La Dura Verità? Un Gran Disco Di Blues Elettrico! Coco Montoya – Hard Truth

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Coco Montoya – Hard Truth – Alligator/Ird

Per parafrasare il titolo dell’album, la “dura verità” (ma anche lieta e positiva, per l’occasione) è che Coco Montoya, alla tenera età di 65 anni, ha realizzato forse il migliore album della sua carriera (toglierei il forse). Un disco torrido e tosto, nella migliore tradizione dei prodotti Alligator. Quello di Montoya è un ritorno presso l’etichetta di Chicago, dopo due album pubblicati per la Ruf, il discreto doppio dal vivo della serie Songs From The Road, e l’ultimo album di studio del 2010, I Want It All Back, disco che descrissi con un termine che usiamo in Lombardia, ma anche nel resto d’Italia, “loffio”, secondo la Treccani “ fiacco, insulso, scadente”, che mi pare calzi a pennello http://discoclub.myblog.it/2010/07/27/da-evitare-se-possibile-coco-montoya-i-want-it-all-back/ . Però nel 2007, nella sua precedente prova per la Alligator Dirty Deal, Montoya, affiancato dai Little Feat quasi al completo, aveva centrato in pieno l’obiettivo: ma in questo nuovo Hard Truth mi pare che vengano al pettine più di 40 anni on the road, prima come batterista e poi chitarrista nella band di Albert Collins, in seguito 10 anni come chitarra solista nei Bluesbreakers di John Mayall, il migliore degli ultimi anni insieme a Walter Trout. La carriera del chitarrista californiano non è stata ricchissima di dischi, “solo” dieci, compreso l’ultimo e una raccolta, in più di 20 anni.

Il migliore, in precedenza, come capita a molti artisti, era stato probabilmente il primo disco solista Gotta Mind To Travel del 1995,  ma ora il mancino di Santa Monica, con l’aiuto dell’ottimo produttore (e batterista) Tony Braunagel, ha pubblicato un eccellente album di blues elettrico, perfetto nella scelta dei collaboratori, oltre a Braunagel, Bob Glaub al basso, il grande Mike Finnigan alle tastiere, Billy Watts e Johnny Lee Schell che si alternano alla seconda chitarra, e come ciliegina sulla torta, Lee Roy Parnell alla slide. Non vi enumero le collaborazioni di questi musicisti perché porterebbero via metà della recensione, ma fidatevi, hanno suonato praticamente con tutti; in più è stata fatta anche una scelta molto oculata delle canzoni usate per l’album. E, last but not least, come si suole dire, Coco Montoya suona e canta alla grande in questo disco. Si parte subito benissimo con Before The Bullets Fly, un brano scritto da Warren Haynes (e Jaimoe) nei primissimi anni della sua carriera, un pezzo ritmato, solido e tirato, dove le chitarre ruggiscono, l’organo è manovrato magicamente da Finnigan e la voce di Montoya è sicura e accattivante, ben centrata, come peraltro in tutto l’album, gli assoli si susseguono e il suono è veramente splendido; ottima anche I Want To Shout About It, un galoppante rock-blues-gospel di Ronnie Earl, che ricorda le cose migliori del Clapton anni ’70, con la guizzante ed ispiratissima chitarra di Montoya che divide con l’organo il continuo vibrare della musica. E anche Lost In The Bottle non scherza, su un riff rock che sembra venire dalla versione di Crossroads dei Cream o degli Allman Brothers, la band tira di brutto, con la solista di Montoya e la slide di Lee Roy Parnell che si scambiano roventi sciabolate elettriche.

Molto bella anche una slow blues ballad come Old Habits Are Hard To Break, una rara collaborazione tra John Hiatt e Marshall Chapman uscita su Perfectly Good Guitar, che per l’occasione accentua gli aspetti blues, grazie anche al lavoro del piano elettrico e dell’organo di Mike Finnigan, mentre Montoya è sempre assai incisivo e brillante con la sua chitarra. I’ll Find Someone Who Will è un funky-blues scritto da Teresa Williams, una delle due voci femminili di supporto presenti nell’album, molto R&B, ma sempre con la chitarra claptoniana del titolare pronta alla bisogna; e a proposito di chitarre terrei d’occhio (e d’orecchio) anche il duetto tra l’ineffabile Coco e l’ottimo Johnny Lee Schell, per l’occasione alla slide, nella ripresa di un bel brano di Mike Farris Devil Don’t Sleep, un minaccioso gospel blues molto intenso, dove brillano nuovamente anche le tastiere di Finnigan. The Moon Is Full è un omaggio al suo maestro Albert Collins, un classico hard blues con il suono lancinante della solista mutuato dall’Iceman, che ne era l’autore, e il bel timbro cattivo della voce di Montoya. Hard As Hell, uno dei brani firmati dal nostro, ricorda nuovamente il Clapton dei bei tempi che furono, molto Cream, con un riff ricorrente e le chitarre sempre in evidenza. ‘bout To Make Me Leave Home era su Sweet Forgiveness di Bonnie Raitt, ma qui si incattivisce e vira di nuovo verso un funky-rock forse meno brillante. Ottima invece la versione da blues lento da manuale di Where Can A Man Go From Here?, in origine un pezzo Stax di Johnnie Taylor, con un assolo strappamutande di Montoya veramente fantastico, tutto tocco e feeling. Per concludere si torna al rock-blues torrido e tirato di una Truth To Be Told firmata dallo stesso Montoya, che conferma il momento magico trovato nella registrazione di questo disco. In una parola, consigliato!

Bruno Conti      

Il “Blues Brother” Originale Colpisce Ancora! Curtis Salgado – The Beautiful Lowdown

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Curtis Salgado – The Beautiful Lowdown – Alligator/ird 

Anche al nostro amico si potrebbe applicare la regola cinematografica dei sequel e quindi il titolo del Post riecheggia la saga della Pantera Rosa o di Guerre Stellari. A chi non lo ricorda o non lo sa, vorrei far presente che Curtis Salgado é il “Blues Brother originale”, il musicista in carne e ossa a cui si ispirò John Belushi per la  creazione del Live A Briefcase Full Of Blues e poi della colonna sonora del film Blues Brothers. Ho già raccontato la storia, ma visto che Curtis pubblica album con una cadenza quadriennale, mi sembrava giusto rinfrescare la memoria dei lettori. In quel locale di Eugene, Oregon dove Belushi stava girando Animal House, ci fu una sorta di epifania: John, che ai tempi era un appassionato soprattutto di metal, per la prima volta incontrò Curtis Salgado, che poi sarebbe diventato il suo mentore ed ispiratore per la creazione del personaggio Joliet “Jake” Blues https://www.youtube.com/watch?v=38ewGmzaxFs . Ma soprattutto il nostro era, ed è, un formidabile cantante, un vero “bianco” dall’anima e dalla voce “nera”, con una emissione vocale che ricorda al 75-80% Solomon Burke e per il resto B.B. King; Salgado è una vera forza della natura, anche notevole armonicista e buon autore, negli anni è stato pure cantante della primissima versione della Robert Cray Band, poi dei Roomful Of Blues, ha fondato Curtis Salgado & the Stilettos, iniziando la sua carriera solista. E per dare credito al suo personaggio di Curtis (che nel film era interpretato da Cab Calloway) ha subìto anche un trapianto di fegato nel 2005, dopo una vita di probabili eccessi, come il suo amico John.

Ma la voce è rimasta sempre intatta, e dagli anni 2000 ha iniziato a pubblicare ottimi dischi con regolarità, nel 2012 si è accasato con la Alligator con cui ha pubblicato lo splendido Soul Shot http://discoclub.myblog.it/2012/03/25/il-blues-brother-originale-curtis-salgado-soul-shot/  e ora torna alla carica con questo nuovo The Beautiful Lowdown. Salgado più che un Blues Brother è un “soul brother”, perché nella sua musica la quota di soul & R&B è nettamente preponderante rispetto al blues (che pure è presente in quantità, soprattutto dal vivo), ma la sua arma vincente è la voce, si tratta di uno dei rari casi in cui anche se gli date da cantare l’elenco telefonico (se ne trovate ancora) l’effetto sarebbe devastante. Inutile dire che per fortuna nel disco le canzoni presenti sono più che adeguate, suonate ed arrangiate con grande maestria da un manipolo di esperti musicisti, guidati dal batterista Tony Braunagel, che è il co-produttore del disco (ed il secondo migliore nel campo dopo Tom Hambridge): Braunagel (attuale batterista della band di Robert Cray) ha radunato per il disco alcuni musicisti eccellenti, tra i tanti, Johnny Lee Schell alla chitarra, Mike Finnigan  (ora con Bonnie Raitt( e Jim Pugh (anche lui a lungo con Cray), alle tastiere, una pattuglia di ben sei altri chitarristi, bassisti vari, tra cui, parlando di Bonnie, James “Hutch” Hutchinson, fiati e background vocalist a profusione e il risultato si vede e si sente.

A partire dalla scarica di puro R&B fiatistico dell’iniziale Hard To Feel The Same About Love, con Salgado che titillato dalle background vocalist, dai fiati e dal gruppo tutto, inizia a dispensare la sua sapienza soul, con quella voce ancora pimpante a dispetto dei 62 anni suonati; Low Down Dirty Shame è un funky soul sinuoso ed avvolgente, che tra chitarrine maliziose ed un organo Hammond d’ordinanza ribadisce i pregi della migliore soul music, con Schell che ci regala il primo solo di slide dell’album. I Know A Good Thing, con slide, Alan Hager per l’occasione, ed armonica che si rispondono dai canali dello stereo è la prima traccia decisamente blues, puro Mississippi Sound, anche se il disco è stato registrato in California. Walk A Mile In My Blues, titolo evocativo, è più grintosa e fluida, ma sempre intrisa dal fascino delle 12 battute, un brano quasi alla BB King, con uso di fiati, mentre Healing Love è la prima ballata, e qui sembra di ascoltare Solomon Burke redidivo, con quella voce rauca ma poderosa, da vero nero, cosa che Salgado non è, ma ce ne facciamo un baffo.

E che dire di Nothing In Particular (Little Bit Of Everyting), pagina 12 del manuale del perfetto soulman, organo, chitarre, voci femminili di supporto, tutti gli ingredienti cucinati alla perfezione; con quella voce riesco a sopportare anche l’incursione nel reggae di Simple Enough. Per poi tornare a un blues di nuovo alla BB King nell’ottima I’m Not Made That Way e ad un’altra ballata splendida come Is There Something I Should Know, dove la voce duettante è quella di Danielle Schnebelen (ora in arte Nicole), altra bianca dalla voce che più nera non si può, i due si sfidano, si confrontano, si accarezzano, e quello che gode è l’ascoltatore. Un po’ di sano funky alla James Brown non guasta, e My Girlfriend svolge questa funzione alla perfezione, prima di lasciare spazio di nuovo al blues con uno shuffle pungente come Ring Telephone Ring e a un mid-tempo blue eyed soul con uso di armonica come Hook Me Up. Chi ama le grandi voci qui avrà motivo di soddisfarsi appieno. Ufficialmente esce l’8 aprile.

Bruno Conti