Rispetto Per Il Dolore Di Quest’Uomo! Nick Cave And The Bad Seeds – Skeleton Tree

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Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree – Bad Seed Ltd. CD

Nick Cave, noto cantautore australiano (ma anche scrittore, sceneggiatore, compositore di colonne sonore e financo attore) non è mai stato un allegrone, la sua musica è sempre stata cupa, oscura, spesso ostica, ed i suoi testi hanno sovente trattato di morte e violenza (non a caso uno dei suoi dischi migliori di sempre si intitolava Murder Ballads), ma quando lasciava perdere certe sonorità poco digeribili (album come Dig, Lazarus, Dig!!! o i due dischi usciti a nome Grinderman)  e si sedeva al pianoforte era sempre capace di far vibrare l’ascoltatore con le sue ballate dense di poesia e melodia. Push The Sky Away, il suo ultimo lavoro uscito tre anni orsono, era pieno di questo tipo di canzoni, ed è stato eletto quasi all’unanimità uno dei suoi album migliori di sempre (anche se io preferisco ancora il già citato Murder Ballads, ma anche The Good Son, The Boatman’s Call ed il doppio Abattoir Blues/The Lyre Of Orpheus), oltre a diventare il suo best seller all-time. Ma il destino, si sa, non guarda in faccia a nessuno, e lo scorso anno Nick ha tragicamente perso uno dei suoi quattro figli (Arthur, 15 anni) in un incidente di montagna: la morte di un figlio cambia la vita di qualsiasi persona normale, figuriamoci quella di uno come Cave, che già di suo non è che sprizzasse ottimismo.

Il risultato di tale tragedia è questo Skeleton Tree, nuovo album di otto pezzi inciso insieme ai fedeli Bad Seeds (Warren Ellis, Martyn Casey, Thomas Wydler, Jim Sclavunos e George Vjestica), un disco se possibile ancora più scuro e triste dei precedenti, con un Nick che canta spesso con voce provata dalle ultime peripezie, e testi adeguati al momento difficile che sta vivendo, risultando sicuramente l’album più personale da lui mai pubblicato. Anche i suoni sono scarni, cupi, spesso dissonanti rispetto alle melodie, con un uso pronunciato di sintetizzatori, loops e drum machines, un suono moderno ma usato con misura ed intelligenza, un po’ come aveva fatto David Bowie con l’ultimo Blackstar (guarda caso anch’esso un disco pesantemente influenzato dalla morte). La band sta quasi in secondo piano, se non ci fossero i nomi dei musicisti indicati all’interno della copertina (nera anch’essa) si potrebbe quasi pensare ad un disco solista: eppure mentre scrivo queste righe Skeleton Tree sembra destinato a superare come vendite anche Push The Sky Away, chiara conseguenza del successo di quel disco, in quanto le canzoni qua contenute sono tutto meno che immediate e radio friendly.

Jesus Alone ha un inizio poco rassicurante ed alquanto inquietante, tra synth e dissonanze, con la voce cupa del nostro che narra più che cantare: un brano ipnotico, non privo di un certo fascino, ma non di certo qualcosa che mettereste su ad una festa tra amici. Rings Of Saturn vede ancora Cave parlare, ma la base musicale è decisamente più fluida e rilassata, con un uso intelligente della modernità, ed un pianoforte che rende il tutto più fruibile, anche se la voce è sofferta come mai prima d’ora. Ancora dolore con Girl In Amber: Nick canta con il cuore in mano sopra un sottofondo scarno e notturno, doppiato nel ritornello da un coro gelido come il ghiaccio. E’ chiaro che bisogna essere psicologicamente preparati all’ascolto di questo disco, ma qui c’è musica di una spontaneità quasi sconcertante. Magneto inizia con un pianoforte nel buio (e qualche loop sparso) e la solita voce del nostro tra il disperato ed il rassegnato, con l’unico raggio di luce di una chitarra acustica arpeggiata (e, nel testo, la frase “one more time with feeling”, che è anche il titolo del film documentario appena uscito, e che narra la storia di questo CD partendo proprio dalla tragedia dello scorso anno https://www.youtube.com/watch?v=Hdl5sox2G6g ).

Anthrocene è un’altra ballata cruda e scarnificata, con volute dissonanze sia sonore che ritmiche, ma con una linea melodica chiara e precisa, mentre I Need You, nonostante l’uso massiccio del sintetizzatore, è il brano più lineare e “classico” finora, con una melodia di fondo toccante ed il solito modo sofferente di porgere il brano da parte di Cave (la canzone è quella più direttamente ispirata dal figlio scomparso, diciamo che è la Tears In Heaven di Nick): affascinante, intensa e commovente. Distant Sky è ancora lenta, cupa, amara, ma dal pathos incredibile, merito anche della seconda voce femminile di Else Torp; il CD si chiude con la title track, in assoluto il pezzo più accessibile, una splendida ballata pianistica, suonata in maniera classica e dal motivo intenso e struggente, che ci fa ritrovare il Nick Cave che amiamo di più.

Skeleton Tree non è certamente un disco per tutti, ma ha il merito di metterci davanti un uomo a nudo, con i suoi demoni ed i suoi fantasmi: un album di una sincerità disarmante.

Marco Verdi

Le Regine Dell’Alt-Country! Freakwater – Scheherazade

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Freakwater – Scheherazade – Bloodshot Records / IRD

Le Freakwater (due terzi della band è al femminile) sono un trio originario di Louisville, Kentucky, composto da due musiciste di indubbio talento come Catherine Ann Irwin e Janet Beveridge Bean, e dal membro storico, il bassista David Wayne Gay. Dovete sapere che la Bean ha una storia particolarmente interessante, in quanto per buona parte degli anni ’80 ha fatto parte di una band “underground” molto innovativa dal nome Eleventh Dream Day, dove appare con il marito Rick Rizzo, tutt’ora in attività, visto che hanno pubblicato un album nel 2015, Works For Tomorrow: nel frattempo, più o meno in contemporanea, e come ogni tanto accade, ha formato un secondo gruppo, un trio acustico tradizionale (appunto le Freakwater) che eseguiva la musica e le storie rivisitate degli Appalachi e della Carter Family. Sorrette da una strumentazione classica (chitarre acustiche, dobro, bongos, violino, cello, etc.), esordiscono con l’omonimo Freakwater (89), a cui seguiranno negli anni Dancing Underwater (91), Feels Like The Third Time (93), i meravigliosi Old Paint (95) e Springtime (98), End Time (99) che chiudeva il primo periodo, e dopo una pausa l’interlocutorio Thinking Of You…(05), e quando onestamente pensavo che avessero appeso gli strumenti “al chiodo”, tornano a distanza di undici anni con questo nuovo lavoro Scheherazade, dove ripropongono il consueto sound dal modello “Alternative Appalachian Country”, dall’arcano fascino.

Come è già avvenuto in passato la “line-up” segna alcuni cambi nella formazione: il trio di base è sempre quello con Bean, Irwin e il bassista Gay, mentre i musicisti di contorno sono questa volta Neal Argabright alla batteria e pump organ, James Elkington mandola e pedal steel (recentemente sentito nel disco di Joan Shelley), Anthony Fossaluzza al piano e organo, Evan Patterson e Morgan Geer alle chitarre, Jonathan Glen Wood al moog e alla chitarra, e come ospiti Anna Krippenstapel al violino e armonie vocali, Sarah Balliet dei Murder By Death al cello, e il grande Warren Ellis (compare di Nick Cave nei Bad Seeds e membro dei Dirty Three) al flauto e al suo “distorto” violino, il tutto registrato e mixato negli studi LaLa Land dell’ingegnere del suono dei My Morning Jacket , Kevin Ratterman.

Ascoltando la prima traccia dell’album, What The People Want, sembra proprio che il tempo si sia fermato, banjo, violini e armonie vocali rimandano agli esordi del gruppo, e sono seguite da una traccia più elettrica come l’ariosa The Asp And The Albatross, dalla tenue e dolce filastrocca di Bolshevik And Bollweevil,  per poi sorprenderci con una intrigante e psichedelica Down Will Come Baby. Con la toccante Falls Of Sleep si ritorna alla ballata con in sottofondo il violino “malato” di Ellis, mentre in Take Me With You si evidenzia l’amore per la musica degli Appalachi, a cui fanno seguito una Velveteen Matador in bilico tra country e folk, e la toccante Skinny Knee Bone cantata in coppia da Janet e Catherine sulle note (questa volta) delicate d i un violino. Ci si avvia alle tracce finali con una Number One With A Bullet che sembra uscita dal “songbook” di Bill Monroe, per poi passare ad un brano profondo, intimo e sofferto come Memory Vendor,  al suono di una chitarra che accompagna il gospel moderno di The Missionfield e chiudere un gradito ritorno con Ghost Song, una sorta di valzer lento che come anche altri hanno rilevato potrebbe rimandare alle indimenticabili sorelle McGarrigle.

Le Freakwater ci hanno messo più di dieci anni per realizzare questo Scheherazade (bellissimo titolo che proviene dall’antica principessa Persiana, narratrice delle Mille E Una Notte), un album intenso e profondo per un percorso musicale influenzato oltre che dalle note radici “appalachiane”, anche, come detto, dalla vecchia scuola della Carter Family e dai meno conosciuti Louvin Brothers e Stanley Brothers, con il risultato finale di riuscire ad affascinare sia gli amanti del genere più tradizionale e intransigente sia quelli dell’alternative country, mettendo in luce il talento formidabile di Janet Beveridge Bean e Catherine Irwin. Per quanto mi riguarda è valsa la pena di aspettare questo tempo.

Tino Montanari