed elettrico, dal ritmo spesso alto e con canzoni di buon livello: Jon è dotato anche di un’ottima voce, ed il suo stile è maturato disco dopo disco, al punto che si può dire che Any Night In Texas è il suo miglior lavoro dopo l’album del 2010. Un disco di puro country texano, roccato e ritmato a puntino, e con il giusto equilibrio tra arte e commercio: quattordici canzoni suonate come si deve e prodotte con mano sicura da Jon stesso con Lex Lipsitz, e con diverse collaborazioni illustri nella stesura dei brani, con nomi come Ashley Monroe, Jon Pardi, Radney Foster, Brandi Clark, Rhett Akins e l’ex leader degli Hootie & The Blowfish, Darius Rucker, da tempo reinventatosi cantante country.

Girl Like You è un brano elettrico e potente dal motivo decisamente orecchiabile, che fonde mirabilmente atmosfere radio friendly ed un’attitudine da vero country rocker, cosa che si ripete, se possibile accentuata, nella seguente Time On My Hands, molto diretta e con le chitarre in evidenza. La title track mette in primo piano la bella voce del nostro e la sua propensione al ritmo, per una fluida country ballad che si lascia apprezzare in toto; Boots On A Dance Floor, nonostante il titolo, è uno slow, anche se le chitarre lavorano di fino sullo sfondo e non ci sono cedimenti di sorta, mentre Baby This And Baby That torna a parlare la lingua del country rock: forse qualche brano è prevedibile, ma il suono è quello giusto, non ci sono aiuti da parte di synth, programming, pro-tools e diavolerie varie e la qualità complessiva ne guadagna. A Country Boy’s Life Well Lived è un irresistibile country’n’roll del tipo che si balla nei bar texani, ritmo e divertimento assicurati, Drink For Two è un vibrante duetto con la graziosa Sunny Sweeney, un pezzo che cresce man mano che lo si ascolta, Airport Kiss è forse un tantino ripetitiva, ma sempre piacevole e ben fatta, mentre Hang Your Hat On That è un lento dal refrain intenso e con un ottimo assolo chitarristico. La ultime cinque canzoni confermano quanto di buono si è sentito nelle prime nove, con una menzione particolare per la roccata Whenever I’m With You, la mossa That’s What A Song Will Do, contraddistinta da un bel riff, e la tersa We’re On To Somethin’.

Al quarto disco Jon Wolfe non è ancora stato risucchiato dal pericoloso calderone di Nashville (anche se è proprio là che va ad incidere i suoi lavori), e ad occhio e croce credo che riuscirà a mantenere la barra dritta anche in futuro.

Marco Verdi

Country (Rock) Dal Texas Via Nashville. Eli Young Band – Fingerprints

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Eli Young Band – Fingerprints – Big Machine Label Group/Universal           

Vengono presentati ancora come una “giovane band”, ma in effetti Mike Eli e James Young, ovvero la Eli Young Band dovrebbero essere intorno alla quarantina, e sono in pista dall’inizio anni ’00, avendo già pubblicato sei album di studio, oltre ad alcuni EP e un album dal vivo, a livello indipendente: vengono da Denton, nel nord della Texas, ma ormai da parecchi anni fanno parte della scena country(rock) di Nashville, e quindi anche loro ogni tanto sono soggetti alle sirene del suono più becero della Music City, di solito evitandolo, anche se nel precedente 10,000 Towns, come da loro ammesso, qualche segnale c’era stato, e, temo, anche in questo nuovo. Comunque per lunghi tratti il sound è quello giusto e le canzoni anche, collaborano come autori con gente come Shane McAnally (Miranda Lambert, Brandy Clark, e altri molto meno raccomandabili) e soprattutto in un pezzo, con la brava Lori McKenna; tutte le undici canzoni sono scritte ad hoc per questo progetto, niente cover.

I due co-produttori Ross Copperman (che suona anche un tot di strumenti aggiunti e firma cinque brani) e Jeremy Stover, sono due “professionisti” della scena di Nashville, e tra i sessionmen si segnala Dan Dugmore alla steel. Insomma un onesto e ben fatto album di country-rock, che cerca di mediare tra il sound texano e quello nashvilliano, buone armonie vocali, chitarre anche spiegate a tratti, un mix tra la musica radiofonica commerciale e quella più ruspante: la firma e voce solista principale con otto brani è Mike Eli, James Young è co-autore in tre. Salwater Gospel è una buona partenza, un moderato country-rock dei buoni sentimenti, con piacevoli intrecci vocali, un ritornello che resta facilmente in mente, anche radiofonico, ma nei limiti della decenza, uno di quei brani in equilibrio tra i due mondi sonori del gruppo. La title track è più grintosa, un riff “sudista”, chitarre più arrotate, anche slide, ritmo incalzante, con un sound più “old school”, come lo definiscono loro, rispetto al disco precedente, mentre Never Again, che va di groove, è decisamente più commerciale, niente di criminale tipo l’ultimo NEEDTOBREATHE, ma non entusiasma, per usare un eufemismo. Old Songs, con Young all’armonica e un bel uso di chitarre acustiche ed elettriche, armonie vocali a profusione (anche la voce femminile di Carolyn Dawn Johnson) e un insieme che ricorda molto il country rock classico, sia quello anni ’70, che quello anni ’90 di Jayhawks e Blue Rodeo.

Per rimanere nel tema decadi, Drive è un innocuo rockettino AOR anni ’80, Skin And Bones, scritta con Lori McKenna è uno di quelle morbide ballate midtempo che sono nel DNA della band,con la bella voce di Mike Eli in evidenza, una love song dedicata alla moglie che è anche il primo singolo tratto dall’album; ancora dal lato radiofonico, ma con giudizio, viene A Heart Needs A Break, quei pezzi vagamente antemici che sono croce e delizia di chi non ama troppo il sound dell’attuale country di Nashville. Once, ancora con un approccio più rock, è nuovamente un brano che probabilmente piacerà molto ai fans dal vivo, con un bel tiro delle chitarre, da sentire magari in macchina a volume elevato (se potete sulle Highway americane, se no vanno bene anche le nostre autostrade) e pure Never Land non si distacca di molto dal canovaccio, country poco, rock (un filo commerciale), anche troppo, insomma i tempi di Life At Best sembrano passati http://discoclub.myblog.it/2011/08/22/buon-country-rock-dal-texas-via-nashville-eli-young-band-lif/ , gli arrangiamenti mi sembrano fin troppo pompati.

In God Love The Rain, tornano le chitarre acustiche e i buoni sentimenti di Old Songs, di nuovo con la voce di supporto della Johnson e il tempo della ballata a prevalere, eseguita con diligenza ma senza quel quid che anche nell’ambito dei “revivalisti” distingue il compitino dalla canzone di classe, che è poi comunque anche la cifra di tutto il disco. Per esempio la conclusiva The Days I Feel Alone, che non è una brutta canzone, ricorda un po’ gli ultimi Coldplay con una steel aggiunta e se facessero country, che non so se è una offesa o un complimento, fate voi. Il titolo del Post è simile a quello di sei anni fa, ho solo aggiunto un paio di parentesi intorno a rock!

Bruno Conti

Per Rimanere In Famiglia: Musica Fatta Con Amore E Passione! Bruce Robison – Bruce Robison & The Back Porch Band

bruce robison and the bach porch band

Bruce Robison – Bruce Robison & The Back Porch Band – Motel Time CD

 Ritorna a pubblicare un disco da solista il texano Bruce Robison, fratello del più famoso Charlie (*NDB. E come da titolo del post c’è pure la sorella Robyn Ludwick di cui avete letto nel Blog recentemente http://discoclub.myblog.it/2017/07/24/torna-una-delle-regine-della-moderna-texas-music-robyn-ludwick-this-tall-to-ride/ ), a ben otto anni dal suo precedente lavoro, His Greatest (che a dispetto del titolo non era un’antologia, ma una serie di brani scritti da Bruce per altri artisti e da lui interpretati per la prima volta), anche se nel mezzo abbiamo avuto due album incisi in coppia con la moglie Kelly Willis. E per il suo ritorno Bruce decide di tornare indietro nel tempo, cioè a quando si registrava in analogico e non in digitale, a volte perfino in presa diretta: Bruce Robison & The Back Porch Band è quindi un lavoro fatto con passione, un atto d’amore verso la musica country più pura e suonata al 90% con strumenti acustici. La copertina potrebbe far pensare ad un trio, ma in realtà il gruppo è più esteso, e comprende, oltre a Robison alla chitarra, Macy Muse alla steel, il bravissimo Chip Dolan al piano, Brian Beken al violino e Conrad Choucroun alla batteria, oltre ad alcuni ospiti tra cui Andrew Pressman al basso, Geoff Queen alle chitarre ed ovviamente la moglie Kelly alle armonie vocali. Un piccolo disco, nove canzoni per 33 minuti di musica, che non contribuirà di certo a rilanciare la carriera del nostro in termini commerciali, ma di certo saprà accontentare i suoi estimatori ed i seguaci della country music più pura. Come abbiamo visto dalla formazione, il gruppo è una “back porch band” per modo di dire, in quanto la sezione ritmica è ben presente e c’è una certa ricchezza strumentale, ma l’approccio è quasi del tutto acustico, intimo ed incontaminato; e poi Bruce è uno che le canzoni le sa scrivere, e dulcis in fundo abbiamo anche qualche cover scelta con cura (e almeno in un caso sorprendente).

L’apertura spetta a Rock And Roll Honky Tonk Ramblin’ Man, un delizioso country’n’roll suonato unplugged, dal ritmo sostenuto ed ottimi interventi di dobro e violino, un inizio coinvolgente. Long Time Comin’ è una tenue folk ballad scritta a quattro mani con Micky Braun (Micky And The Motorcars), dalla bella melodia e pochi strumenti ad accarezzare la voce del nostro; Paid My Dues, scritta ancora da Braun questa volta con Jason Eady, è un godibilissimo honky-tonk alla Jerry Jeff Walker, cantato in duetto con Jack Ingram, puro country just for fun (ottimo il pianoforte), mentre Lake Of Fire è una limpida slow tune dal mood malinconico e con il solito languido violino in evidenza. Squeezebox è proprio il brano degli Who, un pezzo che Bruce ha definito “una bella country song suonata da un gruppo di ragazzi inglesi”, ed in effetti a sentirla rifatta con questo scintillante arrangiamento molto Texas country sembra strano che abbia un passato rock’n’roll: splendida versione, di sicuro l’highlight dell’intero album; The Years, di Damon Bramblett, è un altro brano lento ed intenso, come anche Long Shore, sorta di dolcissima ninna nanna cantata a due voci con la Willis, delicata e toccante. Il CD si chiude con la bucolica Sweet Dreams (non è il classico di Don Gibson, ma un originale di Bruce), cristallino e terso honky-tonk, e con la cover di Still Doin’ Time (In A Honky Tonk Prison), un vecchio pezzo di George Jones, ballata classica suonata in maniera rigorosa. Buona musica fatta per il piacere di farla: questo è Bruce Robison & The Back Porch Band.

Marco Verdi

Torna Una Delle Regine Della Moderna “Texas Music”. Robyn Ludwick – This Tall To Ride

robyn ludwick this tall to ride

Robyn Ludwick – This Tall To Ride – Late Show Records

Dopo un meraviglioso disco come Out Of These Blues (11), seguito dall’ottimo Little Rain (14) http://discoclub.myblog.it/2014/09/02/ultimi-ripassi-lestate-dal-texas-la-sorella-musicale-lucinda-williams-robyn-ludwick-little-rain/ , secondo chi scrive non era facile riproporsi ai quei livelli, ma Robyn Ludwick, sorella di Bruce e Charlie Robison (una delle più interessanti dinastie delle Texas Music), mi smentisce e si ripresenta con questo quinto lavoro This Tall To Ride (il tutto uscito nell’arco di una dozzina d’anni), affidando la produzione al marito e musicista John Ludwick (dopo gli ultimi due gestiti dal grande Gurf Morlix), per dieci brani di grande passione, che non cambiano di una virgola (è questo, almeno secondo me, è un pregio), il “sound” dei dischi precedenti. This Tall To Ride, inciso negli Zone Recording Studios a Dripping Springs in Texas, vede come sempre il marito John al basso, Rick Richard alla batteria, e come ospiti il polistrumentista Bukka Allen, e il bravissimo chitarrista David Grissom (Storyville, Mellencamp, Joe Ely), dove la signora Ludwick spicca sempre con il suo stile di scrittura, come già detto in passato, certamente influenzato da Lucinda Williams, con le canzoni che raccontano di personaggi dalle vicende tragiche ma anche ricche da grintosi messaggi d’amore, che spesso sono il tema principale delle sue canzoni.

Nella prima traccia l’energica ed elettrica Love You For It si nota subito la presenza della chitarra di Grissom, canzone seguita dalla “sociale” Rock’n’Roll Shoes (dove paragona il sesso con la cocaina), una ballata urbana dove le note delle chitarre e la voce di Robyn la fanno da padrone, per poi passare alle melodie “classicamente country” di Lie To Me, e commuoverci con la meravigliosa Freight Train, giocata tra chitarra elettrica ed acustica, e finire la prima parte con le note di un dolce pianoforte in perfetto Lucinda Williams “style”. Con Bars Ain’t Closin’ (cantata con il consorte) si racconta la storia di un musicista alla fine di una relazione, mentre nella seguente Insider descrive la vita di una donna sottoposta ad abusi, entrambe con testi attuali e importanti, suonate con arrangiamenti grintosi e incisivi, mentre Mexia inizia con una chitarra acustica, per poi svilupparsi in una lunga e dolente ballata dai sapori “texani”, passando poi ancora alla bella melodia rock di Wrong Turn Gone, con la chitarra elettrica di Grissom che “singhiozza” all’unisono con la voce di Robyn, e il resto dei musicisti che lavora di fino come in tutto l’album. Nella parte finale la Ludwick si fa più concreta, come nel personale autoritratto della sofferta Junkies And Clowns o nella conclusiva Texas Jesus, un ottimo country-folk che si sviluppa in un diluvio di pedal-steel, con dei risultati superiori alla media di questo pur ottimo album.

Il senso di questo disco, This Tall To Ride (una colonna sonora perfetta per sognare le infinite strade americane) è una manciata di canzoni che giocano sul dolore dei rapporti di solitudine e speranza per trovare un senso nella vita, e, come già detto, oltre a quello di Lucinda Williams nelle canzoni di Robyn Ludwick affiorano molti altri stili che portano ai nomi di Patty Griffin, Mary Gauthier, Rosanne Cash (le prime che mi vengono in mente): una carriera fatta di una musica intensa, un insieme di canzone d’autore e folk-rock, una donna tosta e ostinata che non ha paura di rivaleggiare con le “signore” sopracitate, certificando che, a parere di chi scrive, della famiglia “canterina” allargata (i fratelli Charlie e Bruce, le nuore Kelly Willis e Emily Erwin (Dixie Chicks), da qualche anno lei è forse la migliore della “dinastia” Robison. Sicuramente a fine anno farà parte del mio “listone”.

Tino Montanari

*NDB. Questa volta lo aggiungo io: manco a dirlo, ancora una volta, il CD purtroppo non è di facile reperibilità nelle nostre lande, e di conseguenza anche abbastanza costoso da recuperare oltre oceano, buona ricerca.

La Tregua E’ Finita: A Soli 61 Anni Se Ne E’ Andato Anche Jimmy LaFave!

jimmy lafave

Dopo un periodo relativamente tranquillo nel quale la “Nera Signora”, per dirla alla Roberto Vecchioni, aveva un po’ allentato la presa sui musicisti famosi (anche se pochi giorni fa c’è stato il tragico suicidio di Chris Cornell, non celebrato in questo blog solamente in quanto distante dai gusti dei recensori, nonostante al sottoscritto non dispiaccia qualche dose di hard rock ogni tanto), dobbiamo purtroppo registrare la scomparsa di Jimmy LaFave, avvenuta due giorni fa all’età di soli 61 anni ed al termine di una breve lotta contro una forma molto aggressiva e subdola di cancro, e dopo avere partecipato solo il 19 maggio al suo ultimo concerto a Austin, un tributo per raccogliere fondi destinati al Jimmy LaFave Songwriter Rendezvous, non per lui, ma per altri. Penso, purtroppo, che la sua scomparsa avrà pochissima risonanza sulla stampa e nel web nostrani, in quanto Jimmy era un vero outsider, uno che ha vissuto tutta la sua vita in funzione della musica vera, senza mai cercare la fama ma riuscendo comunque a diventare una piccola leggenda in Texas. Originario del Lone Star State, LaFave si sposta in Oklahoma in giovane età, a Stillwater per la precisione, dove diventa membro di quel movimento sotterraneo conosciuto come Red Dirt, e pubblica tre album tra il 1979 ed il 1988 a livello indipendente, oggi impossibili da trovare. Tornato in Texas, ad Austin, Jimmy esordisce a livello nazionale nel 1992 con l’ottimo Austin Skyline, un album registrato dal vivo nel quale il nostro propone brani autografi intervallandoli con riletture molto personali di canzoni di Bob Dylan, da sempre la sua fonte principale d’ispirazione.

Cantautore raffinato, Jimmy era dotato anche di una bella voce, molto espressiva e duttile (qualcuno l’aveva paragonata a quella di Steve Forbert), adatta sia quando si trattava di arrotare le chitarre per suonare del vero rock’n’roll texano, sia quando proponeva le sue tipiche ballate arse dal sole e sferzate dal vento, molto classiche nel loro accompagnamento a base di piano e chitarra, ma decisamente intense. Gli anni novanta proseguono con altri bellissimi album di puro cantautorato rock texano, come Highway Trance, Buffalo Returns To The Plains, Road Novel e Texoma, con il quale Jimmy entra nel nuovo millennio, iniziando anche a curare una serie parallela di CD intitolata Trail (oggi arrivata al quinto volume), nei quali pubblica outtakes sia in studio che dal vivo molto interessanti, sia di brani suoi che cover, e non solo di Dylan (che comunque non mancano mai). Quando la sua carriera sembrava aver preso una via fatta di album ben fatti ma senza guizzi particolari, ecco due anni fa il suo capolavoro, The Night Tribe, uno splendido disco di ballate pianistiche, notturne, intense e particolarmente ispirate, uno dei migliori dischi del 2015 in assoluto che ci avevano manifestato la grande forma compositiva di un piccolo grande artista, un album che purtroppo (ma allora non lo sapevamo), diventerà anche il suo canto del cigno http://discoclub.myblog.it/2015/05/18/sempre-buona-musica-dalle-parti-austin-jimmy-lafave-the-night-tribe/ .

Personaggio umile, sempre lontano dai riflettori (l’ho visto dal vivo una volta, a Sesto Calende nel 1994 o 1995, e mi è rimasto impresso che, per salire a suonare sul palco, sia lui che i membri della sua band entrarono dal fondo della sala, passando in mezzo al pubblico e chiedendo anche il permesso, il tutto con gli strumenti al collo!), Jimmy ha scritto canzoni che forse non entreranno nella storia ma sono entrare nei cuori dei veri music lovers, brani che rispondono ai titoli di Desperate Men Do Desperate Things, Never Is A Moment, The Open Road, Only One Angel, Austin After Midnight, On A Bus To St. Cloud, The Beauty Of You, anche se potrei andare avanti a lungo. Vorrei ricordarlo non con una canzone sua, ma con una delle innumerevoli cover dylaniane proposte negli anni, un brano che amo molto e del quale Jimmy ha rilasciato una rilettura decisamente intensa e poetica.

Goodbye Jimmy: da oggi il Paradiso è un po’ più texano.

Marco Verdi