15/09/2012

Non Sparate Sulla Pianista! Deanna Bogart - Pianoland

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Deanna Bogart – Pianoland – Blind Pig 2012

L’etichetta dalla quale viene pubblicato il CD, la Blind Pig, potrebbe fare erroneamente ritenere che questo sia un CD solo di Blues ed in effetti ce n’è, anche se non moltissimo. Ma troviamo anche e soprattutto, jazz, pop, boogie woogie e altri generi. Potremmo dire “non sparate sulla pianista”, perché lo strumento principale è proprio il pianoforte, ma Deanna Bogart è anche una ottima cantante, nella equazione voce-strumento il suo virtuosismo potrebbe essere equivalente a quello di una Bonnie Raitt o di una Susan Tedeschi alla chitarra. Questo è già il suo nono disco, escludendo un CD natalizio, e per la prima volta non si cimenta anche al sax, che è il suo secondo strumento.

Il repertorio è molto eclettico, si passa dal pop molto jazzato dell’iniziale In The Rain che potrebbe ricordare il Billy Joel delle origini, quello di Piano Man per intenderci, con le mani che volano sulla tastiera, contrabbasso e batteria che agilmente la seguono e un continuo susseguirsi di assolo che sottolineano le brevi parti cantate, ma On And On And con il suo groove funky potrebbe essere uno swamp di Tony Joe White o dei Creedence in trasferta a New Orleans e con il piano che sostituisce la chitarra come strumento dominante, il tutto cantato con una voce sicura e ispirata. Boogie Woogie Boogie come il titolo lascia intuire è un boogie strumentale, anzi “il boogie”, proprio quello celeberrimo di Errol Garner e permette di gustare la sua assoluta padronanza allo strumento. Couldn’t Love You More è una deliziosa ballata quasi westcoastiana, melodica e delicata, solo voce e piano nello stile della Carole King più intimista. Where The Well Runs Dry è una altra bella ballata, con un ritmo più robusto, un po’ country got soul, come usavano quelle belle voci femminili anni ’70, con in più ottimi florilegi pianistici di grande spessore qualitativo.

I Love The Life I Live molti la associano a Mose Allison, del quale era uno dei cavalli di battaglia, ma è stata scritta dall’autore Blues per antonomasia, Willie Dixon, anche se la versione della Bogart è più vicina allo spirito jazzy di Allison. Death Ray Boogie è di Pete Johnson, uno dei maestri del boogie woogie ed è un altro strumentale dai ritmi vorticosi mentre Over The Rainbow è proprio il classico di Harold Arlen reso celebre nel Mago di Oz da Judy Garland, che qui perde il Somewhere per strada, ma non il fascino del brano, in una versione solo voce e piano cantata benissimo da Deanna Bogart. Pianoland, è una canzone originale firmata dalla stessa Deanna, oltre sette minuti epici, tra rock pianistico e virtuosismo complesso, cantata con raffinata bravura da una musicista di gran classe che si muove tra vari stili con assoluta padronanza delle proprie qualità vocali e strumentali, anche questo brano, per certi versi, mi ha ricordato il Billy Joel dei tempi migliori. L’unica concessione al blues puro è un’altra composizione della Bogart, il terzo brano strumentale del disco, Blues At 11.  Conclude Close Your Eyes che, anche in questo caso, curiosamente, è il celebre brano di James Taylor che si è perso il You Can che appariva nella versione originale di Mud Slide Slim, solo voce e piano nuovamente, per una versione che rivaleggia con il repertorio di Carole King e Laura Nyro. Disco raffinato, difficile da etichettare, che salta da un genere all’altro e quindi, forse, non riesce a trovare un pubblico ben definito, però la signora è molto brava e chi ama la buona musica avrà motivo di essere soddisfatto!

La ricerca continua, sempre!

Bruno Conti  

14/03/2011

Se Vi Capita Di Passare Da Quelle Parti! John McGale Blues Force - Live

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John McGale Blues Force Live Jcm records

Devo dire sinceramente che ignoravo l’esistenza di John McGale, un musicista canadese per molti anni leader e chitarrista di un gruppo del Quebec, tali Offenbach e poi fondatore di questo trio dei Blues Force fautore di uno stile che sta a cavallo tra il power trio e la bar band con moltissime cover nel proprio repertorio e quindi anche in questo Live registrato in quel di Longueil Oc al locale Au Diable?!?

Per curiosità sono andato a controllare in Internet. E’ un bar con biliardo di Longueil nella regione del Quebec, quindi vedete che sulla bar band non mi sono sbagliato. Questo nulla toglie alla perizia tecnica del nostro amico che suona chitarre Godin (anche queste non conoscevo) con notevole bravura e parte con disinvoltura con un’iniziale Poke Salad Annie (ma non era Polk?), in ogni caso è proprio il brano di Tony Joe White e subito il nostro amico innesta il wah-wah e delizia l’esiguo pubblico con una versione che non ha nulla da invidiare all’originale anche con qualche strana deriva di sapore quasi prog. Si prosegue con Spooky il vecchio brano (1968) dei Classics IV di Buddy Blue che erano gli antesignani della Atlanta Rhythm Section, a sorpresa John McGale si rivela anche ottimo flautista (saranno i ricordi prog) e il brano assume tonalità quasi alla Jethro Tull prima del finale chitarristico quasi southern, ottimo il bassista (molto fonky) Robby Bolduc e il preciso drummer Mike Landry, evidentemente veterani di mille battaglie.

L’aria paesana, quasi country di Six Days On The Road si stempera nelle classiche dodici battute di Rock Me Baby con la chitarra di McGale che ha proprio quel bel suono pieno dei chitarristi vissuti. L’ottima e sorprendente cover dell’evergreen Hendrixiano Red House potrebbe sorprendere più di un ascoltatore e conferma le ottime virtù vocali già palesate nei brani precedenti.

Deux Autres Bieres suona molto più esotico del nostro “Altre due birre, grazie!” ma il senso è quello e deve essere un “classico” del repertorio di McGale, purtroppo non conoscevo ma il pubblico gradisce. Ci rituffiamo in uno dei riff più classici della storia del rock per una vissuta versione della Born To Be Wild dei vecchi Steppenwolf, altra gloria della musica canadese trapiantata negli States e ci danno dentro alla grande. Per la serie la varietà non ci manca con assoluta nonchalance passiamo a una versione di Moondance del grande Van eseguita in punta di chitarra acustica con l’aggiunta di un assolo di flauto del solito McGale che nel confronto vocale con Morrison diciamo che non ne esce proprio vincitore, comunque la versione è piacevole e originale.

Ancora un paio di brani originali dal repertorio del nostro amico, una She’s A Real Cowboy con il sax di Eric Khayat che si aggiunge alle operazioni e Hard On sempre con il sax tenore in evidenza, entrambi i brani fanno precipitare vorticosamente la qualità del disco. La conclusiva Use Me dal repertorio di Bill Withers risolleva le sorti della serata e dell’album con una solida versione piena di ritmo e il solito assolo di chitarra molto valido con citazione di Smoke On The Water incorporata. Tutto molto piacevole e gradevole, se vi capita di passare per Longueil qualche sera non dimenticate di passare dal, come si chiama, “Au Diable”!

Bruno Conti

20/09/2010

Lampi Dal Passato! Tony Joe White - That On The Road Look "Live"

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Tony Joe White - That On The Road Look "Live" - Rhino Handmade

Questo signore è un altro dei "Grandi Vecchi" (si fa per dire, è del 1943) della canzone americana. Uno degli inventori dello swamp rock o swamp music che dir si voglia, la sua musica si potrebbe sintetizzare come "Country got soul, soul got blues, blues got swamp" che è un po' lungo ma efficace.

Se siete amanti di quelle musiche che si nutrono da varie "radici" della musica americana, Tony Joe White è sicuramente un numero uno in questo stile: in possesso di una voce profonda e risonante, quasi glabra (pensate a Chris Rea senza quella patina di orecchiabilità o al grandissimo cantautore Greg Brown in un ambito più country-folk, per chi non lo conosce già, ovviamente!), grande chitarrista sia all'elettrica come all'acustica e compositore di spicco con una lunga carriera alle spalle e un futuro davanti. Il 28 settembre esce anche il suo nuovo album The Shine (su etichetta Swamp Records, giustamente) che si spera proseguirà l'ottima serie di dischi degli anni 2000, dove brillano The Heroines del 2004 (un disco di duetti con voci femminili, Jessi Colter, Shelby Lynne, Emmylou Harris, Lucinda Williams) e Uncovered del 2008 (con Mark Knopfler, Eric Clapton, JJ Cale e Michael McDonald).

La Rhino records gli aveva già dedicato un cofanetto quadruplo intitolato Swamp Music - The Complete Monument Years dedicato al periodo 1968-1970, qui siamo in un imprecisato mese e giorno del 1971, in una imprecisata località del globo terracqueo, Tony Joe White azzarda che possa trattarsi della Royal Albert Hall di Londra come gruppo di apertura dei Creedence Clearwater Revival. E questo disco è "The Real Deal" in tutti i sensi: il vero articolo, perché White era un nativo originale della Lousiana e come scherzando (ma non troppo) ricordava al suo "rivale" - Vedi Fogerty, non ci sono alligatori a Berkeley, California - prima di cercare di cancellarlo dal palco con la sua formidabile band.

Perché in effetti ogni serata era una vera battaglia tra due dei migliori gruppi live di quel periodo: nel gruppo di Tony Joe White c'erano l'ottimo batterista Sammy Creason, il grande tastierista Michael Utley e il maestro Donald "Duck" Dunn, il fantastico bassista di Booker T & The MG's, futuro Blues Brothers e collaboratore di Clapton. Una formazione che era una vera forza della natura ma il vero protagonista rimaneva sempre il vocione incredibile di White (e le sue basette che rivaleggiavano all'epoca con quelle di Fogerty e Presley).

Si capisce subito che la serata è di quelle da ricordare, l'apertura è affidata al groove irresistibile di Roosevelt and Ira Lee, con la sezione ritmica subito a mille, l'organo di Utley che colorisce il suono, l'armonica che dà il via alle operazioni e la chitarra di Tony Joe White che comincia ad estrarre il blues dalle sue corde prima di innestare un wah-wah micidiale (whomper stomper come lo chiama il nostro amico) e partire verso i paradisi del rock. Another Night in The Life Of A Swamp Fox sono altri sei minuti e mezzo di swamp rock non adulterato a tutta birra, con chitarra e organo in overdrive mentre la batteria picchia di gusto e Duck Dunn pompa sul suo basso come pochi altri saprebbero fare, anche qui siamo al livello dei migliori Creedence, veramente una bella lotta, ma questi musicisti sono anche superiori tecnicamente, certo Fogerty aveva dalla sua una miriade di brani di livello memorabile e indimenticabili. A questo punto White introduce una delle sue grandi composizioni, Rainy Night In Georgia (scritta nel 1962, era stata un successo incredibile nel 1970 per Brook Benton, vendendo un milione di copie) una fantastica soul ballad a livello delle migliori cose scritte dai grandi della black music, qui interpretata con grandissima raffinatezza, non vola un mosca in sala, tutti ascoltano rapiti dalla bellezza della musica.

A questo punto parte l'intermezzo acustico introdotto da una stupenda Mississippi River, con la voce che scende, scende, scende verso tonalità caldissime, quasi alla Elvis. Lustful Carl And The Married Woman è una lussuriosa swamp song acustica che non perde nulla del suo fascino anche in versione acustica. Willie And Laura Mae Jones è un'altro dei suoi grandi cavalli di battaglia, anche in questa versione, solo voce, chitarra acustica e armonica non perde un briciolo del suo fascino.

Finita la parte acustica riparte la festa con una trascinante Back To The Country, con Utley che passa al piano per un brano quasi rockabilly e dove il basso di Dunn duetta con la chitarra di Tony Joe White a velocità veramente supersoniche, prodigioso. Travellin' Bone concede un attimo di respiro al pubblico con un altro intermezzo acustico, poi il concerto si avventura in lidi Blues con una bellissima versione di Stormy Monday piegata ai voleri sonori di questo grande musicista. My kind Of Woman è un altro di quei brani che potrebbero figurare indifferentemente nel repertorio di White o dei Creedence, qui riaccende il wah-wah per un altro fantastico viaggio  nelle "Paludi".

Polk Salad Annie era stato il suo più grande successo (al n°8 nel 1969) e poi sarebbe diventato uno dei capisaldi della rinascita di Elvis apparendo sia in That's The Way It Is che in On Stage come pure nel concerto del Madison Square Garden ma questa versione di Tony Joe White è insuperabile, oltre 10 minuti di pura libidine sonora con i musicisti che distillano l'essenza della grande musica dal vivo in questo brano dall'andatura ondeggiante tra boogie, country, soul e qualsiasi genere vi venga in mente, non si può resistere al crescendo strumentale nella parte centrale quando i musicisti iniziano ad improvvisare con una veemenza inusitata, in due parole, grandissima musica.

Si poteva anche terminare qui ma manca la coda affidata alla bella country-folk ballad che dà il titolo a questo album, That On The Road Look che non avrebbe sfigurato nel repertorio di Willie Nelson o Townes Van Zandt, bellissima.

Così, detto per inciso, perché magari la conoscete, anche quella Steamy Windows che avrebbe contribuito al rilancio di Tina Turner ad inizio anni '80 l'ha scritta lui!

Si fa un po' fatica a trovarlo (per usare un eufemismo) visto che è della Rhino Handmade ma è una delle Pietre di Rosetta per capire la musica di quegli anni.

Eccolo, con le sue basette e con Johnny Cash.

Bruno Conti