Un Vero Cantastorie Della Musica “Americana”. Tom Russell – Folk Hotel

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Tom Russell – Folk Hotel – Frontera Records/Proper Deluxe Edition

Tom Russell, nella sua lunga carriera, ha sfornato diversi “concept album” di sicuro interesse, uno dedicato alle “western songs” Indians Cowboys Horses Dogs (04), e soprattutto la bellissima, e in parte innovativa, “trilogia” iniziata con The Man From God Knows Where (una saga familiare che narra la storia della famiglia Russell (99), proseguita con Hotwalker (un viaggio a ritroso nella memoria e nella storia dell’America (05), e conclusa (per ora) con l’affascinante The Rose Of Roscrae (una saga popolare che parte dall’Irlanda e raggiunge il Canada (15) http://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ . Alcuni puntualmente recensiti su queste pagine: fino ora ad arrivare a questo nuovo lavoro Folk Hotel, un intrigante album, ricco di argomenti su personaggi e storie della provincia americana, raccontate al Chelsea Hotel di New York (raffigurato sulla cover del disco, dipinta dallo stesso Russell), tanto caro al grandissimo Leonard Cohen (di cui sentiamo la mancanza), e ad altri artisti di quel periodo. Folk Hotel come consuetudine è stato registrato ad Austin in Texas presso lo studio Congress House, e il buon Tom (che suona anche parte degli strumenti), è aiutato dalla presenza di illustri musicisti della scena “roots” americana, come il mitico e amico fisarmonicista Joel Guzman (Joe Ely e Los Lobos fra i tanti suoi “clienti”), Mark Hallman alle percussioni e bouzouki, Redd Volkaert alle chitarre, Augie Meyers al pianoforte e voce, Hansruedi Jordi alla tromba, e come graditi ospiti i nostri Max De Bernardi e Veronica Sbergia rispettivamente alla chitarra e washboard e armonie vocali, nonché con Joe Ely e la brava Eliza Gilkyson a duettare con lui, il tutto prodotto dallo stesso Russell con Mark Hallman.

La canzone d’apertura Up In The Old Hotel (si riferisce al famoso libro di Joseph Mitchell) è una dolce ballata con l’intro della tromba di Jordi e dove si sente subito l’impronta di Guzman, per poi passare subito alle atmosfere “messicane” di una spumeggiante Leaving El Paso, cantata in duetto con Eliza Gilkyson,  a seguire le trame acustiche di una accorata e soave I’ll Never Leave These Old Horses (dedicata al leggendario Ian Tyson), e poi ancora un duetto con la Gilkyson nell’elegia musicale The Sparrow Of Swansea (scritta con Katy Moffatt e dedicata al poeta inglese Dylan Thomas), con una bella melodia che ricorda vagamente Streets Of London di Ralph McTell.  Le narrazioni “antiche” di Tom continuano con l’intro recitativo di All On A Belfast Morning (da una poesia del poeta di Belfast James Cousins), a cui fanno seguito il moderno bluegrass” di una “agreste” Rise Again, Handsome Johnny, dove fa una bella figura il duo italiano Max De Bernardi e Veronica Sbergia. Ci inchiniamo davanti alla bellezza di Harlan Clancy, dettata dalle note del pianoforte di Augie Meyers e dell’armonica di Tom, mentre The Last Time I Saw Hank è la classica ballata texana, che tanti presunti nuovi “fenomeni” probabilmente non saranno mai in grado di scrivere. Con The Light Beyond The Coyote Fence e The Dram House Down In Gutter Lane, Russell propone la parte più acustica del lavoro (brani perfetti da suonare sotto le stelle del Texas), a cui fa seguito il secondo recitativo di un’altra poesia totale come The Day They Dredged The Liftey / The Banks Of Montauk / The Road To Santa Fe-O, per poi volare col cuore in Danimarca per una struggente e triste The Rooftops Of Copenhagen (dedicata al navigatore danese Ove Joensen).

L’edizione deluxe è ampliata da una riscrittura di Just Like Tom Thumb’s Blues (del premio Nobel Bob Dylan  *NDB Nella stessa pagina del Blog oggi trovate anche l’anticipazione del nuovo cofanetto di Bob, il vol. 13 delle Bootleg Series Trouble No More, un fil rouge perfetto), che Tom canta in duetto con Joe Ely, accompagnati  entrambi dalla magica fisarmonica di Guzman, e dal blues acustico di Scars On His Ankles, un commovente incontro immaginario tra lo scrittore Grover Lewis e il grande cantante e chitarrista blues Lightnin’ Hopkins, due canzoni piuttosto lunghe, una di sei e una di nove minuti, quindi non dei riempitivi, anzi. Come nei dischi citati inizialmente, questo ultimo Folk Hotel come sempre è un gesto di grande affetto verso storie e personaggi che Tom Russell (romanziere, criminologo, oltre che artista e cantautore) ha certamente amato, dando vita a questa bella raccolta di canzoni, che ci confermano un cantautore ancora in piena forma (e anche prolifico visto il recente omaggio con Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia http://discoclub.myblog.it/2017/05/29/un-sentito-omaggio-da-parte-di-un-grande-musicista-ad-un-grande-duo-tom-russell-play-one-more-the-songs-of-ian-sylvia/ ), ed in grado di emozionare con ballate dirette che hanno la forza e la capacità di raccontare la sua America, ma soprattutto di scavare nella nostalgia della gente.

Tino Montanari

Un Sentito Omaggio Da Parte Di Un Grande Musicista Ad Un Grande Duo. Tom Russell – Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia

Tom Russell Play One More

Tom Russell – Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia – True North/Ird CD

Tom Russell è ormai diventato uno dei miei cantautori preferiti. Californiano di Los Angeles, ma con uno stile ed un suono decisamente texano, Tom è uno di quelli che in quasi quarant’anni non ha mai deluso, e soprattutto dagli anni novanta in poi ha sfornato un disco più bello dell’altro, album che rispondono ai titoli, solo per citare quelli che amo di più, di The Rose Of San Joaquin, The Long Way Around, The Man From God Knows Where (splendido), Borderland (ancora meglio), Indian Cowboys Horses Dogs e Mesabi  http://discoclub.myblog.it/2011/09/06/ma-allora-escono-ancora-dischi-belli-tom-russell-mesabi/ (solo un paio di lavori non mi avevano convinto più di tanto, il frammentario Hotwalker, quasi uno spoken word album, e l’esperimento con orchestra non pienamente riuscito Aztec Jazz). Dischi pieni di bellissime canzoni, di racconti sospesi tra folk, country, tex-mex (il confine col Messico è sempre stato molto presente in Russell) e cowboy songs, un artista talmente bravo che perfino le sue due antologie uscite quasi in contemporanea nel 2014 (Tonight We Ride e The Western Years) http://discoclub.myblog.it/2014/10/12/cowboys-tantissime-belle-canzoni-tom-russell-the-western-years/erano così belle da sembrare quasi due dischi nuovi. Quando sembrava che, dopo decenni di onorata carriera, Russell avesse già dato il suo meglio, ecco due anni fa l’uscita del suo capolavoro, The Rose Of Roscrae, un album formidabile, un disco straordinario che raccontava in due CD un’epopea western di grande intensità, un concept pieno di grandi canzoni e con una lista di ospiti da far tremare le gambe (Joe Ely, Jimmie Dale Gilmore, Augie Meyers, Jimmy LaFave, Ramblin’ Jack Elliott, John Trudell, Dan Penn, Ian Tyson e Guy Clark) http://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ .

Oggi Tom ritorna con un lavoro diametralmente opposto, registrato quasi in perfetta solitudine, con l’ausilio unicamente di Grant Siemens alle chitarre acustiche ed elettriche e di Cindy Church alle armonie vocali: Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia è, come recita il titolo, un omaggio da parte del nostro alle canzoni di Ian Tyson e Sylvia Fricker Tyson, duo folk canadese tra i più popolari negli anni sessanta, e da sempre tra le maggiori fonti di ispirazione di Tom. Ex marito e moglie nella vita, sia Tyson che la Fricker sono ancora tra noi, anzi Ian è ancora attivo musicalmente (Carnero Vaquero, il suo ultimo album uscito due anni fa, è molto bello http://discoclub.myblog.it/2015/07/10/vero-cowboy-canadese-ian-tyson-carnero-vaquero/ ), ma nel periodo di maggior successo hanno scritto davvero tante splendide canzoni, alcune delle quali sono state scelte da Tom per questo disco. E Russell ha fatto una scelta personale, omettendo i brani più noti, principalmente la leggendaria Four Strong Winds ma anche You Were On My Mind (sì, proprio la Io Ho In Mente Te dell’Equipe 84, non tutti sanno che è opera di Sylvia * NDB Grandissima la versione di Barry McGuire), ed optando per pagine più oscure del songbook dei due canadesi, ma non per questo meno interessanti (ci sono anche un paio di pezzi di cui Tom è co-autore, dato che conosce i due da anni), scegliendo di preservare la purezza delle melodie e non appesantirle con una strumentazione corposa: solo due chitarre e due voci, proprio come nei pezzi originali del duo.

Ed il disco, pur lontano dall’essere un’opera sul livello magnifico di The Rose Of Roscrae, funziona a meraviglia. Tom, oltre che un grande autore, si rivela un ottimo interprete, e l’idea di farsi doppiare in alcuni pezzi da una voce femminile, così da ricreare l’atmosfera originale, è vincente: in più, gli arrangiamenti scarni esaltano la purezza delle melodie, anche se forse qua e là una bella fisarmonica l’avrei inserita. L’album è decisamente unitario e compatto, e per questo non necessita a mio parere della solita disamina brano per brano, dato che le dodici canzoni presenti sono tutte allo stesso livello, siano esse delle ballate lente ed intense dal profumo di West (Wild Geese, Rio Grande, The Night The Chinese Restaurant Burned Down, splendida, la limpida cowboy song Old Cheyenne, o la cristallina Short Grass, dal pathos notevole, o ancora The Renegade, che sembra uscire dalla penna di Tom), oppure brani più vivaci, nei quali viene usata anche la chitarra elettrica (Thrown To The Wolves, Play One More, bellissima anche questa, o il quasi bluegrass Red Velvet). Per finire con la straordinaria When the Wolves No Longer Sing, forse la più bella di tutte le canzoni presenti, che non a caso è scritta insieme da Tyson e Russell. Come bonus finale, Tom ci regala due demo inediti di Ian & Sylvia, Grey Morning e la più nota The French Girl, nelle quali gli allora moglie e marito si dividono rispettivamente i compiti di voce solista.

Tom Russell proprio non ce la fa a fare dischi brutti e, anche se dopo il gran lavoro fatto con The Rose Of Roscrae si è preso una pausa dal songwriting, in Play One More abbiamo comunque il Tom performer, che non è di certo inferiore.

Marco Verdi

Il Vero Erede Di Chris LeDoux? Aaron Watson – Vaquero

aaron watson vaquero

Aaron Watson – Vaquero – Big Label Records/Thirty Tigers CD

Quella di Aaron Watson, countryman texano sulla scena da diversi anni, è una bella storia. Musicista vero, con le influenze giuste (Waylon Jennings, Willie Nelson ma anche Chris LeDoux per il suo approccio da singin’ cowboy), ha inciso dal 1999 al 2010 una decina di dischi di qualità, tra studio e live, creandosi un certo seguito, ma collezionando più complimenti che vendite vere e proprie. Real Good Time del 2012 è riuscito ad entrare nella Top Ten country, ma il botto vero Aaron lo ha fatto con The Underdog del 2015, che è arrivato dritto al numero uno ed addirittura nella Top 15 generale di Billboard, un successo in parte inatteso, anche perché per raggiungerlo il nostro non ha modificato una virgola del suo suono (un rockin’ country vigoroso, tipicamente texano) e soprattutto ce l’ha fatta senza il supporto di una major. Vaquero è il suo nuovissimo album, che conferma l’eccellente momento di Watson, in quanto è un disco di puro Texas country, in questo caso con molte canzoni ispirate dal confine con il Messico, quasi come se fosse un concept alla Tom Russell (e molti brani ricordano molto da vicino lo stile del cantautore californiano ma texano d’adozione, anche se Aaron è più country ed obiettivamente un gradino sotto come autore), suonato come sempre in maniera forte e senza fronzoli da un manipolo di ottimi musicisti (non ho i nomi in quanto sono in possesso di un pre-release CD, ma dovrebbero essere i musicisti della sua band, quindi nomi non noti, ma come detto di qualità) e cantato dal nostro con il consueto piglio fiero.

Il CD, prodotto con mano sicura da Marshall Altman (Brad Paisley, Frankie Ballard) è anche abbastanza lungo, sedici canzoni per più di un’ora di durata, anche se gli episodi leggermente sottotono non sono più di due-tre. Texas Lullaby fa partire il disco con il piede giusto, una bella ballata da vero cowboy, con un refrain decisamente accattivante, subito seguita dalla spedita Take You Home Tonight, puro country suonato con gli strumenti giusti e con un ottimo senso del ritmo, e poi Aaron ha anche una bella voce. These Old Boots Have Roots è un rockin’ country con il ritmo che quasi simula una galoppata in prateria, un pezzo trascinante e suonato alla grande (splendido assolo di violino, molto Charlie Daniels), la lenta Be My Girl calma un po’ le acque, senza l’utilizzo di zucchero in eccesso, mentre They Don’t Make ‘Em Like They Used To è una western ballad classica e nostalgica, con strumentazione acustica e ritmo veloce ma leggero. La deliziosa title track è una tex-mex ballad decisamente russelliana (non mi sarei stupito di trovare il nome di Tom tra gli autori), fluida e limpida, precede Outta Style, primo singolo e gran bel pezzo country-rock, mosso ed orecchiabile, anche se un filino più rotondo nei suoni (ma non più di tanto).

Run Wild Horses è più pop ed è anche la meno interessante finora, ma è un peccato veniale, anche perché il disco si riprende subito con la suggestiva Mariano’s Dream, ancora tra Texas e Messico, uno struggente slow strumentale costruito intorno ad una chitarra flamenco, un brano che poi confluisce nella notevole Clear Isabel, country & western texano al 100%, suonato come Dio comanda e con pathos da vendere, tra le più belle del CD. Già così ci sarebbe di che accontentarsi, ma ci sono ancora sei canzoni, tra le quali meritano senz’altro una segnalazione lo splendido honky-tonk One Two Step At A Time, con un arrangiamento deliziosamente retrò, la potente e ritmata Amen Amigo, la roccata Rolling Stone (d’altronde, con quel titolo…), un ottimo potenziale secondo singolo, e la conclusiva Diamonds & Daughters, tenue e bucolica. Non sappiamo se Vaquero bisserà il successo di The Underdog: se così fosse, avremmo la conferma inaspettata che nelle classifiche USA c’è spazio anche per il country di qualità. Esce oggi 24 febbraio.

Marco Verdi

L’Integrale Di Uno Dei (Pochi) Grandi Musicisti Italiani! Francesco De Gregori – Backpack Seconda Parte

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Ed eccoci alla seconda ed ultima parte dell’articolo.

Canzoni D’Amore (1992): il disco preferito dal sottoscritto, un lavoro ispirato, prodotto e suonato alla grande, dal suono ancora più rock di Miramare, e con un De Gregori in forma strepitosa e più arrabbiato che mai. Infatti il titolo è volutamente fuorviante, in quanto, a parte la tenera Bellamore, le canzoni parlano di attualità, con, per la prima volta, riferimenti precisi a personalità politiche (La Ballata Dell’Uomo Ragno, con la sua strofa in cui fa a pezzi Bettino Craxi) e non (la stupenda Vecchi Amici – la sua Positively 4th Street – in cui letteralmente distrugge qualcuno, alcuni dicono Venditti anche se Francesco non ha mai confermato). Sangue Su Sangue è un rock’n’roll con le contropalle, Adelante! Adelante! è una sontuosa ballata elettrica, la fluida Viaggi e Miraggi ha un testo bellissimo. E poi c’è la straordinaria Povero Me, una rock ballad superba, con un lungo ed ispirato assolo chitarristico finale.

Il Bandito E Il Campione (1993): forse il miglior disco dal vivo di De Gregori, nel quale il nostro rockeggia (Sangue Su Sangue, Vecchi Amici) e dylaneggia (Rimmel, Buonanotte Fiorellino) alla grande, supportato da una band coi fiocchi (Lucio Bardi e Vincenzo Mancuso alle chitarre fanno sfracelli). La title track, unica incisa in studio, è un ruspante country & western scritto dal fratello di Francesco, Luigi Grechi, anche se somiglia un po’ troppo a Billy The Kid di Charlie Daniels. In conclusione, una sorprendente live version di Vita Spericolata di Vasco Rossi, chiaramente migliore dell’originale.

Bootleg (1994): a meno di un anno da Il Bandito E Il Campione De Gregori pubblica un altro live, totalmente senza aggiustamenti o correzioni e con il minimo sindacale di missaggio. Un disco quindi ancora più roccato e diretto del precedente, con il quale ha qualche pezzo in comune, ed una sontuosa Viva L’Italia, oltre all’inedita Mannaggia Alla Musica, un pezzo scritto in origine per Ron.

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Prendere E Lasciare (1996): un album controverso, con una produzione troppo pop e radiofonica, poco adatta al nostro (ad opera di Corrado Rustici), che in parte rovina diversi brani che avrebbero figurato meglio senza troppi orpelli (e le future rese dal vivo di alcuni di essi lo confermeranno). La canzone di punta, L’Agnello Di Dio, ha un arrangiamento che la fa sembrare un pezzo di Zucchero, e buone cose come Rosa Rosae e Stelutis Alpinis, oltre alla splendida Un Guanto (la migliore del lavoro) avrebbero richiesto una mano più leggera. Gli unici due brani che vanno bene così sono la folkeggiante Fine Di Un Killer (con Francesco al banjo) ed una Battere E Levare voce e chitarra inserita come ghost track. Il disco è l’unico del nostro ad essere stato completamente inciso all’estero, per la precisione a Berkeley, sobborgo universitario di San Francisco popolarissimo durante la Summer Of Love.

La Valigia Dell’Attore (1997): doppio CD dal vivo, che ha qua e là delle sonorità un po’ rotonde e mainstream, risentendo in parte dei problemi di Prendere E Lasciare, anche se le canzoni incluse sono talmente belle che dopo un po’ non ci si fa caso. Ci sono anche tre inediti in studio: la maestosa title track, la roccata Dammi Da Mangiare (un brano minore), e soprattutto la splendida Non Dirle Che Non E’ Così, fedele e riuscita traduzione di If You See Her, Say Hello di Bob Dylan.

Amore Nel Pomeriggio (2001): De Gregori inaugura il nuovo millennio con un grande album (è nella mia Top 3 con Canzoni D’Amore e Rimmel), dai suoni stavolta “giusti” e con un mood roots-rock che è un piacere per le orecchie. Non mancano ovviamente le belle canzoni, come l’affascinante Caldo E Scuro, la gustosa country ballad Cartello Alla Porta, l’intensissima ballata pianistica Sempre E Per Sempre, il commosso omaggio a De Andrè con la riproposizione di Canzone Per L’Estate (scritta a quattro mani dai due ed incisa dal cantautore genovese negli anni settanta). Ed i due brani migliori: la fluida ballata rock Condannato A Morte (ispirata a Salman Rushdie) e la discussa, e per qualcuno revisionista, Il Cuoco Di Salò, dalla struttura melodica strepitosa e con la produzione di Franco Battiato.

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Fuoco Amico (2002): altro live, e forse il più bello insieme a Il Bandito E Il Campione. Di sicuro il più rock, con vere e proprie rivisitazioni chitarristiche del repertorio del nostro (solo Generale è voce e chitarra, ma la chitarra è elettrica); Bambini Venite Parvulos è quasi irriconoscibile, Un Guanto è una meraviglia, Condannato A Morte è anche meglio che in studio, c’è perfino l’inatteso recupero di La Casa Di Hilde, in puro stile Americana. Ma potrei citarle tutte.

Il Fischio Del Vapore (2003): sorprendente album in duo con la folksinger Giovanna Marini, nel quale il nostro ripesca vecchi brani della tradizione popolare (molti sono canti di lavoro) e li ripropone a volte con una veste elettrica, altre in maniera forse fin troppo filologica (e un po’ pesantina): canzoni come Sacco E Vanzetti, Il Feroce Monarchico Bava, Nina Ti Te Ricordi, Saluteremo Il Signor Padrone, Bella Ciao (nella versione originale delle mondine). Un’operazione che sarà anche meritoria e lodevole, ma a me questo disco non piace.

Pezzi (2005): Francesco torna a fare ciò che sa fare meglio, e pubblica uno dei suoi album più rock e dal suono più americano. Pezzi contiene una bella serie di canzoni, ancora una volta ispirate dall’attualità, come il singolo portante, la potente e frenetica Vai In Africa, Celestino! Ma c’è anche un rock-blues purissimo (Numeri Da Scaricare), una ballata di rara intensità (Gambadilegno A Parigi), un rock’n’roll trascinante (Tempo Reale), oltre alla splendida Il Panorama Di Betlemme, forse la migliore del lotto.

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Calypsos (2006): a meno di un anno di distanza da Pezzi, ecco a sorpresa un altro album di studio, un disco forse minore ma non privo di motivi di interesse, con un suono molto diverso dal predecessore, e canzoni più melodiche e meditate (l’unico vero rock è la rootsy Mayday), come la pianistica e dolcissima (nonostante il titolo) Cardiologia, l’eterea L’Angelo, la potente ballata anni sessanta La Linea Della Vita (con una struttura ed un botta e risposta voce-coro femminile che a me ricorda non poco certe cose di Leonard Cohen) e la conclusiva e saltellante Tre Stelle, forse in assoluto il brano più disimpegnato dell’intera carriera del nostro.

Left & Right (2007): ennesimo disco dal vivo, ed anche questo va inserito di diritto tra i più godibili di De Gregori, che ormai ha alle spalle una vera e propria rock band, tra le migliori in circolazione in Italia. Il suono è ancora ruspante e vigoroso, e la scaletta predilige gli episodi più recenti, con una strepitosa Numeri Da Scaricare posta in apertura (più di sei minuti di tostissimo blues elettrico), una Mayday decisamente dylaniana, la sempre bellissima Un Guanto, qui in versione country ballad, una Caldo E Scuro che è pura Americana, ed una rilettura quasi hard rock di L’Agnello Di Dio. Gli unici classici sono una rigorosa La Leva Calcistica Della Classe ’68, La Donna Cannone solo voce e piano, ed un arrangiamento di Buonanotte Fiorellino che la trasforma in un saltellante rock-blues.

Per Brevità Chiamato Artista (2008): altro ottimo disco, meno rock e più da songwriter, ma sempre con sonorità molto “americane”: la poetica ed ironica title track ha un arrangiamento ancora degno di Cohen, Finestre Rotte è un blues ricco di swing, le belle Ogni Giorno Di Pioggia Che Dio Manda In Terra e L’Angelo Di Lyon (traduzione fatta dal fratello Luigi di The Angel Of Lyon di Tom Russell) sono puro folk. E poi c’è il brano che fa più discutere, Celebrazione (nel quale il nostro prende decisamente le distanze dal ’68 e dai suoi significati, proprio nel quarantennale), proposto con una scintillante veste folk-rock byrdsiana.

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Pubs & Clubs (2012): ancora un live, ad oggi l’ultimo (ma il 3 Febbraio, tra pochi giorni dunque, uscirà Sotto Il Vulcano, un doppio CD registrato lo scorso Agosto a Taormina), inciso al The Place, un locale di Roma di appena cento posti. La scaletta è un mix equilibrato tra classici e brani più recenti, e le cose migliori sono una roboante e splendida Il Panorama Di Betlemme, Alice che diventa una deliziosa ballata folk, Battere E Levare trasformato in un trascinante bluegrass elettrico, e per la prima volta in un disco dal vivo la toccante Bellamore. Le chicche sono una rilettura in chiave blues elettrico di A Chi (grande successo di Fausto Leali) ed una Buonanotte Fiorellino suonata con la stessa base di Rainy Day Women # 12 & 35 di Bob Dylan.

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Sulla Strada (2012): ad oggi l’ultimo album di Francesco composto da brani inediti, ed a mio parere un passo indietro rispetto agli ultimi lavori, anche se comunque stiamo parlando di un buon disco. Di rock ce n’è poco (la title track, che non è certo tra le sue cose migliori, e la potente La Guerra, con un suggestivo ritornello corale) e si torna ad atmosfere più “italiane” ed anni settanta (Omero Al Cantagiro, Belle Epoque), ma con l’ispirazione abbastanza in calo. Il pezzo migliore è posto alla fine, la fluida ed avvolgente ballata Falso Movimento. (* NDB Nel 2013 è uscita una nuova limited edition, con diversa copertina e due brani in più. un libro fotografico, oltre a un DVD del backstage).

Vivavoce (2014): De Gregori fa un disco di cover di sé stesso, reincidendo 28 brani (è un doppio CD) più o meno famosi, ma attualizzando il suono ed il più delle volte cambiando gli arrangiamenti, come è solito fare dal vivo: i classici ci sono tutti (tranne Rimmel), ma anche diverse chicche. Ed il disco è splendido, con molti highlights: una toccante Alice eseguita in coppia con Ligabue, due voci e due chitarre, la potente Un Guanto nella sua miglior versione di sempre, Finestre Rotte che diventa un irresistibile rock’n’roll, una Natale ricca di swing, Niente Da Capire con il riff fischiettato (da un’idea di Lucio Dalla), una Vai In Africa, Celestino! che da rock song si trasforma in una sorprendente ballata, ed una Viva L’Italia molto più folk, con un arrangiamento che avrebbe dovuto essere quello originale. Non ci sono brani nuovi, ma trova posto una stupenda Il Futuro, traduzione ad opera del nostro dell’apocalittica The Future di Leonard Cohen.

De Gregori Canta Bob Dylan – Amore E Furto (2015): storia recente, il Principe che rifà il Menestrello (non avevo ancora usato nessun cliché…), anche se Francesco non sceglie la via più facile ed evita i superclassici, preferendo una selezione più personale. Ma per questo CD vi rimando alla mia recensione dell’epoca http://discoclub.myblog.it/2015/11/02/secondo-me-approverebbe-anche-bob-francesco-de-gregori-amore-furto-de-gregori-canta-dylan/

E’ chiaro che se avete già tutti gli album di Francesco De Gregori questo Backpack per voi è superfluo (anche perché, come ho già detto, non ve lo regalano), in caso contrario l’acquisto è quasi d’obbligo, in quanto verreste in possesso in un colpo solo di uno dei songbook migliori in circolazione, e non soltanto in Italia: l’unica pecca grave, visto di chi si sta parlando, è la totale assenza di testi all’interno della confezione.

Marco Verdi

Si Era Solo Preso Una Breve Pausa! Dub Miller – The Midnight Ambassador

dub miller midnight ambassador

Dub Miller – The Midnight Ambassador – Smith Entertainment CD

Alzi la mano chi si ricorda di Dub Miller? Texano, esordì nel 2001 con l’ottimo American Troubadour, subito bissato l’anno successivo con l’altrettanto valido Post Country, entrando nel novero dei nomi più brillanti di quel movimento nato a cavallo tra Oklahoma e Texas e chiamato Red Dirt. Poi silenzio assoluto fino ad oggi (solo un live nel 2015, ma con registrazioni del 2002), un lunghissimo periodo durante il quale il nostro ha tentato prima di laurearsi in giurisprudenza (ma abbandonando di fatto i corsi al secondo anno) e poi di intraprendere la carriera di promoter ed organizzatore di concerti, anche qui con poco successo. Dub deve poi aver capito che il meglio è in grado di darlo soprattutto come cantautore, dato che ha finalmente deciso di tornare a fare musica, e pubblicando il suo primo album di brani originali in 14 anni, intitolandolo The Midnight Ambassador: quasi tre lustri lontano dalle scene è un periodo che sarebbe lunghissimo anche per una star affermata, figuriamoci per uno che non aveva neppure raggiunto lo status di artista di culto. Roba da stroncare sul nascere una carriera, specie in tempi come quelli odierni dove tutto viaggia velocissimo e non c’è il tempo di aspettare chi rimane indietro: ma Miller non si è spaventato, ha inciso le sue canzoni con calma e nel modo in cui voleva lui, e le ha pubblicate solo quando se lo sentiva, ed il risultato finale è decisamente riuscito, in quanto The Midnight Ambassador è un signor disco di puro songwriting country texano, una collezione di canzoni (undici) che ci restituisce un musicista che nonostante l’assenza dalle scene non ha perso lo smalto, come se questo nuovo lavoro fosse stato registrato un anno dopo Post Country.

Dub alterna brani country-rock diretti e fruibili a ballate profonde, ed è proprio in queste ultime che eccelle, in quanto è uno che sa scrivere, ha feeling, senso della musica, ed in più la vita non è che  gli abbia dato grandi soddisfazioni: i suoi colleghi però non si sono dimenticati di lui, dato che nell’album suonano personaggi come Cody Braun (uno dei due fratelli leader dei Reckless Kelly), il grande Lloyd Maines (il più grande produttore texano, che però qua si “limita” a suonare la steel guitar), il noto songwriter e musicista di Nashville Scott Davis, mentre il produttore è Adam Odor, uno che in carriera ha collaborato con Ben Harper, Jason Boland e Cody Canada. Il disco è stato registrato in parte in Texas, a Wimberley, ed in parte agli Abbey Road Studios di Londra. L’album non parte col botto, ma in maniera molto intensa con Things I Love About You, una sinuosa e toccante ballata, impreziosita dall’interpretazione ricca di pathos da parte di Dub e dagli ottimi interventi di steel (Maines) e violino (Braun). La mossa Broken Crown mi ricorda parecchio (anche il timbro vocale è simile) un brano alla Tom Russell, quel misto tra rock, western e Messico tipico del cowboy di Los Angeles: la splendida melodia ed il ritmo sostenuto rendono la canzone ancor più coinvolgente; The Day Jesus Left Odessa (bel titolo) è uno slow dal motivo decisamente emozionante, che ci mostra che il nostro è un autore forse non prolifico ma decisamente dotato di talento: uno dei pezzi più belli che ho ascoltato ultimamente (e non solo country). Mandi Jean ha curiosamente un refrain springsteeniano, anche se l’accompagnamento non ha nulla a che vedere col Boss (però con quel titolo!).

Charlie Goodnight, che inizia per voce, chitarra e violino (ma poi entra anche il resto della band, anche se in punta di piedi), ci conferma che il nostro si trova particolarmente a suo agio con le ballate: brano fluido e disteso, anch’esso tra i più riusciti; Comfortably Blue è invece un country-folk diretto e saltellante, che si apprezza fin dalle prime note: il bello di questo disco, oltre alle canzoni, sono gli arrangiamenti puliti ed essenziali, come se Dub avesse capito che a volte il meglio lo si ottiene per sottrazione. La cadenzata The Last Church Bell è caratterizzata da un gustoso botta e risposta voce-coro, mentre Taking Our Sunshine Away è il pezzo più elettrico del disco, un rockabilly texano al 100%, seguito senza soluzione di continuità da Big Chief Tablet, uno scintillante country-rock e dotato ancora di gran ritmo. Il CD termina con Ain’t No Cowboy, una western song dal tono epico, cantata con il giusto grado di drammaticità e suonata con grande perizia, e con la title track, un finale dai colori crepuscolari, ancora dominato da violino e steel.

Quattordici anni di assenza è un periodo lunghissimo, ma sembra che Dub Miller sia tornato più bravo di prima: speriamo soltanto che stavolta rimanga.

Marco Verdi