Non Se Ne Può Fare A Meno. Se Amate Tim Buckley (Ma Non Solo): C’Era Due Volte! Greetings From West Hollywood & Venice Mating Call

tim buckley greetings from west hollywoodtim buckley venice mating call

Tim Buckley – Greetings From West Hollywood – Edsel

Tim Buckley – Venice Mating Call-  2CD Edsel

Di recente, per motivi che francamente mi risultano ignoti, visto che in teoria non c’era nessuna ricorrenza particolare da festeggiare (a parte forse il 70° Anniversario dalla nascita, ma era comunque a Febbraio), c’è stato un soprassalto di attività, peraltro graditissimo, legato alla eredità musicale di quel grandissimo musicista che risponde al nome di Tim Buckley. Oltre allo splendido cofanetto della Warner contenente tutti gli album di studio di cui vi abbiamo riferito di recente http://discoclub.myblog.it/2017/11/26/supplemento-della-domenica-la-ristampa-dellanno-cera-una-volta-tim-buckley-the-complete-album-collection/ , la Edsel ha ristampato anche Sefronia e Look At The Fool, oltre ad un box con quattro album dal vivo già editi in passato, che comprende anche Live At The Toubadour1969. E proprio ai concerti tenuti in quel fatidico settembre del 1969 al celebre locale californiano fanno riferimento i due album di cui ci occupiamo: si tratta di registrazioni “inedite” recuperate dai nastri originali dai produttori Pat Thomas e Bill Inglot, che pur avendo all’incirca lo stesso repertorio in entrambi i CD, non duplicano a livello di performances quelle già contenute nel Live al Troubadour del 1994.

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https://www.youtube.com/watch?v=7JhBzUme2N4

Buckley, oltre ad essere un artista innovativo, visionario ed unico, come testimoniano i suoi album di studio , era anche un formidabile performer in grado di mettere a frutto l’estensione e la timbrica della sua splendida voce, soprattutto nei concerti dal vivo dove era anche accompagnato da un band di tutto rispetto in grado di improvvisare all’impronta. E seppure di registrazioni di suoi concerti, per fortuna, ne sono uscite moltissime nel corso degli anni (come pure ritrovamenti di materiale di studio inedito http://discoclub.myblog.it/2016/11/23/correva-lanno-1967-tim-buckley-lady-give-me-your-key-the-unissued-1967-acoustic-sessions/), queste due, pur con l’avvertenza della ripetitività del repertorio, sono comunque interessantissime, sia per l’eccellente qualità sonora, non sempre così brillante in altri live della sua discografia, ma anche per il repertorio contenuto: insomma si tratta di materiale forse soprattutto per “maniaci” di Tim Buckley, ma pure chi si avvicina per la prima volta alla sua musica non mancherà di rimanere stupito dalla straordinaria versatilità di questo artista incredibile e mai troppo lodato per i suoi effettivi meriti di innovatore e ricercatore sonoro. Le registrazioni furono effettuate il 3 e 4 settembre del 1969, due set per ogni giorno, più quella che si presume essere stata una data di “riscaldamento”, probabilmente per testare la strumentazione, in uno dei pomeriggi antecedenti ai concerti ufficiali.

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https://www.youtube.com/watch?v=b54sto6t81w

La formazione che suona nel disco è eccellente (la stessa, ovviamente, del Live At Troubadour): Lee Underwood, chitarra elettrica e piano elettrico, John Balkin, basso, Carter Collins, congas e cimbali, e Art Tripp alla batteria; quindi non una formazione “rock” tipo quella successiva che verrà utilizzata per Greetings From L.A., ma neppure quella più “ricercata” ed elettroacustica di Dream Letter, che molti considerano il suo disco dal vivo migliore, direi un giusto mix delle due, senza indulgere troppo nel suono più sperimentale di Lorca o Blue Afternoon. Come la si voglia mettere, un gran bel sentire, Tim Buckley è forse ai suoi massimi livelli, e le versioni dei brani (9 in Greetings From West Holywood e 13 in Venice Mating Call) sono spesso molto lunghe e dilatate, dai 5 fino ai 10-12 minuti, ricche e godibilissime per quanto raffinate e ricercate. Gli intrecci tra l’acustica di Tim e l’elettrica di Underwood sono subito appunto “elettrizzanti” in Buzzin Fly (da Happy/Sad), come pure i vocalizzi di Buckley e quella voce già splendida e matura oltre ogni limite, a dispetto di un cantante che, non dimentichiamolo, aveva poco più di 22 anni all’epoca, il resto del gruppo segue nota per nota i due solisti e il concerto decolla immediatamente. Chase The Blues Away, in una versione di grande intensità, sarebbe uscita su Blue Afternoon solo a novembre di quell’anno, splendido qui il lavoro dell’elettrica di Underwood; I Had A Talk With My Woman sarebbe uscita su Lorca, addirittura solo nel 1970, ma Buckley la canta già come se fosse un brano abituale del suo repertorio, con la sua voce unica, utilizzata come fosse uno strumento aggiunto nella tavolozza sonora.

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https://www.youtube.com/watch?v=TY8FhXjDp8M

Anche la malinconica e delicata Blue Melody sarebbe uscita a breve su Blue Afternoon, mentre Nobody Walkin’ poi su Lorca, viene presentata in una versione di oltre 12 minuti, molto funky e sanguigna e che illustra il lato più carnale e ritmico dell’opera di Buckley, con Underwood che folleggia al piano elettrico, strumento che aveva appena riscoperto su richiesta dell’amico per quei concerti, ma dalla verve delle esecuzioni non si direbbe; anche Tim è in modalità da puro intrattenitore con la voce che sale e scende in modo vorticoso. Venice Mating Call è uno sketch sonoro strumentale improvvisato, breve e jazzato con Underwood ancora al piano; I Don’t Need It To Rain, già su Dream Letter ma in nessuno dei dischi di studio, è un altro brano di chiara impronta jazz, con la voce che viene spinta ai limiti, mentre il resto del gruppo improvvisa in chiave funky. Per Driftin’, una splendida ballata free form da Lorca, Underwood torna alla chitarra, mentre le atmosfere si fanno più sospese e sperimentali, con la voce sempre su tonalità quasi impossibili. A chiudere il primo dischetto, Greetings From West Hollywood, troviamo una versione di Gypsy Woman che è l’unica che non supera quella chilometrica di oltre dodici minuti presente su Happy/Sad, ma non ha nulla da invidiarle, con il basso di Balkin a guidare il groove del brano, mentre il resto della band improvvisa in piena libertà, anche se la chitarra è un po’ nascosta nel mixaggio.

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https://www.youtube.com/watch?v=buWRrlLplJE

Come avrete notato nessun brano dai primi due album “folk” che forse avevano un linguaggio sonoro diverso da quello sperimentato in questi concerti. Nel doppio Venice Mating Call, oltre a diverse canzoni in versioni comunque diverse da quelle di Greetings (era assai difficile che Buckley facesse un brano in modo simile nei diversi concerti) abbiamo anche una qualità sonora che mi pare superiore e forse pure l’esecuzione è più brillante, oltre a presentare alcuni brani assenti nell’altro live: per esempio, dopo una scintillante Buzzin’ Fly ecco una mossa e complessa Strange Feelin’ sempre con la voce spinta verso vette stellari, mentre il resto del repertorio è lo stesso dell’altro album (però le versioni di Blue Melody e Chase The Blues Away sono da incorniciare e preservare per i posteri) , ma nel secondo CD, appaiono una rara (I Wanna) Testify, mai apparsa in nessun disco ufficiale di Buckley, oltre nove minuti di pura goduria sonora, per non parlare dell’uno-due splendido di due  brani sofisticati e unici come la notturna Anonymous Proposition e la sperimentale Lorca, non ancora portata alle estreme conseguenze della versione di studio, ma già di non facile assimilazione, pura improvvisazione, molto giocata sulle percussioni di Carter e sulla chitarra elettrica jazzy di Underwood. A completare l’esecuzione praticamente completa di Lorca, un disco che sarebbe uscito solo nel maggio del 1970, vengono eseguite anche versioni già rifinite e stimolanti di I Had A Talk With My Woman, uno dei brani più vicini al Buckley storyteller dei primi album, dolce ed avvolgente, non troppo dissimile da quella dell’altro Live. e poi di nuovo funky e impetuoso in una travolgente Nobody Walkin’ con Underwood ancora al piano elettrico, molto diversa e più breve di quella su Greetings Form West Hollywood. Se ne può fare a meno se amate Tim Buckley? Per i vostri portafogli temo di no!

Bruno Conti

Un “Classico” Come Tutti Gli Anni: Il Meglio Del 2017 In Musica Secondo Disco Club! Parte II

meglio del 2017

segue

Ecco la seconda parte.

BEST of 2017 secondo Marco Frosi

 tedeschi trucks band live from the fox oakland

Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox, Oakland

rhiannon giddens freedom highway

Rhiannon Giddens – Freedom Highway

father john misty pure comedy

Father John Misty – Pure Comedy

Drew Holcomb – Souvenir

rodney crowell close ties

Rodney Crowell – Close Ties

John Mellencamp – Sad Clowns & Hillbillies

Chris Stapleton – From A Room Volume 1

jason isbell the nashville sound

Jason Isbell & 400 Unit – The Nashville Sound

Little Steven – Soulfire

Willie Nille – Positively Bob:Willie Nile Sings Bob Dylan

sonny landreth recorded live in lafayette

Sonny Landreth – Recorded Live In Lafayette

Shannon McNally – Black Irish

Gregg Allman – Southern Blood

Van Morrison – Roll With The Punches & Versatile

dream syndicate how did i find myself here

The Dream Syndicate – How Did I Find Myself Here?

Steve Winwood – Winwood Greatest Hits Live

Bruce Cockburn – Bone On Bone

chris hillman bidin' my time

Chris Hillman – Bidin’ My Time

david crosby sky trails

David Crosby – Sky Trails

Joe Henry – Thrum

james maddock insanity vs. humanity

James Maddock – Insanity Vs Humanity

zachary richard gombo

Zachary Richard – Gombo

Bob Dylan – Trouble No More:The Bootleg Series Vol.13

jackson brown the road east live in japan

Jackson Browne – The Road East Live in Japan

tajmo

Taj Mahal & Keb Mo – TajMo

Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall, An Acoustic Evening

walter trout we're al in this together

Walter Trout – We’re All In This Together

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

cheap wine dreams

Cheap Wine – Dreams

 

Marco Frosi

 

“Last but not least” ecco la lista provvisoria del sottoscritto, “Me, Myself, I”, per citare Joan Armatrading una delle mie cantautrici preferite di sempre. Provvisoria, perché mi riservo di integrarla, è all’incirca quella che ho inviato per la Poll 2017 del Buscadero, con alcune integrazioni di dischi che al momento in cui ho stilato la lista non erano ancora usciti, ma meritano assolutamente di essere inseriti tra i migliori di questa annata. Come al solito sono in ordine sparso di preferenza.

Il Meglio del 2017 secondo Bruno Conti

gregg allman southern blood

Gregg Allman – Southern Blood

richard thompson acoustic classics IIrichard thompson acoustic rarities

Richard Thompson -Acoustic Classics II + Acoustic Rarities

Walter Trout And Friends – We’re All In This Together

Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall An Acoustic Evening

Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall: An Acoustic Evening  Nel frattempo il buon Joe ne ha già inciso uno nuovo con Beth Hart Black Coffee, molto bello, non ve ne posso parlare ancora in dettaglio perché uscirà il prossimo 26 gennaio.

Tom Jones – Live On Soundstage With Alison Krauss

john mellencamp Sad_Clowns_&_Hillbillies_Cover_Art

John Mellencamp – Sad Clowns And Hillbillies

offa rex the queen of hearts

Offa Rex – The Queen Of Hearts

The Waifs – Ironbark

the magpie salute

The Magpie Salute – The Magpie Salute

gov't mule revolution come...revolution go

Gov’t Mule – Revolution Come…Revolution Go

Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox Oakland

van morrison roll with the punchesvan morrison versatile

Van Morrison – Roll With The Punches & Versatile

nathaniel rateliff and the night sweats live at red rock

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

Aggiunte Dell’Ultima Ora

tom petty san francisco serenades

Tom Petty & The Heartbreakers – San Francisco Serenades – 3 CD Live At Fillmore 1997 Ne leggerete prossimamente, un disco dal vivo “non ufficiale” ma strepitoso!

christy moore on the road 

Christy Moore – On The Road

 

Ristampe

bob dylan bootleg series 13 trouble no more

Bob Dylan – Trouble No More – The Bootleg Series Vol.13

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Tim Buckley – The Complete Album Collection

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Pentangle – The Albums 1968-1972

 

Evento Musicale Dell’Anno: La Morte di Tom Petty!

More To Come. Ovviamente tutte queste liste servono anche da ripasso, se vi è sfuggito qualcosa durante l’anno qui potete fare un veloce ripasso delle migliori uscite dell’anno secondo i gusti del Blog naturalmente. Prossimamente, come tutti gli anni troverete anche le classifiche di alcune dei principali Blog e delle più note riviste musicali, ma anche le recensioni di alcuni dei dischi che ci sono “sfuggiti” per vari motivi: mancanza di tempo, dimenticanze o pura ignoranza.

Alla prossima.

Bruno Conti

 

Supplemento Della Domenica: La Ristampa Dell’Anno? C’Era Una Volta: Tim Buckley – The Complete Album Collection

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Tim Buckley – The Complete Album Collection – 8 CD Rhino/Warner

Prima di iniziare ad esaminare il contenuto di questo peraltro splendido cofanetto (per i contenuti), una breve premessa: il sottoscritto ha sempre avuto una particolare predilezione per Tim Buckley, che considero uno dei più bravi ed originali cantautori mai prodotti dalla cosiddetta musica leggera o pop (per usare la terminologia inglese). Originale ed avventuroso, in possesso di una voce splendida, in grado di eseguire incredibili acrobazie vocali, ma anche di una dolcezza ed una tristezza a tratti infinita e struggente. Quindi uno presume che dietro tutto ciò si celasse una personalità complessa e multiforme, capace, dopo aver sposato, a soli 18 anni, Mary Guilbert, sua compagna ad un corso di francese, di lasciarla appena un mese prima della nascita del figlio Jeff  (poi diventato anche lui musicista, sia pure osannato dalla critica e dal pubblico ovunque nel mondo, soprattutto tra i più giovani, ma secondo me, che pure lo apprezzo, non ha raggiunto comunque i vertici espressivi del babbo), abbandonato ancora prima di conoscerlo. Quindi diciamo non una persona “simpatica” o da ammirare per forza, uno che in ogni caso, dopo il successo iniziale, ha vissuto una vita difficile, segnata da problemi con alcol e droga, e culminata con la morte avvenuta per una overdose nel giugno del 1975, dopo un lungo periodo da “tossico perduto” nella parte finale della sua carriera, e  pochi mesi dopo aver lasciato il “club dei 27”, tristemente noto in quel periodo storico musicale.

Ma prima Buckley ha fatto in tempo a consegnarci, tra il 1966 e il 1975, una serie di album veramente formidabili, che ora la Rhino/Warner, con la tipica incongruenza delle case discografiche majors, ha raccolto in questo box di 8 CD, dove mancano però gli ultimi due dischi della sua discografia, Sefronia e Look At The Fool (ristampati separatamente dalla Edsel), e obbligandoci quasi a definire questo cofanetto The (In)Complete Album Collection. Comunque si tratta di un bel sentire, gli album sono nelle loro edizioni regolari, anche se alcuni dei primi, usciti per la Elektra, avevano avuto in passato l’onore di edizioni rimasterizzate e potenziate, e come bonus, oltre ai primi sette album, c’è anche un CD Works In Progress, che raccoglie rare versioni alternative ed inedite di molti suoi brani, pubblicato in origine dalla Rhino Handmade a tiratura limitata, e quindi di scarsa reperibilità, come peraltro molti dei suoi album che in CD hanno sempre avuto una vita difficile, quasi come quella del loro autore.

Ma i contenuti musicali sono assolutamente da tesaurizzare: si parte con l’omonimo Tim Buckley, pubblicato dalla Elektra e prodotto da Jac Holzman e Paul A. Rotchild, il primo, il boss della etichetta che lo aveva messo sotto contratto grazie alla segnalazione del manager dell’epoca di Frank Zappa, Herb Cohen, che poi sarà un personaggio ricorrente nella carriera di Buckley; il disco esce nell’ottobre del 1966, si tratta di un album “folk”, ma con elementi rock, grazie alla presenza di musicisti come Lee Underwood alla chitarra (una costante nelle carriera di Tim), Jim Fielder al basso (poi nei Blood, Sweat And Tears), Van Dyke Parks alle tastiere, Billy Mundi batterista dei Mothers Of Invention e gli arrangiamenti degli archi di Jack Nitzsche. I testi di parecchie delle canzoni sono del poeta e paroliere Larry Beckett, mentre Buckley usa quel particolare stile chitarristico, dovuto all’incidente occorso in una partita di baseball, che gli causò la frattura delle prime due dita della mano sinistra, con un danno permanente che lo obbligò all’uso di particolari accordature più aperte che creano un suono più ricercato e complesso. Senza approfondire, potrebbe essere stato un fattore fondamentale nel suo stile unico e quasi sperimentale: il disco, come si diceva è uscito anche in una edizione estesa doppia, che contiene sia la versione mono che stereo, oltre a 22 tracce registrate tra il 1965 e il 1966 prima della pubblicazione dell’album. Nel box c’è la versione con 12 brani: l’incalzante I Can’t See You ci introduce a quella voce già splendida e matura, a soli 19 anni in grado di intricati timbri e sfumature, con un sound che è quello del folk-rock dell’epoca, ma con tempi e arrangiamenti molto più complessi, mentre Wings più sognante e segnata dall’uso barocco degli archi fu il primo singolo, Song Of The Magician ha quell’aria favolistica tipica dei testi di Beckett e le prime derive jazzistiche del suono di Buckley; Valentine Melody è una ballata acustica ed elegiaca che anticipa futuri sviluppi e dove si apprezza il tenore di Tim, che poi sarebbe stato in grado di spaziare anche verso timbri baritonali, molto belle anche le atmosfere di Song Slowly Song e della frizzante Grief In My Soul, molto jingle-jangle, come pure She Is.

Goodbye And Hello, che molti critici americani più allineati alla tradizione, che non amano il periodo sperimentale del nostro, considerano il suo capolavoro, oltre ad essere un disco bellissimo, fu anche il suo maggiore successo commerciale, co-prodotto da Holzman e Jerry Yester dei Lovin’ Spoonful, il disco fu inciso nel giugno del 1967, mentre usciva Sgt. Pepper dei Beatles, che qualche influenza, almeno a livello esplorativo la generò, comprende due delle canzoni più celebri di Buckley, Once I Was (di recente apparsa nell’album postumo di Gregg Allman) e Morning Glory, ma già l’incipit di No Man Can Find The War, con il lavoro splendido di Fielder al basso e di Jim Gordon alla batteria, spinge la voce di Tim verso ardite timbriche che ne esaltano l’afflato interpretativo. Comunque tutto il disco è molto bello,  il valzerone beatlesiano di Carnival Song, con quei tocchi di leggero falsetto affascinanti, l’ardita Pleasant Street, la visionaria Hallucinations, l’urgenza sonora di I Never Asked To Be Your Mountain, l’acid folk di Phantasmagoria In Two e le atmosfere complesse ed orchestrali della lunga title track testimoniano di un album splendido in tutte le sue componenti.

Happy/Sad, il terzo album, l’ultimo per la Elektra, segna una svolta più sperimentale e jazz nel suo songbook, con la produzione affidata ad un altro Lovin’ Spoonul, Zal Yanovksy, e la presenza a fianco dell’immancabile Underwood, di musicisti più portati all’improvvisazione, come John Miller al contrabbasso, Carter Collins alle congas e soprattutto David Friedman a vibrafono, marimba e percussioni: i brani si dilatano in lunghezza, con le improvvisazioni vocali che sfiorano gli otto minuti in una Strange Feelin’ ancora quasi “tradizionale”, la bellissima Buzzin’ Fly che è ancora legata alle atmosfere degli album precedenti, Love From Room 109 At The Islander, supera i dieci minuti, ma le melodie supportate dall’elettrica di Underwood e marimba e vibrafono di Friedman sono ancora ricche di spunti melodici, come pure Dream Letter, un altro dei suo brani più noti, fino a culminare nella lunghissima Gypsy Woman, che per certi versi anticipa la futura svolta R&B di Greetings From L.A., con le acrobazie vocali di Buckley sempre più intricate.

Blue Afternoon, registrato insieme a Happy/Sad, esce sempre nel 1969 ed è il primo album per la nuova etichetta Straight, fondata da Herb Cohen e Frank Zappa, il sound è sempre jazz-rock, ai musicisti si aggiunge Jimmy Madison alla batteria: Happy Time è comunque splendida e malinconica, ed insieme alla successiva Chase The Blues Away era già stato “provato” nel 1968 per una eventuale inclusione nel disco precedente, come testimoniano le versioni presenti nell’ottavo CD Works In Progress; splendide anche I Must Have Been Blind, The River e Blue Melody, ma come sempre è l’album nel suo insieme ad essere immune allo scorrere del tempo.

In quel periodo di attività frenetica viene inciso anche Lorca, che poi uscirà nel 1970 ancora per la Elektra, si tratta di un album ermetico e molto difficile da ascoltare, free form folk, avanguardia, jazz, il tutto portato ai limiti dell’improvvisazione vocale, ricordo che la prima volta che lo ascoltai, in una calda serata estiva di tanti anni fa, alla fine dell’ascolto effettuato in cuffia (per non disturbare i vicini) c’era quasi la tentazione di gettarsi dalla finestra, ma per fortuna ho sempre abitato al primo piano e non ho mai corteggiato velleità autolesioniste. Comunque il disco consta di soli cinque brani ed è da maneggiare con cura in fase di ascolto, affascinante ma non consigliabile a rockers ed affini, la voce sale e scende su un tappeto di piano elettrico, chitarra, organo e percussioni, con degli attimi di ascolto “quasi doloroso” nella title track e nella successiva intensissima Anonymous Proposition, mentre la seconda facciata con la dolce I Had A Talk With My Woman, la jazzata Driftin’ e la movimentata Nobody Walkin’ è più approcciabile.

Starsailor, esce a dicembre del 1970, di nuovo per la Straight, e si tratta dell’album che la critica cosiddetta più illuminata, considera il suo capolavoro assoluto, prodotto dallo stesso Buckley, contiene la sua canzone più ripresa da altri artisti, Song To The Siren, un brano scritto ancora con Beckett (che torna a collaborare con Tim) nel 1967 e per la serie “il mondo è strano” fu incisa per primo dal famoso “cantante di avanguardia” Pat Boone (e sapete una cosa, l’avevo sentito per curiosità già ai tempi, e, eresia, non è per niente una brutta versione, diversa da quella eterea dei This Mortal Coil ma per nulla disprezzabile https://www.youtube.com/watch?v=3gH3Z6BOCco ): l’originale è magnifico, radioso, sfarzoso, splendente, scegliete il sinonimo che preferite, ci stanno tutti, con il resto dell’album più buio e tempestoso, dalla iniziale, aggressiva Come Here Woman, alla “sognante” I Woke Up, passando per il rock sperimentale di Monterey, Jungle Fire, o la title-track Starsailor, un collage vocale ai confini della sperimentazione, tutti brani dove Buckley spinge la sua voce ai limiti della ricerca, al di fuori forse solo della classica contemporanea o del free jazz.

A questo punto Tim Buckley, con le vendite degli album a picco, scioglie la band di Starsailor e raduna un gruppo funky per incidere il carnale e sorprendente Greetings From L.A. , il disco del 1972 per gli amanti di un Buckley più immediato ed avvicinabile, ma anche un grande album di funky-rock, cantato e suonato da Dio, con canzoni che anticipano il blue-eyed soul di qualche anno dopo e non sfigurano con il repertorio, che so, dei Little Feat più leggeri, testi salaci e ritmi vorticosi per Move With Me, Get On Top, Nighthawkin’, Devil Eyes o la più ricercata Sweet Surrender. Un’altra faccia di un artista complesso e completo come pochi nella storia del rock. E soprattutto un cofanetto indispensabile! Prossimamente su queste pagine virtuali anche i due recenti Live inediti e un cenno ai due album di studio mancanti,

Bruno Conti

Cofanetti Per L’Autunno 1. Tim Buckley The Complete Album Collection E Altre Ristampe Assortite.

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Visto che l’estate sta finendo, cominciamo con il solito giro annuale sulle ristampe future in cofanetto (e non solo) più importanti previste per l’autunno. Il primo argomento riguarda Tim Buckley perché il programma annunciato è veramente interessante. Il box che vedete qui sopra si chiama The Complete Album Collection e fa parte della serie della Elektrar/Rhino di cofanetti a prezzo speciale. Però questa volta, anche se il cofanetto raccoglie sia gli album usciti ai tempi per la Elektra come quelli per la Straight, mancano i due pubblicati per la Discreet Records, che comunque ai tempi erano del gruppo Warner, quindi il box si dovrebbe chiamare The (In)Complete Album Collection. Ma per fortuna, e lo vediamo tra un attimo, la Edsel colmerà la lacuna. Nel frattempo ecco il contenuto completo del box da 8 CD che avrà anche un album di materiale inedito, Works In Progress, uscito ai tempi per la Rhino Handmade in edlizione lmitata e molto costosa. Questo è previsto in uscita per il 13 ottobre.

CD 1 – Tim Buckley (1966)

1. I Can’t See You (Remastered)
2. Wings (Remastered)
3. Song Of The Magician (Remastered)
4. Strange Street Affair Under Blue (Remastered)
5. Valentine Melody (Remastered)
6. Aren’t You The Girl (Remastered)
7. Song Slowly Song (Remastered)
8. It Happens Every Time (Remastered)
9. Song For Jainie (Remastered)
10. Grief In My Soul (Remastered)
11. She Is (Remastered)
12. Understand Your Man (Remastered)

CD 2 – Goodbye and Hello (1967)
1. No Man Can Find The War (Remastered)
2. Carnival Song (Remastered)
3. Pleasant Street (Remastered)
4. Hallucinations (Remastered)
5. I Never Asked To Be Your Mountain (Remastered)
6. Once I Was (Remastered)
7. Phantasmagoria In Two (Remastered)
8. Knight-Errant (Remastered)
9. Goodbye And Hello (Remastered)
10. Morning Glory (Remastered)

CD 3 – Happy Sad (1969)
1. Strange Feelin’ (Remastered)
2. Buzzin’ Fly (Remastered)
3. Love From Room 109 At The Islander (On Pacific Coast Highway) [Remastered]
4. Dream Letter (Remastered)
5. Gypsy Woman (Remastered)
6. Sing A Song For You (Remastered)

CD 4 – Blue Afternoon (1969)
1. Happy Time (Remastered)
2. Chase The Blues Away (Remastered)
3. I Must Have Been Blind (Remastered)
4. The River (Remastered)
5. So Lonely (Remastered)
6. Cafe (Remastered)
7. Blue Melody (Remastered)
8. The Train (Remastered)

CD 5 – Lorca (1970)
1. Lorca (Remastered)
2. Anonymous Proposition (Remastered)
3. I Had A Talk With My Woman (Remastered)
4. Driftin’ (Remastered)
5. Nobody Walkin’ (Remastered)

CD 6 – Starsailor (1970)
1. Come Here Woman (Remastered)
2. I Woke Up (Remastered)
3. Monterey (Remastered)
4. Moulin Rogue (Remastered)
5. Song To The Siren (Remastered)
6. Jungle Fire (Remastered)
7. Starsailor (Remastered)
8. The Healing Festival (Remastered)
9. Down By The Borderline (Remastered)

CD 7 – Greetings from L.A. (1972)
1. Move With Me (Remastered)
2. Get On Top (Remastered)
3. Sweet Surrender (Remastered)
4. Nighthawkin’ (Remastered)
5. Devil Eyes (Remastered)
6. Hong Kong Bar (Remastered)
7. Make It Right (Remastered)

CD 8 – Works in Progress (1999)
1. Danang (Take 7+8 Intercut)
2. Sing A Song For You (Take 11)
3. Buzzin’ Fly (Take 3)
4. Song To The Siren (Take 7)
5. Happy Time (Take 14)
6. Skies (Let Me Sing A Song For You) [Take 8]
7. Chase The Blues Away (Take 3)
8. Hi Lily, Hi Lo (Take 7)
9. Buzzin’ Fly (Take 9)
10. Wayfaring Stranger (Take 4)
11. Ashbury Park Version 1 (Take 8)
12. Ashbury Park Version 2 (Take 14)
13. Ashbury Park Version 2 (Take 25)
14. Dream Letter (Takes 17-16 Intercut)
15. The Father Song (Take 3)
16. The Fiddler (Rough Mix)

tim buckley sefronia tim buckley look at the fooltim buckley the dream belongs to me

Ma prima, il 29 settembre, la Edsel pubblicherà, in 2 CD singoli, i due album, che mancano, Sefronia Look At The Fool, più The Dream Belongs To Me Rare And Unreleased Recordings 1968/1973, pubblicato in origine dalla Manifesto nel 2001. E non è finita, perché il 20 ottobre, sempre la Edsel, pubblicherà due album dal vivo (quasi) completamente inediti, quelli che vedete qui sotto.

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Venice Mating Call – 2 CD registrati del vivo in due giorni di settembre del 1969 al Troubadour di Los Angeles, parte dei brani già usciti come Live At The Troubadour 1969, sempre per la Manifesto Records (comunque sarà un doppio al prezzo di uno).

CD1]
1. Buzzin’ Fly
2. Strange Feelin’
3. Blue Melody
4. Chase The Blues Away
5. Venice Mating Call
6. Gypsy Woman
7. I Don’t Need It To Rain

[CD2]
1. Driftin’
2. (I Wanna) Testify
3. Anonymous Proposition
4. Lorca
5. I Had A Talk With My Woman
6. Nobody Walkin’

Greetings From West Hollywood – 1 CD viene sempre dagli stessi concerti.

1. Buzzin’ Fly
2. Chase The Blues Away
3. I Had A Talk With My Woman
4. Blue Melody
5. Nobody Walkin’
6. Venice Mating Call
7. I Don’t Need It To Rain
8. Driftin’
9. Gypsy Woman

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E se volete completare l’opera omnia (più o meno, perché esistono altre registrazioni dal vivo) di uno dei più grandi cantautori e vocalist della storia della musica rock (parola di Giovane Marmotta, molto più bravo del figlio Jeff Buckley, peraltro ottimo cantautore, che però ha avuto una carriera molto breve, mentre il babbo è sempre purtroppo rimasto una artista di culto, per quanto assai amato e seguito). il 25 agosto, sempre per la Edsel, è uscito anche questo box da quattro CD che raccoglie le ristampe in unico cofanetto di quelli che sono probabilmente i suoi migliori dischi dal vivo, pubblicati postumi. Nella tracklist sotto trovate anche i titoli dei CD originali.

CD1: Dream Letter – Live In London 1968 (Disc One)}
1. Introduction
2. Buzzin’ Fly
3. Phantasmagoria In Two
4. Morning Glory
5. Dolphins
6. I’ve Been Out Walking
7. The Earth Is Broken
8. Who Do You Love
9. Pleasant Street / You Keep Me Hanging On

[CD2: Dream Letter – Live In London 1968 (Disc Two)}
1. Love From Room 109 At The Islander / Strange Feelin’
2. Carnival Song / Hi-Lili, Hi-Lo / Intro To Hallucinations
3. Hallucinations
4. The Troubadour
5. Dream Letter / Happy Time
6. Wayfaring Stranger / You Got Me Running
7. Once I Was

[CD3: Live At The Troubadour 1969]
1. Strange Feelin’
2. Venice Mating Call
3. I Don’t Need It To Rain
4. I Had A Talk With My Woman
5. Gypsy Woman
6. Blue Melody
7. Chase The Blues Away
8. Driftin’
9. Nobody Walkin’

[CD4: Honeyman – Recorded Live 1973]
1. Dolphins
2. Buzzin’ Fly
3. Get On Top
4. Devil Eyes
5. Pleasant Street
6. Sally Go ‘Round The Roses
7. Stone In Love
8. Honey Man
9. Sweet Surrender

Lo si dice spesso ma in questo caso è d’uopo dirlo (se non li avete già): imperdibili.

Bruno Conti

“Il” Vero Sudista: Quasi Un Capolavoro Finale. Gregg Allman: Southern Blood

gregg allman southern blood

Gregg Allman – Southern Blood – Rounder/Universal CD – CD/DVD

Quando alcuni mesi fa, più o meno all’inizio della primavera, venne annunciato che il tour americano di Gregg Allman, previsto per i mesi successivi, era stato cancellato (e non rinviato) e che i biglietti sarebbero stati rimborsati, la voci che si rincorrevano da mesi sulla salute del musicista di Nashville (perché li era nato) erano probabilmente giunte al capolinea. In seguito si è saputo che, nonostante il trapianto al fegato, riuscito, del 2010, Gregg Allman aveva avuto anche problemi ai polmoni e aveva sviluppato un nuovo tumore al fegato, per cui aveva preferito non essere sottoposto ad un nuovo intervento o a cure mediche intensive che avrebbero probabilmente compromesso definitivamente l’uso delle corde vocali e quindi ha continuato la sua vita cantando dal vivo e incidendo un ultimo disco, finché la salute glielo ha permesso. L’uscita dell’album era prevista in un primo tempo per il gennaio del 2017, poi posticipata a data ignota, fino alla notizia della sua morte, avvenuta il 27 maggio del 2017: il disco comunque era stato inciso nel marzo del del 2016, ai famosi Fame Studios di Muscle Shoals, Alabama, nel corso di nove giorni, e sotto la produzione di Don Was, con il supporto della Gregg Allman Band guidata dal chitarrista Sonny Sharrard, e anche l’impiego di una sezione di fiati in alcuni brani. In questi giorni si è saputo che era stato completati anche altri due brani, Pack It Up di Freddie King e Hummingbird di Leon Russell, a cui Allman avrebbe dovuto aggiungere la traccia vocale, insieme alle armonie vocali per tutti i brani finiti, ma a causa delle condizioni di salute peggiorate in modo tale da non consentirglielo, queste parti sono state completate da Buddy Miller.

Il disco, composto da dieci brani, otto cover, più una canzone firmata insieme da Gregg e Sonny Sharrard, e una, Love Like Kerosene, dal solo chitarrista (tratta dal suo album solista Scott Sharrard & The Brickyard Band, uscito nel 2012 e che vi consiglio di recuperare perché si tratta di un ottimo disco di blues-rock-soul, sullo stile del suo datore di lavoro): l’album, si diceva, registrato negli studi dove si è svolta la parte iniziale della carriera di sessionman del fratello Duane Allman, è una sorta di omaggio a quella musica, tra soul, R&B, blues, ma anche southern rock, perché le prime tracce degli Hourglass, la band d’esordio discografico dei fratelli Allman, vennero registrate proprio in quegli studi, e per chiudere il cerchio, di comune accordo con Was si è deciso di inciderlo proprio laggiù. L’ultima line-up della band prevedeva, accanto ad Allman e Sharrard, Steve Potts e Marc Quinones, a batteria e percussioni, Ron Johnson al basso, Peter Levin alle tastiere, Jay Collins, Art Edmaiston.e Mark Franklin ai fiati, oltre agli ospiti Spooner Oldham David Hood, che erano due dei musicisti originali dei Muscle Shoals Studios, nonché di Jackson Browne, che è la seconda voce, aggiunta in un secondo momento, nella canzone Song For Adam, che porta la sua firma. E proprio le canzoni sono tra i punti di forza di questo album, un quasi capolavoro ho detto nel titolo, perché secondo il sottoscritto bisogna comunque cercare di tenere un punto di prospettiva serio ed obiettivo nel giudicare un disco: non si possono dare cinque stellette a destra e a manca come usano fare molte riviste e siti musicali, se vogliamo confrontarli, per dire, con At Fillmore East degli stessi Allman Brothers, o con Blonde On Blonde Highway 61 Revisited di Dylan, Music From Big Pink o il 2° della Band, Electric Ladyland di Jimi Hendrix, o dischi dei Little Feat, dei Grateful Dead, e così via, che sono rappresentati nel CD e sono i veri capolavori. Comunque questo Southern Blood è un grande disco, probabilmente superiore anche al suo esordio solista Laid Back e al recente Low Country Blues, in una discografia solista che ha visto solo otto dischi di studio e un paio di Live, ma una infinita serie di perle con il suo gruppo, l’Allman Brothers Band.

E l’unica canzone veramente nuova, My Only True Friend, scritta con Sharrard, non sfigura affatto al cospetto di brani classici: si tratta di una canzone che è una sorta di inno al suo vero grande amore, la musica, raccontata ad una donna, con un impeto e una passione ammirevole, una sorta di autobiografia e testamento finale in un unico pezzo, che è splendido anche a livello musicale (se mi scappano gli aggettivi non fateci caso, eventualmente ne chiederò a Mollica), una tipica ballata allmaniana dove la voce di Gregg (come peraltro in tutto il disco) nonostante i problemi di salute e gli anni vissuti pericolosamente, ha comunque la maturità che si conviene ad uno della sua età, ma ancora una freschezza ed una vivacità che pochi interpreti odierni possono vantare, con organo e piano, per non parlare della chitarra e dei fiati che distillano note magiche (bellissimo l’assolo di tromba di Franklin e quello di chitarra di Sharrard) , mentre tutta la band rende giustizia a questa canzone che probabilmente è una delle più belle mai scritte da Gregg durante tutta la sua carriera, se il rock ha un’anima, rock got soul, questo brano ne è un manifesto. Once I Was è un’altra ballata (che è lo stile musicale privilegiato in questo album) magnifica, scritta da Tim Buckley per il suo album del 1967 Goodbye And Hello, un pezzo malinconico, di una bellezza struggente, già interpretato alla grande ai tempi da Buckley, uno dei miei cantanti preferiti in assoluto, e qui reso in una versione altrettanto bella da Gregg Allman, con la voce che quasi scivola sul lussuoso background musicale realizzato dai musicisti, che hanno trasformato questo pezzo, folk all’origine, in una complessa melodia notturna dove tastiere, fiati (il sax, credo di Edmaiston, rilascia un pregevole assolo) e la pedal steel sono protagonisti assoluti. Sharrard ha raccontato che ai tempi Gregg aveva proposto a Tim di scrivere qualcosa insieme, vista la rispettiva stima, ma la cosa non si era concretizzata per la morte di Buckley, e sempre Sharrard racconta di avere introdotto Allman anche alla musica del figlio Jeff.

Per completare un trittico di brani fantastici, ecco Going Going Gone un pezzo di Bob Dylan tratto da Planet Waves, il disco del 1974 realizzato con la Band, una canzone forse non notissima, ma di cui ricordo sempre una versione splendida realizzata per Rubaiyat il tributo per i 40 anni della Elektra, cantata da Robin Holcomb e con un assolo di chitarra incredibile e lancinante di Bill Frisell, da sentire https://www.youtube.com/watch?v=ALM2SI0GZj8 , ma anche questa rilettura di Gregg Allman sfiora la perfezione, con slide, acustica e steel che si fondono in modo magistrale con i fiati, mentre la voce si libra in modo struggente sulla melodia del brano. E che dire di Black Muddy River? Anche questo pezzo dei Grateful Dead non viene da uno dei loro lavori forse più noti e migliori, In The Dark comunque fu il disco della band di Garcia a vendere di più e la canzone in ogni caso è un piccolo capolavoro, specie in questa versione che forse è persino migliore dell’originale, già quella di Bruce Hornsby & De Yarmond Edison, presente in Day Of The Dead, era notevole, ma quella presente in Southern Blood raggiunge un equilibrio sonoro tra la parte strumentale, dove fiati, tastiere e chitarre sono ancora una volta amalgamati in modo chirurgico da Was e quella vocale, con un bell’uso anche delle armonie vocali, per non parlare dell’intervento splendido della pedal steel, che ha quasi del miracoloso, Gregg la canta di nuovo in modo intenso e passionale con una partecipazione quasi dolorosa, per un brano che ancora una volta è l’epitome perfetta della ballata, l’arte in cui eccelleva l’Allman solista. Non poteva mancare il blues naturalmente, affidato ad una cover di I Love The Life I Live, un pezzo scritto da Willie Dixon, ma associato a Muddy Waters, grintoso e fiatistico, diverso dall’approccio più sanguigno e rock usato negli Allman Brothers, ma comunque sempre affascinante, e la voce, che assume per l’occasione quasi un timbro alla Joe Cocker, lascia il segno. 

Altra canzone epocale, tra le più belle nell’ambito ristretto di quelle che hanno fatto la storia del rock, è Willin’ di Lowell George, di cui si ricordano due diverse versioni dei Little Feat, quella del primo album, tra rock e blues, e quella successiva, indimenticabile, di stampo “stoned” country, apparsa su Sailin’ Shoes (e al sottoscritto piace moltissimo anche quella che incisero i Commander Cody https://www.youtube.com/watch?v=L-TBiCJQVlQ ): questa di Allman ancora una volta rivaleggia, sia pure in modo diverso, con l’originale, in un turbinio di chitarre acustiche ed elettriche e della steel, tutte presumo magnificamente suonate da Sharrard, con il piano a sottolineare l’interpretazione misurata e sincera di Gregg che, ben coadiuvato dalle avvolgenti armonie vocali aggiunte da Don Was, ci regala una versione da manuale. Dopo una serie di brani così è difficile proseguire a questi livelli, ma Gregg e i suoi musicisti ci provano, con una versione sinuosa e misteriosa della voodoo song Blind Bats And Swamp Roots, un vecchio pezzo di Johnny Jenkins tratto da Ton-Ton Macoute, album del 1970, in cui avevano suonato il fratello Duane e altri musicisti del giro Allman Brothers. Un altro omaggio alla musica dei Muscle Shoals è Out Of Left Field, un vecchio brano scritto da Dan Penn Spooner Oldham (che appare anche come musicista in questa versione) per Percy Sledge, quindi un’altra ballata, questa volta di vero deep soul sudista, sembra quasi un pezzo della Stax, quelli in cui spesso suonava il fratello Duane come chitarrista, in ogni caso bellissima pure questa. Love Like Kerosene, è l’altro pezzo contemporaneo, scritto da Scott Sharrard, un brano blues, già apparso sul Live Back To Macon del 2015 e che insieme a I Love The Life I Live fa parte delle bonus tracks dal vivo, registrate nel 2016, contenute nella versione Deluxe dell’album, che riporta anche un breve documentario con il Making Of del disco, in un DVD aggiunto. Comunque anche Love Like Kerosene è un signor brano, quello forse con il drive sonoro più vicino al classico blues-rock dei migliori Allman Brothers. E per concludere in gloria, e forse chiudere la sua vicenda musicale e di vita, una versione, bellissima pure questa, di Song For Adam, un pezzo scritto da Jackson Browne, che appare anche alle armonie vocali e che aveva scritto These Days, un pezzo contenuto in Laid Back, il primo disco solista di Gregg Allman. Si tratta di una canzone che Gregg ha sempre amato molto, in quanto la legava alla scomparsa del fratello Duane e che ha faticato a completare, lasciando incompleto l’ultimo verso “Still it seems he stopped singing in the middle of his song…”. Se gran finale doveva essere così è stato.

Uno dei dischi più belli del 2017. Anche questo esce domani 8 settembre.

Bruno Conti

Correva L’Anno 1967! Tim Buckley Splendido Inedito – Lady, Give Me Your Key: The Unissued 1967 Solo Acoustic Sessions

tim buckley lady, give me your key

Tim Buckley – Lady, Give Me Your Key: The Unissued Solo Acoustic Sessions – Future Days Recordings/Light In The Attic

Nel corso dei lunghi anni intercorsi dalla scomparsa di Tim Buckley, avvenuta nel lontano 1975 a soli 28 anni (ebbene sì, per un pelo non è rientrato nel “club dei 27”), è uscito molto materiale d’archivio inedito, quasi sempre registrazioni dal vivo, a parte lo splendido The Dreams Belongs To Me. Rare And Unreleased 1968-1973, la versione doppia Deluxe del primo album omonimo dove c’era un intero CD di registrazioni inedite e anche Works in Progress un disco della Rhino, con versioni alternative di brani poi apparsi su Happy Sad, pubblicato nel 1999, e quindi a questo punto, dopo così tanti anni, forse più nessuno si aspettava un altro album di pezzi di studio, tra cui molte canzoni inedite in assoluto, il tutto inciso nel 1967, durante il lavoro di preparazione per il suo secondo album Goodbye And Hello. Anche se in tutti questi anni, giustamente, la leggenda di Tim Buckley non ha mai cessato di intrigare ed interessare sia i vecchi fans come le nuove generazioni: non male per un cantante il cui album di maggior successo, Happy Sad, arrivò solo fino all’81° posto delle classifiche di vendita americane.

Oddio, se proprio vogliamo, purtroppo, per molti dei più giovani Tim è solo il babbo di Jeff Buckley, quello che lo ha abbandonato quando era ancora in fasce, e con la cui figura il figlio, solo negli ultimi anni della sua travagliata esistenza, stava venendo per certi versi a confrontarsi ed accettarla. Ma, almeno secondo chi scrive, Tim Buckley è stato uno dei più grandi ed innovativi cantautori della storia del rock, in possesso di una voce incredibile (superiore a quella, pur eccellente di Jeff), definito l’uomo dalla voce d’angelo, in grado di spaziare dalle note più basse a falsetti incredibili, oltre a creare spericolate esplorazioni vocali ancora oggi spesso insuperate. Questo è quanto avevo scritto brevemente su di lui nell’estate del 2010, in un articolo cumulativo dove andavo alla ricerca di alcuni personaggi (e album) poco conosciuti della nostra musica http://discoclub.myblog.it/2010/07/23/qualche-consiglio-musicale-per-le-vacanze-kevin-welch-eric-a/. Forse la  sua storia non è del tutto nota, ma riassumento, molto succintamente: Buckley si avvicina alla musica nel 1965, quando era ancora alla High School ed iniziava a frequentare Mary Guibert, che sarebbe stata per un brevissimo periodo sua moglie, e poi la mamma di Jeff, nel 1966 viene notato da Jimmy Clark Black, che era il batterista delle Mothers Of Invention di Zappa, che lo presenta al loro manager Herb Cohen, il quale a sua volta lo mette in contatto con Jac Holzman, il boss della Elektra, che lo stesso anno lo manda in studio con Paul Rothchild, il produttore dei Doors, e con l’aiuto di alcuni musicisti sopraffini come Lee Underwood alla chitarra (che disse di lui “Buckley fu per il canto ciò che Hendrix fu per la chitarra, Cecil Taylor per il piano e John Coltrane per il sassofono”), Jim Fielder al basso, Billy Mundi alla batteria, e il grande Van Dyke Parks alle tastiere (all’epoca impegnato con i Beach Boys), realizza un piccolo capolavoro folk-rock, l’omonimo Tim Buckley, con l’aiuto dell’amico e paroliere Larry Beckett. All’epoca Tim aveva solo 19 anni.

L’anno successivo, dopo l’ottimo successo di critica, ma volendo anche di pubblico, i dischi comunque all’epoca vendevano nell’ambito delle centinaia di migliaia di copie, Tim Buckley inizia la preparazione per il suo secondo album di studio Goodbye And Hello, incidendo una serie di demo solo voce e chitarra (ma questo lo scopriamo solo oggi) che non vedranno la luce fino alla pubblicazione di questo Lady, Give Me Your Key. Registrazione molto buona, a parte quelli, tre, su un acetato che era in possesso di Larry Beckett e che peraltro, a parte il fruscio del vinile, si sentono comunque bene: 13 brani in tutto, mai pubblicati prima in questa versione, sei dei quali appariranno poi con una strumentazione più complessa appunto su Goodbye And Hello  e sette canzoni inedite (due delle quali erano sbucate, in diversa versione, nelle varie compilations live e in studio uscite negli anni ’80 e ’90). Ed è un piacere ascoltare di nuovo la voce di un Tim Buckley, allora ventenne, nel pieno del suo sviluppo musicale, sviluppo che poi negli anni a venire avrebbe preso strade molto complesse, con dischi come Bllue Afternoon, Lorca Starsailor, per poi approdare, nel finale di carriera, prima della prematura scomparsa, al  funky-rock carnale e chitarristico di un disco come Greetings From L.A., che ho rivalutato nel corso degli anni https://www.youtube.com/watch?v=glbyJIaWOWw , e a dischi minori come Sefronia Look At The Fool, che però avevano alcune canzoni splendide, penso a Dolphins di Fred Neil su Sefronia.

La confezione è un elegante digipack, nel libretto interviste al paroliere Larry Beckett e a Jerry Yester dei Lovin’ Spoonful, che raccontano la genesi di questi nastri e parlano dell’uomo Tim Buckley al di là del mito. I primi quattro brani sono tra gli inediti del CD. solo voce e chitarra acustica come detto, ma la voce e il carisma già si percepiscono anche in questa dimensione folk: Sixface, subito scintillante, con quella voce inconfondibile e inconsueta che passa da un falsetto quasi estremo al suo tenore abituale, ci presenta un cantautore che già spingeva la sua ricerca vocale lontano da quella che era l’abituale approccio dei cantanti dell’epoca, accompagnamento di chitarra minimale ma grande intensità. Contact,  mossa e con continui cambi di tempo, ma con una melodia più accentuata, Lady, Give Me Your Key con Tim che scherza con il tecnico in studio prima di partire con il brano, un pezzo più complesso, dalla melodia tipica avvolgente dei suoi brani del periodo folk, con un testo leggermente mistico, ma sempre nell’ambito delle love songs anche ardite, mentre Once Upon A Time, come Contact, è un bozzetto, dal tempo incalzante, la chitarra quasi percossa, alla Richie Havens e la voce che spinge a lungo le note nel suo stile caratteristico, prima di esplodere nei suoi acuti quasi impossibili. Once I Was, lenta e solenne, è in una versione più lunga di quella che poi apparirà su Goodbye And Hello, la voce solenne ed intensa, magnifica per il modo in cui comunica con l’ascoltatore, rapito come il cantante.

I Never Asked To Be Your Mountain era uno dei centrepiece del disco del 1967, e  anche in questa versione, pur in una dimensione acustica, indica quella che sarà la futura svolta più complessa e all’avanguardia della musica di Buckley, con questa voce stentorea e decisa che ti colpisce per l’impeto e la veemenza che si percepiscono anche in un “semplice” demo. Anche Pleasant Street sarà presente in Goodbye And Hello, altra versione splendida dall’atmosfera sospesa che si anima improvvisamente a tratti, in questo stile acido e visionario, tipico del grande cantautore di Washington, DC, uno dei maestri dell’improvvisazione vocale nella musica folk e rock. Knight-Errant uno dei brani scritti con Larry Beckett, con il leggero fruscio dell’acetato dell’epoca che aggiunge solo ulteriore fascino a questo miracoloso ritrovamento di materiale inedito, è un’altra canzone che esplora il lato favolistico e mistico dell’opera di Tim, mentre la successiva Marigold, sempre dall’acetato di proprietà dello stesso Beckett, è un altro degli inediti assoluti, una sorta di folk-blues à la Buckley,meno esplosivo e più raccolto, ma sempre godibile nella sua “semplicità”, come pure una versione, cantata in un delicato semi-falsetto, della dolce Carnival Song. 

Mentre la successiva antimilitarista No Man Can Find The War, che apriva Goodbye And Hello, scritta con Beckett e che viene dal nastro di studio, non ha perso un briciolo della sua grinta e potenza, a quasi 50 anni dalla registrazione originale, magnifica. Alla fine del disco gli ultimi due inediti: I Can’t Leave You Lovin’ Me, incalzante e che nell’arrangiamento funky-rock di Greetings From L.A avrebbe fatto sfracelli. La conclusiva She’s Back Again è un’altra delle sue tipiche folk ballads degli inizi, urgente ed incalzante, come se Tim Buckley già presagisse che il tempo gli sarebbe sfuggito dalle mani in un non lontano futuro e quindi il presente era da vivere con intensità. Questo album non si trova facilmente, costa abbastanza caro, ma per gli amanti di Tim Buckley è indispensabile, e forse anche per gli altri.

Bruno Conti

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung. Affascinante Folk-Jazz-Rock Sospeso Tra Passato E Presente!

ryan walker golden sings

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung (Deep Cuts Edition) – 2 CD Dead Oceans – 19-08-2016

Di questo disco si parla ormai da diverso tempo, anzi, molti siti e riviste specializzate lo hanno già recensito, quasi tutti in modo positivo e spesso entusiastico, in netto anticipo sulla uscita ufficiale che sarà questo venerdì 19 agosto. Io ho preferito aspettare l’imminenza della data di pubblicazione, visto che spesso quando se ne parla troppo presto quando poi il disco esce effettivamente è giù vecchio o ce ne siamo dimenticati. E in questo caso sarebbe un peccato, perché l’album è veramente bello. Questo signore, Ryley Walker, viene da Rockford, Illinois, una piccola cittadina nei dintorni di Chicago, ha iniziato con alcuni EP pubblicati a livello indipendente nel 2011 ed ora approda al terzo album di studio con questo Golden Sings That Have Been Sung. Walker è pure un abile chitarrista, e infatti nel 2015 ha pubblicato un album strumentale in coppia con Bill MacKay, ma nel corso degli anni ha sempre più curato anche il lato vocale della propria musica, diventando sempre più un cantante interessante e dalle molteplici influenze: sul lato chitarristico vengono citati Davey Graham, Sandy Bull, John Fahey, Bert Jansch e da quello vocale gente come Tim Buckey, Van Morrison, Tim Hardin John Martyn e i Pentangle, presenti in entrambi i campi, senza dimenticare, aggiungerei, l’Incredible String Band, e tra i musicisti contemporanei Jack Rose, Daniel Bachman, Steve Gunn, James Blackshaw, gruppi come Tortoise e Gastr Del Sol, e altri spiriti affini, legati a questa rinascita di un folk complesso, ricco di influenze jazz, psichedeliche, blues e rock, dove la melodia è importante ma anche il tessuto sonoro, l’improvvisazione, la ricerca di arrangiamenti sofisticati che guardano ai grandi del passato, cercando di riproporre questa musica che già negli anni ’70, più avventurosi a livello musicale, era comunque una musica di nicchia, pur se apprezzata dalla critica e dal pubblico più “curioso” ed attento. Quindi in teoria nulla di nuovo, ma se questa musica viene realizzata con passione e perizia è comunque in grado di costruire un ponte tra le diverse generazioni, continuando ad esplorare un filone che affascina sia l’ascoltatore più smaliziato e di vecchia militanza (quelli che hanno già sentito tutto, ma gradiscono in ogni caso l’arrivo di forze fresche) quanto gli ahimé non più numerosi adepti di una musica che richiede una soglia di attenzione più complessa di quella quasi istantanea delle generazioni digitali.

Per sgombrare i dubbi, anche il sottoscritto conferma che questo Golden Sings That Have Been Sung è un disco riuscito, otto brani di notevole valore (più una traccia dal vivo, nel secondo CD della cosiddetta Deep Cuts Edition): le influenze ed i rimandi ai vari nomi citati, pur essendo certamente presenti, non sono così evidenti e facilmente rintracciabili, in entrambi i sensi, ovvero, nell’insieme la musica ricorda e si riallaccia a questo tipo di musicisti e sonorità, ma non lo fa riferendosi a brani od album del passato specifici, quanto ad un comune intendere, ad una visione che dal passato si allunga sulla musica di Ryley Walker, che poi la rimodella secondo la propria sensibilità. Il nostro amico si è addirittura spinto quasi a prendere le distanze dal precedente, e ottimo album, Primrose Green, ma si sa che, per vari motivi, gli artisti sono sempre legati di più alla loro ultima prova discografica in ordine di tempo, magari poi rivalutando nel tempo il proprio lavoro, in un’ottica di lunga distanza. Il nuovo lavoro è prodotto dal polistrumentista LeRoy Bach, anche lui di Chicago, per il periodo 1997-2004 nella formazione dei Wilco, dove suonava chitarre e tastiere, che ha saputo unire lo spirito più avventuroso della musica di Walker con brani dal respiro più semplice e di attitudine folk, legati ai suoni del passato ma con lo sguardo al futuro, come è sempre più regola nella musica dei giorni nostri. I musicisti sono più o meno quelli utilizzati nel disco precedente, provenienti dalla attuale scena jazz contemporanea di Chicago: Brian Sulpizio alla chitarra elettrica, Ben Boye alle tastiere, Anton Hatwich al basso, Frank Rosaly Quin Kirchner alla batteria, Whitney Johnson alla viola e un altro multistrumentista Ryan Jewell, niente nomi altisonanti ma validi ed adatti alla bisogna.

Ed ecco quindi scorrere Halfwit In Me che fonde gli spiriti della West Coast più ruspante con le atmosfere raffinate di John Martyn o dei Pentangle più solari, soprattutto nell’approccio ritmico e jazzato, attraverso sognanti ma incisive derive strumentali dove la chitarra acustica di Ryley guida le danze, ma tutti gli strumenti sono importanti e la voce denota una ulteriore crescita a livello di personalità e di maturità. Anche A Choir Apart è legata al drive ritmico tra folk, jazz e blues dei Pentangle più sperimentali, quando Renbourn imbracciava l’elettrica, ma ricorda anche il Tim Buckley “liquido” di Starsailor Blue Afternoon, con inserti sonori tra raga e rock e una costruzione quasi circolare del brano che si avvolge su sé stesso in spire larghe ed affascinanti, con contrabbasso e batteria a dettare tempi jazzistici e il testo che contiene il titolo dell’album. Pure Funny Thing She Siad ha questo spirito pigro e quasi strascicato, intenso e notturno, con un cantato sommesso e quasi confidenziale, leggeri tratti blues, ma anche una bella melodia che entra sottopelle, con la chitarra elettrica che lascia ampi spazi a pianoforte e violoncello (o è una viola, o entrambi?) nella parte strumentale. Sullen Mind, che appare anche in una versione allungata, oltre 40 minuti (!?!) e dal vivo nel CD bonus, è una ulteriore fusione tra folk, derive psichedeliche e influenze orientali, un magma sonoro dove chitarre acustiche ed elettriche, tastiere e una ritmica agile e complessa, prima accarezzano la voce intensa di Ryley Walker e poi vengono scatenate in crescendi improvvisi ed acidi di pura improvvisazione, fino ad una affascinante accelerazione finale.

Musica forse non di facile approccio, che si stempera comunque nel leggero acquerello folk della breve e delicata I Will Ask You Twice, dove si agitano gli spiriti inquieti ma affascinanti di Tim Hardin o di Nick Drake, e anche le atmosfere pastorali di The Roundabout fanno rivivere le sonorità del folk-rock più raffinato ed ispirato degli anni d’oro della musica dei cantautori britannici più originali e visionari, sempre con gli arpeggi della chitarra di Ryley in bella evidenza.Torna la West Coast meno acida e sulfurea nelle serene e delicate note di una The Great And Undecided che sparge raffinate cascate di dolcezza nel suo incedere, per poi lasciare spazio nel finale del disco, nella lunga Age Old Tale, alle improvvisazioni di una sorta di “free-folk”  onirico ed improvvisato, dove gli strumenti e la voce sono di nuovo liberi da vincoli sonori e da melodie più definite e immerse in un dipanarsi sonoro quasi stordito e stralunato, che lentamente avvolge l’ascoltatore nella sua bruma fuori stagione (ma il disco è stato registrato lo scorso inverno).

Una conferma per Ryley Walker, un musicista per tutte le stagioni, forse non un genio assoluto ma un artigiano tra i più raffinati ed interessanti in circolazione.

Bruno Conti

Vecchio Ma Nuovo: Un Debutto Da “Bollino Blu”! Marlon Williams – Marlon Williams

marlon williams

Marlon Williams – Marlon Williams – Dead Oceans Records

Come detto in altre occasioni non sempre è facile accostarsi ai nomi “minori” e nuovi, la tentazione (ed il desiderio insieme), è quello di scoprire a tutti i costi la nuova speranza, e sottoporla al pubblico degli appassionati per farne l’ennesimo oggetto di “culto”, oltretutto, spesso, la difficile reperibilità degli autori di volta in volta scoperti (ma con le piattaforme in Internet la situazione è migliorata), fa aumentare la curiosità ed il gioco di complicità che ne scaturisce. Fatta dunque questa onesta e doverosa precisazione, vorrei caldamente consigliare l’ascolto di tale Marlon Williams, nato nel 1990 in un incantevole paesino portuale della Nuova Zelanda (si chiama Lyttelton per la precisione, vicino a Christchurch) con una chiara influenza “Maori” da parte del padre musicista (e si vede). I primi passi musicali Marlon li muove come frontman degli Unfaithful Ways, e in seguito collaborando con il cantautore country neozelandese Delaney Davidson nella triade Sad But True Vol. 1-2-3 (costituita da bellissime cover), poi si è trasferito a Melbourne in cerca di quella visibilità che gli permettesse di esordire in proprio con questo lavoro omonimo, prodotto in coppia con il tastierista Ben Edwards, reclutando un cast di musicisti e amici tra i quali Ben Woolley al basso, AJ Park alla batteria, John Egenes alla pedal steel, Anita Clarke al violino, l’amico Delaney Davidson alle chitarre, con il contributo della sua anima gemella Aldous Harding (emergente cantautrice neozelandese, *NDB Bellissimo anche il suo esordio https://www.youtube.com/watch?v=B3Wds4gDGRc ) alle armonie vocali, tutti riuniti  negli studi Sitting Room della natia Lyttelton.

La partenza è folgorante con Hello Miss Lonesome, una galoppata musicale che rimanda ai film western epici di John Ford (Furore, Ombre Rosse, Sentieri Selvaggi), a cui fa seguito il moderno country di After All, per poi passare alla lenta e bellissima ballata “noir” Dark Child (la prenoto come canzone dell’anno), e ancora una cover di una canzone portata al successo da Billy Fury I’m Lost Without You, rifatta in chiave “sixties” con un importante arrangiamento di archi, e il folk inglese di una dolce e delicata Lonely Side Of Her. Si prosgue con la melodia “assassina” di Silent Passage, pescata dal repertorio del canadese Bob Carpenter (unico album, ma in seguito a lungo collaboratore della Nitty Gritty Dirt Band), il gioioso country un po’ “retrò” di Strange Things, una superba e drammatica versione del tradizionale When I Was A Young Girl (una triste storia di passione e desiderio), uno dei cavalli di battaglia della grande Nina Simone https://www.youtube.com/watch?v=UfSopHrT-m4 , andando a chiudere con la straziante bellezza (solo chitarra e voce) di Everyone’s Got Something To Say, con il coro finale (una magia) che la tramuta in una preghiera.

Comincio a pensare che il cognome Williams nell’ambito musicale sia sinonimo di qualità (come le banane Chiquita), a partire dai titolari del “logo” Hank Williams e Lucinda Williams, e altri tra cui Victoria Williams (ex moglie di Mark Olson dei Jayhawks e prima di Peter Case), o i più giovani Holly Williams (nipote di Hank Williams, sorella di Hank III e figlia di Hank jr.), e Hayward Williams. Nominato a ben cinque New Zealand Music Awards, con questo brillante esordio Marlon Williams dimostra di saper scrivere canzoni che spaziano dal rock al folk al country, valorizzate da una voce notevole, che lo accomuna a tratti ad artisti del calibro di Johnny Cash, Roy Orbison e il buon Elvis, ma anche a Tim Buckley https://www.youtube.com/watch?v=TB_jcFax5kM .

Marlon è giovane, bello, ma quello che più conta ha un talento speciale, e mi sembra difficile che a breve non possa diventare un artista di “prima fascia”, per saperlo non resta che attendere il seguito di questo esordio da “bollino blu”. Il disco esce il 19 febbraio in Europa e negli States per la Dead Oceans (la stessa di Ryley Walker), ma in Nuova Zelanda era già disponibile dalla primavera dello scorso anno. Da qui il titolo del Post!

NDT: A certificare il talento di Marlon Williams, girano su YouTube molti video che lo vedono eseguire cover impegnative tra cui The First Time Ever I Saw Your Face di Roberta Flack (scritta da Ewan MacColl), Bird On A Wire di Leonard Cohen, e una superba Portrait Of A Man di Screamin’ Jay Hawkins.

Tino Montanari

Un Caldo Abbraccio Di Dolce Malinconia! Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy

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Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy – Atlantic Records

Diciamo subito che Damien Rice non è un cantautore molto prolifico: questo nuovo lavoro, My Favourite Faded Fantasy, è il terzo disco in 12 anni, e contiene solo 8 brani, anche se ad un primo ascolto pare un piccolo gioiello, e conferma quindi il suo talento. L’attesa per questo album del cantautore irlandese era tanta, dopo il folgorante esordio di 0 del lontano 2002 (un disco che vendette due milioni di copie nel mondo), e da subito il nome del “dublinese”, abbastanza discreto come personaggio, si trovò catapultato nell’universo del “music business”, e la cosa, anche se appagava il suo commercialista, non lo riempiva, pare, di gioia. Deciso così a prendersi un periodo sabbatico e di staccare la spina, per comprendere se poteva stare lontano dalle luci del palcoscenico. Damien Rice si accorse presto che in fondo poteva fare a meno di quel mondo, e quando in molti erano già pronti a darlo per finito (nel cimitero degli artisti scomparsi), il “nostro” ritorna sulla scena del delitto incidendo il secondo album 9 nel 2006, un piccolo capolavoro (dove si sprecarono i paragoni con Leonard Cohen e Nick Cave), e dopo un altro ancora più lungo periodo di latitanza (l’esilio volontario in Islanda e la rottura personale e musicale con la brava Lisa Hannigan) vola a Los Angeles dal “santone” Rick Rubin (l’uomo che ha allungato la carriera del grande Johnny Cash) e gli affida la produzione del nuovo disco, e tornato in sala d’incisione con l’apporto della attuale band, composta da Shane Fitzsimons al basso, Brendan Buckley alla batteria, Joe Shearer alla chitarra e la brava musicista irlandese Vyvienne Long al violoncello e pianoforte, ha dato vita a questo notevole My Favourite Faded Fantasy https://www.youtube.com/watch?v=wJinIIFExT4 .

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La title-track My Favourite Faded Fantasy inizia con il tipico cantato in falsetto di Damien https://www.youtube.com/watch?v=Rh1C8qpODZs , poi entrano a poco a poco chitarre, tamburi, violino, un violoncello e un pianoforte con un crescendo importante, a seguire troviamo It Takes A Lot To Know A Man, quasi dieci minuti di musica che partono con vibrafono e tromboni, e terminano in una danza morbosa con pianoforte e archi https://www.youtube.com/watch?v=CkdjaxYSMZ4 . Pochi accordi di chitarra sono sufficienti a Rice per sussurrare una sorta di  romanza,The Greatest Bastard https://www.youtube.com/watch?v=hoIFYXOC9tU , per poi passare alla struggente e meravigliosa I Don’t Want To Change You  https://www.youtube.com/watch?v=FnzHOsiaJns (una canzone perfetta da ascoltare davanti ad un bel caminetto, in quello che sarà forse un freddo inverno), e alle note in crescendo di una malinconica Colour Me In, nonché al canto quasi declamato di una The Box, che nel finale orchestrale divampa in tutta la sua bellezza. Si chiude con gli otto minuti di una ballata commovente come Trusty And True, e con i vocalizzi ancora in falsetto di una straziante Long Long Way, una maestosa melodia dal finale sinfonico https://www.youtube.com/watch?v=K5yRKJ-gU48 .

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Damien Rice è un personaggio abbastanza atipico nel panorama musicale internazionale, la sua è una musica di un altro tempo, i suoi riferimenti sono facilmente individuabili nei Buckley (soprattutto il padre), e per certi aspetti nelle sonorità di David Gray, ma anche nella malinconia “classica” di Nick Drake, tutti elementi che puntualmente si ripropongono in questo My Favourite Faded Fantasy, distribuiti in otto brani per circa cinquanta minuti di musica e di parole (dove si sente dannatamente la mano di Rick Rubin), che chiudono in un certo senso il cerchio con i lavori precedenti, in attesa del prossimo, probabile, ennesimo piccolo capolavoro. Poco importa se Rice pubblica album a distanza di otto anni uno dall’altro, se sono così belli e intensi come questo lavoro, per i veri appassionati della buona musica e (per chi scrive), si può prendere tutto il tempo che gli compete. Consigliato!

Tino Montanari

Un Musicista Dallo Sri Lanka, Questo Mancava! Bhi Bhiman – Bhiman

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Bhi Bhiman – Bhiman – Boocoo Music 2012

Devo ammettere che un musicista dello Sri Lanka mancava dai miei ascolti, e se Steven Georgiu e Farrokh Bulsara hanno preferito trasformarsi in Cat Stevens e Freddie Mercury, lui è rimasto orgogliosamente Bhi Bhiman, senza assumere nomi d’arte più facili da ricordare. Ma la musica è quella che ti potresti aspettare da un cantautore che viene dalla Bay Area, anche se l’aspetto esteriore è tipicamente asiatico: ricca di spunti, complessa, con arrangiamenti spesso elaborati ma nell’ambito di uno stile decisamente acustico, basato sul picking spesso intricato di Bhiman che è un eccellente chitarrista.

La produzione è affidata a Sam Kassirer che ha lavorato anche con Josh Ritter e ha svolto il suo impegno andando alla ricerca di strumenti  percussivi inconsueti come il cajon e il vibrafono per una musica decisamente folk, ma ha lasciato molto spazio alla chitarra del protagonista che si arricchisce di piano, organo, contrabbasso, anche suonato con l’archetto, come nella criptica The Cookbook, titolo del suo primo album del 2007, dove però per quel perverso gioco degli autori non appariva un brano con quel titolo. San Francisco Chronicle, Washington Post e New York Times, nonché il decano Robert Christgau (uno dei pochi critici musicali americani che scrive ancora cose sagge) gli hanno dedicato spazi entusiastici e meritati, ormai il disco è uscito da parecchi mesi. Cosa altro si potrebbe dire? La voce, per esempio, è uno strumento anche questo, dal timbro acuto, molto evocativa, si spinge a volte fino ad un falsetto quasi alla Tim Buckley o una Nina Simone virata al maschile. Lui stilisticamente dice di ispirarsi anche a Richie Havens, con quello stile chitarristico dalla pennata veemente e quasi percussiva ma è stato inevitabilmente avvicinato a Dylan, Springsteen e Woody Guthrie (per il tema del viaggio, guardate il video), d’altronde parliamo di un uomo con una chitarra acustica, capace di scrivere testi profondi, immersi sia nel sociale come nel raccontare la quotidianità, sulla falsariga dei grandi folksingers.

Ogni tanto affiorano anche elementi etnici, o così mi pare, ad esempio nell’urgenza di un brano come Time Heals dove un vibrafono, così accreditato nelle note del libretto, ma che sembra più una marimba, regala sfumature orientali alla canzone, con la musica che accelera di continuo per poi rallentare in un intenso finale dove la voce di Bhiman incanta l’ascoltatore con le sue evoluzioni e poi accelera di nuovo con delle sonorità che possono ricordare il Cat Stevens che inseriva elementi greci nella sua musica. Nello spazio di un attimo si vira alla perfetta folk song, con tanto di accompagnamento di 12 corde, nella visionaria Crime Of Passion, dove il testo va per la tangente. Non ho ancora citato il brano di apertura, la bellissima Guttersnipe, che è un po’ il suo biglietto da visita, quasi sette minuti di “stream of consciousness”, che musicalmente ricordano il Van Morrison di Astral Weeks (c’è anche un brano che si chiama Ballerina, non quella) o se preferite termini di paragone più recenti, il primo David Gray o il Ray Lamontagne più complesso, ma sempre da Van vengono, se mi passate il calambour, con una base acustica segnata da contrabbasso e percussioni varie che tengono il tempo, mentre piano, organo, vibrafono e chitarre acustiche avvolgono la voce di Bhiman che raggiunge vette interpretative notevoli.

Non tutto brilla sempre di luce propria, ad esempio Take What I’m Given che peraltro è una dolcissima ballata ricorda molto nella costruzione, almeno a me, I Shall Be Released di sapete chi, ma la musica è lì, nell’aria, basta sapere coglierla. Mexican Wine è un breve brano strumentale che illustra la sua destrezza alla chitarra mentre Kimchee Line è una di quelle filastrocche acustiche che lo avvicinano al citato Guthrie e anche questa mi ricorda qualcosa che non sono ancora riuscito ad afferrare, per il gioco delle citazioni, ce l’ho lì sulla punta della lingua, come pure Atlatl, con una voce volutamente mascherata per dargli una patina di “antichità” come un vecchio 78 giri. Eye On You è l’altro tour de force vocale e strumentale di questo album, più di 6 minuti che ci consentono di godere ancora una volta la bella voce di Bhiman che si libra sicura su un tappeto musicale dove il vibrafono (questa volta sì) gli fa da contrappunto. Che dire, questo signore è veramente bravo, potrà sicuramente migliorare (forse), ma già ora merita un ascolto attento.

La ricerca continua.

Bruno Conti