13/04/2013

Ristampe Che Passione 2! ELO & Jeff Lynne

*NDB. Il 2 al titolo l'ho aggiunto io, in quanto già utilizzato in un vecchio post, mentre aggiungo ancora che le ristampe verranno pubblicate la settimana prossima in Italia e quella successiva in Inghilterra e Stati Uniti, quindi le leggete in anteprima sull'uscita: la parola a Marco.

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Electric Light Orchestra: Live (Frontiers CD) Electric Light Orchestra: Zoom (Frontiers CD)

Jeff Lynne: Armchair Theatre (Frontiers CD)

In realtà all’inizio avevo pensato di intitolare questo post “Barrel Bottom Scratching”, in quanto è da un po’ di tempo che il mio amico Jeff Lynne tende a cucinare con gli avanzi (lo scorso anno un dischetto di cover, Long Wave, di appena mezz’oretta ed una collezione di nuove incisioni di successi della ELO dal titolo di Mr. Blue Sky), ma siccome tra queste tre ristampe ce n’è almeno una del tutto inedita (più o meno, e con qualche difettuccio come vedremo) ed una è di un disco introvabile da anni, qualche punto di interesse c’è.

Live.  Questo sarebbe il disco “inedito”, ma in realtà è la riproposizione su CD del DVD Zoom Tour Live, che conteneva un concerto televisivo del 2001 di Jeff & Band (ribattezzata ELO per chiari motivi di marketing, e forse per la presenza del tastierista Richard Tandy), ma, mentre nel DVD vi erano ben ventitre brani, in questo CD ne vengono riportati solo undici. I fans non potranno comunque esimersi dall’acquisto perché, e qui sta la finezza, quattro di questi undici non erano sul DVD (Secret Messages, Sweet Talkin’ Woman, Confusion e Twilight), e quindi udibili qui per la prima volta.  (So comunque che esistono altre esecuzioni, tra cui Rock’n’Roll Is King, tuttora inedite, quindi aspettiamoci qualche altra “sorpresa” futura). Non sto chiaramente a parlarvi delle canzoni, le conoscete tutti, ma dico solo che comunque il concerto è ottimo, suonato con vigore (nella band ci sono anche i fratelli Bissonette, Matt e Gregg, alla sezione ritmica, gente abituata a pompare) e con Jeff in forma smagliante; in più, come ulteriore bonus, ci sono due brani di studio nuovi di zecca: il rock’n’roll allo stato puro Out Of Luck, breve ma trascinante, e Cold Feet, un brano di quelli che Lynne scrive anche quando dorme.

Zoom.  Album uscito nel 2001 e che segnava il ritorno su disco della ELO da Balance Of Power del 1986, era in realtà un disco del solo Jeff (con Tandy in un solo brano, più due ospiti di prestigio come George Harrison e Ringo Starr), accreditato al suo ex gruppo un po’ per motivi commerciali ed un po’ per fare chiarezza (all’epoca girava infatti una band di ex membri della ELO che si faceva chiamare Electric Light Orchestra Part II, vi assicuro una cosa triste).

Un discreto album, con meno violoncelli e più chitarre, che vede Jeff in buona forma ma non smagliante: diciamo che ad undici anni dal suo ultimo album di materiale originale uno poteva pensare anche a qualcosa di meglio. Ci sono alcuni ottimi brani (la vigorosa Alright, che apre l’album all’insegna del rock, la languida Moment In Paradise, Just For Love, con il classico ELO-sound, il boogie trascinante Easy Money e la solare Melting In The Sun), ma anche diversi riempitivi (In My Own Time, A Long Time Gone, Lonesome Lullaby). L’impressione è quella di un’ottima cena, ma riscaldata e riproposta la sera dopo: manca la freschezza.

Anche qui troviamo due bonus track: una Turn To Stone presa dal DVD Zoom Tour Live ma non presente sul CD di cui vi ho parlato sopra (ma che burlone il nostro Jeff!) e One Day, un inedito registrato nel 2004 e superiore a molto del materiale presente su Zoom. E con Zoom, in teoria, si chiude la campagna di ristampe della ELO, anche se mancherebbero all’appello il Live del 1974 (tutt’altro che imperdibile) e la colonna sonora del film Xanadu, che però era per metà appannaggio di Olivia Newton-John.

Armchair Theatre.  A livello artistico, il migliore dei tre: primo (e unico, fino a Long Wave dello scorso anno) disco accreditato al solo Jeff, uscito nel 1990 e fuori catalogo da anni, Armchair Theatre è un disco veramente ispirato, che, se si escludono le tre cover presenti (Don’t Let Go, September Song e Stormy Weather), interpretate in maniera un po’ troppo scolastica, ci presenta alcune delle migliori canzoni scritte da Jeff, suonate e prodotte alla grande. Su tutte Lift Me Up, uno splendido e solare pop rock, influenzato chiaramente dai Beach Boys (ma tutto il disco profuma di California), con George Harrison che suona la slide da par suo. Non male anche il singolo dell’epoca, l’energica ma orecchiabile Every Little Thing, l’insolita Now You’re Gone, suonata con musicisti indiani e con una bella coda strumentale, la gradevole Don’t Say Goodbye, con tutti e due i piedi negli anni sessanta, e la bella What Would It Take, che sembra una outtake dei Traveling Wilburys. Per finire con la toccante ballad Blown Away, scritta con Tom Petty, e la squisita e breve folk song ecologista Save Me Now. Anche qui due bonus (ma pare che le outtakes fossero molte di più), la lenta Forecast, un brano nella media, e la scoppiettante e solare Borderline (versione alternata di un lato B dell’epoca), che non avrebbe sfigurato affatto sull’album.

Particolare per maniaci: le copertine delle reissues di Zoom e Armchair Theatre escono leggermente diverse da quelle originali. Accogliamo dunque con (moderato) giubilo queste tre ristampe, adesso però è ora che Lynne la smetta di sparpagliare canzoni inedite come bonus dei vari dischi (e nella versione giapponese di Zoom ce n’è un’altra, Lucky Motel, che non è quella di John Trudell) e che ci consegni un disco nuovo come si deve.

Marco Verdi                             

18/03/2013

Preparate Giradischi E Puntina! Black Crowes - Wiser For The Time

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Black Crowes - Wiser For The Time - Silver Arrow 4LP e download

Da quando mi occupo di critica musicale (espressione volutamente autoironica, diciamo da quando espongo il mio parere sulle cose che ascolto) è solo la seconda volta che mi trovo a recensire qualcosa nel vecchio e glorioso formato LP (per l’esattezza un box di 4LP), dopo il mini live di Tom Petty Kiss My Amps uscito un paio d’anni fa per il Record Store Day.

I Black Crowes, ormai fra le rock band migliori nel panorama mondiale, hanno infatti deciso di celebrare il proprio ritorno all’attività live nel 2013 con la pubblicazione di Wiser For The Time, un sontuoso box in cartone duro, con all’interno ben quattro vinili, che testimoniano il meglio dei loro concerti a New York a cavallo tra Ottobre e Novembre del 2010. Niente CD quindi (ma l’album è comunque disponibile in download), e questo mi rende la band di Chris e Rich Robinson (con Steve Gorman, Sven Pipien ed Adam MacDougall) ancora più simpatica: non che io sia contro il supporto digitale (contro la musica liquida invece un po’ sì), ma il vinile rimane sempre il vinile, ha un fascino che il dischetto di plastica non avrà mai. Il box in realtà si presenta quasi come un (costoso) bootleg: nessuna nota, solo i titoli dei brani e la data di incisione, ma per fortuna la qualità di registrazione è perfetta, i Corvi sono in stato di grazia, e ci consegnano quello che si può certamente definire il loro live definitivo.

Sì, perché Wiser For The Time è forse ancora meglio dei seppur ottimi Freak’n’Roll Into The Fog e Warpaint Live (del deludente Live del 2002 non voglio neanche parlare, mentre lo stupendo Live At The Greek con Jimmy Page non fa testo, in quanto composto soltanto di covers dei Led Zeppelin), è più completo, ci presenta le due facce del gruppo, quella acustica (i primi due LP, quindici canzoni) e quella elettrica (il terzo e quarto, altri undici brani), per quasi due ore e mezza complessive di grandissima musica. Chi li ha visti dal vivo sa cosa intendo: i Corvi Neri sono una vera forza della natura, di gran lunga la migliore band venuta fuori dagli anni novanta in poi, ma se questo era risaputo per quanto riguarda la parte elettrica dei loro concerti, il lato acustico era meno noto. Ebbene, Wiser For The Time ci dimostra che i fratelli Robinson ci sanno fare (eccome) anche quando abbassano il volume (ma Rich un aiutino con la chitarra elettrica se lo dà), e quando accade questo significa che hai sia i musicisti che le canzoni, oltre al feeling che è il loro valore aggiunto. Una band abbastanza unica nel panorama mondiale: tra rock, blues, southern, Zeppelin, Rolling Stones e Faces, un cocktail ad alto tasso adrenalinico che mi lascia a bocca aperta ogni volta.

Il primo disco si apre con Cursed Diamond, per sola voce e chitarra, una versione lunga e fluida, con Chris che gorgheggia da par suo con il suo timbro vocale caldo e soulful. Con Sister Luck entra la band, e cominciamo a ritrovare il tipico sound del gruppo di Atlanta, una ballata liquida (grande MacDougall al piano) con Rich che comincia a fare i numeri con la solista (l’unico strumento elettrico on stage, per ora) e Chris che si conferma ottimo vocalist. Anche Smile è un brano di grande impatto, melodia classica e Corvi in gran spolvero; la vivace Downtown Money Waster, tra blues e soul, precede due superbe versioni di Hot Burrito # 1 e Hot Burrito # 2, due classici dei Flying Burrito Brothers, dove i nostri fanno rivivere lo spirito di Gram Parsons. Non vorrei citare tutti i brani (non ce n’è uno sottotono neanche per sbaglio), ma mi preme evidenziare Garden Gate, in una scintillante versione tra folk appalachiano e bluegrass, la bucolica Better When You’re Not Alone, con Rich che suona alla grande, la nota Hotel Illness, a cui la veste acustica dona particolarmente, la splendida Oh, The Rain (un classico di Blind Willie Johnson), tra folk, blues e gospel, e la bella resa di Tonight I’ll Be Staying Here With You, uno dei capolavori minori di Bob Dylan, che rientra perfettamente nelle corde dei Crowes.

La parte elettrica inizia con la dura e potente Exit, molto influenzata dal Dirigibile di Page e Plant, per proseguire con il rock’n’roll ad alto tasso energetico No Speak No Slave, e con la lunga Only Halfway To Everywhere, una southern jam di undici minuti con le contropalle, dove ognuno tira fuori il meglio dal suo strumento. Senza dimenticare la possente A Conspiracy, chitarristica fino al midollo, e la splendida Title Song, ballatona sudista di grande impatto sonoro. Il quarto ed ultimo LP prosegue con la cavalcata elettrica, un vero e proprio muro del suono di decibel da parte di una band che ha pochi eguali sulla Terra: segnalerei senz’altro il medley My Morning Song/Stare It Cold, altri undici minuti di libidine, uno spettacolo che da solo vale il prezzo richiesto per il box, oltre a She Talks To Angels, una ballata piena di anima, uno slow degno degli Allman Brothers dei bei tempi. Il quadruplo è quasi alla fine, ma c’è il tempo per un’ultima sorpresa: una versione fantastica del superclassico dei Little Feat Willin’, forse una delle più belle versioni da me mai ascoltate di questo brano senza tempo, nella quale la turgida melodia di Lowell George viene valorizzata in maniera incredibile.

Che altro dire? Vale la pena togliere dalla soffitta il vostro vecchio giradischi e fare vostro questo Wiser For The Time: musica così fa bene alla salute.

God bless the Black Crowes.

Marco Verdi

15/02/2013

Il Miglior "Discepolo" Di Dylan? Dan Bern - Drifter

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Dan Bern With Common Rotation – Drifter - Continental Song City 2012/2013

Fra i tanti potenziali “cloni” di Bob Dylan, Dan Bern sin dall’esordio con l’introvabile EP Dog Boy Van (96) e il successivo omonimo Dan Bern (97) distribuito dalla Sony, mi è sempre sembrato il più autorevole. Infatti il buon Dan, quando prende per la prima volta la strada di uno studio di registrazione, dopo tanti anni a suonare la chitarra nei Club, ha Dylan nell’anima e il numero di telefono di uno dei produttori di Springsteen in tasca (Chuck Plotkin), e se la matematica non è un opinione, il folgorante esordio sopra citato viene missato in casa del Boss nel New Jersey,e vede come collaboratori Toby Scott (ingegnere del suono in Born In The USA), Gary Mallaber (batteria in Lucky Town) e Jennifer Condos (basso in The Ghost Of Tom Joad).

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Nell’altalenante carriera di questo folksinger dello Iowa, sempre indeciso tra il cono d’ombra di Dylan e la voglia di rock’n’roll (su tutti lo splendido New American Language (2001), un musicista che regala nostalgie del tempo passato e allo stesso tempo ci sta benissimo negli anni attuali. Dopo sei lunghi anni da Breathe (2006) torna con questo Drifter sostenuto alla grande dalla sua backingband, i Common Rotation, composta da Adam Bush alla batteria, sax e armonica, Jordan Katz al banjo e tromba, Eric Kufs alle chitarre e dobro, oltre ad un pregevole ventaglio di ospiti tra i quali  spicca Emmylou Harris, per un suono “classico” che spazia tra folk, rock, roots e country.

Drifter  già dal primo impatto, mostra di avere le carte giuste, si parte bene con Luke The Drifter voce acidula (alla Tom Petty) molto dylaniana, lunga ed insinuante, mentre The Golden Voice Of Vin Scully  chitarre, dobro e tromba, mi ricorda vagamente un brano dei Bodeans. Un’armonica lancinante introduce Party By Myself,  ballata cupa e intensa, cui fanno seguito il country di Holy House e l’acustica Rainin In Madrid chitarra e voce, ingentilita dall’uso di una fisarmonica. La breve I’m Not From Around Here, fa da preludio ad una elettrica Carried Away  (che inizia come un brano alla Sticky Fingers dell’epopea Stones), seguita da una ballata, Don’t Get Mad Get Even, dove ritorna la tromba di Jordan Katz, tenue e delicata. Sale alla ribalta la grande Emmylou Harris in Swing Set eseguita in duetto con Dan, canzone magnifica, di una dolcezza infinita, seguita da una energica Capetown dal ritmo roots, una perfetta western-country song, mentre con Haarlem c’è sempre il grande Bob nella struttura del brano, spoglio ed introspettivo. Si cambia ancora ritmo con una Mexican Vacation, dall’arrangiamento allegro, dove gli strumenti girano a mille, mentre Home si avvale del buon apporto di Mike Viola al piano e controcanto, per chiudere con Love Makes All The Other Worlds Go Round (un titolo più corto, non si poteva fare?) e These Living Dreams, che hanno il connubio forse più convincente fra musica e parole.

Quindici canzoni, più di cinquanta minuti di musica sana e senza fronzoli, Dan Bern è un grande folksinger, innegabilmente “dylaniano” sfacciatamente “dylaniano” (ma non deve essere una colpa), che si muove tra poesia e canzoni, che sapranno inchiodarvi all’ascolto come poche altre. Drifter (per chi ancora non lo conosce) può essere senz’altro il primo passo per avvicinarsi ad un cantautore onesto e sincero, e lo può risollevare ai livelli che gli competono: bel disco e titolo che dovrebbe suggerire più di una riflessione.

NDT: E’ in circolazione (ma dalle nostre parti non si è ancora visto) un altro lavoro con i Common Rotation, Doubleheader,  un sentito omaggio al mondo del baseball, di cui Dan è un accanito fan.  Se lo trovo, vi terrò informati. Alla prossima!

Tino Montanari

*NDB E se è per questo ne esiste un terzo, Wilderness Song, anche questo disponibile solo sul suo sito come Doubleheader, ma che provvederò a recapitare al buon Tino per recensione integrativa alla presente. In questo caso mi appaleso nella terza B, non come Blogger o Bruno, ma come Boss!

24/01/2013

Ma Quanti Ne Fa? Un Cantautore Molto Prolifico! Bill Mallonee - Amber Waves

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Bill Mallonee – Amber Waves – Self Released 2012/2013 amber-waves

Secondo i calcoli del diretto interessato, Bill Mallonee (un musicista che non riesce proprio a stare fermo un secondo), questo Amber Waves sarebbe il 50° album della sua ventennale carriera, prima con la sua storica band i Vigilantes Of Love (di cui era l’indiscusso leader), poi come solista e partecipazioni varie (considerando gli 11 EP venduti in 4 anni tramite il Web). Premessa: i Vigilantes Of Love li adoravo, erano un gruppo in costante e inesorabile crescita, sin dall’album d’esordio Killing Floor (90), seguito da Welcome To Struggleville (94), lo splendido Blister Soul (95) per ricordare la “triade” iniziale, e Bill la vera mente della formazione, è cresciuto con la musica di Kinks, Who e simili che gli ronzava nelle orecchie, ed è straordinario che oggi come allora, le sue canzoni siano ricche di “riffs” secchi, chitarre brillanti, armonie pop, per brani pensati e arrangiati nella tipica chiave rock e che puntualmente si riscontrano anche in questo ultimo lavoro dopo The Power & The Glory dello scorso anno (che ho recensito su queste pagine virtuali bill+mallonee). Con Mallonee chitarra e armonica, suonano nel disco Bert Shoaff al basso in Break In The Clouds, Nathan Wall al piano elettrico e i suoi fidati compagni di merende, Jake Bradley e Kevin Heuer (la sezione ritmica dei V.O.L.), mentre Muriah Rose collabora nei testi e negli arrangiamenti.

Amber Waves si presenta subito con la title track che è un gran ballata tesa, e prosegue con To The Nines che sembra uscita dai solchi di Phychedelic Pill di Neil Young & Crazy Horse, e siamo solo all’inizio. One Kiss At A Time è più normale, mentre Faith (Comes Soaked in Gasoline) si muove su terreni cari ai riformati Jayhawks. Con Long Since Gone il tono si fa più intimistico, brano che si sviluppa su un tappeto di chitarre acustiche, e poi a seguire Pillow Of Stars un country-rock cadenzato dal ritornello orecchiabile, mentre It Was Always Autumn In My Heart è forse il brano più “normale”. Si riparte con l’ariosa Once Your Heart Gets Broken, che piacerebbe di sicuro a Tom Petty, cui fa seguito una folkeggiante Yeah, Yeah, Yeah, dall’andamento incalzante, mentre Break In The Clouds si snoda su un accompagnamento molto classico, chitarra, organo, basso e batteria pulsante. Si torna dalle parti di Young con What You Take & What You Leave e Walking Disaster, cui fa seguito una splendida Into God Knows What, una ballatona affascinante, dove chitarra e piano dispensano note di pura goduria. Si chiude con la riproposta di Yeah, Yeah, Yeah fatta in una versione alternata.  

Anche se i Vigilantes Of Love si sono sciolti nel 2001, Bill ha continuato a scrivere, cantare e suonare la sua musica, e molte delle sue canzoni sono concentrate sulla sua fede cristiana e la sua famiglia, e sarebbe un peccato non dare il giusto credito a questo autore, inserito dalla rivista musicale Paste nella loro Top 100 dei più grandi songwriters viventi, al 65° posto.

Tino Montanari

NDT: Si accettano scommesse sull’uscita entro l’anno del 51° album di Bill Mallonee !!!

17/01/2013

Per La Serie: Nomen Omen. No Justice - America's Son

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No Justice - America’s Son - Smith Entertainment CD

I No Justice non possono che essere associati al movimento Red Dirt, in quanto provengono dal centro propulsore di questa corrente musicale, cioè Stillwater, Oklahoma, anche se la loro musica è leggermente diversa.

Partito nel 2001 con uno stile tipicamente country-rock, il quintetto (capitanato dal lead singer Steve Rice, coadiuvato a sua volta dal chitarrista Cody Patton, dal bassista Justin Morris e da Armando Lopez e Bryce Conway, rispettivamente alla batteria ed alle tastiere ed organo) ha via via allargato i propri orizzonti musicali, spostandosi verso lidi sempre più rock: America’s Son è il loro quarto disco di studio (esiste anche un live, facente parte della lunga serie registrata al Billy Bob’s Texas), ed è assolutamente da considerarsi il più completo.

Pura American Music, belle canzoni, un suono decisamente rock, con una struttura molto classica (chitarre-basso-batteria-organo), melodie corali ed un grande amore per il rock’n’roll più diretto. Niente di originale quindi, ma dieci canzoni di buon livello, in qualche caso anche di ottimo livello, una band che meriterebbe senz’altro di più del semplice culto al quale è sicuramente destinata. Non ci vuole molto per fare un bel disco: buone canzoni, feeling, una certa perizia strumentale, la conoscenza dei classici ed una produzione attenta, ed in America’s Son questi elementi ci sono tutti.

Never Gonna Be Enough apre il disco con il piede giusto, anzi giustissimo: una rock song pulsante ed ariosa, dalla melodia fluida e ritornello di impatto immediato. In un mondo perfetto la passerebbero in rotazione alle radio, ed avrebbe pure successo (ma in un mondo perfetto gli One Direction cucinerebbero hamburger in qualche fast food…). Life’s Too Short è più elettrica e decisamente rock, il ritmo sempre sostenuto, le chitarre non si risparmiano ed anche l’organo inizia a farsi sentire; Songs On The Radio ha qualche elemento country in più, una melodia evocativa ed un arrangiamento elettroacustico molto gradevole. Tre brani, tre diversi modi di essere.

Red Dress inizia lenta ed acustica, poi entrano con discrezione, quasi in punta di piedi, gli altri strumenti, ed il brano diventa una rock ballad coi fiocchi, con una di quelle melodie circolari tipiche dei Counting Crows. Shot In The Dark è un’esplosione elettrica, con un bel riff ed un refrain gioioso: una delle più immediate e dirette (i cinque sono certamente andati a lezione anche da Tom Petty); Run Away With Me ha un inizio attendista che però dura poco: altro gran bel ritornello corale e strumentazione usata in maniera molto classica (chitarre ed organo, stile anni settanta).

La title track, fresca e limpida, prelude allo slow elettrificato di Give You A Ring, che dimostra che Rice e soci si muovono con la stessa disinvoltura sia nei brani lenti che in quelli più rock’n’roll. A proposito di rock’n’roll, Let’s Not Say Goodbye Again è un altra canzone dal tiro non indifferente, appena sfiorata dal country, mentre Don’t Walk Away chiude l’album in chiave intima, con una toccante ballata pianistica. No Justice è il nome giusto per questa band: è infatti un’ingiustizia che non abbiano il successo che meriterebbero. Siamo lontani dal capolavoro, ma se gli darete fiducia America’s Son vi farà trascorrere quaranta minuti davvero piacevoli.

Marco Verdi

25/11/2012

File Under: "Bella Musica"! Minnesota - Are You There

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Minnesota – Are You There – Hymn & Holler Records 2012

Ci sono dischi (come diceva una nota pubblicità) che allungano la vita, sicuramente Are You There dei Minnesota, frutto della collaborazione tra Peter Himmelman (una delle penne più vitali e creative  della scena americana) e il regista David Hollander (The Guardian) è uno di questi. Himmelman, originario di Minneapolis (l’uomo che ha reso nonno Bob Dylan, sarebbe il genero), ha esordito all’inizio degli anni ’80 come leader dei Sussman Lawrence, poi dal 1986 è diventato solista, con una carriera altalenante,con dischi di ottima fattura From Strengh To Strengh (91), Flow This Acid World (92), alternati ad altri meno riusciti, Gematria (87), Skin (94 (che però Allmusic indica come uno dei suoi migliori), e oneste produzioni come Love Thinketh No Evil (99) e Imperfect World (2005). Non male anche Mystery And The Hum, l’ultimo del 2010 e da segnalare anche alcuni dischi di canzoni per bambini (il migliore forse My trampoline).

Il duo aveva già lavorato insieme per la serie TV Heartland, ma questa collaborazione è più sulla musica che sulle immagini, focalizzando di più le storie che stanno dietro alle melodie. Per questo lavoro Peter è affiancato da uno stuolo di musicisti di talento come Jake Hanson alla chitarra, Noah Levy (BoDeans, Brian Setter) alla batteria, Jimmy Anton (Johnny Lang) al basso, Jeff Victor (Honeydogs) alle tastiere, Joe Savage alla lap steel e l’apporto delle splendide voci di Kristin Mooney e Claire Holley,  per un “sound” che spazia tra Rock, Folk, Blues e Americana.

Il disco si apre con Deep Freeze , brano che potrebbe ricordare  i Woven Hand più ispirati, ma ha la sua originalità nell’aggiunta non trascurabile delle voci di Kristin Mooney e Claire Holley (entrambe cantanti ed autrici con una discografia ricca e variegata), mentre la successiva Hitchhiker è uno “scuro” folk-rock giocato ancora sull’interscambio tra la voce di Himmelman e quelle delle sue compagne di viaggio, con una complessa ritmica a scandire il tempo e una chitarra elettrica inquietante a disegnare arabeschi sonori che aprono improvvisamente le prospettive della canzone, per poi dare spazio all’acustica Moths, una delle tracce migliori del disco, con i segni evidenti di una melancolia che vira verso il sublime e può ricordare la classe cristallina dell’Eric Andersen più ispirato, quando anche l’utilizzo di una voce femminile era un’arte, come non citare lo stupendo Blue River. Si riparte con Arabesque, un valzerone vagamente circense che potrebbe riportarci, sempre per l’utilizzo del controcanto femminile, al lavoro di un altro maestro nell’utilizzo di questo escamotage sonoro, il grande Leonard Cohen, mentre la seguente Death By Snakebite è un brano più elettrico ed elettrizzante, con una slide sullo sfondo e la voce di Himmelman che vira verso toni vocali vagamente alla Costello,  molto bello il crescendo finale valorizzato ancora una volta dalle voci femminili.

Midnight In The Morning è una composizione intimista, tenue e rarefatta, in cui la voce di Peter, quasi tremula, si avvale dello splendido controcanto delle due co-protagoniste che sarebbe riduttivo definire coriste; seguono Call From The Road con il battito cadenzato delle mani, poi reiterato, ad introdurre un’altra notevole costruzione sonora che si avvicina anche, per certi versi, all’universo sonoro di un gruppo come i Cowboy Junkies, mai banali nelle geniali intuizioni dei fratelli Timmins e il lamento acustico cadenzato di Behind Me, screziato da noise e melodia come nelle migliori intuizioni del compianto Vic Chesnutt. Si cambia ancora ritmo con Can’t Outrun The Things e Ash & Chickenwire, dove batteria, percussioni e le  chitarre spiegate nonché l’immancabile sostegno delle voci delle “ladies”, soprattutto nel secondo brano, potrebbero ricordare vagamente un Meat Loaf meno caciarone e più intellettuale e ci regalano due brani, ricchi, elettrici e trainanti. Con Help Me Build a Ladder e 1000 Blackbird,s con piacere si riscopre l’Himmelman cantautorale ed intimista del passato, mentre la conclusiva Send It Up (vagamente radiofonica) è un brano rock con le chitarre sugli scudi, sulle orme del Tom Petty meno convenzionale.

Are You There, frutto di questo “progetto” Minnesota, si presenta come un lavoro complesso, ricco di mille suggestioni sonore, piccole perle musicali, con arrangiamenti fuori dagli schemi abituali, dove trovano spazio diversi generi, che rispondono ai modelli di gente come Costello, il miglior Parker, qualche piccola traccia del “nativo” (del Minnesota) Dylan e il Boss, senza però essere figli di nessuno. Per chi scrive uno dei lavori migliori di questo 2012, e la possibilità di scoprire (o riscoprire) il talento di Peter Himmelman, un musicista che ha ancora molto da dire.

Purtroppo il disco non è di facile reperibilità, disponibile solo per il dowload, anche transitando per il loro sito http://www.minnesotaband.com/ e qui li potete ascoltare dal vivo minnesota-with-peter-himmelman-on-mountain-stage

Tino Montanari

26/09/2012

Tre Pere E Palla Al Centro! Dwight Yoakam - 3 Pears

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Dwight Yoakam - 3 Pears - Warner Nashville

Come già scritto da Bruno tempo fa in uno dei suoi post in cui annuncia le uscite future, in Italia il termine “3 pere” ha connotati calcistici, di solito irrisori nei confronti della squadra che ha subito la sconfitta incassando, appunto, tre reti (e meno male che le pere non erano due, se no si finiva a parlare di anatomia femminile…).

Titolo un po’ idiota a parte (e digiamolo, direbbe La Russa), e copertina perfettamente in linea…pure, sono molto contento di avere finalmente tra le mani il nuovo disco di Dwight Yoakam, sicuramente il miglior countryman degli ultimi 25 anni, a ben un lustro di distanza dalla sua precedente fatica, Dwight Sings Buck, composto però totalmente di covers del suo idolo Buck Owens: per avere un disco di brani originali, bisogna infatti risalire al 2005, quando uscì il discreto Blame The Vain, che precedeva a sua volta di due anni quel Population Me che è il preferito in assoluto del sottoscritto (assieme a Buenas Noches From A Lonely Room, If There Was A Way e This Time.

La cosa che mi fa più piacere è notare che Dwight non ha perso un’oncia del suo smalto: 3 Pears è un signor disco, suonato alla grande, cantato ancora meglio (ma la voce di Yoakam non la scopriamo oggi) e prodotto con grande pulizia e professionalità da Dwight stesso (da circa dieci anni infatti il nostro ha rinunciato alla collaborazione di Pete Anderson, e di conseguenza ha anche dovuto imparare a suonare meglio la chitarra, avvalendosi solo saltuariamente di contributi esterni, in questo disco Eddie Perez in pochi brani). In un paio di pezzi Dwight si è addirittura rivolto al reuccio del pop alternativo Beck (grande appassionato di country comunque), ma se la cosa non fosse specificata nelle note del booklet non ci si accorgerebbe neppure della differenza.

Dwight non cambia infatti di una virgola il suo suono, anche se rispetto ai primi dischi l’elemento honky-tonk è praticamente sparito: ormai Yoakam è un musicista completo, che trascende il genere country, ed i suoi brani sono una miscela vincente di rock, pop, rock’n’roll (come? Sì certo, anche country…), suonati con grinta da vero rocker e cantati con la gran voce che tutti conosciamo. Un ottimo album, dunque, che ci restituisce un artista in perfetta forma, cosa che non era scontata, specie alla luce degli anni di assenza e del fatto che Blame The Vain fosse un piccolo passo indietro rispetto a Population Me.

Il disco parte alla grande con la splendida Take Hold Of My Hand, un brano scintillante tra country e rock californiano, dal sapore anni ’60 (quasi una costante per lui) e strumentazione limpida: un inizio perfetto. Ancora atmosfere d’altri tempi con Waterfall, un lentaccio senza però momenti troppo languidi (anzi, le chitarre sono elettriche e la batteria pesta di brutto); Dim Lights, Thick Smoke è l’unica cover del disco (il classico per antonomasia di Joe Maphis, poi ripreso da decine di artisti, dai Flying Burrito Brothers a Marty Stuart), nel quale Dwight rocca e rolla di brutto: gran ritmo, voce pure, sembrano i Blasters dei bei tempi.

Trying, introdotta da un organo malandrino, è una ballata che avrebbe fatto gola anche a Roy Orbison, Dwight canta come sa e la band lo segue come un rullo; l’attacco elettrico di Nothing But Love è degno di Tom Petty, di country c’è poco, Dwight arrota che è un piacere e dimostra di essere molto migliorato nell’uso della sei corde; It’s Never Alright, pianistica e dai toni quasi gospel, è un lento da taglio delle vene, un’altra delle specialità della casa: strumentazione molto classica (i fiati sono la ciliegina sulla torta) e Yoakam che canta, indovinate?...benissimo!!!

A Heart Like Mine è il primo dei due brani prodotti da Beck, una rock song con accenni pop quasi beatlesiani (e forse qui si vede la mano del produttore), una deviazione piacevole e perfettamente in linea con il resto; Long Way To Go è puro country rock, arioso, fresco, limpido, un tipo di canzone che riesce facile al cappelluto Dwight (con due “p”, dato che se si toglie lo Stetson la fronte è spaziosa alquanto). Missing Heart (ancora con Beck) è una ballata molto classica, quasi crepuscolare, direi influenzata da Gram Parsons, con un ottimo intervento di steel guitar; 3 Pears (titolo ancor più strano dal momento che nel testo Dwight dice “3 pairs”, tre paia, e non tre pere) è ancora rock, pulito e fluido, con la batteria che picchia più che mai.Chiudono il disco la bellissima Rock It All Away, ancora puro rock dal riff granitico (almeno per un disco che trovate negli scaffali del country), anch’essa figlia di Petty e Springsteen, e la ripresa per voce e piano, decisamente toccante, di Long Way To Go, quasi un’altra canzone rispetto alla versione full band.

La battuta è troppo facile: Dwight Yoakam segna tre pere e porta a casa il risultato pieno…ma alla fine è proprio così!    

Bentornato.

Marco Verdi

14/09/2012

Ecco Un Altro Che Non Sbaglia Un Colpo! Chris Knight - Little Victories

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Chris Knight - Little Victories - Drifter’s Church CD

Tra tutti i nuovi musicisti del panorama rock Americano, Chris Knight (che nuovo non è, essendo nato nel 1960) è certamente uno dei più dotati di talentoOriginario del Kentucky, ma texano d’adozione (è stato addirittura nominato texano onorario dal governatore dello stato Rick Perry, evidentemente un suo fan), Knight si è fatto conoscere a piccoli passi, senza mai svendere la sua musica o flirtando con una major (solo il suo esordio, Chris Knight, uscì nel 1998 per la Decca, che siccome ci vide lungo lo lasciò subito a casa…): oltre a scrivere brani di successo per artisti in ambito country (tra cui Montgomery Gentry, Randy Travis e John Anderson), ha pubblicato diversi album a suo nome, tutti di livello tra il buono e l’ottimo, conquistandosi una bella fetta di pubblico anche fuori dal Texas.

Erroneamente giudicato anch’egli un cantante country, Chris è in realtà un rocker dal pelo duro, figlio (musicalmente parlando) di gente come John Mellencamp (il più vicino, anche per il timbro vocale), Steve Earle, Bruce Springsteen e John Fogerty(al quale invece assomiglia fisicamente): la sua musica è tesa, chitarristica e vibrante, senza spazio per sdolcinature di sorta, ed anche i testi parlano di piccole storie quotidiane, di amori finiti male, di gente con mille problemi. Chris è un vero rocker, e se a tratti sembra assomigliare un po’ troppo ai suoi modelli di riferimento (specialmente a Mellencamp) si eleva dalla massa per la bellezza delle canzoni, oltre che per la forza e convinzione con le quali le propone.

In più, sa cercare anche i produttori giusti per la sua musica: Heart Of Stone, uno dei suoi dischi migliori, vedeva la presenza alla consolle di Dan Baird, mentre questo Little Victories (il suo ottavo album in totale), che è ancora meglio, è prodotto da Ray Kennedy, già stretto collaboratore di Steve Earle e perfettamente a suo agio con queste sonorità; come ciliegina, il disco vede anche diversi ospiti di nome (che vi citerò man mano), anche se talvolta utilizzati in maniera bizzarra (e vedremo perché). Si inizia alla grande con In The Mean Time, che ricorda subito il Mellencamp più rocker: inizio acustico (voce, chitarra e mandolino), poi entrata micidiale di batteria e chitarre elettriche (Mike McAdam, un nome da tenere d’occhio); un brano duro, teso, diretto come un pugno nello stomaco, puro rock’n’roll, altro che country. Missing You non abbassa i toni (anzi), ritmica alla Rolling Stones, chitarra alla Fogerty e voce in stile Cougar: detto così sembra la fiera del già sentito, ed invece Chris riesce a far convivere tutte le sue influenze ed a creare qualcosa di personale.

In questi due brani vediamo come primo ospite anche Buddy Miller, ma solo come backing vocalist, e quindi poco riconoscibile. You Lie When You Call My Name è ancora puro Cougar (qui più che mai, provate a chiudere gli occhi e non noterete differenze), un altro brano teso ed affilato come una lama, dove il violino (suonato da Tammy Rogers) viene usato come lo usava Lisa Germano su The Lonesome Jubilee. Loydown Ramblin’ Blues è il tipico brano che si potrebbe ascoltare in una stazione di servizio americana, di quelle in mezzo al nulla: elettrica, tirata allo spasimo, ricorda certe cose di Tom Petty, con un assolo centrale di chitarra che è una goduria. Nothing On Me è invece una grande ballata elettroacustica, dalla splendida melodia, cantata con il cuore, un brano che ci mostra di che pasta è fatto Knight: una delle migliori del disco.

Little Victories, ancora lenta (ma la batteria picchia sempre duro) è un’altra sublime prova di cantautorato, con il suo ritornello di grande impatto emotivo: più va avanti e più il disco cresce. La saltellante You Can’t Trust No One è finora la più country, ed è l’ennesimo brano di prima scelta: il mandolino guida, l’elettrica risponde e Chris ci accompagna lungo tutta la canzone con una melodia solare che ha molti punti di contatto con la musica dei Creedence. Out Of This Hole, acustica, è un altro mezzo capolavoro, e dimostra che il nostro, pur essendo un rocker, è in grado di fare grande musica anche con solo una chitarra acustica; Jack Loved Jesse (scritta e suonata con Dan Baird) ci riporta in ambito rock, con la chiara influenza ancora di Fogerty (sembra uno dei suoi brani swamp).

Hard Edges, guidata dal banjo, è una tenue ballata rurale, con la presenza del grande John Prine alla seconda voce, e qui c’è la bizzarria di cui parlavo prima (già sperimentata con Miller): hai Prine che canta su un tuo disco e lo seppellisci nei backing vocals, rendendolo praticamente irriconoscibile, senza fargli cantare neppure una strofa da solo? Questa è l’unica cosa discutibile, a mio parere, di un disco pressoché perfetto. Chiude l’album The Lonesome Way, ennesimo pezzo roccato e solido come una roccia. Chris Knight è ormai una bella realtà del panorama musicale americano, e solo la miopia delle majors fa sì che debba rimanere un musicista di culto.

Marco Verdi

27/05/2012

A Volte I Primi Ascolti Ingannano. Gran Disco! Alejandro Escovedo - Big Station

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Alejandro Escovedo - Big Station - Fantasy/Universal - 05-06-2012

Un paio di giorni fa vi avevo espresso delle perplessità parziali ad un primo ascolto del nuovo album di Alejandro Escovedo Big Station. Ritiro tutto, a volte i primi ascolti ingannano, specie se fatti con una copia promo incisa a basso volume ed ascoltata su un CD walkman. Nella giusta prospettiva di ascolto il disco ri(acquista) tutta la dignità di un buon/ottimo prodotto.

Escovedo è in pista dal 1978, il suo primo gruppo i Nuns aprì l'ultima data del tour americano dei Sex Pistols di quell'anno e i Rank and File e i True Believers, le band successive, hanno, più o meno, rispettivamente, "inventato" il country punk, l'Americana e il Paisley Rock/Neo Psichedelia. Senza contare undici album da solista, compreso questo Big Station. Che è prodotto da Tony Visconti (confermato dai precedenti dischi) e scritto e suonato con Chuck Prophet, anche lui confermato: quello che ad un primo ascolto mi sembrava un fastidioso suono elettronico (soprattutto nella batteria) è il classico sound del grande produttore inglese, molto attento al suono del basso e di una batteria "cavernosa" ma anche alle chitarre ed ai particolari degli arrangiamenti in generale.

L'accoppiata Visconti/Escovedo questa volta non è arricchita, come in Street Songs Of Love, dalla presenza di pezzi da novanta come "l'amico" Springsteen o Ian Hunter, che però sono presenti idealmente nell'approccio musicale del disco. A fianco di una scarica di adrenalina come l'iniziale Man Of The World che potrebbe essere la versione riveduta e corretta di Summertime Blues come la farebbero Petty e Springsteen in una improvvisata jam, ci sono brani come la title-track Big Station che suona come un incrocio tra il sound dei primi Talking Heads, il "vecchio" Bowie e i coretti sixties dei New York Dolls delle origini, probabilmente Karla Manzur e Gina Holton sono le voci femminili che si aggiungono ai Sensitive Boys che suonano nel disco, tiro a indovinare visto che non ho letto il libretto del CD. Sally Was A Cop è una minacciosa ballata futuribile sulle battaglie tra i cartelli della droga nel Messico attuale, con un ritmo incalzante, interventi di una tromba con il "mute" e del sax, piccole percussioni: la nipote Sheila E.? In un'intervista ha detto che vorrebbe collaborare di più con lei! Ma nella stessa intervista si è proposto ai Thievery Corporation per eventuali remix. Lascia perdere Alejandro. Se ognuno ha un suo pubblico una ragione ci sarà!

Bottom Of The World sembra, a chi scrive, una versione moderna di Eve Of Destruction cantata da Bob Dylan ma anche da Petty, Hunter o Springsteen che sono tre grandi ammiratori del citato Bob oltre che punti di riferimento per Escovedo, quindi tutto torna. Anche la tromba "mutata" e il sax tornano in Can't Make me Run che ha quel groove alla Streets Of Philadelphia, meno minaccioso, più scandito con echi spagnoleggianti e anche un dejà vu sonoro personale di uno dei tanti "new Dylan" di inizio anni '70, quell'Elliott Murphy che tanto ci (mi) piace. San Antonio Rain è uno di quei brani tipicamente texani che potrebbe provenire dalla penna di Escovedo, come è il caso, ma potrebbero averlo scritto anche Joe Ely o Tom Russell, comunque la si giri una bellissima e struggente ballata con un evocativo controcanto femminile, interventi di violino e di una chitarra vecchio stile, anni '50, di Chuck Prophet, gran bella musica.

Quando è partita Headstrong Crazy Fools mi sono detto "da dove è uscita questa cover di Tom Petty", su che disco era? Con citazioni dylaniane nel testo, un ritmo quasi dance, ma allo stesso tempo rock, una volta nelle discoteche si ballava il rock, pensate ai vecchi brani di Bowie! Common Mistake, oltre ad essere quello che stavo commettendo verso questo disco, potrebbe essere un brano tratto dal primo Talking Heads, sincopato e leggermente schizzato fino al cantato alla David Byrne prima maniera. Never Stood a Chance con il "chitarrone" di Prophet a dettare il tema musicale è un'altra ballata atmosferica di grande fascino mentre Party People è una qualche outtake di Bowie che Tony Visconti aveva nel cassetto. Too Many Tears ancora con questo melange di sonorità moderne tra Bowie, echi morriconiani ma anche dei Wall Of Woodoo/Stan Ridgway e il suono dell'ultimo Steve Wynn imbevuti dalle sferzate chitarristiche di Prophet che impazza per tutto il brano. La conclusione, anomala, è affidata a una rivisitazione di Sabor A Mi, la prima volta di Alejandro Escovedo in un brano cantato in spagnolo, un brano di Alvaro Carrillo del 1959 che sarà anche della grande tradizione melodica messicana ma non c'entra molto con il resto, comunque non inficia il giudizio più che positivo per questa nuova fatica del rocker texano: 60 anni, portati molto bene!

Per essere irriverente (citando un grande Lui) non ho avuto neppure bisogno che mi "corigeste", me se ne sono accorto da solo che era bello.

Bruno Conti

09/04/2012

"Potere E Gloria" Di Un Songwriter! Bill Mallonee

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Bill Mallonee - The Power & The Glory Self-released– 2012

A distanza di sette anni dall’ultimo lavoro Friendly Fire (2005) (ma ne ha pubblicati altri 3 di difficile reperibilità, come quest'ultimo), torna Bill Mallonee, ex-leader dei Vigilantes of Love, che sono stati una delle più fertili e ignorate formazioni del circuito roots-rock, attivi dalla fine degli anni ’80 e veri precursori del suono “americana”. Purtroppo il talento di Bill non è mai stato troppo valorizzato, nonostante amicizie importanti (per esempio Peter Buck dei R.E.M.) e alcuni album davvero notevoli per sostanza, qualcuno inciso anche per la prestigiosa Capricorn Records (su tutti per chi scrive Blister Soul  del 1995). Per inquadrare meglio il personaggio di cui stiamo parlando, questo “longevo” songwriter di Athens in Georgia (una carriera che dura da più di 20 anni), è stato inserito dalla prestigiosa rivista musicale Paste, fra i 100 autori viventi più importanti (per gli amanti delle statistiche al 65° posto).

L’amore profondo per la musica di artisti quali Dylan e Neil Young, ha lasciato un segno indelebile nella sua scrittura, che spazia da un folk-rock lirico a energiche ballate che ricordano lo Young appena citato, fino a brani che riportano ai tempi del “college rock” americano dei primi R.E.M.. In questo The Power & The Glory, Bill Mallonee (voce, chitarre e armonica), si affida ad una sezione ritmica collaudata formata da Bert Shoaff al basso e Kevin Heuer alla batteria e percussioni, mentre la novità è rappresentata dalla presenza della graziosa moglie Muriah Rose al piano, organo e voce, che si dimostra ideale contrappunto alle varie tematiche musicali del marito.

Le iniziali Carolina, Carolina e The Shakers & Movers sono puro rock’n’roll con riff di chitarra e feedback, mentre la seguente Just to feel the Heat sembra uscita dai solchi del grande Tom Petty. From the Beats Down to the Buddha è una ballata aperta dall’accompagnamento classico, chitarra, organo e basso, con una melodia memorizzabile, mentre Go To Sleep With the Angels è forse il brano più normale del disco. The Ghost That I Run With è un country rock cadenzato dal refrain orecchiabile, cui segue un’ariosa Stop Breaking’ Down che piacerebbe di sicuro a Willie Nile.

Bring You Around ha una base puramente rock ed un ritornello vincente, mentre Spring in Your Spirit è una ballatona affascinante, dallo script solido come una roccia ed un accompagnamento tenue ma di grande impatto, con la Muriah Rose al controcanto. Grande brano. Si alza il tiro con Keep The Home Fires Burning che sembra suonata dai mai dimenticati Crazy Horse, seguita dalla folkeggiante Ever Born Into This World, inizio attendista, ma poi si sviluppa in un “sound” aperto e ruspante. Chiude il disco la lunga Wide Awake With Orphan Eyes dal ritmo sostenuto e chitarre in spolvero nella parte centrale, un brano generoso con tanto “feeling”.

Bill Mallonee è un autore coi fiocchi (anche per quanto riguarda le liriche), scrive canzoni corpose, classiche, piene di sostanza, suonate in maniera impeccabile e senza sbavature, accompagnate da una voce molto espressiva con influenze talvolta “dylaniane”.  In definitiva una qualità medio alta (sarebbe un peccato non ascoltare queste incisioni), che segna in ogni caso un ritorno positivodopo una lunga pausa di Mr. Mallonee. Bentornato!

Tino Montanari