Cofanetti Per L’Autunno 1. Tim Buckley The Complete Album Collection E Altre Ristampe Assortite.

tim buckley the complete album collection

Visto che l’estate sta finendo, cominciamo con il solito giro annuale sulle ristampe future in cofanetto (e non solo) più importanti previste per l’autunno. Il primo argomento riguarda Tim Buckley perché il programma annunciato è veramente interessante. Il box che vedete qui sopra si chiama The Complete Album Collection e fa parte della serie della Elektrar/Rhino di cofanetti a prezzo speciale. Però questa volta, anche se il cofanetto raccoglie sia gli album usciti ai tempi per la Elektra come quelli per la Straight, mancano i due pubblicati per la Discreet Records, che comunque ai tempi erano del gruppo Warner, quindi il box si dovrebbe chiamare The (In)Complete Album Collection. Ma per fortuna, e lo vediamo tra un attimo, la Edsel colmerà la lacuna. Nel frattempo ecco il contenuto completo del box da 8 CD che avrà anche un album di materiale inedito, Works In Progress, uscito ai tempi per la Rhino Handmade in edlizione lmitata e molto costosa. Questo è previsto in uscita per il 13 ottobre.

CD 1 – Tim Buckley (1966)

1. I Can’t See You (Remastered)
2. Wings (Remastered)
3. Song Of The Magician (Remastered)
4. Strange Street Affair Under Blue (Remastered)
5. Valentine Melody (Remastered)
6. Aren’t You The Girl (Remastered)
7. Song Slowly Song (Remastered)
8. It Happens Every Time (Remastered)
9. Song For Jainie (Remastered)
10. Grief In My Soul (Remastered)
11. She Is (Remastered)
12. Understand Your Man (Remastered)

CD 2 – Goodbye and Hello (1967)
1. No Man Can Find The War (Remastered)
2. Carnival Song (Remastered)
3. Pleasant Street (Remastered)
4. Hallucinations (Remastered)
5. I Never Asked To Be Your Mountain (Remastered)
6. Once I Was (Remastered)
7. Phantasmagoria In Two (Remastered)
8. Knight-Errant (Remastered)
9. Goodbye And Hello (Remastered)
10. Morning Glory (Remastered)

CD 3 – Happy Sad (1969)
1. Strange Feelin’ (Remastered)
2. Buzzin’ Fly (Remastered)
3. Love From Room 109 At The Islander (On Pacific Coast Highway) [Remastered]
4. Dream Letter (Remastered)
5. Gypsy Woman (Remastered)
6. Sing A Song For You (Remastered)

CD 4 – Blue Afternoon (1969)
1. Happy Time (Remastered)
2. Chase The Blues Away (Remastered)
3. I Must Have Been Blind (Remastered)
4. The River (Remastered)
5. So Lonely (Remastered)
6. Cafe (Remastered)
7. Blue Melody (Remastered)
8. The Train (Remastered)

CD 5 – Lorca (1970)
1. Lorca (Remastered)
2. Anonymous Proposition (Remastered)
3. I Had A Talk With My Woman (Remastered)
4. Driftin’ (Remastered)
5. Nobody Walkin’ (Remastered)

CD 6 – Starsailor (1970)
1. Come Here Woman (Remastered)
2. I Woke Up (Remastered)
3. Monterey (Remastered)
4. Moulin Rogue (Remastered)
5. Song To The Siren (Remastered)
6. Jungle Fire (Remastered)
7. Starsailor (Remastered)
8. The Healing Festival (Remastered)
9. Down By The Borderline (Remastered)

CD 7 – Greetings from L.A. (1972)
1. Move With Me (Remastered)
2. Get On Top (Remastered)
3. Sweet Surrender (Remastered)
4. Nighthawkin’ (Remastered)
5. Devil Eyes (Remastered)
6. Hong Kong Bar (Remastered)
7. Make It Right (Remastered)

CD 8 – Works in Progress (1999)
1. Danang (Take 7+8 Intercut)
2. Sing A Song For You (Take 11)
3. Buzzin’ Fly (Take 3)
4. Song To The Siren (Take 7)
5. Happy Time (Take 14)
6. Skies (Let Me Sing A Song For You) [Take 8]
7. Chase The Blues Away (Take 3)
8. Hi Lily, Hi Lo (Take 7)
9. Buzzin’ Fly (Take 9)
10. Wayfaring Stranger (Take 4)
11. Ashbury Park Version 1 (Take 8)
12. Ashbury Park Version 2 (Take 14)
13. Ashbury Park Version 2 (Take 25)
14. Dream Letter (Takes 17-16 Intercut)
15. The Father Song (Take 3)
16. The Fiddler (Rough Mix)

tim buckley sefronia tim buckley look at the fooltim buckley the dream belongs to me

Ma prima, il 29 settembre, la Edsel pubblicherà, in 2 CD singoli, i due album, che mancano, Sefronia Look At The Fool, più The Dream Belongs To Me Rare And Unreleased Recordings 1968/1973, pubblicato in origine dalla Manifesto nel 2001. E non è finita, perché il 20 ottobre, sempre la Edsel, pubblicherà due album dal vivo (quasi) completamente inediti, quelli che vedete qui sotto.

tim buckley venice mating call tim buckley greetings from west hollywood

Venice Mating Call – 2 CD registrati del vivo in due giorni di settembre del 1969 al Troubadour di Los Angeles, parte dei brani già usciti come Live At The Troubadour 1969, sempre per la Manifesto Records (comunque sarà un doppio al prezzo di uno).

CD1]
1. Buzzin’ Fly
2. Strange Feelin’
3. Blue Melody
4. Chase The Blues Away
5. Venice Mating Call
6. Gypsy Woman
7. I Don’t Need It To Rain

[CD2]
1. Driftin’
2. (I Wanna) Testify
3. Anonymous Proposition
4. Lorca
5. I Had A Talk With My Woman
6. Nobody Walkin’

Greetings From West Hollywood – 1 CD viene sempre dagli stessi concerti.

1. Buzzin’ Fly
2. Chase The Blues Away
3. I Had A Talk With My Woman
4. Blue Melody
5. Nobody Walkin’
6. Venice Mating Call
7. I Don’t Need It To Rain
8. Driftin’
9. Gypsy Woman

tim buckley buzzin' fly

E se volete completare l’opera omnia (più o meno, perché esistono altre registrazioni dal vivo) di uno dei più grandi cantautori e vocalist della storia della musica rock (parola di Giovane Marmotta, molto più bravo del figlio Jeff Buckley, peraltro ottimo cantautore, che però ha avuto una carriera molto breve, mentre il babbo è sempre purtroppo rimasto una artista di culto, per quanto assai amato e seguito). il 25 agosto, sempre per la Edsel, è uscito anche questo box da quattro CD che raccoglie le ristampe in unico cofanetto di quelli che sono probabilmente i suoi migliori dischi dal vivo, pubblicati postumi. Nella tracklist sotto trovate anche i titoli dei CD originali.

CD1: Dream Letter – Live In London 1968 (Disc One)}
1. Introduction
2. Buzzin’ Fly
3. Phantasmagoria In Two
4. Morning Glory
5. Dolphins
6. I’ve Been Out Walking
7. The Earth Is Broken
8. Who Do You Love
9. Pleasant Street / You Keep Me Hanging On

[CD2: Dream Letter – Live In London 1968 (Disc Two)}
1. Love From Room 109 At The Islander / Strange Feelin’
2. Carnival Song / Hi-Lili, Hi-Lo / Intro To Hallucinations
3. Hallucinations
4. The Troubadour
5. Dream Letter / Happy Time
6. Wayfaring Stranger / You Got Me Running
7. Once I Was

[CD3: Live At The Troubadour 1969]
1. Strange Feelin’
2. Venice Mating Call
3. I Don’t Need It To Rain
4. I Had A Talk With My Woman
5. Gypsy Woman
6. Blue Melody
7. Chase The Blues Away
8. Driftin’
9. Nobody Walkin’

[CD4: Honeyman – Recorded Live 1973]
1. Dolphins
2. Buzzin’ Fly
3. Get On Top
4. Devil Eyes
5. Pleasant Street
6. Sally Go ‘Round The Roses
7. Stone In Love
8. Honey Man
9. Sweet Surrender

Lo si dice spesso ma in questo caso è d’uopo dirlo (se non li avete già): imperdibili.

Bruno Conti

“Il” Vero Sudista: Quasi Un Capolavoro Finale. Gregg Allman: Southern Blood

gregg allman southern blood

Gregg Allman – Southern Blood – Rounder/Universal CD – CD/DVD

Quando alcuni mesi fa, più o meno all’inizio della primavera, venne annunciato che il tour americano di Gregg Allman, previsto per i mesi successivi, era stato cancellato (e non rinviato) e che i biglietti sarebbero stati rimborsati, la voci che si rincorrevano da mesi sulla salute del musicista di Nashville (perché li era nato) erano probabilmente giunte al capolinea. In seguito si è saputo che, nonostante il trapianto al fegato, riuscito, del 2010, Gregg Allman aveva avuto anche problemi ai polmoni e aveva sviluppato un nuovo tumore al fegato, per cui aveva preferito non essere sottoposto ad un nuovo intervento o a cure mediche intensive che avrebbero probabilmente compromesso definitivamente l’uso delle corde vocali e quindi ha continuato la sua vita cantando dal vivo e incidendo un ultimo disco, finché la salute glielo ha permesso. L’uscita dell’album era prevista in un primo tempo per il gennaio del 2017, poi posticipata a data ignota, fino alla notizia della sua morte, avvenuta il 27 maggio del 2017: il disco comunque era stato inciso nel marzo del del 2016, ai famosi Fame Studios di Muscle Shoals, Alabama, nel corso di nove giorni, e sotto la produzione di Don Was, con il supporto della Gregg Allman Band guidata dal chitarrista Sonny Sharrard, e anche l’impiego di una sezione di fiati in alcuni brani. In questi giorni si è saputo che era stato completati anche altri due brani, Pack It Up di Freddie King e Hummingbird di Leon Russell, a cui Allman avrebbe dovuto aggiungere la traccia vocale, insieme alle armonie vocali per tutti i brani finiti, ma a causa delle condizioni di salute peggiorate in modo tale da non consentirglielo, queste parti sono state completate da Buddy Miller.

Il disco, composto da dieci brani, otto cover, più una canzone firmata insieme da Gregg e Sonny Sharrard, e una, Love Like Kerosene, dal solo chitarrista (tratta dal suo album solista Scott Sharrard & The Brickyard Band, uscito nel 2012 e che vi consiglio di recuperare perché si tratta di un ottimo disco di blues-rock-soul, sullo stile del suo datore di lavoro): l’album, si diceva, registrato negli studi dove si è svolta la parte iniziale della carriera di sessionman del fratello Duane Allman, è una sorta di omaggio a quella musica, tra soul, R&B, blues, ma anche southern rock, perché le prime tracce degli Hourglass, la band d’esordio discografico dei fratelli Allman, vennero registrate proprio in quegli studi, e per chiudere il cerchio, di comune accordo con Was si è deciso di inciderlo proprio laggiù. L’ultima line-up della band prevedeva, accanto ad Allman e Sharrard, Steve Potts e Marc Quinones, a batteria e percussioni, Ron Johnson al basso, Peter Levin alle tastiere, Jay Collins, Art Edmaiston.e Mark Franklin ai fiati, oltre agli ospiti Spooner Oldham David Hood, che erano due dei musicisti originali dei Muscle Shoals Studios, nonché di Jackson Browne, che è la seconda voce, aggiunta in un secondo momento, nella canzone Song For Adam, che porta la sua firma. E proprio le canzoni sono tra i punti di forza di questo album, un quasi capolavoro ho detto nel titolo, perché secondo il sottoscritto bisogna comunque cercare di tenere un punto di prospettiva serio ed obiettivo nel giudicare un disco: non si possono dare cinque stellette a destra e a manca come usano fare molte riviste e siti musicali, se vogliamo confrontarli, per dire, con At Fillmore East degli stessi Allman Brothers, o con Blonde On Blonde Highway 61 Revisited di Dylan, Music From Big Pink o il 2° della Band, Electric Ladyland di Jimi Hendrix, o dischi dei Little Feat, dei Grateful Dead, e così via, che sono rappresentati nel CD e sono i veri capolavori. Comunque questo Southern Blood è un grande disco, probabilmente superiore anche al suo esordio solista Laid Back e al recente Low Country Blues, in una discografia solista che ha visto solo otto dischi di studio e un paio di Live, ma una infinita serie di perle con il suo gruppo, l’Allman Brothers Band.

E l’unica canzone veramente nuova, My Only True Friend, scritta con Sharrard, non sfigura affatto al cospetto di brani classici: si tratta di una canzone che è una sorta di inno al suo vero grande amore, la musica, raccontata ad una donna, con un impeto e una passione ammirevole, una sorta di autobiografia e testamento finale in un unico pezzo, che è splendido anche a livello musicale (se mi scappano gli aggettivi non fateci caso, eventualmente ne chiederò a Mollica), una tipica ballata allmaniana dove la voce di Gregg (come peraltro in tutto il disco) nonostante i problemi di salute e gli anni vissuti pericolosamente, ha comunque la maturità che si conviene ad uno della sua età, ma ancora una freschezza ed una vivacità che pochi interpreti odierni possono vantare, con organo e piano, per non parlare della chitarra e dei fiati che distillano note magiche (bellissimo l’assolo di tromba di Franklin e quello di chitarra di Sharrard) , mentre tutta la band rende giustizia a questa canzone che probabilmente è una delle più belle mai scritte da Gregg durante tutta la sua carriera, se il rock ha un’anima, rock got soul, questo brano ne è un manifesto. Once I Was è un’altra ballata (che è lo stile musicale privilegiato in questo album) magnifica, scritta da Tim Buckley per il suo album del 1967 Goodbye And Hello, un pezzo malinconico, di una bellezza struggente, già interpretato alla grande ai tempi da Buckley, uno dei miei cantanti preferiti in assoluto, e qui reso in una versione altrettanto bella da Gregg Allman, con la voce che quasi scivola sul lussuoso background musicale realizzato dai musicisti, che hanno trasformato questo pezzo, folk all’origine, in una complessa melodia notturna dove tastiere, fiati (il sax, credo di Edmaiston, rilascia un pregevole assolo) e la pedal steel sono protagonisti assoluti. Sharrard ha raccontato che ai tempi Gregg aveva proposto a Tim di scrivere qualcosa insieme, vista la rispettiva stima, ma la cosa non si era concretizzata per la morte di Buckley, e sempre Sharrard racconta di avere introdotto Allman anche alla musica del figlio Jeff.

Per completare un trittico di brani fantastici, ecco Going Going Gone un pezzo di Bob Dylan tratto da Planet Waves, il disco del 1974 realizzato con la Band, una canzone forse non notissima, ma di cui ricordo sempre una versione splendida realizzata per Rubaiyat il tributo per i 40 anni della Elektra, cantata da Robin Holcomb e con un assolo di chitarra incredibile e lancinante di Bill Frisell, da sentire https://www.youtube.com/watch?v=ALM2SI0GZj8 , ma anche questa rilettura di Gregg Allman sfiora la perfezione, con slide, acustica e steel che si fondono in modo magistrale con i fiati, mentre la voce si libra in modo struggente sulla melodia del brano. E che dire di Black Muddy River? Anche questo pezzo dei Grateful Dead non viene da uno dei loro lavori forse più noti e migliori, In The Dark comunque fu il disco della band di Garcia a vendere di più e la canzone in ogni caso è un piccolo capolavoro, specie in questa versione che forse è persino migliore dell’originale, già quella di Bruce Hornsby & De Yarmond Edison, presente in Day Of The Dead, era notevole, ma quella presente in Southern Blood raggiunge un equilibrio sonoro tra la parte strumentale, dove fiati, tastiere e chitarre sono ancora una volta amalgamati in modo chirurgico da Was e quella vocale, con un bell’uso anche delle armonie vocali, per non parlare dell’intervento splendido della pedal steel, che ha quasi del miracoloso, Gregg la canta di nuovo in modo intenso e passionale con una partecipazione quasi dolorosa, per un brano che ancora una volta è l’epitome perfetta della ballata, l’arte in cui eccelleva l’Allman solista. Non poteva mancare il blues naturalmente, affidato ad una cover di I Love The Life I Live, un pezzo scritto da Willie Dixon, ma associato a Muddy Waters, grintoso e fiatistico, diverso dall’approccio più sanguigno e rock usato negli Allman Brothers, ma comunque sempre affascinante, e la voce, che assume per l’occasione quasi un timbro alla Joe Cocker, lascia il segno. 

Altra canzone epocale, tra le più belle nell’ambito ristretto di quelle che hanno fatto la storia del rock, è Willin’ di Lowell George, di cui si ricordano due diverse versioni dei Little Feat, quella del primo album, tra rock e blues, e quella successiva, indimenticabile, di stampo “stoned” country, apparsa su Sailin’ Shoes (e al sottoscritto piace moltissimo anche quella che incisero i Commander Cody https://www.youtube.com/watch?v=L-TBiCJQVlQ ): questa di Allman ancora una volta rivaleggia, sia pure in modo diverso, con l’originale, in un turbinio di chitarre acustiche ed elettriche e della steel, tutte presumo magnificamente suonate da Sharrard, con il piano a sottolineare l’interpretazione misurata e sincera di Gregg che, ben coadiuvato dalle avvolgenti armonie vocali aggiunte da Don Was, ci regala una versione da manuale. Dopo una serie di brani così è difficile proseguire a questi livelli, ma Gregg e i suoi musicisti ci provano, con una versione sinuosa e misteriosa della voodoo song Blind Bats And Swamp Roots, un vecchio pezzo di Johnny Jenkins tratto da Ton-Ton Macoute, album del 1970, in cui avevano suonato il fratello Duane e altri musicisti del giro Allman Brothers. Un altro omaggio alla musica dei Muscle Shoals è Out Of Left Field, un vecchio brano scritto da Dan Penn Spooner Oldham (che appare anche come musicista in questa versione) per Percy Sledge, quindi un’altra ballata, questa volta di vero deep soul sudista, sembra quasi un pezzo della Stax, quelli in cui spesso suonava il fratello Duane come chitarrista, in ogni caso bellissima pure questa. Love Like Kerosene, è l’altro pezzo contemporaneo, scritto da Scott Sharrard, un brano blues, già apparso sul Live Back To Macon del 2015 e che insieme a I Love The Life I Live fa parte delle bonus tracks dal vivo, registrate nel 2016, contenute nella versione Deluxe dell’album, che riporta anche un breve documentario con il Making Of del disco, in un DVD aggiunto. Comunque anche Love Like Kerosene è un signor brano, quello forse con il drive sonoro più vicino al classico blues-rock dei migliori Allman Brothers. E per concludere in gloria, e forse chiudere la sua vicenda musicale e di vita, una versione, bellissima pure questa, di Song For Adam, un pezzo scritto da Jackson Browne, che appare anche alle armonie vocali e che aveva scritto These Days, un pezzo contenuto in Laid Back, il primo disco solista di Gregg Allman. Si tratta di una canzone che Gregg ha sempre amato molto, in quanto la legava alla scomparsa del fratello Duane e che ha faticato a completare, lasciando incompleto l’ultimo verso “Still it seems he stopped singing in the middle of his song…”. Se gran finale doveva essere così è stato.

Uno dei dischi più belli del 2017. Anche questo esce domani 8 settembre.

Bruno Conti

Correva L’Anno 1967! Tim Buckley Splendido Inedito – Lady, Give Me Your Key: The Unissued 1967 Solo Acoustic Sessions

tim buckley lady, give me your key

Tim Buckley – Lady, Give Me Your Key: The Unissued Solo Acoustic Sessions – Future Days Recordings/Light In The Attic

Nel corso dei lunghi anni intercorsi dalla scomparsa di Tim Buckley, avvenuta nel lontano 1975 a soli 28 anni (ebbene sì, per un pelo non è rientrato nel “club dei 27”), è uscito molto materiale d’archivio inedito, quasi sempre registrazioni dal vivo, a parte lo splendido The Dreams Belongs To Me. Rare And Unreleased 1968-1973, la versione doppia Deluxe del primo album omonimo dove c’era un intero CD di registrazioni inedite e anche Works in Progress un disco della Rhino, con versioni alternative di brani poi apparsi su Happy Sad, pubblicato nel 1999, e quindi a questo punto, dopo così tanti anni, forse più nessuno si aspettava un altro album di pezzi di studio, tra cui molte canzoni inedite in assoluto, il tutto inciso nel 1967, durante il lavoro di preparazione per il suo secondo album Goodbye And Hello. Anche se in tutti questi anni, giustamente, la leggenda di Tim Buckley non ha mai cessato di intrigare ed interessare sia i vecchi fans come le nuove generazioni: non male per un cantante il cui album di maggior successo, Happy Sad, arrivò solo fino all’81° posto delle classifiche di vendita americane.

Oddio, se proprio vogliamo, purtroppo, per molti dei più giovani Tim è solo il babbo di Jeff Buckley, quello che lo ha abbandonato quando era ancora in fasce, e con la cui figura il figlio, solo negli ultimi anni della sua travagliata esistenza, stava venendo per certi versi a confrontarsi ed accettarla. Ma, almeno secondo chi scrive, Tim Buckley è stato uno dei più grandi ed innovativi cantautori della storia del rock, in possesso di una voce incredibile (superiore a quella, pur eccellente di Jeff), definito l’uomo dalla voce d’angelo, in grado di spaziare dalle note più basse a falsetti incredibili, oltre a creare spericolate esplorazioni vocali ancora oggi spesso insuperate. Questo è quanto avevo scritto brevemente su di lui nell’estate del 2010, in un articolo cumulativo dove andavo alla ricerca di alcuni personaggi (e album) poco conosciuti della nostra musica http://discoclub.myblog.it/2010/07/23/qualche-consiglio-musicale-per-le-vacanze-kevin-welch-eric-a/. Forse la  sua storia non è del tutto nota, ma riassumento, molto succintamente: Buckley si avvicina alla musica nel 1965, quando era ancora alla High School ed iniziava a frequentare Mary Guibert, che sarebbe stata per un brevissimo periodo sua moglie, e poi la mamma di Jeff, nel 1966 viene notato da Jimmy Clark Black, che era il batterista delle Mothers Of Invention di Zappa, che lo presenta al loro manager Herb Cohen, il quale a sua volta lo mette in contatto con Jac Holzman, il boss della Elektra, che lo stesso anno lo manda in studio con Paul Rothchild, il produttore dei Doors, e con l’aiuto di alcuni musicisti sopraffini come Lee Underwood alla chitarra (che disse di lui “Buckley fu per il canto ciò che Hendrix fu per la chitarra, Cecil Taylor per il piano e John Coltrane per il sassofono”), Jim Fielder al basso, Billy Mundi alla batteria, e il grande Van Dyke Parks alle tastiere (all’epoca impegnato con i Beach Boys), realizza un piccolo capolavoro folk-rock, l’omonimo Tim Buckley, con l’aiuto dell’amico e paroliere Larry Beckett. All’epoca Tim aveva solo 19 anni.

L’anno successivo, dopo l’ottimo successo di critica, ma volendo anche di pubblico, i dischi comunque all’epoca vendevano nell’ambito delle centinaia di migliaia di copie, Tim Buckley inizia la preparazione per il suo secondo album di studio Goodbye And Hello, incidendo una serie di demo solo voce e chitarra (ma questo lo scopriamo solo oggi) che non vedranno la luce fino alla pubblicazione di questo Lady, Give Me Your Key. Registrazione molto buona, a parte quelli, tre, su un acetato che era in possesso di Larry Beckett e che peraltro, a parte il fruscio del vinile, si sentono comunque bene: 13 brani in tutto, mai pubblicati prima in questa versione, sei dei quali appariranno poi con una strumentazione più complessa appunto su Goodbye And Hello  e sette canzoni inedite (due delle quali erano sbucate, in diversa versione, nelle varie compilations live e in studio uscite negli anni ’80 e ’90). Ed è un piacere ascoltare di nuovo la voce di un Tim Buckley, allora ventenne, nel pieno del suo sviluppo musicale, sviluppo che poi negli anni a venire avrebbe preso strade molto complesse, con dischi come Bllue Afternoon, Lorca Starsailor, per poi approdare, nel finale di carriera, prima della prematura scomparsa, al  funky-rock carnale e chitarristico di un disco come Greetings From L.A., che ho rivalutato nel corso degli anni https://www.youtube.com/watch?v=glbyJIaWOWw , e a dischi minori come Sefronia Look At The Fool, che però avevano alcune canzoni splendide, penso a Dolphins di Fred Neil su Sefronia.

La confezione è un elegante digipack, nel libretto interviste al paroliere Larry Beckett e a Jerry Yester dei Lovin’ Spoonful, che raccontano la genesi di questi nastri e parlano dell’uomo Tim Buckley al di là del mito. I primi quattro brani sono tra gli inediti del CD. solo voce e chitarra acustica come detto, ma la voce e il carisma già si percepiscono anche in questa dimensione folk: Sixface, subito scintillante, con quella voce inconfondibile e inconsueta che passa da un falsetto quasi estremo al suo tenore abituale, ci presenta un cantautore che già spingeva la sua ricerca vocale lontano da quella che era l’abituale approccio dei cantanti dell’epoca, accompagnamento di chitarra minimale ma grande intensità. Contact,  mossa e con continui cambi di tempo, ma con una melodia più accentuata, Lady, Give Me Your Key con Tim che scherza con il tecnico in studio prima di partire con il brano, un pezzo più complesso, dalla melodia tipica avvolgente dei suoi brani del periodo folk, con un testo leggermente mistico, ma sempre nell’ambito delle love songs anche ardite, mentre Once Upon A Time, come Contact, è un bozzetto, dal tempo incalzante, la chitarra quasi percossa, alla Richie Havens e la voce che spinge a lungo le note nel suo stile caratteristico, prima di esplodere nei suoi acuti quasi impossibili. Once I Was, lenta e solenne, è in una versione più lunga di quella che poi apparirà su Goodbye And Hello, la voce solenne ed intensa, magnifica per il modo in cui comunica con l’ascoltatore, rapito come il cantante.

I Never Asked To Be Your Mountain era uno dei centrepiece del disco del 1967, e  anche in questa versione, pur in una dimensione acustica, indica quella che sarà la futura svolta più complessa e all’avanguardia della musica di Buckley, con questa voce stentorea e decisa che ti colpisce per l’impeto e la veemenza che si percepiscono anche in un “semplice” demo. Anche Pleasant Street sarà presente in Goodbye And Hello, altra versione splendida dall’atmosfera sospesa che si anima improvvisamente a tratti, in questo stile acido e visionario, tipico del grande cantautore di Washington, DC, uno dei maestri dell’improvvisazione vocale nella musica folk e rock. Knight-Errant uno dei brani scritti con Larry Beckett, con il leggero fruscio dell’acetato dell’epoca che aggiunge solo ulteriore fascino a questo miracoloso ritrovamento di materiale inedito, è un’altra canzone che esplora il lato favolistico e mistico dell’opera di Tim, mentre la successiva Marigold, sempre dall’acetato di proprietà dello stesso Beckett, è un altro degli inediti assoluti, una sorta di folk-blues à la Buckley,meno esplosivo e più raccolto, ma sempre godibile nella sua “semplicità”, come pure una versione, cantata in un delicato semi-falsetto, della dolce Carnival Song. 

Mentre la successiva antimilitarista No Man Can Find The War, che apriva Goodbye And Hello, scritta con Beckett e che viene dal nastro di studio, non ha perso un briciolo della sua grinta e potenza, a quasi 50 anni dalla registrazione originale, magnifica. Alla fine del disco gli ultimi due inediti: I Can’t Leave You Lovin’ Me, incalzante e che nell’arrangiamento funky-rock di Greetings From L.A avrebbe fatto sfracelli. La conclusiva She’s Back Again è un’altra delle sue tipiche folk ballads degli inizi, urgente ed incalzante, come se Tim Buckley già presagisse che il tempo gli sarebbe sfuggito dalle mani in un non lontano futuro e quindi il presente era da vivere con intensità. Questo album non si trova facilmente, costa abbastanza caro, ma per gli amanti di Tim Buckley è indispensabile, e forse anche per gli altri.

Bruno Conti

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung. Affascinante Folk-Jazz-Rock Sospeso Tra Passato E Presente!

ryan walker golden sings

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung (Deep Cuts Edition) – 2 CD Dead Oceans – 19-08-2016

Di questo disco si parla ormai da diverso tempo, anzi, molti siti e riviste specializzate lo hanno già recensito, quasi tutti in modo positivo e spesso entusiastico, in netto anticipo sulla uscita ufficiale che sarà questo venerdì 19 agosto. Io ho preferito aspettare l’imminenza della data di pubblicazione, visto che spesso quando se ne parla troppo presto quando poi il disco esce effettivamente è giù vecchio o ce ne siamo dimenticati. E in questo caso sarebbe un peccato, perché l’album è veramente bello. Questo signore, Ryley Walker, viene da Rockford, Illinois, una piccola cittadina nei dintorni di Chicago, ha iniziato con alcuni EP pubblicati a livello indipendente nel 2011 ed ora approda al terzo album di studio con questo Golden Sings That Have Been Sung. Walker è pure un abile chitarrista, e infatti nel 2015 ha pubblicato un album strumentale in coppia con Bill MacKay, ma nel corso degli anni ha sempre più curato anche il lato vocale della propria musica, diventando sempre più un cantante interessante e dalle molteplici influenze: sul lato chitarristico vengono citati Davey Graham, Sandy Bull, John Fahey, Bert Jansch e da quello vocale gente come Tim Buckey, Van Morrison, Tim Hardin John Martyn e i Pentangle, presenti in entrambi i campi, senza dimenticare, aggiungerei, l’Incredible String Band, e tra i musicisti contemporanei Jack Rose, Daniel Bachman, Steve Gunn, James Blackshaw, gruppi come Tortoise e Gastr Del Sol, e altri spiriti affini, legati a questa rinascita di un folk complesso, ricco di influenze jazz, psichedeliche, blues e rock, dove la melodia è importante ma anche il tessuto sonoro, l’improvvisazione, la ricerca di arrangiamenti sofisticati che guardano ai grandi del passato, cercando di riproporre questa musica che già negli anni ’70, più avventurosi a livello musicale, era comunque una musica di nicchia, pur se apprezzata dalla critica e dal pubblico più “curioso” ed attento. Quindi in teoria nulla di nuovo, ma se questa musica viene realizzata con passione e perizia è comunque in grado di costruire un ponte tra le diverse generazioni, continuando ad esplorare un filone che affascina sia l’ascoltatore più smaliziato e di vecchia militanza (quelli che hanno già sentito tutto, ma gradiscono in ogni caso l’arrivo di forze fresche) quanto gli ahimé non più numerosi adepti di una musica che richiede una soglia di attenzione più complessa di quella quasi istantanea delle generazioni digitali.

Per sgombrare i dubbi, anche il sottoscritto conferma che questo Golden Sings That Have Been Sung è un disco riuscito, otto brani di notevole valore (più una traccia dal vivo, nel secondo CD della cosiddetta Deep Cuts Edition): le influenze ed i rimandi ai vari nomi citati, pur essendo certamente presenti, non sono così evidenti e facilmente rintracciabili, in entrambi i sensi, ovvero, nell’insieme la musica ricorda e si riallaccia a questo tipo di musicisti e sonorità, ma non lo fa riferendosi a brani od album del passato specifici, quanto ad un comune intendere, ad una visione che dal passato si allunga sulla musica di Ryley Walker, che poi la rimodella secondo la propria sensibilità. Il nostro amico si è addirittura spinto quasi a prendere le distanze dal precedente, e ottimo album, Primrose Green, ma si sa che, per vari motivi, gli artisti sono sempre legati di più alla loro ultima prova discografica in ordine di tempo, magari poi rivalutando nel tempo il proprio lavoro, in un’ottica di lunga distanza. Il nuovo lavoro è prodotto dal polistrumentista LeRoy Bach, anche lui di Chicago, per il periodo 1997-2004 nella formazione dei Wilco, dove suonava chitarre e tastiere, che ha saputo unire lo spirito più avventuroso della musica di Walker con brani dal respiro più semplice e di attitudine folk, legati ai suoni del passato ma con lo sguardo al futuro, come è sempre più regola nella musica dei giorni nostri. I musicisti sono più o meno quelli utilizzati nel disco precedente, provenienti dalla attuale scena jazz contemporanea di Chicago: Brian Sulpizio alla chitarra elettrica, Ben Boye alle tastiere, Anton Hatwich al basso, Frank Rosaly Quin Kirchner alla batteria, Whitney Johnson alla viola e un altro multistrumentista Ryan Jewell, niente nomi altisonanti ma validi ed adatti alla bisogna.

Ed ecco quindi scorrere Halfwit In Me che fonde gli spiriti della West Coast più ruspante con le atmosfere raffinate di John Martyn o dei Pentangle più solari, soprattutto nell’approccio ritmico e jazzato, attraverso sognanti ma incisive derive strumentali dove la chitarra acustica di Ryley guida le danze, ma tutti gli strumenti sono importanti e la voce denota una ulteriore crescita a livello di personalità e di maturità. Anche A Choir Apart è legata al drive ritmico tra folk, jazz e blues dei Pentangle più sperimentali, quando Renbourn imbracciava l’elettrica, ma ricorda anche il Tim Buckley “liquido” di Starsailor Blue Afternoon, con inserti sonori tra raga e rock e una costruzione quasi circolare del brano che si avvolge su sé stesso in spire larghe ed affascinanti, con contrabbasso e batteria a dettare tempi jazzistici e il testo che contiene il titolo dell’album. Pure Funny Thing She Siad ha questo spirito pigro e quasi strascicato, intenso e notturno, con un cantato sommesso e quasi confidenziale, leggeri tratti blues, ma anche una bella melodia che entra sottopelle, con la chitarra elettrica che lascia ampi spazi a pianoforte e violoncello (o è una viola, o entrambi?) nella parte strumentale. Sullen Mind, che appare anche in una versione allungata, oltre 40 minuti (!?!) e dal vivo nel CD bonus, è una ulteriore fusione tra folk, derive psichedeliche e influenze orientali, un magma sonoro dove chitarre acustiche ed elettriche, tastiere e una ritmica agile e complessa, prima accarezzano la voce intensa di Ryley Walker e poi vengono scatenate in crescendi improvvisi ed acidi di pura improvvisazione, fino ad una affascinante accelerazione finale.

Musica forse non di facile approccio, che si stempera comunque nel leggero acquerello folk della breve e delicata I Will Ask You Twice, dove si agitano gli spiriti inquieti ma affascinanti di Tim Hardin o di Nick Drake, e anche le atmosfere pastorali di The Roundabout fanno rivivere le sonorità del folk-rock più raffinato ed ispirato degli anni d’oro della musica dei cantautori britannici più originali e visionari, sempre con gli arpeggi della chitarra di Ryley in bella evidenza.Torna la West Coast meno acida e sulfurea nelle serene e delicate note di una The Great And Undecided che sparge raffinate cascate di dolcezza nel suo incedere, per poi lasciare spazio nel finale del disco, nella lunga Age Old Tale, alle improvvisazioni di una sorta di “free-folk”  onirico ed improvvisato, dove gli strumenti e la voce sono di nuovo liberi da vincoli sonori e da melodie più definite e immerse in un dipanarsi sonoro quasi stordito e stralunato, che lentamente avvolge l’ascoltatore nella sua bruma fuori stagione (ma il disco è stato registrato lo scorso inverno).

Una conferma per Ryley Walker, un musicista per tutte le stagioni, forse non un genio assoluto ma un artigiano tra i più raffinati ed interessanti in circolazione.

Bruno Conti

Vecchio Ma Nuovo: Un Debutto Da “Bollino Blu”! Marlon Williams – Marlon Williams

marlon williams

Marlon Williams – Marlon Williams – Dead Oceans Records

Come detto in altre occasioni non sempre è facile accostarsi ai nomi “minori” e nuovi, la tentazione (ed il desiderio insieme), è quello di scoprire a tutti i costi la nuova speranza, e sottoporla al pubblico degli appassionati per farne l’ennesimo oggetto di “culto”, oltretutto, spesso, la difficile reperibilità degli autori di volta in volta scoperti (ma con le piattaforme in Internet la situazione è migliorata), fa aumentare la curiosità ed il gioco di complicità che ne scaturisce. Fatta dunque questa onesta e doverosa precisazione, vorrei caldamente consigliare l’ascolto di tale Marlon Williams, nato nel 1990 in un incantevole paesino portuale della Nuova Zelanda (si chiama Lyttelton per la precisione, vicino a Christchurch) con una chiara influenza “Maori” da parte del padre musicista (e si vede). I primi passi musicali Marlon li muove come frontman degli Unfaithful Ways, e in seguito collaborando con il cantautore country neozelandese Delaney Davidson nella triade Sad But True Vol. 1-2-3 (costituita da bellissime cover), poi si è trasferito a Melbourne in cerca di quella visibilità che gli permettesse di esordire in proprio con questo lavoro omonimo, prodotto in coppia con il tastierista Ben Edwards, reclutando un cast di musicisti e amici tra i quali Ben Woolley al basso, AJ Park alla batteria, John Egenes alla pedal steel, Anita Clarke al violino, l’amico Delaney Davidson alle chitarre, con il contributo della sua anima gemella Aldous Harding (emergente cantautrice neozelandese, *NDB Bellissimo anche il suo esordio https://www.youtube.com/watch?v=B3Wds4gDGRc ) alle armonie vocali, tutti riuniti  negli studi Sitting Room della natia Lyttelton.

La partenza è folgorante con Hello Miss Lonesome, una galoppata musicale che rimanda ai film western epici di John Ford (Furore, Ombre Rosse, Sentieri Selvaggi), a cui fa seguito il moderno country di After All, per poi passare alla lenta e bellissima ballata “noir” Dark Child (la prenoto come canzone dell’anno), e ancora una cover di una canzone portata al successo da Billy Fury I’m Lost Without You, rifatta in chiave “sixties” con un importante arrangiamento di archi, e il folk inglese di una dolce e delicata Lonely Side Of Her. Si prosgue con la melodia “assassina” di Silent Passage, pescata dal repertorio del canadese Bob Carpenter (unico album, ma in seguito a lungo collaboratore della Nitty Gritty Dirt Band), il gioioso country un po’ “retrò” di Strange Things, una superba e drammatica versione del tradizionale When I Was A Young Girl (una triste storia di passione e desiderio), uno dei cavalli di battaglia della grande Nina Simone https://www.youtube.com/watch?v=UfSopHrT-m4 , andando a chiudere con la straziante bellezza (solo chitarra e voce) di Everyone’s Got Something To Say, con il coro finale (una magia) che la tramuta in una preghiera.

Comincio a pensare che il cognome Williams nell’ambito musicale sia sinonimo di qualità (come le banane Chiquita), a partire dai titolari del “logo” Hank Williams e Lucinda Williams, e altri tra cui Victoria Williams (ex moglie di Mark Olson dei Jayhawks e prima di Peter Case), o i più giovani Holly Williams (nipote di Hank Williams, sorella di Hank III e figlia di Hank jr.), e Hayward Williams. Nominato a ben cinque New Zealand Music Awards, con questo brillante esordio Marlon Williams dimostra di saper scrivere canzoni che spaziano dal rock al folk al country, valorizzate da una voce notevole, che lo accomuna a tratti ad artisti del calibro di Johnny Cash, Roy Orbison e il buon Elvis, ma anche a Tim Buckley https://www.youtube.com/watch?v=TB_jcFax5kM .

Marlon è giovane, bello, ma quello che più conta ha un talento speciale, e mi sembra difficile che a breve non possa diventare un artista di “prima fascia”, per saperlo non resta che attendere il seguito di questo esordio da “bollino blu”. Il disco esce il 19 febbraio in Europa e negli States per la Dead Oceans (la stessa di Ryley Walker), ma in Nuova Zelanda era già disponibile dalla primavera dello scorso anno. Da qui il titolo del Post!

NDT: A certificare il talento di Marlon Williams, girano su YouTube molti video che lo vedono eseguire cover impegnative tra cui The First Time Ever I Saw Your Face di Roberta Flack (scritta da Ewan MacColl), Bird On A Wire di Leonard Cohen, e una superba Portrait Of A Man di Screamin’ Jay Hawkins.

Tino Montanari

Un Caldo Abbraccio Di Dolce Malinconia! Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy

damien rice my favourite

Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy – Atlantic Records

Diciamo subito che Damien Rice non è un cantautore molto prolifico: questo nuovo lavoro, My Favourite Faded Fantasy, è il terzo disco in 12 anni, e contiene solo 8 brani, anche se ad un primo ascolto pare un piccolo gioiello, e conferma quindi il suo talento. L’attesa per questo album del cantautore irlandese era tanta, dopo il folgorante esordio di 0 del lontano 2002 (un disco che vendette due milioni di copie nel mondo), e da subito il nome del “dublinese”, abbastanza discreto come personaggio, si trovò catapultato nell’universo del “music business”, e la cosa, anche se appagava il suo commercialista, non lo riempiva, pare, di gioia. Deciso così a prendersi un periodo sabbatico e di staccare la spina, per comprendere se poteva stare lontano dalle luci del palcoscenico. Damien Rice si accorse presto che in fondo poteva fare a meno di quel mondo, e quando in molti erano già pronti a darlo per finito (nel cimitero degli artisti scomparsi), il “nostro” ritorna sulla scena del delitto incidendo il secondo album 9 nel 2006, un piccolo capolavoro (dove si sprecarono i paragoni con Leonard Cohen e Nick Cave), e dopo un altro ancora più lungo periodo di latitanza (l’esilio volontario in Islanda e la rottura personale e musicale con la brava Lisa Hannigan) vola a Los Angeles dal “santone” Rick Rubin (l’uomo che ha allungato la carriera del grande Johnny Cash) e gli affida la produzione del nuovo disco, e tornato in sala d’incisione con l’apporto della attuale band, composta da Shane Fitzsimons al basso, Brendan Buckley alla batteria, Joe Shearer alla chitarra e la brava musicista irlandese Vyvienne Long al violoncello e pianoforte, ha dato vita a questo notevole My Favourite Faded Fantasy https://www.youtube.com/watch?v=wJinIIFExT4 .

damien rice 1 damien rice 2

La title-track My Favourite Faded Fantasy inizia con il tipico cantato in falsetto di Damien https://www.youtube.com/watch?v=Rh1C8qpODZs , poi entrano a poco a poco chitarre, tamburi, violino, un violoncello e un pianoforte con un crescendo importante, a seguire troviamo It Takes A Lot To Know A Man, quasi dieci minuti di musica che partono con vibrafono e tromboni, e terminano in una danza morbosa con pianoforte e archi https://www.youtube.com/watch?v=CkdjaxYSMZ4 . Pochi accordi di chitarra sono sufficienti a Rice per sussurrare una sorta di  romanza,The Greatest Bastard https://www.youtube.com/watch?v=hoIFYXOC9tU , per poi passare alla struggente e meravigliosa I Don’t Want To Change You  https://www.youtube.com/watch?v=FnzHOsiaJns (una canzone perfetta da ascoltare davanti ad un bel caminetto, in quello che sarà forse un freddo inverno), e alle note in crescendo di una malinconica Colour Me In, nonché al canto quasi declamato di una The Box, che nel finale orchestrale divampa in tutta la sua bellezza. Si chiude con gli otto minuti di una ballata commovente come Trusty And True, e con i vocalizzi ancora in falsetto di una straziante Long Long Way, una maestosa melodia dal finale sinfonico https://www.youtube.com/watch?v=K5yRKJ-gU48 .

damien rice 3 damien rice 4

Damien Rice è un personaggio abbastanza atipico nel panorama musicale internazionale, la sua è una musica di un altro tempo, i suoi riferimenti sono facilmente individuabili nei Buckley (soprattutto il padre), e per certi aspetti nelle sonorità di David Gray, ma anche nella malinconia “classica” di Nick Drake, tutti elementi che puntualmente si ripropongono in questo My Favourite Faded Fantasy, distribuiti in otto brani per circa cinquanta minuti di musica e di parole (dove si sente dannatamente la mano di Rick Rubin), che chiudono in un certo senso il cerchio con i lavori precedenti, in attesa del prossimo, probabile, ennesimo piccolo capolavoro. Poco importa se Rice pubblica album a distanza di otto anni uno dall’altro, se sono così belli e intensi come questo lavoro, per i veri appassionati della buona musica e (per chi scrive), si può prendere tutto il tempo che gli compete. Consigliato!

Tino Montanari

Un Musicista Dallo Sri Lanka, Questo Mancava! Bhi Bhiman – Bhiman

bhi bhiman album.jpgbhi bhiman.jpg

 

 

 

 

 

 

Bhi Bhiman – Bhiman – Boocoo Music 2012

Devo ammettere che un musicista dello Sri Lanka mancava dai miei ascolti, e se Steven Georgiu e Farrokh Bulsara hanno preferito trasformarsi in Cat Stevens e Freddie Mercury, lui è rimasto orgogliosamente Bhi Bhiman, senza assumere nomi d’arte più facili da ricordare. Ma la musica è quella che ti potresti aspettare da un cantautore che viene dalla Bay Area, anche se l’aspetto esteriore è tipicamente asiatico: ricca di spunti, complessa, con arrangiamenti spesso elaborati ma nell’ambito di uno stile decisamente acustico, basato sul picking spesso intricato di Bhiman che è un eccellente chitarrista.

La produzione è affidata a Sam Kassirer che ha lavorato anche con Josh Ritter e ha svolto il suo impegno andando alla ricerca di strumenti  percussivi inconsueti come il cajon e il vibrafono per una musica decisamente folk, ma ha lasciato molto spazio alla chitarra del protagonista che si arricchisce di piano, organo, contrabbasso, anche suonato con l’archetto, come nella criptica The Cookbook, titolo del suo primo album del 2007, dove però per quel perverso gioco degli autori non appariva un brano con quel titolo. San Francisco Chronicle, Washington Post e New York Times, nonché il decano Robert Christgau (uno dei pochi critici musicali americani che scrive ancora cose sagge) gli hanno dedicato spazi entusiastici e meritati, ormai il disco è uscito da parecchi mesi. Cosa altro si potrebbe dire? La voce, per esempio, è uno strumento anche questo, dal timbro acuto, molto evocativa, si spinge a volte fino ad un falsetto quasi alla Tim Buckley o una Nina Simone virata al maschile. Lui stilisticamente dice di ispirarsi anche a Richie Havens, con quello stile chitarristico dalla pennata veemente e quasi percussiva ma è stato inevitabilmente avvicinato a Dylan, Springsteen e Woody Guthrie (per il tema del viaggio, guardate il video), d’altronde parliamo di un uomo con una chitarra acustica, capace di scrivere testi profondi, immersi sia nel sociale come nel raccontare la quotidianità, sulla falsariga dei grandi folksingers.

Ogni tanto affiorano anche elementi etnici, o così mi pare, ad esempio nell’urgenza di un brano come Time Heals dove un vibrafono, così accreditato nelle note del libretto, ma che sembra più una marimba, regala sfumature orientali alla canzone, con la musica che accelera di continuo per poi rallentare in un intenso finale dove la voce di Bhiman incanta l’ascoltatore con le sue evoluzioni e poi accelera di nuovo con delle sonorità che possono ricordare il Cat Stevens che inseriva elementi greci nella sua musica. Nello spazio di un attimo si vira alla perfetta folk song, con tanto di accompagnamento di 12 corde, nella visionaria Crime Of Passion, dove il testo va per la tangente. Non ho ancora citato il brano di apertura, la bellissima Guttersnipe, che è un po’ il suo biglietto da visita, quasi sette minuti di “stream of consciousness”, che musicalmente ricordano il Van Morrison di Astral Weeks (c’è anche un brano che si chiama Ballerina, non quella) o se preferite termini di paragone più recenti, il primo David Gray o il Ray Lamontagne più complesso, ma sempre da Van vengono, se mi passate il calambour, con una base acustica segnata da contrabbasso e percussioni varie che tengono il tempo, mentre piano, organo, vibrafono e chitarre acustiche avvolgono la voce di Bhiman che raggiunge vette interpretative notevoli.

Non tutto brilla sempre di luce propria, ad esempio Take What I’m Given che peraltro è una dolcissima ballata ricorda molto nella costruzione, almeno a me, I Shall Be Released di sapete chi, ma la musica è lì, nell’aria, basta sapere coglierla. Mexican Wine è un breve brano strumentale che illustra la sua destrezza alla chitarra mentre Kimchee Line è una di quelle filastrocche acustiche che lo avvicinano al citato Guthrie e anche questa mi ricorda qualcosa che non sono ancora riuscito ad afferrare, per il gioco delle citazioni, ce l’ho lì sulla punta della lingua, come pure Atlatl, con una voce volutamente mascherata per dargli una patina di “antichità” come un vecchio 78 giri. Eye On You è l’altro tour de force vocale e strumentale di questo album, più di 6 minuti che ci consentono di godere ancora una volta la bella voce di Bhiman che si libra sicura su un tappeto musicale dove il vibrafono (questa volta sì) gli fa da contrappunto. Che dire, questo signore è veramente bravo, potrà sicuramente migliorare (forse), ma già ora merita un ascolto attento.

La ricerca continua.

Bruno Conti 

Novità Di Novembre Parte IV. Rolling Stones, Kate Bush, Jeff Healey, Tim Buckley, Willie Nelson, Can, Howlin’ Wolf, Hugh Laurie, Cross Canadian Ragweed

rolling stones some girls box set.jpgrolling stones some girls 2 cd.jpgrolling stones some girls live in texas.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Riprendiamo con le uscite discografiche. Questa volta sono quelle del 22 novembre, con qualche recupero di quelli precedenti e qualche titolo sparso qua e là che era sfuggito o era stato dimenticato, anche per il non perfetto funzionamento del Blog domenica scorsa 20 novembre.

Partiamo con le uscite dei Rolling Stones: la Universal pubblica la versione Deluxe di Some Girls, l’ultimo grande disco degli Stones in varie versioni. Vediamo i vari contenuti:

CD 1 – ALBUM ORIGINALE RIMASTERIZZATO
MISS YOU – WHEN THE WHIP COMES DOWN- JUST MY
IMAGINATION (RUNNING AWAY WITH ME) – SOME
GIRLS – LIES – FAR AWAY EYES – RESPECTABLE –
BEFORE THEY MAKE ME RUN – BEAST OF BURDEN –
SHATTERED
CD 2 –12 BRANI INEDITI
CLAUDINE – SO YOUNG – DO YOU THINK I REALLY
CARE – WHEN YOU’RE GONE – NO SPARE PARTS –
DON’T BE A STRANGER – WE HAD IT ALL –
TALLAHASSEE LASSIE – I LOVE YOU TOO MUCH – KEEP
UP BLUES – YOU WIN AGAIN – PETROL BLUES

DVD
LIVE FROM FORT WORTH, TEXAS ’78:
BEAST OF BURDEN – SHATTERED – TUMBLING DICE
SOME GIRLS PROMO VIDEO
RESPECTABLE – FAR AWAY EYES – MISS YOU

SUPER DELUXE BOXSET INCLUDE:
7” SINGLE DI “BEAST OF BURDEN/WHEN THE WHIP COMES
DOWN” (CONFEZIONE IN BUSTA ORIGINALE)
LIBRO DI 100 PAGINE CON COPERTINA RIGIDA
COMPRENSIVO DI SERVIZIO SUL CONTROVERSO ARTWORK
SERVIZIO FOTOGRAFICO INEDITO DI HELMUT NEWTON
ANNOTAZIONI DEL GIORNALISTA ANTHONY DE CURTIS
5 STAMPE DI HELMUT NEWTON
5 CARTOLINE
POSTER

Se non vi basta esce anche il vinile 180 grammi con il contenuto del primo CD.

E se non siete ancora soddisfatti il 6 dicembre uscirà anche il 45 giri a tiratura limitata con No Spare Parts/Before They Make Me Run(lo so che il Record Store Day Black Friday delle uscite in vinile in teoria dovrebbe essere il 25 novembre ma in Italia escono con date a capocchia).

Sempre il 22 novembre la Eagle Rock/Edel pubblica Some Girls Live In Texas 1978 che esce in DVD, Blu-Ray, DVD+CD, Blu-Ray + CD. Si tratta di un concerto inedito dell’epoca a Forth Worth, Texas il 18 luglio del 1978. Ovviamente i brani che appaiono nel DVD contenuto nell’edizione Super Deluxe di Some Girls sono gli stessi, solo che non trovate il concerto completo, quindi come al solito “occhio al portafoglio”.

kate bush 50 words for snow.jpgkate bush back.jpgwillie nelson remember me vol.1.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Evidentemente registrando il Director’s Cut con le nuove versioni dei vecchi brani Kate Bush ha ripreso contatto con la musa ispiratrice e quindi ha registrato anche 7 nuovi brani che andranno a far parte del nuovo album 50 Words For Snow che nella prima tiratura esce con quella confezione a libretto. Sono solo 7 brani ma il CD dura quasi 65 minuti ed esce per la sua etichetta Fish People distribuzione Capitol/EMI. Sentiremo, pare che sia molto bello a giudicare dalle 4 stellette sia di Mojo che di Uncut, ma io preferisco sempre verificare di persona. Per esempio il nuovo Thea Gilmore che canta Sandy Denny Don’t Stop Singing al quale Mojo ha dato solo due stellette come vi avevo riferito lo sto sentendo in questi giorni e mi pare decisamente un bel disco. Appena ho tempo scrivo il Post apposito.

Uno che problemi di prolificità non ne è ha mai avuti, anzi al contrario, bisogna abbatterlo per fermare le sue uscite, è Willie Nelson del quale il 22 novembre per una nuova etichetta la R&J Records uscirà questo Remember Me Vol. 1. Sono tutti celebri brani country che sono stati Top Ten Hits di Billboard negli ultimi 70 anni. Per questo primo volume abbiamo:

1. Remember Me
2. Sixteen Tons
3. Why Baby Why
4. Today I Started Loving You Again
5. I m Movin On
6. That Just About Does It
7. This Old House
8. Sunday Morning Coming Down
9. Smoke! Smoke! Smoke!
10. Slowly
11. Satisfied Mind
12. Roly Poly
13. Release Me
14. Ramblin Fever

Brani tratti dal repertorio di Johnny Cash, George Jones, Merle Haggard, Ray Price, Porter Wagoner e molti altri, ma alcune le cantavano anche Elvis o Engelbert Humperdinck. Un po’ come ha fatto un paio di anni fa Rosanne Cash. Produce James Stroud. Secono capitolo già previsto per il 2011.

jeff healey full circle the live anthology.jpghowlin' wolf chess masters.jpgtim buckley deluxe 2cd rhino handmade.jpg









Un po’ di cofanetti. Prosegue la ristampa del materiale d’archivio dal vivo di Jeff Healey, questa volta la Eagle Records pubblica un cofanetto quadruplo. 3 CD + 1 DVD: si tratta dei concerti al St. Gallen Open Air Festival del 1991 che c’è sia in audio che in video, Montreal Jazz Festival del 1989 e Toronto’s Hard Rock del 1995 questi solo in compact. Si chiama Full Circle: The Live Anthology e dovrebbe esistere sia in long box che con una confezione più piccola ad un prezzo indicativo tra i 25 e i 30 euro.

La Universal prosegue con le sue ristampe in Box del catalogo Chess sempre su etichetta Hip-o-Select quindi a tiratura limitata e a prezzi più “frizzanti”. Questo quadruplo dedicato a Howlin’ Wolf si chiama Smokestack Lightning The Complete Chess Masters 1951-1960 e comprende tutti i 97 brani pubblicati per l’etichetta di Chicago in quella decade. Ovviamente c’è molto più materiale rispetto al Chess Box che era uscito nel 1991 ed era una antologia di tutta la carriera con 75 brani. Ci si poteva anche accontentare ma per chi vuole essere più completista questo è un cofanetto molto curato come al solito, libretto di 45 pagine e molte versioni alternative.

Quel doppio che vedete di Tim Buckley è la ristampa del primo omonimo album a cura della Rhino Handmade e in America è disponibile già da un mesetto. Ora arriva anche in Europa, sempre import ma ad un prezzo decisamente più accessibile dei circa 50 euro a cui circola attualmente. Probabilmente rimarrà in circolazione per poco per cui se vi interessa affrettatevi. Contiene ben 34 bonus tracks rispetto alla versione singola tra demo, versioni acustiche, alternate takes. Fondamentale da avere per chi ama uno dei più grandi cantautori che la musica americana abbia mai avuto. Questa è la lista dei brani, se volete verificare, dal 13° in avanti partono gli “inediti”:

1. I Can’T See You
2. Wings
3. Song Of The Magician
4. Strange Street Affair Under Blue
5. Valentine Melody
6. Aren’T You That Girl
7. Song Slowly Song
8. It Happens Every Time
9. Song For Janie
10. Grief In My Soul
11. She Is
12. Understand Your Man
13. I Can’T See You (Mono)
14. Wings (Mono)
15. Song Of The Magician (Mono)
16. Strange Street Affair Under Blue (Mono)
17. Valentine Melody (Mono)
18. Aren’T You That Girl (Mono)
19. Song Slowly Song (Mono)
20. It Happens Every Time (Mono)
21. Song For Janie (Mono)
22. Grief In My Soul (Mono)
23. She Is (Mono)
24. Understand Your Man (Mono)
25. Put You Down (Demo)
26. It Happens Every Time (Demo)
27. Let Me Love You (Demo)
28. I’Ve Played That Game Before (Demo)
29. She Is (Demo)
30. Here I Am (Demo)
31. Don’T Look Back (Demo)
32. Call Me If You Do (Demo)
33. You Today (Demo)
34. No More (Demo)
35. Won’T You Please Be My Woman (Demo)
36. Come On Over (Demo)
37. She Is (Acoustic Demo)
38. Aren’T You The Girl (Acoustic Demo)
39. Found At The Scene Of A Rendezvous That Failed (With Larry Beckett) (Acoustic Demo)
40. Wings (Acoustic Demo)
41. My Love Is For You (Acoustic Demo)
42. Song Slowly Song (Acoustic Demo)
43. Song Introductions By Larry (Demo)
44. I Can’T See You (Acoustic Demo)

45. Birth Day (With Larry Beckett) (Acoustic Demo)

46. Long Tide (Acoustic Demo)

can tago mago.jpghugh laurie cd+dvd.jpgcross canadia ragweed box of weed.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Altre tre “ristampe”. Tago Mago è uno dei classici del rock tedesco dei primi anni ’70, 1971 per la precisione, un disco dove psichedelia, rock sperimentale e mprovvisazione vanno di pari passo. Era già stato ripubblicato dalla Mute nel 2004 e ora per questa nuova versione è stata riutilizzata quella rimasterizzazione. E’ stato aggiunto anche come bonus un CD di materiale registrato dal vivo nel 1972, sono 3 brani ma…Mushroom dura 8:42, Halleluwah 9:12 e poi c’è una versione breve di Spoon, solo 29:55 neanche mezz’ora. Facezie a parte, molto interessante anche se i commenti sulla qualità sonora dei pezzi dal vivo sono molto discordanti e non tutti entusiasmanti, insomma non è inciso proprio benissimo per dirla chiara ma a livello di un buon/ottimo bootleg. E’ uscito la settimana scorsa, vedete voi.

Passiamo a due uscite che fanno girare le pale degli elicotteri: prima il CD di Hugh Laurie Let Them Talk, che viene ripubblicato dalla Warner in versone CD+DVD con quattro brani in più nel CD e un DVD con un concerto inedito, 15 brani, quindi non una cosa striminzita. E allora ditelo che dovete rompere gli ex ministri Maroni, il tutto costa come un singolo CD, quindi considerando le aggiunte ci si può anche fare un pensierino e addirittura se non lo avete già preso, caldamente consigliato, si tratta di un ottimo album prodotto da Joe Henry e il Dr.House è anche un bravo cantante e pianista.

Anche il Box dei Cross Canadian Ragweed sarebbe interessante, infatti contiene i 5 album pubblicati dalla Show Dog Universal ad un prezzo molto interessante. Si tratta di Cross Canadian Ragweed, Soul Gravy, Garage, Mission California and Happiness più un DVD dal vivo inedito filmato al Cain’s Ballroom in Tulsa, OK. Peccato che se uno ha già gli altri dischi è alquanto costoso. Si spera in una uscita separata. E a questo proposito, per farvi inc…are vi annuncio fin d’ora che a metà Dicembre la Universal pubblicherà, fuori dal Box, l’unico DVD inedito che era contenuto nel Super e Uber Deluxe degli U2 di Achtung Baby, ovvero From The Sky Down,sia in DVD che Blu-Ray e anche con del materiale in più non contenuto nei cofanettoni, contenti? Prima dell’uscita del 13 dicembre vi dirò anche cosa contiene esattamente.

Può bastare, riprendo i miei ascolti di Thea Gilmore e del bellissimo Live in CD+DVD di Thug Of Love di Dirk Hamilton, immancabile, con una versione da antologia di I Will Acquiesce di oltre 17 minuti.

Bruno Conti

A Volte Si Sbaglia! Ray LaMontagne & The Pariah Dogs – God Willin’ And The Creek Don’t Rise

ray lamontagne.jpg

raylamontagne.jpg

 

 

 

 

 

 

Ray LaMontagne & The Pariah Dogs – God Willin’ And The Creek Don’t Rise – Rca

Che cosa volete che vi dica? Ritiro tutto quello che ho detto, mi ero sbagliato? Questo è un gran disco, le mie perplessità iniziali dovute ai primi ascolti sono state spazzate via e quasi mi sbilancio a dire che questo potrebbe addirittura essere il miglior disco in assoluto di LaMontagne (ma questo si vedrà, gli altri hanno avuto anni per sedimentare e rafforzarsi, questo è nuovo ma cresce ascolto dopo ascolto e questo è un bene).

Una ulteriore serie di ascolti con volume alto a finestre spalancate (quindi Play Loud!) hanno rivelato una serie di particolari e nuances nelle prestazioni stellari dei vari musicisti coinvolti e nelle composizioni del nostro amico per questo God Willin’.

La prima cosa che balza all’occhio anzi all’orecchio è quella sensazione di gruppo compatto, ben rodato, con un suono che ricorda molto quello dei concerti dal vivo (guarda che circonvoluzione devi usare per dire quello che gli americani direbbero con un semplice Live Feel!): sicuramente ha giovato all’ottenimento di questo risultato il fatto che il disco sia stato registrato in un breve arco temporale di un paio di settimane nella fattoria ristrutturata nell’ovest Massachussetts che il buon Ray ha trasformato in uno studio di registrazione, forse ha contribuito il fatto che la produzione non sia più nelle mani di Ethan Johns (poteva essere un disastro ma evidentemente la lezione era stata ben imparata) ma curata dallo stesso LaMontagne, qualunque sia la ragione il risultato finale è notevole.

L’iniziale Repo Man è strepitosa (anche se non indicativa del suono del resto del disco): sei minuti di rock and roll carnale, misto a soul, con la sezione ritmica di Jay Bellerose, indiavolato alla batteria e Jennifer Condos con il suo basso pulsante che attizzano le due chitarre di Eric Heywood e Greg Leisz che si rispondono dai canali dello stereo con un riff eccellente che ricorda l’attacco di Who Do You Love dei Quicksilver anche se l’assolo di Cipollina e Duncan non parte mai, ma quella è un’altra storia, comunque quel suono tintinnante e ribaldo ricorda anche quello del Tim Buckley più ruspante di Greetings from LA o della Grease Band di Joe Cocker dei tempi d’oro. Proprio al Joe Cocker degli inizi si avvicina moltissimo la voce maschia, rauca e profonda che Ray LaMontagne sfodera per questo brano, istigato dal groove irresistibile che la sua band gli ha costruito intorno, la voce è lasciata libera di dare sfogo alla sua potenza con echi anche del primo Gerg Allman o del Van Morrison (sua grande influenza) più dedito al soul e al R&B. Comunque la si giri, grande inizio che varrebbe da solo il prezzo di ammissione ma che, come detto, non è indicativo delle atmosfere del resto dell’album. watch?v=F59JVJ2k00A (sound primitivo, ma rende l’idea!)

Già dal secondo brano dell’album. la peraltro bellissima New York City’s Kiiling me, prende piede un’attitudine roots, quasi country, quel famoso Americana Sound tanto citato a sproposito ma che in questo caso ben inquadra il sentimento del disco, le chitarre “sofferenti” di Leisz (una pedal steel strepitosa che ricorda i grandi dello strumento degli anni ’70, Sneaky Pete Kleinow, Buddy Cage e Al Perkins tanto per citarne alcuni) e Heywood evocano appunto quel suono “country” vintage ma con i crismi di una grande composizione perché la qualità dei brani contenuti in questo album è sempre elevata.

God Willin’ and The Creek Don’t Rise oltre ad essere il titolo dell’album è anche quello di una bellissima canzone, avvolgente, con la batteria di Bellerose che scandisce i tempi con una serie di rullate urgenti che ricordano lo Steve Gadd più ispirato e la voce di Ray LaMontagne ancora una volta sicura e potente a guidare il suo fido manipolo di musicisti in un altro brano decisamente sopra la media di gran parte della produzione attuale.

Beg Steal or borrow, il potenziale singolo dell’album, è un’altra piccola perla con un ritmo più incalzante dei brani che l’hanno preceduta ma anche più rilassata al tempo stesso, filante, scivola che è un piacere, gioia per le orecchie dell’ascoltatore con la solita steel di Leisz in grande evidenza mentre le tastiere di Patrick Warren l’unico musicista non ancora citato sono quasi sempre molto discrete ai limiti dell’impercettibile, rafforzando l’idea di un disco “chitarristico”.

La seconda parte del disco ci porta verso il lato Youngiano di Lamontagne, ma non prima del quasi folk-soul acustico della dolcissima Are We Really Through, prima di una serie di brani sulla fine di una relazione che sfocia in This Love Is Over, quasi una bossanova country, la solita steel di Leisz domina le operazioni.

Si diceva del lato Youngiano (nel senso di Neil) della musica di LaMontagne, Old Before Your Time è una bellissima canzone, serena e pacifica, con un banjo (o è un mandolino) che crea il tema musicale ricorrente del brano. Più urgente anche se sempre dai tempi rilassati Fot The Summer è un altro brano più simile al canone abituale delle canzoni del nostro amico anche se una slide mordente e un’armonica aggiungono spessore al brano, sempre caratterizzato da quella vivacità del sound di un gruppo ben amalgamato e che sa sempre dove andare a parare musicalmente.

Like Rock And Roll Radio sembra proprio una di quelle lunghe cavalcate acustiche del nostro amico canadese, cantata però dalla caratteristica voce di Lamontagne, ormai “uno strumento” riconoscibile al primo ascolto a dimostrazione della popolarità e della considerazione raggiunte dal musicista del Maine, l’armonica a bocca aggiunge quel tocco in più allo scarno accompagnamento delle sole chitarre acustiche.

Gran finale con l’altro pezzo rock (e blues) del disco, The Devil’s In The Jukebox, già suggestiva dal titolo, movimentata e brillante con una slide acustica insinuante ad aggiungere pepe all’arrangiamento tipicamente roots del brano e se non fosse per il titolo verrebbe voglia di dire che tutti i salmi finiscono in gloria.

Ray LaMontagne sarà in tour negli States, in concomitanza con l’uscita del disco il 17 agosto, dalla settimana prossima, con lui David Gray che presenta l’altrettanto nuovo Foundling che esce lo stesso giorno (sentito, bello, recensione nei prossimi giorni).

In tre parole, gran bel disco!

Bruno Conti

Qualche Consiglio (Musicale) Per Le Vacanze – Kevin Welch, Eric Andersen, Tim Buckley, Carolyne Mas

kevin welch patch of blue sky.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Kevin Welch – A Patch Of Blue Sky – Music Road Records 2010

Kevin Welch non si può definire un musicista prolifico, cinque album in venti anni, più i tre registrati con Kieran Kane e Fats Kaplin come Dead Reckoners, e ora questo A Patch Of Blue Sky, ma ragazzi se è bravo! Grande autore ma anche interprete raffinato e misurato, con una voce che ti accarezza senza volerti mai prevaricare, discreta ma efficace, una base musicale di gran classe, che sembra scarna ed essenziale ma è complessa e molto varia. Viene definito country ma è un termine riduttivo: Lyle Lovett, il primo termine di paragone che mi viene in mente è country? Qualche spruzzatina non manca, ma qui siamo nell’ambito del Cantautore con la C Maiuscola, quella che ti racconta storie e canzoni sempre diverse ed interessanti dove i testi sono fondamentali (a questo proposito potete andare nel sito di Welch http://www.kevinwelch.com/, scaricarvi i testi ed i credits del CD, sono lì a disposizione di tutti, poi ve li stampate, magari a carattere 20, così riuscite a leggerli bene, vi accomodate nella poltrona e…manca qualcosa…ah sì, comprate il disco e vi godete una quarantina di minuti di grande musica). Se non vi ho convinto potrei dirvi che questo album mi ha ricordato per contenuti musicali e approccio vocale il miglior Eric Andersen, quello di Blue River, capolavoro della musica dei cantautori dei primi anni ’70. Non sapete chi diavolo sia. Ho un ultimo tentativo per Kevin Welch: vi ricordate la musica dello spot della birra Tuborg a metà anni ’90? Era There’s something ‘bout you di Kevin Welch tratta dal suo secondo album Western Beat del 1991. Vedete quando la cultura aiuta! Questa qui per intenderci.

eric andersen blue river.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Eric Andersen – Blue River – Columbia 1972

Per associazione di idee, questo è Blue River, capolavoro assoluto di Eric Andersen, per molti, con Blue di Joni Mitchell e Blood on the tracks di Bob Dylan, vetta assoluta del fare musica dei sentimenti dei cantanti-autori (singer-songwriters) di quegli anni. Eric Andersen, uno dei migliori rappresentanti della scuola NewYorkese dei primi anni ’60, lui nativo di Pittsburgh, poi “rivale” di Dylan al glorioso Greenwhich Village di quegli anni, Thirsty Boots e Violets of Dawn rimangono episodi epocali della sua prima produzione. Poi la svolta di Blue River, registrato a Nashville nel 1971, ma per il tipo di suono, morbido e raffinato considerato tra i precursori della scuola californiana. Uno stuolo di grandi musicisti, David Bromberg, Norbert Putnam che ne fu anche il produttore, Eddie Hinton, David Briggs in prestito da Neil Young, le straordinarie armonie vocali di Joni Mitchell. Un grandissimo successo di critica stroncato miseramente dalla Columbia che perse i nastri dell’album successivo, Stages, pubblicato postumo una ventina di anni dopo. Per farsi perdonare (ma è dura), la Sony/Bmg ha pubblicato nel 2009 una ri-edizione ampliata da due brani inediti di questo disco fantastico. Naturalmente si trova solo import, ma visto che siete in vacanza potete investigare con calma, ne vale assolutamente la pena.

tim buckley lorca.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Tim Buckley – Lorca – Elektra/Warner 1970

E visto che parliamo di album ingiustamente affidati alle nebbie del tempo, quest’anno cade il 40° anniversario della pubblicazione di Lorca di Tim Buckley. Naturalmente, per il momento. la cosa è passata sotto silenzio assoluto ed è un vero peccato perchè si tratta di un altro capolavoro assoluto.

Album considerato “difficile” (e qui, qualcosa di vero c’è, ricordo che la prima volta che ho ascoltato la prima facciata del disco, quella con Lorca, nove minuti e cinquantatre secondi di vocalità free-form straordinaria per i tempi e Anonymous proposition, altri otto minuti di quelli tosti, oltre a tutto in cuffia e in una calda serata estiva, al termine avevo un forte impulso di buttarmi dalla finestra, per fortuna ero al primo piano e ho desistito) ma sicuramente una delle più fulgide esemplificazioni delle straordinarie capacità vocali di Tim Buckley, babbo “ripudiato” di quel Jeff Buckley, amatissimo, giustamente, da pubblico e critica, ma che ha non ha raggiunto, forse anche per la prematura scomparsa, neanche un terzo dell’arte del genitore.

Reduce dai successi dei primi album, tra gli altri Happy/sad e Goodbye  and Hello di fine anni ’60 dove proponeva una musica “folk” da cantautore che era già anni luce avanti agli altri per le sue incredili capacità vocali e interpretative, con il successivo Blue Afternoon del 1969 e con Starsailor sempre del 1970 avrebbe raggiunto vette qualititative difficilmente riscontrate nella cosiddetta musica rock. Oltre a tutto era in grado di coniugare la ricerca più ostica a momenti di incredibile dolcezza come in I Had A Talk With My Woman che nella seconda facciata di Lorca regala momenti più accessibili e indica che i geni di Jeff Buckley da qualche parte saranno pure venuti.

carolyne mas still sane.jpg

 

 

 

 

 

 

Carolyne Mas – Still Sane A Retrospective 1979-1990 – Zolatone Nusic 2010

Un’altra che entra di diritto nel folto gruppone dei “Beautiful Losers” è sicuramente Carolyne Mas, cantautrice e rocker di classe pura anche lei orìginaria di New York, a cavallo tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 ha registrato una serie di album di grande energia e pieni fino all’orlo di belle canzoni. La sua carriera tra alti e bassi (più i secondi per sfortuna) prosegue tuttora, è venuta anche in Italia un po’ in sordina pochi anni orsono, e per passione mi sono iscritto alla sua mailing list per vedere se c’era qualche novità significativa. Proprio qualche giorno fa ho ricevuto una mail dove informava sulla uscita di questa compilation. Se volete sentire alcune di quelle “belle canzoni” che l’avevano fatta definire, a torto o a ragione, propendo per la seconda ipotesi, una sorta di Springsteen in versione femminile questo CD, visto la scarsità di materiale in circolazione, potrebbe essere l’occasione giusta, ecco il contenuto:

1)Still Sane

2)Sadie Says

3)Snow

4)He’s So Cool

5)Go Ahead And Cry Now

6)Love Like Stone

7)Remember The Night

8) Sittin’ In The Dark

9)I Waited All Night

10) Crying

11)Under One Banner

12) When Love Is Right

13)Amsterdam

14)Somebody Like Me

15)Signal For Help

16) Easy Love

17)Do You Believe I Love You

18)Laurielle

Reperibiltà, boh? Al limite si può acquistare qui sales.asp?PID=PX00ZR7OPW&pp=1

Nei prossimi giorni, visto che l’estate è arrivata e purtoppo ce ne siamo accorti e le ferie si avvicinano, pure quelle, per molti e per fortuna, qualche altro Post sull’argomento non mancherà!

Buoni ascolti.

Bruno Conti