Quest’Uomo E’ Sempre Una Potenza! Tom Jones – Live On Soundstage With Alison Krauss

tom jones live on soundstage

Tom Jones – Live On Soundstage w/Alison Krauss – BMG Rights Management CD+DVD

Tra i musicisti, come vogliamo chiamarli, “diversamente giovani”, Tom Jones è sicuramente uno di quelli che negli ultimi anni di carriera ha avuto una metamorfosi qualitativa (soprattutto a livello musicale, la voce è sempre stata strepitosa) veramente notevole: non è l’unico, pensiamo a Johnny Cash o a Neil Diamond, per parlare di due casi evidenti, ma ce ne sono stati altri magari meno conosciuti, come pure, in quantità maggiore, moltissimi che con l’andare del tempo sono invece decisamente peggiorati, ma questo vale anche per i giovani, purtroppo. Il cantante gallese ha avuto diverse fasi nella sua lunghissima carriera: prima il classico cantante pop, nell’Inghilterra degli anni ’60, uno dei rivali in classifica dei Beatles e degli Stones, con una serie di canzoni di successo famosissime, da Delilah a It’s Not Unusual, passando per il tema di Thunderball e Green Grass Of Home, poi c’è stata la fase dei concerti a Las Vegas (che comunque è durata fino al 2011), un lungo declino, soprattutto a livello discografico, e il ritorno, con un paio di “tormentoni” come Kiss e Sex Bomb che lo hanno fatto conoscere anche alle ultime generazioni. Il primo periodo quello del pop singer mainstream, per quanto fatto di canzoni appunto pop, spesso ha raggiunto livelli più che dignitosi, toccando anche il repertorio di Bacharach & David, classici della country music, il tutto sempre nobilitato dalla sua voce calda e potente.

Poi, improvvisamente, alla soglia dei 70 anni, nel 2010, ha deciso di dare una svolta radicale alla sua carriera, pubblicando il primo di una trilogia di album fantastici, aperta da un album come Praise And Blame, prodotto da Ethan Johns, e suonato (e cantato) da una serie di musicisti strepitosi, da Booker T Jones a Benmont Tench, Gillian Welch e David Rawlings, Dave Bronze, Bj Cole e Henry Spinetti, tra i grandi musicisti inglesi degli anni ’60/70; un disco dove gli elementi blues e gospel si fondevano con una certa roots music di qualità, con pezzi anche di Dylan e Billy Joe Shaver. I due dischi successivi, Spirit In The Room, ancora prodotto da Johns, e incentrato soprattutto sul repertorio dei grandi cantautori, e Long Lost Suitcase, un mix dei due precedenti con brani tradizionali e blues, alternati a canzoni dei Los Lobos, degli Stones e di Willie Nelson, hanno cementato questa rinascita. Per completare questo filotto di grandi album ora esce Tom Jones Live On Soundstage, registrato nel Granger Studio di Chicago dove si registra il celebre programma della PBS Soundstage: e lo fa presentandosi con una band da sogno, con Doug Lancio (il chitarrista di John Hiatt e mille altri), Marco Giovino alla batteria e direttore musicale, Tom West, a piano, organo e fisarmonica, Neal Pawley, trombone e chitarre aggiunte, e Viktor Krauss al basso, che si è portato anche la sorella Alison Krauss, voce duettante e violino in tre brani; molto meglio del precedente Live di Jones dove a duettare c’era l’anglo-australiano John Farnham.

Inutile dire che il concerto è bellissimo, da ascoltare, ma anche da vedere, meglio, nel DVD allegato, con Tom Jones che è sempre il consumato performer che tutti conosciamo, veterano di migliaia di concerti e che tiene subito in pugno il pubblico fin dall’apertura: affidata ad una intima ed intensa Tower Of Song di Leonard Cohen, con un bel arrangiamento che privilegia la chitarra acustica di Lancio e il piano elettrico di West, poi entra in modo discreto il resto della band quando il brano si apre sulla melodia della splendida canzone. I ritmi si alzano subito con il gospel tradizionale Run On, un brano che Jones racconta era uno dei preferiti di Elvis e i due la cantavano spesso in privato, senza averla mai incisa insieme, fatta a tempo di rock&blues alza subito la temperatura del concerto, grande versione e che voce; Strange Things di SisteRosetta Tharpe viene fatta tra R&R e blues, tra ritmo e divertimento, con il piano protagonista. Non mancano i vecchi classici di Tom, la prima ad apparire in scaletta è Delilah, in versione 2.0, con elementi rootsy e una fisarmonica malandrina, ma il pezzo rimane una sorta di valzer senza tempo con Lancio che inizia a scaldare la chitarra; Take My Love (I Want To Give It), viene da Long Lost Suitcase ed è un bel rock-blues poderoso di nuovo con Doug Lancio in evidenza, A questo punto, accolta da un grande applauso, sale sul palco Alison Krauss, e i due intonano una deliziosa Opportunity To Cry, un pezzo di Willie Nelson che è country puro, seguita da Raise A Ruckus un traditional dove la Krauss imbraccia anche il suo violino guizzante e si va di bluegrass a tutto tondo, con l’intermezzo dixieland del trombone.

Elvis Presley Blues, il brano della coppia Welch e Rawlings è l’occasione per ricordare un vecchio amico, un episodio dall’atmosfera malinconica e di grande fascino, solo la voce di Jones e la chitarra con riverbero di Lancio. Altro grande brano è Soul Of A Man, un vecchio blues di Blind Willie Johnson con un incisivo Lancio alla slide e pure If I Give My Soul di Billy Joe Shaver non scherza, una bellissima country ballad cantata con passione da Jones, che poi ribadisce la sua serata magica con una sanguigna rilettura di un John Lee Hooker d’annata con una Burning Hell da manuale, di nuovo con Lancio alla slide, sembrano quasi i Led Zeppelin; eccellente anche Don’t Knock, il pezzo degli Staples Singers, che è quasi R&R puro, con il call and response coinvolgente con il resto della band. A questo punto torna Alison Krauss per una folata country-rock-gospel in una  Didn’t It Rain con tocchi stonesiani, ma Tom non può esimersi anche dal cantare un altro dei suoi standard assoluti, con una versione di grande pregio di Green Green Grass Of Home che diventa una country ballad splendida, quasi commovente. ‘Til My Back Ain’t Got No Bone è soul purissimo dal repertorio di Eddie Floyd, molto bluesy e ancora con quella voce incredibile in azione, persino Kiss in questa veste sonora rootsy e rinnovata diventa un funky maligno e divertente (beh, quello lo era già, pero niente Sex Bomb per fortuna, anche se la canta sempre dal vivo). Ci avviamo alla conclusione ma c’è tempo ancora per una potentissima I Wish You Would che in quanto a grinta non ha nulla da invidiare alla versione degli Yardbirds, con Lancio che titillato da Jones strapazza la sua chitarra, e poi, naturalmente per gli altri cavalli da battaglia, Thunderball e It’s Not Unusual, sempre in modalità Deluxe per chitarra acustica, trombone e fisarmonica, per salutare infine il pubblico presente ad un concerto magnifico con una What Good Am I? di Bob Dylan che è la ciliegina sulla torta di una serata da ricordare e questo Live, tra i migliori di questa annata, ne è la documentazione fedele.

Bruno Conti

Comunque Lo Si Giri Un Gran Bel Disco! Samantha Fish – Chills & Fever

samantha fish chills & fever

Samantha Fish – Chills And Fever – Ruf Records

All’incirca ogni paio di anni la giovane chitarrista e cantante di Kansas City si presenta con un nuovo album e ogni volta cerca di stupire il proprio pubblico con proposte sempre fresche, varie ed accattivanti. Dopo i primi due album prodotti da Mike Zito (ma c’era stato anche un disco dal vivo autoprodotto Live Bait, che l’aveva fatta conoscere ai tipi della Ruf), inframezzati da un paio di album della serie Girls With Guitars, nel 2015 Samantha Fish si era trasferita in quel di Memphis, Tennesse (ma non solo, anche Louisiana e Mississippi) per registrare sotto la produzione di Luther Dickinson l’eccellente Wild Heart, un disco che univa lo stile più rock ed immediato dei primi due dischi, con le radici roots e blues del nuovo album, dove accanto alle notevoli doti di chitarrista metteva in mostra anche un costante miglioramento dal lato vocale, con influssi soul nel suo cantato http://discoclub.myblog.it/2015/06/10/giovani-talenti-si-affermano-samantha-fish-wild-heart/ .

Passano altri due anni e per questo nuovo Chills And Fever la troviamo in quel di Detroit, Michigan, sede ai tempi della gloriosa Tamla Motown, ma anche di una florida scena rock, e poi, in tempi più recenti, di una nuova ondata di talenti in ambito garage-rock e neo-soul: con la produzione di Bobby Harlow, vecchio sodale di Jack White agli inizi della loro carriera a Detroit, nei Go,  impegnato anche con altre band del circuito alternativo locale, tra cui i Detroit Cobras, gruppo etichettato come “Garage Rock Revival, e che, anche se non pubblicano nuovi album da una decina di anni, sono tuttora in attività, come testimonia la loro presenza nel nuovo disco della Fish: ben quattro di loro, Joe Mazzola alla chitarra ritmica, Steve Nawara al basso, Kenny Tudrick alla batteria e Bob Mervak, al piano elettrico e organo, innervati da un paio di fiati ingaggiati in quel di New Orleans, Mark Levron alla tromba e Travis Blotsky al sax. Lei si è infilata in un corpetto sexy, un paio di pantaloni leopardati e armata della sua chitarra elettrica ci regala un ennesimo disco di valore, dove tutti gli elementi citati ci sono, ma il risultato è un album dove il suono si nutre di soul, R&R, qualche deriva garage e punk, ma solo nell’attitudine, visto che il CD ha un sound molto raffinato e ricco di elementi vintage, attraverso una nutrita serie di cover che pescano nel passato, con la voce della brava Samantha sempre più autorevole e ricca di mille nuances.

L’apertura è affidata ad una scintillante He Did It, un vecchio brano delle Ronettes che era anche nel repertorio dei Detroit Cobras, con i vorticosi interventi della chitarra, un ritmo incalzante, i fiati sincopati, la voce pimpante della Fish, veramente splendida, e un’aria di festa e good time music che mettono subito l’ascoltatore in una gioiosa condizione d’animo. La title track, anche se forse non provoca “brividi e febbre”, è una vera delizia nu-soul, più che alla versione di Tom Jones di inizio anni ’60,  si ispira allo stile sexy e felpato della Amy Winehouse del periodo in cui era accompagnata dai Daptones, con piano elettrico e fiati che affiancano la voce felina della brava Samantha, che inchioda anche un breve e misurato solo della sua solista in modalità wah-wah; e pure Hello Stranger, con un organo alla Timmy Thomas, ed uno splendido e raffinatissimo arrangiamento soul, rimanda all’originale di Barbara Lewis, un’altra musicista nativa di quell’area, con la voce della nostra amica sempre accattivante e un intervento della solista di gran classe. It’s Your Voodoo Working, è stata una hit minore per tale Charles Sheffield, cantante R&B misconosciuto della Louisiana, una ulteriore piccola perla di questo Chills And Fever, musica che fa muovere mani e piedi, senza dimenticare il lavoro sempre di fino della chitarra.

Hurt’s All Gone, scritta da Jerry Ragovoy, la faceva Irma Thomas, ed è uno splendido midtempo di stampo soul, con fiati e chitarra sempre incisivi, mentre ignoro di chi fosse You Can’t Go, ma è un altro vorticoso errebi dove tutto fila a meraviglia, soprattutto la chitarra di Samantha. Either Way I Lose era nel repertorio di Nina Simone, e questa versione cerca di mantenere, riuscendoci, lo stile raffinato della grande cantante nera, Never Gonna Cry è un’altra oscura rarità di tale Ronnie Dove (?!?), una malinconica love ballad di stampo sixties, che fa il paio con Little Baby, un brano che ha il ritmo e la stamina della famosa Shout degli Isley Brothers, incalzante e irresistibile, con il lavoro della solista sempre perfetto. Che altro aggiungere? Crow Jane è il vecchio pezzo di Skip James, con la Fish alla cigar box guitar, per l’unica concessione al blues puro, ma anche le restanti Nearer To You, You’ll Never Change, la lunga Somebody’s Always Trying, con un assolo di chitarra micidiale, e la cover del vecchio successo di Lulu I’ll Come Running Over, quasi alla Blues Brothers, sono altri ottimi esempi di soul e R&B suonati e cantati con piglio e convinzione, Non si sa se apprezzare di più il lavoro della voce, della chitarra o la produzione di Harlow. Comunque lo si giri un gran bel disco.

Bruno Conti