La Tregua E’ Finita: A Soli 61 Anni Se Ne E’ Andato Anche Jimmy LaFave!

jimmy lafave

Dopo un periodo relativamente tranquillo nel quale la “Nera Signora”, per dirla alla Roberto Vecchioni, aveva un po’ allentato la presa sui musicisti famosi (anche se pochi giorni fa c’è stato il tragico suicidio di Chris Cornell, non celebrato in questo blog solamente in quanto distante dai gusti dei recensori, nonostante al sottoscritto non dispiaccia qualche dose di hard rock ogni tanto), dobbiamo purtroppo registrare la scomparsa di Jimmy LaFave, avvenuta due giorni fa all’età di soli 61 anni ed al termine di una breve lotta contro una forma molto aggressiva e subdola di cancro, e dopo avere partecipato solo il 19 maggio al suo ultimo concerto a Austin, un tributo per raccogliere fondi destinati al Jimmy LaFave Songwriter Rendezvous, non per lui, ma per altri. Penso, purtroppo, che la sua scomparsa avrà pochissima risonanza sulla stampa e nel web nostrani, in quanto Jimmy era un vero outsider, uno che ha vissuto tutta la sua vita in funzione della musica vera, senza mai cercare la fama ma riuscendo comunque a diventare una piccola leggenda in Texas. Originario del Lone Star State, LaFave si sposta in Oklahoma in giovane età, a Stillwater per la precisione, dove diventa membro di quel movimento sotterraneo conosciuto come Red Dirt, e pubblica tre album tra il 1979 ed il 1988 a livello indipendente, oggi impossibili da trovare. Tornato in Texas, ad Austin, Jimmy esordisce a livello nazionale nel 1992 con l’ottimo Austin Skyline, un album registrato dal vivo nel quale il nostro propone brani autografi intervallandoli con riletture molto personali di canzoni di Bob Dylan, da sempre la sua fonte principale d’ispirazione.

Cantautore raffinato, Jimmy era dotato anche di una bella voce, molto espressiva e duttile (qualcuno l’aveva paragonata a quella di Steve Forbert), adatta sia quando si trattava di arrotare le chitarre per suonare del vero rock’n’roll texano, sia quando proponeva le sue tipiche ballate arse dal sole e sferzate dal vento, molto classiche nel loro accompagnamento a base di piano e chitarra, ma decisamente intense. Gli anni novanta proseguono con altri bellissimi album di puro cantautorato rock texano, come Highway Trance, Buffalo Returns To The Plains, Road Novel e Texoma, con il quale Jimmy entra nel nuovo millennio, iniziando anche a curare una serie parallela di CD intitolata Trail (oggi arrivata al quinto volume), nei quali pubblica outtakes sia in studio che dal vivo molto interessanti, sia di brani suoi che cover, e non solo di Dylan (che comunque non mancano mai). Quando la sua carriera sembrava aver preso una via fatta di album ben fatti ma senza guizzi particolari, ecco due anni fa il suo capolavoro, The Night Tribe, uno splendido disco di ballate pianistiche, notturne, intense e particolarmente ispirate, uno dei migliori dischi del 2015 in assoluto che ci avevano manifestato la grande forma compositiva di un piccolo grande artista, un album che purtroppo (ma allora non lo sapevamo), diventerà anche il suo canto del cigno http://discoclub.myblog.it/2015/05/18/sempre-buona-musica-dalle-parti-austin-jimmy-lafave-the-night-tribe/ .

Personaggio umile, sempre lontano dai riflettori (l’ho visto dal vivo una volta, a Sesto Calende nel 1994 o 1995, e mi è rimasto impresso che, per salire a suonare sul palco, sia lui che i membri della sua band entrarono dal fondo della sala, passando in mezzo al pubblico e chiedendo anche il permesso, il tutto con gli strumenti al collo!), Jimmy ha scritto canzoni che forse non entreranno nella storia ma sono entrare nei cuori dei veri music lovers, brani che rispondono ai titoli di Desperate Men Do Desperate Things, Never Is A Moment, The Open Road, Only One Angel, Austin After Midnight, On A Bus To St. Cloud, The Beauty Of You, anche se potrei andare avanti a lungo. Vorrei ricordarlo non con una canzone sua, ma con una delle innumerevoli cover dylaniane proposte negli anni, un brano che amo molto e del quale Jimmy ha rilasciato una rilettura decisamente intensa e poetica.

Goodbye Jimmy: da oggi il Paradiso è un po’ più texano.

Marco Verdi

Un Altro Gregario Di Lusso! Gurf Morlix – The Soul And The Heal

gurf morlix the soul and the heal

Gurf Morlix  – The Soul And The Heal – Rootball Records

Quasi tutte le recensioni dei dischi dei Gurf Morlix partono dallo stesso assunto, e quindi ci sarà un fondo di verità: il musicista di Buffalo, NY, ma da anni cittadino di Austin, Texas, viene ricordato soprattutto per il suo lavoro come musicista e produttore, attraverso una carriera trasversale che lo ha portato prima ad essere la mano destra di Blaze Foley appunto in Texas, poi all’inizio degli anni ’80 si è trasferito in California dove ha condiviso i primi passi di una emergente Lucinda Williams, forgiandone anche il suono, grazie al suo lavoro di chitarrista e produttore in due ottimi album come l’omonimo Lucinda Williams e Sweet Old World. Poi quando era arrivato il momento di raccogliere i frutti con il fantastico Car Wheels On A Gravel Road, i due si sono scontrati di brutto in studio, e la versione del disco con Morlix, pronta per il 90%, è stata accantonata e non utilizzata. Ma il suono della musica di Lucinda è rimasto negli anni quello forgiato con Gurf,  quel roots-rock scarno, con ampie schegge di country, blues e folk, che si accende in improvvise cavalcate chitarristiche. Anche la musica di Gurf Morlix, ovviamente, viaggia su queste coordinate sonore, arricchita da anni di collaborazioni con spiriti eletti come, cito alla rinfusa, Ray Wylie Hubbard, Tom Russell, Mary Gauthier, Slaid Cleaves, l’amico Ray Bonneville, Buddy Miller, persino i Barnetti Bros di Chupadero, Sam Baker, e mi fermo, ma se c’è bisogno di uno che sa suonare tutti i tipi di chitarra, tastiere, basso, banjo, arrangiarsi alle percussioni, magari producendovi anche il disco nei suoi Rootball Studios di Austin, non cercate altrove.

E qui forse sta l’inghippo, perché in teoria, dall’inizio degli anni 2000, Morlix farebbe il cantautore, con nove album (anzi dieci, perché uno, strumentale, è il rifacimento del precedente senza le parti vocali), ma purtroppo pochi se ne accorgono: i dischi hanno una diffusione molto difficoltosa, pochi ne parlano, anche se lui testardamente, ogni paio di anni circa ne pubblica uno nuovo, l’ultimo è questo The Soul And The Heal, il contenuto è più o meno sempre il “solito”, dieci brani incentrati sui temi della rinascita, della guarigione dalle ferite della vita, spesso tosta, buia e con poche speranze, attraverso un suono denso, ripetitivo, insistito, che parte dalla sua interpretazione del blues, del rock e del country, in un modo quasi idiosincratico, che si apprezza magari solo dopo ripetuti ascolti, e anche se non sempre si eleva verso vette qualitative decise, spesso ha le stimmate dell’artista di culto. Quindi non aspettiamoci grandi voli pindarici, ma un album con dieci solide canzoni che si apre sul laidback blues dell’iniziale Deeper Down, dove il groove inesorabile viene scandito dalla batteria di Rick Richards, il “Buddha del Beat” come lo chiama Morlix nelle note, molto scarne, del CD, forse per il suo stile imperturbabile e ripetuto, usato anche negli album di tutti gli artisti citati poco fa, il resto lo fanno le svisate d’organo di Nick Connolly e il basso cavernoso e la chitarra dello stesso Gurf, che ogni tanto si impenna con brevi e mirati interventi che non tendono mai al virtuosismo, ma sono funzionali all’atmosfera della canzone; Love Remains Unbroken potrebbe essere appunto il titolo di una canzone di Lucinda Williams,e anche lo stile è quello, una ballata, cantata con voce roca e spezzata, ma graziata da una bella melodia che si dipana sul solito arrangiamento scarno ma al tempo stesso austeramente raffinato, con la chitarra che regala un piccolo solo di grande classe e feeling.

Bad Things aggiunge al menu l’armonica minacciosa di Ray Bonneville, per un blues desertico e scheletrico, scandito dalla batteria quasi metronomica di Richards e con un assolo minimale della slide di Morlix nella parte centrale; Cold Here Too, ancora più narcotica, lavora sempre di sottrazione, su ritmi e arrangiamenti, dove, sinceramente, forse un po’ di varietà in più non guasterebbe, anche se la chitarra cerca di prendere vita, mentre Right Now tenta la strada del ritmo reggae, con l’organo sibilante e i tom-tom più vivaci del solito, ma giusto un po’, perché questa è la musica del nostro. E quindi la strada della ballata sembra quella più proficua, come nella languida e malinconica Move Someone, dove il country-blues è di nuovo molto vicino alle tematiche sonore della Williams, perfino con un accenno di armonie vocali; I’m Bruised, I’m Bleedin’ è una ulteriore variazione sui temi bui delle canzoni di Morlix, anche se uno spicchio di speranza si percepisce sempre, sia nei testi, come nelle musiche. E infatti Quicksilver Kiss, sempre su questi parametri sonori, è comunque più mossa e vivace, quasi “ottimistica”, con tocchi rock leggeri ma percepibili nel delizioso assolo di chitarra, ancora più accentuati in My Chainsaw  dove il nostro amico lascia andare la sua chitarra in un mordente solo su un ritmo rock, prima di chiudere l’album con il piccolo gioiellino folk della ballata conclusiva The Best We Can, solo voce e chitarra acustica. Per chi ama la sua musica e quella della sua “amica”, una conferma.

Bruno Conti

Texas O Rhode Island Che Sia, Questi Comunque Non Scherzano! Knickerbocker All-Stars Featuring Jimmie Vaughan And Duke Robillard – Texas Rhody Blues

knickerbocker all-stars featuring jimmie vaughan & duke robillard texas rhody blues

Knickerbocker All-Stars Featuring Jimmie Vaughan And Duke Robillard – Texas Rhody Blues – JP Cadillac Records

Come direbbero quelli che parlano (e scrivono) bene, questa più che una band vera e propria è un “progetto”! Ovvero, un gruppo di musicisti che suonano nel disco ovviamente c’è, ma sempre quello di prima direbbe che si tratta di una formazione aperta, e assai numerosa aggiungo io: nel disco infatti si alternano ed appaiono, non tutti insieme, la bellezza di 16 musicisti. Intanto vediamo chi sono, sempre per il famoso assunto che i nomi non saranno importanti, ma noi che non ci crediamo ve li scioriniamo tutti: gli unici due fissi, presenti in tutti i brani, sono Marc Teixeira, batteria e Brad Hallen, contrabbasso e basso elettrico, vale a dire la sezione ritmica della band di Duke Robillard, anche lui presente come special guest in tre brani, e anche Bruce Bears appare al piano in tre pezzi. Potremmo dire quindi che è un disco della Duke Robillard Band con ospiti? Direi di no: il famoso “progetto” parte molto indietro nel tempo, quando alcuni musicisti bianchi scoprono, attraverso le varie edizioni dei Festival di Newport, molti dei grandi del Blues e si innamorano della loro musica.

Tra i tanti, oltre a Bloomfield, Kooper, Butterfield, Goldberg e molti altri, c’è anche un giovane chitarrista del Rhode Island, Robillard appunto, che decide che questa musica sarà quella della sua vita; qualche anno dopo dal Rhode Island arriva anche Johnny Nicholas, il cantante degli Asleep At The Wheel, e pure Fran Christina, il batterista dei Fabulous Thunderbirds veniva dal RI, mentre lo stesso Duke suonerà sia con i Fabulous e prima ancora con i Roomful Of Blues, creando questo intreccio di stili che dà il nome al disco Texas Rhody Blues, quindi blues texano suonato (e registrato) da musicisti del Rhode Island, misti a quelli texani. Perché nel disco l’altro ospite importante è Jimmie Vaughan, anche lui impiegato in tre brani, con il chitarrista principale dell’album che è Monster Mike Welch, nato a Austin, ma cresciuto musicalmente a Boston; in questo intreccio ecumenico di artisti, provenienti da tutti gli States, ci sono anche gli eccellenti cantanti Sugaray Rayford, Brian Templeton e Willie J Laws, che si dividono le parti vocali con Robillard, una sezione fiati di quattro elementi guidata da Doug James, utilizzata nella quasi totalità dei brani del CD, e ancora Matt McCabe e Al Copley che si alternano con Bears al piano. Il tutto è stato registrato al Lakewest Recording Studio di West Greenwich, RI appunto, ed esce per la JP Cadillac Records, con reperibilità molto scarsa, come i due precedenti dischi a nome Knickerbocker All-Stars.

Ma voi fregatevene e cercate di recuperarlo perché merita: un bel disco di blues elettrico tradizionale infarcito di brani classici (vecchi e “nuovi”), tutte cover, che si apre con la poderosa Texas Cadillac, una canzone di Smokin’ Joe Kubek che ci permette di apprezzare la voce di Sugaray Rayford (cantante dei Mannish Boys) e la chitarra di Mike Welch, un blues texano pungente, sincopato e vivace, punteggiato dai fiati, che indica subito quale sarà il contenuto dell’album, mentre You’ve Got Me Licked, scritta da Jimmy McCracklin, è il classico slow blues, sempre con uso di fiati, ed era nel repertorio di Freddie King e John Mayall, la canta Willie J Laws, altro texano Doc dall’ottima voce, ma il protagonista è Mike Welch con la sua chitarra. Altro blues lento e lancinante è Respirator Blues, un pezzo della Phillip Walker Band, ancora con Rayford e Welch sugli scudi; poi a seguire due dei tre brani dove opera l’accoppiata Robillard/Vaughan, prima un classico swing blues a firma Dave Bartholomew (l’autore dei brani di Fats Domino) Going To The Country, cantato da Duke e con i due solisti che si titillano a vicenda, poi I Have News For You di Roy Milton, uno dei pionieri del jump blues e R&B anni ’40-’50.

I Still Love You Baby di Lowell Fulson, di nuovo con Rayford, rimane sempre in territori texani, ma la voce di Sugaray fa la differenza, e, quasi stesso titolo, I Got News For You, cantata da Laws e con la tromba di Doc Chanonhouse che se la vede con la chitarra di Welch, poi I Trusted You Baby, uno dei due brani cantati da Brian Templeton, più “jazzy” e raffinata; l’altro della coppia Vaughan e Robillard è un blues primevo come l’intenso Blood Stains On The Wall. E non mancano neppure gli omaggi a Clarence “Gatemouth” Brown con lo strumentale Ain’t That Dandy e a Guitar Slim con Reap What You Sow, altro lentone dove si esaltano Laws e Welch. Infine breve intermezzo parlato di T-Bone Walker, prima della ripresa di uno dei suoi classici, Tell Me What’s The Reason, a completare un disco di blues, magari non indispensabile, ma solido e ben fatto.

Bruno Conti

Un Cocktail Di Suoni “Americana”! The Band Of Heathens – Duende

band of heathens duende

*NDB Un po’ in ritardo, ma come promesso, ecco la recensione, buona lettura.

The Band Of Heathens – Duende – Blue Rose/IRD

Tra i diversi gruppi che riescono ad ottenere un certo successo nelle “charts” americane da qualche anno a questa parte, ci sono sicuramente, in un ambito diciamo “moderato”, i Band Of Heathens, sulla breccia ormai da più di una decade, e che a distanza di quattro anni dal precedente Sunday Morning Record (13) http://discoclub.myblog.it/2013/10/02/la-banda-della-domenica-mattina-band-of-heathens-sunday-morn/ sfornano questo ultimo lavoro Duende (il loro quinto disco in studio, tralasciando i tre “live”, nel corso della carriera). I Band Of Heathens vengono dalla sempre viva scena musicale di Austin, Texas e sono una formazione guidata dai due storici frontmen e vocalists Ed Jurdi (chitarra, armonia e piano) e Gordy Quist (chitarre), mentre a completare l’attuale “line-up” troviamo una eccellente sezione ritmica composta da Richard Millsap alla batteria e pèrcussioni, Scott Davis al basso, con l’aggiunta di Trevor Nealon alle tastiere e pianoforte e Russ Pahl alla pedal steel, per un lavoro che spazia, come al solito, dal country-rock al sound sudista, passando per soul, funky, e boogie:, il tutto registrato nei Ronjo Studios, in quel di Austin, sotto la co-produzione dell’ingegnere del suono Jim Vollentine (Spoon e White Rabbits).

Un idea di cosa sono capaci tuttora i Band Of Heathens  la rende bene l’iniziale All I’m Asking, un brano notevole, cantato e suonato con trasporto (con le parti vocali, loro punto di forza, in gran spolvero), a cui fanno seguito un super “funky” come Sugar Queen, e una deliziosa Last Minute Man con un arrangiamento molto “folk-country” oriented, per poi passare alla scanzonata Deep Is Love (sicuramente la meno riuscita del disco). Fortunatamente si continua con la contagiosa melodia di Keys To The Kingdom, il robusto rock nuovamente con venature “soul” di Trouble Came Early, cambiando poi leggermente genere con il soul-funky di Daddy Longlegs, mentre la successiva traccia è uno splendido brano acustico Cracking The Code, che ci rimanda a quei quattro ragazzi “poco noti” di Liverpool. Chiudono degnamente Duende una Road Dust Wheels, dove si viaggia verso il Messico, fondendo ritmi latini con un “sound” di frontiera, mentre la finale Green Grass Of California, viene valorizzata dalle splendide armonie vocali del gruppo (in perfetto stile Eagles).

Quindi ancora una volta i Band Of Heathens, con estrema disinvoltura, continuano ad incidere ottimi dischi, alternando come sempre la loro “miscellanea” di generi, che come detto sono un insieme di rock, blues, funky, soul, country, con ogni componente del gruppo con un proprio stile e modo di cantare e scrivere canzoni, facendo in modo che la passione degli esordi lasci il passo ad uno stile meglio delineato e più elegante. Insomma se amate il genere “americana” e non avete neanche un loro album, beh direi che è praticamente indispensabile, ma pure se non lo amate e ogni tanto vi va di ascoltare un disco in assoluto relax per un ascolto non impegnativo, Duende e le sue canzoni possono sicuramente servire.!

Tino Montanari

E Questi Da Dove Sono Sbucati? Doug Sahm – Kevin Kosub …And Friends

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Doug Sahm – Kevin Kosub  …And Friends – Kevin Kat Records

Questo è uno dei classici casi in cui la proprietà commutativa dell’addizione non si applica, ovvero, cambiando l’ordine degli addendi il risultato cambia. Infatti il nome di Doug Sahm posto in testa all’intestazione di questo CD è quanto meno fuorviante: il nostro amico risulta essere morto nel 1999, ma questo lo si rileva solo, en passant, dalle note interne del libretto. Guardando l’album dal di fuori sembra una super session tra Doug Sahm, Kevin Kosub (amico e complice di Doug in quel di San Antonio, dove è stato il creatore e curatore di un Museo dedicato a quest’ultimo, in una piccola stanza della sua abitazione, e questo già indica che non è un personaggio “comune”), ma se poi aggiungiamo, e lo si evince dalla foto (spartana) di copertina del disco, che gestisce anche una piccola etichetta, la Kevin Kat Records, composta da altri personaggi, diciamo bizzarri, come lui, le cose si complicano ulteriormente.

E per completare la disamina dei contenuti, ma ci torniamo tra un attimo, in effetti la presenza di Doug Sahm è limitata ai quattro brani conclusivi, incisi non si sa quando, con chi, dove e perché. Il primo è anche interessante, ma gli altri tre probabilmente incisi, si deduce dalla qualità (scarsa) delle registrazioni, quando Sahm era un giovane di belle speranze agli albori della sua carriera, meno. Quindi confermo che se poniamo “l’addendo” Doug Sahm in coda all’addizione il risultato cambia, e non di poco. Poi, se proprio vogliamo, e torniamo al contenuto del CD, il disco non è neppure brutto, soprattutto per gli appassionati della musica texana, ma anche del rock, del blues, del R&R, del country, della musica kitsch, nell’album si trova di tutto.

Se volete fare una prova prima di eventualmente acquistare il manufatto potete andare su youtube.com, cliccate Kevin Kosub And Friends e trovate parecchi video di questo album, dove potete capire chi sia questo personaggio, taglio di capelli alla George Jones, abbigliamenti vari ed inconsueti, circondato da una band mentre interpreta i tre brani a lui attribuiti, presumo in una baracca nel giardino della sua abitazione multiuso, accompagnato dai “friends” del titolo, che sono pure bravi tra l’altro, fuori di testa come lui, Marco Villareal al basso, Urban Urbano (?!?) alla batteria, Paul Kandera alla chitarra, ma anche Johnny Cockerell, altro chitarrista, leggenda locale della San Antonio Blues Society, così viene detto e. l’unico che conosco, ammetto la mia ignoranza su tutti gli altri, Augie Meyers, alle tastiere in alcuni brani.

Sembrano tutti abbastanza fuori di testa, Kevin Kosub in testa, che canta con una voce rauca e sguaiata alla Jim Dandy dei Black Oak Arkansas (ma molto peggio) canzoni dal testo delirante che parlano di mettere sotto impeachment Obama o sui veterani del Vietnam, a tempo di rock, dal ritmo tirato e gagliardo comunque, con chitarre niente male, nei primi tre brani. Poi c’è Kandera che fa dell’ottimo blues, Mark Stewart, ancora del texas blues swingante con fiati, Dan Marcuse dell’outlaw country alla Waylon & Willie, del R&R e del blues anche lui, suonato mica male, confermo. Poi ci sono gli United, attivi dal 1968, che sono l’anello mancante tra il garage rock e il Sir Douglas Quintet, e pure un poco di Tex-mex con fisa a cura di Johnny Cockerell, ma anche del blues fuori di testa (più del resto). Poi c’è il settore kitsch music a cura dei Karloz e di una tipa, tale Roxanne Ramsey, che sembra Trump con la parrucca  (ops, è già così? Trump con i capelli lunghi biondi!), e propone canzoni improbabili tra cui Don’t Take Christ (Out Of Christmas). E infine le quattro canzoni di Doug Sahm, tra cui quella valida è la versione tex-mex di un brano celeberrimo di Carole King che diventa Will You Still Love Me Manana, in ispano americano, le altre due R&R primevo, con l’esclusione di un eccellente tuffo nel blues, una Yonder Walls di Elmore James che sembra fatta dagli Yardbirds (e incisa forse anche in quegli anni).

Un disco “strano” a dir poco, ma se avete del denaro da investire si potrebbe fare pure un tentativo, non è così malvagio, forse.

Bruno Conti

Un Live Che Non Fa Prigionieri! Anche Perché Ci Sono Già…. Mark Collie – Alive At Brushy Mountain State Penitentiary

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Mark Collie & His Reckless Companions – Alive At Brushy Mountain State Penitentiary – Wilbanks Entertainment CD

Spero che mi perdonerete la battutaccia del titolo, ma era difficile resistere… Non so quanti di voi si ricordano di Mark Collie, country singer-songwriter di Nashville abbastanza popolare negli anni novanta, autore di ben cinque album dal 1990 al 1995, con una bella serie di canzoni decisamente elettriche e poco inclini ai compromessi, tra honky-tonk, cover di pezzi rock, qualche ballata di buona fattura e soprattutto tanta energia e brani di sano country moderno. Le vendite non erano neanche male, ma all’improvviso, all’indomani di Tennessee Plates (1995), il silenzio, totale e lunghissimo, interrotto soltanto nel 2006 con la pubblicazione di Rose Covered Garden, un lungo periodo di inattività che non ha fatto certo bene alla sua carriera. Per fortuna le notizie più recenti lo darebbero (il condizionale è d’obbligo) in procinto di tornare nel giro, ma intanto l’appetito viene stuzzicato con la pubblicazione di questo live, il primo per lui, intitolato Alive At Brushy Mountain State Penitentiary, registrato nel 2001 nell’omonima prigione del Tennessee (che ha chiuso i battenti nel 2009), ma messo sul mercato soltanto oggi.

La registrazione di dischi dal vivo nelle prigioni è una vecchia pratica, non solo nel country: gli esempi più noti sono i leggendari album alla Folsom Prison e poi a San Quentin da parte di Johnny Cash, ma anche il disco inciso da B.B. King alla Cook County Jail; anche Mark, che nel 2001 era ancora relativamente popolare, ha pensato di allietare la dolorosa permanenza dei carcerati della prigione di Brushy Mountain, e per farlo si è presentato con una super band. Lo accompagna infatti in questa serata gente come David Grissom, grande chitarrista già al servizio di John Mellencamp e Joe Ely, il tastierista Mike Utley, da decenni nella Coral Reefer Band di Jimmy Buffett, il bassista Willie Weeks (Rolling Stones, Eric Clapton e molti altri), il chitarrista e violinista Shawn Camp (produttore e partner musicale del grande Guy Clark) ed il batterista Chad Cromwell (Neil Young, Mark Knopfler): un gruppo dal pedigree eccezionale, perfetto per accompagnare il nostro nelle sue scorribande elettriche e decisamente coinvolgenti, canzoni che in questa veste live si spostano ancora di più verso il rock; come ciliegina, abbiamo anche un paio di graditi ospiti, e cioè la brava Kelly Willis in tre pezzi e, alla chitarra e voce in Someday My Luck Will Change, il grande bluesman Clarence “Gatemouth” Brown, quattro anni prima della sua scomparsa.

Un gran bel disco di puro country-rock, vigoroso e vibrante, con un leader decisamente in palla ed un pubblico prevedibilmente caldo (anche perché non è che serate come questa fossero frequenti in quel luogo), che risponde spesso con ovazioni ai testi delle canzoni, scelte con cura tra originali e cover in modo da offrire quasi solo brani a tema per così dire carcerario (e quindi non ci sarebbe stata male una bella The Devil’s Right Hand di Steve Earle, uno che in galera c’era pure stato). Attacco potente con One More Second Chance, un rockin’ country (molto più rockin’ che country) ad alto tasso elettrico, gran ritmo e Grissom subito in prima fila a macinare note; I Could’ve Gone Right è una orecchiabile country song che parte lenta ma poi, quando entra la band, fa salire la temperatura, con un motivo diretto ed altro ottimo assolo chitarristico (ma anche Utley fa sentire le sue dita sulla tastiera), Maybe Mexico, che parla della nazione del titolo come possibile luogo di destinazione per un fuggitivo, è un country’n’roll tutto da godere, con il pubblico che si fa sentire al termine di ogni ritornello. Heaven Bound, di e con Kelly Willis, mette in primo piano la bella voce della bionda cantante, per una country song limpida e deliziosa, mentre Got A Feelin’ For Ya (scritta da Dan Penn con Chuck Prophet), ha un ritmo più cadenzato ed elementi quasi soul, con la voce della Willis che si adatta al brano con ottima duttilità.

La fluida On The Day I Die vede Mark tornare al centro del palco, ed è una rock ballad fatta e finita, di country ha poco, e rientra alla perfezione nella categoria di certe canzoni stradaiole di John Mellencamp, mentre la tonica Dead Man Runs Before He Walks ha un buon sapore di country blues elettroacustico sudista; la bella Rose Covered Garden, un folk tune cantautorale di grande presa (una delle migliori composizioni di Mark), precede un’intensa cover di Why Me Lord di Kris Kristofferson, ancora con l’aiuto di Kelly, un’ottima versione che piacerà di certo anche al vecchio Kris. La roccata e ficcante Do As I Say prelude all’arrivo di Clarence “Gatemouth” Brown, che con Someday My Luck Will Change sposta la serata su territori decisamente blues, uno slow notturno di gran classe per sei minuti decisamente caldi e sudati, con la chitarra del bluesman a farla da padrone (ma anche l’hammond di Utley non scherza); il concerto si avvia al termine, il tempo per una Folsom Prison Blues più roccata di quella di Johnny Cash (anche per via dell’assolo di Grissom), e per le conclusive Reckless Companions, altro scintillante country-rock, tra i migliori della serata, e Gospel Train, che come da titolo ci fa spostare di botto in una chiesa dell’Alabama, grazie soprattutto alle voci del Brushy Mountain Prison Choir, grandi protagoniste del brano.

Un gran bel live, ma adesso è tempo che Mark Collie torni del tutto con un disco nuovo al 100%.

Marco Verdi

Sempre Texani…Ma Molto Più Famosi! ZZ Top Tonite At Midnite: Live Greatest Hits From Around The World

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ZZ Top – Tonite At Midnite: Live Greatest Hits From Around The World – Suretone Records/Warner

Credo siate d’accordo con me nell’affermare che gli ZZ Top non facciano un disco in studio degno della loro fama da” illo tempore”: bisogna risalire agli anni ’70, e pure il disco solista di Billy Gibbons dello scorso anno, Perfectamundo, non ha fatto molto per ristabilire la loro reputazione. Però dal vivo il trio è ancora una poderosa macchina di boogie-rock texano, con ampie spruzzate di blues e per quanto la voce di Gibbons, mai fantastica, sia ormai ridotta al lumicino, con i loro riff ed il solismo di Billy, ben coadiuvato dalla potenza devastante di Frank Beard alla batteria e Dusty Hill al basso, i tre barbudos sono ancora capaci di scaldare arene e stadi in giro per il mondo. Per questo live hanno pensato all’escamotage del Greatest Hits, quindi i grandi successi pescati dal loro sterminato repertorio e da molte diverse date del tour mondiale: quindi diciamo che se ancora una volta non hanno pubblicato quel bel doppio dal vivo che ci si aspetta da loro (in fondo gli altri dischi Live usciti finora erano versioni in CD di concerti nati per il DVD, o nel caso del leggendario Fandango!, un misto studio/live), comunque questa loro ultima fatica può essere definita soddisfacente, se non definitiva.

La qualità del suono è peraltro ottima, forse un filo pompata e lavorata a tratti, sembra persino che a Gibbons sia tornata la voce e anche se in fondo non è vero che ci sono tutti i successi, ci accontentiamo: Got Me Under Pressure da Eliminator, Rough Boy da Afterburner e Pincushion da Antenna non sono forse primissime scelte. Ma in Rough Boy registrata dal vivo a Londra c’è la solista aggiunta di Jeff Beck, che regala il suo tocco di classe alle già notevoli evoluzioni di Gibbons, per un brano che stranamente per loro è una ballata, per quanto sempre duretta, anche se la tastiere, qui e altrove, ce le potevano risparmiare, e l’iniziale Got Me Under Pressure, registrata a New York, era pur sempre uno dei brani migliori di Eliminator il loro ultimo album degno di nota, va subito di boogie alla grande. Beer Drinkers & Hell Raisers viene dalla data di Las Vegas, e tiene fede al proprio titolo con una scarica di riff a destra e manca, come pure una micidiale Cheap Sunglasses estratta dal concerto di Parigi, dove Gibbons e soci ci danno dentro alla grande. Waitin’ For The Bus ,con tanto di armonica, ripresa dalla serata di Nashville è un ritorno alle loro radici blues (rock) e viene da Tres Hombres, forse il loro massimo capolavoro, come pure la successiva Jesus Left Chicago, e qui non si prendono prigionieri. Legs la potevano fare solo a San Paolo in Brasile, di nuovo Eliminator, mi sembra che la versione dal vivo, anche con gli inserti di synth che fecero rumore all’epoca, non sia malaccio, ma Sharp Dressed Man, Live from LA, è decisamente migliore, con il classico boogie del trio dispiegato a piena potenza.

Di Rough Boy si è detto, Pincushion, dal concerto di Berlino, a parte la potenza del basso di Hill, che pompa come un dannato, non è una delle mie prime scelte, subito redenta da quello che è uno dei quattro o cinque riff imprescindibili della storia del rock (pensate il vostro), La Grange, registrata nel loro home state, Dallas, Texas, grandissima versione, con Billy Gibbons in grande spolvero e anche I’m Bad I’m Nationwide, dalla serata di Vancouver, non scherza un c..zo, scusate il francesismo, rock-blues da manuale. Dal concerto di Roma viene estratta una Tube Snake Boogie costruita per fare muovere il pubblico a tempo di rock, mentre per Gimme All Your Lovin’, un altro dei classici, torniamo in Texas, questa volta a Houston, e il rito collettivo si rinnova a tempo di riff boogie e R&R. E Tush, un altro dei brani blues-rock indimenticabili la potevano fare solo a Chicago, altra versione energica con Billy Gibbons indemoniato alla slide. E infine, per incontrarsi in un territorio comune, una bella Sixteen Tons di nuovo con Jeff Beck, membro aggiunto onorario per l’occasione, in un brano dove sembra quasi di sentire i Led Zeppelin, o era il Jeff Beck Group l’inventore, se no il vecchio Jeff mi mangia vivo!?! Nonostante sia assemblato da diversi concerti e quindi c’è una fastidiosa pausa tra un brano e l’altro, gran bel disco, fosse stato un doppio sarebbe stato perfetto.

Bruno Conti

Due Notevoli Ristampe…Nel Segno Del Texas! Steve Earle – Guitar Town/Terry Allen – Lubbock (On Everything)

steve earle guitar town deluxe

Steve Earle – Guitar Town/30th Anniversary Edition – MCA/Universal 2CD

Terry Allen – Lubbock (On Everything) – Paradise Of Bachelors 2CD

Parliamo di due ristampe, ma non ristampe qualsiasi, in quanto nella fattispecie si tratta di due dischi a loro modo fondamentali, l’uno perché ha dato il via ad una carriera luminosa (e l’album in sé è considerato tra i più importanti nell’ambito della rinascita del country nella seconda metà degli anni ottanta), ed il secondo perché è semplicemente un capolavoro, il miglior lavoro di uno degli artisti di culto per eccellenza: entrambi i dischi, poi, hanno il Texas come elemento in comune.

Steve Earle, a dire il vero, è sempre stato un texano atipico, in quanto ha vissuto per anni a Nashville e da parecchio si è spostato a New York, ma la sua musica, almeno nei primi anni, risentiva non poco dell’influenza del Lone Star State. Penso che un disco come Guitar Town non abbia bisogno di presentazioni: considerato giustamente come uno degli album cardine del movimento new country breed (solitamente associato a Guitars, Cadillacs di Dwight Yoakam, uscito lo stesso anno), contiene una bella serie di classici di Steve, brani che hanno resistito nel tempo e che ancora oggi suonano freschi ed attuali, in più con una qualità di incisione decisamente professionale (è stato uno dei primi album country ad essere inciso in digitale), che questa nuova edizione ha ulteriormente migliorato. Non dimentichiamo che Steve aveva avuto molto tempo per preparare queste canzoni, dato che aveva iniziato a frequentare l’ambiente giovanissimo già negli anni settanta (era nel giro di Guy Clark e Townes Van Zandt), ma non era mai riuscito a pubblicare alcunché prima del 1986, complice anche una fama di ribelle e di persona dal carattere poco accomodante (con già tre matrimoni falliti alle spalle, mentre oggi siamo arrivati a sette), che da lì a qualche anno lo condurrà anche dietro le sbarre. Earle nel corso della sua carriera ha suonato di tutto, dal rock, al folk, alla mountain music, al blues, ma Guitar Town, così come Exit 0 uscito l’anno dopo, era ancora un disco country, anche se molto elettrico e con poche concessioni al suono di Nashville, merito anche dei Dukes, band che accompagnerà Steve praticamente durante tutta la carriera, pur con vari cambi di formazione (questa prima versione vede gente del calibro di Richard Benentt, in seguito collaboratore fisso di Mark Knopfler, Bucky Baxter, poi per anni in tour con Bob Dylan, Harry Stinson ed Emory Gordy Jr., che produce anche il disco).

Guitar Town andrà al numero uno in classifica, ma Steve a questo non importerà, dato che da lì a due anni darà alle stampe il suo capolavoro, Copperhead Road, pieno di sonorità rock non molto nashvilliane, con grande scorno dalla MCA che pensava di fare di lui una superstar. E’ sempre un grande piacere riascoltare comunque grandi canzoni (e futuri classici del genere) come la title track, Good Ol’ Boy (Gettin’ Tough) e Someday, scintillanti country-rock come Goodbye’s All We’ve Got Left e Fearless Heart, o country puro come la tersa Hillbilly Highway, chiaramente influenzata da Hank Williams, ma anche esempi dello Steve balladeer, con le lucide ed intense My Old Friend The Blues e Little Rock’n’Roller (ma Think It Over e Down The Raod non sono certo dei riempitivi): tutti brani che se conoscete un minimo il nostro non vi saranno certo ignoti. Il secondo CD di questa edizione per il trentennale ci propone un concerto inedito, registrato a Chicago a Ferragosto dello stesso anno, inciso benissimo, e con Steve e Dukes  in gran forma che suonano tutte le canzoni di Guitar Town, in veste molto più rock che su disco (che qua e là qualche arrangiamento più “cromato” ce l’aveva), oltre a sette pezzi in anteprima da Exit 0 (su dieci totali), tra cui segnalerei la springsteeniana Sweet Little 66, il country’n’roll The Week Of Living Dangerously e la trascinante San Antonio Girl, uno splendido tex-mex in puro stile Sir Douglas Quintet, ed in più la sua signature song The Devil’s Right Hand, due anni prima di Copperhead Road ed in versione molto più country (ma l’aveva già incisa Waylon Jennings, che Steve ringrazia prima di suonarla) ed una solida rilettura elettrica di State Trooper, proprio quella del Boss.

terry allen lubbock

Terry Allen è invece sempre stato legato a doppio filo al natio Texas, dal momento che le sue canzoni ne hanno sempre parlato in lungo e in largo, e questa può essere una delle ragioni per le quali all’interno dei confini texani è una vera e propria leggenda, ma al di fuori non ha mai sfondato. Però Terry se ne è sempre fregato, ha sempre fatto musica quando aveva la voglia e l’ispirazione (appena nove dischi in quarantun anni parlano chiaro), e non ha mai cambiato il suo stile diretto, ironico e pungente, a volte persino “perfido”, al punto che l’ho sempre visto, dato che è anche un ottimo pianista, come una sorta di Randy Newman texano, ma con una vena sarcastica spesso ancora più accentuata, quasi a livello di Warren Zevon (che quando voleva sapeva essere cattivo come pochi). Anche apprezzato pittore, Allen è considerato in maniera un po’ riduttiva un artista country, ma in realtà è un songwriter fatto e finito, capace di scrivere canzoni geniali e di usare il country come veicolo espressivo. Il suo esordio, Juarez (già un ottimo disco) è datato 1975, ma è con il doppio Lubbock (On Everything), uscito quattro anni dopo, che il nostro firma il suo capolavoro, un disco pieno di grandi canzoni, che non ha una sola nota fuori posto, suonato e cantato alla grande e che negli anni è sempre stato considerato un album di grande ispirazione da parte dei suoi colleghi, e ancora oggi è giudicato uno dei progenitori del movimento alternative country. Negli anni Lubbock ha beneficiato di diverse ristampe in CD, ma tutte, volendolo far stare su un solo dischetto, presentavano diverse parti accorciate, canzoni in ordine diverso e talvolta persino eliminate (High Horse Momma), così da snaturare l’opera originale. Oggi finalmente esce per la Paradise Of Bachelors (*NDB etichetta specializzata in artisti oscuri, ma spesso interessanti: Hiss Golden Messenger, Itasca, Nathan Bowles, Steve Gunn, ma anche Michael Chapman) questa bellissima ristampa in doppio CD digipak, ricco libretto pieno di note e commenti (anche di Allen stesso), un suono parecchio rinvigorito e, cosa più importante, per la prima volta dal vinile originale le canzoni conservano la loro lunghezza e sono messe nell’ordine corretto. Ed il disco si conferma splendido, con Terry accompagnato da una band da sogno (con Lloyd Maines come direttore musicale, polistrumentista e produttore, più Ponty Bone alla fisarmonica, Kenny Maines e Curtis McBride a basso e batteria, Richard Bowden al violino, oltre a Joe Ely all’armonica ed al suo chitarrista dell’epoca Jesse Taylor).

Con una serie di canzoni splendide, a partire dalla più famosa, la straordinaria New Dehli Freight Train che era già stata pubblicata due anni prima dai Little Feat nell’album Time Loves A Hero, qui in una versione potente e più country di quella del gruppo di Lowell George, ma pur sempre un grandissimo brano. Il pianoforte è centrale in tutte le canzoni, fin dall’apertura di Amarillo Highway, una country song strepitosa, cantata con forza e suonata in modo magnifico, con un ritornello memorabile, subito seguita dalla languida High Plains Jamboree, tutta incentrata su piano e steel, dallo scintillante honky-tonk The Great Joe Bob e dalla straordinaria The Wolfman Of Del Rio, solo voce, piano e chitarra, ma con un motivo splendido ed un feeling enorme. E ho nominato solo le prime quattro, ce ne sono ancora diciassette, ma il livello resta sempre altissimo, a tal punto che la parola capolavoro non è sprecata: mi limito a citare la squisita The Girl Who Danced Oklahoma, puro country come oggi non si fa quasi più, l’irresistibile Truckload Of Art (ma dove le trovava canzoni così?), le imperdibili Oui (A French Song) e Rendezvous USA, con testi da sbellicarsi e musica sublime, la bossa nova anni sessanta Cocktails For Three, la già citata High Horse Momma, un gustoso pastiche in puro stile dixieland, le caustiche FFA e Flatland Farmer, unite in medley e con uno strepitoso finale chitarristico, la geniale The Pink And Black Song, tra rock’n’roll e doo-wop, e la deliziosa The Thirty Years War Waltz, tra le più belle del disco e con Terry formidabile al piano.

Se non avete Lubbock (On Everything) è assolutamente arrivato il momento di correre ai ripari, se viceversa possedete anche una delle precedenti ristampe non è strettamente necessario l’acquisto di quest’ultima edizione, ma almeno andate a risentirvelo.

Marco Verdi

Nuovi Talenti Da Scoprire! Annika Chambers – Wild And Free

annika chambers wild and free

Annika Chambers – Wild And Free – Oarfin Records

Per quanto si cerchi di tenerci sempre informati su eventuali nuovi talenti da “scoprire” (uno dei piaceri dell’appassionato della buona musica), ogni tanto sbucano fuori dal nulla dei nomi mai sentiti, soprattutto nell’immenso panorama della scena indipendente americana. In Texas in particolare ce ne sono moltissimi: l’ultimo arrivo, almeno per me, è Annika Chambers, giovane blues woman nera da Houston https://www.youtube.com/watch?v=WtKzcfz788M  (non a caso il gruppo che l’accompagnava nel primo CD del 2014, Making My Mark, era quello delle Houston All-Stars). Il termine giovane nell’ambito blues è sempre opinabile, visto che si esordisce spesso abbastanza avanti negli anni, ma a occhio, a giudicare dalla copertina, dovrebbe avere una trentina di anni (la biografia, essendo una signora, non lo dice): già una vita ricca di eventi, una passione giovanile per la musica, ma anche il desiderio di entrare nell’Esercito, dove ha passato 7 anni e mezzo prima di tornare al suo primo amore, il blues, che come sapete non lo richiede espressamente, ma se succede è meglio, narra di grandi e piccoli disastri, e in effetti la nostra amica qualche vicissitudine l’ha passata. Prima una lunga separazione dal padre, poi qualche guaio durante il periodo nell’esercito, che, proprio recentemente, l’ha portata a passare sei mesi in prigione per corruzione (una storia di mazzette quando aveva 23 anni) e anche problemi di dipendenza, ora pare risolti.

E quindi dopo il disco del 2014 che le aveva fatto vincere vari riconoscimenti come Talento Emergente, e la sparizione improvvisa per qualche mese, ora Annika Chambers è pronta a lanciare questo nuovo Wild And Free, dove con lei collaborano, sia come autori che come musicisti, alcuni ottimi talenti locali, a partire dal bassista e co-produttore Larry Fulcher, a lungo con Taj Mahal e nella Phantom Blues Band e Richard Cagle, l’altro produttore e ingegnere del suono, tra i nomi coinvolti i più noti sono il batterista Tony Braunagel e il tastierista David Delagarza, ma anche gli altri contribuiscono alla riuscita di questo solido album di blues elettrico, con qualche venatura funky e anche molto soul, siamo dalle parti di Shemekia Copeland, Joanna Connor, senza dimenticare grandi del passato come Koko Taylor, Tina Turner, Etta James o “sorelle bianche” come Beth Hart e Dana Fuchs. Lo stile è abbastanza grintoso e chitarristico, almeno nella parte iniziale dell’album, come evidenzia la poderosa apertura di Ragged And Dirty, anche basata sulla sua vicenda personale, le soliste e l’organo viaggiano, il basso pompa e la batteria è precisa e pulita, tutto al proprio posto come si conviene, la voce è duttile e vissuta, insomma il talento c’è. City In The Sky è un notevole mid-tempo corposo, dove si apprezzano anche gli ottimi interventi delle voci di supporto e una bella slide d’atmosfera.

Better Things To Do accelera di nuovo i tempi, il suono ha anche una decisa connotazione rock contemporanea, come pure Give Up Myself, sempre vivace e pulsante, mentre Six Nights And Day è un funky blues gagliardo che ricorda appunto le citate Copeland e Koko Taylor, con la voce che ha qualche lontana parentela con la grande Aretha Franklin, grazie all’arrangiamento gospel con tanto di call and response con i vocalist aggiunti. Put The Sugar To Bed è la prima ballata dell’album, un bel brano dagli evidenti spunti soul, sempre con la voce in evidenza, e anche Reality evidenzia il lato più riflessivo della musica della Chambers, con piano elettrico e organo a guidare le danze. Don’t Try And Stop The Rain è  ottimo deep soul di pura matrice sudista, con il basso sinuoso di Fulcher a dettare I tempi e la voce che è tutta da gustare anche in questa versione più morbida e meno grintosa. Why Me, di nuovo tra blues e soul, è più attendista e sospesa, ma si apre a piacevoli inserti ricchi di melodia, dove la voce scivola naturale per il puro piacere dell’ascoltatore. I Prefer You ricorda ancora la prima Aretha (quella dei vecchi tempi) o Etta James, sempre fatte le dovute proporzioni, con Piece By Piece, notturna, jazzy e raffinata, con il piano e una chitarra acustica a sottolineare il bel timbro vocale sfoggiato dalla brava Annika Chambers per l’occasione. Love God, posta in conclusione, è uno splendido gospel cantato a piena ugola da questa giovane cantante che si rivela come uno dei nomi da tenere d’occhio nel panorama della musica nera, ma anche in generale.

Gran voce.

Bruno Conti

Un Gradito Ritorno. Jack Ingram – Midnight Motel

jack ingram midnight motel

Jack Ingram – Midnight Motel – Rounder

Jack Ingram a partire dagli anni ’90 è stato uno tra i nostri preferiti (o almeno uno dei miei): ha registrato molti album, prima a livello locale, poi con il terzo Livin’ Or Dyin’, prodotto da Steve Earle, ha fatto quello che sembrava il grande passo verso il successo, ma come spesso succede in queste storie, l’etichetta che lo aveva scelto ha chiuso, praticamente pochi giorni dopo l’uscita del disco. Ingram ha comunque proseguito imperterrito a fare buona musica, pubblicando anche parecchi album dal vivo, ben cinque, oltre a uno in comproprietà con i fratelli Charlie e Bruce Robison (quest’ultimo ancora con lui nel nuovo disco). Poi, nel 2009, è sparito dalla circolazione. Anche se, come dice lui stesso nelle interviste che accompagnano l’uscita di questo nuovo Midnight Motel, ha continuato a fare musica, raccogliendo idee per il nuovo album, che poi ha finanziato attraverso Pledge Music. Negli anni sabbatici si è dedicato ad attività filantropiche e ha fatto il Dj per varie radio country in giro per gli States, poi quando è stato pronto ha firmato un contratto con la Rounder (una etichetta che è una certezza per gli amanti della buona musica, anche se purtroppo il CD non verrà distribuito in Europa) ha raccolto una pattuglia di ottimi musicisti, sotto la produzione di Jon Randall  (altro buon musicista texano di area country, autore di vari discreti album), e nelle cui fila troviamo Charlie Sexton e lo stesso Randall alle chitarre, Chad Cromwell alla batteria, Bukka Allen alle tastiere e l’appena citato Bruce Robison alle armonie nella canzone Can’t Get Any Better Than This.

Il tutto è stato registrato in presa diretta, con tutti i musicisti schierati in studio come fossero sul palco di una esibizione live, senza sovra incisioni e senza eventuali correzioni, anche per eventuali errori nei testi dei brani, addirittura è stato lasciato lo scambio di opinioni tra musicisti tra un brano e l’altro. Il risultato, ancora una volta, è un ottimo album, forse, come dice di lui stesso, non riuscirà a raggiungere i livelli di due dei suoi eroi musicali come Jerry Jeff Walker e Mick Jagger, ma a modo suo non rinuncerà a provarci. Un po’ la traiettoria che ha percorso un altro musicista simile a lui come Pat Green, con questo amore paritario per country e rock, una bella voce e delle canzoni che se non sono diventate dei classici poco ci manca: penso a Seeing Stars, uno splendido duetto con Patty Griffin, Barbie Doll, Airways Motel (quello dei motel è un tema ricorrente nelle sue canzoni), scritta con Todd Snider, che era sull’album prodotto da Steve Earle, e svariate altre. Proprio con Old Motel (eccolo lì) si apre anche il nuovo album, un bel pezzo rock dal motivo circolare, con tante chitarre, la batteria incalzante e la melodia che dopo qualche giro ti entra in testa, bella partenza. Dopo qualche chiacchiera in studio, in cui qualcuno suggerisce “dovremmo farci un video”, si passa a It’s Always Gonna Rain, una bella ballata in crescendo di impronta country, sulla falsariga di Townes van Zandt, Guy Clark, Jerry Jeff Walker, quelli bravi insomma, che Ingram ammira veramente, non è solo mera piaggeria od imitazione, c’è anche sostanza e passione.

I Feel Like Drinking Tonight con dedica iniziale agli amici Hayes Carll, Bruce Robison, Charlie Robison, Jerry Jeff, Roy è un’altra piccola perla di cantautorato texano di quello doc, con steel guitar e un organo solitario che “piangono” sulle sfondo, mentre delle twangy guitars ci fanno godere in primo piano, insieme alla appassionata voce di Ingram. The Story Of Blaine, parlata, verte intorno ad un personaggio, credo legato a Merle Haggard e Buck Owens, e poi evolve nella successiva Blaine’s Ferris Wheel. Un brano che mi ha ricordato moltissimo alcune delle più belle canzoni discorsive di Jerry Jeff Walker, un primis Mr. Bojangles, che a tratti rievoca, comunque quella è un classico senza tempo, questa vedremo, però promette bene. Ma non c’è un pezzo brutto nel disco, molto buona anche la malinconica e struggente Nothing To Fix, come pure la dolce e delicata What’s A Boy To Do, sempre con questo suono seventies di grande impatto. E niente male, per usare un eufemismo, anche Trying,che rievoca certo country-rock di vaglia dei tempi che furono, e intrigante il bozzetto acustico di Champion Of The World, con una deliziosa slide acustica. Ritornano tempi più mossi, quasi alla Mellencamp del periodo heartland rock, per la grintosa I’m Drinking Through It . Ci avviamo alla conclusione, ma rimangono ancora un paio di brani, Can’t Get Any Better Than This, con la seconda voce di Bruce Robison, che mi ha ricordato il sound dei brani della Band, pura Americana music di classe cristallina e il valzerone country di All Over Again, di nuovo intenso e struggente. In coda al tutto c’una versione acustica di Old Motel, che conferma la bontà della canzone. Quindi  un bentornato di cuore al nostro amico Jack Ingram.

Bruno Conti

P.s In questi giorni  forse avrete notato che i Post arrivano un po’ a singhiozzo, ma ho dei problemi tecnici, non nel Blog, ma sul mio PC, spero in fase di risoluzione, quindi cerco di pubblicare ugualmente gli aggiornamenti e magari non escludo di aggiungere qualche puntata dedicata alle prossime uscite discografiche, sia imminenti, entro fine settembre, che a quelle che si succederanno in ottobre e novembre, oltre a quanto già postato in precedenza.